25 maggio 2017

L’América Latina ingovernabile



I governi politici sono travolti da una violenta tormenta. Ovunque, dalle Nazioni Unite ai paesi che sembravano più stabili. Non esistono forze capaci di mettere ordine, né a scala regionale né globale. Il fenomeno è particolarmente visibile in America Latina, dall’Argentina al Venezuela al Brasile. Incapaci di comprenderne le ragioni, gli analisti e i media ricorrono spesso e volentieri a semplificazioni ma Donald Trump non è affatto “pazzo”, come non lo è mai stato Hitler, e il fallimento dei governi progressisti latinoamericani non si deve solo ai complotti dell’imperialismo o delle opposizioni di destra. La crescente impossibilità di governare è manifesta e le motivazioni di fondo che la determinano sono piuttosto complesse. Raúl Zibechi prova ad elencarne qui almeno tre e spiega che non sarà naturalmente possibile proteggere i possedimenti de los de arriba, quelli che stanno in alto, solo alzando muraglie. Per los de abajo, quelli che stanno in basso, il problema da affrontare non è però quello di sostituire il tenutario dei possedimenti

Primavera 2017. Una grande protesta dei lavoratori della scuola argentini contro la politica del governo di Macri.

di Raúl Zibechi *
La disarticolazione geopolitica globale si traduce, nel continente latinoamericano, in una crescente ingovernabilità che colpisce i governi di tutte le correnti politiche. Non esistono forze capaci di mettere ordine in nessun paese, né a scala regionale né globale. Si tratta di qualcosa che colpisce tutti, dalle Nazioni Unite fino ai governi dei paesi più stabili.
Uno dei problemi che si possono osservare, soprattutto sui media, è che quando si rivela il fallimento delle analisi, ci si appella a semplificazioni del tipo: “Trump è pazzo”, o congetture simili, oppure lo si taccia di “fascista” (cosa che non è una semplice congettura). Solo aggettivi che servono a eludere analisi di fondo. Sappiamo bene che la “pazzia” di Hitler non è mai esistita, rappresentava gli interessi delle grandi corporazioni tedesche, ultra razionali nel loro affannoso intento di dominare i mercati globali.
Dalla parte del pensiero critico, succede qualcosa di simile. Tutti i problemi che affrontano i governi progressisti sono colpa dell’imperialismo, delle destre, dell’OSA e dei media. Non c’è volontà di assumersi i problemi creati da sé stessi, né il minimo accenno alla corruzione che ha raggiunto livelli scandalosi.

Ma il dato centrale del periodo è l’ingovernabilità. Quello che sta accadendo in Argentina (la resistenza ostinata dei settori popolari alle politiche di rapina e spoliazione del governo di Mauricio Macri) è una dimostrazione che le destre non riescono a conseguire la pace sociale, né la otterranno almeno nel breve/medio termine.
I lavoratori argentini hanno una lunga e ricca esperienza di più di un secolo di resistenza ai potenti, perciò sanno come logorarli, fino a rovesciarli attraverso i più doversi modi: dalle insurrezioni, come quella del 17 ottobre del 1945 e quella del 19 e 20 dicembre del 2001, fino alle sollevazioni armate come il Cordobazo e diverse decine di sommosse popolari.
In Brasile, la destra pilotata da Michel Temer ha enormi difficoltà nell’imporre le riforme del sistema pensionistico e del lavoro, non solamente per la resistenza sindacale e popolare ma anche per la spaccatura interna di cui soffre il sistema politico. La delegittimazione delle istituzioni è forse la più elevata che si ricordi nella storia.
L’economista Carlos Lessa, presidente della Banca Nazionale di Sviluppo Economico e Sociale con il primo governo Lula, segnala che il Brasile non può più guardarsi allo specchio e riconoscersi per quello che è, ha perso l’orizzonte nel marasma della globalizzazione. L’affermazione di questo prestigioso pensatore brasiliano si può applicare agli altri paesi della regione che non possono che naufragare quando le tormente sistemiche li minacciano. Nei fatti, il Brasile attraversa una fase di decomposizione della classe politica tradizionale, cosa che pochi sembrano comprendere. Lava Jato è uno tsunami che non lascerà nulla al suo posto.

Il quadro che offre il Venezuela è identico, anche se gli attori provano discorsi opposti. Per inciso, va detto che dar retta ai discorsi in piena decomposizione sistemica ha scarsa utilità, poiché cercano solamente di eludere le responsabilità.
Dire che l’ingovernabilità venezuelana è dovuta solo alla destabilizzazione della destra e dell’impero, vuol dire dimenticare che alla prolungata erosione del processo bolivariano partecipano anche i settori popolari, mediante pratiche su micro-scala che destrutturano la produzione e la vita quotidiana. O invece qualcuno può ignorare che il bachaqueo (contrabbando formica) è una pratica diffusa tra i settori popolari, compresi quelli che si dicono chavisti?
Il sociologo Emiliano Terán Mantovani lo dice senza mezzi termini: caos, corruzione, lacerazione del tessuto sociale e frammentazione del popolo, potenziati dalla crisi terminale della rendita petrolifera. Quando predomina la cultura politica dell’individualismo più feroce, è impossibile condurre alcun processo di cambiamento verso un qualche destino mediamente positivo.
Insomma, il panorama che presenta la regione (sudamericana, ndt) – menziono solo tre paesi, ma l’analisi può, con sfumature, essere estesa al resto – è di crescente ingovernabilità, al di là del segno (politico, ndt) dei governi, con forti tendenze verso il caos, l’espansione della corruzione e difficoltà estreme per trovare vie d’uscita.

La marcia delle donne a Montevideo. Foto tratta da http://ntn24-img.s3.amazonaws.com

Ci sono tre ragioni di fondo alla base di questa situazione critica.

La prima è la crescente potenza, organizzazione e mobilitazione de los de abajo, dei popoli indigeni e neri, dei settori popolari urbani e dei contadini, dei giovani e delle donne. Nemmeno il genocidio messicano contro los de abajo è riuscito a paralizzare il campo popolare, anche se è innegabile che affronta serie difficoltà nel continuare a organizzarsi e creare mondi nuovi.

La seconda è l’accelerazione della crisi sistemica globale e la disarticolazione geopolitica, che ha fatto un balzo in avanti con la Brexit, l’elezione di Donald Trump, la persistenza dell’alleanza Russia-Cina per frenare gli Stati Uniti e l’evaporazione dell’Unione Europea che vaga senza meta. I conflitti si espandono senza sosta fino a sfiorare la guerra nucleare, senza che nessuno possa imporre un certo ordine (nemmeno ingiusto, come l’ordine del dopoguerra dal 1945).

La terza consiste nell’incapacità delle élite regionali di trovare qualche via d’uscita di lungo respiro, come è stato per il processo di sostituzione delle importazioni, la costruzione di un minimo di stato sociale capace di integrare alcuni settori dei lavoratori e una certa sovranità nazionale. Su questo tripode si è stabilita l’alleanza tra imprenditori, lavoratori e Stato che ha potuto proiettare, per alcuni decenni, un progetto nazionale credibile anche se poco consistente.

La combinazione di questi tre aspetti rappresenta la “tormenta perfetta” nel sistema-mondo e in ogni angolo del nostro continente. Los de arriba, come ha detto giorni fa il subcomandante insurgente Moisés, vogliono trasformare il mondo in “una finca [1] protetta da muraglie”. Probabilmente, perché siamo tornati ingovernabili. Dobbiamo organizzarci, in queste difficili condizioni. Non certo per cambiare finquero.

[1] finca: tenuta; finquero: il padrone della tenuta

* da www.comune-info.net  22 maggio 2017  ( articolo pubblicato su La Jornada con il titolo La era de la ingobernabilidad en AL ). Traduzione per Comune-info: Daniela Cavallo

Raúl Zibechi, scrittore e giornalista uruguayano dalla parte delle società in movimento, è redattore del settimanale Brecha. I suoi articoli vengono pubblicati con puntualità in molti paesi del mondo, a cominciare dal Messico, dove Zibechi scrive regolarmente per la Jornada. In Italia ha collaborato per oltre dieci anni con Carta e ha pubblicato diversi libri: Il paradosso zapatista. La guerriglia antimilitarista nel Chiapas, Eleuthera; Genealogia della rivolta. Argentina. La società in movimento, Luca Sossella Editore; Disperdere il potere. Le comunità aymara oltre lo Stato boliviano, Carta. Territori in resistenza. Periferia urbana in America latina, Nova Delphi. L’edizione italiana del suo ultimo libro, “Alba di mondi altri” è stata stampata nel luglio 2015 dalle edizioni Museodei. Molti altri articoli inviati da Zibechi a Comune-info sono qui.

22 maggio 2017

La sinistra alla prova finale: il bivio dei socialisti, che non potranno mai essere come prima



Dalla Spagna all'Italia, passando per Francia e Germania, un intero ideale politico è giunto alla prova di sopravvivenza. Tra risposte da dare al populismo e necessità di dialogare con il centro, ad eccezione della Spd i partiti europei di sinistra sono a un punto di non ritorno

di Maurizio Ricci *

La produttività ristagna, i salari pure. Crescono invece i profitti, l'ineguaglianza aumenta, il lavoro non si trova e, dove si trova, è sempre di più part time. Non solo saggi e ricerche di economisti autorevoli, ma anche le analisi di istituzioni ufficiali - nel giro di un mese sia il Fmi che l'Ocse - ripetono ormai con insistenza che, negli ultimi decenni, il mondo ha conosciuto una svolta che ha rovesciato i rapporti di forza all'interno della società. Sembrano le condizioni ideali per una poderosa spinta a sinistra della politica. Invece, è vero il contrario. La sinistra che ha dominato la seconda parte del secolo scorso si è come spappolata. Le fasce sociali a cui faceva riferimento sono trasmigrate a destra o nei movimenti populisti, il radicamento sociale delle sue grandi organizzazioni si è dissolto. La crisi del 2008 della finanza selvaggia doveva affondare la destra liberista, ha svuotato invece la sinistra. L'analisi non è nuova. Ma, nel giro di poche settimane e mesi, affronta la sua verifica finale. Le prove elettorali appena trascorse - in Austria, in Olanda, in Francia - hanno detto che il populismo non è inarrestabile. Le prossime dovranno dire se, per la sinistra come l'abbiamo conosciuta, c'è ancora spazio o no.

Si comincia già questa domenica in Spagna, dove il partito socialista - il Psoe - deve scegliere il suo prossimo leader. Da una parte, l'ala istituzionale, incarnata nel bastione andaluso e nella leadership di Susana Diaz, dove il Psoe governa amministrazioni, corporazioni e clientele, pronto a dialogare, in termini di potere, con i popolari di Rajoy. Dall'altra, l'ex segretario, Pedro Sanchez, più vicino ai nuovi ceti urbani, ma anche ai movimenti di opposizione radicale, come Podemos. Per i socialisti spagnoli un bivio netto fra consolidarsi e ripensarsi.

A ridosso, arrivano le elezioni parlamentari francesi. Devono dire se il fenomeno Macron, con il suo rimescolamento di destra, centro e sinistra, è in grado non solo di conquistare l'Eliseo, ma anche il Parlamento. Devono, però, anche dire se lo storico partito socialista, uscito schiantato dalle presidenziali, è ancora un organismo vitale, capace di mobilitare coscienze e militanti e di immaginare un percorso politico diverso dal nuovismo di Macron e dal radicalismo di Mélenchon. Non solo i socialisti francesi rischiano di scomparire, anche i laburisti britannici sono sull'orlo di una crisi esistenziale. I tories di Theresa May stanno apertamente corteggiando l'elettorato del Labour e il manifesto programmatico lanciato da Jeremy Corbyn è il tentativo di fermare l'emorragia, con la riproposizione delle ricette tradizionali di tasse e spese sociali, che cancella 15 anni di "terza via" alla Blair. Una sorta di scommessa "o la va o la spacca", il cui esito segnerà in modo indelebile il futuro del Labour.

Dopo questa doppia prova di giugno, a settembre toccherà alla Germania. Per la Spd di Martin Schulz, non sembra che le elezioni segnino un punto di non ritorno, come in Francia e in Gran Bretagna. Nell'ipotesi peggiore illustrata dai sondaggi, i socialdemocratici usciranno con una forza non molto diversa da quella attuale. Il problema è che una nuova vittoria che riconsegni il paese a Angela Merkel, allungando a sedici anni la sua ininterrotta gestione del governo, sancirebbe che la Spd si è definitivamente infilata in un vicolo cieco, che la condanna ad un eterno ruolo di partner subordinato sempre più sbiadito ed inutile, marginale al confronto fra i grandi interessi sociali ed economici e il potere vero della Cancelliera. Dopo Spagna, Francia, Gran Bretagna e Germania, toccherà all'ultimo grande paese europeo, l'Italia, dove il Pd di Renzi si troverà a scegliere fra la suggestione Macron e quella Prodi. Anche qui, dopo, la sinistra non sarà più la stessa.

* da www.repubblica.it  20 maggio 2017