21 maggio 2018

La situazione in Medioriente si complica


di Marta Furlan *

Alla luce degli eventi di questa settimana, cerchiamo di fare un breve riassunto di contesto, per comprendere i principali motivi e le principali problematiche che attanagliano la regione mediorientale, che la rendono una inesauribile fonte di instabilità.

Il 14 maggio 2018 Israele ha compiuto il suo 70° anniversario, raggiungendo un traguardo che nel 1948 sembrava ai più impossibile, dato il teso panorama mediorientale nel quale lo Stato ebraico venne alla luce. E in effetti, ancora oggi il Medioriente continua ad essere regione di profonde tensioni in cui lo scorrere del tempo produce sempre nuovi sconvolgimenti, ma mai significative distensioni. Prendendo l’anniversario dell’indipendenza d’Israele quale pretesto utile per interrogarci su dove sia il Levante oggi, il primo elemento da rilevare non può che essere la permanenza del conflitto israelo-palestinese. Contrariamente alle aspettative di quanti venticinque anni fa – quando Arafat e Rabin suggellavano l’accordo di Oslo con la loro celebre stretta di mano sul prato della Casa Bianca – pensavano si stesse assistendo all’inizio di una nuova forma di convivenza tra ebrei e palestinesi, il conflitto tra i due popoli non hai mai cessato di essere. Al più ha cambiato forma, oscillando tra guerra convenzionale, resistenza passiva, guerriglia e terrorismo per adattarsi alle circostanze e alle esigenze dei diversi momenti storici.
Nell’ultimo anno si è osservata una pericolosa combinazione di fattori che ha inevitabilmente portato a un aumento delle ostilità sui due fronti:
  • l’ascesa alla Casa Bianca di Donald Trump, a oggi il presidente statunitense più marcatamente filo-israeliano;
  • il rafforzamento dell’ultra-destra israeliana che dal 2015 guida il paese;
  • la continua assenza di una classe politica palestinese coesa e credibile, che sappia superare la frattura tra Gaza e Cisgiordania e avanzare gli interessi nazionali palestinesi.
Eletto presidente nel gennaio 2017, già lo scorso dicembre Trump annunciò il trasferimento dell’ambasciata statunitense in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. Riconoscendo quest’ultima quale capitale dello Stato ebraico e modificando così quello che era stato l’approccio statunitense alla questione israelo-palestinese sotto ogni precedente amministrazione, Trump ha di fatto compromesso la credibilità degli Stati Uniti quali arbitro super partes nel dialogo tra ebrei e palestinesi, ora sempre più destinato allo stallo. La decisione di Trump, inoltre, non solo ha reso ogni prospettiva di futura negoziazione più difficile, ma ne ha anche profondamente cambiato i termini: riconoscendo Gerusalemme capitale ebraica, ha allontanato – secondo alcuni, definitivamente cancellato – la possibilità di una soluzione “a due stati” che porti a uno Stato palestinese con Gerusalemme Est capitale. Una tale decisione, con le implicazioni che comporta per il dialogo tra le due parti, non poteva che infiammare gli animi palestinesi e rafforzare l’ultra-destra israeliana. Quest’ultima, forte della nuova amicizia israeliana-statunitense, si è affrettata a sfruttare il momento, proseguendo nell’occupazione ebraica della Cisgiordania per mezzo di nuovi permessi alla costruzione e di legalizzazioni retroattive e approvando un disegno di legge che conferisce al ministro degli Interni il pericoloso potere di revocare la cittadinanza israeliana ai cittadini palestinesi non giudicati “leali” allo Stato.

Su questo sfondo si colloca la “marcia del ritorno”, lanciata dai palestinesi di Gaza il 30 marzo scorso per protestare contro l’isolamento al quale Israele relega la Striscia e per reclamare il diritto a fare ritorno alla propria terra. Le proteste, tenutesi per sei venerdì consecutivi, hanno visto migliaia di giovani (alcuni associati con Hamas, altri non politicamente schierati e altri ancora profondamente critici nei confronti del gruppo che governa dal 2007 sulla Striscia) marciare verso il confine con Israele, accolti con gas lacrimogeni e proiettili dalle forze israeliane al di là della barriera che, va detto, è stata più volte attaccata con l’intento di infiltrarsi in territorio israeliano da parte di gruppi di manifestanti palestinesi. Fino a metà maggio, il numero delle vittime era di 49 morti ma il culmine è stato raggiunto il 14 maggio, data significativa che non solo marca l’anniversario dello Stato ebraico e della Nakba palestinese, ma che quest’anno è venuta a coincidere anche con il trasferimento dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme. Solo in quel giorno, 58 palestinesi sono stati uccisi e 2,700 feriti in modo più o meno grave. Drammatica conferma che non sono bastati settant’anni a sanare le tensioni tra i due popoli.

Accanto alla perenne questione palestinese, il Medio Oriente è oggi attraversato da ulteriori tensioni che stanno contribuendo a definire nuove dinamiche regionali e nuovi assi di alleanza e di rivalità. In Siria la vittoria di Assad è oramai assodata, e la guerra è entrata in una nuova fase in cui il conflitto civile ha lasciato il posto alla competizione tra potenze esterne – regionali e non – interessate a spartirsi il territorio in utili zone d’influenza. Così, mentre l’opposizione ad Assad si vede costretta a lasciare le sacche che ancora controlla in cambio della sopravvivenza, e mentre i curdi tentano di difendere le proprie rivendicazioni autonomiste, Russia, Iran e Turchia hanno fatto del tavolo negoziale di Astana (al quale gli Stati Uniti non sono presenti) il luogo in cui definire il futuro assetto della Siria.

Qui, particolarmente importante è il fattore iraniano. Infatti, mentre la Turchia usa Astana per assicurarsi che l’irredentismo curdo non ottenga in Siria vittorie che galvanizzerebbero i curdi della penisola anatolica e anche per ritagliarsi un ruolo di primo piano nelle dinamiche mediorientali in un momento in cui i suoi rapporti con l’occidente sono al loro punto più basso, e mentre la Russia usa Astana per tutelare i propri interessi strategici nella regione per mezzo di un regime siriano amico che lasci a Mosca le proprie basi navali e aeree nell’area mediterranea, l’Iran sta usando Astana per dare soddisfazione alle proprie ambizioni egemoniche. Nello specifico, Teheran sta sfruttando il proprio coinvolgimento nella guerra di Siria a fianco di Assad (sostenuto sia per mezzo della Guardia Rivoluzionaria Iraniana sia per mezzo dell’alleato libanese Hezbollah) al fine di creare un corridoio d’influenza sciita che dall’altopiano iranico si estenda fino al Mediterraneo passando attraverso l’Iraq, il Libano e la Siria meridionale.

 * da www.thezeppelin.org ( leggi i nostri Siria Report ) 18 maggio 2018


17 maggio 2018

Che si può fare con questa Europa


Pubblichiamo il testo dell'intervento di Carlo Clericetti al seminario “Europa: quali regole rivedere (e come) per salvare l’Unione” che si è tenuto il 19 aprile alla facoltà di Economia di Roma 3.

di Carlo Clericetti *

Quando Sebastiano Fadda mi ha parlato di questo seminario ho pensato due cose. La prima, che questa fosse un’ottima iniziativa. E’ in corso un dibattito sulla riforma dell’Unione che dovrebbe essere varata entro il prossimo anno, le proposte di cui si discute avrebbero – se approvate – pesantissime ripercussioni sulla nostra situazione, ma in Italia di questo problema quasi non si parla: molto poco a livello di economisti, niente del tutto in ambito politico, dove ci si accontenta di dichiarazioni generiche per lo più di fedeltà all’Europa, come se qualsiasi altro problema fosse secondario e poco rilevante.
La seconda cosa che mi è venuta in mente è che il titolo di questo seminario è in un certo senso programmatico (come salvare l’Unione), mentre io lo avrei preferito più problematico: bisogna salvare l’Unione? A quali condizioni? E sono praticabili queste eventuali condizion?

Il fatto è che quando abbiamo deciso di legarci all’Unione in un modo da cui è arduo tornare indietro, ossia quando abbiamo firmato il Trattato di Maastricht e aderito all’euro, per la gran parte degli italiani – e tra questa gran parte mi ci metto anch’io – non era abbastanza chiaro che cosa stavamo facendo. Lo era per la classe dirigente che a quell’adesione ci ha portato, persone come Guido Carli e Romano Prodi, per fare i nomi di due dei protagonisti principali. Che non ci avevano spiegato, però, che non stavamo solo facendo un passo utile al mantenimento della pace in Europa e a un miglior funzionamento dell’economia (e su questa seconda cosa c’è molto da discutere). Sono certamente obiettivi fondamentali , ma con Maastricht e l’euro noi stavamo facendo anche un’altra cosa altrettanto importante: stavamo aderendo a un modello sociale diverso dal nostro. E di questo non si è parlato affatto. Non si è discusso se il passo che stavamo facendo fosse compatibile con la nostra Costituzione, se elevare a principi inderogabili il controllo dell’inflazione, la concorrenza, il divieto per lo Stato di intervenire nell’economia, l’adesione a regole meccaniche – e peraltro arbitrarie – per ciò che riguarda la finanza pubblica, se tutto questo non comportasse mettere in secondo piano quegli altri principi che sono nella prima parte della nostra Costituzione: il diritto al lavoro, il diritto a una retribuzione dignitosa, il dovere per la Repubblica di rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto l’eguaglianza dei cittadini. Senza dimenticare ciò che si dice già nel primo articolo, cioè che la sovranità appartiene al popolo: gli appartiene ancora? Oggi che le conseguenze di quelle scelte si sono manifestate non si può eludere il problema: siamo d’accordo sulla scelta di quel tipo di modello sociale, diverso da quello prefigurato dalla nostra Costituzione, oppure no?
Ne consegue un’altra domanda. Se non siamo d’accordo, dobbiamo porci l’obiettivo di uscire non solo dall’euro, ma anche dall’Unione?

Qui possiamo tornare all’interrogativo posto dal titolo del seminario. Che cosa bisogna cambiare per salvare l’Unione? Solo che ora ce lo stiamo ponendo dopo aver delimitato il contesto in un modo diverso.

Le regole dell’Unione non si possono cambiare. Non si possono cambiare perché qualsiasi modifica dei Trattati richiede l’unanimità, e pensare di raggiungerla su modifiche che si proponessero di trasformare il modello sociale di Maastricht è semplicemente irrealistico. E’ stato da poco diffuso un documento di otto paesi del nord e dell’est che boccia persino i modesti aggiustamenti, che nulla cambierebbero delle linee di fondo, proposti dalla Francia, e riafferma che devono essere rispettati in pieno i parametri sulla finanza pubblica.

La riforma della governance europea di cui si sta discutendo finge di essere un dibattito su come arrivare alla condivisione dei rischi finanziari. L’unione bancaria prevedeva che si realizzasse un fondo europeo di garanzia dei depositi, che non è mai stato realizzato perché alcuni paesi – Germania in primis – paventano di dover pagare per i dissesti altrui. Naturalmente non dicono ai loro cittadini che finora a pagare per i dissesti altrui è stata l’Italia, che ha partecipato al fondo che ha socializzato i crediti inesigibili delle banche francesi, tedesche e olandesi con la Grecia e ha finanziato le ristrutturazioni bancarie spagnola, portoghese, irlandese e cipriota. Si guarda ai potenziali rischi futuri e si afferma che è necessario spezzare il legame tra rischio bancario e rischio sovrano, dovuto al possesso di titoli pubblici del proprio paese da parte delle banche.

Ora, lasciando da parte il fatto che il rischio sovrano è dovuto a eventuali incertezze sulla permanenza nell’euro, come si è visto nel 2011-12, questa “condivisione dei rischi dopo la riduzione dei rischi” ricorda tanto la flexsecurity: intanto facciamo la flessibilità, poi penseremo alla sicurezza. Si è visto come è andata a finire.  Ma il problema è soprattutto un altro: la via individuata per separare il rischio sovrano dalle banche, ossia limiti al possesso di titoli nazionali e attribuzione di un coefficiente di rischio presumibilmente uguale al rischio-paese, è tale da far concretizzare quel pericolo di crisi che invece oggi è assai remoto; e comunque provocherebbe alle nostre banche drammatici problemi per rientrare nei ratios di vigilanza, mentre il mercato verrebbe inondato dai nostri titoli di cui devono disfarsi provocando, in questo modo sì, una crisi del debito. Non avrebbero invece problemi le banche tedesche e francesi, paesi i cui titoli sono valutati come sicuri.

E’ esattamente l’opposto di una strategia sensata: la condivisione del rischio farebbe sì che il rischio non ci fosse più, come ha platealmente dimostrato il “whatever it takes” di Mario Draghi. Ma è una frase che un tedesco non avrebbe mai pronunciato e le riforme prefigurate dal documento della Commissione, ma anche dall’intervento dei 14 economisti tedeschi e francesi, seguono appunto la logica “tedesca”.

Di riforme di altro tipo, sia riguardo al problema dei debiti pubblici, anche senza trasferimenti di risorse tra paesi, sia di strumenti per dotare l’Unione di una capacità fiscale o di strumenti per stimolare la crescita, ne sono state proposte innumerevoli. Nessuna di queste è stata presa in considerazione. E’ quindi chiaro che il problema non è né tecnico né economico, ma puramente politico. Viene rifiutata qualsiasi iniziativa non solo tesa ad utilizzare l’intervento pubblico come stimolo dell’economia, ma ancor di più se avrebbe l’effetto di alleviare il peso degli aggiustamenti richiesti per i paesi più in difficoltà. Devono essere tenuti sulla corda, sempre sotto la minaccia di qualche crisi, in modo che attuino le mitiche “riforme strutturali” che altrimenti sarebbero difficili da far approvare. Che questo provochi, una tornata elettorale dopo l’altra e in tutti i paesi membri, una crescita delle forze politiche che si oppongono a questo sistema, viene del tutto ignorato. Nel frattempo viene permessa una concorrenza fiscale che erode le risorse necessarie al funzionamento degli Stati e si fa procedere la privatizzazione degli istituti del welfare e dei servizi pubblici.

Una implosione dell’Unione non si può escludere. La causa scatenante può essere politica, cioè il prevalere di forze anti-sistema in uno o più dei paesi membri, oppure una nuova crisi finanziaria che forse il prossimo presidente della Bce non saprebbe padroneggiare come è riuscito a Draghi. Ma non si possono escludere nemmeno motivi di politica internazionale. Abbiamo appena assistito a una iniziativa militare della Francia sulla Siria, non concordata e nemmeno discussa a livello europeo. Il che, tra l’altro, dimostra che il progetto di difesa comune al momento può al massimo servire a qualche accordo in campo industriale, ma è totalmente privo di una base politica.

In questa situazione, continuare ad inventare le ennesime soluzioni tecniche evidentemente non serve. Fondamentale sarà bloccare le modifiche ai trattati suscettibili di danneggiarci. A proposito della disciplina del bail-in, un esponente del maggiore partito di governo raccontava che l’Italia aveva resistito, “ma poi, alle 3 e mezza di notte, abbiamo dovuto cedere”. E perché mai? Per non fare brutta figura? Se è così, in futuro dovremmo essere capaci di fare figure anche bruttissime, ma di certo non accettare accordi a nostro sfavore. Vari paesi, in passato, hanno utilizzato la formula dell’opt-out rispetto ad accordi anche molto importanti, dall’adozione dell’euro (l’avessimo fatto anche noi!), al Fiscal compact, a Schengen. Il Regno Unito era campione europeo di opting-out, per esempio. Sarà bene tener presente questa possibilità.

Quello che bisogna fare è cercare di riguadagnare gradi di libertà, dove possibile e ogni volta che sia possibile. Sottoporre al vaglio costituzionale le decisioni europee prima di recepirle nella nostra legislazione: lo fa la Germania, non si vede perché noi no. Porre con forza il problema di un minimo di armonizzazione fiscale, mettendo fine alla concorrenza scellerata su chi fa pagare meno tasse alle imprese (e ai ricchi). Fare una nostra politica, quella che riteniamo più corretta, anche se questo dovesse farci entrare in conflitto con le regole europee, sia quelle del Fiscal compact, sia altre emanate con direttive che riteniamo sbagliate. Certo, tutto questo si può fare se avremo un governo serio, che avvii una politica economica coerente e che non butti i soldi dalla finestra.  E questa, in una situazione di per sé difficile, è forse la cosa più difficile di tutte.

Questa Unione difficilmente sopravviverà. Se si vuole salvare l’idea di Europa, come è assolutamente auspicabile, bisognerà trovare un modus vivendi diverso da questo basato sul dirigismo tecnocratico e sui divieti, un sistema di convivenza che non imponga un unico modello sociale e non pretenda che in una associazione di uguali ci sia qualcuno più uguale degli altri.

(23 aprile 2018)
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“Ci siamo stancati di credere a chi ci governa da Berlino e da Bruxelles. Ci mettiamo all’opera per costruire un nuovo progetto di ordine per l’Europa. Un ordine democratico, giusto ed equo, che rispetti la sovranità dei popoli”. Pubblichiamo la dichiarazione congiunta che a Lisbona hanno sottoscritto Bloco de Esquerda, La France Insoumise e Podemos.

L’Unione europea non può essere democratizzata

di Thomas Fazi e William Mitchell
Riformare l'assetto europeo è utopico perché necessiterebbe che emerga simultaneamente un impossibile allineamento di movimenti/governi di sinistra a livello internazionale. L'unica strada è il rifiuto dell'UE: un sistema creato, da Maastricht in poi, per annientare partecipazione e giustizia sociale. Di fatto, i trattati hanno incorporato il neoliberismo nel tessuto stesso dell’Unione, mettendo al bando le politiche “keynesiane”.