18 luglio 2012

Nuova Cabinovia a Londra


Dopo tanta attesa, l’east London Cable Car e’ stato finalmente inaugurato il 28 Giugno. Di cosa si tratta? Della sorprendente ‘Emirates Cable Car’ di Londra, nuova cabinovia che attraversa il Tamigi. Questa funivia collega la penisola di Greenwich e la O2 Arena (*) con la Royal Victoria Docks e l’ExCel (Exhibition Centre).
Quest’impianto ormai in funzione, e’ capace, con le sue 35 cabine di trasportare 2.500 passeggeri all’ora, il percorso e’ di circa 1.100 metri e viene effettuato in cinque minuti.

La Cabinovia, rappresenta la prima nel suo genere nell’ambito del trasporto urbano del Regno Unito, e consente l’attraversamento facile e rapido del Tamigi per tutti i pedoni, facilitando soprattutto l’attraversamento di anziani, disabili e ciclisti. La costruzione di questo mezzo fu affidata a Doppelmayr, famosa per la realizzazione di svariati impianti di risalita alpini.
Fine ultimo del Cable Car, oltre a fornire la capitale con un nuovo efficace mezzo di attraversamento del fiume, e’ la rivalutazione dell’area dell’Emirates Royal Docks, ovvero la società che ha investito nel mezzo di trasporto, in modo da attrarre ancora più turisti in East London.
Il giro in se’ e’ molto tranquillo, fatta eccezione per gli occasionali messaggi automatizzati degli altoparlanti.
La cable car si trova a 90 metri sopra il fiume, offrendo una vista spettacolare di tutto il Docklands e Canary Wharf, e verso il Parco Olimpico.
Possiamo considerarla una versione economica del London Eye, non perche’ la sua realizzazione sia costata poco, piuttosto in quanto facente parte del sistema pubblico di trasporto della capitale, ovvero la TFL, il biglietto ha lo stesso costo di una normale corsa della metropolitana.

scritto da Lily su http://www.zingarate.com , 1 luglio 2012

(*)  The O2 è un salone espositivo a forma di cupola, situato a Londra precisamente sulla linea del Meridiano di Greenwich, costruito dal 1997 al 1999 per festeggiare l'arrivo del terzo millennio

17 luglio 2012

Addio spiaggia libera: ecco i padroni del mare


di Giovanni Valentini *

Le spiagge private raddoppiate in dieci anni: l’accesso al mare svenduto in cambio di pochi soldi e molto cemento. La Repubblica, 14 luglio 2012 (m.p.g.)

Sono un bene comune, ma costituiscono un affare privato. Anche se appartengono giuridicamente allo Stato, e quindi a tutti i cittadini, le spiagge italiane vengono sfruttate - sul piano ambientale ed economico - da 30 mila aziende titolari delle concessioni demaniali con un esercito di 600 mila operatori, compresi quelli dell’indotto. Dal 2001 a oggi, gli stabilimenti sono più che raddoppiati, passando da 5.368 a circa 12 mila, fino a occupare 900 chilometri di costa: un quarto di quella adatta alla balneazione, su un totale di ottomila chilometri. In pratica, uno ogni 350 metri, per un’estensione complessiva che arriva a 18 milioni di metri quadrati. A fronte di oneri concessori nell’ordine dei 130 milioni di euro all’anno a favore dell’erario, il fatturato di questa “industria delle spiagge” varia dai 2,5 miliardi dichiarati dai gestori (i contribuenti italiani più “poveri”, con una media di 13.600 euro a testa) ad almeno uno di più stimato dalla Guardia di Finanza, per raggiungere i 6-8 ipotizzati da alcuni esponenti ambientalisti.

È contro lo sfruttamento intensivo di questo patrimonio pubblico che il Wwf diffonderà oggi un nuovo dossier, presso la Riserva naturale delle Cesine, in Puglia, sulla costa salentina. Contemporaneamente, inizieranno i lavori di bonifica e rimozione dei rifiuti stratificati da anni lungo l’arenile, al confine dell’area. In poche settimane, la spiaggia tornerà così al suo originario splendore. «Questa è una giornata importante che ci permette di ringraziare tutti gli italiani, gli amici e i partner che hanno contribuito alla campagna “Un mare di Oasi per te”, presentando il risultato concreto della loro partecipazione», dice Gaetano Benedetto, direttore delle Politiche ambientali dell’associazione.

E ora il Wwf chiede di condividere con la Regione e gli altri enti locali un progetto di manutenzione costante, per garantire la bellezza e la vivibilità della spiaggia. Un fenomeno particolarmente allarmante riguarda la progressiva scomparsa delle dune di sabbia, “costruite” nel tempo dall’azione del vento e invase ormai dalle file di ombrelloni e sedie a sdraio, dai chioschi, dai campetti di calcio o beach-volley. Nell’ultimo mezzo secolo, si sono ridotte da una lunghezza complessiva di 1.200 chilometri a circa 700. Ma quelle ancora “attive”, in grado cioè di svolgere la loro funzione naturale di barriera protettiva, coprono appena 140 chilometri.

In un periplo ideale della Penisola, il Wwf presenta un check-up generale delle spiagge nelle quindici regioni costiere italiane. L’associazione ambientalista ha accertato così che nella maggior parte dei casi non è stata stabilita neppure una percentuale minima di arenile da riservare alla libera balneazione. Anche la “fascia protetta” di cinque metri dalla battigia molto spesso è più affollata di una strada dello shopping e diventa quindi impraticabile. La Regione più virtuosa risulta la Puglia, con una quota di spiagge libere pari al 60 per cento del litorale, comprese però le foci dei fiumi e le infrastrutture, come i porti. Altrove, si aggira intorno al 20-25 per cento. Ma in genere la competenza viene delegata ai Comuni e ognuno si regola come crede. Qui manca il Piano paesaggistico regionale, lì non esistono norme, né programmi specifici per la tutela delle coste. In questo bailamme, c’è perfino chi propone in Parlamento di estendere le concessioni demaniali da 20 anni a 50, con il rischio di favorire così la trasformazione di strutture stagionali in impianti fissi o addirittura in edifici, stimolando un’ulteriore cementificazione del litorale. Eppure, dal 2006 una direttiva comunitaria sulla circolazione dei servizi - che prende nome dal politico ed economista olandese Frederik Bolkestein – impone la modifica di questi contratti con lo Stato, in base alle regole della concorrenza. Evidentemente, una spiaggia assegnata in concessione a un privato per mezzo secolo non sarà mai più pubblica né tantomeno libera.
* da www.eddyburg.it , 14 luglio 2012

12 luglio 2012

Come sopravvivere al quinto conto energia fotovoltaico


Per il fotovoltaico italiano il nuovo conto energia sarà un duro colpo, con impatti negativi sull'occupazione. Per sopravvivere e andare verso la grid parity occorre semplificare. Ridurre i costi amministrativi e rendere il FV competitivo nel mercato liberalizzato dell'energia. Intervista a Valerio Natalizia, presidente di GIFI-ANIE.


Per il fotovoltaico italiano il nuovo conto energia (e forse non ultimo) sarà un duro colpo, con impatti negativi sull'occupazione. I registri renderanno praticamente impossibile continuare a fare diverse tipologie di impianto. Ma ora è il momento di guardare avanti. Per sopravvivere e andare verso la grid parity occorre prima di tutto lavorare sulla semplificazione e su quelle regole mancanti che renderebbero possibili modelli di business in grado di portare il fotovoltaico più vicino alla totale competitività, come i sistemi efficienti di utenza o SEU. Ne abbiamo parlato con Valerio Natalizia, presidente di GIFI-ANIE.

Natalizia, iniziamo con un breve commento a questo quinto conto energia, ora nella sua versione definitiva.
Siamo rimasti molto delusi. Ci aspettavamo una flessibilità diversa: il registro a 12 kW è un chiaro segnale che si vuole limitare la realizzazione di impianti fotovoltaici. A colpire negativamente è anche il fatto che, sin dalle premesse e dalle considerazioni introduttive del decreto, si tentano di trovare giustificazioni per bloccare il fotovoltaico: si veda il riferimento all’occupazione del suolo e all’aumento del costo dell’energia, alla necessità di puntare su altre fonti. Preoccupante poi il fatto che questo sistema incentivante risulterà già superato nel momento in cui entrerà in vigore.
Cosa intende?
L'effetto annuncio - dato che del nuovo conto si è iniziato a parlare oltre 3 mesi fa - ha portato a una corsa alle installazioni. La nostra paura è che a settembre, quando il nuovo regime partirà, i 6 miliardi saranno già superati di molto: di qualche centinaia di milioni di euro. Il quinto conto energia dunque nascerà con un limite di spesa già di molto ridotto. Se dal tetto di spesa di 700 milioni si tolgono i 50 milioni riservati per i moduli innovativi, i 50 per il fotovoltaico a concentrazione, i 50 riservati agli impianti della pubblica amministrazione, e i 2-300 milioni di euro di cui si potrà sforare da qui all'entrata in vigore, si capisce che con il tetto di spesa dei 700 milioni lo spazio per gli altri impianti “normali” è veramente molto ridotto.
Quali sono gli aspetti del decreto che avranno gli effetti più pesanti sul settore?
I due punti su cui ci siamo battuti fin dall'inizio: il registro e il tetto di spesa, che doveva essere di 7 miliardi (ora è a 6,7 miliardi, ndr). Per questi due aspetti saremmo stati anche disposti ad accettare riduzioni delle tariffe più marcate. Il mercato si può adattare al livello delle tariffe ma non si può adattare agli ostacoli burocratici introdotti. La sensazione è che si sia voluto veramente bloccare il mercato.
Con il decreto già uscito in Gazzetta, le associazioni hanno ancora un margine d'azione per difendere il fotovoltaico italiano?
Continueremo a lavorare per dare il contributo all'emanazione di provvedimenti che possano semplificare il tutto. Com'è emerso anche dal convegno GIFI che abbiamo tenuto ieri in Sicilia, si può pensare di essere vicini alla fine degli incentivi, ma bisogna lavorare a tutti quei meccanismi di contorno che rendano il fotovoltaico competitivo. Parliamo per esempio di sistemi efficienti di utenza (vedi Qualenergia.it, SEU, la grid parity dietro al contatore?, ndr), per i quali dal 2008 si attende una delibera dall'Autorità, oppure della possibilità di aumentare la taglia massima dello scambio sul posto da 200 kW a 1 MW. È questa la strada affinché certi impianti in alcune zone possano fare a meno degli incentivi.
Quali sono le tipologie di impianto più penalizzate dal nuovo conto energia e quali restano convenienti?
Questo è facile da dire: essendo la soglia del registro a 12 kW ci si concentrerà subito su impianti inferiori a quella taglia. Non so se saranno vantaggiosi gli impianti da 12 a 20 kW fuori registro, che dovranno accettare una tariffa diminuita del 20%, e quelli, sempre fuori a registro, fino a 50 kW con sostituzione di Eternit. Mi auguro che queste due strade siano percorribili.
Avete delle stime di quanto diminuirà la convenienza economica per le varie taglie e tipologie di impianto?
Stiamo ancora lavorando alle valutazioni, ma il problema non sono tanto le tariffe: come ho detto, credo che il mercato si adatterà. Ovviamente il fotovoltaico non potrà più essere visto come avvenuto in passato, un prodotto finanziario, ma piuttosto un intervento di efficienza energetica e un modo di produrre energia pulita. Purtroppo però vedo penalizzati anche impianti - penso a quelli commerciali dalle centinaia di kW fino al MW - che potevano essere installati sui capannoni industriali o sui centri commerciali e, dunque, essere incentrati sull'autoconsumo: questi economicamente resterebbero convenienti, ma con i criteri di priorità del registro, difficilmente potranno essere realizzati.
La tariffa incentivante per taglie sopra 1 MW sarà decurtata del prezzo zonale dell'elettricità. Che effetto avrà questo sulla redditività dei grandi impianti?
Bisognerà calcolare la convenienza a seconda dei casi. Prima di pensare alle ricadute di questo meccanismo, però, va detto che difficilmente impianti di questa taglia troveranno posto nei registri; a oggi mi sembra poco probabile che se ne facciano.
Che conseguenze avrà il nuovo conto sulla filiera italiana del fotovoltaico?
Le aziende straniere disinvestiranno o ridurranno di molto gli investimenti. Le italiane che non avranno la forza di internazionalizzarsi potranno avere grosse difficoltà. Anche a valle della catena, tra progettisti e installatori, ci saranno difficoltà e ricadute negative sull'occupazione. Sarà un periodo difficile almeno finché non si raggiungerà la grid parity che però è ancora piuttosto lontana.
Come evolveranno i prezzi? Prevede che ci saranno riduzioni in grado di far assorbire in parte i tagli alle tariffe?
Il trend sarà sicuramente discendente, ma credo sia difficile pensare a una forte riduzione dei prezzi per i prossimi mesi, soprattutto per i moduli.
Dove si potrà intervenire per ridurre i costi?
Saranno soprattutto moduli e inverter, anche a livello internazionale, ad avere l'onere di far scendere il prezzo complessivo degli impianti. Nel caso italiano però sarà fondamentale intervenire pesantemente anche sui costi amministrativi: laddove all'estero ci vogliono due documenti in Italia ce ne vogliono 20 e questo pesa sui tempi e sul costo dell'impianto; è essenziale semplificare.

* da  www.qualenergia.it     11 luglio 2012

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10 luglio 2012

La Repubblica dei corazzieri


 

E così anche il presidente di Confindustria sta assaggiando il nodoso bastone del regime tecnico e dell’informazione unica. Reo di aver espresso qualche perplessità di troppo sui tagli del governo Monti, ieri mattina il povero Giorgio Squinzi si è preso una bella ripassata da Repubblica e Corriere della Sera che, dopo averlo accusato di essere diventato “rosso” come la Camusso della Cgil, lo hanno ammonito a non provarci più. Come si permette di criticare un esecutivo “che opera in condizioni di emergenza con gli occhi del mondo puntati addosso” (Tito Boeri)? Anzi, sarebbe il caso che “facesse propria la riforma del lavoro targata Fornero” (Dario Di Vico).

Comprensibile l’immediata ritrattazione di mister Mapei che, dopo aver detto quel che ha detto sulla “macelleria sociale” in diretta televisiva, ha farfugliato di essere stato “male interpretato”. Faccia il bravo perché poteva andargli peggio, visto che con le sue incaute dichiarazioni “ha fatto salire lo spread” (Monti) e forse anche il termometro della calura. 

Ormai è tutto un monitare, nella Repubblica dei corazzieri.
Alti moniti contro chi osa soltanto pronunciare il nome di Napolitano, eppure così a lungo pronunciato nelle famose telefonate intercorse tra Mancino e il Colle. Monito del segretario Pd contro “alcuni giornali” che si occupano di ciò che dice o manda a dire il Presidente. Monito (via twitter) ai partiti di Cascella, portavoce del Quirinale, affinché concordino una nuova legge elettorale. Insomma, se Bersani fa Cascella e Cascella fa Bersani, la situazione dev’essere grave, ma non seria.

Grave, gravissima invece, a leggere certi editoriali. Più grave che negli anni dei tentati golpe, delle stragi nelle banche, sui treni, nelle stazioni? Più grave che ai tempi del terrorismo o di tangentopoli? Non sarà invece che tutta questa “emergenza” rappresenta un alibi straordinario per chi vuole commissariare il Paese, intimorirlo, “rivoltarlo come un calzino” (Monti)? Potendo contare sul suicidio dei partiti e sull’arrendevolezza dei giornali? 
E se qualche giornale non si arrende, c’è sempre la tecnica del silenzio. Basta non rispondere, come fa il ministro Passera interpellato dal Fatto sulle inchieste giudiziarie che riguardano lui e Banca Intesa quando al vertice comandava lui. Il premier chiederà qualcosa al suo ministro? Forse, ma sottovoce. 
C’è lo spread, ragazzi, e il mondo ci guarda.

* da Il Fatto Quotidiano, 10 Luglio 2012

9 luglio 2012

Dopo questi due decreti, pronti anche per la strategia energetica?


Le rinnovabili e l'exploit del fotovoltaico creano problemi al settore energetico tradizionale. Il Ministro dello Sviluppo Economico ne prende atto ed esegue, mettendo un freno alle energie pulite. Gli unici settori in crescita ora dovranno tagliare giro d'affari e addetti. E ora vogliamo anche una strategia energetica nazionale da questi signori?


In questi primi sei mesi del 2012 la produzione di elettricità da fotovoltaico in Italia è stata esattamente pari a quella dell'intero 2011: 9,2 TWh, cioè al 6,6% della produzione totale 2012 fino a fine giugno e il 5,7% della domanda, come si evince dai dati forniti da Terna. Una quota che sarà più rotonda per fine anno, quando forse un altro paio di gigawatt si aggiungeranno agli attuali 14 GW.
Questa nuova massiccia produzione da fotovoltaico è il vero obiettivo del rallentamento al settore che viene sancito con il nuovo decreto sul quinto conto energia firmato lo scorso venerdì, insieme a quello sulle altre rinnovabili elettriche. Il nostro sistema elettrico, e le produzioni elettriche centralizzate tradizionali e da fonte fossile, non vogliono e non possono accettare uno sviluppo ulteriore di queste tecnologie. Il FV soprattutto abbassa fortemente il prezzo in Borsa nelle ore diurne e se lasciato libera di diffondersi (vedi qui), senza quel fardello burocratico che il nuovo DM gli accolla (vera liberalizzazione del mercato, operatività dei SEU, scambio sul posto oltre i 200 kW), anche con tariffe molto ridotte, rapidamente raggiungerebbe quella soglia della copertura del fabbisogno elettrico totale del 10% che tutti prevedevano, appena due anni fa, non prima del 2020. Il braccio operativo di questo pessimo decreto è il Ministero dello Sviluppo, con la complicità di quello dell’Ambiente (che si è solo debolmente opposto, spesso a parole, al diktat degli uomini di Passera) e dell’Agricoltura.

Ma i veri mandanti sono i poteri energetici di questo paese che stanno spendendo da tempo molte energie “intellettuali” per accusare le rinnovabili di scempi ambientali e del caro bolletta (tralasciando sistematicamente i costi del gas e altri oneri legati alle fonti fossili). Gli stessi che (a pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina) forse sono dietro anche alla sconcertante trasmissione ‘Speciale TG1’ di domenica sera curata dalla della giornalista “embedded” (di chi stavolta?) Monica Maggioni, che per quasi un’ora ha fatto il punto solo sulle negatività ambientali ed economiche delle rinnovabili, in particolare di eolico e fotovoltaico.
Alla faccia delle ipocrite parole sulla crescita proferite ormai quotidianamente dal Governo Monti, già nelle prossime settimane molte aziende del settore saranno costrette a licenziare collaboratori e dipendenti e a veder drasticamente ridotto il loro giro di affari, proprio di uno dei pochissimi comparti che in questi anni aveva dimostrato che si poteva produrre diversamente reddito e occupazione.
Oltre alle premesse del decreto ministeriale (i ‘considerato che’, i ‘ritenuto che’, ecc.), alcune delle quali inopportune, inutili e non degne di un documento pubblico, come quella che mette in contrapposizione rinnovabili elettriche e termiche, è paradossale citare l’articolo 20 (disposizioni finali) che recita: “il presente decreto non comporta oneri nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato”. Questo lo vedremo dopo i casi di cassa integrazione e di spese varie a carico dello Stato per tutti quegli addetti messi in mobilità a causa di questa normativa.

Poiché alcuni dei ministri competenti della materia sono ormai in odore di candidatura alle prossime elezioni politiche è bene che gli elettori ricordino di questi decreti e degli altri atti di politica energetica in cui si sono contraddistinti, della loro indifferenza nei confronti degli operatori, nell’incapacità di confrontarsi  e del colpo da maestri di raggirare la Conferenza Unificata (lo avevamo detto che non si poteva concedere un parere positivo a scatola chiusa). Dovrebbero essere le stesse associazioni di categoria a tenere viva questa memoria nell’opinione pubblica. Almeno fino alla prossima primavera e intanto lavorare per rimettere mano, speriamo a breve, a questi brutti provvedimenti ed evitare che questi personaggi possano disegnare con un simile approccio una strategia energetica nazionale che sarebbe probabilmente un altro disastro per un settore, quello energetico, che va molto più veloce dei loro vecchi e conformisti punti di vista.

* da    www.qualenergia.it      9 luglio 2012