14 ottobre 2019

«Siamo i/le giovani contro i potenti della terra»



Il movimento Fridays for Future Italia, nella seconda assemblea nazionale, convocata a Napoli (5-6 ottobre) da oltre 80 assemblee locali, ha condiviso le posizioni esposte in questo report per rilanciare la lotta per la giustizia climatica.

Per noi la giustizia climatica è la necessità che a pagare il prezzo della riconversione ecologica e sistemica sia chi fino ad oggi ha speculato sull’inquinamento della terra, sulle devastazioni ambientali, causando l’accelerazione del cambiamento climatico. I costi della riconversione non devono ricadere sui popoli che abitano nei Paesi del Sud del mondo. Siamo solidali con i e le migranti e con tutti i popoli indigeni.
Siamo i/le giovani, e non solo, contro gli attuali potenti della terra, contro le multinazionali e contro chi detiene il potere economico e politico, che non stanno facendo nulla in proposito.

La giustizia climatica è per noi strettamente connessa alla giustizia sociale, la transizione ecologica dev’essere quindi accompagnata dalla redistribuzione delle ricchezze, vogliamo un mondo in cui i ricchi siano meno ricchi e i poveri meno poveri. Cambiare sistema e non il clima non è per noi uno slogan. Il cambio di sistema economico e di sviluppo è per noi un tema centrale e necessariamente connesso alla transizione verso un modello ecologico.

Cambiare il sistema vuol dire anche non analizzare la questione ecologica come questione settoriale, ma riconoscere le forti connessioni che esistono con le lotte transfemministe, antirazziste e sociali legate ai temi del lavoro, della sanità e dell’istruzione e metterle in connessione. I criteri che chiediamo di rispettare a livello globale riguardo la parità di genere sono assunti anche nelle pratiche e nelle metodologie del nostro movimento. L’intersezionalità è una modalità di lettura che permette di leggere in termini analitici la società sistematizzando le diverse lotte e la molteplicità di oppressioni che caratterizzano il nostro sistema patriarcale, sessista, razzista, colonialista, machista e basato sulla logica dell’accumulazione e del profitto.

Le nostre rivendicazioni come studenti si devono porre l’obiettivo di entrare in sintonia, e non in contraddizione, con i bisogni di lavoratrici e lavoratori, delle abitanti e degli abitanti delle nostre città, delle nostre province e di tutti i nostri territori. Ci lasciamo con la volontà di approfondire relazioni con la comunità scientifica, essendo consapevoli che i dati sono scientifici, ma le scelte sono politiche.

Dobbiamo essere in grado di ripensare il sistema, nella sua totalità, senza lasciare indietro nessuna persona. La nostra casa è in fiamme, e noi stiamo spegnendo l’incendio consapevoli che una volta spento l’incendio la casa non potrà essere più la stessa. Vogliamo una casa che metta al centro il processo democratico e partecipativo ribaltando le logiche di potere che caratterizzano il nostro sistema. Non vogliamo più sussidi sui combustibili fossili, vogliamo una tassazione che colpisca i profitti della produzione e non solo il consumo. Pretendiamo l’obiettivo emissioni zero entro il 2030 per l’Italia.

Vogliamo la decarbonizzazione totale entro il 2025 passando alla produzione energetica totalmente rinnovabile e organizzata democraticamente con le realtà territoriali. Siamo fermamente contrari a ogni infrastruttura legata ai combustibili fossili, come il metanodotto in Sardegna, la TAP. Chiediamo la dismissione nei tempi più rapidi possibili di ogni impianto inquinante attualmente operativo, come l’ILVA. Tutte le fonti inquinanti devono essere chiuse attivando tutte quelle bonifiche, sotto controllo popolare e pagate da chi fino ad oggi ha inquinato. Il nostro futuro è più importante del PIL. Le aziende inquinanti devono chiudere, ma devono essere garantiti posti di lavoro e tutele a tutte quelle persone coinvolte nella transizione. Non accettiamo il ricatto tra lavoro, salute e tutela dell’ambiente.

Vogliamo un investimento nazionale su un trasporto pubblico sostenibile, accessibile a tutti e di qualità. Vogliamo dei trasporti a emissioni zero e necessariamente gratuiti. Un trasporto nazionale e territoriale che rispecchia i bisogni dei più, organizzato e pianificato secondo un processo di coinvolgimento democratico di tutte le abitanti e di tutti gli abitanti.

Vogliamo un cambio di rotta sostanziale per quanto riguarda il sistema d’istruzione e il mondo della ricerca. Esigiamo un ripensamento della didattica in ottica ecologista e che si investa sulla ricerca riconoscendo il valore dei saperi nei processi trasformativi della realtà. Riconosciamo la centralità di scuole e università nel processo di cambio di sistema per il quale stiamo lottando. Non vogliamo che il MIUR faccia operazioni di greenwashing, ma che sospenda immediatamente ogni accordo con le multinazionali e con le aziende inquinanti.

Ci dichiariamo contrari a ogni grande opera inutile e dannosa, intesa come infrastruttura, industria e progetto che devasta ambientalmente, economicamente e politicamente i territori senza coinvolgere gli abitanti nella propria autodeterminazione. Sosteniamo ogni battaglia territoriale portata avanti dai tanti comitati locali, come No TAV per Val di Susa, No Grandi navi per Venezia, No Muos per Catania e Siracusa, No TAP per Lecce e Stop-biocidio per Napoli e la terra dei fuochi, Bagnoli libera contro il commissariamento, la lotta all’ENEL per Civitavecchia, la SNAM per l’Abruzzo, il Terzo Valico per Alessandria. Rifiutiamo ogni speculazione sullo smaltimento dei rifiuti, sul consumo del suolo e quelle infrastrutture che causano dissesto idrogeologico. Pretendiamo che l’unica grande opera da portare avanti sia la bonifica e la messa in sicurezza dei territori.

Non possiamo inoltre ignorare che l’agricoltura industriale svolga un grande ruolo nei cambiamenti climatici, nella devastazione ambientale e nello sfruttamento delle persone: le monocolture e anche l’allevamento intensivo sono modelli del tutto insostenibili che vanno fermate nel più breve tempo possibile.

Vogliamo che venga dichiarata l’emergenza climatica ed ecologica nazionale, consapevoli che non può essere solamente un’opera di greenwashing della politica. La dichiarazione di emergenza climatica dev’essere fin da subito uno strumento trasformativo del presente. Un passo che dà forza al nostro movimento, senza però mai dimenticare che la vera alternativa è quella che tutti i giorni pratichiamo nei nostri territori e quella che narriamo nelle nostre iniziative. Dobbiamo rendere complementari le pratiche di autogestione ecologista con le forti richieste che facciamo alla politica.
Non siamo disposti a scendere a compromessi, non vogliamo contrattare, vogliamo l’attuazione di ogni nostra rivendicazione per garantirci un futuro, ma siamo consapevoli che lo vogliamo ora, nel presente perché non c’è più tempo.

Fridays for Future è un movimento orizzontale, inclusivo e democratico. Ripudiamo il fascismo in quanto ideologia antidemocratica e violenta. Rivendichiamo l’autonomia e sovranità delle assemblee locali, in quanto linfa vitale del nostro movimento e di cui le assemblee locali sono gli spazi decisionali. Crediamo infatti che la forma assembleare garantisca un modello decisionale partecipativo, aperto e orizzontale. Dalle assemblee locali infatti devono emergere le esigenze di mobilitazione, di organizzazione e di approfondimento. L’altro spazio decisionale collettivamente riconosciuto è l’assemblea nazionale, riconosciuto come spazio decisionale dove prendere decisioni specifiche di interesse nazionale e che serva per dare le linee guida da seguire.

Lanciamo il quarto sciopero globale per il 29 novembre, proponendolo a livello internazionale sotto lo slogan «block the planet».

Quella giornata di mobilitazione ci permetterà di sperimentare le tante pratiche discusse in questi giorni, come le pratiche di blocco e di disobbedienza civile caratterizzate dalla partecipazione pacifica e di massa.

Sosteniamo e saremo presenti alle mobilitazioni che lanceranno le realtà locali a Napoli a dicembre in concomitanza con la Cop Mediterranea, incontro interministeriale sul tema dei cambiamenti climatici dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo.
Usciamo da questa assemblea nazionale con la consapevolezza di essere in grado, insieme, di cambiare il sistema. Non siamo disposti ad arrenderci, noi siamo la resistenza.

11 ottobre 2019

Il testo del discorso integrale - in italiano - di Greta Thunberg all’Onu durante il vertice sul clima del 23 settembre 2019


«Il mio messaggio è che vi sto guardando…Questo è tutto sbagliato. Io non dovrei essere qui. Dovrei essere a scuola dall’altra parte dell’oceano. Ma nonostante ciò venite tutti da me per avere speranza. Come osate? Voi avete rubato i miei sogni e la mia infanzia con le vostre parole vuote. E io sono una delle più fortunate. C’è gente che soffre. C’è gente che sta morendo. Interi ecosistemi stanno collassando. Siamo all’inizio di un’estinzione di massa e voi non siete capaci di parlare d’altro che di soldi e di favole su un’eterna crescita economica. Come osate?


Per più di 30 anni la scienza è stata chiarissima. Come osate continuare a guardare altrove e a venire qui a dire che state facendo abbastanza, quando la politica e i suoi leader non si vedono? Dite che ci “ascoltate” e che capite l’urgenza, ma nonostante sia triste e arrabbiata, non voglio crederci. Perché se voi capiste pienamente la situazione e continuaste a non agire, allora sareste malvagi e io mi rifiuto di crederci.

L’idea diffusa di dimezzare le nostre emissioni in 10 anni ci dà solo il 50% di possibilità di non toccare gli 1,5°C di aumento delle temperature mondiali e innescare reazioni a catena irreversibili al di là di ogni controllo umano. Può darsi che per voi il 50% sia accettabile, ma questi numeri non considerano i punti di non ritorno, la maggior parte dei circoli di retroazione, il riscaldamento aggiuntivo nascosto provocato dall’inquinamento atmosferico tossico o gli aspetti di giustizia ed equità. Questi dati danno per scontato che la mia generazione e quella dei miei figli assorbiranno centinaia di miliardi di tonnellate della vostra CO2 dall’aria con tecnologie che quasi non esistono. 
 
È un rischio del 50% semplicemente inaccettabile per noi, noi che dovremo convivere con le conseguenze. Per avere una possibilità del 67% di rimanere al di sotto di un aumento della temperatura globale di 1,5°C — la migliore probabilità fornita dal Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici — al 1° gennaio 2018 il mondo aveva 420 giga-tonnellate di anidride carbonica rimanenti da poter emettere. Oggi questa cifra è già scesa a meno di 350 giga-tonnellate.


Come osate far finta che questo problema possa essere risolto lasciando che tutto continui ad essere risolto con soluzioni di business e tecniche? Con gli odierni livelli di emissioni, quel limite di CO2 rimanente sarà completamente esaurito in meno di otto anni e mezzo. Non verranno presentate soluzioni o piani in linea con queste cifre oggi. Perché questi numeri sono troppo scomodi. E voi non siete ancora abbastanza maturi per dire le cose come stanno.


Ci state deludendo, ma i giovani però stanno cominciando a capire il vostro tradimento. Gli occhi di tutte le generazioni future sono su di voi. E se scegliete di deluderci, vi dico che non vi perdoneremo mai. Non vi permetteremo di farla franca.  Qui, ora, è dove noi tracciamo una linea. Il mondo si sta svegliando. E il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o meno. Grazie».




9 ottobre 2019

L’India che vuole Narendra Modi


Il primo ministro indiano ha in mente un paese nazionalista e indù, diverso da tutto quello che è stata l'India finora: e il Kashmir è stato il primo passo



Quando all’inizio di agosto il presidente indiano Narendra Modi ha revocato lo “status speciale” al Kashmir, che garantiva al territorio un livello molto alto di autonomia, diversi analisti ed esperti hanno parlato di una decisione rivoluzionaria, primo passo verso cambi ancora più radicali. La decisione sul Kashmir – unica regione indiana a maggioranza musulmana in un paese a maggioranza induista – fa parte di un’idea più ampia di paese che Modi aveva già descritto in anni precedenti: uno stato induista, diverso dal paese laico che avevano voluto i padri fondatori dell’India, e uno stato in cui non ci fossero più leggi diverse da comunità a comunità, come quelle introdotte decenni fa per garantire la libertà di espressione di tutti. Quella che aveva in mente Modi, in sostanza, era una «nuova India».

L’idea di una «nuova India», su cui si è basata l’azione politica di Modi degli ultimi anni, ruota attorno a due concetti principali: rafforzare il nazionalismo e trasformare l’India da paese laico a paese induista, indebolendo i diritti delle minoranze e colpendo le comunità musulmane che abitano il Kashmir indiano. Modi, primo ministro dal 2014, ha aumentato i consensi quasi ad ogni elezione tenuta negli ultimi cinque anni, stravincendo anche le legislative dello scorso maggio. Il suo potere sempre maggiore gli ha permesso tra le altre cose di avviare alcune delle politiche considerate più problematiche e allo stesso tempo funzionali all’idea della «nuova India», come per esempio la revoca dello “status speciale” del Kashmir.

Modi, ha scritto Associated Press, «è un nazionalista indù da quando aveva 10 anni» e durante tutta la sua carriera da primo ministro ha promosso un’immagine di sé vicina a quella dell’uomo comune indiano.
Figlio di un venditore di tè e cresciuto in una famiglia molto povera, è diventato nel corso degli anni un politico astuto e un abile oratore, che oggi partecipa a programmi televisivi d’avventura come “Man vs Wild” (“uomo contro natura selvaggia”) e che dice frasi tipo «non ho mai provato paura o nervosismo nella mia vita». È stato sposato una volta – matrimonio risultato di un fidanzamento combinato – ma poi si è separato senza avere figli. «A differenza della maggior parte dei politici indiani, Modi non ha una cerchia di parenti che si aggira attorno a lui cercando di ottenere contatti o contratti lucrativi con il governo», ha scritto AP. Le uniche cose che ha sono il Bharatiya Janata Party (BJP), il suo partito, e la causa del nazionalismo indù, che appoggia da sempre.

Modi, definito dal Washington Post come il leader politico indiano più dominante degli ultimi cinquant’anni, ha deciso di compiere la sua prima mossa all’inizio di agosto in Kashmir, unico stato indiano a maggioranza musulmana e da tempo considerato un enorme problema dai nazionalisti indù, soprattutto per la presenza al suo interno di gruppi armati secessionisti appoggiati dal Pakistan, nemico dell’India.
Per i suoi sostenitori, la revoca dello “status speciale” in Kashmir ha mostrato come Modi possa essere un leader coraggioso e ambizioso, guidato da quella che ritiene essere la volontà della maggioranza. «Il lavoro che non era stato fatto negli ultimi 70 anni è stato completato entro 70 giorni da quando si è insediato il nuovo governo», ha detto Modi questa settimana, riferendosi all’eliminazione di molte delle autonomie prima concesse al Kashmir indiano. Per i suoi critici, invece, la mossa in Kashmir sarebbe stata la prova delle sue inclinazioni antidemocratiche e forzatamente maggioritarie. Sumantra Bose, scienziato politico alla London School of Economics e autore di due libri sul Kashmir, ha detto al Washington Post: «Non riguarda solo il Kashmir, si sta parlando dell’intero futuro dell’India». Secondo Bose, Modi e il suo partito starebbero usando il Kashmir come mezzo con cui «portare avanti il loro più ampio obiettivo di trasformare l’India in una repubblica indù, in tutto e per tutto ad eccezione che nel nome».

Dopo la decisione sul Kashmir, per i nazionalisti indù ci sono altri obiettivi da realizzare il prima possibile. Il primo è costruire un grande tempio al dio indù Rama in un luogo dove in passato c’era una moschea, nella città di Ayodhya. La questione per ora è ferma perché sul caso si sta esprimendo la Corte suprema indiana in relazione a una disputa sul terreno individuato per il progetto. Il secondo obiettivo è quello di far approvare una legge unitaria su questioni come il divorzio e l’eredità e che si applichi a tutti i cittadini indiani, eliminando quindi la possibilità che hanno oggi le diverse comunità di avere norme differenti tra loro.
Il governo indiano, comunque, ha già iniziato ad adottare da tempo politiche per colpire le minoranze religiose: ad esempio con la legge sulla cittadinanza, che prevede di dare lo status di rifugiato a migranti indù e cristiani – ma non musulmani – che entrano in India dai paesi confinanti.
Negli ultimi anni Modi si è impegnato costantemente a rafforzare il collegamento tra lui e l’induismo, mostrandosi per esempio mentre fa yoga e mangia vegetariano, due cose che in India hanno una connotazione religiosa molto forte, soprattutto quando praticate da politici. Fino a oggi le politiche filo-nazionaliste e filo-indù del suo governo sono state accolte con grande favore in India. Diversi esperti, ha scritto il Washington Post, dicono che ci vorranno mesi o anni per valutare l’impatto delle decisioni più radicali dell’attuale governo, che si sta distanziando da quanto fatto per decenni nella politica indiana.

«Una nuova era è iniziata», ha detto Modi durante un discorso televisivo tenuto la scorsa settimana dopo la revoca dello “status speciale” del Kashmir. E l’impressione di molti osservatori è che sia iniziata davvero, e continuerà almeno fino a che in India a capo del governo ci sarà lui.

nella foto: Narendra Modi all'entrata del parlamento indiano (AP Photo /Manish Swarup)

* www.ilpost.it -16 agosto 2019