16 luglio 2018

La mappa del potere dell'azzardo


di Marco Dotti  *  

Quando parliamo di azzardo parliamo di interessi, conflitti e inevitabilmente di poteri. Ma nulla è più sbagliato del considerare la "lobby dell'azzardo" come un tutto coeso e coerente. Anche su quel fronte ci sono tensioni e colpi bassi. Conoscere i punti deboli della mega-macchina dell'azzardo è fondamentale. Inizia oggi il nostro viaggio in sette tappe nei territori del potere

Quando si parla di azzardo legale, in Italia, si parla di un sistema complesso. Un sistema fatto di molti attori e moltissimi portatori di interessi. Interessi diretti, nel business di quello che le normative chiamano "gioco pubblico". Interessi indiretti, legati alle sponsorizzazioni, alle promozioni collaterali, alle opportunità che per i fiancheggiatori si aprono nei contesti più disparati: dal sostegno per progetti artistici o sportivi, alla farmaceutica alla "cura che non cura" e via discorrendo.

Intrecci di potere, conflitti di interesse
Se gli intrecci sono incredibilmente difficili da seguire, i conflitti di interesse lo sono ancora di più. Le lobbies relazionali, che spesso condizionano i procedimenti secondari (regolamenti, decreti attuativi, etc.) la fanno da padrone. I micropoteri incalzano i poteri legittimi. E talvolta gli uscieri contano più di chi abita ai piani alti del palazzo.

I Concessionari: soluzione o problema?
In Italia il "gioco pubblico" è appannaggio dello Stato che, tramite il Ministero dell'Economia e delle Finanze, può gestirlo direttamente o affidare tramite concessione la gestione a persone fisiche o giuridiche esterne. Sono i famosi Concessionari privati, che operano in nome e per conto dello Stato sul territorio italiano. Quasi sempre sono multinazionali gestite da hedge funds con la testa, ovviamente, fuori dal nostro Paese. Esistono inoltre "giochi" che prevedono la compresenza di molti concessionari (es. Vlt) e giochi che prevedono la presenza di un solo concessionario (es. Lotto o Gratta & Vinci). E qui, quando la torta è unica e non è possibile dividerla, iniziano i conflitti. Ne vedremo uno, attuale ed esemplare, proprio sul caso del Gratta & Vinci
Iniziamo oggi la nostra mappatura in 7 puntate di questo sistema. Cercheremo di definire l'architettura dell'azzardo, andando sempre più a fondo ma con un'idea precisa: favorire la chiarezza, rispetto al barocco legislativo, e aumentare la trasparenza, rispetto all'opacità di un discorso pubblico ancora troppo piegato a interessi di parte. Partiamo dalle principali associazioni di categoria dei concessionari.

Sistema Gioco Italia
Fondata nel 2012, SGI è una federazione costituita in seno a Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici. Oggi, associate a SGI sono alcune associazioni:
  • ACMI, l’Associazione Nazionale Costruttori Macchine Intrattenimento, che raggruppa molti costruttori italiani di slot machine;
  • Assotrattenimento (As.Tro), associazione di gestori di apparecchi;
  • Federbingo, che raccoglie gran parte dei Concessionari del Bingo;
  • Federippodromi.
... aderiscono poi concessionari singoli come:
  • Codere Spa;
  • NetWin;
  • Sisal.
L’attuale presidente di SGI è Stefano Zapponini, presidente e amministratore delegato di Guida Monaci SpA.
Nell’organigramma associativo “spicca” un’assenza. Ed è un'assenza che pesa: Lottomatica.

Lottomatica: un sistema a sé

Quando diciamo "Lottomatica" stiamo parlando di un sistema complesso. Un sistema a sé. Fondata nel 1990 a Roma da un consorzio composto da BNL, Sogei, Olivetti, Alenia, Mael, Federazione italiana tabaccai e Cni, Lottomatica è oggi un brand della filiale italiana del colosso International Game Technology Inc. Questo il diagramma societario di controllate e controllanti:


Organigramma di Lottomatica
IGT è una società quotata al New York Stock Exchange ed è controllata a maggioranza assoluta da De Agostini S.p.A, la storica società editoriale, che ancora opera nel settore con marchi storici come Utet, etc. Slot, vlt, scommesse sportive, casinò online, ma anche servizi di ricarica e pagamento. IGT controlla una buona parte del mercato italiano dell'azzardo legale, possedendo un know how tecnologico che ha pochi concorrenti. Inoltre, tramite Lotterie Nazionali Srl Lottomaitica è concessionario unico per il Gratta & Vinci e, dal 1993, anche del gioco del lotto.
Sui famosi "grattini" si è consumata una faida interna al campo del "gioco pubblico" gestito da privati. Una faida tutt'altro che sanata, con Sisal e il Fondo CVC che controlla quest'ultima società ad affrontarsi a suon di carte bollate e di ricorsi. Ricordiamo le parole dell'avvocato Luigi Medugno, legale di Sisal, che presentando ricorso al Tar del Lazio contro la proroga senza bando della concessione del Gratta & Vinci ha dichiarato: «il decreto fiscale del 2017 – che ha previsto il rinnovo della concessione dei Gratta e Vinci – nasce dalla negoziazione bilaterale tra i Monopoli e la Lottomatica». Parole molto dure, che sono costate il posto ad alcuni dirigenti pubblici e hanno acuito un conflitto che, presto, approderà anche in sede europea.

14 luglio 2018

L’innovazione di Podemos in mezzo al guado


Saggi. «Le sfide di Podemos» di Cesar Rendules e Jorge Sola per manifestolibri

di  Loris Caruso    * 
              
Nella sinistra europea c’è un prima e un dopo Podemos. Difficile negare l’innovazione costituita da questo partito e la sua capacità di agire nello scenario attuale. L’innovazione di Podemos riguarda due aspetti: la forma organizzativa e il repertorio comunicativo. Prima, la riorganizzazione della sinistra avveniva (per esempio nel caso di Syriza o della Linke) come aggregazione di partiti e gruppi pre-esistenti. Podemos invece ha inventato un partito nuovo. Sul piano del repertorio comunicativo, è il partito che importato in Europa, dall’America Latina, il «populismo di sinistra»: messaggi polarizzanti, divisione «manichea» della società tra basso virtuoso e alto corrotto e inefficace, centralità (almeno iniziale) del leader, studio attento di ogni mossa comunicativa, elettoralismo. Sono le ragioni della forza di Podemos e i motivi per cui è stato criticato.

DELLA STORIA, dei dilemmi e delle prospettive di Podemos si occupa un bel libro di Cesar Rendules e Jorge Sola, Le sfide di Podemos (manifestolibri, pp. 126 , euro 10). Un libro né apologetico né critico verso questo esperimento politico, i cui punti di forza sono evidenti: ha costruito in pochi mesi la più efficace irruzione elettorale nel recente senario europeo facendo uscire temi e discorsi della sinistra (radicale) dalla marginalità. In pochi anni si è insediato in tutte le istituzioni spagnole. Recentemente, è anche grazie alla sua iniziativa che il governo Rahoy è stato sostituito da un governo «progressista» che apre nuovi spazi e nuove dinamiche.

DALL’ALTRA PARTE, Podemos ha finora fallito l’obiettivo per cui è nato: diventare il primo partito spagnolo e conquistare il governo. Obiettivo che, d’altra parte, era stato posto in alto proprio per uscire dall’angolo della testimonianza. Veniamo ai dilemmi, che sono i dilemmi di tutti i partiti outsider di recente formazione, e che sono però rafforzati dal fatto di essere un partito di sinistra. Riassumendoli, sono questi: il partito come macchina da guerra elettorale/la partecipazione della base; la capacità di irrompere velocemente nello spazio politico/i tempi lunghi della politica; la natura di outsider/la necessità di essere rassicuranti per aspirare al governo; la centralità della comunicazione/la pesantezza e la materialità della lotta politica (e delle dure repliche dell’avversario, che d’altra parte si costruiscono anch’esse soprattutto nella sfera comunicativa); la ricerca della trasversalità/l’avere una base elettorale di sinistra e, a sinistra, un competitor che, come il Psoe, mostra una sua resistenza; populismo di sinistra/capacità di mobilitare concretamente le classi popolari; identificazione con la «nuova politica»/riproduzione dei vizi tipici di tutti i partiti (ambizioni personali, guerra per fazioni, competizione per il potere interno).

SONO DILEMMI INEVITABILI. Nessuna difficoltà dell’azione politica reale può essere rimossa e nessuna innovazione politica può farla sparire. Ma le battaglie politiche sono lunghe, e non è affatto detto che quella di Podemos sia già persa.

* da il manifesto 12 luglio 2018

13 luglio 2018

I profeti inascoltati del clima


Le tre alternative ai disastri ambientali: rassegnarsi, adattarsi, pianificare. La terza soluzione significa darsi l’obiettivo di non occupare nuovi spazi

di Giorgio Nebbia *

«Le tre alternative ai disastri ambientali: rassegnarsi, adattarsi, pianificare. La terza soluzione significa darsi l’obiettivo di non occupare nuovi spazi» «L’uomo ha perso la capacità di prevedere e prevenire; finirà per distruggere la Terra»: queste parole furono pronunciate da Albert Schweitzer, il grande pensatore premio Nobel per la pace, nel 1953, quando le bombe atomiche esplodevano nell’atmosfera. Esplosione che stavano diffondendo atomi radioattivi e cancerogeni su tutto il pianeta. Nei decenni successivi l’umanità ha conosciuto un aumento dei consumi e dell’uso dell’energia e delle risorse naturali, accompagnato da un corrispondente aumento della diffusione nel pianeta di rifiuti solidi e liquidi e di gas come anidride carbonica, metano, composti clorurati, eccetera, che stanno modificando la composizione chimica dell’atmosfera con conseguente aumento della temperatura media del pianeta. Tale aumento provoca alterazioni nella circolazione delle acque e le conseguenze si vedono sotto forma di più frequenti violente tempeste o lunghe siccità, di avanzata dei deserti in alcune zone, di frane e allagamenti in altre.

Gli effetti negativi dei cambiamenti climatici potrebbero essere contenuti attraverso una limitazione delle attività umane inquinanti, ma qualsiasi tentativo in questa direzione è finora fallito perché danneggia potenti interessi economici, gli affari, le finanze, le imprese, i produttori di petrolio e di energia o gli sfruttatori delle terre agricole e delle foreste. Già novanta anni fa i biologi matematici Volterra e Kostitzin avevano spiegato che l’intossicazione dell’ambiente dovuto ai rifiuti delle attività dei viventi porta ad un inevitabile sofferenza e declino delle popolazioni che tale ambiente occupano, tanto più rapido quanto maggiore è la produzione di rifiuti. E quarant’anni fa Commoner («Il cerchio da chiudere») aveva scritto che i guasti ambientali sono proporzionali al “consumo” procapite di merci e risorse naturali e alla conseguente produzione di scorie. Temi poi ripresi dal libro sui «Limiti alla crescita». Tutte cose ridicolizzate o dimenticate o ignorate dal potere economico e dalle autorità politiche perché disturbano il ”normale” andamento delle cose.

Che fare per, almeno, attenuare costi e dolori? Ci sono varie alternative: quella attuale è andare avanti come al solito ignorando il fatto (certo) che ci saranno sempre più frequenti disastri ambientali come quelli che hanno devastato la bella Nuova Orleans, o le Filippine, o le fortunate isole e coste turistiche, e rimediando i danni con i soldi. In Italia si invoca lo stato di calamità naturale che consiste nel chiedere soldi pubblici per risarcire chi perde la casa, e i beni o i raccolti, o i macchinari delle fabbriche, o per ricostruire strade e ferrovie e scarpate e ponti travolti dalle intemperie o dalle frane e alluvioni. Soldi che vengono poi spesi in genere per ricostruire negli stessi posti che saranno di sicuro devastati da eventi futuri. Lo stesso vale per i disastri mondiali per i quali le comunità locali o internazionali spendono soldi per risarcire i danni che le persone hanno subito, per l’imprevidenza dei loro governi i quali non hanno preso le precauzioni— tanto per cominciare la limitazione delle emissioni di gas serra — che avrebbero salvato vite e beni; poco conta se aumentano i dolori umani e le morti che non entrano nelle contabilità nazionali e aziendali, poco conta se l’agire “come al solito” provoca migrazioni di masse umane in fuga dall’avanzata dei deserti, dalle zone devastate da cicloni e frane, provoca conflitti senza fine fra popoli che si contendono terre in cui vivere.
La seconda alternativa è offerta dalla recente invenzione della resilienza, cioè dell’adattamento alle prevedibili catastrofi senza fare niente per prevenirle. Si sa che le tempeste tropicali e l’aumento del livello degli oceani potranno danneggiare le strutture costiere: pensiamo allora a costruire edifici su piloni, barriere nel mare per proteggere le rive; si sa che le più frequenti e intense piogge provocano frane e alluvioni: pensiamo a costringere i fiumi dentro canali e argini artificiali. la fantasia dei resilientisti è senza fine nel suggerire come adattarsi alla ”cattiveria” della natura e del pianeta senza ricorrere a divieti che rallenterebbero il glorioso cammino della crescita economica.

Ci sarebbe un’altra soluzione; dal momento che si può interrogare la natura e prevedere come circoleranno le acque e le masse d’aria in conseguenza di quello che stiamo facendo al pianeta e dal momento che non sembra ci sia nessuna ragionevole possibilità di frenare le modificazioni in atto, cioè di consumare meno energia o di rallentare i consumi, si potrebbe cercare almeno di non occupare gli spazi, pure economicamente appetibili, dove si manifesteranno le forze distruttive della natura. La chiamavano pianificazione territoriale ed era insegnata anche in cattedre universitarie ed era stata raccomandata e spiegata da studiosi, ed era perfino stata ascoltata, se pure non attuata, da alcuni uomini politici illuminati e presto spazzati via. Perché perfino il minimo rimedio della pianificazione presuppone lo “sgradevole” coraggio di dire di no, di vietare la presenza umana nelle zone ecologicamente fragili ed esposte a frane, marosi, tempeste e ad altri eventi catastrofici.
Il divieto di costruire opere permanenti, ad esempio a meno di cento [trecento, ndr] metri di distanza dalla riva del mare o dei fiumi, per permettere alle onde e alle acque di recuperare i propri spazi naturali, una minima azione di prevenzione, priva l’uso delle zone più appetibili e ne danneggia i proprietari; un divieto inaccettabile perfino allo stato che, teoricamente, sarebbe il proprietario di parte delle coste e rive, come dimostra la frenesia di vendere le spiagge ai “concessionari”, dopo che essi hanno già devastato le zone ricevute in affitto. 

La pianificazione e la prevenzione non rendono niente ma anzi costano e disturbano la proprietà (privata ma anche pubblica); poco conta che tali costi permettano “ad altri” di risparmiare costi futuri. Nessuna ragionevole persona, nella società del libero mercato, deve spendere neanche un soldo pensando “ad altri”, non al prossimo vicino e tanto meno al prossimo del futuro. Quando ci fanno vedere alla televisione le file di cadaveri, le persone disperate nel fango, al più rivolgiamo un pensiero a “quei poveretti”, fra una forchettata e l’altra. E così, con allegra incoscienza e ignoranza di singoli e di governanti, si corre spensieratamente verso un ancora più sgradevole futuro.

* comune-info.net  da il manifesto , 12 luglio 2018