3 agosto 2014

Apes revolution, il senso del film



Di guerra e di pace: Le scimmie eterna metafora dell'umanità.

La storia del film

Sono passati dieci anni da quando delle scimmie rese più evolute da un virus confezionato dagli uomini sono evase e hanno combattuto gli esseri umani sul ponte di San Francisco. In questo periodo la razza umana è stata quasi annichilita da quello stesso virus che si è rivelato per loro letale, è rimasta in vita solo una piccola percentuale di persone naturalmente immuni. Dall'altra parte le scimmie, sempre capitanate da Cesare, si sono ritirate nella foresta, hanno creato una loro città, vivono in pace, cacciano e procreano nella convinzione che ormai gli uomini non esistano più. L'incontro tra le due razze (gli uomini devono avere accesso ad una diga vicino al villaggio delle scimmie per poter riottenere l'elettricità) porterà ad una spaccatura tra chi vuole la guerra e chi invece pensa si possa vivere in pace.

di Roy Menarini

Non sono note le divergenze creative che hanno portato Rupert Wyatt ad abbandonare il progetto del sequel di L'alba del pianeta delle scimmie né ovviamente sappiamo come sarebbe stato il suo film rispetto a quello ora in sala diretto da Matt Reeves. Certo è che il primo episodio pareva più coraggioso nel gettarsi a capofitto dentro le tensioni contemporanee: il virus "scimmiesco" come metafora del contagio mondiale economico, e la rivolta dei primati - giusta e violenta insieme - come allegoria dei movimenti di dissenso internazionale che proprio in quei mesi stavano incendiando sia il mondo arabo sia le piazze occidentali.

Apes Revolution, invece, sembra fermarsi un passo al di qua del pericolo, in una zona ideologica più sfumata, sebbene sempre molto chiara nel monito contro i comportamenti di belligeranza mondiale. E proprio questo tema - in un film che altrimenti si fa notare solamente per la stupefacente perfezione del motion capture realizzato dalla Weta - sembra il più suggestivo.

Come già è stato notato, la battaglia interna ai due schieramenti non è certo tra superiori e inferiori (classica dicotomia che ogni guerra asimmetrica pretende di trasmettere), ma tra chi dialoga e chi preferisce far parlare le armi. La leadership, dunque, deve essere esercitata attraverso la forza ma anche la ragionevolezza e soprattutto la lungimiranza. Quello che sembra mancare infatti ai conflitti odierni (paradossalmente dopo oltre cento anni di guerra cosiddetta moderna) è un'idea di uscita dai conflitti. Pensiamoci un attimo: in Afghanistan si combatte dal 2002, in Iraq dal 2003, in Palestina e Israele addirittura dal 1948 (sia pure a intervalli di calma apparente), in Siria, Egitto, Libia, non si vede alcuna risoluzione alle tragedie fratricide, e così via. Colpiscono, del mondo contemporaneo e postmoderno, la totale mancanza di strategia internazionale e la confusione che regna nel dopo-Muro, quando lo scacchiere delle grandi potenze è stato ridisegnato e ormai nessuna di esse è in grado di bloccare un conflitto che si sviluppa altrove.

Questa guerra permanente non è al centro di Apes Revolution, ma avrebbe potuto esserlo con un maggior grado di consapevolezza da parte dei realizzatori. Anche così, tuttavia, il film offre spunti di riflessione e soprattutto si mostra pessimista - dunque realista - sulla possibilità che due popoli in guerra, anche quando mettono a tacere gli estremismi - possano trovare un punto di intesa e seppellire l'odio. Ecco perché la pellicola di Matt Reeves insiste tanto su Cesare, il vero centro del racconto e il leader dal cui carisma e saggezza dipendono le sorti di ben due specie. E noi uomini, in chi ci specchiamo? Forse servirebbe anche a noi una scimmia sapiente, in grado di guidarci lontano dal presunto sviluppo che sta lentamente sgretolando gli equilibri mondiali. 


da mymovies.it , 2 agosto 2014


2 agosto 2014

Democratellum, la quinta creatura del blog



di Andrea Fabozzi *


Se c’è un argo­mento sul quale non si può dire che il Movi­mento 5 Stelle abbia sor­vo­lato è di certo la legge elet­to­rale. Con­vinti avver­sari del «Por­cel­lum», i gril­lini hanno soste­nuto con forza l’opportunità di tor­nare al «Mat­ta­rel­lum», la legge con il 75% di uni­no­mi­nale mag­gio­ri­ta­rio e 25% di pro­por­zio­nale con la quale abbiamo votato tre volte tra il 1994 e il 2001 (due volte ha vinto Ber­lu­sconi e una Prodi).

 Dopo la sen­tenza della Corte Costi­tu­zio­nale di gen­naio, quella che ha col­pito al cuore il «Por­cel­lum», il M5S ha per la verità pro­po­sto di tor­nare a votare con il sistema soprav­vis­suto, un pro­por­zio­nale con soglie di sbar­ra­mento e una sola pre­fe­renza che è cono­sciuto come «Con­sul­tel­lum».

Ripen­san­doci, i gril­lini hanno suc­ces­si­va­mente indi­vi­duato una terza via, un sistema da loro stessi bat­tez­zato «svizzero-ispanico» a base pro­por­zio­nale per il quale l’intero gruppo dei depu­tati ha depo­si­tato, l’anno scorso a otto­bre, una pro­po­sta di legge che è stata già esa­mi­nata (ma solo per essere accan­to­nata) dalla mag­gio­ranza Pd-Forza Ita­lia che ha fir­mato l’«Italicum». 

Infine, forse, hanno rimesso tutta la que­stione ai famosi iscritti cer­ti­fi­cati dal blog, dove con una serie di voti-sondaggio hanno sele­zio­nato una pro­po­sta son­tuo­sa­mente bat­tez­zata «Demo­cra­tel­lum» — che però non è mai stata sot­to­po­sta per intero al refe­ren­dum online. 


Que­sto elenco delle gira­volte gril­line sulla legge elet­to­rale sarebbe però incom­pleto senza ricor­dare che, seb­bene per una sola estate (la scorsa), Grillo ha anche soste­nuto l’opportunità di tor­nare a votare con il «Por­cel­lum», pro­prio l’odiatissimo sistema che da lì a poco sarebbe stato fatto cadere dalla Con­sulta. «La nuova legge la faremo noi», annun­ciò ad ago­sto 2013 il capo del movi­mento, spiaz­zando ancora una volta i suoi parlamentari.

Par­la­men­tari — ma anche ex par­la­men­tari gril­lini che nel frat­tempo sono usciti dal gruppo — che ora sanno di doversi (potersi) con­fron­tare con il Pd sulla legge elet­to­rale.

La loro ultima pro­po­sta è un sistema pro­por­zio­nale dove la soglia di sbar­ra­mento non è sta­bi­lita per legge, ma deriva dall’ampiezza delle cir­co­scri­zioni (che eleg­gono in media 15 depu­tati) e dalla for­mula mate­ma­tica scelta per attri­buire i seggi. A conti fatti è supe­riore al 5% — che è la soglia pre­vi­sta nel sistema tede­sco — ma pena­lizza molto anche le for­ma­zioni inter­me­die che non supe­rano il 10%. Va bene insomma ai par­titi grandi, come il 5 stelle, male ai par­titi medi e malis­simo a quelli pic­coli. Pre­vede un sistema di pre­fe­renze assai com­pli­cato, che però asse­gna una grande libertà all’elettore che può sce­gliere i can­di­dati anche all’esterno della lista che intende votare e può per­sino sot­trarre voti a can­di­dati che con­si­dera «impre­sen­ta­bili», let­te­ral­mente can­cel­lan­doli dalla scheda. La com­pli­ca­zione deriva dal fatto che nel seg­gio biso­gne­rebbe por­tare due schede diverse, una per la lista e le even­tuali can­cel­la­zioni, un’altra per le pre­fe­renze «posi­tive», e che lo scru­ti­nio com­por­te­rebbe l’attribuzione ai par­titi di deci­mali di voti.


Visto il gioco delle con­ve­nienze, è impro­ba­bile che il testo gril­lino possa scar­di­nare il qua­dro delle alleanze in par­la­mento: né i cen­tri­sti, né il cen­tro­de­stra di Alfano e nep­pure SEL avreb­bero una con­ve­nienza par­ti­co­lare dall’adozione del «Demo­cra­tel­lum». D’altra parte è vero che quest’ultima pro­po­sta gril­lina è arri­vata quando l’accordo sull’Italicum tra Renzi e Ber­lu­sconi era stato già stretto, ma nel frat­tempo quel sistema (ampia­mente inco­sti­tu­zio­nale) è stato supe­rato dal risul­tato delle euro­pee, per cui l’accordo andrà comun­que riscritto. E, rotto il tabù, i voti gril­lini potreb­bero tor­nare in gioco. In prima bat­tuta Renzi ha detto che non intende allon­ta­narsi dal mag­gio­ri­ta­rio, e quindi da un con­si­stente pre­mio di mag­gio­ranza. Ma ormai sa che con il 40,8% il PD potrebbe sfio­rare la mag­gio­ranza asso­luta dei depu­tati anche con il «Con­sul­tel­lum», e per­sino supe­rarla con il sistema che pro­pone Grillo.


*  da ilmanifesto.it  - 17 giugno 2014     

Campania - Caldoro ottiene la fiducia: riaperti i termini per il condono edilizio



Cancellate una serie di norme e vincoli sulle aree protette, a cominciare da quella della costiera sorrentina e amalfitana. Consentiti incrementi di volumetrie persino nelle zone rosse a rischio Vesuvio se finalizzate alla stabilità e al risparmio energetico degli edifici. La delibera è passata con il voto di Fi e di quasi tutto il centrodestra, mentre il Pd e resto del centrosinistra hanno abbandonato l’aula per protesta. Passata anche una mini riforma elettorale che sembra ostacolare il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, candidato in pectore del Pd per sbarrare il prossimo anno la strada al Caldoro-bis 


di Vincenzo Iurillo *


La norma galeotta è contenuta nel comma 72 di un documento di 47 pagine, un maxi emendamento sul quale il governatore azzurro della Campania Stefano Caldoro ha posto la fiducia. Uno zibaldone di revisioni legislative faticoso a leggersi, portato in aula in maniera anomala sei mesi dopo al bilancio al quale era “collegato”, eppure liquidato in tempi record, che la maggioranza del consiglio regionale campano ha approvato a scatola chiusa e senza fiatare per evitare di andare a casa con un anno di anticipo. In questo modo e “con evidenti e spregiudicate finalità di campagna elettorale”, accusa il Pd, si è deciso di riaprire i termini del condono edilizio del 1985 e del 1994 in Campania, annullando la scadenza del 31 dicembre 2006 per sostituirla al 31 dicembre 2015, cancellando una serie di norme e vincoli sulle aree protette – a cominciare da quella della costiera sorrentina e amalfitana – e consentendo incrementi di volumetrie persino nelle zone rosse a rischio Vesuvio se finalizzate alla stabilità e al risparmio energetico degli edifici.

La delibera è passata con il voto di Fi e di quasi tutto il centrodestra, mentre il Pd e resto del centrosinistra hanno abbandonato l’aula per protesta con la speranza – risultata vana – di far mancare il numero legale. Dentro lo stesso zuppone, diluito in 243 commi, è passata una mini riforma elettorale che sembra scritta apposta per ostacolare le ambizioni del sindaco di Salerno Vincenzo De Luca, il candidato in pectore del Pd per sbarrare il prossimo anno la strada al Caldoro-bis. L’incompatibilità dei primi cittadini campani viene infatti tramutata in ineleggibilità. De Luca, e gli altri sindaci che volessero aspirare ad entrare in consiglio regionale, dovranno dimettersi irrevocabilmente dalla carica di primo cittadino prima dell’accettazione della candidatura alle elezioni regionali. La norma finora in vigore consentiva di optare dopo il voto, e così fece De Luca nel 2010. Sconfitto da Caldoro, dopo qualche mese di doppio incarico preferì rimanere sindaco di Salerno e dimettersi da consigliere regionale. Viene inoltre alzata la soglia di sbarramento delle coalizioni dal 5% al 10%. Anche qui si odora il profumo di norma “anti personam”. In questo caso quella di Beppe Grillo e del suo M5S.

E così si rispolvera la vecchia tentazione di Forza Italia in Campania, che in prossimità di ogni appuntamento elettorale promette più cemento per tutti. Soprattutto se abusivo. Finora l’attenzione si era concentrata sulla riapertura del condono 2003, rimasto precluso alle 76.836 opere abusive censite in Campania dopo il 1994 a causa di una legge regionale voluta dall’allora Governatore Ds Antonio Bassolino che ha dichiarato insanabili gli immobili edificati senza licenze e in aree vincolate. I numerosi tentativi della pattuglia di parlamentari campani guidata dall’avvocato Carlo Sarro si sono infranti sui voti contrari della Lega Nord. Così per quegli abusi resta vigente il divieto di condono. Ma nel “collegato” della Campania si offre una seconda chance a chi riuscirà a dimostrare di aver compiuto l’abuso prima del 1994.

Il segretario campano Cgil, Franco Tavella, boccia il provvedimento senza se e senza ma: “Dà il via libera all’ulteriore cementificazione di un territorio già devastato”. E qualche mal di pancia ha attraversato anche il centrodestra. Carlo Aveta, consigliere eletto nella lista La Destra e organico alla maggioranza, ha votato contro: “E’ un atto illegittimo, il ‘collegato’ dovrebbe attenere solo a norme di natura finanziaria”.


* da ilfattoquotidiano  1 agosto 2014 ( fonte ecodallecitta.it )

Il governo Renzi va all’assalto dei beni comuni



di Alberto Asor Rosa *
Ambiente. La tutela del paesaggio e del patrimonio artistico sono a rischio dopo il riordino del Ministero dei beni culturali voluto dal governo Renzi

 Quando si scrive di poli­tica… quando io scrivo di poli­tica, man­tengo sem­pre, per quanto mi rie­sce, un atteg­gia­mento di dub­bio for­male e sostan­ziale. Sì, è così, mi sem­bra che sia così, però… Delle affer­ma­zioni e con­clu­sioni con­te­nute in que­sto arti­colo sono invece asso­lu­ta­mente certo. Ver­rebbe voglia di dire: allarme, cit­ta­dini, sono in peri­colo la vostra esi­stenza e il vostro futuro, e quelli dei vostri figli. Levate la testa prima che sia troppo tardi. 
Mi rife­ri­sco agli atteg­gia­menti e alle pro­messe che il governo Renzi dispensa a piene mani in mate­ria di ripresa eco­no­mica e, con­te­stual­mente, di ambiente, ter­ri­to­rio, beni cul­tu­rali, pae­saggi ita­liani. Non c’è in giro il minimo strac­cio di piano indu­striale. Ma in com­penso c’è, a quanto sem­bra, un piano ormai pen­sato ed ela­bo­rato, anche nei suoi par­ti­co­lari dispo­si­tivi di attua­zione, per quanto riguarda il già troppo mar­to­riato volto del nostro paese, cui si con­ti­nua a ricor­rere, in man­canza di altro, tutte le volte in cui si deve dare l’impressione di rimet­tere in movi­mento la mac­china. Qui il più spre­giu­di­cato nuo­vi­smo coin­cide con il più arre­trato vec­chi­smo: come, per l’appunto, rischia di essere sem­pre più natu­rale in que­sto nuovo contesto.
Il discorso potrebbe, anzi dovrebbe, essere assai lungo. Io invece mi lini­terò a dise­gnare una trac­cia del pos­si­bile, anzi, ormai facil­mente pre­ve­di­bile per­corso che ci sta davanti. Biso­gna infatti, in que­sto caso più che in altri, essere pronti a pre­ve­nire, piut­to­sto che aspet­tare, come sem­pre più spesso accade, che i gio­chi siano fatti. Le mie fonti sono esclu­si­va­mente quelle par­la­men­tari (dibat­tito, decreti legge e dise­gni legge, ecc.) e quelle rap­pre­sen­tate dalla grande stampa d’informazione: le une e le altre, mi pare, attendibili.
Si leg­gano, ad esem­pio, se ancora non lo si è fatto, gli arti­coli apparsi recen­te­mente in rapida suc­ces­sione su “la Repubblica”.
Già i titoli espri­mono con suf­fi­ciente elo­quenza di cosa si tratti: «Entro fine luglio arriva “Sbloc­caI­ta­lia”» (2 giu­gno); Renzi: «sbloc­che­remo 43 miliardi» (24 luglio); «Arriva lo Sbloc­caI­ta­lia: per­messi edi­lizi più facili e grandi opere acce­le­rate, fuori le imprese in ritardo» (28 luglio); le anti­ci­pa­zioni non fanno molta dif­fe­renza fra le opere in ritardo per motivi buro­cra­tici o altro, e quelle nei con­fronti delle quali si è mani­fe­stata la con­sa­pe­vole oppo­si­zione dei cit­ta­dini in nome di una vivi­bi­lità che fa tutt’uno con il rispetto del ter­ri­to­rio e dell’ambiente. Anzi: facendo inten­zio­nal­mente (ripeto: inten­zio­nal­mente) di ogni erba un fascio, si adotta la parola d’ordine dello svi­luppo a tutti i costi, lan­ciando ana­temi con­tro tutti i coloro che vi si oppon­gono in nome di sacro­sante pretese.
In un’intervista al «Cor­riere della sera» (13 luglio) il nostro lea­der tira fuori la parte più con­si­stente della sua per­so­na­lità etico-politica: «Nel piano Sbloc­caI­ta­lia c’è un pro­getto molto serio sullo sblocco mine­ra­rio… Io mi ver­go­gno di andare a par­lare delle inter­con­nes­sioni fra Fran­cia e Spa­gna, dell’accordo Gaz­prom o di South Stream, quando potrei rad­dop­piare la per­cen­tuale del petro­lio e del gas in Ita­lia e dare lavoro a 40 mila per­sone e non lo si fa per paura delle rea­zioni di tre, quat­tro comi­ta­tini.…». È noto che il disprezzo che cala dall’alto si esprime sem­pre attra­verso un ten­ta­tivo di ridi­men­sio­nare la por­tata degli even­tuali anta­go­ni­sti: «comi­ta­tini», appunto, come Min­zo­lini? ecc. ecc.

Il mira­colo della bozza
Ma le ultime anti­ci­pa­zioni indi­cano con chia­rezza ancora mag­giore in quale dire­zione si muove que­sto nuovo-vecchio grande piano di svi­luppo. Il gior­na­li­sta di Repub­blica (in que­sto caso Roberto Petrini, 28 luglio) spiega infatti che «secondo una bozza del testo… si andrebbe incon­tro a una pic­cola rivo­lu­zione nel rila­scio delle con­ces­sioni edi­li­zie…». E cioè: «Con la riforma ci si potrà rivol­gere diret­ta­mente allo spor­tello unico, muniti di auto­cer­ti­fi­ca­zione con le carat­te­ri­sti­che essen­ziali del pro­getto, rea­liz­zata da uno stu­dio pro­fes­sione, che testi­mo­nia il rispetto del piano rego­la­tore e delle altre norme urba­ni­sti­che. A quel punto lo spor­tello unico avrebbe trenta giorni di tempo per rispon­dere, nel caso con­tra­rio si potrebbe pro­ce­dere ai lavori…». Sem­bra di avviarci a stare nel paese di Ben­godi. Lo spor­tello unico! Trenta giorni di tempo per rispon­dere! Non sarebbe più sem­plice dire che in Ita­lia si potrà intra­pren­dere qual­siasi ini­zia­tiva edi­li­zia (e con­si­mili, natu­ral­mente), senza che vi sia più la pos­si­bi­lità di entrare nel merito? L’appello, con­tem­po­ra­neo e con­se­guente, che il Pre­mier ha rivolto ai Sin­daci affin­ché pre­sen­tino la lista delle loro opere incom­piute o non ini­ziate mira a costi­tuire una impo­nente galas­sia di inter­venti, mediante la quale pre­mere sull’opinione pub­blica per otte­nere il più largo consenso.
Paral­le­la­mente al pro­filo d’interventismo attivo deli­neato da pro­getto di Sbloc­cai­ta­lia si è mosso il dise­gno di legge «per la tutela del patri­mo­nio cul­tu­rale, lo svi­luppo della cul­tura e il rilan­cio del turi­smo» che di fatto è una vera riforma del Mini­stero dei Beni cul­tu­rali ed è stato votato dalla Camera dei Depu­tati il 9 luglio scorso. Le idee basi­lari mi sem­brano due: (1°. Innanzi tutto l’idea che il patri­mo­nio cul­tu­rale e arti­stico, di cui gode l’Italia, vada con­si­de­rato nei suoi aspetti di massa eco­no­mica poten­ziale da sfrut­tare fino in fondo più che come un bene uni­ver­sale umano, innanzi tutto da tute­lare e (2°, con­se­guente al primo, il ten­ta­tivo di sba­raz­zarsi il più pos­si­bile delle com­pe­tenze e, sì, anche delle resi­stenze del per­so­nale tra­di­zio­nal­mente inve­stito dallo Stato ita­liano del com­pito, innanzi tutto, di difen­dere e pre­ser­vare quel patri­mo­nio da ogni pos­si­bile offesa, com­prese quelle che potreb­bero pro­ve­nire da una pre­va­lente pro­spet­tiva di sfrut­ta­mento turistico-monetario.

Annien­tare le resistenze
La let­tura ragio­nata di que­sto dise­gno legge richie­de­rebbe quat­tro pagine intere del mani­fe­sto (ne ha ragio­nato a lungo Fran­ce­sco Erbani sul «mani­fe­sto» del 16 luglio).
Scelgo il punto che, secondo me, per le sue pos­si­bi­lità di gene­ra­liz­za­zione, pre­senta il valore sim­bo­lico più ele­vato. All’art. 12 della Legge sud­detta è stato inse­rito in Com­mis­sione un emen­da­mento (da chi? Non lo so), che suona in code­sto modo: «Al fine di assi­cu­rare l’imparzialità (!) e il buon anda­mento dei pro­ce­di­menti auto­riz­za­tivi in mate­ria di beni cul­tu­rali e pae­sag­gi­stici, i pareri, i nulla osta o altri atti di assenso comun­que deno­mi­nati, rila­sciati dagli organi peri­fe­rici del Mini­stero dei beni e delle atti­vità cul­tu­rali e del turi­smo, pos­sono essere rie­sa­mi­nati d’ufficio o su segna­la­zione delle altre ammi­ni­stra­zioni coin­volte nel pro­ce­di­mento, da appo­site com­mis­sioni di garan­zia per la tutela del patri­mo­nio cul­tu­rale, costi­tuite esclu­si­va­mente da per­so­nale appar­te­nente ai ruoli del mede­simo Ministero»…
Trovo stu­pe­fa­cente que­sto pas­sag­gio. Se lo si dovesse appli­care fino in fondo, e a que­sto mira il dise­gno di legge,  ver­rebbe affer­mato il prin­ci­pio secondo cui un altro fun­zio­na­rio dello Stato, e tale è il cosid­detto Soprin­ten­dente,  potrebbe legit­ti­ma­mente essere sospet­tato di svol­gere la pro­pria fun­zione non obiet­ti­va­mente e in vista d’interessi terzi. In base a tale visione del mondo, si potreb­bero allo stesso modo pre­ve­dere com­mis­sioni di garan­zia desti­nate a rive­dere ed even­tual­mente san­zio­nare i pre­sidi e i pro­fes­sori che por­tano a ter­mine uno scru­ti­nio sco­la­stico o un gruppo di medici e di sani­tari nell’atto di pro­nun­ciare una dia­gnosi o di com­piere un’operazione.
Allo stesso atteg­gia­mento (o ana­logo) va con­dotto il prin­ci­pio secondo cui i grandi poli museali del paese non pos­sono essere retti da Soprin­ten­denti col­lo­cati nelle strut­ture dello Stato, e andreb­bero invece deman­dati a mana­ger non pub­blici, la cui for­ma­zione e scelte dipen­de­reb­bero uni­ca­mente dalla capa­cità loro di fare frut­tare il patri­mo­nio cul­tu­rale, che si sono tro­vati a gestire (con cri­teri ine­vi­ta­bil­mente politici).

In difesa del Sistema
Ce n’è abba­stanza, insomma, sull’uno come sull’altro ver­sante, per pre­ve­dere e orga­niz­zare una vera e pro­pria guerra con­tro que­sta spro­po­si­tata pes­sima ten­denza. Osservo sem­pli­ce­mente, a que­sto pro­po­sito, che, al di là delle molto spesso troppo arzi­go­go­late discus­sioni in merito alle cosid­dette riforme isti­tu­zio­nali (Senato, e tutto il resto), qui, appare con evi­denza mas­sima che non c’è dif­fe­renza, non c’è dav­vero nes­suna dif­fe­renza su que­sto più con­creto ter­reno fra ideo­lo­gia e visione del mondo del Mini­stro Lupi e quella del pre­si­dente del Con­si­glio Renzi. Ambe­due appar­ten­gono a pieno diritto al par­tito unico della pre­sunta razio­na­liz­za­zione del sistema, la quale si rivela con­tra­ria, anzi anti­te­tica non solo alle buone idee della sini­stra ambien­ta­li­sta e demo­cra­tica ma per­sino alla per­pe­tua­zione del vec­chio sistema sta­tuale bor­ghese, imper­fetto ma in una certa misura garantista.
Le asso­cia­zioni ambien­ta­li­ste e i Comi­tati hanno abba­stanza voce per farsi sen­tire. Per­ché que­sto accada, non basta però la buona volontà. Biso­gna avere la con­sa­pe­vo­lezza che que­sta è una bat­ta­glia deci­siva, per orga­niz­zare la quale occorre pre­li­mi­nar­mente una con­cer­ta­zione pro­gram­ma­tica di grande serietà e intel­li­genza. Proviamoci.

* da il Manifesto  - 30 luglio 2014