23 agosto 2019

In arrivo fondi per togliere l’amianto dagli edifici pubblici in 100 Comuni. E poi?


Il ministero dell’Ambiente prevede 140 interventi da 870mila euro, ma rimane il problema di smaltire i rifiuti delle bonifiche in sicurezza: in Italia non ci sono abbastanza impianti

Sono in arrivo circa 870 mila euro per 140 interventi in oltre 100 Comuni, dedicati agli edifici pubblici nei quali debbono essere svolti interventi di rimozione e smaltimento dell’amianto e del cemento-amianto presente in coperture e manufatti: è quanto prevede il decreto il decreto del ministero dell’Ambiente appena pubblicato in Gazzetta ufficiale, che sostanzialmente approva la graduatoria delle richieste presentate dal 30/1/18 al 30/4/18 per la concessione del finanziamento di cui al decreto del ministero dell’Ambiente n. 562/STA del 14 dicembre 2017.

«Questi finanziamenti – spiega il ministro dell’Ambiente Sergio Costa – sono una grande opportunità per liberare dall’amianto tante strutture pubbliche disseminate su tutto il territorio nazionale e insieme per dare stimolo al sistema delle imprese che opera in questo settore. La lotta contro l’amianto è ancora lunga e c’è ancora tanto lavoro da fare. Il nostro impegno finora è stato profuso nel velocizzare il trasferimento delle risorse, aumentare la progettualità, la trasparenza su un problema spesso invisibile e dunque ancor più pericoloso per le persone. Per questo, gli interventi sono estremamente necessari proprio perché risolvono criticità presenti in quegli edifici più sensibili come le scuole o dove sono presenti situazioni particolarmente a rischio come l’amianto friabile».
Complessivamente si tratta di un problema dalle dimensioni enormi, che il decreto appena pubblicato – e il conseguente stanziamento di 870mila euro – potrà lenire ma di certo non risolvere, purtroppo: si stima ci siano ancora dalle 32 (secondo Cnr-Inail) alle 40 milioni di tonnellate (secondo l’Ona) di amianto presenti in Italia, e proprio i dati dell’Osservatorio nazionale amianto indicano che l’amianto è presente tra glia altri in almeno 2400 scuole, con esposizione alla fibra killer di almeno 352.000 alunni e 50.000 tra docenti e non docenti; 1000 biblioteche ed edifici culturali (stima ancora per difetto); 250 ospedali (ancora stima per difetto), etc. Una situazione che «sta provocando – sottolineano dall’Ona – un fenomeno epidemico con 6.000 decessi ogni anno di mesotelioma (1900), asbestosi (600), e tumori polmonari (3.600)».

Come affrontare un’emergenza del genere? Sul lato della prevenzione è evidente come sia necessario rimuovere l’amianto ancora presente in Italia, e intervenire – seppur in modo modesto come nel caso del presente decreto – sugli edifici pubblici rappresenta certamente un buon punto di partenza. In quest’approccio emerge però una grande verità pressoché rimossa dal dibattito pubblico, che mina alla base l’efficacia dell’operazione: in Italia non ci sono abbastanza impianti dove poter smaltire in sicurezza l’amianto rimosso, e senza di essi le bonifiche non vanno avanti.

A dimostrarlo sono anche i dati più aggiornati forniti del merito dall’Ispra: i rifiuti contenenti amianto prodotti in Italia nel 2017 sono pari a 327 mila tonnellate, con una diminuzione rispetto al 2016 di circa 25 mila tonnellate (-7%), e non è una buona notizia: l’andamento della produzione nel periodo 2007 – 2017, osserva l’Ispra, è collegata allo smantellamento dei manufatti e alle bonifiche dei siti contaminati dalla presenza dei rifiuti di amianto. In compenso, anche il poco amianto bonificato prende in larga parte la via dell’estero: la Germania è il Paese che riceve (profumatamente pagata) la quasi totalità del nostro export d’amianto, circa 100 mila tonnellate smaltite in miniere dismesse e in particolare in quella salina di Stetten, autorizzata a ricevere 250 tipologie di rifiuti utilizzate per la messa in sicurezza delle cavità che si generano a seguito dell’attività estrattiva.
Come testimoniato da Legambiente l’anno scorso presentando il dossier Liberi dall’amianto? il «numero esiguo di discariche presenti nelle Regioni incide sia sui costi di smaltimento che sui tempi di rimozione, senza tralasciare la diffusa pratica dell’abbandono incontrollato dei rifiuti. Non è più sostenibile l’esportazione all’estero dell’amianto rimosso nel nostro Paese, per questo è importante provvedere ad implementare l’impiantistica su tutto il territorio nazionale».
Un problema evidenziato con forza già nel 2017 proprio dal ministero dell’Ambiente – nella figura di Laura D’Aprile – alla Camera, durante un convegno promosso dal Movimento 5 Stelle per i primi 25 anni della legge che nel 1992 ha messo al bando l’amianto in Italia. «Uno dei principali problemi è che mancano le discariche: a volte i monitoraggi non vengono effettuati perché poi nasce il problema di dove poter smaltire l’amianto – spiegava per l’occasione D’Aprile  – Ci sono regioni che hanno fatto delibere definendosi a discarica zero e quindi quando faremo la programmazione del conferimento a livello nazionale ci andremo a scontrare con queste regioni». Dopo due anni però, di cui uno trascorso dal M5S in Parlamento e al Governo come forza di maggioranza relativa, siamo ancora allo stesso punto.

 da greenreport.it  - 22 Agosto 2019

21 agosto 2019

ENI nemica del clima



Nel dossier qui pubblicato, che raccoglie numeri e storie, Legambiente fa il punto sui progetti di ENI sul fronte delle fonti fossili e su quello delle rinnovabili. Il quadro restituito è quello di una società proiettata verso un futuro di espansione delle estrazioni di petrolio e di gas, che riserva alle fonti pulite solo briciole di investimenti.


Il giudizio conseguente è che ENI stia sbagliando rotta e la richiesta è che il Governo sia coerente con gli impegni sottoscritti a livello internazionale e avvii al più presto un piano di riconversione delle attività di ENI che punti alle rinnovabili. Oggi le fonti fossili godono di sussidi pari a 18,8 miliardi di euro, ma le rinnovabili sono competitive e possono sostituirle in tanti usi. Fermare le nuove ricerche di petrolio e gas, promuovere l’efficienza e le rinnovabili nella produzione elettrica, nell’industria, nei trasporti e nell’edilizia: questa è la soluzione per liberarci dalla dittatura delle fossili.


 5 agosto 2019

15 agosto 2019

L’importanza dell’ombra degli alberi: anziché installare condizionatori, dovremmo piantarne di più


di Tiziana Maselli  ( da www.greenme.it )

Nelle città il caldo e l’afa aumentano sempre di più a causa della presenza di asfalto e palazzi. Anziché installare condizionatori – che peggiorano la situazione – dovremmo piantare più alberi.
Tra i tanti benefici offerti dagli alberi c’è quello di creare un’ombra fresca in cui rifugiarsi durante le calde giornate estive: la presenza di alberi in città può abbassare la temperatura anche di tre gradi.

Gli alberi diminuiscono la temperatura delle città

Nelle aree urbane, i materiali artificiali con cui sono costruiti edifici e strade assorbono e rilasciano calore contribuendo all’innalzamento delle temperature. Inoltre, la presenza di case e palazzi, diminuisce l’intensità del vento nelle città, incrementando ulteriormente la temperatura.
All’aumentare dell’altezza degli edifici e della quantità di asfalto, cresce quello che è chiamato “effetto canyon”: l’energia del sole viene intrappolata in questi canyon urbani e ceduta sotto forma di calore peggiorando la qualità della vita dei cittadini.
Piantando alberi nelle città, è possibile moderare l’effetto canyon causato dalla copertura del suolo e dalla presenza di edifici. La presenza di alberi in città può arrivare a diminuire la temperatura di 2-3 gradi.