18 novembre 2017

"Il tempo a disposizione dell'uomo sta per finire": 15 mila scienziati scrivono una disperata lettera all'umanità



A 25 anni dal primo appello c'è stato un solo miglioramento ambientale: la riduzione del buco dell'ozono *

Non è bastato il primo appello lanciato 25 anni fa. I progressi fatti per limitare i danni provocati dall'uomo al pianeta con cambiamento climatico, deforestazione, mancanza di accesso all'acqua, sovrappopolazione e animali in estinzione, sono stati troppi pochi. Per questo l"Unione degli scienziati preoccupati ha deciso di lanciare sulla rivista Bioscience un secondo allarme, accompagnato dall'hashtag #ScientistsWarningtoHumanity, perché si agisca prima che i danni diventino irreversibili.

Il primo avviso, lanciato nel 1992, fu sottoscritto da 1.700 firmatari, tra cui molti premi Nobel. Quello lanciato oggi, a un quarto di secolo di distanza, dai due ricercatori William Ripple, dell'Oregon State University, e Thomas Newsome, dell'università di Sydney, ha avuto un'eco maggiore, grazie anche alla campagna che è diventata virale sui social, finendo per raccogliere finora le adesioni di ben 15.000 ricercatori di 184 Paesi.

Il quadro delineato dagli esperti è poco incoraggiante: delle 9 aree indicate nell'appello del 1992 su cui era necessario intervenire, l'unico miglioramento consistente registrato è nell'aver fermato la crescita del buco dell'ozono. Qualche progresso è stato fatto anche nell'aumento dell'energia prodotta da fonti rinnovabili, il calo della fertilità per gli investimenti nell'istruzione femminile, e nel rallentamento della deforestazione in alcune aree. Dati che, secondo i ricercatori, dimostrano che se ci si impegna davvero dei risultati si possono raggiungere.

L'elenco delle brutte notizie è, però, molto più lungo. Nei 25 anni trascorsi si è avuta una riduzione del 26% dell'acqua disponibile per persona, una crescita del 75% del numero di zone morte nell'oceano, la perdita di circa 121 milioni di ettari di zone boschive convertite principalmente all'agricoltura, e un calo del 29% del numero di mammiferi, rettili, anfibi, uccelli e pesci, una crescita del 35% della popolazione umana e il continuo aumento delle emissioni di carbonio e delle temperature a livello globale.
Sono 13 le aree, secondo i ricercatori, su cui lavorare per ridurre i danni dell'uomo, rendendo più sostenibile la sua presenza per il pianeta, come promuovere una dieta con meno carne, il ricorso alle fonti di energia rinnovabile, la creazione di riserve marine e terrestri, l'adozione di leggi anti-bracconaggio, e limitando la crescita della popolazione con interventi di pianificazione familiare ed educativi per le donne. "Presto sarà troppo tardi per cambiare le cose e il tempo sta per finire - dicono gli esperti -. Ma possiamo fare grandi progressi per il bene dell'umanità e del pianeta da cui dipendiamo".

A 25 anni di distanza dal primo allarme, gli scienziati mondiali tornano a levare la loro voce per la salute e il futuro del nostro pianeta. Dopo l'appello lanciato nel 1992 e firmato da migliaia di ricercatori tra cui molti premi Nobel, infatti, risultati concreti sono stati ottenuti solo nell'aver contrastato la crescita del buco dell'ozono. Dunque ora 15 mila 'top scientist' di 184 Paesi si sono messi insieme, firmando un secondo appello rivolto all'umanità su 'BioScience': 'World Scientists' Warning to Humanity: a second noticè, è il titolo dell'articolo, accompagnato dall'hashtag #ScientistsWarningtoHumanity, in cui si chiedono azioni urgenti per evitare danni irreversibili alla Terra.

L'iniziativa, co-promossa da Thomas Newsome dell'università di Sydney, è diventata virale sui social. In 25 anni, registrano gli scienziati, c'è stata una riduzione del 26% dell'acqua fresca disponibile per persona, una riduzione del 29% nel numero di mammiferi, rettili, anfibi e pesci, una crescita del 75% del numero di zone morte nell'oceano, la perdita di circa 300 milioni di acri di foreste. C'è ancora tempo per intervenire, avvertono gli scienziati, ma occorre muoversi e farlo davvero. Per il futuro della Terra e dell'umanità

* www.huffingtonpost.it  da Redazione ANSA , 14 novermbre 2017 – foto Getty Images

17 novembre 2017

L’inverno della Nuova Zelanda si è accorciato di un mese nell’ultimo secolo



Nella prima metà del Novecento durava 100 giorni in media, ora 70: inizia dopo e finisce prima

Negli ultimi cento anni in Nuova Zelanda l’inverno si è accorciato di un mese, secondo l’Istituto nazionale di ricerca sull’acqua e l’atmosfera (NIWA) del paese. Per “inverno” in questo caso non si intende la stagione astronomica, quella legata al numero di ore di luce giornaliere, ma si intende quel periodo dell’anno in cui le condizioni climatiche sono quelle che tipicamente si associano a questa stagione: temperature molto basse, gelate e nevicate. Secondo gli scienziati del NIWA nell’ultimo secolo l’inizio di questi fenomeni meteorologici si è via via ritardato e la loro fine si è anticipata, e oggi rispetto a cento anni fa il periodo in cui si verificano è più corto di un mese.

In Nuova Zelanda, nell’emisfero australe, l’inverno astronomico comincia all’inizio di giugno, finisce alla fine di agosto ed è lungo 92 giorni: può nevicare e ci possono essere temperature minime fino a -7°C durante la notte. Brett Mullan del NIWA ha definito come giornata invernale dal punto di vista meteorologico una in cui la temperatura media è minore di 9°C, e poi ha studiato i registri storici degli anni tra il 1909 e il 1938 e quelli tra il 1987 e il 2016 relativi a sette diverse regioni della Nuova Zelanda. Analizzando i dati storici ha calcolato che tra il 1909 e il 1938 ogni anno ci furono in media 100 giorni con condizioni meteorologiche invernali, contro i soli 70 degli ultimi trent’anni.
Mullan ha notato che comunque il periodo invernale può variare molto di anno in anno: nel 2016 ad esempio giugno fu molto caldo, e si ebbero condizioni invernali solo tra luglio e agosto; nel 2017 invece è stato agosto a essere molto caldo e giugno invernale. Un altro dato riscontrato da Mullan è il numero di gelate durante l’inverno: anche quello è diminuito nel tempo.

La contrazione dell’inverno meteorologico non è un fenomeno solo neozelandese: anche negli Stati Uniti l’inverno si è accorciato di un mese secondo gli studiosi del clima. Secondo le previsioni di Mullan l’inverno continuerà ad accorciarsi anche in futuro e le temperature medie ad alzarsi. Questi cambiamenti probabilmente avranno delle conseguenze sulla produzione di kiwi, frutta di cui la Nuova Zelanda è il primo esportatore mondiale: il nord del paese sta diventando troppo caldo per coltivarli. Per l’agricoltura in generale l’aumento delle temperature ha l’effetto positivo di far maturare più in fretta le piante, ma ha anche lo svantaggio di favorire la riproduzione degli insetti infestanti, che l’inverno uccide.

Nella foto: Il lago Sarah, nell'Isola del Sud, in Nuova Zelanda, il 30 agosto 2004 (Getty Images/FOTOPRESS/Ross Land)

* da   www.ilpost.it – 10 novembre 2017

11 novembre 2017

India: La cappa tossica che avvolge New Delhi


India. Nella capitale indiana emergenza inquinamento alle stelle. Il governo ordina la chiusura di scuole e asili, limitati i voli aerei. Le polveri sottili registrano livelli estremamente pericolosi per la salute

di Emily Menguzzato *

La coltre di nebbia che ha avvolto la capitale dell’India New Delhi sarebbe causata in parte dalla combustione delle stoppie, diffusa in particolare nel Punjab e nell’Haryana, che si è unita al consueto smog, alla mancanza di vento e alla forte umidità registrata in queste settimane in una delle più popolate città indiane e del mondo. Lo ripetono agenzie di stampa, osservatori ed esperti ma non senza scatenare polemiche.

In India, dal 2007 ad oggi, le emissioni di anidride solforosa sono aumentate del 50% (Scientific Report, 2017) mentre a New Delhi, in questi giorni, le polveri sottili (PM 2,5) hanno raggiunto livelli estremamente pericolosi per la salute degli abitanti. I limiti dettati dall’Oms non devono superare i 25 ppm, mentre i dati registrati nelle vie di New Delhi parlano di numeri che oscillano tra i 400 e i 700 ppm. Il governo indiano ha imposto la chiusura delle scuole e degli asili fino a domenica, ha limitato il traffico aereo e dei treni, e favorito l’utilizzo dei mezzi pubblici, riducendone il prezzo e aumentando quello dei parcheggi. Inoltre, il ministro dei trasporti Kailash Gahlot ha comunicato che vi saranno ulteriori limitazioni al traffico, con targhe alterne, a partire dal 13 novembre. Persino alcune compagnie aeree straniere hanno chiuso i loro voli sulla città indiana avvolta in una cappa di smog e di controversie politiche. La polemica principale riguarda l’origine del mantello di smog che avvolge la città.


Il leader del partito d’opposizione Aam Aadmi Party (AAP), Sukhpal Khaira, sostiene che i contadini non c’entrano nulla e che la colpa è invece da ricercarsi sia negli scarichi delle migliaia di automobili sia nelle polveri diffuse nell’atmosfera dalle industrie. A suo avviso la nebbia causata dagli incendi agricoli in molti casi non raggiunge nemmeno la capitale e gli agricoltori, semmai, soffrirebbero non certo per l’inquinamento ma per i debiti che li strangolano. Ma che la responsabilità vada invece cercata anche nei grandi incendi nelle campagna pare fuori di dubbio. Una concausa almeno ma non secondaria. Ma la colpa è solo nel ruolo degli agricoltori del nord del paese asiatico?


Secondo il quotidiano Indian Express, ogni anno, tra ottobre e novembre, verrebbero bruciati 34 milioni di tonnellate di residui provenienti dalla mietitura di riso e frumento. La differenza però starebbe tra le coltivazioni manuali e quelle generate dalle macchine. Ossia tra contadini poveri e ricche proprietà fondiarie. Nelle prime, grazie all’utilizzo delle falci, il grano viene tagliato vicino al suolo e il resto delle piante riutilizzato come foraggio o per gli imballaggi. Un utilizzo «ecologico» e sostenibile quanto tradizionale. Nelle coltivazioni estensive, invece, le macchine causerebbero uno scarto più ampio, di circa 40-50 cm, che viene sistematicamente bruciato. Un fatto ciclico e tipico non solo del subcontinente indiano: già negli anni Novanta le piantagioni di palma del Sudest asiatico entrarono nell’occhio del ciclone proprio per la nebbia inquinata che dall’Indonesia arrivava sino a Singapore.


Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, 13 delle 20 città più inquinate del mondo si trovano in India e ogni anno 627 mila persone muoiono per problemi di salute legati alla tossicità dell’aria: bronchiti croniche, malattie cardiovascolari e tumori ai polmoni. I rischi riguardano soprattutto la funzionalità respiratoria dei bambini, compromessa in un caso su tre.


Nel 2010 l’India aveva contestato i dati riportati dall’Oms, sostenendo fossero stati manipolati e negando le conclusioni dello studio. La difficoltà nel trovare dei rimedi efficaci all’inquinamento, condita con la poca cura delle aree verdi, la forte industrializzazione e la cementificazione selvaggia hanno poi determinato un peggioramento della situazione ambientale indiana. Adesso si cerca ogni tipo di soluzione, come la pianificazione di sparare acqua per tentare di combattere la nube tossica, un palliativo che probabilmente non servirà a molto. I «cannoni» dovrebbero sparare acqua dall’alto (da cento metri di altezza) nel tentativo di schiacciare a terra le polveri. Ma non è chiaro dove si farà: in quale punto cioè di questa tentacolare città di 22 milioni di abitanti, una delle aree urbane dove la percentuale di persone per chilometro quadrato è tra le più alte del mondo (seconda solo al centro di Manila o a Dacca). Persino i coreani si son offerti intanto di dare una mano: ma la soluzione può essere solo di lungo periodo, dicono gli esperti di Seul, con un approccio più «olistico» alla gestione dell’area urbana. È una tegola per il governo di Narendra Modi, l’uomo forte di Delhi noto per l’ipernazionalismo tracotante in linea con l’ideologia del suo partito. Modi non vorrebbe inimicarsi né i cittadini delle città, né la grande industria, né tanto meno i contadini.


Nella foto: Una donna lavora alla pulizie delle strade a New Delhi, in India, avvolta nello smog


* da il manifesto , 11 novembre 2017