26 giugno 2012
25 giugno 2012
E’ giunta l’ora di riflettere sul futuro da lasciare ai nostri figli
Christian Felber: E’ giunta l’ora di riflettere sul futuro da lasciare ai nostri figli
di Raffaello Beltrami *
Avete mai sentito parlare di “Economia del bene comune”? Sinceramente neanche io, fino a quando,
una domenica sera dello scorso aprile, un servizio su Rai 3 (trasmissione
Report) ha acceso la mia curiosità, o forse, più semplicemente, ha acceso una
lampadina che non sapevo di avere. Si, proprio così, perché a furia di sentir
parlare di: debiti sovrani, crisi economica, spread, politica del rigore,
inasprimento fiscale, corruzione dilagante, mi è venuto, ve lo confesso, il
cosiddetto “voltastomaco”. Forse, sarebbe lecito chiedersi se tutti questi mali
che ci affliggono non trovino origine in un sistema economico incentrato sulla
logica del profitto ad ogni costo, senza rispetto alcuno per la dignità umana e
per il lavoro dell’uomo, non più al centro, ma ai margini della realtà
economica.
Allora sia benvenuto questo nuovo modello economico:
“L’economia del bene comune” che nasce in Austria nel 2010 e il cui teorico
è Christian Felber lettore
all’Università Economica di Vienna. Questi alcuni estratti del suo pensiero con
pillole di una chiarezza e verità sconcertante:
“ … Una delle maggiori ingiustizie dell’attuale
economia mondiale è che tutte le aziende vengono trattate allo stesso modo.
Un’azienda che paga ai suoi dipendenti un giusto compenso, o una azienda che
produce le sue merci nel rispetto della natura e dei diritti umani, viene
trattata allo stesso modo di una azienda che non rispetta i diritti dei lavoratori
o che inquina l’ambiente, anzi paradossalmente quest’ultima viene favorita
dal sistema, in quanto si trova nelle condizioni di vendere i propri prodotti a
prezzi più competitivi.”
“ … Il PIL, ancora oggi usato come indicatore del
benessere di un paese, non ci dice se una nazione vive una democrazia o una
dittatura … se in questo paese vengono rispettati i diritti umani … se aumenta
la fiducia tra le persone o … al contrario … la paura.”
Allo stesso modo, il profitto economico, l’indicatore
della salute di una azienda, non fornisce informazioni riguardo l’etica
dell’azienda … non ci dice se produce merci rispettando la natura o
distruggendola … non ci dice se sfrutta i suoi dipendenti o li rende partecipi
di parte dei profitti …”
Ecco allora farsi strada questo nuovo approccio
all’economia, fondato su valori fondamentali quali: la cooperazione, la
democrazia, la solidarietà, l’ecologia, il rispetto della persona e della
dignità umana. Il capitale non è più fine ultimo, ma si trasforma in
mezzo per il raggiungimento del nuovo obbiettivo dell’impresa: contribuire al
bene comune. Vengono fissati limiti massimi e minimi ai salari … limiti alla
proprietà privata e alle eredità … tutto questo per ridurre
considerevolmente le diseguaglianze sociali.
Parte fondamentale del sistema è: la “Banca
democratica” proprietà comune del popolo sovrano i cui servizi fondamentali
sono, ad esempio, conti di risparmio garantiti, conti correnti gratuiti,
crediti a tasso agevolato, crediti sulla fiducia per progetti eco sociali e/o
solidali … scompare così ogni riferimento alla finanza.
Non è detto che, chi si oppone al capitalismo attuale,
debba per forza essere tacciato di comunismo! L’economia del bene comune
ne è la prova e ciascuno di noi deve essere consapevole che è possibile
lasciare un futuro diverso (e migliore) ai propri figli! Per far
questo però, occorre sensibilizzare gli imprenditori sull’argomento.
A tal proposito, vi consiglio di visionare questo
link … http://2012.festivaleconomia.eu/
* da
Blog di Raffaello Beltrami - 21
maggio 2012
Chi è Christian
Felber
Christian Felber, nato a
Salisburgo nel 1972, è uno scrittore e storico
austriaco; si occupa principalmente di temi economici e
sociali. E’ anche membro fondatore del ramo austriaco di ATTAC dal 2000. Fino al 2003 ne è stato membro del consiglio di
amministrazione e fino al 2004 referente per la stampa, attualmente ne è
portavoce ufficiale.
E’ l’ iniziatore della “Banca Democratica”. Ha coniato il
termine “economia del bene comune” (Geneiwohl-Ökonomie) . Nell’autunno del 2008 è
diventato Lecturer presso la facoltà di economia dell’Università di Vienna. Nel
2009 ha co-fondato il Movimento d’Austria e quindi nel 2010 ha avviato il progetto
Banca Democratica. Con vari imprenditori ha sviluppato un modello di economia
del benessere come alternativa teorica al mercato capitalista e all’economia
pianificata.
Su iniziativa della rivista per lo sviluppo sostenibile Lifestyle,
nel 2010 è stato nominato “Creatore sostenibile 2010”. Nello stesso anno
l’associazione Public Relations Austria lo ha nominato comunicatore dell’ anno
2010.
Christian Felber, è noto nei paesi
di lingua tedesca e sta facendo parlare di sé un po' in tutto il mondo. Autore
di saggi e libri sulla sostenibilità della crescita, è quindi il fondatore e
maggiore esponente del movimento "L'economia del bene comune". Nel
2008 ha scritto il suo primo saggio sul modello economico alternativo che
propone.
24 giugno 2012
L’immagine di Europe Ecologie è diventata detestabile
Intervista a Cohn Bendit di Matthieu Ecoiffier e Jonathan
Bouchet-Petersen *
Grazie alla loro alleanza con il PS, mai gli ecologisti
sono stati così forti nelle istituzioni. Ma nel seno della società come nel
loro movimento c’è un calo di regime. Alla vigilia di un consiglio federale dove Cecile Duflot
lascierà la direzione del partito, Daniel Cohn-Bendit mette in discussione le
deriva di Europe Ecologie-Les Verts che ha cofondato.
Diciassette
deputati, due gruppi parlamentari, due ministri: era insperato per EE-LV dopo
una presidenziale andata male.
Questo bilancio storico è la conseguenza logica dei
nostri successi alle elezioni europee del 2009 e regionali del 2010. E, più in
generale, della creazione di EE-LV. Il PS ha compreso che l’ecologia politica è
ancorata in una parte della società e che per riportare una vittoria contro la
destra, aveva bisogno di noi.
Dopo
i risultati delle legislative, tu hai segnalato il rischio per EE-LV di
diventare il PRV, il partito radical verde. Cosa volevi dire?
Il paradosso è che esistiamo nell’ Assemblea Nazionale,
al Senato e al Governo, ma non più nella società. I nostri successi
istituzionali non sono accompagnati, al contrario, da una dinamica civica. La
nostra immagine è diventata detestabile. Noi siamo sconfitti là dove si voleva ridare slancio: facendo una
politica diversa. Oggi noi incarniamo spesso l’insostenibile leggerezza
dell’arrivismo.
A
cosa pensi?
Quando si vede per esempio, in un documentario, Cecile
Duflot brandire la sua penna giurando che non firmerà mai un accordo col PS
senza l’uscita dal nucleare. E che evidentemente lo si firma comunque, perché è
un buon accordo, questo è devastante. La più detestabile è stata la corsa ai
posti ministeriali , compresa quella di
alcuni miei amici. Noi diamo delle lezioni di morale politica a tutti e, nello
stesso tempo, noi ci adeguiamo perfettamente al funzionamento gerarchico,
autoritario e cinico della politica tradizionale. Tutto questo porta al fatto che in un anno abbiamo perduto più della metà
dei nostri militanti.
Qual
è la tua parte di responsabilità in questo calo di rendimento?
Io sono uno dei colpevoli. Quando ho dichiarato che
l’importante, per EE-LV, era di avere un gruppo all’Assemblea Nazionale ed al
Senato, e non di concorrere alle presidenziali, non ho avuto l’energia e la
lucidità di proporre una candidatura, o anche la mia, per partecipare alle
primarie della sinistra che sarebbero state insieme, socialiste, radicali ed
ecologiste. Questo avrebbe reso la nostra alleanza col PS più coerente e noi
saremmo uscita dal passaggio delle presidenziali con una posizione più chiara.
Ma malgrado l’età e l’esperienza, ho dunque accettato la deriva culturale
nazional-presidenzialista di EE-LV.
Come
ti sei sentito quando Nicolas Hulot, già candidato alle primarie di EE-LV, ha
detto di aver votato per Melenchon al primo turno delle presidenziali?
Nicolas Hulot ha votato Melenchon ed Eva Joly ha fatto dipendere
da Melenchon la sua campagna. Per dei
candidati che vorrebbero rappresentare l’ecologia politica, questo mostra la
perdita di orientamento che ha frammentato il nostro movimento. Jean-Luc Melenchon
propone la pianificazione ecologica ma in un paese solo, all’opposto della
dimensione europea sostenuta da EE-LV.
Quando
Cecile Duflot dichiara che la cannabis dovrebbe essere sottoposta allo stesso
regime legale dell’alcol e del tabacco, incarna bene i vostri valori?
Assolutamente. Ed io l’ho difesa. Sono stato uno dei
pochi a montare risolutamente sulla ribalta. Per una volta non è stato suo
complice Jean-Vincent Placé che si è visto su tutti i palchi ed in tutte le
radio per sostenerla, troppo occupato com’era a trovare un ministero.
Sembri
pensare che lei non ha saputo riprendere la leadership che si era ottenuta dopo
le europee…..
Cecile Duflot ha una capacità fuori del comune di
imporsi nell’organizzazione. Anche se poi la lascia in brandelli. Ma fa fatica
ad avere delle idee che vadano al di là della matrice tradizionale degli
ecologisti. Capo clan, impone gli interessi dei suoi alleati come se fossero
l’interesse comune. Sfortunatamente, per riflesso contrario, i miei amici ed io
pure ci siamo lasciati andare alla stessa deriva.
Col
criticare sempre, non ti trovi nel ruolo del sempre brontolone?
Siamo chiari, io non sono obbligato a continuare a
combattere questa battaglia. Se altri lo fanno, posso aiutarli. Ma io sono un
militante con la condizionale. Essendo copresidente del gruppo verdi europei,
animo al Parlamento ed in tutta Europa, con altri, il dibattito esistenziale
sull’avvenire dell’Unione. Trovo che il guardarsi l’ ombelico nazionale e
quindi anche quello francese, mi annoia profondamente. Se questo partito continua
con questa struttura piramidale autoritaria, questo sarà senza di me. Mi
accorgo di non poter essere in prima linea e nello stesso tempo mi dico: “Dany, il
tuo intervento al Parlamento europeo sulla Cina, la Libia o l’Egitto, su questo
c'è Europe Ecologie!”. Bisogna sapersi dividere i compiti.
Credi
ancora ad una ripresa?
Sicuro. Ma non si produrrà che quando saremo capaci di avere
un dibattito interno e di rimettere in discussione le nostre pratiche. Quando
sento certi dare aria alla bocca dicendo : “Si è all’apogeo della nostra forza
politica, siamo la terza forza parlamentare”, io dico attenzione!. Quando avremo
partecipato uno o due anni al governo in questo contesto di crisi, le prossime
elezioni saranno molto difficili. Bisognerà avere qualcosa da dire.
Con
i suoi gruppi parlamentari, EE-LV dispone di tribune inedite…..
Per la presidenza del nostro gruppo all’Assemblea, il
binomio uomo-donna con Francois de Rugy e Barbara Pompili è un buon inizio. Resta
da fare lo stesso al Senato ed alla testa di Europe Ecologie. Nel Parlamento,
per essere dei riferimenti, i nostri deputati dovranno prendere delle
iniziative e dare prova d’ immaginazione politica. La loro sola missione non
può essere di salvare i soldati ministri di EE-LV.
Alcuni
di voi chiedono una direzione più collegiale
Questa è la sfida. E quello che propone Pascal Durand
(che succederà a Cecile Duflot alla testa del partito). Non metto in dubbio la
sua volontà di arrivare ad un funzionamento più collettivo.
*
da: Liberation 22 giugno 2012
( traduzione
del Gruppo Cinque Terre a cura di Giovanni Chiambretto )
21 giugno 2012
La narco-guerra in Messico: un problema anche italiano
E’ la regina della coca. La
‘ndrangheta domina ormai il mercato della polvere bianca in Europa. Grazie ai
rapporti coi narcos colombiani e soprattutto alla recente alleanza con uno dei
principali cartelli della droga messicani: Los Zetas.
Negli ultimi dieci anni, rotte e
gestione del traffico di coca hanno subito una rivoluzione. Quest’ultima
proviene quasi interamente da tre Paesi latinoamericani: Colombia, Bolivia e
Perù. Negli anni Ottanta e Novanta erano i colombiani a gestire il business: la
droga veniva inviata nei centri di consumo (Stati Uniti ed Europa) via aerea o
con la collaborazione dei malviventi messicani. Che, però, si limitavano ad
agevolare il trasporto degli stupefacenti sul loro territorio: dove, come e a
quanto smerciare era deciso dai boss di Cali e Medellín. Dall’inizio del 2000 –
in seguito all’indebolimento dei grandi gruppi criminali colombiani -, il
sistema è cambiato. I messicani hanno assunto la gestione diretta del traffico.
Non si limitano a trasportare la coca – a svolgere il lavoro di “muli” come si
dice nel gergo mafioso -: ora ne decidono il prezzo, le rotte, le destinazioni.
Queste attualmente sono principalmente tre: il mercato Usa – a cui è destinato
il 40 per cento della coca prodotta – attraverso la porosa frontiera Sud -,
quello europeo – dove arriva una identica quantità mediante il corridoio
caraibico: le Antille sono il trampolino verso il vecchio continente – e quello
emergente africano. Spesso i narco-voli diretti in Europa fanno scalo nei pochi
controllati aeroporti dell’Africa occidentale. La maggior parte della coca
prosegue via nave verso l’Italia, la Spagna o l’Olanda. Un 20 per cento resta
lì, per incrementare il consumo locale. Europa e Africa sono sbocchi sempre più
rilevanti per le bande criminali, specie dopo che l’aumento dei controlli lungo
il confine statunitense ha reso meno allettante il mercato americano.
La ‘ndrangheta è il partner
perfetto: con la sua rete capillare riesce a smerciare la droga per tutto il
continente. L’alleanza è vantaggiosa per entrambi. I messicani si occupano del
trasporto all’interno del continente e del viaggio intercontinentale. La
ndrangheta si occupa di garantire sbocchi sicuri e una serie di piazze
redditizie. Per una curiosa ironia della sorte, ‘ndrangheta e Los Zetas sono
“cresciuti” insieme. Ovvero hanno scalato i vertici criminali negli stessi
anni. La prima ha soppiantato “Cosa nostra” nel grande business della droga. I
secondi, ex militari arruolati come sicari dal cartello del Golfo, se ne sono
staccati nel 2009, per diventare ora il gruppo più diffuso sul territorio
messicano. Los Zetas, infine, preferiscono la ndrangheta a Cosa nostra perché
difficilmente i calabresi si pentono, dato che il legame criminale in genere è
sovrapposto a quello familiare, di sangue. I legami fra i due sono state
dimostrate da quattro operazioni realizzate dalla Procura distrettuale
antimafia di Reggio Calabria.
Il 17 settembre 2008 sono state
arrestate 166 persone tra Italia, Messico e Stati Uniti nell’ambito dell’operazione
Solare. Mesi di indagini, con la collaborazione della Dea e dell’Fbi, hanno
permesso di smantellare una rete che agiva da entrambe le sponde dell’Atlantico
con l’obiettivo di introdurre coca in Italia, dal porto di Gioia Tauro. A
coordinare il traffico, la cosca Aquino-Coluccia che, attraverso una cellula a
New York (la famiglia Schirrippa), aveva stretto un “patto criminale” con Los
Zetas – all’epoca ancora parte del cartello del Golfo - per rifornirsi di
polvere bianca.
Il 13 luglio 2010, la Procura regina
ha dato il via all’operazione “Il Crimine”, seguito di Solare. Quest’ultima ha
colpito le principali famiglie di Regio Calabria, Vibo Valentia e Crotone come
i Pelle di San Luca, i Comisso di Siderno, gli Aquino Coluccio e i Mazzaferro di Gioiosa Ionica, i
Pesce-Bellocco e gli Oppesano di Rosarno, gli Alvaro di Sinopoli, i Longo di
Polistena, gli Iamonte di Porto salvo. Arrestato anche il capo della ndrangheta
in Lombardia, Pino Neri. Oltre ai fermi, l’inchiesta ha dimostrato che la mafia
calabrese non era più un insieme di cosche scoordinate ma si era data
un’organizzazione verticistica, fortemente strutturata su base territoriale,
articolata su vari livelli e capillarmente diffusa.
L’11 marzo 2011 è scattata
“Crimine 2” che si è concentrata sulla penetrazione della ndrangheta in
Lombardia e sulle sue ramificazioni estere (in Svizzera, Germania, Canada e
Australia). L’indagine ha permesso di mettere in luce il “modello ndrangheta”
che agisce attraverso succursali provinciali saldamente legati ai vertici che,
da Reggio Calabria, gestiscono il traffico di droga e armi e si infiltrano
nella rete economica legale dei territori in cui operano.
Queste tre operazioni sono state
in qualche modo “propedeutiche” a “Crimine 3” o “Soleare 2” perché hanno permesso
ai magistrati di comprendere
funzionamento e organizzazione della ndrangheta.
Il 14 luglio 2011, a tre anni da
Solare, “Crimine 3” è riuscita a documentare nel dettaglio le relazioni tra
ndrangheta e Zetas. Tra il 2004 e il 2008, il Cartello del Golfo ha introdotto
negli Usa, 80 tonnellate di cocaina pura. Poi, aveva cominciato a concentrarsi
sul mercato europeo, delegando la mediazione al suo braccio armato, Los Zetas.
Una cellula, situata a New York, ha preso contatti con i calabresi attraverso
la famiglia Schirrippa, una cosca di profilo minore, dietro cui si celavano le
potenti famiglie Macrì e Coluccio. Al vertice, secondo quanto emerso da
“Crimine 3” c’era Domenico Oppedisano, super boss arrestato nel 2010. Dopo il
colpo subito con Solare, il business non si è fermato. La rete “transoceanica”
si è ricostituita sotto il controllo delle cosche Bruzzese, Aquino, Commisso,
Jerino di Siderno e Gioiosa Jonica che, grazie all’alleanza coi Pesce di
Rosarno, si sono infiltrate nel porto di Gioia Tauro e agivano attraverso la
compagnia fantasma Diamante Fruit.
I rapporti tra narcos e
ndrangheta sono ormai documentati. Nonostante le operazioni condotte e gli
arresti fatti, il traffico tra le due sponde dell’Atlantico prosegue.
L’obiettivo di questo convegno è analizzare la rete criminale che unisce due
mondi apparentemente diversi, Messico e Italia. E collega direttamente
quest’ultima a un fenomeno tragico quanto “invisibile” nei mezzi di
comunicazione e nella coscienza dell’opinione pubblica: la narcoguerra che
dilania il Paese latinoamericano. Dal 2006, lì sono state massacrate circa
60mila persone nella duplice lotta tra cartelli della droga e autorità e gruppi
criminali rivali per il controllo della “piazza”. A farne le spese è la
popolazione civile. Dato che in Messico, appena il 2 per cento dei crimini
viene risolto, nessuno può conoscere l’esatto bilancio di vittime civili
sacrificate in nome del business di coca. Di certo sono tante, troppe. I
convegni non risolvono i problemi. Ma li rendono visibili. Danno voce e dignità
ai sessantamila morti messicani. Che sono, sempre più, anche un problema
italiano.
* giornalista di Avvenire, esperta di
questioni messicane
Torino: sabato 23 giugno ore 9,30 - palazzo Capris, via S.Maria 1, Fondazione
Fulvio Croce dell’ Avvocatura
LA NARCO-GUERRA IN MESSICO
Così lontana così vicina. Un problema
anche italiano
CONVEGNO promosso da International Help
Onlus e SUR, Società Umane Resistenti
introducono Gianni Sartorio e Gianfranco
Crua
intervengono: Lucia Capuzzi, giornalista di Avvenire,
esperta di questioni messicane - Piero
Innocenti, già Questore e Dirigente della Polizia di Stato con incarichi
di intelligence e contrasto al
narcotraffico in America Latina
sul narcotraffico leggi anche qui
20 giugno 2012
PDL, PD e Pisapia…
Non è un fulmine a ciel sereno.
Il PD che vota con il PDL l’ennesimo stralcio dal
Parco Agricolo Sud Milano di 100 mila mq, per dare il via libera all’ennesima
colata di cemento, non è un fulmine a ciel sereno.
È solo l’ultima azione comune e molto concreta del
partito del cemento che governa Milano, la Lombardia e l’Italia da diversi
decenni. Autostrade, logistica, centri commerciali, villette, capannoni. Un
programma politico molto chiaro e portato avanti con una determinazione
impressionante.
Nessuna differenza. Nessun distinguo tra i due partiti
che oggi esprimono la maggiore rappresentanza politica nelle istituzioni locali
e nazionali. I colori dei sedicenti progressisti si mischiano senza problemi od
imbarazzo a quelli dei sedicenti liberisti. Ed il risultato è un bel grigio
calcestruzzo…
PD e PDL, in materia urbanistica ed ambientale, hanno
lo stesso programma politico e la stessa cultura. Non è grillismo. È realtà. A
poco servono le feste de l’Unità e i convegni con esperti del settore agricolo
o della cosiddetta green economy. A poco servono le dichiarazioni di ecodem,
greendem, naturedem. Il Partito Democratico, a tutti gli effetti, non è un
partito su cui fare affidamento se si vuole tutelare la terra, il paesaggio, la
biodiversità.
Ma il caso del Parco Sud lascia in molti un po’
d’amaro in bocca. Perché anche questa volta (era già successo in occasione del
parere dei sindaci al Piano Territoriale della Provincia di Milano) ad
allinearsi a PD e PDL c’era anche la Giunta Pisapia.
18 giugno 2012
Ma Grillo ha ragione?
La domanda è certamente retorica. Grillo, il comico
genovese attento ai fatti politici, ha senza alcun dubbio ragione da vendere.
Nella storia del teatro e dell’affabulazione gli attori hanno sempre fatto i
grilli parlanti (nel senso buono del termine) e hanno sempre lanciato sberleffi
nei confronti dei poteri costituiti che di fatto opprimono la gente.
Pensiamo a
tutto il teatro di Dario Fo e Franca Rame, ma anche a tanto teatro
medioevale.Naturalmente, i poteri forti non tollerano che un comico dica sui
tetti la verità e quindi cominciano ad accusarlo di antipolitica, di
qualunquismo o, come fanno i “puri” a parole di una certa sinistra di non
essere né di destra né di sinistra o addirittura di essere di destra.
Sono convinto che Grillo, interpretando il disagio
della gente comune vuole spingere i detentori del potere vero (il popolo
sovrano) a fare politica, quella vera e non quella delle conventicole dei
partiti che sono veramente dei morti non morti (abituati solo a succhiare il
sangue alla faccia della povera gente). Non voglio certo dire che tutti i
partiti sono uguali. Quelli della sinistra radicale sono certo diversi. Fra
l’altro in questo momento, almeno a livello nazionale, non stanno nella stanza
dei bottoni. Ma anche questi, nonostante l’entusiasmo delle loro basi, non
riescono a rinnovarsi. Non riescono a diventare orizzontali. Continuano a restare
verticali. Rifiutano la comunicazione, non riescono più a fare formazione
politica, spesso privilegiano la mediocrità purché sia servile. Spessissimo si
tratta di ceti politici decotti, anche di giovane età.
Mercoledì 13 giugno, nel giornale “Il fatto
quotidiano”, è apparsa una interessante intervista, fatta con grande
intelligenza giornalistica da Marco Travaglio, a Beppe Grillo, megafono del
movimento 5 stelle, di un movimento politico (che giustamente non vuole
definire partito) che potrebbe anche diventare il primo”partito” italiano senza
colpa. Anzi Grillo, con molta autoironia, sembra affetto dalla sindrome
dell’apprendista stregone. Chi non ricorda il famoso film del 1940 “Fantasia”
di Walt Disney in cui Topolino utilizza i poteri magici per far lavorare al suo
posto una scopa al ritmo dello “Scherzo sinfonico” di Paul Dukas? Grillo sa che
la politica nazionale richiede impegno, esperienza, dirittura morale,
competenza politica (che non significa essere tecnici) e, in certo senso, ha
paura di vincere e si pone il problema di non fare morire “di colpo”, con molta
velocità, i partiti agonizzanti. Il giorno dopo, sempre ne “Il fatto
quotidiano”, politici di vario tipo e qualche giornalista hanno commentato
l’intervista rilasciata da Grillo. Alcuni dei commenti sono condivisibili altri
un po’ spocchiosi o saccenti, qualcuno espressione del giovanilismo moderato e
rampante, qualche altro strumentalizzante. In ogni caso si è aperto un
dibattito perché Grillo sta facendo qualcosa di buono, ciò che anche la
sinistra cosiddetta radicale non riesce a fare perché spesso impegnata ad
automordersi nelle “tane di vipere” che sono i cosiddetti “organismi”
(bruttissima parola) verticali. Ma in politica dovrebbero contare i fatti e i
contenuti piuttosto che gli interessi o anche le ideologie astratte.
Ma esaminiamo da vicino l’intervista del buon Grillo
“parlante”. Un fatto centrale mi sembra l’aver messo in discussione l’attuale
forma-partito. Oggi i partiti, compresi anche quelli piccoli della sinistra
radicale, hanno forma e strutture antidiluviane che risalgono ai tempi di
Matusalemme. Da tantissimi anni mi batto per una forma-partito di nuova
sinistra, ma sono stato sempre considerato un idealista e ho sempre predicato
nel deserto. I partiti della destra si fondano sugli interessi, pensiamo al
doroteismo democristiano, al craxismo o al berlusconismo. Quelli della sinistra
che hanno tentato il rinnovamento sono ancora, in parte, subalterni ad un
lascito della impostazione del terzinternazionalismo (pensiamo al cosiddetto
centralismo democratico o all’ultimo Pci consociativo).
A parte il nominalismo, Grillo ha messo in discussione
il verticalismo dei partiti tradizionali. Il rinnovamento del terzo millennio
deve invece passare per l’orizzontalismo, per la democrazia partecipativa, per
un sistema di rete (la prima intuizione di Orlando) che dia la parola a tutti e
non solo ai cosiddetti dirigenti che fanno parte degli “organismi”. Naturalmente
Grillo deve guardarsi da coloro che, appartenuti al vecchio potere, cercheranno
di riciclarsi, di cambiare casacca (in Italia il trasformismo c’è sèmpre
stato!) e di saltare sulla barca del possibile vincitore. Come Grillo afferma
“il movimento è nato dimensionato sulle realtà locali. Il Parlamento è fatto su
misura dei partiti”. Certamente Grillo ha ragione ma anche il Parlamento, se la
politica si svolge nel senso orizzontale, può cambiare anche perché i padri
costituenti hanno voluto fondare uno stato in cui le autonomie locali hanno una
grande centralità.
Ma i contenuti
abbozzati da Grillo e che dovrebbero essere discussi tra la gente sono di
destra o di sinistra? Mi sono sforzato di comprendere e sinceramente devo dire
(divergenze ci possono sempre essere) che i contenuti sono sostanzialmente di
sinistra. Essere di sinistra significa stare tra la gente, scegliere i più
deboli, puntare sulla partecipazione (che è vera democrazia e non
bonapartismo), dire che i beni comuni sono di tutti e quindi non vanno
privatizzati, non fare la guerra né prepararla, non vendere armi ma aratri,
rispettare l’ambiente e la natura, non sperperare. Quando Grillo afferma che le
autostrade, le ferrovie, i telefoni, le frequenze radio e Tv sono di tutti e
devono essere restituiti ai cittadini e non privatizzati fa un discorso
sostanzialmente di sinistra. La stessa cosa va detta per energia e acqua.
Quando afferma che il Tav Torino-Lione non serve al Paese e che si possono
risparmiare 20 miliardi fa un discorso di sinistra. La stessa cosa vale per il
ponte sullo stretto. Ma Monti non ha sciolto la società mangiasoldi “stretto di
Messina” né il suo sostenitore Bersani lo ha chiesto. E lo scioglimento delle
inutili province? E l’annullamento dell’acquisto dei cacciabombardieri che a
nulla servono se non a seminare morte e distruzione? E la lotta agli inceneritori
che inquinano?
Grillo ha ragione e lo dice esplicitamente concludendo
la sua intervista: “Lo so benissimo che non posso salvare l’Italia: io getto le
basi, faccio il rompighiaccio, dissodo il terreno, propongo un metodo e qualche
strumento. Poi ogni cittadino deve camminare con le sue gambe. Io il mio lavoro
l’ho fatto. Ora tocca agli italiani”. Lo ripeto: “ha ragione da vendere”.
Nel mio piccolo, attraverso un piccolo giornale,
usando ancora una vecchia macchina da scrivere, sostengo da anni che i partiti,
anche quelli di sinistra radicale, devono cambiare forma; da più di un anno
vado sostenendo che il partito di centro-sinistra può essere sorpassato.
Probabilmente sarà sorpassato dal movimento di Grillo; se anche la sinistra
cosiddetta radicale (ma deve essere radicale soprattutto nel metodo oltre che
nei contenuti) si impegnasse per il sorpasso uscendo dalle conventicole e dai
“comitati politici” per ceti politici, allora la maggioranza assoluta in
Parlamento sarebbe a portata di mano e la stessa cosa vale per Regioni e
Comuni. Non mi pare che Grillo rifiuti le alleanze serie: “Le alleanze certo,
se necessario le faremo, ma solo sulle cose da fare, e in forme trasparenti,
senza giochini sottobanco”. Mi sembra un discorso chiaro e certamente non è un
discorso di destra. Non vi è il marchio della falce e martello. Ma la falce e
martello può anche stare nel cuore (perché il lavoro che sta alla base della
Costituzione repubblicana è nel cuore di tutti) e la stessa Carità cristiana
sta nel cuore. Ed allora, con questi presupposti, cambiare l’Italia è
possibile.
* www.nuovosoldo.wordpress.com (Sicilia)
Francia: risultati definitivi dell’Assemblea Nazionale
( totale 577 seggi , maggioranza
289)
Socialisti e
alleati (PS) 314
Conservatori (UMP) 227
Ecologisti (EELV) 17
Front de Gauche- sinistra ( FDG) 10
Front Nazional –destra (FN) 4
Extrême droite 2
Modem – centristi 2
Régionaliste2
Altri 1
Extrême gauche 0 -Divers gauche 0 -Radical de gauche 0 -Ecologiste 0
-Alliance centriste 0 -Parti
radical 0 - Nouveau Centre 0 - Divers droite 0
Soltanto i primi tre partiti possono costituire un gruppo
autonomo (minimo 15 seggi) nella Assemblea Nazionale.
Partecipazione al
voto
Popolazione 65.350.000 abitanti
Iscritti alle liste elettorali 43.234.000 (66%)
Astenuti 19.276.406 (44,59%)
Votanti 23.957.594 (
55,41%)
Voti espressi: 23.029.183
(53,27%)
Le liste socialiste hanno ricevuto al primo turno 8,9 milioni di
voti e con 314 seggi ottenuti nei ballottaggi al secondo turno hanno
la maggioranza assoluta nell’Assemblea Nazionale.
Il governo di Hollande è costituito da 32 ministri e viceministri
di cui 2 ministri ecologisti.
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