15 giugno 2019

Europa: Il Parlamento di Arlecchino


di Massimo Marino

In attesa che il 25 giugno si formino ufficialmente i diversi gruppi in cui si distribuiranno i 751 eletti di 28 nazioni emersi dal voto europeo del 26 maggio, è utile qualche riflessione meno estemporanea di quelle lette sui media già poche ore dopo il voto.
Il racconto dei media, specie quelli italiani, ha deciso per noi che avremmo scelto fra europeisti e sovranisti (detti anche nazionalisti, populisti e/o genericamente la destra o anche la estrema destra). Qualche spirito coraggioso semplificando ha parlato di scontro  fra democratici sostenitori delle attuali élite espresse nella maggioranza della Commissione europea e quelli che dichiaravano di voler cambiare tutto.
In realtà di proposte di cambiamento se ne sono sentite poche, se non la volontà, comune in realtà a quasi tutti, di voler chiudere le frontiere agli immigrati irregolari. È un obiettivo che si può condividere se si aprono altri percorsi regolari di immigrazione, che però nella pratica nessuno persegue seriamente. In aggiunta proposte vaghe forse per cambiare i dazi per difendere le proprie produzioni tassando e riducendo l’import secondo la dottrina trumpista. Quali altre proposte di cambiamento avete sentito nella campagna elettorale? 

Che i media, specie quelli italiani, ripropongano sempre letture semplificate del mondo riducendo tutto a scenari bipolari non è solo il prodotto di banalizzazione o di ignoranza ma è il modo più efficace attraverso il quale si difendono le élite (o chiamatele neoliberismo, austerità, neo o turbo capitalismo o altro) che governano l’Europa e non solo da trenta anni.
In ogni caso: chi avrebbe quindi vinto fra europeisti e sovranisti, se facessimo finta per un attimo che davvero fosse questa la sfida? Mettetevi tranquilli, per il momento almeno, non ha vinto nessuno.  Se vogliamo dirla tutta, l’Europa si è complicata la vita con un probabile Parlamento Arlecchino di tanti colori e poche idee. Al momento vere proposte riformatrici che ci diano un Europa più vicina all’insieme dei popoli che la compongono, che affrontino la povertà e l’emergenza climatica, che gestiscano in modo accettabile le migrazioni di massa garantendo integrazione e sicurezza, che azzerino la corruzione nelle istituzioni e nella società non ce ne sono. O comunque non prevalgono affatto in un'unica voce autorevole nel continente.

La maggioranza Popolari-Socialdemocratici (oggi 178 e 153 seggi) che esprimeva la leadership della Commissione europea ha perso 69 seggi (37 e 32) e per raggiungere la maggioranza di 376 seggi deve trovare un accordo (più che altro sulle poltrone) con i Liberali di Centro dell’ALDE (o come si chiamerà il gruppo) che sono diventati 105 (+38) quasi solo per l’aggiunta del gruppo di Macron. Fin qui tutto assolutamente come previsto. Che non ci sarebbe stato alcuno stravolgimento radicale del quadro europeo lo sostenevo già sei mesi fa ( Uno spettro si aggira per l’Europa... non è il comunismo e neanche il populismo ).

Si parla anche di un quarto gruppo nella maggioranza, quello dei Verdi e affini (69 seggi, +17), ma dubito che specie i verdi tedeschi entrino in un simile consesso di partiti e di culture politiche che danno l’impressione di essere irrimediabilmente in declino e parecchio distanti dalla conformazione genetica dei Grunen, dove ci sono posizioni diverse sul tema ma correttamente si rimanda al confronto concreto di programma. Resta la storica marginalità dell’ambientalismo tradizionale europeo che per diventare almeno il terzo polo a Bruxelles dovrebbe più che raddoppiare i propri seggi attuali. Certo si fa notare la posizione di centro alternativo dei tedeschi che sono in grado di fare coalizioni con tutti (democristiani, socialdemocratici, linke e liberali) mantenendo autonomia e senza farsi digerire o disgregare da nessuno, come è invece tristemente successo in Italia, Grecia, Francia, Spagna.. 

Il variegato fronte detto sovranista-populista, ha avuto dei successi locali ma non ha affatto dilagato per l’Europa come abbiamo letto per mesi. Alcuni hanno stimato un aumento dal 20 al 23% di questa variegata porzione dell’elettorato.  In realtà nel Parlamento europeo questo fronte inesistente sarà distribuito in almeno due diversi gruppi: Il primo è l’ECR (Conservatori e Riformisti) che aveva come capofila i Conservatori britannici e quelli polacchi e dal 2012, senza seggi, anche i FdI della Meloni. Era il terzo gruppo nel vecchio Parlamento europeo ma all’uscita della GB si ridimensionerà decisamente. Il secondo è l’AEPN (Alleanza Europea Popoli Nazioni) di recente nascita con l’accordo fra Salvini e Le Pen con l’idea (fallita) di formare un supergruppo ma invece, checché ne scrivano i nostri media, ha oggi poche adesioni. Sarà comunque probabilmente il quinto gruppo dopo i Verdi, sempre che trovi gli eletti di 7 nazioni necessari entro il 25 giugno, cosa per niente scontata.  In totale i due prevedibili gruppi dovrebbero raccogliere circa 117 seggi.

 La Lega di Salvini (9,2 milioni di voti) è il successo più evidente di quest’area variegata anche se va ricordato che nel nostro paese solo negli ultimi 5 anni si sono avuti gli 11,5 mdv del PD nel 2014 e i 10,7 mdv dei 5Stelle nel 2018. Non c’è nessuna valanga leghista. Si cita anche la vittoria del Raggruppamento Nazionale di Marine Le Pen che in verità non esiste perché ha preso meno voti del 2014 e un seggio in meno, mentre l’affluenza in Francia è aumentata del 6%.  Lega e RN sono il primo partito nei loro paesi soprattutto per il fatto che altri partiti sono scesi nei consensi. Va aggiunto che vari raggruppamenti di destra estrema di quest’area non hanno affatto avuto il successo previsto (AFD in Germania, Vox in Spagna, FPO in Austria ...). Neppure gli eletti provvisori di Farage con il nuovo Brexit Party, che ha clamorosamente vinto in GB e assunto una posizione più centrista del vecchio UKIP, faranno parte di quest’area e Farage ha espressamente dichiarato che si sente molto più vicino ai 5Stelle che all’area di Salvini e Le Pen. Anche gruppi apertamente neo fascisti-nazisti sono stati ridotti ai minimi termini: (es. Alba Dorata in Grecia, CasaPound e Forza Nuova in Italia). 

Astensionismo, frammentazione e desolante mancanza di idee riformatrici restano il problema dell’Europa politica. Per il momento siamo nell’Europa di Arlecchino non solo per la varietà dei colori politici ma per la vocazione a farci ridere e piangere a giorni alterni.  
L’astensionismo, per quanto si sia ridotto dal 59 % del 2014 al 50 % circa del 2019 resta alto.  In realtà solo 9 paesi su 28 hanno avuto una affluenza reale superiore al 50%. L’Italia, insieme alla Bulgaria, è addirittura in netta controtendenza con un ulteriore aumento dell’astensionismo, oltre il 4% in più rispetto al 2014. (vedi fig.1)



La frammentazione è dilagante ed il quorum al 4% italiano si dimostra molto salutare e forse ancora non sufficiente per favorire nuove aggregazioni stabili.  In Germania l’eliminazione del quorum decisa dalla Corte costituzionale si è mostrata disastrosa. Hanno ottenuto seggi 14 gruppi compreso un Partito nato per scherzo e per scarsa serietà espulso dalla corsa per le elezioni politiche (Die Partei ) che con il 2,4% ha invece confermato 2 seggi a Bruxelles. In Spagna i gruppi che hanno ottenuto seggi sono stati 15 e l’endemica frammentazione politica ha coinvolto anche Podemos che sembra avviato al declino. La Francia ha rimesso il quorum del 5% dopo aver avuto 28 gruppi con seggi in precedenza.

La nuova maggioranza a tre che esprimerà i vertici della Commissione europea e degli altri organismi ha una vocazione riformatrice vicino a zero. Assumerà qualche vago accento “sovranista” mentre sta preparando un cordone sanitario verso i sovranisti stessi. Accenti lontani però da qualunque ipotesi riformatrice. Qualche nota aggiuntiva è utile per chiarire il vero quadro dell’Europa politica dei prossimi anni. 

Germania: Si conferma l’avanzare della crisi dei due partiti storici, CDU e SPD mentre tramontano leader come la Merkel e Schulz. Si cercano nuove figure più giovani mentre diventa centrale trovare qualcosa per contenere i Grunen che, con nuovi leader e una più matura collocazione al centro sono diventati nettamente il secondo partito (23 seggi, +10)   fra la CDU ( 29 seggi, - 5) e la SPD ( 16 seggi, -11 ). La nuova destra dell’AFD, che andrà nell’AEPN con Le Pen e Salvini, già offuscata da scandali e corruzione si è fermata a 11 seggi. I Grunen si ripropongono come un’eccezione per l’intera Europa: appaiono pressoché esenti da fenomeni di trasformismo, opportunismo, corruzione, malgrado abbiano alle spalle ripetute esperienze locali di governo. Sono forse eccessivamente moderati nel loro pragmatismo. Nel 2014 dopo le europee hanno perso l’occasione di unire in un'unica area nel PE le forze di Podemos e M5Stelle con una larga alleanza in una fase storica in cui tutti i tre gruppi attraevano nuovi sostegni da tutte le aree politiche e avevano in realtà molti obiettivi in comune. Hanno perso così l’occasione storica di tentare la costruzione di una larga alleanza europea ecologista e popolare. Oggi non sono in grado di conquistare la maggioranza ma reggono bene i loro 35 anni di storia. Sui Verdi tedeschi cito Fernando D’Aniello: “ I Grünen sono certamente una sorpresa di questi anni: una forza politica pragmatica, presente in ogni sorta di coalizione (con i conservatori, con i liberali, con la SPD etc.) e capace di intercettare il voto giovanile, prevalentemente delle città medio-grandi. Un elettorato poco ideologizzato che vede negli ecologisti la sola forza pronta a rappresentare le proprie istanze in qualsiasi coalizione, cosa che invece non riesce alla SPD e tantomeno alla Linke.”
Al contrario di altri paesi, come Francia, Italia, Gran Bretagna..., il successo del voto verde in Germania non è solo il prodotto parassitario di Greta Thunberg, di Fridays For Future o Extinction Rebellion e dell’emergenza climatica che incalza, ma era già stato preannunciato dai successi, dall’opposizione o dal governo locale, in Baviera e nell’Assia, due Länder socialmente ai due estremi della società tedesca. 

Francia: La dissoluzione elettorale alle europee di liste che si rifacevano ai Gilet gialli è sicuramente una vera e propria lezione di storia. Un movimento di protesta ampio e combattivo è dilagato per mesi nell’intera Francia e progressivamente è caduto nella solita trappola della repressione e della violenza. Quelli che noi chiamiamo BlackBloc e loro affini hanno fatto il solito ottimo lavoro nell’azione di sfascio di un Movimento che stava iniziando a maturare un elenco di obiettivi più chiari e più comprensibili di quelli iniziali. Secondo quanto raccontano i media italiani l’incontro di alcuni esponenti dei Jeuns Jaunes con il M5Stelle avrebbe portato all’offerta di mettere a loro disposizione lo strumento informatico Rousseau per favorire la loro organizzazione diffusa.  Io avrei proposto altro, magari un confronto serrato di chiarificazione sui reciproci obiettivi che avrebbe fatto bene a tutti. E’ un fatto che il movimento non è stato capace di esprimere neanche un rappresentante nel parlamento europeo. Dopo le elezioni europee del 2014 dove era assente in Francia il quorum con la tragica conseguenza di avere 28 gruppi di eletti a Bruxelles, l’introduzione del quorum al 5% ha portato a 6 gruppi che hanno ottenuto dei seggi. La coalizione di Macron e il partito della Le Pen hanno ottenuto entrambi 23 seggi. E’ riemersa dall’angolo EuropeEcologie-Le Verds che ha ottenuto il 13,5% e 13 seggi. Una novità la ripresa dell’aggregazione ecologista che nel 2009 aveva fatto parlare di sé in tutta Europa con il successo alle europee (16,3%) Poi la crisi dopo il disastroso esito dell’alleanza di governo con i socialisti di Hollande che erano riusciti a ridurre ai minimi termini gli ecologisti e smantellare gli accordi di governo con loro prima di arrivare a loro volta praticamente ai limiti della scomparsa vicino al 5%. 

Spagna: Europee ad un mese dalle elezioni politiche spagnole del 28 aprile che avevano visto, quasi unico caso europeo recente (con la Danimarca), la vittoria dei socialisti del PSOE con il nuovo leader Pedro Sánchez, dopo un tormentato lungo periodo di crisi istituzionale, scandali di corruzione, rivolta indipendentista della Catalogna, sconfitta storica dei socialisti in Andalusia, governo di minoranza dello stesso Sánchez con il sostegno esterno di Podemos. Il successo socialista si conferma un mese dopo con il voto di maggio indicando un possibile nuovo assetto del paese, (in realtà un ritorno al passato?) dopo essere arrivato sull’orlo della frammentazione. La crisi rovinosa di Podemos ma anche di altri gruppi contigui è un altro caso di studio che insegna che una tradizionale sinistra radicale in Europa non ha progetti, né leader, né forse ragioni storiche di successo. Grande interesse aveva destato nel 2014 la nascita di Podemos dalle mobilitazioni degli Indignados (Movimento 15-M) e dalla elaborazione di un gruppo di intellettuali universitari. Inizialmente un nuovo linguaggio e nuove idee, forse non ben amalgamate, che si discostavano dalla tradizionale lettura di sinistra. Podemos assumeva temi no-global, diritti sociali, ecosocialismo e femminismo, accenti del populismo di sinistra di Laclau e Mouffe, lotta alla corruzione e alla casta, strumentazione assembleare ispirata alla democrazia diretta a cui si aggiunge però rapidamente una struttura decisionale di bilanciamento verticista basata sul ruolo mediatico centrale del segretario Pablo Iglesias. Nelle elezioni politiche del dicembre 2015 Podemos con 5,2 milioni di voti e il 21% è il secondo partito dopo i Popolari avviati alla disfatta dagli scandali interni. In assenza di maggioranze le elezioni si ripetono sei mesi dopo e Podemos immagina che un’alleanza con la sinistra estrema aggiunga i voti utili a diventare primo partito. Aggregazioni simili alle amministrative di qualche mese prima avevano portato nel 2015 Podemos a conquistare una decina di città fra le quali Madrid (Manuela Carmena) e Barcellona (Ada Colau). Ma l’alleanza con la sinistra radicale fa invece perdere voti e avvia lacerazioni interne fino alla rottura nel gruppo dirigente che si aggiungono ai durissimi attacchi dei media incentrati su Iglesias (“il capo politico”). Alle politiche di aprile scorso l’aggregazione di Podemos precipita dal 16% dei sondaggi al 12% ed alle europee di maggio scende al 10%. 

Contemporaneamente alle europee in Spagna si svolgono le elezioni comunali e regionali. In uno scenario di rotture interne che ricadono anche sul piano locale, sia Barcellona che Madrid vedono una sconfitta delle due sindache uscenti che non hanno più i numeri per governare. Nella vicenda di Podemos si leggono numerose affinità di partenza con la vicenda del M5Stelle. L’errore della scelta del “capo politico” che diventa in fretta il facile bersaglio di un pesantissimo attacco mediatico, l’incertezza nell’assumere una collocazione radicale di centro ricadendo nella vecchia trappola del bipolarismo (e però permettendo insieme l’emergere di Ciudadanos, partito anticasta centrista), un uso forse distorto degli strumenti della democrazia diretta. Si pensi che Podemos era diventato il secondo partito in Spagna per iscritti (500mila) dopo i Popolari e le consultazioni on line (famosa quella sulla villetta di Iglesias che ha occupato le prime pagine dei media per una settimana di veleni) sono arrivate a coinvolgere anche più di 180mila persone. In Italia il M5S si dice abbia un po’ più di 100mila iscritti e partecipano al voto interno online mediamente 30mila iscritti. La crisi di Podemos sembra a me irreversibile senza una radicale revisione culturale che mi pare improbabile. I socialisti, come era prevedibile, non sembrano più orientati ad un rapporto con Podemos e con le sue tesi, mentre il programma comune steso è già carta straccia, e sono stati avviati colloqui con Ciudadanos per tentare una nuova inedita maggioranza moderata.  

Italia: Ho già commentato a caldo i risultati delle elezioni europee in Italia. (Elezioni: il Re è nudo, qualcuno troverà le mutande? ). I risultati arrivati subito dopo delle amministrative e dei ballottaggi in 136 Comuni, con la scomparsa del M5Stelle nelle nuove amministrazioni, confermano che la crisi di questo governo ne sta deformando la vocazione innovativa iniziale e che tutti gli altri scenari in formazione saranno peggiori. Il sistema dei media è ben vivo, ferocemente schierato a difendere le vecchie élite e sembra essere il vero vincitore. ( vedi fig 2) 


Mentre i 5Stelle mantengono una apparente supremazia nella comunicazione in rete (ma la qualità della comunicazione è decisamente crollata), vengono quotidianamente sovrastati dalla delegittimazione su giornali e TV, ancora più pesante dopo il voto. L’attività e l’iniziativa del Governo, che nell’ultimo anno è stata per il 90% gestita dal duo Di Maio-Conte è messa in ombra e di fatto coperta dal nullismo parolaio di Salvini, sempre sovrastimato dai media, in una inconfessabile alleanza con le opposizioni. L’ottima iniziativa del reddito di cittadinanza come contrasto emergenziale della povertà si mostra confezionata per un settore sociale troppo ristretto mentre dovrebbe allargarsi verso il basso e verso l’alto prima di passare alla fase due del patto sul lavoro e del salario minimo orario. Fra l’altro questo spicchio di elettorato frequenta pochissimo le urne e gli altri delusi hanno evidentemente risposto con una masochista astensione e in misura più ridotta con un harakiri da vero samurai votando Lega. (vedi fig 3).



L’iniziativa sul terreno della crisi ambientale e climatica sembra quasi scomparsa dall’agenda del governo ed in particolare dagli argomenti quotidiani di Di Maio mentre viene cannoneggiata costantemente dalla Lega. In stallo il blocco del TAV, la nuova legge su Acqua pubblica, la mobilità nelle città e l’inquinamento dell’aria. Un ottimo risultato per Di Maio-Toninelli per perdere anche un po’ di voti ambientalisti. Il dibattito sullo “sblocca cantieri” e in genere le grandi opere avrebbe potuto essere una occasione per entrare nel merito delle opere urgenti che servono, di quelle problematiche e di quelle che vanno cancellate. E dando rilievo alla necessità di altre grandi opere sempre messe ai margini come i sistemi pubblici metropolitani, una nuova e moderna edilizia scolastica, la bonifica dei poli industriali inquinanti su cui invece l’azione è modesta. 

Tutte questioni dimenticate anche dalle opposizioni con un insostenibile velo di indifferenza. Si riaffaccia così, attraverso la Lega, la vecchia cultura, cara alle destre e alle sinistre del passato, dello sviluppo e della crescita senza limiti e senza eccessivi controlli. La crescita del mercato del cemento e dell’asfalto. La solita musica...

Fig.1 è tratta da Wiikipedia – Fig 2 e 3 sono tratte da “Elezioni europee 2019 -Analisi post-voto IPSOS-TWIG.”

Nota: la composizione, il numero dei membri e la denominazione dei gruppi nel nuovo Parlamento Europeo qui citati vanno intesi come provvisori in attesa della definizione ufficiale del 25 giugno 2019.



                  I movimenti dell’ecologismo e la guerra civile in corso nel pianeta - ottobre 2018 

13 giugno 2019

Amministrative Spagna: Che ha fatto Madrid per meritare questo?


Spagna. La capitale va a destra, sconfitta la sindaca Manuela Carmena, Vox entra in consiglio. Anche la Comunità in mano al Partito popolare. A Barcellona vince l’indipendentista Maragall, ma ora il Psoe corteggia Ada Colau

di  Luca Tancredi Barone *


Simbolo della grande sconfitta di queste elezioni erano le lacrime emozionate di Ada Colau domenica sera davanti ai fedelissimi di Barcelona en comú e il discorso serio e appassionato di Manuela Carmena a Madrid. Quest’ultima ribadiva anche in un tweet che non sarà più sindaca, «ma Madrid continuerà a essere solidale e partecipativa, progressista e aperta». Colau invece ricordava orgogliosamente di aver avuto tutti contro, ma nonostante questo di aver messo in piedi un nuovo modo di fare politica e un nuovo progetto di città, e diceva di essere disposta a parlare con tutte le forze di sinistra che vogliono mandare un messaggio di speranza al mondo: «Dando priorità alle politiche sociali contro l’auge delle destre e la giudiziarizzazione della politica».
Ma le due città simbolo del vento del cambiamento entrato nei palazzi della politica 4 anni fa non possono essere più diverse.
A MADRID, dove l’affluenza è stata praticamente identica a 4 anni fa, 68,2% contro il 68,9%, ha vinto la destra, per due seggi: 4 anni fa il movimento Ahora Madrid e i socialisti superavano la destra di Pp e Ciudadanos di un solo seggio. Ma nel frattempo la sinistra è esplosa, da Ahora Madrid Carmena ha allontanato Izquierda Unida e Podemos e oggi la destra anche se divisa in tre (con Vox), supera socialisti e Más Madrid (il movimento capeggiato dall’ex sindaca). Paradossalmente, sarà sindaco lo scialbo capogruppo di un Pp molto più debole (passa da 21 a 15 consiglieri). Se è vero che Carmena ha perso 15mila voti (e 1 seggio), i socialisti guidati dall’ex allenatore di basket Pepu Hernández ne hanno persi 27mila (e un altro seggio), mentre 43mila voti sono andati a Izquierda Unida che si è presentata da sola con un ex assessore di Carmena, Carlos Sánchez Mato, senza però superare la soglia di sbarramento.
NELLA COMUNITÀ, che il Psoe dava per conquistata dopo 30 anni di Pp e innumerevoli scandali di corruzione, accade lo stesso: la maggioranza uscente (Pp-C) era sopra l’opposizione di uno solo scranno, ora le tre destre superano le sinistre di due seggi, ma a sinistra oltre all’egemonico Psoe, ora c’è Ínigo Errejón, uscito da Podemos, con Más Madrid e tre volte i voti di quel che resta di Podemos e Izquierda Unida, che pure entrano nel consiglio regionale.
SE LA DESTRA ha vinto chiaramente a Madrid, a Barcellona (partecipazione al 66%, 6 punti in più che 4 anni fa) l’asse politico è invece quello indipendentista. La destra ha un voto residuale: Vox non entra neppure, il Pp entra per il rotto della cuffia superando dello 0.1% la soglia, con 2 consiglieri, e gli eredi del PdCat di Puigdemont ottengono solo 5 seggi (ne avevano 10). Il resto si spartisce fra Esquerra, primo partito, con 10 seggi, il doppio che nel 2015, altrettanti per Barcelona en comú (che ha 5mila voti meno di Maragall, il candidato sindasco di Erc: lo 0,7%; rispetto al 2015 perde 20mila voti e 1 scranno), 8 al Psoe (il doppio di quelli che aveva), 6 a Ciudadanos guidato dall’indipendente ex premier francese Valls: 28 seggi vanno a sinistra e solo 13 a destra. Ernest Maragall sarebbe il primo sindaco indipendentista (e di Esquerra republicana) dal 1939, ma conta solo su 15 consiglieri indepe, i suoi e quelli del Pdcat.
Di qui le manovre che già si intravedono. I socialisti hanno già teso la mano a Colau per evitare un sindaco indipendentista; Valls (che ha altri due fedelissimi nel gruppo di 6) minaccia di staccarsi da Ciudadanos se si accordano con Vox – cosa che senz’altro accadrà in quasi tutta la Spagna. È il preludio di un patto tra BeC, socialisti e Valls? L’unico modo perché Maragall non sia sindaco è che Colau ottenga l’appoggio di 21 consiglieri, e con questo accordo i numeri ci sarebbero. Ma certamente Barcelona en comú non sarebbe la stessa se governasse con Valls e con i socialisti che hanno passato tutta la campagna elettorale attaccandola.
Ci sono però due importanti comuni i cui sindaci del cambiamento non piangono: Cadice, dove migliora il risultato José María González “Kichi” aumentando i suoi consiglieri da 8 a 13, a solo un seggio dalla maggioranza assoluta. Peccato che Kichi si sia allontanato dalla linea di Podemos, tanto che Iglesias non lo ha visitato in campagna elettorale. Un risultato analogo è avvenuto a Valencia, terzo comune spagnolo: il sindaco uscente Joan Ribó, di Compromís, partito valenziano di sinistra ed ex alleato di Podemos, rimane alla guida, rafforzandosi, come pure gli alleati socialisti: Podemos invece rimane fuori.

* da il manifesto 28 maggio 2019


nella foto: Manuela Carmena e Ada Colau


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