26 dicembre 2015

Il riuso di qualsiasi cosa permette di diminuire il traffico marittimo




Considerato il numero di navi che ogni giorno solcano gli oceani, in questo momento ci sono circa 20 milioni di container in viaggio. È stato calcolato che ogni anno se ne perdono almeno 10 mila in mare. A proposito: si tratta di un'invenzione abbastanza recente. Li ha inventati Malcom McLean, nel 1956. Hanno dimensioni standard: sono lunghi 6 o 12 metri, larghi 2,4 m, alti 2,6 m. Ma ce ne sono anche di più alti, con lati aperti, o di dimensioni particolari. A oggi le navi porta container più grandi sono le Maersk Triple EClass: sono lunghe 400 metri, hanno una capacità di trasporto di 18 mila container e costano 185 milioni di dollari l'una. Il primo cargo di questa serie, il Maersk Mc-Kinney Moller è entrato in servizio a luglio, seguito da altri due ad agosto. Entro giugno 2014 dai cantieri ne usciranno altri 7.
Capacità: 18000 teu Lunghezza: 400 metri Pescaggio: 14,5 metri Larghezza: 59 metri Altezza: 73 metriVelocità di crociera: 19 nodi Velocità massima: 25 nodi Stazza lorda: 165mila tonnellate Motori: Twin MAN ultra-long stroke diesel, 32 MW ciascuno con un consumo di carburante di 168 g/kWh ogni motore consuma 5 tonnellate di olio combustibile pesante l'ora. Propulsione: Due eliche gemelli a quattro pale da 9,8 metri di diametro. 

Visti e considerati i numeri giganti del trasporto marittimo, l'impatto di migliaia di navi sull'ambiente non va sottovalutato. Se l'industria del trasporto navale fosse un Paese, sarebbe il sesto Paese più inquinante del mondo. Anche per questo, ma soprattutto per risparmiare carburante, diverse aziende stanno studiando come realizzare una nave da trasporto a vela (caratterizzata da altissime vele verticali). Tra queste anche la società irlandese B9 Shipping.

Nel 2012 il numero di attacchi di pirati alle navi è stato maggiore di quello delle aggressioni violente in Sudafrica, il paese col tasso di criminalità più alto del mondo. Si calcola che dal 2005 ad oggi, i soli pirati somali abbiano sequestrato 149 di navi, realizzando più di 300 milioni di dollari di riscatto. Secondo Rose George solo il 5 per cento dei container spediti ai porti degli Stati Uniti viene ispezionato, e questa percentuale è ancora più bassa in Europa. Andrea Moizo, un giornalista del sito Linkiesta, ha rilevato che in Italia "la percentuale di controlli approfonditi (che possono arrivare fino allo svuotamento del container), pur a fronte di un aumento assoluto delle dichiarazioni, è fisiologica e in diminuzione grazie alla progressiva digitalizzazione degli adempimenti doganali (si è passati dal 7,20% del 2008 al 4,32% del 2012)".

Le navi mercantili si dividono in 4 categorie: petroliere (trasportano petrolio), metaniere (trasportano gas), porta-container e porta rinfuse.  Una nave container in un anno percorre in media l'equivalente di tre quarti della strada dalla Terra verso la Luna.

da  www.carp-ambiente-rifiuti.org/   - 6 novembre 2015

16 dicembre 2015

COP21: si riscopre che il pianeta ha una brutta cera ?

(Pechino nei giorni dell'allarme rosso )


di Massimo Marino

Nel fine settimana si è chiuso il mercato del clima di Parigi. Come all’apertura manifestazioni, commenti di speranza e di delusione, un documento di impegni, o meglio di dichiarazioni di intenti su cui divergono i giudizi. Dopo i tagli apportati in 13 giorni il documento finale è di 31 pagine dalle  55 della bozza  iniziale. I paesi più ricchi si impegnano a dare ai paesi più poveri 100 miliardi di dollari all’anno ( ma a partire dal 2020 quando formalmente scade il protocollo di Kyoto)  per aiutarli a fare fronte ai costi di interventi atti a contenere le loro emissioni. Come, chi dà e chi riceve, per fare o non fare che cosa, con quali criteri e con quali strumenti non è dato sapere.

Singolare che gli stessi paesi che finanziano le aziende dei fossili ( scisti, carbone, petrolio e gas ) in forma diretta o indiretta con 550 mld di dollari all’anno  ( sconti fiscali e all’autotrasporto, contributi alle introspezioni , finanziamenti alle aziende sia pubbliche che private, come i noti contributi CIP6 agli impianti di incenerimento,  etc..), ma appena un quinto ( circa 100 mld ) per l’intero comparto delle rinnovabili, non si sentano un po’ ridicoli. 

Si dichiara che l’obiettivo è contenere l’aumento della temperatura fra 1,5 e 2 gradi e  lì fermarsi fra gli anni 50 e fine secolo ( questo si ritiene  l’obiettivo di fondo) ma non si capisce come, visto che i programmi di impegno presentati da quasi tutti i 195 paesi  si stima portino ad almeno 3,5 gradi  di aumento.
Ci sarà una sessione di  verifica nel 2023  e la revisione degli impegni volontari nel 2025. Appuntamenti troppo lontani nel tempo e già si dice che la COP22 del prossimo anno, che si svolgerà in Marocco ( Marrakech), rimetterà tutto in discussione perché il tempo si sta esaurendo.  Tutto fa pensare che non solo il clima si riscalderà nei prossimi anni.
Se non scateniamo l’inferno, paese per paese , continente per continente, chiedendo fatti e non parole, forse solo fra 8-10 anni capiremo se a Parigi è successo davvero qualcosa di nuovo. Qualcosa di nuovo per il pianeta.
L’ impressione è che qualunque valutazione concreta è oggi  azzardata. Affrettate alcune intonazioni favorevoli sulla Conferenza di Parigi, inutilmente negative quelle di molti altri . Il vero problema è che se per un attimo i destini del pianeta sono ritornati all’attenzione del mondo, cosa esattamente si può dire , fare e proporre perché tutto non ritorni nell’oblio in poche settimane  e si eviti fra 5-10 anni di scoprire se ci hanno presi in giro? Che fare ? E’ questo il tema per coloro, individui, movimenti, associazioni, partiti che stanno dalla parte del pianeta.
Per intanto proviamo a fare qualche pensierino il più possibile distaccato dalle emozioni ( rabbia, speranza, indifferenza) sollecitato da una settimana di informazione superficiale ma dove sono emerse anche alcune buone riflessioni trovate negli angoli dei media che indichiamo al fondo.

Grado più ... grado meno. Secondo i gruppi di ricercatori più accreditati se non si fanno interventi drastici per ridurre le emissioni climalteranti entro pochi anni ( si parla del 2030 cioè già durante le attuali generazioni ) si avrebbe già prima di fine secolo  un aumento della temperatura di 3,5-4 gradi rispetto all’epoca dell’avvio della industrializzazione. Le generazioni attuali dei 60enni e dei 40enni ne vedrebbero già qualche effetto pesante, ma quella degli attuali 20enni ne sarebbe coinvolta in pieno. Lo scenario sarebbe disastroso e non è qui il momento di prenderlo in considerazione.
Ci si pone quindi l’obiettivo, seppure molto sfumato, di operare per uscire dalla crisi climatica per fine secolo, contando sulla progressiva decarbonizzazione delle attività umane. Si riconosce ormai che le potenzialità delle rinnovabili si sono manifestate sorprendenti e si tratta di vedere quali opzioni vinceranno in tempi utili. Nel 2020 scade formalmente il protocollo di Kyoto, il trattato che venne sottoscritto l’11 dicembre 1997 durante la Conferenza delle parti a Kyoto (la COP3), ma che si avviò solo nel 2005 quando con la firma della Russia si raggiunse il 55% dei soggetti statuali del pianeta in termini di emissioni. All’epoca per la verità Putin sosteneva che qualche grado in più alla Russia non avrebbe fatto male perché si sarebbe potuto risparmiare il costo di qualche pelliccia ma oggi sembra proprio che abbia cambiato idea e mostri sincera preoccupazione (mai disperare...) . 
Dopo i tentativi falliti degli ultimi 10 anni di mantenere gli obiettivi,   oggi  si è sposata la logica dei contributi nazionali volontari  dei singoli paesi  ( INDC )  senza indicare alcuna sanzione se non la perdita sottintesa dei contributi. Sono 185 su 195 i paesi che li hanno definiti e portati a Parigi, alcuni all’ultimo momento per poter partecipare, magari solo con intenti di boicottaggio. Facendo le somme si è visto però che anche fossero rispettati tutti gli INDC si è lontani da una soluzione in qualche modo rassicurante. 

Ormai è al centro, per la prima volta ufficialmente, la  decarbonizzazione nelle attività umane del pianeta, quello che gli ecologisti indicano da almeno 25 anni ,  e tenendo conto che 0,8 gradi  ce li siamo già mangiati bisogna prevedere scenari improbabili, con un aumento di 1,5, non di più. Da qui la risoluzione finale di 1,5-2 gradi.

A parole si è riconosciuto che in effetti questo è l’obiettivo. Allora è il trionfo del punto di vista degli ecologisti?

Quindi si fermeranno le circa 1000 centrali a carbone la cui apertura è prevista nei prossimi anni ? Si chiuderanno, magari gradualmente, quelle in funzione come giudicano indispensabile numerosi gruppi e scienziati critici ? Quindi si eviterà che paesi come la Cina che adesso ha meno di 10 auto per 100 abitanti arrivino alle 50 o addirittura 60 (Italia) o 70 (USA) come i paesi occidentali ? Ci sarà l’impegno a finanziare e allargare reti di trasporto pubblico dedicato (metro) in tutte le città di media e grande dimensione, la più grande opera di utilità certa,  invece di foraggiare le società autostradali o perseguire grandi opere di dubbia utilità?  Quindi i quasi 600 miliardi all’anno direttamente o indirettamente assegnati al settore energetico attinente ai fossili verranno dirottati a investimenti e impianti legati alle rinnovabili, a partire dall’eolico e dal fotovoltaico elettrico e termico diffondendoli  a tutte le latitudini del pianeta?  I paesi ricchi si impegneranno a chiudere l’importazione illegale di legname o a sostituire l’olio di palma che sono cause principali della deforestazione e della monocultura che riducono ( invece che aumentare ) i polmoni verdi del pianeta ? Dimezzeremo i 500 inceneritori europei che termosvalorizzano milioni di tonnellate di materie prime all’anno recuperabili trasformandole invece  in CO2, polveri sottili e infine ceneri inquinanti per quasi un terzo del loro peso iniziale?  Cercheremo di contenere la produzione ed il consumo di carni visto che le deiezioni  degli allevamenti industriali di bovini e suini hanno effetti devastanti  per  la produzione di gas climalteranti  ? ( In Italia il consumo di carne sta scendendo di circa il 10%  dagli 80 kg/anno.abitante  del 2006 ma la Cina è passata dai 4 del 1960 ai 58 Kg/a.a  del 2012).

Un grado più un grado meno presuppongono interventi rilevanti e mettono in gioco non miliardi  ma migliaia di miliardi di dollari, sfilati o meno dalle tasche di un centinaio di multinazionali e padroni degli scisti , del carbone , del petrolio, del gas, dell’auto, della zootecnia industriale. Alleati con i fratellini minori delle Società autostradali, dell’edilizia abitativa di pessima qualità quindi energivora, dell’agricoltura industriale che trasporta alimenti non necessari da un capo all’altro del pianeta, delle aziende che gestiscono i termosvalorizzatori, dei responsabili della deforestazione illegale.
E non dimentichiamo  a lato, con qualche difficoltà in più rispetto agli anni ’70 nel vendere il prodotto come alternativa non inquinante, le 3 - 4 grandi aziende del nucleare pronte a ripartire alla prima occasione. Nelle tragiche giornate dell’inquinamento di Pechino, che proprio nei giorni della COP21  ha dovuto dichiarare l’allarme a livello rosso per la prima volta nella storia, chiudendo scuole, uffici e fabbriche per 4 giorni, si è detto dell’intenzione di accelerare la chiusura di alcuni impianti a carbone, ma meno si è parlato della ipotesi emersa di costruire in Cina un centinaio di centrali nucleari in aggiunta alle 20 esistenti. Mentre gli impianti per le  rinnovabili si preferisce venderli all’estero.

L’estrazione dagli scisti ( stimati il 20% più inquinanti del petrolio ), attuata con enormi finanziamenti in USA,   ha portato al rilancio dei fossili. Il recente aumento della produzione di barili dell’Arabia Saudita, ha praticamente demolito l’OPEC , provocato un eccesso di offerta, ridotto i prezzi e di fatto reso più problematico il rilancio delle rinnovabili.
Come avvoltoi non disponibili  a lasciare la preda aziende e multinazionali direttamente o indirettamente collegate all’economia dei fossili sono calate su Parigi e si sono attivamente impegnate ad influenzare i quasi 10mila delegati dei diversi paesi in contrapposizione alle numerose azioni ed iniziative dentro e a lato della Conferenza da parte di diverse associazioni ambientaliste . Singolari alcuni casi come quelli di BNP-Paribas, nota per il suo sostegno finanziario all’industria del carbone in Sudafrica e in India e di  EDF , la nota società francese da sempre sponsor del nucleare come “energia pulita” ma meno nota come gestore di 16 centrali a carbone nel mondo, tra le quali alcune delle più inquinanti d’Europa. Insieme alla Chevron le due aziende, che erano incredibilmente fra gli sponsor principali di COP21, hanno ricevuto il “Premio Pinocchio” dell’anno da alcune associazioni ambientaliste .

E che dire delle aziende dell’auto che hanno presentato insistentemente a Parigi come soluzione al traffico le auto elettriche, dimenticando che , se per miracolo se ne dovesse alimentare 10 milioni in più da domani, si dovrebbero aprire altre centrali a carbone in Europa ? E che dire della discutibile iniziativa del Comune di Milano che nei giorni di COP21 ha fatto tappezzare dalla Nissan ( e per 3 anni)  la linea viola della metro con la pubblicità dei suoi modelli di auto elettriche che sarebbero la soluzione al problema dell’inquinamento della città ? 
 “ Dicette ‘o prevete: fa’ chello ca dico io ma nun fa’ chello ca facc’io” .  Disse il prete: fa quello che ti dico ma non fare quello che faccio io. Un vecchio proverbio con cui si potrebbe sintetizzare  lo scontro fra i paesi poveri ed emergenti e i paesi dell’occidente europeo ed americano. I primi rifiutano restrizioni ai loro programmi di sviluppo basati su carbone e petrolio, spesso sulla scarsa attenzione alla crisi climatica dei loro governanti, ad esempio riproponendo la diffusione dell’auto ( di solito di pessima qualità) per la mobilità individuale. Insomma perseguono esattamente e sciaguratamente gli stessi modelli, gli stessi percorsi, gli stessi interessi che sono stati alla base dello sviluppo dei paesi occidentali a partire dal dopoguerra. Ed è proprio dagli  anni ’60 che si è iniziato a percepire  l’avvio degli squilibri climatici, l’aumento esponenziale delle temperature e della concentrazione di CO2 in atmosfera ( vedi fig.1). Proprio in queste settimane si è annunciato che la concentrazione di CO2, dalle 300 ppm del periodo precedente alla seconda guerra mondiale ha per la prima volta sfiorato e superato le 400 ppm. Viene considerato intollerabile per l’uomo superare le 450 ppm.
fig.1

Si sostiene che il 65% delle emissioni climalteranti ( che comprendono oltre alla CO2, il metano, l’ossido di azoto e i fluorocarburi) sono attribuibili alle cosiddette economie emergenti, nome ormai inappropriato  se vi  si comprende  di fatto anche paesi come India o Brasile e, oltre a vari  paesi africani e asiatici, anche la stessa Cina. La realtà è relativamente semplice e abbastanza comprensibile: se questi paesi non cambieranno drasticamente il proprio modello di sviluppo, in altre parole se non si distaccheranno dal modello occidentale che di fatto stanno copiando, entro pochi decenni la crisi ambientale assumerà aspetti tragici e difficilmente si potrà tornare indietro. Abbiamo bisogno di governanti illuminati,scelti con sistemi politici ed elettorali più democratici, che pensino al destino dei loro nipoti quando, fra 30 o 60 anni loro non ci saranno più. Una parte consistente di quelli di oggi, molti presenti a COP21, sono strettamente legati , a volte dipendenti,  a volte finanziati  nelle campagne elettorali,  dalle multinazionali dei fossili, dell’atomo e dell’auto.

Le analisi più accorte e interessanti che circolano nel dibattito attorno a COP21,  ad esempio vari interventi di Naomi Klein di questi ultimi tempi e il manifesto sottoscritto da un centinaio di associazioni canadesi su “l’economia del salto” ( The Leap Manifesto)  mettono al centro l’obiettivo del “ salto di sistema” da parte dei paesi in sviluppo, cioè dell’abbandono da subito dell’era dei fossili e del passaggio diretto alle fonti di energia rinnovabili e sostenibili, con tutte le conseguenze sulle forme di produzione energetica, sui sistemi di trasporto e di mobilità, sui modelli per l’edilizia, gestione dei rifiuti etc... E insieme a queste sviluppando una nuova coscienza dei diritti dei lavoratori, delle tutele sociali, della giustizia ambientale, che non sono più garantiti nel modello che ha prevalso nel mondo negli ultimi decenni. In pratica una transizione ecologica accelerata che in qualche modo i paesi ricchi dovrebbero finanziare e insieme fare propria, per quanto è ancora possibile , rispetto al fallimento, dal punto di vista sociale ed ambientale del modello degli ultimi 40 anni che in molti chiamano neoliberista. 

Per quanto ci riguarda cominciamo bene. Saranno i gufi ma Renzi ultimamente è proprio sfigato. Nei giorni  di COP21 al solito ha infilato alcune trionfanti dichiarazioni sul contributo del nostro paese il cui governo ( cioè lui ) sarebbe all’avanguardia in Europa e nel mondo sui temi in discussione. Magari... purtroppo non è vero. Abbiamo ridotto le emissioni rispetto agli impegni di Kyoto ( è vero, ma negli anni scorsi , non negli ultimi e comunque non secondo l’obiettivo, - 6,5% rispetto al 1990, mancato per almeno un quarto ). Se non ha un sosia è lo stesso Renzi che ha avallato nello Sblocca Italia il permesso di  potenziare al loro limite la portata degli inceneritori esistenti e indicato il progetto di costruirne 12 nuovi ( lasciando allibiti anche i suoi governatori nelle diverse regioni interessate). Malgrado i costi  gestibili delle rinnovabili continuiamo a finanziare i fossili e importare alla grande carbone per la produzione elettrica. Proprio nel mentre Renzi si presentava come noto ambientalista la Cassazione avallava la richiesta di referendum contro le trivellazioni in mare e a terra rilanciate di recente dal governo  e osteggiate anche da 10 Regioni. L’Agenzia europea dell’ambiente (Aea) riconfermava che la pianura padana , fra Torino e Milano, è l’area più inquinata d’Europa in particolare per le polveri sottili, con effetti rilevanti di morti premature.  Il trend delle emissioni in Italia invece sembra stia di nuovo cambiando segno. Una sfiga nel tempismo delle dichiarazioni che farebbe sorridere se non fosse che non c’è niente da ridere.. 

fig.2
La possibilità di avviare una rapida decarbonizzazione dell’intero sistema sociale del pianeta, a differenza di qualche decennio fa, è oggi a portata di mano. Le rese e le tecnologie delle rinnovabili hanno fatto enormi passi avanti e sono spesso diventate competitive malgrado i pesanti tentativi di sottostimarle. Naturalmente ricerca e investimenti appropriati sono ancora necessari per fare ulteriori passi avanti, se si riesce a fermare l’azione di sottile boicottaggio nei loro confronti da parte degli attuali padroni del pianeta. E’ stato recentemente segnalato il significativo caso della IEA  ( l’Agenzia internazionale per l’energia) che dalla fine degli anni ’70  è diventata forse la fonte ufficiale  più considerata sui  dati energetici attuali e sulle previsioni di scenari futuri con il suo rapporto annuale WEO ( World Energy Outlook ). 

Un gruppo di ricercatori tedeschi dell’ Energy Watch Group (Ewg) ha confrontato l’andamento reale negli anni delle fonti rinnovabili e il loro contributo alla produzione energetica totale nel mondo denunciando che le proiezioni dei rapporti annuali WEO degli ultimi 10 anni  sono sempre state costantemente di sottostima delle rinnovabili, e quindi devianti e non attendibili  ( vedi fig.2 ). 

12 dicembre 2015

La crisi ambientale è un'opportunità che capita ogni mille anni per rendere il mondo più equo



 
Molto probabilmente l'accordo che sarà presentato tra meno di una settimana sarà accompagnato da ampio clamore e autocelebrazione da parte dei politici e dalla stampa particolarmente schierata ma non sarà sufficiente a garantire la nostra sicurezza. Di fatti, sarà oltremodo pericoloso.

Gli obiettivi che le principali economie mondiali hanno messo sul tavolo delle trattative di Parigi ci conducono verso un futuro innalzamento delle temperature pari a 3-4 gradi, secondo i dati del Tyndall Center, anziché 2, come promesso a Copenaghen. Proprio negli accordi di Copenaghen, i nostri governi definivano quei due gradi come un "riscaldamento pericolo".

Anche grazie a importanti studiosi del clima come James Hansen sappiamo che due gradi sono fin troppi. Dalle nostre esperienze quotidiane ci rendiamo conto che il grado d'innalzamento delle temperature della terra è fin troppo elevato. Ne hanno già pagato le conseguenze migliaia di vite umane e mezzi di sussistenza, dalle Filippine al Bangladesh alla Nigeria, da New Orleans alle Isole Marshall. Parlare di cambiamento climatico e concepire il termine "pericoloso" come un'entità lontana è, per usare le parole pronunciate ieri dal mio amico Kumi Naidoo, "razzismo subliminale", anche se, giorno dopo giorno, sta diventando sempre meno subliminale.

"Gli obiettivi che le principali economie mondiali hanno messo sul tavolo delle trattative di Parigi ci conducono verso un futuro innalzamento delle temperature pari a 3-4 gradi, anziché 2, come promesso a Copenaghen".
Quindi sappiamo già che le trattative annienteranno le linee di confine imposte dagli scienziati. Sappiamo anche che, visti i miseri finanziamenti che i paesi ricchi hanno messo sul tavolo dei negoziati, verranno annientati anche le linee di confine che conducono all'uguaglianza. Allo stesso modo sappiamo che i paesi ricchi non saranno in grado di dividere equamente la riduzione delle emissioni e non sapranno pagare per le conseguenze di tale incapacità. Tuttavia, siamo tenuti a pagare, a pagare per quei paesi poveri che non hanno contribuito a provocare questa crisi affinché siano risarciti per i danni e le perdite subìte. Dobbiamo aiutarli saltare il passaggio relativo all'utilizzo di combustibili per passare direttamente all'implementazione di una economia energetica ecosostenibile.

È per questo che il 12 dicembre alle ore 12 - ovvero il 12, 12, 12 - molti attivisti saranno per le strade di Parigi, per dimostrare pacificamente contro la violazione di queste linee di confine. Verranno anche ricordate le vittime dell'alterazione del clima e le vittime dei tragici attacchi di Parigi, espanderemo così il cerchio della commemorazione.
Scendendo in piazza, rifiuteremo in modo chiaro e inequivocabile il divieto drastico e opportunistico imposto dal governo di Holland di partecipare a riunioni, cortei, proteste e manifestazioni, faremo sentire la nostra voce contro i vergognosi arresti degli attivisti per il clima e contro le restrizioni senza precedenti della libertà di espressione della società civile che si sono verificate in concomitanza col vertice. Liberté, non è una parola vuota e non vale solo per i mercatini di Natale o per le partite di calcio. In realtà, non significa assolutamente niente se non può essere applicata al dissenso politico e alla difesa della vita sulla terra. Questa disobbedienza non ci rende insensibili, né fa di noi dei facinorosi. È il nostro sacrosanto dovere nei confronti di coloro che oggi soffrono e di coloro a breve perderanno ancora di più, qualora dovessimo perdere questa corsa contro il tempo a favore della giustizia climatica. Eppure, mentre ci raduniamo per respingere quel mondo pericoloso che vorrebbero offrirci i governi riuniti a Le Bourget, nonché le aziende che li finanziano, al nostro "no" dobbiamo unire azioni concrete. Dobbiamo, quindi, dire "sì" al mondo che vogliamo. Dobbiamo disegnare il quadro di quella che potrebbe essere la vita all'interno di quelle linee di confine suggerite dalla scienza, una vita nei limiti imposti dalla natura. Una vita che non solo sarà migliore di una catastrofe futura, ma che deve essere migliore del presente, un presente fatto di livelli di austerità catastrofici, profonda disuguaglianza e razzismo dilagante. È questo il nostro compito. Jeremy Corbyn descrive perfettamente la sfida che abbiamo di fronte e la definisce una crisi di immaginazione. Siamo tenuti a immaginare un modo radicalmente diverso e radicalmente migliore di quello attuale. Per questo voglio condividere con voi un'iniziativa nata nel mio paese, il Canada, dove molti gruppi - con 60 organizzatori, leader, teorici dei movimenti a difesa di lavoro, clima, diritti degli immigrati, lotta alla povertà, giustizia alimentare, diritti di alloggio, diritti delle donne, si sono uniti in un'occasione davvero rara. 

Siamo tenuti a pagare, a pagare per quei paesi poveri che non hanno contribuito a provocare questa crisi affinché siano risarciti per i danni e le perdite subìte, per saltare l'utilizzo di combustibili e passare direttamente all'implementazione di una economia energetica ecosostenibile. Tutto questo è avvenuto con l'obiettivo di sognare insieme. Per delineare un futuro che rispetti sia i limiti della natura, sia i diritti umani e i bisogni dell'uomo. Abbiamo raggiunto un accordo siglando un documento chiamato The Leap Manifesto ("Il manifesto del salto", ndt) sottoscritto poi da più di cento organizzazioni canadesi, tra cui molti sindacati e decine di migliaia di canadesi, come Leonard Cohen ed Ellen Page. Questa iniziativa ha dato abbrivio alla stesura manifesti simili sottoscritti in diverse parti del mondo, dal Nunuvut all'Australia.

Il documento parte dall'idea che se ci impegniamo seriamente nella costruzione di un'economia post-carbonio, avremo una possibilità unica di trasformazione l'economica stessa, più equa e a beneficio di molte più persone. Si tratterebbe di un'economia pulita con molti buoni posti di lavoro sindacalizzati in grado di pagare salari di sussistenza, con servizi pubblici migliori distribuiti più equamente. Tuttavia, prima di addentrarmi in discorsi ottimisti, devo ammettere che non sono arrivata a fare considerazioni sul mutamento climatico dopo aver visti gli aspetti positivi del disastro. Al contrario, ci sono arrivata osservando quello che gli umani sono in grado di fare in momenti di crisi, quello che io chiamo il "capitalismo dei disastri".
Il mio risveglio nei confronti del mutamento climatico è avvenuto esattamente dieci anni fa, quando l'uragano Katrina ha devastato New Orleans. L'evento mi ha dimostrato che esiste un conflitto irreconciliabile tra la realtà del cambiamento climatico e la cosiddetta ideologia del libero mercato che governa il mondo da quattro decadi. Ecco perché dobbiamo sempre ricordare che quello che è successo a New Orleans non ha riguardato solo il clima. È stata una collisione tra il condizioni climatiche sfavorevoli e l'eredità lasciata da quattro decadi di smantellamento sistematico della sfera pubblica, in più, in cima a tutto questo c'era razzismo sistemico presente ad ogni livello. Dopo l'arrivo di Katrina, la popolazione ha conosciuto quello che Paul Krugman definisce "lo Stato del non posso farlo", per cinque giorni la FEMA (Ente Federale per la Gestione delle Emergenze, ndt) non è stata in grado di estrarre New Orleans dalle macerie. La popolazione, per lo più afro-americana, si è trovata abbandonata a se stessa. Dopo lo shock è arrivata la "Shock Doctrine". Gli ideologi di destra avevano un piano post-Katrina molto semplice: sfruttare la crisi per sbarazzarsi della sfera pubblica. Alloggi, scuole, ospedali pubblici. Un'altra cosa per la quale premevano i repubblicani dopo l'avvento di Katrina è stata la sospensione nella zona delle norme fondamentali sul lavoro. Così la ricostruzione di New Orleans è diventata un focolaio per il lavoro nero, in particolare per i lavoratori immigrati. Ecco spiegato perché la lotta per i diritti di lavoratori e la lotta contro le austerità non possono essere separate dalla lotta a favore di azioni per il clima. Il movimento operaio internazionale sta lavorando alacremente in difesa della sfera pubblica ed è l'unico modo per difenderci da tempeste, inondazioni ed emergenze sanitarie.

Esiste un conflitto irreconciliabile tra la realtà del cambiamento climatico e la cosiddetta ideologia del libero mercato che governa il mondo da quattro decadi. Come si è appena ricordato, l'Europa non è immune. Il Regno Unito non è immune. In un passaggio di "This changes everything" ho riportato come le inondazioni britanniche del 2013 hanno svelato l'incompatibilità di austerità e crisi climatica.
Nel 2012, The Guardian ha rivelato che "circa 300 sistemi di difesa contro le inondazioni /sono stati lasciati) incompiuti a causa dei tagli di bilancio imposti dal governo". David Cameron ha falcidiato l'Agenzia per l'Ambiente (EA), responsabile della prevenzione alle inondazioni. Dal 2009, nella stessa agenzia c'è stata una riduzione di almeno 1150 posti di lavoro e altrettanti 1700 sono a rischio, per un totale di circa un quarto della forza lavoro complessiva. Preso sul fatto, Cameron ha dichiarato: "Il denaro non può essere messo in discussione in questa operazione di salvataggio. Sarà speso quanto necessario".

Il problema dell'austerità non è solo che interferisce con la capacità di difenderci da condizioni meteo avverse nelle quali già riversiamo, il punto cruciale è che gli investimenti pubblici, quelli destinati a energie rinnovabili, trasporti pubblici e trasporto su rotaie ecosostenibile, sono le uniche cose in grado ridurre velocemente le emissioni fino a evitare che il riscaldamento globale raggiunga livelli catastrofici. Ecco perché nel The Leap Manifesto abbiamo inserito richieste fondamentali quali: "Abbiamo bisogno di investimenti nelle decadenti infrastrutture pubbliche affinché resistano a eventuali disastri climatici".

Dobbiamo sempre ricordare che quello che è successo a New Orleans non ha riguardato solo il clima
Ma siamo voluti andare oltre alla richiesta di "lavori ecosostenibili" e all'istallazione di pannelli solari in risposta ai disastri. Chiediamo nuove ondate d'investimenti nella manodopera legata al settore delle basse emissioni, un settore già avviato. Ecco allora un'altra delle nostre richieste: "È necessario espandere i settori che già lavorano con basse emissioni: l'assistenza, l'insegnamento, l'assistenza sociale, l'arte e i mezzi di informazione di interesse pubblico".
Spesso gli ambientalisti non le nominano, ma l'insegnamento e la cura dei minori non consumano molto carbonio. Tantomeno, l'assistenza medica. Quando ci prendiamo cura degli altri, ci prendiamo cura del pianeta. Per questo non ha senso che questi settori siano interessati dai continui tagli della politica.
Questo spiega perché abbiamo ritenuto che fosse assolutamente cruciale aggiungere un altro punto nel nostro Leap: l'austerità è una crisi preconfezionata. Aggiungendo che il denaro di cui abbiamo bisogno già c'è, dobbiamo solo approvvigionarcene. Sappiamo esattamente come fare: con la fine ai sussidi per i combustibili fossili, la tassazione delle operazioni finanziarie, l'aumento delle royalty sull'estrazione dei combustibili fossili, l'aumento delle tasse per i redditi più alti e per le persone facoltose, l'introduzione graduale di una tassa sul carbonio e tagli alle spese militari. Questo processo è in parte ispirato da uno straordinario gruppo per la giustizia climatica della Bay Area denominato il Movement Generation. In occasione di un evento che abbiamo organizzato insieme, uno dei coordinatori, Quinton Sankofa, ha detto qualcosa che dovrebbe diventare la nostra guida: "La transizione è inevitabile. La giustizia no". La lotta per i diritti di lavoratori e la lotta contro le austerità non possono essere separate dalla lotta a favore di azioni per il clima. Questo significa che se vogliamo che la risposta al mutamento climatico sia giusta ed equa, dobbiamo lottare per assicurarci ciò avvenga. Se vogliamo posti di lavoro ecosostenibile, sindacalizzati in grado di garantire un salario appropriato, allora dobbiamo lottare affinché tutto questo diventi realtà. 

Sappiamo che il cambio climatico non è l'unica crisi con la quale abbiamo a che fare. Ci troviamo anche di fronte a una crisi occupazionale, di disuguaglianza, d'ingiustizie razziali e di genere, di esclusione sociale. Siamo di fronte a una crisi fatta di abusi e maltrattamenti dei lavoratori, che riguarda in particolar modo gli immigrati e i lavoratori di colore, donne nella maggior parte dei casi. Per questo, quando si parla di soluzioni per il clima, il nostro obiettivo non può concernere solo le riduzioni delle emissioni. Allo stesso modo non è possibile affermare che: "Il cambiamento climatico è una questione così grande e così urgente e abbiamo a disposizione così poco tempo che dovremmo mettere da parte tutto il resto". Deve essere preceduta da una parte di progettazione e poi bisogna lottare per l'implementazione soluzioni integrate in grado di dimezzare radicalmente le emissioni e, contemporaneamente, costruire economie più giuste e democrazie basate sulla vera uguaglianza.

Le inondazioni britanniche del 2013 hanno svelato l'incompatibilità di austerità e crisi climatica.
Alcuni esempi considerevoli ci dimostrano che tutto questo può funzionare. L'esempio tedesco: in dieci anni, la transazione energetica della Germania ha dato vita a più di 400.000 posti di lavoro e non solo è stata in grado di fornire energie ecosostenibili, ma anche fatto sí che le stesse energie diventassero più giuste, dal momento che i distinti sistemi energetici sono controllati da centinaia e centinaia di municipi e cooperative energetiche. Un dettaglio poco noto: un fattore determinante di questa transizione è il fatto che i tedeschi hanno invertito la privatizzazione energetica in centinaia di paesi e città. Questo spiega perché una delle richieste chiave inserite in The Leap Manifesto è la Democrazia Energetica, affinché le comunità posseggano e controllino i progetti relativi alle energie rinnovabili. Tuttavia, dobbiamo andare oltre la Democrazia Energetica. Abbiamo bisogno di Giustizia Energetica e di Risarcimenti Energetici. Per questo motivo The Leap afferma che: " i popoli indigeni e gli altri popoli che vivono in prima linea l'attività industriale dovrebbero ricevere sostegno pubblico per i progetti di energia pulita". Come si evince, il mutamento climatico offre argomentazioni forti contro la privatizzazione, contro l'austerità, e la stessa cosa vale per gli accordi commerciali aziendali. La Germania è stata sfidata per la sua transizione energetica così visionaria ed è stata denunciata dalla Svezia per controversie investitore-stato (ISDS) per cui la multinazionalee dell'energia Vantenfall ha chiesto un risarcimento di 4,7 miliardi di euro. Tutto questo è scandaloso e ci sono molte insidie commerciali simili.
È necessario espandere i settori che già lavorano con basse emissioni: l'assistenza, l'insegnamento, l'assistenza sociale, l'arte e i mezzi di informazione di interesse pubblico. Questo è uno dei motivi per i quali tra le richieste principali di The Leap possiamo leggere: "Chiediamo la fine di accordi commerciali che interferiscono con i nostri tentativi di ricostruire le economie locali, regolamentare le società e interrompere progetti estrattivi dannosi". È certo che dovremmo astenerci da firmare altri accordi come il TTIP (Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti, ndt) e il TPP (Partenariato Trans-Pacifico, ndt). Un altro punto in comune che abbiamo trovato concerne i diritti degli immigrati e dei rifugiati. È noto che il mutamento climatico è una delle cause dei conflitti e delle migrazioni e la situazione è destinata a peggiorare. A tale proposito il manifesto esige pieni diritti per tutti i lavoratori, a prescindere dal loro status, così come l'apertura delle frontiere a molti più immigrati e rifugiati, riconoscendo il nostro ruolo nei conflitti, negli accordi commerciali e nei disastri climatici che congiuntamente spingono così tante persone ad abbandonare i loro paesi. Sono consapevole del fatto che chiediamo di assumere molte responsabilità ma è esattamente questa l'essenza del progetto di The Leap. Parte dalla premessa che per troppo tempo abbiamo viaggiato fuori rotta, che abbiamo pochissimo tempo a disposizione e che passi piccoli non ci porteranno da nessuna parte. Le comunità dovrebbero possedere e controllare i propri progetti di energia rinnovabile.

Dobbiamo proseguire con tutte le nostre forze, su tutti i fronti e raccontare una storia coerente per spiegare come tutti i nostri problemi sono collegati da un insieme di valori che descrivono come dovremmo trattare il prossimo e il mondo, nostra sorgente di vita. Cari amici, non è vero che abbiamo poco tempo a disposizione. Non ne abbiamo proprio. Ci troviamo in un momento storico. Non deludiamo nessuno. La posta in gioco è semplicemente troppo alta. Non è il momento per fare piccoli passi. È il momento di essere audaci. È il momento di fare un salto di qualità. Un Leap, appunto.

* Questo post è stato pubblicato per la prima volta su The Huffington Post U.S ed è stato poi tradotto dall'inglese da Valentina Mecca

11 dicembre 2015