7 agosto 2022

Energia: Non siamo alla canna del gas, ci stanno solo spennando per bene

di Massimo Marino

1) Se volete farvi un’idea approssimativa su come davvero vanno le cose della transizione ecologica, tema che i media vi offrono a colazione, pranzo e cena con una sfilata di leader politici di destra e di sinistra, esponenti confindustriali, editorialisti di primo piano della carta e della rete tutti a modo loro per la sostenibilità, lasciate perdere i sostenuti. Riguardatevi invece le tappe del recente giro d’Italia con le riprese dall’alto di decine di paesini, medie e grandi città da nord a sud. Difficilmente avvisterete un tetto fornito di pannelli per la autoproduzione da solare fotovoltaico. Come è possibile? Come stanno le cose?

A dicembre 2018 gli impianti istallati (sui tetti e a terra) erano circa 670mila, a dicembre 2019 erano 880mila (210mila in più). Due anni dopo (i due anni iniziali del covid) erano poco più di un milione (136mila in più). Considerate che gli edifici disponibili, tetti di abitazioni e di capannoni industriali e agricoli, trascurando le possibilità a terra, pur non facili da stimare, sono in Italia sicuramente più di 10 milioni. Se volessimo porci l’obiettivo strategico di attrezzarne la metà nell’arco di 10 anni dovremmo collocare circa 500mila impianti all’anno che, se ci fosse la volontà politica, sarebbe assolutamente fattibile. Con il contributo pubblico si giustificherebbe l’avvio di una sana autarchia, un segmento produttivo nazionale autonomo nella produzione ed istallazione, economicamente virtuoso per tutti (cioè per i cittadini, le imprese, l’occupazione, il PIL e l’ambiente).

2) L’introduzione del superbonus 110% ha aggiunto una grande potenzialità agli interventi di efficientamento energetico. Presentato dal governo Conte II nel DL Rilancio del maggio 2020 e avviato dal luglio rende efficienti energeticamente abitazioni e aziende a costo quasi zero. Ostilità politica e boicottaggi, eccessi burocratici dei diversi enti locali, aumenti speculativi dei costi, scarsa collaborazione delle banche, qualche inesperienza di troppo nel testo del decreto base e nelle varianti seguite, hanno messo in ombra i risultati. Non solo lo straordinario successo dal punto di vista edilizio con 173mila progetti finanziati (33 mld stanziati fino a tutto il 2022 risultano già finiti da maggio) ma anche il grande impatto ambientale che può portare fino ad un risparmio dell’80% dei consumi energetici complessivi di un fabbricato. Invece di semplificare le procedure, razionalizzare i controlli e i costi e allungare l’iniziativa oltre il dicembre 2023 a tutto il decennio 2020-2030, il rischio è che invece in autunno il boicottaggio dell’iniziativa targata 5Stelle-Conte, riesca definitivamente, spostando le risorse verso altri capitoli di spesa più redditizi sul piano delle clientele, rendendo così ridicola qualunque dichiarazione di impegno verso la transizione ecologica da parte dei prossimi governi.

3) È singolare che nel dibattito sulla transizione energetica che negli ultimi mesi si è aggrovigliato con i problemi dei costi delle fonti, della guerra e di una scarsità del gas che non c’è mai stata, sia scomparso il peso dei trasporti e della mobilità, determinanti insieme alle abitazioni e alle aziende per il fabbisogno e la qualità dei consumi energetici. Nella più totale indifferenza dei media nei mesi passati sono stati diffusi i dati di fine 2021 sulla quantità di auto circolanti per abitante nel nostro paese. Siamo a più di 670 auto ogni 1000 abitanti (700 in parecchie aree urbanizzate) ancora in aumento rispetto al 2020 e con una età media dei mezzi salita dai 7,9 anni del 2009 agli 11,8 anni attuali. Addirittura, quasi a 900 su 1000 se si somma tutti gli altri mezzi a motore endotermico tipo moto e furgoni. Una vera follia, il dato di gran lunga più alto d’Europa e dell’intero pianeta se si considera anche la densità abitativa.

Da tempo sostengo che c’è un’unica alternativa a questa tragica deriva, dove tranne i bambini, già da piccoli però circondati da giochi e figurine che rappresentano le auto, quasi tutti gli italiani possiedono e si muovono su un veicolo a motore endotermico spendendo, spandendo e sprecando soldi, gas inquinanti, tempo di vita e stress.

L’alternativa è la diffusione capillare di reti metropolitane in tutte le città di grande e media dimensione. Tutto il resto, andare a piedi, le biciclette, il car pooling ed il car sharing, i monopattini, la vita solitaria in casa da santone indiano, sono utili e sacrosante alternative, gettoni per guadagnarvi il paradiso, ma il loro impatto sui grandi numeri della mobilità, specie nelle aree metropolitane è quasi irrilevante. Servono vettori pubblici e collettivi a corsie dedicate, cioè metropolitane a rete nella città che si proiettino fuori dalle aree urbane e si colleghino a treni regionali o interregionali che si estendano con una ragionevole alta velocità, in tutto il territorio nazionale dove non ci sono.

Con l’eccezione di Milano le reti metropolitane sono dimenticate o messe nell’angolo e di fatto messe da parte perfino da molti ambientalisti, plagiati dal dibattito irreale sulla diffusione delle auto elettriche. A Roma un ulteriore estensione della linea C ed il progetto di una linea D sembrano una chimera. I progetti suggeriti dalla Raggi e i finanziamenti chiesti sono stati apertamente boicottati. A Torino purtroppo l’Appendino in 5 anni è riuscita solo a riesumare il progetto sbagliato PD del 2006 che parte da Rebaudengo e taglia fuori le parti più rilevanti del traffico proveniente dall’area esterna di nord-est e di sud -ovest della città (San Mauro e Orbassano) rimandate ad un indefinibile futuro. Un desolante errore, una scelta gravissima che a mio parere andrebbe cancellata ricominciando rapidamente da capo partendo dai due estremi. A Bologna le difficoltà di mobilità nelle zone centrali e in quella universitaria non prevedono alcun progetto di metro vera e propria ma metrobus e biciclette. Nulla a Firenze dove si progetta una linea che non è dedicata e sembra prevedere semafori. A Genova la piccola tratta di metro esistente sembra aver chiuso la partita con due modesti segmenti da aggiungere. In molti sostengono, affrettatamente, che la conformazione delle aree cittadine non consente facili interventi, dimenticando che le metro nel mondo sono dappertutto: sottoterra, a raso, sopraelevate, sotto i fiumi e i viadotti. La metro di Parigi è arrivata anche sotto la Senna dal 1903! A Napoli le linee esistenti hanno circa 20 km di estensione e si spera nella linea dal Centro alla stazione AV di Afragola. A Palermo e Cagliari la costruzione di una vera rete cittadina con propaggini fino ad oltre le periferie non è stata presa in considerazione fino a pochissimi anni fa. Nelle città di media dimensione, intendo sopra i 100mila abitanti, che sono all’incirca 50, l’ipotesi di tratte metro non viene neppure pensata. Si trascura l’importanza decisiva dei tracciati dedicati e della rete, che è la caratteristica che non a caso definisce la metro e moltiplica in modo da tutti inaspettato il numero degli utenti. Ad oggi siamo a meno di 300 km di linee metro funzionanti (comprese le cosiddette metro leggere) spesso solo tratte spezzate che ne riducono le potenzialità di utenza. Tutte hanno un successo clamoroso e non sono sostituibili dal potenziamento di bus e tram, vettori del secolo scorso da eliminare in gran parte, oggi affogati e ingombranti nell’ intenso traffico cittadino, con enormi costi di manutenzione, carburanti e personale, inquinamento, rumore.

Tutto il rarefatto dibattito sulla mobilità, l’inquinamento e le emissioni di gas serra provocato da 40 milioni di auto nel nostro paese è in gran parte costituito da generiche chiacchiere in tv dove nessuno osa dichiarare che l’auto è un simpatico rottame tecnologico del secolo scorso abbellito da navigatori, schermi video, splendidi audio, smartphone incorporati, che va usata solo quando insostituibile e da chi non può farne a meno. Per il resto facendo quattro passi da casa si deve entrare nella rete che deve portarti ovunque. Se a qualcuno sembra fantascienza consiglio un giro turistico in un bel numero di metropoli europee e di parecchi altri paesi occidentali e asiatici.

Invece la ricetta avvelenata che ci suggeriscono per non cambiare nulla va a parare nella diffusione delle auto elettriche, il cui principale obiettivo è quello di dare una boccata d’aria con gli incentivi al settore dell’automotive. Si stima che realisticamente al 2035, quando la vendita (non la circolazione!) di nuove auto a fossili dovrebbe essere vietata in tutta Europa, difficilmente più del 15-20% delle auto circolanti sarà elettrica. Ed è già prevista una verifica con possibili deroghe in ambito UE nel 2026.Cingolani l’ha già chiesta. Insomma, ci stanno prendendo in giro. Ancora nel 2050 potremmo avere sulle strade una prevalenza di motori endotermici.

Dovremmo invece avere già aperto da anni i cantieri in decine di città per la costruzione di reti metro con l’obiettivo di raggiungere in 10 anni almeno 1000 km in più di binari e ritirare dal traffico quotidiano il 50% delle auto, di qualunque tipo siano. Se le reti ci fossero gli utenti le prenderebbero d’assalto, mollerebbero le auto e risparmierebbero un sacco di soldi. Stimando 100-150mila euro al km si tratta di un investimento di 10-15 mld all’anno per 10 anni.

4) Quando negli anni ’90 si svolsero i primi appuntamenti internazionali per il clima (il Summit per la Terra di Rio de Janeiro nel 1992 e la COP1 di Berlino nel 1995, apparve evidente che il principale paese dell’occidente inquinatore, gli USA, non erano disponibili a impegni e ratifiche di accordi che potessero modificare “lo stile di vita americano”. La Russia, la Cina, l’India, il Giappone, non mostrarono alcuna disponibilità a fare quello che non facevano gli USA. Singolare la battuta di Putin che l’aumento delle temperature era un’ottima notizia per la Siberia che avrebbe consumato meno legna per scaldarsi. Nella COP3 di Kyoto nel 1997 vari paesi europei fra cui l’Italia e pochi altri firmarono un Protocollo in cui si indicavano impegni di riduzione delle emissioni entro il 2012 con una seconda tappa prevista al 2020.  Nessuna adesione ne ratifica però dai paesi più importanti. Anzi nel 2011 il Canada ritirò la firma.  Nel 2012 alla COP 18 di Doha si rinnovarono le adesioni al Protocollo in scadenza ma i firmatari (Europa, Australia e poco altro) rappresentavano meno del 20% delle emissioni totali. Un passo in avanti arriva nel 2015 alla COP21 di Parigi dove 196 nazioni accettano un patto globale e condiviso che impegna a mantenere l’aumento di temperatura al disotto di 2 gradi e se possibile a 1,5. La ratifica del Patto dai singoli paesi da allora procede quantificando l’impegno dei singoli e i piani d’azione per attuarlo. A Glasgow la COP 26 del novembre 2021 ridefinisce nuovi obiettivi minimi di decarbonizzazione: un taglio del 45% delle emissioni di anidride carbonica rispetto al 2010, da attuarsi entro il 2030, e zero emissioni nette “intorno” alla metà del secolo. Scompare dal documento finale l’impegno alla dismissione dei combustibili fossili ed a cancellare il loro sostegno con contributi economici. È noto che nessuno dei percorsi e degli obiettivi, almeno su scala planetaria, è davvero in divenire. Aumenta il consumo di fossili, aumentano le emissioni, la CO2 ha raggiunto l’incredibile record di 415 ppm. Era sotto i 400 quando iniziarono le COP negli anni ‘90.

5) Per l’Italia gli obiettivi di riduzione definiti a Kyoto nel 1997 sembrarono nei primi anni mantenuti. Addirittura, nel 2012 gli aggiornamenti al 2020 sembrarono raggiungibili in anticipo di qualche anno. I governi Prodi, Berlusconi IV, Monti (maggio 2006/aprile 2013) vedono un lento ma graduale aumento dei consumi finali attraverso rinnovabili. Nel 2011 si parla addirittura di boom del solare. Anche la mafia si accorge che il solare fotovoltaico è redditizio. Con il DL del marzo 2011 scatta l’obbligo (direi presto dimenticato) di installare impianti a fonti rinnovabili per edifici nuovi e in ristrutturazione. Confronto ad altri paesi anche europei l’Italia almeno sulle rinnovabili sembra vada sulla direzione giusta.

Poi sorprendentemente tutto si ferma.

Dati e osservatori concordano che dal 2014-2015 In Italia la situazione è di stasi totale: la decarbonizzazione del sistema energetico si è praticamente arenata. Rapporti dell’Enea affermano che la quota di Fer (rinnovabili) sui consumi finali potrebbe perfino ridursi perché è in stallo intorno al 17,5% del 2015. Installiamo qualche centinaio di MW all’anno invece di qualche GW mentre i costi delle rinnovabili diventano del tutto competitivi con qualunque altra fonte e i tempi di attuazione dei progetti sono di gran lunga i più rapidi. Avremmo dovuto accelerare alla grande invece è successo il contrario. È emerso di recente che progetti presentati da quegli anni ad oggi per un totale di quasi 90 GW non sono stati approvati o comunque restano fermi da anni presso i Ministeri (per capirsi si tratta circa dell’equivalente di 90 centrali nucleari da 1000 MW). Nel 2021 le FER sono arrivate appena al 19%.

Confesso che per anni mi sono chiesto senza trovare risposte perché tutto si è fermato. Incompetenza e ignoranza? Burocrazia e localismi? Subordinazione della politica a petrolieri e ostilità verso gli ambientalisti, in Italia peraltro docili e miti come agnellini? Le lobby che estraggono e vendono lingotti d’oro nero e riempiono le nostre strade di insostenibili SUV ne hanno distribuiti qualcuno in giro?

6) Solo negli ultimi mesi mi sono dato qualche risposta, per certi versi davvero desolante.

Dall’aprile 2013 al giugno 2018 si sono susseguiti tre governi: Letta, Renzi, Gentiloni.

Nel maggio 2014 l’ENI (30% dello Stato) annuncia in 10 righe la firma di un accordo con GAZPROM ( la società di stato russa per il gas) con cui si revisionano i prezzi dei contratti pluriennali ( arbitrariamente agganciati a quelli del petrolio all’epoca sopra i 100 $) e si aumenta massicciamente l’importazione di gas dalla Russia di fatto a discapito di altri fornitori: Algeria, Libia ed altri paesi dell’area mediorientale-africana. Lo sconto ottenuto sul momento sembra essere del 7% ma il petrolio crollerà nei prezzi rapidamente. L’Italia si trova così ad aumentare decisamente la dipendenza energetica dalla Russia. Qualcosa di simile avviene anche per la Germania della Merkel. Va ricordato che all’epoca l'ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder dell’SPD, perse le elezioni contro Merkel nel 2005, era divenuto consulente di Putin entrando nel board della società che gestisce il gasdotto russo-tedesco (da lui approvato come Cancelliere) e membro del consiglio di vigilanza del gigante energetico russo Rosneft, attività che sembra aver cessato meno di due mesi fa per non incappare anche lui nelle sanzioni antirusse.

Poche settimane prima dell’accordo si svolge il contestato referendum in Crimea (16 marzo 2014) per il passaggio dall’Ucraina alla Russia, che solleva proteste in molti paesi europei e molto meno in Italia. Siamo nel pieno della guerra civile nel Donbass che porterà alle due repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk dopo che i due protocolli di Minsk del settembre 2014 e febbraio 2015 non vengono rispettati da nessuno. 

I principali capi di governo europei, Merkel, Cameron, Hollande oltre a Obama avevano disdetto la partecipazione ai giochi di Soki di febbraio (le olimpiadi invernali russe). Unico presente Letta che dopo un convegno con Putin a Trieste aveva annunciato la sua presenza in Russia dichiarando che lì avrebbe espresso il suo dissenso... per le leggi antigay della Duna del 2013. Le conseguenze dell’accordo ENI-GAZPROM rendono (quasi) tutti felici. Costi un po’ abbassati, quantità abbondanti perché Putin ha bisogno di cash, sembra che il gas russo sia anche meno umido di quello algerino. L’accordo è annunciato da De Scalzi ex vice di Scaroni che ha appena sostituito alla guida dell’ENI su nomina di Renzi appena subentrato a Letta (febbraio 2014).

Così da 8 anni i nostri atlantisti versano parecchie decine di miliardi all’anno a Putin che addirittura nella seconda parte del 2021 ci ha aumentato le quantità e sembra ci abbia diminuito un po’ i prezzi del gas che invece sul mercato sono schizzati verso l’alto da settembre. Sarà che avevamo tanto gas a buon prezzo, o altro che non capisco, ma invece di riempire gli stoccaggi l’ENI si è messa pure a rivendere un po’ di gas. A fine anno Putin con una battuta ha affermato che in Europa e in particolare in alcuni paesi come l’Italia qualcuno si sta arricchendo con il gas russo. L’impennata dei costi del gas e dei prodotti petroliferi nella seconda parte del 2021 che ha terrorizzato mezza Europa, è durata 2 mesi, è stata una sorpresa e sui media si sono sentite le più incredibili panzane di commentatori, esperti e politici che allibiti non sapevano che dire parlando genericamente di speculazione. E’ comunque del tutto indipendente dalla guerra russo-ucraina di febbraio 2022.

Poi qualcuno ha sussurrato l’ipotesi più credibile.

Le multinazionali del settore, a cominciare dai fondi di investimento che a Londra e nel nord Europa determinano parte dei prezzi del mercato, fino alle società nazionali come l’ENI e ai trafficanti che comprano e vendono prodotti energetici, hanno dovuto ridurre i propri guadagni a seguito della crisi epidemica e dei lockdown e riduzioni dei consumi del 2020 e parte del 2021. Hanno così deciso, ignoro in quale sede e con quali protagonisti responsabili e complici, di provocare l’esplosione senza alcuna giustificazione dei prezzi, che forse gli è anche sfuggita di mano perché “la speculazione” è diventata attraente a tutti i livelli. Togliendo gioiosi dalle nostre tasche nell’inverno passato quanto non avevamo speso nel 2020-2021. (Solo sei mesi dopo è arrivato Putin che ci riduce le scorte in funzione anti sanzioni e per avere qualche arma in mano rallentando il pieno delle scorte invernali, con la minaccia di lasciarci al freddo).

Come esempio i ricavi ENI sono passati da circa 69 mld del 2019 a 44 del 2200 e sono risaliti a 77 mld nel 2021. Per il 2022 ENI ha dichiarato nella semestrale di fine luglio:” Il risultato netto adjusted è stato positivo per 7,08 miliardi di euro, risultato che si confronta con gli 1,2 miliardi contabilizzati nel primo semestre del 2021, grazie al miglioramento dell'utile operativo…”. E se pensate alla tassa sugli extraprofitti (all’inizio proposta per le rinnovabili) state tranquilli: ad oggi il nostro drago non ha tagliato praticamente niente a nessuno ( tranne noi ovviamente) e forse dovrà sanzionare anche l’azienda di cui ha il 30% e i diritti di Golden Share.

In conclusione, abbiamo perso otto anni preziosi.

In questi anni si è abbandonata qualunque azione concreta per la transizione, si è permessa una dipendenza energetica inaccettabile, si è messa da parte, non so quanto consapevolmente o no, la scelta delle rinnovabili. Dopo Letta, Renzi, Gentiloni, primi responsabili, con i governi Conte I e II il cambiamento annunciato è stato comunque minimo. Si è persa un’occasione che difficilmente si ripresenterà. 

- Dovremmo avere 500mila nuovi tetti produttivi all’anno, - semplificare quanto necessario il superbonus edilizio ed estenderlo all’intero decennio, - attivare decine di cantieri per ridurre drasticamente le auto circolanti a favore di alcune centinaia di km di metro. Ci farebbero risparmiare un sacco di soldi, tempo e inquinamento, promuovendo le tante altre piccole azioni diffuse di risparmio utili alla transizione che si presenta sempre più urgente. Invece attorno al PNRR dobbiamo sentire improbabili divagazioni sulla CO2 da insufflare nel sottosuolo, l’idrogeno dei vari colori, i SUV e i BUS elettrici, il nucleare di quarta generazione, la fusione.

Dal Summit di Rio sono passati esattamente 30 anni e ogni quarto d’ora un gruppo di esperti, di scienziati, di associazioni e comitati, praticamente ignorati, fa un appello che sottolinea la crisi ambientale. Raramente però si indicano le cose concrete che qui ed ora andrebbero fatte. Così gli appelli non hanno il seguito necessario. Le tre azioni indicate sopra sono necessarie e irrinunciabili, non ne conosco altre realisticamente fattibili e accettabili nel prossimo decennio. Chi parla d’altro restando nel vago, che sia nero, verde o rosso, di destra o di sinistra vi racconta balle.  Qualunque protagonista che si candidi a proporre l’alternativa le dovrebbe sostenere senza disperdersi in chiacchiere inutili sulla sostenibilità.

Gli altri non sanno bene di che parlano, alcuni si stanno arricchendo in silenzio, ma stanno giocando con il nostro futuro. Viva l’Italia!


16 luglio 2022

Il Superbonus 110% non va mandato in pensione

L’analisi di Nomisma. Parla il responsabile sviluppo Marco Mercatili: la misura ha generato il 7% del Pil

di Luca Martinelli *

Lo Stato ha investito finora 38,7 miliardi di euro nel Superbonus 110%, quello legato alla riqualificazione energetica degli edifici che è guardato con molto scetticismo.

Sono ad oggi 147.242 i cantieri conclusi ed è a partire da questi dati che Nomisma ha realizzato il primo bilancio sociale e ambientale della misura, un’iniziativa di Ance Emilia Area centro, l’associazione che riunisce i costruttori di Bologna, Ferrara e Modena. Secondo l’analisi, intanto, i fondi investiti dallo Stato hanno generato un valore economico pari a 124,8 miliardi di euro (pari al 7,5% del prodotto interno lordo), tenendo conto della spesa aggiuntiva anche in tutti i settori che devono attivarsi per produrre semilavorati, prodotti intermedi e servizi necessari agli interventi, del valore della catena di azioni e reazioni indotte dal «prodotto costruzioni» e dalla remunerazione del lavoro, che a sua volta alimenta una spesa in consumi finali. Per ogni beneficiario, inoltre, Nomisma prevede che l’investimento statale consentirà di generare un risparmio annuo medio in bolletta di ben 500 euro.

«Noi di Nomisma siamo stati i primi, già nel 2020, a evidenziare le criticità del “Superbonus 110%”, una misura espansiva, forse la più espansiva nell’ultimo secolo, che avrebbe potuto diventare regressiva senza alcuni accorgimenti ad esempio per garantire un accesso anche alle famiglie meno abbienti. Oggi che tutti sono scettici, però, abbiamo raccolto volentieri l’invito di Ance Emilia Area centro di verificare se effettivamente, come tutti dicono, essa è davvero “troppo costosa”, andando a studiarne i costi e i benefici» spiega al manifesto Marco Marcatili, Responsabile Sviluppo di Nomisma.

Dalle analisi, basata sulle asseverazioni già consolidate da parte di Enea a livello nazionale, risulta ad esempio che il Superbonus ha già consentito di contenere in maniera significativa l’impronta ecologica con una riduzione di 979mila tonnellate di CO2, pari ad un risparmio del 46,4% e a 3 salti di classe energetica. Inoltre, la misura rappresenta quasi il 50% dell’incremento di potenza rinnovabile (fotovoltaico/pannelli solari) installata sul parco immobiliare italiano in termini di numero di interventi: si parla di 106 milioni di kW annui di energie rinnovabili immessi al consumo, con una previsione di inserimento di ulteriori 37 milioni per i cantieri ancora in attivazione.

Infine, il Superbonus opera esclusivamente sul patrimonio immobiliare esistente, producendo effetti positivi sul contenimento di consumo di suolo e minori investimenti sulla realizzazione di servizi e infrastrutture collegate: i vantaggi generati dall’investimento immobiliare, da parte dei beneficiari del Superbonus, rispetto al nuovo è quantificabile in 15,3 miliardi di euro complessivi.

Marco Mercatili, Nomisma: «I vantaggi sociali registrati dal provvedimento: 634 mila nuovi occupati, risparmio energetico, riduzione delle bollette e abbattimento delle emissioni di CO2»

Il lavoro di Nomisma evidenzia anche il valore sociale generato dal Superbonus 110%. I 38,7 miliardi di euro già investiti hanno comportato nel settore delle costruzioni un aumento di occupati pari a 410 mila unità e nei settori collegati si è visto un aumento di 224 mila unità, per un totale di 634 mila occupati in più. Per quanto riguarda le famiglie, nonostante alcune evidenze mostrino che la misura abbia favorito in media i ceti medio-alti, ben 483mila famiglie con reddito medio-basso (sotto i 1.800 euro) hanno avuto l’occasione, grazie al Superbonus, di effettuare lavori di riqualificazione energetica profonda alla propria abitazione a costo zero. Lavori che mai avrebbero potuto permettersi altrimenti.

«Sappiamo benissimo che l’elemento primario di questa misura non era promuovere la Transizione ecologica ma quello di garantire uno shock all’economia, che usciva dalla crisi generata dalla pandemia Covid-19» sottolinea Mercatili, «ma i dati raccolti dimostrano che l’investimento genera un ritorno significativo che nel medio-lungo termine, a fronte della pressione fiscale che si registra nel nostro Paese, garantirà allo Stato anche entrate importanti in grado di pareggiarlo, grazie al moltiplicatore “molto elastico” dell’edilizia». È importante parlarne perché, a fronte dei risultati in termini di riduzione delle emissioni, la domanda che oggi ci dovremmo porre «è come far sì che questa misura, di cui oggi ha beneficiato appena lo 0,5% del patrimonio immobiliare italiano, possa toccare anche il resto».

Insomma Nomisma, che non nasconde che questo Superbonus 110% abbia contributo a creare disuguaglianze, «perché basta girare per le città per vedere dove sono i cantieri, generalmente in centro o semi-centro e non nelle periferie» dice Mercatili, vorrebbe invitare lo Stato a riflettere sui vantaggi della misura. Che forse andrebbe riformata per superare gli errori, e non a caso nei suoi soli 24 mesi di vita ha guà avuto ben 16 aggiustamenti, ma non affossata, come chiedono gli scettici. Anche quelli che siedono nell’esecutivo.

*da il manifesto16 luglio 2022

15 luglio 2022

La Russia rafforza la sua influenza in Africa: così l’Occidente perde terreno

di Roberto Colella ( Giornalista, esperto in Geopolitica e Scienze della Difesa e della Sicurezza) *

Con il ritiro di truppe occidentali dalle zone a rischio dell’Africa, la Russia sta cercando di dimostrarsi una valida alternativa. Il suo dispiegamento in Mali nel dicembre 2021 ha dimostrato il rapido sostegno che Mosca è in grado di offrire ai regimi in difficoltà. Il finanziamento dei canali televisivi filo-russi in Africa, l’interferenza elettorale, persino la sponsorizzazione di concorsi di bellezza sono solo alcuni dei metodi per influenzare il sentimento tra gli africani.

La Cina ha da tempo superato i paesi occidentali diventando il più grande investitore dell’Africa, mentre la presenza di truppe occidentali nei paesi colpiti dal conflitto non è stata sufficiente per garantire la pace e la sicurezza dell’Africa. L’Africa ha bisogno di un sostegno costante, militare ed economico. Se l’Occidente non può fornirlo, perderà terreno. Le iniziative della Russia sull’Africa sono in genere concentrate sul sostegno di alcuni personaggi spesso scomodi: Khalifa Haftar in Libia, Faustin Arcangelo Touadéra nella Repubblica Centrafricana (Car) il colonnello Assimi Goïta in Mali e il tenente generale Abdel Fattah al-Burhan in Sudan.

Per valutare il futuro delle relazioni Russia-Africa è importante capire che i cosiddetti partenariati che la Russia cerca in Africa non sono statali ma basati sull’élite. Aiutando questi leader spesso illegittimi e impopolari a mantenere il potere, la Russia sta rafforzando il suo dominio in Africa. Tutto questo avviene attraverso forze mercenarie, armi ed entrate derivanti da accordi di risorse. Tuttavia, gli impegni opachi della Russia sono intrinsecamente destabilizzanti per i cittadini dei paesi presi di mira, provocando uno sviluppo economico stentato, violazioni dei diritti umani, etc.

L’Ue ha chiuso la sua missione in Repubblica Centrafricana (Eutm-Rca) nel dicembre 2021, subito dopo i mercenari della Wagner hanno preso il comando di reparti locali addestrati dall’Ue e hanno commesso atrocità contro la popolazione civile. Per le medesime ragioni Bruxelles ha sospeso le sue missioni di addestramento militare e civile in Mali a maggio, dopo che Bamako ha contattato la Wagner che ha portato i suoi contractors per combattere i jihadisti. Le unità della guardia nazionale, della gendarmeria nazionale e della polizia nazionale, che sono state addestrate dall’Eucap Sahel-Mali (l’altra missione dell’Ue in Mali, focalizzata nella formazione delle forze di polizia e analoga alla già menzionata Eucap Sahel-Niger) sono ora sotto la direzione del personale della Wagner e si stima che stiano terrorizzando la popolazione civile, prendendo di mira in particolare la comunità Fulani, con segnalazioni di violenze senza precedenti. La presenza russa ormai è notevole a Sévaré, Ségou, Niono, Timbuktu e Gossi e la base aerea 101, a Bamako, è utilizzata come hub logistico per il dispiegamento della Wagner.

La Wagner e le altre compagnie simili possono facilitare i rapporti tra Russia e paesi africani. Una volta in Africa, poi, le società dei mercenari si ritagliano uno spazio nell’economia locale. La presenza di mercenari russi in questo momento è forte in vari paesi come Botswana, Guinea Bissau, Guinea, Libia, Mali, Mozambico, Madagascar, Zimbabwe. Nel Nordafrica la Russia è presente anche in Marocco, con accordi commerciali e con Trasneft; quest’ultima attiva anche in Libia in settori estrattivi di petrolio e gas e Gazpromneft (produzione di lubrificanti). Infine in Egitto, partner economico-commerciale e militare storico, dove Rosneft, Lukoil e Zarubehzneft, tre società petrolifere, portano avanti affari nei giacimenti egiziani. Nella Repubblica democratica del Congo ci sono altre unità della Wagner e Lukoil sul settore estrattivo. L’Angola è un partner militare della Russia e fornitore di metalli rari; il Sudafrica infine ha un accordo commerciale con la Russia per la fornitura di nichel.

La Russia vuole garantirsi l’approvvigionamento di materie prime strategiche, che come visto sono la moneta di scambio ai servizi di sicurezza. Per questo Mosca preferisce non impegnarsi in contratti tra governi, ma mandare avanti le grandi aziende in mano a oligarchi, politica velata ma che riconduce sempre allo stato russo.

da FQ – 14 luglio 2022

leggi anche:

Il gruppo Wagner e i mercenari in Africa: dove e come la Russia trova l’oro per finanziare la guerra in Ucraina e arginare le sanzioni

L’Africa, il neocontinente che aiutò l’Europa esangue a rialzarsi dalle due guerre

 


9 luglio 2022

Siccità: Luca Mercalli: «Ora è tardi, non si interviene nei momenti di emergenza»

INTERVISTA. «Bisogna lavorare sulle infrastrutture: canali, dighe, tubazioni e tanto altro, sono lavori che richiedono anni e che andavano fatti tempo fa. Sentiamo da tanto tempo che bisogna riparare gli acquedotti perché circa il 40% dell’acqua potabile viene disperso per le perdite delle reti idriche. Qualcosa è stato fatto? No»


(di Valerio Nicolosi da il manifesto 10 luglio 2022 )

Luca Mercalli, presidente dell’Istituto di meteorologia e divulgatore, partiamo dalla domanda che in molti si stanno facendo in questi giorni: era prevedibile la siccità che ha colpito diverse regioni d’Italia, in particolare quelle del Nord?

La siccità è un fenomeno lento, cumulativo, che comincia all’inizio senza grandi preoccupazioni e poi via via diventa un’emergenza.

I primi segnali si sono avuti nel tardo inverno, quando non ci sono state piogge per diverso tempo tra dicembre e marzo. Però nel Nord Italia normalmente le piogge più intense dell’anno sono attese tra aprile e maggio; quindi, fino a marzo abbiamo tutti sperato che la primavera potesse compensare questo deficit di acqua ma purtroppo non è avvenuto. Inoltre da maggio sono iniziate delle temperature estive e questo ha portato un ulteriore stress all’agricoltura.

Alla fine di maggio è diventato palese che la siccità sarebbe diventata grave perché le possibilità di pioggia si erano ridotte drasticamente con l’estate. Quindi direi che è difficile dire “era prevedibile”.

E da un punto di vista di previsione nel lungo periodo invece, quello che potremmo definire di scenario?

Quello sì, lo sappiamo da trent’anni. Tutti gli scenari di cambiamento climatico ci dicono che la temperatura aumenta, gli eventi estremi aumentano e quindi anche le siccità erano contenute in questa sorta di elenco di criticità climatica a cui saremmo andati incontro.

Ce ne sono sempre state di siccità, anche nel passato, però questa è particolarmente lunga e soprattutto si è accoppiata con le temperature elevate. Se mettiamo insieme caldo e siccità, questo è un caso assolutamente inedito, eccezionale.

Come possiamo fare per porre rimedio o almeno creare delle soluzioni che possano farci superare questi momenti di crisi?

Ora non si può fare nulla, non si interviene nei momenti di emergenza ma in quelli che potrei definire di “pace”. Bisogna lavorare sulle infrastrutture: canali, dighe, tubazioni e tanto altro, sono lavori che richiedono anni e che andavano fatti tempo fa.

Sentiamo da tanto tempo che bisogna riparare gli acquedotti perché circa il 40% dell’acqua potabile viene disperso per le perdite delle reti idriche. Qualcosa è stato fatto? No. In questi anni non ho mai sentito parlare i politici di acqua e di risoluzione dei problemi legati a essa ma sicuramente a ottobre, quando l’emergenza sarà passata, diranno che è tutto risolto.

E sarà davvero tutto risolto?

No, perché basta andare nel vostro archivio per vedere gli articoli e le interviste del 2017: dicevamo esattamente le stesse cose in riferimento alla siccità del lago di Bracciano e alle altre situazioni critiche, solo che in quel caso l’emergenza non è partita a fine luglio ma da giugno e abbiamo davanti a noi altri tre mesi di poche piogge e tanto caldo. Sarà lunga e sarà più dura del 2017.

Il Pnrr sta portando molti soldi in Italia e si parla di migliaia di progetti già approvati e altri in via di approvazione. Per i cambiamenti climatici si sta facendo qualcosa?

Io non vedo un disegno preciso e organizzato e questo mi preoccupa. È stato deciso tutto di fretta perché bisognava ottemperare alle scadenze e l’impressione è che sia un gran calderone di progetti, molti tirati fuori dai cassetti dove erano già lì; quindi, non concepiti con una visione complessiva nazionale di rete tra i diversi sottosettori che devono dialogare tra loro se si vuole fare la transizione ecologica.

Ho l’impressione che ci siano tanti progetti raffazzonati e messi uno in fila all’altro, spesso con l’etichetta verde, anche quando verdi non sono, perché ci sono un sacco di grandi opere che purtroppo non possiamo considerare sostenibili. Saranno grandi cantieri, cemento, acciaio e dipingerli di verde è una forzatura. Ci saranno anche dei soldi per la riparazione delle reti idriche; quindi, speriamo che almeno una piccola fetta dei finanziamenti vada nel posto giusto. Ma certamente non c’è stato un disegno, una concertazione che renda i progetti efficaci con una strategia di sistema.

9 luglio 2022

4 luglio 2022

Per risolvere la crisi climatica bisogna avere un pensiero globale

di Rafia Zakaria ( Pakistan ) *

Lo scioglimento dei ghiacciai e l’innalzamento del livello dei mari, come tutti sanno (o almeno dovrebbero sapere), ci stanno trasportando verso una catastrofe ambientale che a sua volta provocherà una catastrofe umana.

L’ondata di calore che ha colpito l’Asia meridionale è una delle manifestazioni del cataclisma ambientale in corso. Per diversi giorni Jacobabad, nella provincia pachistana del Sindh, è stato uno dei posti più caldi del pianeta. Moltissime persone sono morte nel subcontinente a causa di colpi di calore e disidratazione. Sono le vittime del cambiamento climatico, decedute solo perché il genere umano ha sostenuto idee fuorvianti sul riscaldamento del pianeta o non ha prestato attenzione a chi aveva previsto questa situazione.

Dalla loro comparsa sulla Terra, gli umani consumano le risorse del pianeta e, da molti decenni a questa parte, stanno emettendo troppa anidride carbonica nella sua atmosfera. Anche adesso le economie in crescita come l’India e la Cina non sono interessate a impegnarsi per ridurre le emissioni, nel timore che questo possa fermare la crescita delle loro economie.

Il fatto che le conseguenze della catastrofe climatica non sono contenute dai confini nazionali rappresenta un problema

Ma è proprio il fenomeno del degrado ambientale ad aver reso evidente quanto la concezione che vuole lo stato nazionale come unità politica fondamentale si sia rivelata fallimentare. È stata la pace di Vestfalia, firmata nel 1648, a sancire questo principio. I regni e gli imperi hanno lasciato il posto a paesi organizzati e delimitati da precisi confini geografici, e per vivere al loro interno sono diventati necessari dei documenti: un concetto del tutto nuovo per l’epoca. Viaggiatori del passato come Ibn-i Battuta non si sono mai dovuti preoccupare di passaporti e visti, come invece devono fare oggi gran parte dei viaggiatori. Negli anni di Vestfalia, però, questi erano concetti nuovi, compresa l’idea che il governo del popolo avrebbe sostituito il sistema delle monarchie sopravvissuto per centinaia di anni. È molto probabile che così come noi non riusciamo a immaginare un mondo senza stati nazione, i nostri antenati ridessero all’idea di paesi non governati dai re e dalle loro corti.

Un problema transnazionale
I nuovi sistemi emergono quando quelli vecchi non funzionano più o perché le loro lacune li rendono inutili. Nella situazione in cui ci troviamo oggi, il fatto che le conseguenze della catastrofe climatica non sono contenute dai confini nazionali si sta dimostrando un problema. Quando gli agricoltori del Punjab indiano bruciano stoppie nei loro campi, il fumo arriva fino a Lahore e per giorni la qualità dell’aria è talmente bassa che è difficile vedere anche a pochi metri di distanza. E lo smog non è l’unico problema, come hanno evidenziato molti esperti. Il fatto che il bacino idrico del Pakistan sia a valle rispetto all’India crea anche un problema di sicurezza ed è una spada di Damocle sospesa sulle teste di noi tutti. Se le ultime settimane hanno mostrato che inferno può essere il cambiamento climatico, immaginiamo questa situazione moltiplicata esponenzialmente nel momento in cui i fiumi si prosciugheranno in modo permanente e la siccità diventerà la norma.

Il modello dello stato nazione è fallimentare anche perché i suoi meccanismi obsoleti non riescono a gestire il cambiamento climatico in modo giusto o equo. Per esempio, il Pakistan emette una quantità di anidride carbonica inferiore a quella della maggior parte degli altri paesi. Eppure, non gli sono mai state concesse risorse adeguate per far fronte alle sfide climatiche delle quali è responsabile solo in minima parte.

Per gli ambientalisti il pianeta si sta trasformando in una unità politica: i suoi limiti e la sua salvaguardia a livello globale diventeranno l’obiettivo della cooperazione mondiale

Ne consegue dunque che una delle sfide più significative della nostra epoca non si conforma al modello dello stato nazione. I progressi negli studi sulle carote di ghiaccio ricavate dai ghiacciai che si stanno sciogliendo consentono agli esseri umani di conoscere il loro impatto sul pianeta andando indietro di migliaia di anni. Grazie alla nascita e alla diffusione delle scienze della terra come la geologia, la geofisica e altre, enormi quantità di dati sono stati convertite in numeri che possono essere inseriti in modelli in grado di prevedere cosa aspettarci in futuro. Gli umani non erano in grado di fare previsioni sul clima quando è stata firmata la pace di Vestfalia. Adesso, invece, possono farlo con grande accuratezza ed è grazie a questo genere di tecnologia se la nostra specie riuscirà a comprendere davvero la gravità della catastrofe climatica che il pianeta sta affrontando.

Cooperazione planetaria
Anche se le guerre come quella scoppiata in Ucraina sembrano sottolineare l’importanza dello stato nazione e la costruzione di muri ai confini, eretti come intorno alle fortezze, suggeriscono un’interpretazione il più letterale possibile di questa forma di organizzazione politica, questi fenomeni potrebbero anche rappresentare l’ultimo singulto dello stato nazione. Gli ambientalisti sostengono che il pianeta si sta trasformando in una unità politica: i suoi limiti e il suo benessere globale diventeranno l’obiettivo della cooperazione mondiale. In parole povere, la valutazione del tempo sulla scala di millenni resa possibile dai progressi scientifici e dai supercomputer sottolinea la necessità di creare nuove unità politiche, pensate per interconnettere tutti e tutto sul pianeta. Anche la pandemia, probabilmente, è stata causata dall’aumento delle temperature, e anche questa sfida globale ha mostrato l’incapacità degli stati nazionali di elaborare una risposta collettiva.

Il passaggio dallo stato nazione alla cooperazione planetaria è inevitabile. La prospettiva di lungo periodo sullo stato del nostro pianeta che possiamo estrarre dai ghiacciai ha svelato com’era la Terra molto prima che facessero la loro comparsa gli esseri umani. Il pianeta sta diventando più caldo, ambienti naturali si stanno perdendo e noi continuiamo a scherzare con questa catastrofe. Il modello e l’ordinamento politico dello stato nazione non ha prodotto gli anticorpi per arginare la più grande minaccia per il nostro pianeta. Forse è il momento di pensare a un nuovo modello.

nella foto: un blocco di ghiaccio caricato su una moto a Jacobabad, nel sud del Pakistan

·         *  da internazionale.it (traduzione di Giusy Muzzopappa dal quotidiano pachistano Dawn )

La Tunisia volta pagina con una costituzione presidenziale


La Tunisia vive in uno stato di sospensione da quasi un anno, da quando il presidente Kais Saied ha paralizzato la vita politica assumendo i pieni poteri. Inizialmente questa situazione particolare avrebbe dovuto protrarsi per un mese, ma in seguito Saied ha chiuso il parlamento, governato per decreti e annunciato che avrebbe presentato al popolo un progetto di nuova costituzione il 25 luglio di quest’anno.

La sera del 30 giugno la bozza della nuova carta è stata pubblicata. Se sarà approvata con un referendum, trasformerà la Tunisia in un regime presidenziale. Questa è la logica politica di Saied nonché il suo modo di rispondere al disincanto di un decennio di rivoluzione senza risultati.

Per diversi aspetti la costituzione di Saied è l’antitesi di quella del 2014, prodotta da un’assemblea costituente eletta dopo la rivoluzione del 2011 e basata su un equilibrio tra il presidente e il parlamento per evitare l’accentramento dei poteri autoritario che aveva caratterizzato gli anni della dittatura di Zine el Abidine Ben Ali.

Autoritarismo costante
Questo equilibrio di poteri imperfetto è stato fonte di paralisi e conflitti, suscitando un rifiuto costante da parte della popolazione. Un anno fa Saied, sfruttando le sue prerogative di presidente, ha sospeso la costituzione, e la sua mossa è stata accolta con esultanza da una parte di tunisini che rifiutavano un sistema politico democratico ma inefficace, e in particolar modo il partito islamista Ennahdha, al centro dei meccanismi politici.

I problemi derivano dalla linea e dallo stile di Saied. Il presidente tunisino ha citato la frase con cui il generale francese Charles de Gaulle affermava che alla sua età non avrebbe perseguito una carriera da dittatore, ma i suoi critici gli rimproverano un autoritarismo costante, ricordando i suoi attacchi ai magistrati, il finto dialogo nazionale che ha preceduto la redazione della costituzione e la nomina dei componenti della commissione elettorale, che ormai di indipendente ha solo il nome.

Buona parte della popolazione chiede soprattutto soluzioni alla crisi economica e sociale

Saied non si fida dei partiti e del concetto di “società civile”, e parla direttamente al “popolo”. Anche se la magia della campagna elettorale del 2019 è svanita, il presidente conserva ancora la fiducia di una parte non trascurabile della popolazione.

È possibile che Saied perda il referendum? Il rischio è minimo. Innanzitutto, se è vero che i tunisini più politicizzati criticano il presidente e voteranno sicuramente “no”, bisogna tenere presente l’indifferenza di buona parte della popolazione, che chiede soprattutto soluzioni alla crisi economica e sociale accentuata dal covid e dall’aumento dei prezzi.

Il presidente, con il suo conservatorismo culturale e sociale, fa riferimento ai valori tradizionali della Tunisia profonda. La nuova costituzione, da questo punto di vista, contiene un cambiamento che farà discutere: si è tolto il riferimento all’islam come religione dello stato, iscrivendo la Tunisia nel quadro dell’Umma, la nazione islamica. Lo stato, dunque, avrà il compito di perseguire gli obiettivi dell’Umma.

Chi nelle prime fasi del progetto aveva notato la scomparsa della religione di stato si era chiaramente sbagliato: Saied non è un laico, ma un musulmano conservatore, contrario all’islam politico dei Fratelli musulmani, a cui preferisce l’islam culturale di cui la sua costituzione è impregnata.

Saied sta portando la Tunisia in una direzione diversa da quella seguita nell’ultimo decennio: la popolazione spera sia verso il meglio, ma gli intellettuali temono il peggio, cioè il ritorno della dittatura.

nelle foto: manifestazioni contro il presidente Kais Saied

*  da internazionale.it ( traduzione di Andrea Sparacino) - 1 luglio 2022

leggi anche:
Il presidente tunisino elimina ogni forma di garanzia democratica

20 giugno 2022

Colombia, il risultato del ballottaggio: Gustavo Petro trionfa. È la prima volta della sinistra

di Rocco Cotroneo *

Al ballottaggio il candidato del Pacto Historico ha battuto il miliardario Rodolfo Hernàndez con tre punti di vantaggio. Novità assoluta anche l’afrocolombiana Francia Màrquez alla vicepresidenza. 

Petro ha mitigato le posizioni negli ultimi tempi, anche per respingere le accuse di chavismo e antiamericanismo, ma propone una discontinuità netta anche sul fronte internazionale. La proposta di un patto di unità nazionale per governare con forze esterne alla sua coalizione, una necessità perché la sinistra resta comunque in forte minoranza nel Parlamento

Svolta storica in Colombia. Per la prima volta il paese sudamericano avrà un presidente di sinistra: Gustavo Petro, 62 anni, lontane origini italiane e una gioventù da guerrigliero nella selva, governerà per i prossimi quattro anni grazie alla netta vittoria al ballottaggio sul rivale Rodolfo Hernàndez. Cambia tutto dunque in una terra segnata da problemi atavici (violenza politica, illegalità diffusa e narcotraffico), ma che sul fronte elettorale ha sempre preferito oscillare tra alternative tranquille di centro-destra e destra, e senza mai mettere in discussione l'alleanza di ferro con gli Stati Uniti.

CHI È GUSTAVO PETRO - Petro non è un outsider. È stato senatore, sindaco di Bogotà ed era al terzo tentativo di arrivare alla presidenza, ma stavolta ha vinto grazie alla capacità di mettere insieme forze da sempre ai margini dei palazzi del potere, come i movimenti sociali, le istanze ambientaliste, l'antimilitarismo e le minoranze.

Una coalizione che ha voluto chiamare “Pacto Historico”. La sua compagna di ticket, la prossima vicepresidente Francia Màrquez, è un afrocolombiana che rappresenta un'altra novità assoluta. Mai una donna nera ha occupato una carica così alta. I due rappresentano la Colombia meticcia delle due coste, pacifica e caraibica, mentre il potere politico è stato appannaggio per decenni dell' élite bianca degli altopiani, tra Bogotà e Medellìn.

UNA VITTORIA NETTA - Quella che era stata presentata come una finale al fotofinish in realtà è stata una vittoria di Petro abbastanza netta, oltre tre punti percentuali di distacco. Il rivale Hernàndez, arrivato al secondo turno a sorpresa scalzando la destra tradizionale, aveva portato avanti un messaggio antisistema e monotematico sulla corruzione, con alcune trovate fin troppo eccessive per un anziano miliardario, come i balletti su TikTok, ma non ha fermato la voglia di cambiamento rappresentata dalla nuova sinistra. Petro ha mitigato le posizioni negli ultimi tempi, anche per respingere le accuse di chavismo e antiamericanismo, ma propone comunque una discontinuità netta anche sul fronte internazionale. Vuole porre fine alla guerra fredda con il vicino Venezuela (i due paesi sono praticamente senza relazioni diplomatiche), anche perché la Colombia è stata invasa da due milioni di profughi dal regime di Maduro; e soprattutto vuole rivedere alcuni capisaldi del rapporto con gli Stati Uniti, soprattutto in materia di lotta al narcotraffico, paradigmi che datano dai tempi di Reagan e che nessun governante colombiano ha mai messo in discussione. Allo stesso tempo ha proposto un patto di unità nazionale, per governare con forze esterne alla sua coalizione, una necessità perché la sinistra è in forte minoranza nel parlamento.

«Oggi è un giorno di festa per il popolo – è stata la sua prima dichiarazione – Perché questa è la prima vittoria popolare: possano tante sofferenze essere attutite dalla gioia che oggi inonda il cuore della Patria».

nella foto: Gustavo Petro e Francia Marquez festeggiano davanti ai sostenitori dopo aver vinto il ballottaggio presidenziale a Bogotà, in Colombia (AP)

* da domani.it - 20 giugno 2022

2 giugno 2022

Germania: le elezioni nei Lander di Schleswig-Holstein ( 8 maggio) e Nordreno-Vestfalia (15 maggio) premiano CDU e Grünen e mettono in crisi Scholz e la SPD


di Massimo Marino *

Schleswig-Holstein: Il successo della CDU in Schleswig-Holstein e la riconferma del presidente uscente cristiano-democratico Daniel Günther è un duro colpo per la SPD

Il primo successo della nuova CDU di Friedrich Merz arriva nel piccolo Land tedesco dello Schleswig-Holstein, nel nord della Germania, e il merito è attribuito al presidente uscente che si è ricandidato alla guida della regione, Daniel Günther che incarna nel partito e fra gli elettori  l'anima di centrosinistra. Il successo dei conservatori, che raggiungono un record di voti a livello federale, si aggiunge alla storica debacle  dei socialdemocratici, col peggiore risultato mai avuto nel profondo Nord. Vari commentatori indicano anche le difficoltà del cancelliere Olaf Scholz, crollato nei consensi a livello federale per la gestione non convincente di parte tedesca alla guerra in Ucraina come cause dell’insuccesso.

Secondo le proiezioni pubblicate dalla tv ZDF, la CDU ha ottenuto il 42,4% dei consensi (+10,4 rispetto al 2017); i socialdemocratici di Thomas Losse Müller hanno invece preso soltanto il 15,6% delle preferenze (-11,6); i verdi (Grünen)  hanno ottenuto un buon 17,9% (+5). Anche i liberali perdono terreno con il 6,8% (-4,7). L'ultradestra di AFD sarebbe fuori dal parlamentino regionale col 4,4% (-1,5).

Un enorme segnale di fiducia secondo Günther, sia personale che alla coalizione cosiddetta "giamaica", con verdi e liberali.

Delusione inaspettata dei socialdemocratici: " non ci aspettavamo un esito elettorale del genere", ha commentato la copresidente del partito Saskia Esken, puntando alla risalita nelle elezioni del prossimo weekend, quando si voterà nel Nordreno -Vestfalia, fiduciosa che il loro candidato Thomas Kutschaty sarà il prossimo ministro presidente del Land.

"Ci sono due vincitori, Daniel Günther e i verdi", ha invece commentato soddisfatto il vicecancelliere Robert Habeck, un verde che viene proprio dal Land di Kiel, che governava prima di entrare nell'esecutivo di governo a Berlino come ministro dell'Economia e del Clima.

 

Nordreno-Vestfalia: Nella regione più popolosa della Germania la CDU ottiene la sua seconda vittoria regionale nell’arco di una settimana, con un buon risultato anche dei verdi ed un nuovo pesante insuccesso dei socialdemocratici tedeschi che mette in ballo anche il cancelliere Olaf Scholz, molto presente nelle ultime settimane, proprio per cercare di recuperare la sconfitta della settimana precedente. I risultati nella regione di Düsseldorf premiano in particolare con un ottimo risultato i Verdi e ridimensionano i Liberali e la destra di AFD.

Stando alle prime proiezioni della Zdf, la CDU ha ottenuto il 35,4% (+2,4), l’SPD il 27,2% (-4,0), i Grünen hanno raggiunto il loro record locale col 18,2% (+11,8), i liberali sono franati al 5,5% (-7,1) e l’ultradestra di AFD è calata al 5,5% (-1,9). Debacle della Linke (sinistra) che ha preso solo il 2,1% (-2,8).

Contemporaneamente alle elezioni locali il 16 maggio la Germania ha annunciato il voto contro il nucleare nella tassonomia verde Ue cioè il no a  includere l’atomo tra le fonti per la transizione ecologica suggerito da Macron . «Le centrali atomiche non sono sostenibili sia perché non si possono escludere incidenti con effetti su vasta scala, sia perché resta irrisolto il problema di come, dove e per quanto tempo stoccare le scorie tossiche».  è la netta, inequivocabile, posizione della Coalizione Semaforo. La Germania quindi chiederà formalmente al Consiglio europeo oggi a guida francese, di opporsi al documento sulla tassonomia predisposto dalla Commissione. «Se il Consiglio, oppure l’Europarlamento che si esprimerà a luglio, solleveranno obiezioni sull’atto, allora sarà possibile impedirne l’entrata in vigore» Per questo obiettivo, tuttavia, servirà l’appoggio di 20 Stati UE.

* note sintetiche tratte  da rainews, ilsole24ore, ilpost e altri - 31 maggio 2022

 

3 maggio 2022

Francia: Unione a sinistra, accordo tra Verdi e Mélenchon

 VERSO LE ELEZIONI. Nupes è la novità della politica francese in vista delle legislative del 12 e 19 giugno. Comunisti vicini al sì, difficile la trattativa con il Partito socialista che teme di scomparire

di Anna Maria Merlo *

Si chiama Nupes la novità della politica francese, che alcuni già definiscono «storica», Nouvelle Union Populaire écologiste et sociale: la sinistra, a marce forzate in pochi giorni, sta costruendo un fronte unito per le legislative del 12 e 19 giugno, dietro la France Insoumise (Fi), che con Jean-Luc Mélenchon e l’Union populaire ha ottenuto il 22% dei voti al primo turno della presidenziale, grazie allo scatto del «voto utile» (che ha mancato però l’obiettivo di escludere l’estrema destra dal ballottaggio) e ora chiede «eleggetemi primo ministro» per imporre a Emmanuel Macron una «coabitazione».

AL CORTEO PARIGINO del primo maggio, anche se mancavano alcuni leader presenti in manifestazioni di altre città, c’è stata una prima immagine di unità, tra Fi, Europa-Ecologia, Ps, Npa, Pcf. È l’immagine di una ricomposizione della scena politica francese, dopo il crollo delle forze tradizionali (il Pcf da anni, il Ps adesso è ridotto all’osso), la difficoltà per i Verdi di incarnare la nuova forza trainante a sinistra e l’emergenza come capofila della Fi. Se ci sarà un accordo ampio, il 7 maggio dovrebbe venire organizzato un lancio solenne del Nupes. Contemporaneamente, anche i sindacati cercano l’unità, contro la minaccia di una riforma delle pensioni che potrebbe alzare l’età a 65 anni.

Per il momento, in vista delle legislative un accordo è stato firmato dopo giorni di trattative tra Fi e Europa-Ecologia. La base dell’accordo è molto vicina al programma di Mélenchon: salario minimo a 1.400 euro (oggi è un po’ inferiore a 1.300), pensione a 60 anni, blocco dei prezzi per i beni di prima necessità, pianificazione ecologica, riforma istituzionale per la VI Repubblica. Ma ci sono due altri punti, più controversi: sul nucleare, il testo firmato da Fi e Europa-Ecologia si limita a evocare un’uscita da questa forma di energia e la fine della costruzione di nuove centrali, mentre sulla questione europea, vero punto di attrito, i Verdi hanno accettato l’ipotesi della «disobbedienza» ai Trattati, nel caso in cui questi impediscano di mettere in opera il programma di governo. Il testo precisa che la «disobbedienza» evidentemente non riguarda il rispetto dello stato di diritto (è lo strappo di Ungheria e Polonia), ma è relativo alle regole economiche e di bilancio (il Fiscal Compact, le norme della concorrenza, l’orientamento liberista e produttivista, a cominciare dalla Pac, la politica agricola).

LE QUESTIONI INTERNAZIONALI, la posizione sull’Ucraina, sono state messe da parte, con la scusa che è dominio del presidente e non del governo. L’accordo, che ha anche una parte pratica sulla ripartizione delle circoscrizioni, è stato raggiunto nella notte del 1° maggio e approvato all’80% dal Consiglio Federale di Europa-Ecologia. A Europa-Ecologia sarebbero state promesse 100 candidature, una trentina favorevoli per eleggere un deputato. I Verdi, che partono da zero, sperano così di ottenere un gruppo parlamentare, con i conseguenti finanziamenti pubblici. «Abbiamo dato a tutti la possibilità di avere un gruppo» afferma Mélenchon, che punta a un accordo ampio, «possiamo vincere se non facciamo gli imbecilli, con discussioni che durano più a lungo di quanto la natura umana possa sopportare». Tra gli elettori Verdi, c’è qualche malumore, una parte pensa che l’azione militante, le manifestazioni, siano più efficaci della cucina elettorale.

IERI NOTTE, dalle ore 22, sono riprese le discussioni con il Pcf. «Il nucleare – il Pcf è favorevole – non è nell’intesa», ha affermato il segretario Fabien Roussel. I Radicali di sinistra (un piccolo partito, cui aveva aderito l’ex ministra della Giustizia Christiane Taubira) rifiutano l’alleanza. Con il Ps ci sono ancora alti e bassi. I socialisti sono spaccati.

La direzione di Olivier Faure approva l’intesa con Fi, ma la vecchia guardia si oppone: per François Hollande c’è un rischio di «scomparsa» del Ps, la potente presidente della regione Occitanie, Carole Delga, è contraria e ha già cominciato a stilare le liste dei candidati Ps per le legislative, anche la sindaca di Parigi ed ex candidata sfortunata alle presidenziali, Anne Hidalgo, non vede favorevolmente l’intesa con Fi (preferirebbe una coalizione Ps-Pcf-Verdi, che già governa la capitale).

IL PS STA SUBENDO attacchi a destra e a sinistra: c’è un’ala della Lrem composta da ex socialisti (riuniti nel gruppo Territoires de progrès), e attorno a una nuova recluta, il socialista storico sindaco di Dijon, François Rebsamen, si è formata la Federazione progressista, tutti dentro la galassia di Macron.

* da il manifesto 3 maggio 2022


Manovre verso il «terzo turno», Mélenchon lavora all’Unione

Il governo Castex dovrebbe dimettersi, al più tardi all’inizio della prossima settimana, poi Macron nominerà un governo temporaneo, fino alle legislative del 12 e il 19 giugno. Intanto il ministro delle Finanze Le Maire lancia la bomba: riforma delle pensioni subito ( Anna Maria Merlo)

Il primo viaggio di Emmanuel Macron sarà a Berlino – e forse a Kyiv con Scholz – per discutere la risposta alla guerra in Ucraina. Il 9 maggio, il presidente francese sarà a Strasburgo, con un intervento all’Europarlamento per la fine della Conferenza sull’avvenire dell’Europa. Nel frattempo, La République en Marche (Lrem) deve pensare alle legislative del 12 e 19 giugno, per confermare la maggioranza.

Il Rassemblement national e La France Insoumise si preparano anch’esse al “terzo turno”, sperando entrambi di imporre una “coabitazione” al neo-eletto presidente. L’elettorato di Macron si è consolidato, ma l’idea di costruire un “grande centro” non convince: l’alleato MoDem non intende fondersi, mentre molti ambiziosi, come l’ex primo ministro Edouard Philippe che già pensa alle presidenziali del 2027, hanno fondato dei mini-partiti che intendono mantenere con una certa indipendenza. All’estrema destra, ci sono frizioni tra il Rassemblement national e Reconquête! di Eric Zemmour, un’alleanza è lontana: nel 2017, malgrado la presenza al ballottaggio di Le Pen, il partito di estrema destra, isolato, ha vinto solo 8 seggi all’Assemblée nationale. La destra dei Républicains sta esplodendo, dopo il crollo della candidata Pécresse sotto il 5%, cresce la corsa dei notabili verso Macron.

A sinistra, sono già in corso le trattative per un’unione sotto l’ala della France Insoumise e del suo programma. «Eleggetemi primo ministro» chiede Jean-Luc Mélenchon agli elettori. C’è fretta, l’Union populaire ha convocato una convenzione per le candidature nelle 577 circoscrizioni già il 7 maggio. Europa-Ecologia tratta, come il Pcf e l’Npa, mentre è previsto oggi un incontro con i socialisti, esclusi in primo momento, e la France Insoumise. Non è facile accettare che non ci siano liste Europa-Ecologia, Pcf, forse Ps, se La France Insoumise non intende integrare punti dei loro programmi, mentre restano profonde divisioni, dall’Europa alla politica internazionale, tra posizioni di sinistra giudicate «irriconciliabili» e che nella campagna elettorale hanno dato luogo ad attacchi molto duri.

Il governo Castex dovrebbe dimettersi, al più tardi all’inizio della prossima settimana. Macron nominerà un governo temporaneo, fino alle legislative: girano già dei nomi, dai ministri Julien Denormandie (Agricoltura) a Elisabeth Borne (Lavoro), ma non sono escluse sorprese, come nel passato sotto Macron. Il nuovo primo ministro avrà l’incarico di coordinare una «pianificazione ecologica», come promesso in campagna elettorale, una mano tesa agli ambientalisti, un’iniziativa pescata nel programma di Mélenchon.

Mélenchon: «Siamo con i gilet e per il sovranismo, ma del popolo»

La principale preoccupazione espressa dall’elettorato popolare, che non ha votato Macron, è stata il potere d’acquisto: sono in preparazione vari interventi a breve, per indicizzare pensioni e salari sull’inflazione, per confermare il tetto all’aumento del gas, è allo studio un nuovo dispositivo sul prezzo della benzina, che potrebbe essere destinato ai grandi utilizzatori in difficoltà. Potrebbe venir erogato un “assegno alimentare”, mentre aumenti di salario temporanei verrebbero esentati dai contributi.

Dopo la rivolta dei gilet gialli, è chiaro a tutti che non è possibile far passare delle leggi ecologiste senza delle misure di protezione per le classi popolari. Per questo, Macron insiste sulla carbon tax ai confini dell’Europa, che concilierebbe misure verdi con la difesa degli interessi degli europei. Per l’autunno, sono previste proposte su scuola e sanità. Ma ieri è di nuovo ripartita la polemica sulle pensioni. Il ministro delle Finanze, Bruno Le Maire, che insiste sul fatto che c’è stato «un voto di adesione» sul programma di Macron, ha affermato che il governo potrebbe ricorrere al 49.3, cioè a una decisione per decreto, in fretta, per imporre un aumento progressivo (4 mesi l’anno) dell’età pensionabile, per arrivare nel 2028 a 64 anni. Una bomba, che risuona come una clamorosa smentita degli impegni presi da Macron sul «dialogo» necessario con le parti sociali e la società civile, che farà gonfiare i cortei del primo maggio.