15 dicembre 2019

Metropolitana di Torino: la chimera della linea 2


di Massimo Marino

Ce lo hanno ricordato gli amici di Greta Thumberg, presentandola ieri in piazza: Torino e la sua area metropolitana è l’area più inquinata dell’intera Europa. Un bel record che ci è noto da decenni con la sua scia di costi, di disagi, di morti, che ci avrebbe dovuto spingere a promuovere in emergenza tutto quanto era ed è realisticamente possibile. Invece no.
Sul TAV destre e sinistre, più o meno moderate o radicali, si abbracciano appassionatamente da anni (ormai 30 dal 1989!) additando gli incolti ma numerosi valligiani, più qualche grillino oggi un po’ a disagio, come irresponsabili nemici del progresso e si dice che il TAV si farà: intendendo dire che forse per altri 20 anni si terrà un cantiere aperto fra le montagne. Che davvero il TAV si finisca, come ci ricordano Travaglio e pochi altri, non interessa davvero a nessuno, tant’è che nessuno ci mette un euro di suo se non, forse, l’Europa. Cioè noi, che diamo i soldi all’Europa per farceli restituire in questa litania a rate decennali.
 


Per la metro è tutta un'altra storia. Non c’è alcuna fretta.  Siamo in ritardo solo di un centinaio di anni. A Parigi si iniziò la costruzione della rete metropolitana nel 1900. Ci lavoravano mediamente 20mila persone, sopra e sotto la Senna, senza interruzioni neanche durante le due guerre mondiali. Ancora oggi si annuncia una ulteriore estensione della rete complessivamente di decine di chilometri. A Mosca il primo progetto di rete fu proposto dallo Zar negli ultimi anni dell’800 ma la Duna lo respinse per i costi. Partirono i lavori con i Soviet nel 1930 e siamo ad oggi a più di 400 km di rete e 230 stazioni e si preannunciano nuove estensioni per altri 100 km. A Berlino, probabilmente la più efficiente rete di tutta Europa con 170 stazioni, praticamente ogni anno da decenni si aggiungono nuove stazioni sempre più protese verso l’esterno della città.
Perché una rete di metro, lo capiscono anche i bambini della prima elementare, ha un senso se raggiunge il più in fretta possibile le aree esterne alla conurbazione centrale della città fino ad azzerare il più possibile il traffico che proviene dagli estremi e dall’esterno della città, quello che percorre più chilometri per arrivare verso il centro.

Nel 2006 la giunta di centro-sinistra, fra un progetto TAV e l’altro,  lanciò  un sorprendente progetto di linea 2  che prevedeva a nord la partenza da Rebaudengo con un incredibile conversione ad U in Barriera di Milano invece di proseguire per San Mauro, per arrivare a Porta Nuova ad incrociare la linea 1, unico baluardo di mobilità decente di circa 13 km, l’unico regalo gradito alla città che soffocava nello smog ( come oggi ), giustificato dalla  necessità di abbellire la città ( e i progetti azzardati di nuova urbanizzazione ) in vista delle Olimpiadi. Un comitatino della zona Rebaudengo sostenne che così si sarebbe finalmente debellata la proliferazione dei topi e delle cartacce che infestavano il cosiddetto trincerone. Con sorpresa di alcuni amministratori di sinistra delle questioni cittadine si scoprì, terminati i tre lotti della linea 1 (con tempi e costi inspiegabilmente crescenti e più o meno doppi di quelli del resto dell’Europa) che il numero di viaggiatori saliva rapidamente ad almeno tre volte i 40mila stimati all’avvio dei preliminari dell’opera. 

Finite le Olimpiadi, della linea 2 invece, malgrado che il centrosinistra, praticamente un monocolore PD, governasse con qualche interruzione città, provincia, regione e governo nei dieci anni successivi, non se ne fece nulla, neanche un metro, neanche la stesura di un progetto esecutivo. Di soldi neanche a parlarne. Di discuterne seriamente almeno, neanche. Troppo impegnati alle crociate contro l’isolamento di Torino senza la TAV che ci isola dall’Europa.



Per la verità anche il frammentato e diviso mondo dell’ambientalismo locale, fatto di decine di piccoli gruppi, forse troppo impegnati fra domeniche ecologiche, targhe alterne, piste ciclabili, car pooling e car sharing e infine distratti dalle auto elettriche a petrolio (tutto condivisibile, molto divertente e molto alternativo ma di efficacia modesta), si sono dimenticati di provare a farsi un giro a Parigi, Londra, Barcellona, Berlino, tantomeno Mosca o Seul o Dubai. Per scoprire magari che il primo o forse unico modo per tentare di far respirare le metropoli soffocate da smog, eliminare colonne di auto ferme dove si può solo salutare gli amici con il cellulare in mano attraverso what’s app o ascoltare l’ultimo successo degli intramontabili U2 di Bono, è quello di dotarsi di una rete articolata di metro che si prolunghi il più possibile fino ai margini ed oltre i confini della città. Il resto sono chiacchiere da perditempo o da uomini d’affari. 
Non ricordo negli ultimi 20 anni un solo comunicato, un volantino, un flash mob, una sgambata a piedi, in bicicletta o monopattino per sostenere la necessità urgente di trovare due - tre miliardi per avviare di corsa la costruzione di una linea metropolitana pubblica che attraversi da nord est a sud ovest l’area metropolitana dove ogni giorno partendo da Settimo, Chivasso, Venaria, San Mauro e da Orbassano, Moncalieri, Nichelino si scaricano ogni mattina e ogni sera almeno 400 mila auto in entrata e in uscita dalla città. Due terzi di queste con un solo passeggiero a bordo che porta a spasso mediamente 900-1200 kg di ferro, plastica e vetro. Ben allineate in coda per raggiungere la propria agognata meta cittadina o la casetta fuori città.

Nel 2015 con un azzeccato ordine del giorno presentato dai grillini e approvato in consiglio regionale, si rilanciava non solo l’urgenza della linea 2 ma l’indicazione che, come vuole ragione, partisse da San Mauro e comunque privilegiasse un percorso da fuori città, ritenuto, come è logico, decisivo per l’efficacia del progetto. Si indicava all’epoca anche la biforcazione verso Venaria e la Reggia dove l’amministrazione grillina locale, oggi prematuramente caduta, faceva giustamente sentire anche le proprie ragioni di campanile. L’amministrazione Appendino riavviava finalmente un percorso lentissimo verso la stesura del progetto esecutivo, con l’evidente presenza di ambiguità e confusione, dove si rinviava e si affidava a presunte valutazioni tecniche e trasportistiche il tragitto definitivo. 

Con una certa dose di coraggio, prima di essere mandata a casa dal centro-destra, la Giunta piddina della Regione, da Chiamparino alla Assessora regionale ai trasporti, dopo dieci anni di nulla di fatto da parte loro, rimproveravano periodicamente la lentezza con cui la giunta grillina procedeva. E riproponevano lo strampalato percorso interno alla città da Rebaudengo ad Anselmetti. Il modo sicuro per rendere quasi irrilevante l’impatto trasportistico e forse nell’illusione di rilanciare così ipotetici piani di sviluppo urbanistico delle periferie di Barriera di Milano e Mirafiori. Errare è umano, perseverare è diabolico ma sembra che per il PD piemontese sia normale. 

Forse anche per ragioni di campanile, ma comunque correttamente, le amministrazioni di San Mauro (del M5Stelle) ma anche dei comuni vicini ribadivano, una volta tanto unite anche se con un eccesso di timidezza eccessivo, la necessità di privilegiare l’attestamento a San Mauro con l’ipotesi di capolinea e deposito a Pescarito. Ancora di recente questa posizione mi sembra coincida con quella pubblica della amministrazione di San Mauro o almeno del suo Sindaco. Peraltro, da nessun oppositore contestata. Dunque, si potrebbe dire: finalmente, meglio tardi che mai. 

In effetti nell’anno 2018 eravamo nel pieno del cosiddetto “attimo fuggente”. I grillini, reduci dal clamoroso successo delle elezioni politiche, gestivano contemporaneamente il Governo con un Presidente del Consiglio “amico” e ancor più con il Ministro dei Trasporti che con i bandi annuali finanzia i progetti di mobilità veloce, la città di Torino, la città metropolitana e il comune di San Mauro. Quale occasione migliore per lanciare con forza una delle più rilevanti “grandi opere utili” del dopoguerra nel nord Italia come l’ intera linea 2 e l’ipotesi di una linea 3 in direzione di Caselle? Per sostenere l’impegno da subito ad un unico progetto della linea 2 con l’avvio dei lavori con due cantieri e depositi ad Orbassano e a San Mauro e la biforcazione successiva verso Venaria.

L’impegno per l’intera linea con 4-5 miliardi in 10 anni (500 milioni all’anno) stravolgerebbe in meglio l’intero assetto trasportistico dell’area metropolitana coinvolgendo quasi due milioni di abitanti. Un costo minore di quanto è costata la incredibile truffa del Mose, ricaduta nel silenzio dopo qualche giorno di nubifragio a Venezia, che sembra non avere responsabili se non il destino cinico (e baro) del climate change.
Sarebbe un grande impegno anche simbolico per il 2030 invece di fantasiose dichiarazioni sul Green New Deal basate sul nulla di fatto quotidiano. 

Invece no, sembra che una montagna stia per partorire un topolino. Anzi molto peggio: si annuncia che il progetto esecutivo riproporrà il tragitto per lotti: da Rebaudengo a Porta Nuova. Poi, chissà quando, da Porta Nuova ad Anselmetti. Per le altre parti si vedrà successivamente... Una fotocopia, dopo 13 anni, dell’inspiegabile ipotesi PD del 2006. Come nel gioco dell’oca si ritorna esattamente alla casella di partenza: un percorso sbagliato e senza un euro e la speranza che prima o poi si trovi da qualche parte un po’ di soldi per avviarlo. Ho trovato sinceramente sgradevole la recente promessa di Conte, realisticamente un Capo di governo di passaggio, che impegnerebbe circa 800 milioni di euro in 12 anni dal 2020 al 2032. (meno di 70 milioni all’anno!). 
  
Tralascio, per misericordia, le posizioni del centrodestra. Che o non esistono o coincidono con quelle del centrosinistra. Lo stesso per quanto riguarda le ipotesi, vaganti in qualche piega della amministrazione grillina torinese, di partecipazione dei privati al finanziamento del progetto.
Il project financing è una proposta simpaticamente fantasiosa perché, come per la TAV, i privati, leggi qualche costruttore per interposta persona, vogliono i soldi nostri, non impegnare i loro per 10-15 anni. Inoltre sarebbe pure strategicamente sbagliato. I trasporti collettivi cittadini saranno nei prossimi anni sempre più un “bene comune “tragicamente emergente e in prospettiva prima o poi si porrà la questione di renderli non dico obbligatori ma perlomeno gratuiti o quasi. 
 
L’attimo fuggente forse è già fuggito. Per l’amministrazione grillina di Torino con questa scelta, sommata alla TAV, si tratterebbe della dissoluzione anticipata delle ragioni della propria esistenza, praticamente il proprio scioglimento anticipato di fatto, almeno nel campo della mobilità metropolitana, con due anni di anticipo.  Per quanto io sia negli ultimi anni un fedele elettore dei 5Stelle dubito che su questa strada  fra due anni, forse meno, ci sarà ancora qualche grillino o altri all’orizzonte a sostenere davvero una linea 2 della metro, tantomeno da San Mauro ad Orbassano, e in grado di imporla: nè a San Mauro e dintorni, nè a Torino, né a Roma. 
Non sarebbe il caso, invece di credere alle chimere, che quell’area trasversale esistente di movimenti, amministratori e persone di buon senso, facciano sentire pubblicamente e con decisione le proprie ragioni oggi?  
   
San Mauro Torinese - 13 dicembre 2019 

foto 1: la costruzione della metro sotto la Senna a Parigi nel 1906

foto 2: l’ipotesi dell’intero tracciato della linea 2 



nota : la Chimera è un animale con il corpo costituito da parti di animali diversi: la testa di un leone sputafuoco, la coda di serpente velenosa, il corpo centrale di una capra. Ma si tratta solo di un mito greco, però nel tempo  fatto proprio dai romani e infine dagli etruschi.

4 dicembre 2019

La Terra sta raggiungendo il punto di non ritorno: i 9 passi che ci stanno portando al collasso


Il nostro Pianeta sta andando verso un punto di non ritorno e se non verranno adottate misure urgenti e drastiche contro la crisi climatica, la nostra civiltà sarà in serio pericolo.



di Tatiana Maselli *

Un gruppo di ricercatori ha fatto il punto della situazione e sostiene che i cambiamenti ai sistemi ambientali terrestri siano ormai irreversibili: siamo in uno stato di emergenza planetaria e molte aree della Terra saranno inabitabili a breve. Il team, guidato da Timothy Lenton, professore di cambiamenti climatici e scienza del sistema terrestre all’Università di Exeter, nel sud-ovest dell’Inghilterra, ha identificato nove eventi interconnessi che ci stanno portando al collasso.

Questi includono la deforestazione in Amazzonia, la riduzione del ghiaccio marino artico, la distruzione della barriera corallina su larga scala, lo scioglimento delle calotte glaciali della Groenlandia e dell’Antartide occidentale, lo scongelamento del permafrost, la destabilizzazione delle foreste boreali e un rallentamento delle correnti oceaniche.
Si tratta di eventi che avranno un effetto a cascata sulla crisi climatica in atto. Ad esempio, l’Artico si sta riscaldando almeno due volte più rapidamente della media globale; lo scioglimento del ghiaccio marino artico sta contribuendo ulteriormente a tale riscaldamento.
A sua volta, l’aumento della temperatura determina un maggiore scongelamento del permafrost artico, il terreno che normalmente rimane congelato durante tutto l’anno e che scongelandosi rilascia anidride carbonica e metano in atmosfera, alimentando ulteriormente il riscaldamento globale. Un vero e proprio circolo vizioso che accelera sempre di più il cambiamento climatico.


L’idea che prima o poi la Terra avrebbe raggiunto un punto di non ritorno non è nuova ed era già stata introdotta circa 20 anni fa dal gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (IPCC). All’epoca, si pensava che i cambiamenti sarebbero stati irreversibili se le temperature avessero superato i 5°C rispetto a quelle registrate nell’era preindustriali.

Oggi, i dati dei rapporti IPCC più recenti, suggeriscono che il clima sia molto più sensibile di quanto si pensasse e che il punto di non ritorno potrebbe essere raggiunto anche in seguito a un aumento delle temperature compreso tra 1 e 2°C.
Le temperature medie globali sono già 1°C in più rispetto all’era preindustriale e continuano ad aumentare: se le temperature aumentassero di oltre 2°C rispetto ai livelli preindustriali, potrebbe verificarsi un effetto domino devastante. L’accordo di Parigi ha fissato un obiettivo per limitare il riscaldamento della Terra a 1,5 °C, ma secondo un recente rapporto delle Nazioni Unite, i paesi non stanno facendo abbastanza: mantenendo i ritmi attuali, le temperature aumenteranno di 3,2°C entro il 2100. Secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale, nel 2018 i gas serra hanno raggiunto livelli record e non ci sono segni di una loro diminuzione a breve termine. La situazione non è per nulla rosea ed è assolutamente necessaria un’azione internazionale urgente per ridurre le emissioni, rallentare l’innalzamento del livello del mare e mantenere il riscaldamento a 1,5°C.

Quanto tempo abbiamo
per mettere in atto tali misure e tentare di salvarci? Secondo gli scienziati, zero.

* da www.greenme.it – 28 novembre 2019


Tatiana Maselli è laureata in Scienze e Tecnologie Erboristiche, redattrice web dal 2013


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