26 luglio 2026

Adesso il governo indiano ha paura degli scarafaggi

 di Matteo Miavaldi *

Continua la protesta della Gen Z, e su Modi aleggia lo spettro di Bangladesh e Nepal

Da una settimana il governo della destra hindu presieduto da Narendra Modi sta affrontando la peggior crisi degli ultimi dodici anni, cioè da quando nel 2014 ha inaugurato un’era di predominio assoluto nel favore popolare del paese più popoloso del mondo.

Le cose sembrano essere cambiate drasticamente nelle ultime 72 ore, quando il movimento della Gen Z indiana innescato dalle manifestazioni del Cockroach janta party (Cjp, il partito popolare degli scarafaggi) è riuscito in un’impresa che solo a dieci milioni di contadini nel 2021 era riuscita: costringere l’amministrazione Modi a trattare.

All’epoca il tema del contendere era però circoscritto alle riforme imposte – e poi ritirate – al settore dell’agricoltura, mentre in questa estate del 2026 ad assediare l’esecutivo sono state centinaia di migliaia di giovani della classe media, urbanizzati, figli e figlie di un privilegio che per anni li aveva isolati dalla repressione governativa e filogovernativa indirizzata a minoranze religiose (soprattutto quella musulmana), etniche e, volendo, anche ideologiche, considerando il blocco dei «progressisti» che ha osato criticare il progetto settario di New India incoraggiato da Modi, pagandone conseguenze durissime. Dalla morte in giù, per intenderci.

Questa volta a fronteggiare il braccio violento della legge indiana è stata una generazione che ha saputo farsi scudo della propria naïveté, immortalata in reel di Instagram che rimbalzano ai quattro angoli della Terra. C’è Rhiya Ahir, modella di 27 anni, che in felpa e cappellino sotto la pioggia torrenziale di Mumbai si piazza davanti a una camionetta della polizia carica di manifestanti e per 20 minuti la blocca con la mano destra; la sinistra appoggiata al fianco, come un video di Beyoncé, come a dire «voglio vedere cosa mi fate». E c’è Bharat, un ragazzo che nei primi giorni delle proteste nel centro di Delhi si ritrova circondato da poliziotti che lo massacrano a bastonate mentre lui, senza mai cedere, urla «Maro do sir! Maro do sir!», cioè «Picchiami, signor poliziotto! Picchiami!».
Nell’India rurale una musulmana o un dalit, gli ultimi degli ultimi del sistema castale indiano, mai si spingerebbero a tanto.

La Gen Z urbana, al contrario, osa. Osa bloccare il centro di New Delhi per chiedere le dimissioni del ministro dell’educazione Dharmendra Pradhan, il volto dell’inefficienza del sistema dell’istruzione pubblica nazionale, e quando viene caricata e sgomberata dalla polizia rilancia, chiamando a raccolta via social network una moltitudine che ormai straborda: a centinaia di migliaia ieri hanno marciato nelle principali città indiane per protestare contro la violenza delle forze dell’ordine nei confronti di un movimento che ha fatto di tutto, e continua a farlo, per rimanere pacifico.

Il terrore che serpeggia nell’amministrazione Modi è tutto contenuto in un video di poco più di un minuto postato nella notte tra il 23 e il 24 luglio dal primo ministro in persona: senza fronzoli, faccione in primo piano, Modi ha ribadito urbi et orbi la volontà del suo governo di perseguire penalmente i responsabili della debacle del sistema di valutazione degli esami d’ingresso alle facoltà di medicina che hanno portato, tra le altre, almeno a 21 suicidi di studenti e studentesse.

È il terrore che anche in India possa ripetersi lo scenario che negli ultimi anni si è verificato in Nepal e Bangladesh, quando partendo da temi tutto sommato «minori» (l’uso dei social network in Nepal, le quote nell’impiego pubblico in Bangladesh) le rispettive Gen Z hanno spazzato via due governi nel giro di qualche settimana.

Per scongiurare il peggio, dopo aver bistrattato e sottovalutato il coefficiente valanga di queste mobilitazioni apartitiche (e quindi oceaniche), il governo indiano ha cambiato approccio.

Da un lato sta cercando di rompere il fronte del dissenso, ad esempio convincendo l’ingegnere e attivista dell’ambiente Sonam Wangchuk a interrompere lo sciopero della fame iniziato 26 giorni fa a sostegno della lotta degli studenti e delle studentesse: lo ha fatto ieri notte a favore di telecamera, letteralmente imboccato dal ministro della salute J. P. Nadda.

Dall’altro lato, per conto di Modi, Nadda sta cercando di trovare un accordo coi vertici degli «scarafaggi», incontrati ieri al Constitution club of India, nel centro di New Delhi, per colloqui al momento ancora non risolutivi.
Saurav Das, portavoce degli «scarafaggi», ieri ha chiarito che il movimento non arretra di un millimetro e continuerà la mobilitazione finché non otterrà le dimissioni del ministro dell’istruzione: le proteste si fermeranno 24 ore, per dare tempo al governo di far fuori il proprio ministro; in caso contrario, la mobilitazione continuerà.

Nel frattempo il governo ha annunciato di tutto: 47 funzionari della National Testing Agency licenziati in tronco, aperte indagini per individuare e punire i poliziotti violenti, trasferito il viceministro dell’istruzione, garantito risarcimento di dieci milioni di rupie a ogni famiglia di studenti e studentesse morti suicidi a causa dei «paper leak». Ma l’ultimatum degli «scarafaggi» rimane.

A questo punto, però, la «testa» di Pradhan potrebbe non essere più sufficiente. O meglio, lo sarebbe per gli «scarafaggi», ma non è detto lo sia per le centinaia di migliaia di giovani che sono in piazza da giorni e urlano slogan che vanno ben oltre le recriminazioni da «buon governo». Vogliono un’altra testa. Quella di Narendra Modi.

nella foto: manifestazione del Cockroach janta party (Cjp) a Mumbai

* da il manifesto- 25 luglio 2026

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