26 aprile 2017

Oltre Bobbio, oltre Ventotene



Nel saggio «Sinistra e popolo» (Longanesi), Luca Ricolfi sferza la sinistra, vittima della «superiorità morale» e dell’europeismo «giacobino», analizzandone la crisi
di Antonio Polito *

Luca Ricolfi torna sul luogo del delitto, dove dodici anni fa, con il suo pamphlet Perché siamo antipatici, constatò il decesso dell’antico rapporto tra sinistra e popolo. Però stavolta invece che una sola vittima, e cioè la sinistra italiana spocchiosa, con il «complesso del migliore» e ossessionata dall’anti- berlusconismo, si trova davanti un’ecatombe: ovunque in Occidente «il popolo non trova più nella sinistra la sua naturale espressione politica», e un’altra offerta, detta «populista», è diventata per così dire più popolare. Perché?


Nel suo nuovo saggio (Sinistra e popolo, Longanesi) Ricolfi analizza molti possibili cause, con l’acribia e il gusto per la statistica che ne fanno uno dei più originali analisti della nostra società. Ma su due punti in particolare introduce nuovi e convincenti spunti di riflessione. Il primo è, come si sarebbe detto un tempo, strutturale: la sinistra si è infatti dimostrata perfettamente a suo agio nel dopoguerra in un habitat economico e sociale che non solo non esiste più ma potrebbe non esistere mai più. Il che non ci può far escludere che quella attuale sia anche una crisi finale: perché prima ancora di non sapere dove andare, la sinistra oggi non sa più dove si trova. 

 «L’età dell’oro per le forze della sinistra sono stati i cosiddetti glorious thirty, i trent’anni di prosperità che vanno dalla fine della guerra alla grande recessione del 1974-1975». Anni di crescita rapida, più redditi, più consumi e più welfare. Fu un «miracolo», soprattutto nei Paesi usciti sconfitti dalla guerra come l’Italia. Quando però con la crisi petrolifera del ’73 e poi con l’avvio della competizione globale i rapporti tra Paesi sviluppati e Paesi emergenti cominciano a cambiare, esplode la crisi fiscale dello Stato, e inizia il lento ma inesorabile declino dell’Europa. Un po’ alla volta, soprattutto dopo l’ultima Grande Crisi, si diffonde tra la gente l’idea della «fine della crescita». Le nostre società un tempo opulente diventano «a somma zero», per dirla con Lester Thurow: «A fronte di qualcuno che vince c’è sempre qualcuno che perde, perché la torta da spartirsi è limitata e non aumenta nel tempo». Si fa strada la disperata convinzione che i figli avranno un futuro peggiore dei padri. Ma in un clima così, di «stagnazione secolare», può avere ancora un senso la sinistra? In un tempo in cui nessuno crede più che la crescita possa tornare a finanziare il welfare, la grande protezione sociale che la sinistra garantiva al popolo, che ruolo ancora può svolgere?

Si parlerà del libro a Tempo di libri sabato 22 aprile alle 15.30 (Sala Courier - Pad. 2), nell’incontro con lo stesso Luca Ricolfi, Giuliano Pisapia, Marco Damilano

Anche perché il bisogno di «protezione» che avvertono i ceti popolari, lungi dall’affievolirsi, si è piuttosto indirizzato contro ogni forma di competizione che venga dall’esterno. E quindi chiede cose che la sinistra non può dare, perché la sua cultura nega alla radice proprio l’esistenza dei pericoli da cui quel bisogno nasce. Lasciamo la parola a Ricolfi: «La gente pensa che gli immigrati siano un pericolo? La sinistra le spiega che la diversità è un valore. La gente pensa che la globalizzazione sia una minaccia? La sinistra le spiega che si tratta di una grande opportunità. La gente pensa che l’Unione Europea sia un problema? La sinistra le spiega che l’Europa non è il problema, ma la soluzione. La gente pensa che il terrorismo islamico abbia dichiarato guerra all’Occidente? La sinistra le spiega che non si tratta di una guerra, che l’Islam non c’entra nulla, e che anzi gli attentati potrebbero essere una preziosa occasione per riprendere la costruzione dell’edificio europeo».

Ma perché la sinistra, letteralmente, non vede il problema? Perché in entrambi le accezioni, quella «riformista» e quella «radicale», non ascolta il popolo, come farebbe qualsiasi movimento appena un po’ pragmatico, e come fanno tutti i movimenti «populisti»? È la seconda domanda cruciale del libro. E qui si torna all’antico vizio del «complesso dei migliori», alla convinzione cioè di rappresentare la «parte migliore del Paese», oggi anche più benestante, che fa chiudere gli occhi di fronte a quella ritenuta peggiore, ma sicuramente più sofferente.

Per spiegarne le origini profonde, Ricolfi sferra un attacco frontale a due mostri sacri, che non mancherà di far discutere. Il primo è Norberto Bobbio, e il suo fortunatissimo Destra e sinistra. In quel libro, scrive l’autore, si fissa il paradigma della «superiorità morale», identificando la sinistra con l’uguaglianza e la destra con l’ineguaglianza (e di fatto nascondendo il prezzo che il mito dell’eguaglianza inevitabilmente paga alla libertà, ben spiegato invece da Friedrich von Hayek). Assegnando infatti alla sinistra un valore (l’uguaglianza) e alla destra un disvalore (la disuguaglianza) si costruiscono «le radici teoriche del disprezzo» verso chi non è di sinistra. Gli egualitaristi, scrive Kenneth Minogue, «vogliono far passare l’idea che chi non appoggia l’egualitarismo dev’essere per forza un sostenitore dell’anti-egualitarismo… così l’egualitarismo non è solo una dottrina: è anche un atteggiamento di autogratificazione».

Il secondo colpo è rivolto al celebratissimo Manifesto di Ventotene, scritto nei primi anni Quaranta da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, assurto a bibbia del federalismo europeo, di cui Ricolfi, in una velenosa coda in appendice al libro, denuncia il carattere datato e «giacobino», al punto da imputare i fallimenti dell’Europa non al fatto di aver abbandonato quell’utopia ma piuttosto di averla inseguita troppo.

Comunque la si pensi, ancora una volta Ricolfi riesce insomma a farci venire in mente idee che non condividiamo (citazione da Altan). Mette in crisi il truismo secondo il quale la sinistra è nei guai per l’ascesa del populismo, dimostrando invece che il populismo ha cominciato a crescere e la sinistra a declinare ben prima della crisi e per ragioni più profonde. E rafforza così in noi il sospetto che le cose siano piuttosto andate al contrario: è la crisi storica, e forse irrimediabile, della sinistra ad aver reso possibile e vincente la rivolta «populista» che oggi la travolge.
 * Corriere della Sera , 14 aprile 2017 

 Luca Ricolfi, «Sinistra e popolo. Il conflitto politico nell’era dei populismi» (Longanesi, pp. 288, euro 6,90)
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( leggibili 28 pagine)




22 aprile 2017

Gran Bretagna: Corbyn: «Io non gioco secondo le loro regole, cambierò questo sistema truccato»



Il testo del discorso pronunciato dal segretario laburista accettando la sfida delle elezioni anticipate all’8 giugno chieste dal primo ministro conservatore Theresa May


di Jeremy Corbyn   *

Gran parte dei media e dell’establishment sta già dicendo che l’esito di queste elezioni è scontato.
Pensano che in politica ci siano regole, che se non le segui togliendoti il cappello di fronte ai potenti e se non accetti che le cose non possono davvero cambiare, allora non puoi vincere. Ma, naturalmente, non vogliono che noi vinciamo. Perché quando vinciamo noi a vincere è la gente, non i potenti. Vincono l’infermiera, l’insegnante, il piccolo commerciante, la colf, il muratore, l’impiegato, lo studente. Tutti vinciamo.

È L’ESTABLISHMENT a lamentarsi che io non gioco secondo le regole: con il che intendono le loro regole. Non possiamo vincere le elezioni, dicono, perché non giochiamo al loro gioco. Non accettiamo di entrare nel loro accogliente club. Non siamo ossessionati dal cicaleccio di Westminster o di Bruxelles. Non accettiamo che sia naturale che la Gran Bretagna è governata da un’élite, dalla City e dagli evasori fiscali, e non accettiamo che il popolo britannico debba semplicemente prendere quello che gli viene dato, che non merita di meglio. E, in un certo senso, l’establishment e i suoi seguaci nei media dicono cose abbastanza giuste. È vero: io non gioco secondo le loro regole. E se l’8 giugno sarà eletto un governo del Labour, allora non giocheremo alle loro regole.

SONO REGOLE DEL PASSATO, stabilite da élite politiche e sociali fallite che dovremmo rispedire nel passato. Sono queste regole che hanno permesso a un piccolo cartello di persone di manipolare il sistema a favore di alcuni potenti e ricchi individui e aziende. Si tratta di un sistema truccato, creato dagli estrattori di ricchezza per gli estrattori di ricchezza. Ma le cose possono cambiare e cambieranno. La Gran Bretagna ha bisogno di un governo laburista preparato a combattere per le persone in ogni parte del paese, nelle nostre città, dai paesi ai grandi centri. Un governo laburista che non ha paura di combattere i piccoli cartelli che stanno accumulando tutta la ricchezza di questo paese per se stessi. C’è bisogno di un governo che utilizzerà quella ricchezza per investirla nella vita delle persone in ogni comunità, per costruire un futuro migliore per ogni persona che vive qui. I conservatori, ubriachi di un’ideologia fallita, sono invasati nel tagliare ogni servizio pubblico su cui mettono le mani. Ma le cose possono cambiare e cambieranno.

PERCHÉ I CONSERVATORI, ubriachi di un’ideologia fallita, sono invasati nel tagliare ogni servizio pubblico su cui mettono le mani e utilizzeranno tutti gli sporchi trucchi e le tattiche di divisione di Lynton Crosby (il guru elettorale scelto da Theresa May, ndt) per mantenere intatto il loro sistema truccato. Non arrabbiarti con i privati che accumulano profitti sui nostri servizi pubblici, sussurrano, arrabbiati invece con il lavoratore migrante che sta solo cercando di migliorare la sua vita. Non arrabbiarti con i ministri che stanno distruggendo le nostre scuole e i nostri ospedali, ci dicono, arrabbiati invece con la donna disabile o con l’uomo disoccupato. È questa economia truccata protetta dai Tories che il Labour si impegna a sfidare. Non permetteremo più che l’élite continui a togliere ricchezza dalle tasche dei lavoratori britannici.

TANTE PERSONE nella Gran Bretagna di oggi fanno quello che gli sembra la cosa giusta. Ottengono un posto di lavoro, si sbattono tutto il giorno lavorando sodo, risparmiano per comprare la propria casa, allevano i bambini, si occupano di parenti anziani o ammalati. Eppure, alla fine, in mano non gli resta mai niente. Sì, noi paragoniamo queste vite con quelle delle multinazionali e di un’élite dorata che nasconde i propri soldi alle isole Cayman perché i conservatori sono troppo corrotti moralmente per farlo. Quando il Labour avrà vinto, sconfiggerà questo racket e assicurerà che tutti paghino le tasse che finanziano i nostri servizi pubblici.

ROVESCEREMO QUESTO sistema truccato. Nonostante tutte le calde parole di Theresa May dai gradini di Downing Street, i conservatori non faranno mai una cosa del genere.
Ce lo dimostrano sette anni di promesse non mantenute sui salari, sul disavanzo, sul sistema sanitario nazionale (l’Nhs, ndt), sulle nostre scuole, sul nostro ambiente. Sono stati i loro ricchi amici della City a fare a pezzi la nostra economia. Come osano rovinare il paese con la loro incoscienza e abnorme avidità e poi punire coloro che non hanno avuto nessuna responsabilità? Non sono certo stati i pensionati, gli infermieri, i lavoratori con bassi o medi salari a distruggere la nostra economia. I Conservatori si vantano del record di posti di lavoro. Ma che vanto è se i lavoratori stanno diventando sempre più poveri e non colgono nessun profitto mentre i Conservatori si occupano solo dei pochi ricchi? Il nostro programma vuole affrontare la povertà e la solitudine degli anziani, investire nella nostra economia, nell’Nhs e nelle scuole, vuole migliorare i diritti sul lavoro e portare il salario minimo a dieci sterline (attualmente è a 7,5 sterline ndt). La Gran Bretagna è la sesta economia più ricca del mondo. E il popolo della Gran Bretagna deve condividere questa ricchezza. La Gran Bretagna è la sesta economia più ricca del mondo. E il popolo della Gran Bretagna deve condividere questa ricchezza. (…)

IL LABOUR È IL PARTITO che metterà al primo posto gli interessi della maggioranza, mentre i Tories si occupano solo di coloro che già hanno tanto. Ecco perché dimostreremo agli esperti dell’establishment che stanno sbagliando, e cambieremo la direzione di queste elezioni. Perché i cittadini britannici sanno che sono loro i veri creatori di ricchezza, respinti da un sistema truccato dagli estrattori di ricchezza.

THERESA MAY INSISTERÀ che si tratta di un’elezione sulla Brexit. Cercherà di minimizzare i problemi che influenzano tutti i giorni la vita delle persone e, invece, trasformerà le elezioni in una campagna narcisistica sulla sua leadership fallimentare e sulle macchinazioni dei prossimi negoziati a Bruxelles. Solo il Labour si concentrerà sul tipo di paese che vogliamo dopo la Brexit. Nelle prossime settimane il Labour presenterà le sue politiche per sbloccare le opportunità di ogni singolo cittadino di questo paese. Ci focalizzeremo sul dare alle persone un controllo reale sulle proprie vite e ci assicureremo che ciascuno riceva un salario equo per il proprio lavoro.

NON PERMETTEREMO PIÙ a coloro che si trovano in cima di lasciare fuori chi si dilania per un contratto a zero ore o chi è costretto a enormi sacrifici per pagare un mutuo o l’affitto. Metteremo la ricchezza nascosta nei paradisi fiscali nelle mani del popolo della Gran Bretagna, che se l’è guadagnata. In questa elezione il Labour guiderà il movimento del cambiamento. Costruiremo una nuova economia, degna del XXI secolo, e costruiremo un paese per i molti e non per i pochi.
  • Testo del discorso pronunciato dal segretario laburista alla Church House accettando la sfida delle elezioni anticipate all’8 giugno chieste dal primo ministro conservatore Theresa May.
  • Trascrizione fornita dall’ufficio stampa del Labour, traduzione dall’inglese di Matteo Bartocci. Testo originale su global.ilmanifesto.it
* su il manifesto del 22 aprile 2017