16 marzo 2012

Nazionalizziamo le banche

La banca è l'attrice protagonista del film horror del nuovo millennio. Ha preso il posto di Alien. Senza possibili dubbi. La crisi bancaria del 2008 è esplosa come un mostro incubato da anni nella società.

I veleni tossici: derivati, junk bond, Cdo sono schizzati ovunque. Le istituzioni bancarie internazionali, la BCE, la FED, sono obbligate a tenere in vita le banche, i mostri legati all'organismo degli Stati. Se muore Alien, muore infatti anche il corpo che lo ospita.

Le nutrono creando moneta dal nulla (che per l'appunto non vale nulla). Il prestito di 900 miliardi all'1% di interesse erogato dalla BCE alle banche europee tra gennaio e febbraio di quest'anno, in prima fila quelle italiane, non è servito a far ripartire l'economia con finanziamenti alle imprese. Questa enorme massa di denaro è servita alle banche per comprare titoli pubblici che sarebbero andati invenduti, e sui quali guadagnano interessi dal 4 al 6%, acquistare le proprie obbligazioni e investire su azioni a elevato rendimento. I soldi se li sono tenuti. Le aziende stanno morendo per mancanza di credito. I fidi sono negati o addirittura chiusi, i finanziamenti non vengono più erogati.


L'economia di Main Street è stata sostituita da quella di Wall Street. Da un'allucinazione ottica. Il denaro non si mangia. Ieri, Greg Smith, un alto dirigente della Goldman Sachs, ha lasciato la banca dopo 12 anni con una durissima accusa pubblica. Ha definito la Goldman Sachs dominata da una cultura "tossica", legata unicamente al profitto qui e ora, che tratta i propri clienti come pupazzi. E' forse il primo caso di un banchiere pentito che fa outing. Un Buscetta della finanza.
A cosa servono le banche? A favorire lo sviluppo delle imprese e del territorio. Ora sono autoreferenziali, scollegate dall'economia reale e da una visione del futuro (cos'è un investimento in un'impresa se non una scommessa sul futuro?). Le banche devono ritornare al servizio dello sviluppo e dello Stato. Dalla privatizzazione delle grandi banche voluta da Prodi negli anni '90, queste si sono allontanate dal loro compito. Sono mostri in libertà. Vanno ri-nazionalizzate. Messe sotto il controllo dello Stato e dei cittadini.

( dal blog di Beppe Grillo )

10 marzo 2012

MES, il nuovo dittatore europeo

Il 2 febbraio 2012, è stato firmato dagli Stati membri dell’Eurozona il Trattato sul Meccanismo Europeo di Stabilità (MES).
Il MES sarà un’istituzione finanziaria internazionale con sede in Lussemburgo. Il suo scopo sarà quello di fornire assistenza finanziaria ai suoi membri (gli Stati membri dell’area euro, colpiti o minacciati da gravi problemi di finanziamento), se indispensabile per la salvaguardia della stabilità finanziaria dell’area euro nel suo complesso.

Perché il Meccanismo Europeo di Stabilità MES possa essere emanato, il Trattato che lo istituisce deve essere ratificato dai Parlamenti di 17 Stati membri. Comunque, molti dei passaggi di questo Trattato vengono riconosciuti antidemocratici, e si beffano di principi fondamentali come quello di rendere conto al popolo.
Ai Belgi, da Investig’Action viene raccomandato di reagire inviando la lettera che segue ai loro parlamentari. Diventa indispensabile questa azione anche per gli Italiani!

Signora, Signore,
Io, sottoscritto…, vi scrivo in merito al Trattato europeo che istituisce il Meccanismo Europeo di Stabilità, sul quale dovrete pronunciarvi prossimamente in quanto parlamentare.
Sono sorpreso(a) del silenzio che circonda questo Trattato cruciale e sono indignato(a) per l’assenza di una consultazione popolare a questo riguardo. Bisogna imperativamente aprire un dibattito pubblico su questa questione senza alcuna dilazione. Fino a questo momento i cittadini non sono stati direttamente consultati, e siete voi a dover giocare la partita, ed io conto su di voi.
In seno a questo meccanismo, le decisioni saranno prese dal Consiglio dei governatori composto esclusivamente dai ministri delle finanze della zona euro. (1)
Nessun veto e nessuna autorità dei parlamenti nazionali sono previsti su questi ministri, quando agiscono in qualità di governatori. Per di più, in questa condizione essi potranno godere di una immunità totale che permetterà loro di sfuggire ad ogni azione giudiziaria. (2)
Nondimeno, essi avranno liberamente a loro disposizione le casse dello Stato a cui faranno riferimento, che dovrà acconsentire in modo “irrevocabile e incondizionato” (3) alle loro richieste.
Inoltre, è interessante sottolineare come il bilancio di partenza (4) del MES, vista la possibilità di richieste pressanti di fondi agli Stati membri da soddisfare nell’arco di soli sette giorni (5), non ha un limite massimale e dunque può aumentare illimitatamente su decisione del Consiglio dei governatori (6).
Nessun membro o dipendente di questa struttura sarà eletto dal popolo, né responsabile nei suoi confronti. Ancora più stupefacente, il MES può citare in giudizio, ma non può essere perseguito, nemmeno da parte di governi, amministrazioni o tribunali. (7).

La mancanza di trasparenza riguarda anche i documenti del MES, “inviolabili” (8), che non saranno resi pubblici, a meno che il Consiglio dei governatori non conceda il consenso.
Negazione delle competenze fiscali e di bilancio dei parlamenti nazionali, negazione dei principi fondamentali della democrazia, impossibilità di fare opposizione presentando veto, totale immunità giudiziaria, opacità dei documenti… tantissime procedure antidemocratiche, che mi spingono a chiedervi oggi di adottare una posizione chiara su questo Trattato.
Lei, si prepara ad accettarlo o a respingerlo? È pacifico che terrò ben presente la vostra reazione su questa questione cruciale la volta prossima che sarò chiamato(a) alle urne. Per vostra informazione, la vostra reazione sarà resa pubblica in un sito web opportuno, permettendo così ai cittadini di sapere quali parlamentari hanno risposto a questa interpellanza, e come ciascuno di voi si sarà pronunciato.
In anticipo, grazie per la vostra risposta.

Trattato europeo che istituisce il Meccanismo Europeo di Stabilità MES.
http://www.european-council.europa.eu/media/582889/08-tesm2.it12.pdf

(1) Articolo 5.1 “Ogni membro del MES nomina un governatore e un governatore supplente. Tali nomine sono revocabili in qualsiasi momento. Il governatore è un membro del governo di detto membro del MES responsabile delle finanze. Il governatore supplente è pienamente abilitato ad agire a nome del governatore in caso di assenza di quest’ultimo.”

(2) Articolo 35.1. “Nell’interesse del MES, il presidente del consiglio dei governatori, i governatori e i governatori supplenti, gli amministratori, gli amministratori supplenti, nonché il direttore generale e gli altri membri del personale godono dell’immunità di giurisdizione per gli atti da loro compiuti nell’esercizio ufficiale delle loro funzioni e godono dell’inviolabilità per tutti gli atti scritti e documenti ufficiali redatti.

(3) Articolo 9.3. “Il direttore generale richiede in tempo utile il capitale autorizzato non versato se questo è necessario ad evitare che il MES risulti inadempiente rispetto ai previsti obblighi di pagamento, o di altro tipo, nei confronti dei propri creditori. Il direttore generale informa il consiglio di amministrazione e il consiglio dei governatori di tali richieste. Allorquando sia rilevata un’eventuale carenza di fondi nelle disponibilità del MES, il direttore generale effettua tale(i) richieste(i) di capitale quanto prima possibile al fine di garantire che il MES disponga di fondi sufficienti per onorare la totalità dei pagamenti dovuti ai creditori alla scadenza prevista. I membri del MES si impegnano incondizionatamente e irrevocabilmente a versare il capitale richiesto dal direttore generale ai sensi del presente paragrafo entro sette giorni dal ricevimento della richiesta.

(4) Articolo 8.1. “Lo stock di capitale autorizzato del MES ammonta a 700.000 milioni di EUR. Esso è suddiviso in sette milioni di quote, ciascuna del valore nominale di 100.000 EUR, sottoscrivibili in conformità al modello di contribuzione iniziale di cui all’articolo 11 e calcolato nell’allegato I.”

(5) Articolo 9.3. Vedi al punto (3)

(6) Articolo 10.1. “Il consiglio dei governatori riesamina periodicamente e, almeno ogni cinque anni, la capacità massima erogabile e l’adeguatezza del capitale autorizzato del MES. Esso può decidere di adeguare il capitale autorizzato e di modificare di conseguenza l’articolo 8 e l’allegato II. Tale decisione entra in vigore dopo che i membri del MES hanno notificato al depositario l’avvenuto completamento delle procedure nazionali applicabili. Le nuove quote sono assegnate ai membri del MES in conformità al modello di contribuzione di cui all’articolo 11 e all’allegato I.”

(7) Articolo 32 (2, 3, 4 in particolare) Status giuridico, privilegi e immunità.
1. Al fine di consentire al MES di realizzare il suo obiettivo, allo stesso sono conferiti nel territorio di ogni suo membro lo status giuridico ed i privilegi e le immunità definiti nel presente articolo. Il MES si adopera per ottenere il riconoscimento del proprio status giuridico e dei propri privilegi e delle proprie immunità negli altri territori in cui opera o detiene attività.

2. Il MES è dotato di piena personalità giuridica e ha piena capacità giuridica per:
a) acquisire e alienare beni mobili e immobili, b) stipulare contratti; c) convenire in giudizio; d) concludere un accordo e/o i protocolli eventualmente necessari per garantire che il suo status giuridico e i suoi privilegi e le sue immunità siano riconosciuti e che siano efficaci.

3. I beni, le disponibilità e le proprietà del MES, ovunque si trovino e da chiunque siano detenute, godono dell’immunità da ogni forma di giurisdizione, salvo qualora il MES rinunci espressamente alla propria immunità in pendenza di determinati procedimenti o in forza dei termini contrattuali, compresa la documentazione inerente gli strumenti di debito.

4. I beni, le disponibilità e le proprietà del MES, ovunque si trovino e da chiunque siano detenute, non possono essere oggetto di perquisizione, sequestro, confisca, esproprio e di qualsiasi altra forma di sequestro o pignoramento derivanti da azioni esecutive, giudiziarie, amministrative o normative.

5. Gli archivi del MES e tutti i documenti appartenenti al MES o da esso detenuti sono inviolabili.

6. I locali del MES sono inviolabili.

7. I membri del MES e gli Stati che ne hanno riconosciuto lo status giuridico e i privilegi e le immunità riservano alle comunicazioni ufficiali del MES lo stesso trattamento riservato alle comunicazioni ufficiali di un membro del MES.

8. Nella misura necessaria allo svolgimento delle attività previste dal presente trattato, tutti i beni, le disponibilità e le proprietà del MES sono esenti da restrizioni, regolamentazioni, controlli e moratorie di ogni genere.

9. Il MES è esente da obblighi di autorizzazione o di licenza applicabili agli enti creditizi, ai prestatori di servizi di investimento o ad altre entità soggette ad autorizzazione o licenza o regolamentate secondo la legislazione applicabile in ciascuno dei suoi membri.

(8) Articolo 35.1. Vedi al punto (2)

*

Michel Collon è uno scrittore e giornalista indipendente. Ha scritto diversi libri, collabora a documentari e gestisce un sito web con una newsletter settimanale distribuito ai 100.000 abbonati in tre lingue: francese, spagnolo e inglese. Ha organizzato una spedizione di osservatori civili in Jugoslavia e in Iraq, e ha fatto due viaggi in Libia nel mese di giugno e luglio 2011.

E' co-autore del film documentario The Damned del Kosovo sulla guerra condotta dalla NATO in Jugoslavia. Ha prodotto il documentario di Vanessa Stojilkovic, Bruxelles-Caracas sull'esperienza del Venezuela. Fa parte del Consiglio consultivo della televisione latino-americana Telesur. Il suo libro Bush le Cyclone (2006), prendendo come punto di partenza il disastro di New Orleans e la guerra in Iraq, esplora i legami tra economia e guerra, e il ruolo dei media.

Il suo libro Les 7 péchés d’Hugo Chavez (I 7 peccati di Hugo Chavez), pubblicato nel 2009, analizza le ragioni della povertà in America Latina, la politica in generale e la storia delle multinazionali del petrolio. Egli descrive la società guidata da Hugo Chavez per liberare il suo paese dalla povertà e dalla dipendenza dagli Stati Uniti

Michel Collon si è fatto conoscere al grande pubblico durante le sue visite alla trasmissione « Ce soir ou jamais » (Stasera o mai più) (France 3). Le sue idee e le sue argomentazioni hanno attirato l'interesse dei telespettatori. Il suo penultimo libro Israël, parlons-en ! (Israele, parliamone!) riporta una ventina di interviste a studiosi ebrei e arabi, europei e nordamericani: Noam Chomsky, Sand, Alain Gresh, Tariq Ramadan, Mohamed Hassan. Il suo nuovo libro, Libye, Otan et médiamensonges, (la Libia, la NATO e le bugie dei media), è stato pubblicato nel settembre 2001.

05 marzo 2012

Salviamo i ciclisti: la rivoluzione urbanistica proviene dal web

di Silvia Musso*

Sta divampando sul web, si è sviluppata dal basso e da poco meno di un mese sta raccogliendo migliaia di adesioni in tutta Europa.

È una vera e propria campagna di sensibilizzazione ambientale sull'uso della bicicletta che, lanciata sulla prima pagina del Times, a seguito di un tragico incidente che ha visto protagonista Mary Bowers, giornalista del quotidiano, investita sulla sua bicicletta da un camion a pochi passi dal posto di lavoro, è esplosa sui social network di tutta Europa.



La campagna si chiama "Cities fit for cycling", tradotta in italiano con "Salva i ciclisti", e prende spunto da un video che in sei minuti racconta di quando i Paesi Bassi erano soffocati dalle macchine e decisero di incentivare la costruzione di piste ciclabili. Sì perché la virtuosa Olanda non è nata con piste ciclabili incorporate, ma l'attuale configurazione urbanistica è frutto di un percorso di cittadinanza attiva che ha visto i cittadini olandesi impegnati in prima persona per modificare radicalmente i connottati delle proprie città. Con il boom economico successivo alla seconda guerra mondiale le città iniziarono ad essere invase dalle macchine, i vecchi palazzi distrutti per far posto a grandi arterie stradali. Negli anni settanta, però, sempre più cittadini iniziarono a protestare per gli "omicidi da traffico" e, complice la crisi petrolifera di quegli anni, il governo decise di cambiare il volto dei Paesi Bassi.

Quel movimento si sviluppò di casa in casa, con piccole manifestazioni nelle piazze fino a coprire tutta l'Olanda. Il movimento "Salva i ciclisti" è simile perché proviene dal basso, ma è aggiornato ai nostri tempi e alla tecnologia attuale. Sta dilagando, non più tra le case e le strade delle città, ma nelle piazze virtuali di mezza Europa usando il web come potentissimo veicolo di incontro.

Il manifesto "Salvaiciclisti", caratterizzato da otto proposte minime per accrescere la sicurezza delle biciclette nelle città, è arrivato anche in Italia rilanciato da numerosi blog e siti. Su Facebook 34 blogger hanno creato una pagina ad hoc che conta già quasi 7.900 membri. L'obiettivo è porre in evidenza la problematica della sicurezza dei ciclisti sulle strade e sensibilizzare l'opinione pubblica sui numerosi incidenti, spesso mortali, che avvengono nelle nostre città - 2.556 le vittime di incidenti che hanno coinvolto i ciclisti negli ultimi 10 anni in Italia. La pagina Facebook intende inoltre coinvolgere le principali testate giornalistiche seguendo l'esempio del Times, presentare proposte e segnalare eventi.

L'iniziativa sta già raccogliendo i primi successi: numerosi organi di informazione ne parlano; è stato presentato un disegno di legge a firma di 61 parlamentari che riprende alcune delle proposte del manifesto; è stato creato un documento in dieci punti per gli amministratori locali.

Dal basso, spontanea, tecnologica: questi gli elementi di questa campagna di comunicazione che speriamo sia efficace come quella che negli anni settanta ha permesso quella rivoluzione urbanistica delle città olandesi cui tutti noi aneliamo.


* da http://www.enviinfo.blogspot.com/ - 5 marzo 2012

Le città su due ruote


La bici corre meglio a Bolzano, Mestre e Ferrara -A Bologna Fiab, Legambiente e CittàinBici presentano il dossier “Bici in Città” Sopralluoghi nei centri urbani per testare lo spazio dedicato alle biciclette

Come si fa a dire che una città è ciclabile? Semplice. Basta chiederlo a chi pedala. Se sono tanti a scegliere la bici per gli spostamenti quotidiani, vuol dire che quel centro urbano è a misura di due ruote. Al contrario, se la bici non la usa quasi nessuno, vuol dire che – chilometri di ciclabili a parte, bike sharing, ciclo posteggi e altro - l’amministrazione locale privilegia esclusivamente i mezzi a motore. E’ questo l’originale filo conduttore di una nuova indagine nata dalla collaborazione tra Fiab, Legambiente e CittàinBici, presentata oggi a Bologna da Antonio dalla Venezia, presidente di FIAB, Alberto Fiorillo, responsabile aree urbane di Legambiente, Gianni Stefanati, presidente di CittàinBici, alla presenza di Andrea Colombo, Ass. Mobilità della città di Bologna e di amministratori e tecnici delle città di Reggio Emilia, Ferrara, Lodi, Trento, Modena, Padova, Venezia, Bolzano e Milano.

Dallo studio, realizzato incrociando i dati disponibili sulla mobilità ciclabile delle città italiane, emerge, infatti, l’indicatore del modal split che, secondo le associazioni è in grado di descrivere in modo più efficace la ciclabilità urbana. Questo, infatti, misura il numero degli spostamenti effettuati in città con i diversi mezzi di trasporto, raggruppando poi, quelli fatti a piedi, in bici e con il mezzo pubblico come “sostenibili” e quelli in moto e auto come “insostenibili”. Se è vero, infatti, che a Parma ci sono molti più chilometri di piste (87,1) rispetto a Bolzano (72,4), nel capoluogo altoatesino i percorsi ciclabili sono meglio integrati, incontrano meno barriere e più segnaletica, tanto da convincere molti più cittadini a montare in sella per spostarsi (29 contro19 della prima).

Andando a guardare poi il totale degli spostamenti sostenibili (piedi+bici+ TPL) rispetto a quelli insostenibili (auto+moto) troviamo, ad esempio, che nonostante i suoi 73,6 km di piste ciclabili, a Brescia solo 6 spostamenti su 100 si fanno in bicicletta e complessivamente solo 29 spostamenti sono sostenibili contro 71 insostenibili. A Pesaro, invece, che ha 61,3 km di piste ciclabili, ben 28 spostamenti su 100 vengono fatti in bici e complessivamente 46 spostamenti su 100 sono sostenibili. Il modal split, insomma, descrive meglio la reale ciclabilità di una città perché considera fondamentale l’equilibrio e il grado d’integrazione tra le varie modalità di spostamento che si possono avere in un centro urbano. Un’alta percentuale di spostamenti in bici, va associata anche ad una alta percentuale di mobilità a piedi e con il trasporto pubblico in modo da contenere la mobilità a motore (Bolzano con il 34% e Mestre con il 45%, ad esempio, mantengono la mobilità insostenibile al di sotto del 50%). Ecco allora che anche in città come Ferrara, Piacenza, Rimini, Prato, Parma e Reggio Emilia, che hanno buone e discrete percentuali di spostamenti in bici, la pedonalità e il TPL sono ancora deboli rispetto all’accoppiata auto e moto che rimane elevata, tra il 59 e il 65 %. Per Fiab Legambiente e Citta in Bici, la città ottimale ha almeno un 15% di spostamenti in bici e allo stesso tempo una mobilità in auto e moto minore del 50%.

Le associazioni concordano anche che misurare il modal split non è facile, ma molto utile per le amministrazioni a individuare azioni mirate: fatto in ambito comunale può, ad esempio indicare dove e come promuovere bici, pedonalità e TPL, mentre in ambito di bacino può servire a promuovere il TPL verso il capoluogo.

L’intermodalità, insomma, è una chiave ideale per incentivare l’uso della bicicletta a scapito di quello di un mezzo a motore ma, anche se il processo in alcune città italiane è avviato, la situazione generale è ancora al palo. Basti pensare, infatti, che tutta l’Italia dispone di 3.297,2 chilometri di piste ciclabili urbane, l’equivalente di sole 3 città europee (Stoccolma, Hannover e Helsinki) e che un terzo dei capoluoghi del Belpaese non ha affatto o ha solo piccolissimi spezzoni di percorsi ciclabili. E anche l’intermodalità è ancora un miraggio visto che solo 4 città su 104 prevedono una o più linee di trasporto pubblico locale dove è consentito portare biciclette, un permesso sporadico in pochissime altre e inesistente nel resto.

Ancora più nel dettaglio l’esame delle migliori 30 città (cioè delle prime dieci tra le città grandi, tra le medie e tra le piccole, in base alla popolazione residente, sul totale dei capoluoghi di provincia) che hanno la dotazione più ricca di interventi per la ciclomobilità ci dice che: sono ancora troppo poche le città dotate di un piano della ciclabilità (Biciplan), solo 15 su 30 città esaminate e 20 sul totale dei capoluoghi; i parcheggi di scambio con più di cento posti son presenti solo in 17 delle 30 città; hanno un’estensione della rete ciclabile superiore a 100 chilometri solo 17 città su 30; solo il 50% dei capoluoghi di provincia dichiara di conoscere il numero dei cicloparcheggi che ha da offrire ai ciclisti e solo in 38 casi sul totale questi hanno più di cento posti.

Ecco alcune eccellenze

Tra le grandi città: I 15mila cicloparcheggi di Milano; la bicistazione di Padova da 900 posti. Tra le città medie: Reggio Emilia con 56 chilometri di zone 30 e 175 chilometri di rete ciclabile; la bicistazione di Parma da 3.400 posti; il 33% di Modal Split per le bici a Piacenza; il 27% di Modal Split per le auto di Bolzano a cui corrisponde meno del 29% per le bici; il 16% di Modal Split per il Tpl a Parma. Tra le città piccole: Gli oltre 2.000 cicloparcheggi di Cremona; i 28 chilometri di zone 30 di Asti; il 28% di Modal Split per le bici a Biella; il 20% di Modal Split per le auto e lo stesso per il Tpl a Campobasso.

Legambiente e Fiab, hanno già raccolto una grande mole di dati relativi a zone 20 e 30, pedibus, mobility manager scolastici, lunghezze delle strade a senso unico eccetto bici, lunghezze delle corsie preferenziali TPL ove è consentito il transito delle biciclette, bike sharing e altro ancora. I dati raccolti saranno ora puntualmente verificati sul campo per valutare non solo la consistenza numerica di servizi e infrastrutture (prima di tutto le ciclabili) ma anche la loro qualità a partire dalla continuità della rete, la presenza di segnaletica orizzontale e verticale, l’illuminazione la pavimentazione, la larghezza e la direzione delle piste e se sono incrementate o promiscue con i pedoni.

Durante l’incontro è stata lanciata ufficialmente la “Carta delle Città in Bici”, un documento di impegni che i Comuni sottoscrivono per promuovere la ciclabilità nelle proprie città attraverso interventi diretti in primo luogo all’interno delle singole amministrazioni. Iniziativa che prende spunto da uno studio europeo secondo il quale solo investendo sulla bicicletta sarà possibile raggiungere gli obiettivi dell’UE previsti per il 2050 di riduzione del 60% delle emissioni nel settore dei trasporti. Un altro obiettivo importantissimo è quello della sicurezza, un tema su cui ora c’è grandissima attenzione come dimostra anche la proposta di legge trasversale – primo firmatario il Sen. Francesco Ferrante – che punta proprio a rafforzare il quadro normativo e infrastrutturale per l’utenza su due ruote.

La giornata ha offerto l’occasione per presentare le buone pratiche sulla mobilità realizzate nelle città di Bologna, Reggio Emilia, Ferrara, Lodi, Trento, Modena, Padova, Venezia, Bolzano e Pesaro-Urbino.

Il prossimo appuntamento con Legambiente e Fiab sarà la seconda edizione del Giretto d’Italia, il Campionato nazionale della ciclabilità urbana che si terrà in 25 città italiane l’11 maggio alla vigilia della Giornata nazionale della Bicicletta, promossa dal Ministero dell’Ambiente.

Scarica il dossier - Trasporto pubblico

L’ufficio stampa Legambiente: Serena Di Natali 347.4166793 – 06.86268379 - Fiab: 320.0313836 - 340.7317306 - CittàinBici: 347.7200986

da: www.legambiente.it - 3 marzo 2012

03 marzo 2012

TAV Val di Susa: è troppo tardi, dice La Stampa... 21 anni fa


di Debora Billi*

Un articolo della Stampa di 21 anni fa, costruttori e mafiosi di oggi. Piccolo riassunto di due decenni NoTAV.

Guardate questo articolo della busiarda (La Stampa come è chiamata dai torinesi): chiede treni ad alta velocità tra Torino e Lione, "subito o sarà tardi".

Era il 1991. Sono passati 21 anni da quel "subito", che si appoggiava su una linea che allora sembrava destinata a saturarsi e che invece ha visto calare passeggeri e merci. Da 21 anni si cerca di bucare quella montagna, di massacrare quella valle, e io sfido chiunque a sostenere che le esigenze del nostro Paese, nel 2012, siano le medesime del 1991.

Ma non solo di buchi e massacri ambientali qui si parla. Finché le proteste vengono ignorate dallo zittificio globale, nessuno sa niente. Ma quando si comincia a demonizzare e a fare campagne stampa "contro", ecco che anche gli altarini di cui si vocifera da vent'anni diventano inevitabilmente mainstream.

Come il coinvolgimento della CMC, cooperativa legata a doppio filo col PD. Fino a ieri pettegolezzo, oggi argomento comprovato dai capricci di Bersani a Servizio Pubblico dopo il magnifico pezzo di Travaglio, e da Padellaro che ieri sul Fatto Quotidiano in venti righe piazza l'argomento definitivamente sul tavolo.

E come anche l'innominabile: ovvero la ndrangheta. Byoblu racconta la storia di quasi vent'anni di infiltrazioni ndranghetiste nella zona piemontese, e persino il leader NoTAV Perino denuncia di aver ricevuto minacce dalla ndrangheta ora che la lotta NoTAV raggiunge il suo apice.

«Brutto figlio di puttana, le stalle che abbiamo bruciato erano solo un avvertimento. Ora passeremo ai cristiani: vi veniamo a prendere mentre dormite, vi scanniamo come maiali e vi squagliamo nell'acido». Questo il contenuto di una lettera recapitata a uno dei fondatori del movimento No-Tav Alberto Perino. La lettera anonima avverte inoltre che la protesta della Val Susa sta «scassando la minchia», insieme a tutti gli altri «sucaminchia dei No-Tav».

Interessi di costruttori e mafiosi. 24 miliardi, che diventeranno 50 o 70, tolti dalle nostre tasche nei prossimi anni. I Pronti Soccorso che vanno in malora, i trasporti pubblici che cadono a pezzi, le scuole che crollano, le discariche che scoppiano, i ricercatori che scappano.

Ma quel che ci serve è un treno, sopra ogni altra cosa un treno, ad ogni costo un treno.

* da petrolio.blogsfere.it, 3 marzo 2012