30 marzo 2020

Sperimentazione clinica di “vecchi” farmaci contro la pandemia di Covid-19



Una mega sperimentazione clinica, SOLIDARITY, organizzata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità è iniziata per dimostrare l’efficacia di potenziali farmaci antivirali contro il COVID-19.


L’Organizzazione Mondiale della Sanità venerdì 20 marzo ha annunciato l’inizio un mega trial clinico globale, chiamato Solidarity, per dimostrare se i putativi farmaci antivirali contro COVID-19 sono efficaci.

In questo periodo abbiamo sentito annunci di farmaci miracolosi che curano le infezioni da COVID-19 basati su pochissimi dati clinici poco validati, questi annunci generano grandi speranze e aspettative ma allo stesso pongono sempre la stessa domanda: saranno veramente efficaci? Per poter rispondere a questa domanda in maniera seria bisogna applicare il metodo scientifico per verificarne la validità, questo può solo avvenire attraverso degli studi clinici che siano eseguiti e controllati in maniera rigorosa, e che non siano influenzati da parametri soggettivi ed emotivi dettati dalla crisi che stiamo vivendo.

Solidarity è uno studio clinico senza precedenti, disegnato nella maniera più semplice possibile per includere diverse migliaia di pazienti in dodici paesi, in modo tale che anche gli ospedali in emergenza possano partecipare visto la procedura semplificata. Lo studio è focalizzato a validare l’uso di farmaci approvati, o vicino all’approvazione, che hanno dato “segni promettenti” di efficacia contro COVID-19. In questa ottica la comunità scientifica ha proposto dozzine di possibili composti da poter utilizzare contro COVID-19 basandosi su pochi dati disponibili. L’organizzazione mondiale della sanità ha scelto quelli supportati da dati più solidi e convincenti, e quelli che hanno sollevato maggior interesse.


Ecco i composti:

  • Il Remdesivir un composto sperimentale che ha già dimostrato efficacia in molti modelli animali di infezione da corona virus come SARS e MERS. Il composto, un inibitore specifico di un enzima virale essenziale (polimerasi) alla sua replicazione, fu sviluppato fino allo studio di fase clinica tre per EBOLA. In due studi fatti in questa emergenza però sembra essere stato risolutivo contro l’infezione da COVID-19. 2
  • 2 farmaci antimalarici di prima generazione, la clorochina e la idrossiclorochina. Questi farmaci hanno ricevuto notevole attenzione come putativi agenti anti COVID-19, i dati a supporto sono deboli, due studi condotti in Cina e in FranciaApri questo documento con ReadSpeaker docReader affermano la loro efficacia, ma non sono poi stati supportati da dati concreti ma solamente con una comunicazione scientifica.
  • Una combinazione di 2 farmaci per HIV, il Lopinovir in combinazione con Ritonavir, e una loro combinazione di questi due farmaci con l’interferone Beta. Questi farmaci per HIV si sono dimostrati non efficaci in un piccolo trial in Cina, ma dato il limitato numero di pazienti coinvolti, la WHO ha deciso di validare o smentire il risultato una volta per tutte.

Per snellire le procedure di arruolamento dei pazienti la World Health Organization (WHO) ha messo in piedi una procedura semplicissima. L’ospedale si deve registrare sul portale della WHO per questo studio clinico dichiarando quale di questi farmaci selezionati ha a disposizione, poi quando arrivano i pazienti affetti da infezione da COVID-19 e dopo verifica della positività e valutazione dei criteri di eleggibilità, il dottore inserisce nel portale della WHO i dati del paziente che firmerà una lettera di consenso per aderire al trattamento sperimentale. Il portale in maniera casuale indicherà che trattamento dare al paziente (uno di questi quattro farmaci disponibili in ospedale dove è il paziente) oppure lo standard of care dell’ospedale.


Le ulteriori informazioni raccolte saranno solo a conclusione dell’intervento sanitario indicando i giorni di ricovero, tipo di trattamento con o senza ausilio di respirazione forzata, esito finale, cioè rilascio del paziente curato o morte. Raccogliendo in modo massivo queste informazioni sarà possibile definire in maniera scientifica quale farmaco è o non è efficace per il trattamento dei pazienti infetti da COVID-19. A seguito di questo annuncio della WHO, sabato l’agenzia per la ricerca biomedica francese Inserm inizierà e coordinerà un altro studio clinico che si affiancherà a Solidarity denominato Discovery. In questo trial parteciperanno diversi paesi europei (Francia, Inghilterra, Germania, Spagna, Belgio) con il reclutamento di 3200 pazienti affetti dall’infezione con COVID-19. In questo trial verranno sperimentati gli stessi farmaci con eccezione della clorochina, con gli stessi criteri di valutazione.


Questi studi clinici metteranno un punto fermo alle voci di farmaci efficaci contro questa pandemia. I risultati verranno analizzati durante tutto il periodo dello studio, se dovessero avere una lettura chiara in una fase intermedia la WHO potrà interromperlo per dichiarata non efficacia o in maniera sperabile la loro efficacia terapeutica.


da www.beppegrillo.it  - 25 marzo 2020


26 marzo 2020

Plastica, l’utopia del riciclo


Alternative. Solo poco più del 40% della plastica da imballaggi differenziata nelle nostre case viene effettivamente riciclata. La maggior parte fa il giro del mondo illegalmente e abbandonata in Turchia, Polonia e perfino in Malesia


Che l’inquinamento da plastica sia ormai un problema è noto a tutti noi. Quasi ogni giorno vediamo le immagini di spiagge in giro per il mondo coperte da grandi quantità di rifiuti, oppure quelle di animali marini come balene, capodogli e tartarughe che soffrono l’inquinamento da plastica sia perché la ingeriscono, sia perché restano intrappolati in cumuli di rifiuti.

CI SONO DIVERSI MODI PER COMBATTERE questa contaminazione che assume proporzioni sempre più allarmanti. Gran parte delle persone pensa di fare la sua parte non abbandonando i rifiuti nell’ambiente e facendo una corretta raccolta differenziata. Iniziative lodevoli che fanno parte del dovere civico di ognuno di noi, ma che sono veramente sufficienti? Purtroppo no. Se analizziamo il sistema di riciclo nel nostro Paese, nemmeno tra i peggiori a livello europeo, scopriamo che solo poco più del 40 per cento della plastica da imballaggi che differenziamo correttamente ogni giorno nelle nostre case viene effettivamente riciclata. Ma perché così tanta plastica non viene riciclata? Le ragioni possono essere molteplici. Ad esempio, molti imballaggi sono costituiti da più materiali, come plastica e metallo, i cosiddetti poliaccoppiati di difficile riciclo. Alcuni casi? La stragrande maggioranza dei tubetti di dentifricio, oppure la confezione grigia che contiene sottovuoto il caffè in polvere. Anche il prezzo delle materie prime influenza il sistema di riciclo, e nello specifico la domanda di plastica riciclata sul mercato.

COME DOCUMENTATO DA UN RECENTE rapporto Ocse, a seconda del prezzo del petrolio, la plastica vergine potrebbe essere più conveniente rispetto a quella riciclata. E infine c’è il problema delle plastiche eterogenee miste (film, pellicole e plastiche monostrato) che possono rappresentare una quota consistente dello scarto della raccolta degli imballaggi (tra il 20 e il 50 per cento a seconda della piattaforma di selezione). Quest’ultima tipologia di plastiche è, sì, tecnicamente riciclabile ma molto spesso non viene richiesta sul mercato, finendo per rappresentare una sorta di rifiuto del rifiuto che crea non pochi problemi di gestione. In alcuni casi viene spedita addirittura all’estero, viaggiando per migliaia di chilometri via terra o via mare, per essere avviata a riciclo. Ma quella spedita oltre i confini nazionali viene effettivamente riciclata?

SECONDO LE ULTIME INDAGINI condotte dall’unità investigativa di Greenpeace sembrerebbe di no. Nelle scorse settimane abbiamo infatti scoperto un traffico illegale di rifiuti in plastica spediti dall’Italia ad aziende malesi, pari a più di 1.300 tonnellate solo nei primi nove mesi del 2019 quando, su un totale di 65 spedizioni dirette in Malesia, 43 sono state inviate a impianti privi dei permessi per importare e riciclare rifiuti stranieri. Oltre all’analisi documentale, un nostro team si è recato in Malesia e – con l’ausilio di telecamere nascoste – è riuscito raccogliere testimonianze video in alcune delle aziende malesi disposte a importare illegalmente i nostri rifiuti, tra cui plastica contaminata e rifiuti urbani. Inoltre, ha documentato la presenza di rifiuti plastici provenienti dall’estero, Italia inclusa, abbandonati all’aperto in enormi discariche a cielo aperto senza alcuna sicurezza per l’ambiente e la salute umana, in barba ai regolamenti europei vigenti. Infatti, secondo la normativa comunitaria di riferimento (Regolamento n. 1013/2006), i Paesi europei possono spedire i propri rifiuti fuori dall’Ue esclusivamente per “riciclo e recupero”, in impianti con standard ambientali e tecnici pari a quelli comunitari e che operano con “metodi ecologicamente corretti” ovvero “in conformità di norme in materia di tutela della salute umana e ambientale grosso modo equivalenti a quelle previste dalla normativa comunitaria”. Ma come è possibile che i nostri rifiuti possano viaggiare senza intoppi e raggiungere nazioni così lontane non rispettando la normativa europea? Secondo quanto riportato dalla Direzione Distrettuale Antimafia, interpellata da Greenpeace, una delle ragioni è da individuare nei pochi controlli. Infatti, meno del 2,5 per cento dei container che spediamo dai porti italiani è ispezionato con visita merci e molti porti non hanno addirittura aree adatte per aprire e controllare i container.

QUELLO DOCUMENTATO IN MALESIA non è però un caso isolato. Nei mesi scorsi ci siamo imbattuti in un caso analogo in Turchia, scoprendo un sito illegale di stoccaggio di rifiuti in plastica molto probabilmente provenienti dalla nostra raccolta differenziata, e nel sud della Polonia dove almeno cinquanta balle di rifiuti in plastica di provenienza italiana erano abbandonate in un ex distributore di carburante.

QUESTE SITUAZIONI SONO INACCETTABILI e non appartengono a un Paese che può definirsi civile e inoltre evidenziano, ancora una volta, alcune delle numerose criticità legate alla gestione delle materie plastiche a fine vita. Se consideriamo che di tutta la plastica prodotta al mondo a partire dagli anni Cinquanta, solo il 9 per cento è stato effettivamente riciclato, non sorprende imbattersi in pratiche di presunto riciclo. Il sistema di riciclo su scala globale, più volte invocato da aziende e governi come la principale soluzione per risolvere il problema dell’inquinamento da plastica, da solo non può essere considerato una soluzione efficace. Con una produzione di plastica globale che, entro il 2050, quadruplicherà i volumi del 2015, è possibile che la situazione peggiori ulteriormente e le pratiche illegali aumentino in modo vertiginoso. Che fare allora? Continuare a differenziare correttamente i rifiuti è doveroso ma, anche per non vanificare gli sforzi quotidiani di milioni di cittadini italiani, bisogna che governi e aziende riducano subito la produzione di plastica monouso, spesso inutile e superflua, che da sola oggi costituisce il 40 per cento della produzione globale. Solo così riusciremo a impedire che la Terra si trasformi in un Pianeta di plastica.

* responsabile campagna Inquinamento di Greenpeace Italia

da il manifesto – 26 marzo 2020