14 novembre 2018

Il Ministro i fanghi e Legambiente


In questi giorni c’è un gran parlare di fanghi..  

Leggo informazioni confuse e alcune non corrispondenti al vero.
      Sergio Costa  ( Ministro dell'Ambiente )

È necessario quindi fare chiarezza. Non parliamo di FANGHI INDUSTRIALI!  Parliamo solo ed ESCLUSIVAMENTE di FANGHI provenienti dalla depurazione delle acque reflue derivanti da scarichi civili e da insediamenti produttivi dell’agroalimentare. 
 
È necessario normare questi fanghi, in quanto fino ad oggi non sono mai stati adeguatamente controllati, e nelle maglie larghe di questa normativa non completamente aggiornata con le attuali conoscenze scientifiche, nei campi potevano finire anche sostanze inquinanti.
Data la loro composizione, gli idrocarburi presenti nei fanghi non sono necessariamente pericolosi, basti pensare, ma solo ad esempio, che quelli naturali sono contenuti nel burro, nel grasso delle carni o nell’olio d’oliva, tutti prodotti di uso alimentare quotidiano.

A essere pericolosi sono solo determinati idrocarburi di origine minerale, come ad esempio gli IPA, abbreviazione di idrocarburi policiclici aromatici. Questi sì che vanno individuati e misurati proprio per evitare che criminali senza scrupoli possano spandere qualunque cosa nei campi, come potenzialmente poteva avvenire prima, senza che nessuno avesse mai gridato allo scandalo.
Nell’articolo 41 del decreto “Genova e altre emergenze” sono stati attribuiti dei parametri agli idrocarburi e nel successivo lavoro parlamentare di questi giorni il testo è stato migliorato inserendo altre sostanze specifiche come diossine, furani, selenio, berillio, cromo, arsenico e altri microinquinanti pericosi come toluene e Pcb.  Tutte queste sostanze servono a “marcare” la qualità del fango, e a capire se la sua provenienza è dubbia. Infatti questi parametri servono come riferimento perchè, qualora fossero individuati dai controlli delle agenzie ambientali regionali, le Arpa, dall’Ispra o dalle forze di polizia, permetteranno di scoprire l’esistenza di un inquinamento e ad individuarne il colpevole.
Ecco che la norma serve a proteggere il cittadino e non, come troppe volte si è scritto, ad avvelenarlo. Non è l’autorizzazione ad inquinare, ma l’esatto contrario. L’articolo 41 e le successive integrazioni parlamentari servono a bloccare chi fino ad oggi ha sparso veleni nei campi. Il valore individuato per gli idrocarburi (naturali o minerali) è pari a 1000 mg/kg. Basti pensare che quello proposto dalla regione Lombardia in un decreto, poi bloccato dal Tar, era 10.000. Quindi anche in questo caso parliamo di un miglioramento.

C’è chi critica la norma nuova paragonando il valore fissato ai 50 mg/kg indicati per i terreni dalla Corte di Cassazione. Ma è come mischiare le pere con le mele. Stiamo parlando di due cose diverse! Da una parte c’è il fango, dall’altra il campo. E il fango non va sparso così com’è nel terreno quindi quel valore riscontrato nel rifiuti trasformato in fertilizzante non si ritroverà mai una volta sparso, nei campi. Anche perchè ci sono dei paletti allo spandimento stabiliti per legge: secondo il decreto legislativo 99/92 l’agricoltore può cospargere fanghi per un massimo di 15 tonnellate per ettaro in tre anni, cosa accettata da 26 anni da tutti, perchè ragionevole, e gli stessi agricoltori non se ne sono mai lamentati. Altri divieti riguardano terreni soggetti a esondazioni, con falda affiorante, destinati al pascolo o a colture foraggere nelle 5 settimane antecedenti il pascolo o la raccolta. Tutti questi limiti servono solo a proteggere e a tutelare. Altro che avvelenare, altro che esperimenti chimici su tutti noi! Questi fanghi sono ricchi di sostanze organiche e vengono usati come ammendanti: è lo stesso concetto del compost che anche a casa possiamo realizzare. Chi mischia i valori dei fanghi con quelli del suolo o ignora completamente ciò di cui parla o è in cattiva fede.

Al centro della nostra azione di governo c’è il benessere dell’ambiente e del cittadino: è il nostro - e il mio - faro e mai potremmo perderlo di vista.
       (
23 ottobre 2018 )
 
Legambiente promuove la nuova norma sui fanghi

Non è dell’uso dei fanghi in agricoltura in Lombardia di cui ci dobbiamo preoccupare e nemmeno della norma Gava-Lucchini contenuta all’interno del decreto Genova. A dirlo non sono le aziende che trattano fanghi né tantomeno la politica, bensì un articolo de “La nuova ecologia”, rivista edita da Legambiente. In un articolo scritto da Damiano Di Simine, ex presidente di Legambiente Lombardia e ora responsabile per il suolo dell’associazione ambientalista, si descrive l’iter che ha portato all’attuale situazione, con un assoluzione pressoché totale di quanto si sta facendo in materia di fanghi.

 “La vicenda è più complessa di quanto sembra”, scrive Di Simine, analizzando come la cosiddetta norma Gava-Lucchini, ribattezzata “il codicillo infangato”, abbia in realtà salvato i depuratori lombardi introducendo un grado di sicurezza in più nell’utilizzo dei fanghi in agricoltura. Nell’articolo si spiega come, fino a pochi giorni fa, la quantità di idrocarburi presente nei fanghi veniva analizzata soltanto in Lombardia, mentre ora si fa in tutta Italia. In precedenza, al di fuori della nostra Regione, si consideravano soltanto i metalli pesanti. La sentenza del Tar, giudicando troppo permissivi i limiti inizialmente imposti dal Pirellone, aveva preso a riferimento un quantitativo che la legge contempla per i quartieri residenziali e i parchi giochi per bambini, ossia 0,050 grammi per metro cubo. Forse un eccesso di zelo, si dice nell’articolo della rivista di Legambiente, anche se subito dopo si ammette che non sta al giudice stabilire il limite, bensì alla politica, che ha poi agito stabilimento un grammo per metro cubo come quantità massima di idrocarburi nei fanghi. In maniera poco elegante perché la norma è stata inserita nel decreto per Genova, scrive Di Simine, “Ma l’emergenza c’era e far finta di niente avrebbe significato riempire le discariche di fanghi, anzi cercare discariche all’estero per mandarci un materiale che fino al giorno prima veniva utilizzato, in condizioni rigorosamente controllate, per fertilizzare i nostri campi”. L’alternativa era spegnere i depuratori. 

L’articolo si conclude affermando che i controlli per l’utilizzo dei fanghi in agricoltura ci sono, ma che la normativa del settore va rivista. L’esponente di Legambiente, infatti, lancia l’allarme gessi: fino a quando si parla di fanghi, i controlli ci sono. Ma basta un semplice processo chimico e i fanghi si trasformano in gessi, che per la legge vengono considerati fertilizzanti. A quel punto i controlli spariscono, con tutti i rischi del caso. La proposta dell’associazione ambientalista è quindi quella di estendere ai gessi la stessa disciplina di controllo che vige per i fanghi.

 da Telepavia On Demand   16 ottobre 2018

9 novembre 2018

Un tedesco per la Commissione Ue. Il Ppe sceglie Weber, Merkel ringrazia


Verso le elezioni. Il congresso dei popolari europei a Helsinki incorona il cristiano-sociale per la corsa alla successione di Jean Claude Juncker. Tra i sostenitori anche il primo ministro ungherese Viktor Orbán


I popolari europei incoronano il cristiano-sociale Manfred Weber come candidato di punta per la prossima Commissione Ue. Ieri a Helsinki il congresso Ppe ha nominato ufficialmente il suo capogruppo a Bruxelles per la corsa alla successione di Jean Claude Juncker nel maggio 2019.
A lui il 79,2% dei voti dei delegati che lo hanno preferito ad Alex Stubb, vice presidente della Banca europea per gli investimenti ed ex premier della Finlandia fino al 2015.
«È un successo per tutti noi: non la vittoria di un singolo ma dell’intero Ppe» è stata la prima dichiarazione di Weber insieme alla promessa di «un’Europa ambiziosa» e al sogno di conquistare «la maggioranza all’Europarlamento».

Festeggia la cancelliera Angela Merkel («il mio cuore batte per lui») suo principale sponsor, senza cui il candidato tedesco non avrebbe avuto neppure mezza chance nella sfida interna fra democristiani. Ma batte le mani (al ritmo dell’Inno alla Gioia suonato al termine del congresso) anche il primo ministro ungherese Viktor Orbán, che lo ha sostenuto nonostante le ripetute critiche alla sua politica ultra-nazionalista.
«Colmare il divario con i cittadini» è la parola d’ordine dello spitzkandidat incaricato di risollevare le sorti del Ppe prima ancora che dell’Europa in balìa delle forze centrifughe. La sua nomina, tra gli addetti ai lavori, è tutt’altro che una sorpresa, e si incastra perfettamente nella strategia dei popolari per mantenere il timone della Commissione anche dopo l’era-Juncker.
Fuori dal congresso, con buona pace delle smentite bilaterali, Merkel e il premier francese Emmanuel Macron avrebbero già stabilito che il prossimo presidente Ue sarà tedesco. Non succedeva dal 1967, con Walter Hallstein silurato proprio da Parigi dopo il primo mandato. E Weber da questo punto di vista è davvero l’uomo opportuno al momento giusto, anche se fino a ieri quasi nessuno aveva sentito parlare di lui al di fuori della Baviera o delle Commissioni Ue Giustizia e Affari costituzionali di cui è stato membro.

Classe 1972, cattolico praticante, una laurea in ingegneria prima di diventare il leader della Junge Union e nel 2003 il più giovane deputato al Parlamento di Monaco. Legato al leader Csu Horst Seehofer, nel pieno della crisi estiva tra la cancelliera e il ministro dell’Interno non ha esitato a schierarsi con Mutti a fianco della sua «soluzione europea» all’immigrazione. Come si è rivelato capace nell’impresa semi-impossibile di trattenere nelle fila del Ppe gli 11 eurodeputati ungheresi del partito euroscettico Fidesz già con un piede fuori dalla “casa” dei popolari. Certosino del compromesso politico, ha costruito la sua carriera sulla capacità di miscelare le ragioni degli alleati con quelle degli avversari, anche interni. Un vero e proprio “pontiere” anche se i socialisti europei hanno già fatto sapere che fra sei mesi non voteranno certo per lui. «La campagna elettorale inizia oggi. Siamo costruttori di ponti e useremo lo “slancio” di Juncker e Tajani per vincere a maggio 2019» ha spiegato ieri Weber, secondo cui «c’è tanto da raccontare, a partire dall’Europa forte e stabile» ereditata dal presidente lussemburghese.

Eppure non basteranno i 492 voti (su 619 validi) conquistati ieri a Helsinki a convincere gli scettici che fanno notare come il suo profilo non sia per niente «normale». Weber mastica un po’ di francese, se la cava maluccio con l’inglese e, soprattutto, non ha mai ricoperto una carica governativa in Germania né è mai stato ministro del suo Land.
Un pesce fuori dall’acqua di Bruxelles, anche se è immerso in ciò che la Deutsche Welle definisce «burocrazia tentacolare europea» e ha imparato a nuotare nel mare magnum degli oltre 30 mila funzionari Ue. Da equilibrista avrà meno problemi di Juncker a barcamenarsi tra le correnti politiche sottomarine alla Commissione, mentre da moderato sarà comunque più adatto di lui a contenere le anime euroscettiche del Ppe che non sono poche. Mentre il sostegno, più o meno manifesto, di Parigi pare già assicurato dalla promessa (anche questa smentita da Merkel e Macron) di affidare la Bce alla Francia quando scadrà il mandato di Mario Draghi.

* da  il manifesto  9 novembre 2018

Cambiamenti climatici: gli scienziati mandano un messaggio terribile, ma i governi non ascoltano



Non ha trovato molto spazio sui mass media la notizia della pubblicazione (l’8 ottobre scorso) della Sintesi per Decisori Politici dello Special Report on Global Warming of 1,5 °C, che costituirà il riferimento scientifico per la Conferenza delle Parti (Cop24) della Convenzione quadro dell’Onu sui Cambiamenti Climatici (Unfccc), che avrà luogo in Polonia il mese prossimo (Katowice, 2-13 dicembre 2018).

L’aumento di temperatura dovuto all’azione antropogena sarà duraturo e non uniforme sulla Terra: in effetti durerà per secoli (per la stabilità della CO2) e continuerà a causare ulteriori cambiamenti nel sistema climatico anche a lungo termine. D’altra parte, un riscaldamento superiore alla media annuale globale viene già ora sperimentato in molte regioni della terra e in diverse stagioni, in particolare nell’Artico. Il riscaldamento è generalmente più alto sui continenti che sui mari e purtroppo si registra con più intensità in regioni terrestri molto abitate e in genere assai povere.
Agli scienziati che per conto della Nazioni Unite seguono le vicende dei cambiamenti climatici, era stata chiesta un’analisi sulle reali possibilità di contenere l’innalzamento della temperatura globale al di sotto dei 2 gradi (rispetto ai livelli preindustriali), limitando l’aumento a 1,5 °C. Le loro conclusioni sono allarmanti. Si stima che le attività umane abbiano già causato circa +1,0 °C di riscaldamento globale. Se la temperatura continuasse ad aumentare al ritmo attuale, con un andamento che dal 2000 non è ormai più lineare, è probabile che si raggiungano +1,5 °C tra il 2030 e il 2052. L’inquietudine degli scienziati si manifesta nel monito che un aumento dagli effetti irrimediabili può essere evitato solo se le emissioni globali di CO2 iniziano a diminuire ben prima del 2030, cosa del tutto improbabile.

Lo studio compara i risultati a +2 °C con quelli auspicati di mezzo grado in meno. Ad esempio, entro il 2100 la crescita media su scala globale del livello del mare sarebbe più bassa di 10 cm. Un ritmo più lento di innalzamento del livello del mare consente maggiori opportunità di adattamento nei sistemi umani ed ecologici nelle piccole isole, nelle zone costiere basse e nei delta (Venezia e Aquileia). Le barriere coralline con un aumento di 1,5, diminuirebbero del 70-90%, mentre con 2 °C se ne perderebbe praticamente la totalità (oltre il 99%) e si registrerebbe la scomparsa di un numero elevato di ecosistemi. I rischi legati al clima per i sistemi naturali e umani diventerebbero più elevati e differenti da luogo a luogo. Con dettagli e grafici, il report dimostra che il problema del cambiamento climatico ha una relazione diretta con migrazioni e povertà, mentre suggerisce vivamente politiche di transizione rapide e di vasta portata nel sistema energetico e nell’agricoltura oltre a una particolare attenzione a città, infrastrutture (incluso trasporti ed edifici) e sistemi industriali (economia ciclica).
Le transizioni di sistema che vengono richieste sono senza precedenti in termini di scala e implicano riduzioni delle emissioni in tutti i settori, un ampio portafoglio di opzioni di mitigazione e un significativo spostamento degli investimenti su opzioni ambientali.
In Italia la situazione è di stasi totale: tutto fermo nella decarbonizzazione del sistema energetico; si vive della rendita del boom del solare del 2011 (governo Berlusconi IV) e su quella scia si sono raggiunti con cinque anni di anticipo i target europei del 2020. Ma quelli stabiliti per il 2030 al momento rimangono una chimera. Lo continuano a ricordare i rapporti trimestrali dell’Enea. Il terzo del 2018 ribadisce che per il quarto anno consecutivo, la quota di Fer sui consumi finali potrebbe perfino ridursi, continuando ad oscillare intorno al 17,5% raggiunto nel 2015. Rimaniamo inchiodati a quell’anno. Secondo le elaborazioni dell’osservatorio Fer (su dati Terna) la nuova potenza eolica, fotovoltaica e idroelettrica connessa nei primi sei mesi del 2018 è stata pari a 334 MW, una variazione inferiore del 39% rispetto ai 551 MW installati nella prima metà del 2017.

Quello che si registra di nuovo è solo l’ok al gasdotto TAP, quindi un atto perfettamente in linea con le linee pro-gas di tutti i precedenti esecutivi (in un nostro precedente post abbiamo parlato della necessità di ribaltare quella decisione nonostante le tonnellate di dichiarazioni contrarie).
Salvini aveva commentato che col nuovo gasdotto le bollette degli italiani sarebbero state meno care. In verità il prezzo del gas è aumentato di parecchio quest’anno e di conseguenza anche quello dell’elettricità perché “a fare” il prezzo dell’elettricità è ancora il gas, essendo oggi in Italia il re della generazione. A settembre il prezzo dell’energia in borsa (il Pun) ha toccato i massimi da ottobre 2012, salendo a 76,32 €/MWh, più che doppio rispetto ad un anno fa (+57,0%.)

Il Rapporto dell’Agenzia Internazionale dell’Energia sugli investimenti energetici globali ha confermato che tutto il mondo procede a un passo che non permetterà di raggiungere gli obiettivi energetici e climatici, fissati dall’Agenda Onu 2030 e dall’Accordo di Parigi. Gli investimenti globali combinati nelle energie rinnovabili e nell’efficienza energetica sono diminuiti del 3% nel 2017, quelli nelle energie rinnovabili, che rappresentano i due terzi delle spese per la produzione di energia elettrica, sono addirittura calati del 7%.
Terribile che gli investimenti delle imprese di proprietà statale siano rimaste più legate a petrolio e gas e alla produzione di energia termica di quanto non lo siano state le imprese private. È la discesa dei costi del fotovoltaico passati dai 72$ per MWh dell’asta 2014 in Brasile ai soli 18$ dell’asta 2017 in Arabia Saudita a rendere il fotovoltaico competitivo e “amato” dalle utility: è il fatto che col vento e col sole il ritorno degli investimenti è semplicemente più rapido rispetto alle fossili.

Agire dunque per evitare il peggio, questo è il messaggio inascoltato che viene dagli scienziati dell’Unfccc. Messaggio terribile, da recepire in un mondo di irresponsabili e dilettanti al potere, inebriati dal fatto che non si raccolgono voti praticando responsabilità e visione del futuro.

*  Mario Agostinelli e Roberto Meregalli - www.ilfattoquotidiano.it