12 agosto 2012

Gruppo Cinque Terre: ECOLETTERA 5/1 agosto 2012


  
costruire la transizione: un nuovo ecologismo – democrazia – giustizia – nuovi lavori

EDITORIALE                       L’Expo e i nostri nipotini

A meno di mille giorni dall’inizio dell’Expo 2015 previsto  per l’1 maggio 2015, l’esposizione milanese diventa sempre più piccola: dai 3,2 miliardi  previsti  nel 2008 ( il 30% dai privati ) l’ultimo taglio li riduce  a 2,1. Di per sé niente di grave: questi grandi appuntamenti, contesi dai vari governi e quasi sempre pretesti per spese incontrollate e poco o per nulla utili, con il solito seguito di nuove cementificazioni e cambio d’uso di terreni in gran parte agricoli, vanno un po’ meno di moda: si dice che le Olimpiadi greche,  con il seguito di speculazioni e rapine di cui la Grecia contende il primato al nostro paese, siano state il colpo mortale per l’economia di quel paese. Le Olimpiadi invernali piemontesi  hanno lasciato a Torino il record di città più indebitata del paese, oltre a qualche cumulo di ferraglie arrugginite nelle valli della provincia e però una luminosa carriera degli ultimi due amministratori della città che le hanno gestite.

Ma il caso milanese grida vendetta. Fra i progetti meno criticabili la ristrutturazione della Darsena e il recupero di alcune vie d’acqua praticamente sono già in forse, dati i tagli. Ma i tagli ulteriori di questi giorni , che seguono la prima revisione del novembre scorso, hanno due caratteristiche: scompare totalmente la quota prevista da parte dei privati e con questa soprattutto il progetto della linea 4 del metrò (M4) che avrebbe collegato l’ovest con l’est della area metropolitana e soprattutto collegato l’aereoporto di Linate con il centro città.
Erano 21 stazioni , poi ridotte a 3 e adesso, se qualcuno non rimette tutto in discussione, a zero. La cosa non è da poco perché Milano è l’unica città italiana che ha una parvenza di rete metropolitana con 3 linee, avviate negli anni ’60, e parzialmente proiettate verso l’hinterland della città. Una rete che pressocchè tutte le grandi metropoli europee hanno messo al primo posto invece di autostrade, linee ferroviarie  superveloci, per non parlare del TAV valsusino. Sembra che la TAV, che anche i francesi stanno pensando di archiviare, per  i partiti del centro-destra-sinistra italiano è indispensabile ( per cosa non si sa), mentre una mobilità un po’ più sostenibile nelle grandi metropoli soffocate dal traffico viene dopo, anzi non viene per niente. A Roma ( lineaC ) praticamente si è chiuso qualunque progetto di un qualche rilievo, a Torino siamo al lento completamento della linea 1 ( che da sola serve a meno del 10% della città) e la linea 2 non la vedranno probabilmente neanche i nostri nipotini. A Milano chissà a quando le linee 4, 5 6 che per adesso restano progetti di carta.
Se ce n’era bisogno una conferma: per cambiare aria serve cambiare partiti… se ce lo permetteranno.  

 Gruppo delle Cinque Terre                                                                                        5/1 agosto 2012
                                                                                           
ECOLETTERA del Gruppo delle Cinque Terre vi segnala ogni 15 giorni interventi, documenti, appuntamenti, rimandando ai siti del gruppo o ad altri link. Clicca sui titoli per leggere l’intero articolo. Commenti, segnalazioni, testi per eventuale pubblicazione, possono essere inviati  a: 

Il Parlamento europeo ha approvato un rapporto sulle linee guida del prossimo programma ambientale UE. Prevede il divieto di incenerimento dei rifiuti a vantaggio del riciclaggio. Nel nostro paese dopo anni di iniziative e proposte,  la proposta della raccolta differenziata “porta a porta” è diventata realtà ma i successi principali si sono avuti nei comuni di piccola e media dimensione in alcune decine dei quali si arriva anche al di sopra del 70%. In 16 su 110 capoluoghi di provincia il recupero è arrivato al 60%. Paradossalmente sono le amministrazioni di centro-sinistra o di sinistra-centro che stanno tentando il rilancio del vecchio modello basato sull’incenerimento. ( di Massimo Marino )

Alla fine anche i rifiuti e l’inceneritore, dopo i trasporti e l’aeroporto, sono stati privatizzati. Nonostante il nostro ostruzionismo, svolto in perfetta solitudine e contro tutti i partiti, e dopo una maratona di tre giorni, il consiglio comunale mercoledì sera ha approvato di mettere in vendita il 49% di Amiat - ma non vi inganni la percentuale, col 49% sarà data al privato anche la gestione - e l’80% di TRM (inceneritore). In campagna elettorale, il centrosinistra aveva promesso l’esatto opposto ( di Vittorio Bertola del M5Stelle )


Secondo le dichiarazioni governative, la legge n. 92 del giugno 2012 (riforma del mercato del lavoro) favorirebbe la “flessibilità in entrata”. In effetti, l’art. 1 menziona l’intento di “contribuire alla creazione di occupazione”, ma  l’operazione si riduce a favorire i licenziamenti sottraendo diritti (durevolmente, ora per allora) a chi se li era conquistati. Restano inalterate le 46 tipologie contrattuali, un record mondiale, che sono state create da leggi succedutesi nel tempo, senza che neppure si tenti una razionalizzazione della materia.  Segue all’opera di distruzione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, dando sostanzialmente via libera ai licenziamenti ingiusti e arbitrari dietro corresponsione di una scarsa mercede. ( di Mariagrazia Campari da www.womenews.net )

Punti di Pil perduti, risparmi e posti di lavoro mancati. La fibra ottica o banda ultralarga (che viaggia a 100 megabit per secondo – Mbps, velocità superiore rispetto alla banda larga, definita tra i 2 e i 20 Mbps) non significa soltanto connessione a Internet ma prospettive di ricavi e di occupazione, specie in tempi di crisi. La sua diffusione, secondo la Commissaria europea per l’Agenda digitale Neelie Kroes, potrebbe valere un aumento dall’1 all’1,5% del Pil. ( di Eleonora Bianchini da Il fatto quotidiano )

 Legambiente: «Decisione vergognosa e ipocrita dopo i tagli alle fonti rinnovabili» La politica energetica dei tagli agli incentivi del governo Monti/Passera sta mettendo in ginocchio le aziende delle rinnovabili che hanno avviato migliaia di licenziamenti, ma il Parlamento ha approvato alla Camera, con il parere favorevole dell'esecutivo, l'introduzione di sussidi per vecchie centrali a petrolio che verranno presi direttamente dalle bollette delle famiglie. ( da www.greenreport.it )


Il 30 luglio il Comitato Acqua Pubblica Torino ha consegnato al Presidente del Consiglio Provinciale oltre 10.000 firme di cittadini/e residenti in Torino e provincia a sostegno della Deliberazione di iniziativa popolare per la trasformazione di SMAT SpA in Azienda speciale consortile di diritto pubblico. A un anno dal Referendum le Amministrazioni pubbliche sono  chiamate a rispettare la volontà popolare espressa da quel voto.

Dopo la sentenza 20 luglio 2012, n. 199 della Corte costituzionale e quella del Consiglio di Stato che ha fermato la cessione ai privati di un ulteriore 21% di Acea, unʼaltra buona notizia arriva dal Comune di Napoli: è stato firmato lʼatto notarile per la trasformazione di Arin s.p.a. in Acqua Bene Comune Napoli. La giunta De Magistris ne aveva fatto un punto cardine del proprio programma politico e, a pochi giorni dal referendum, aveva votato la delibera n. 32/2011: prendeva forma il primo caso di abbandono della s.p.a. e ritorno allʼazienda speciale come forma di gestione del servizio idrico integrato; per sintetizzare, basti dire che la seconda è un ente di diritto pubblico e non più una società di capitali. ( di Salvatore Altiero da Il Fatto Quotidiano )


Oggi 3 agosto 2012 ci giungono tre notizie apparentemente molto diverse:
1) In Groenlandia si era già sciolto il 40% del ghiaccio, in questi ultimi 4 giorni si è sciolto tutto il resto.
2) I magistrati hanno ordinato la chiusura dell'Ilva la nota fabbrica superinquinante di Taranto e i sindacati ne hanno chiesto la riapertura.
3) Il senato italiano ha appena approvato dentro un pacchetto di misure per risparmiare un aumento del finanziamento ai partiti di altri dieci milioni di euro. ( di Maurizio Di Gregorio)

Il modo in cui si parla della crisi costituisce una sistematica deformazione della realtà e una intollerabile sottrazione di informazioni a danno dell'opinione pubblica. Le scelte delle autorità comunitarie, all'origine di un attacco ai diritti sociali che non ha precedenti nel secondo dopoguerra, vengono rappresentate, non soltanto dalle forze politiche che le condividono, ma anche dai maggiori mezzi d'informazione ( compreso il servizio pubblico), come comportamenti obbligati. Viene nascosto all'opinione pubblica che, lungi dall'essere un'evidenza, tale rappresentazione riflette un punto di vista (quello della teoria economica neoliberale), oggetto di  critiche da parte di altri economisti non meno autorevoli dei suoi sostenitori. (da Il Manifesto )
 
 E’ stato un vero e proprio boom di richieste. Sono passate 2 settimane circa dal blitz per la liberazione, e già 2.115 beagle, che erano destinati ad essere fatti a pezzi, hanno trovato un nuovo padrone. Però ancora non sono stati affidati tutti. Ci sono ancora 59 mamme con i loro cuccioli che, per una questione di salute dei piccoli, non sono stati separati. I volontari preferirebbero affidare i nuclei familiari per intero, anche se si sa che non sempre ciò è possibile. ( di Marco Mancini da www.ecologiae.com

La notizia è stata confermata dalla pubblicazione del verbale datato 17 Luglio 2012 e relativo alla riunione del Senato del Land della capitale tedesca svoltasi in quella data: Berlino si riprende l’acqua pubblica. Con un prezzo di acquisto che si aggira sui 645 milioni di Euro, la municipalità cittadina acquisisce il 50% della quota di servizio idrico, detenuto fin dalla fine degli Anni ‘90 dalla RWE Aqua GmbH e dal consorzio francese Veolia. L’obiettivo è naturalmente quello di rimunicipalizzare il servizio idrico e farne abbassare i prezzi, dopo 13 anni di privatizzazione. (da www.ilsostenibile.it

Il  New York Times ha scritto che i guadagni di  Exxon e Shell "deludono", perché i prezzi dell'energia al consumo questa estate sono scesi inaspettatamente. Ma"Think Progress" fa notare che «mettendo i loro profitti nel contesto appropriato, tuttavia, Exxon e Shell hanno fatto ancora 160.000 dollari al minuto nell'ultimo trimestre; inoltre le prime cinque compagnie petrolifere beneficiano ogni anno di 2,4 miliardi dollari della federal tax breaks».(da   www.greenreport.it )

Il mese di agosto è sicuramente uno dei periodi più impegnativi per quanto riguarda la cura dell'orto. Chi ha a disposizione alcuni giorni di vacanza, potrà dedicare una parte di essi al raccolto o alla semina di ortaggi e piantine che potranno iniziare a dare i loro frutti entro l'annata in corso o che potranno essere prescelte in previsione del raccolto che si vorrà ottenere per l'annata successiva. Ecco come organizzare al meglio semine, trapianti e raccolti anche facendo riferimento al calendario lunare. ( di Marta Albè  da www.greenme.it )

Lo sciopero del sesso. Unico mezzo per le donne per ottenere i loro diritti.  In un piccolo villaggio tra Nord Africa e Medio Oriente tutti i giorni le donne debbono compiere un accidentato percorso in salita per andare a prendere l'acqua da una sorgente. Molte di loro hanno perso dei figli che portavano in ventre sottoponendosi a questo duro sforzo. Gli uomini stanno da sempre a guardare e nessuno di loro si è mai dato da fare per far sì che i soldi che arrivano dalle visite dei turisti vengano investiti nella realizzazione di un piccolo acquedotto. Leila, giovane sposa venuta dal Sud, decide di non sopportare più questa situazione prova a convincere le donne ad attuare uno sciopero del sesso che dovrà protrarsi sino a quando gli uomini non porranno rimedio alla situazione.  (Regia di Radu Mihaileanu , produzione Belgio, Italia, Francia, 2011. Durata 125 minuti circa )

Una commedia al femminile contro l'integralismo. In un paese in una zona montuosa del Medioriente la piccolo comunità è divisa tra musulmani e cattolici. Se gli uomini sono spesso pronti alla rissa tra opposte fazioni le donne  sono invece solidali nel cercare di distogliere mariti e figli dal desiderio di trasformare i pregiudizi in violenza. Non tralasciano alcun mezzo in questa loro missione, ivi compreso far piangere sangue a una statua della Madonna o far arrivare in paese delle ballerine da avanspettacolo dell'Europa dell'Est affinché i maschi siano attratti da loro più che dal ricorso alle armi. (Regia di Nadine Labaki, produzione Francia, Libano, Egitto, Italia, 2011. Durata 110 minuti circa )

ECOLETTERA link archivio: 1 - 2 - 3 - 4                             la prossima ecolettera uscira l’ 1 settembre 2012

8 agosto 2012

Berlino si riprende l’acqua pubblica


La notizia è stata confermata dalla pubblicazione del verbale datato 17 Luglio 2012 e relativo alla riunione del Senato del Land della capitale tedesca svoltasi in quella data: Berlino si riprende l’acqua pubblica. Con un prezzo di acquisto che si aggira sui 645 milioni di Euro, la municipalità cittadina acquisisce il 50% della quota di servizio idrico, detenuto fin dalla fine degli Anni ‘90 dalla RWE Aqua GmbH e dal consorzio francese Veolia. L’obiettivo è naturalmente quello di rimunicipalizzare il servizio idrico e farne abbassare i prezzi, dopo 13 anni di privatizzazione. La Berliner Wasserbetriebe era infatti stata privatizzata nel 1999 con la cessione di quote, ciascuna del 25% circa, a Rwe e Veolia al costo di 3,3 miliardi di marchi (oggi circa 1,69 miliardi di euro): ebbene la coalizione che governa la città, già da tempo, sotto la spinta delle associazioni di autonomi e attivisti berlinesi, aveva dichiarato di voler puntare al totale ritorno della società sotto il controllo comunale.

Si ricorderà l’esito positivo che ebbe il Referendum di iniziativa pubblica del febbraio 2011 in cui i cittadini quasi all’unanimità – la vittoria dei SI poté contare sui 665.000 voti espressi dal 98% dei votanti – optarono per la rilevazione dei contratti della Città coi due colossi energetici che detenevano ciascuno il 24,95% delle quote per un totale di 49,9%. I berlinesi chiedevano in realtà con questa consultazione di ottenere la pubblicazione di tutti i contratti, sulla privatizzazione degli acquedotti, firmati nel 1999 con il gruppo francese Veolia e quello tedesco RWE; di seguito, già a novembre e pochi giorni dopo la vittoria del movimento referendario, la municipalità di Berlino aveva già reso noti tutti documenti relativi all’accordo ma per la Berliner Wassertisch questi presentavano ancora numerosi omissis e si temeva (e teme tutt’oggi) potesse avvenire qualcosa di analogo a quanto vissuto nel 2000 dagli sfortunati vicini di casa di Potsdam, vittime di una rimunicipalizzazione poco trasparente soprattutto per quanto concerneva la vendita e l’acquisto delle quote fra città e società private e di un incredibile rincaro dei prezzi.

I dubbi sulla trasparenza delle operazioni oggi in atto sono anche dovuti alla scarsa chiarezza con cui si sono raggiunti gli accordi col consorzio Veolia: entrati in gioco solo in un secondo momento, dapprincipio francesi non volevano vendere le proprie quote così come i colleghi tedeschi della RWE e avevano fatto causa tanto a quella quanto alla città di Berlino perché si ritenevano forzati, dai recenti accordi fra le altre due parti, ad una risoluzione del proprio contratto del ’99. Il giudice incaricato ha tuttavia respinto di recente il loro reclamo e quando è stato reso noto pubblicamente l’aumento effettivo dei costi in bolletta, calcolato nel periodo di tempo 2003-2010 (ben il 35% in più rispetto agli anni precedenti), anche la società transalpina, a metà del giugno scorso, ha annunciato di voler offrire le proprie azioni alla città-stato di Berlino. Ora la Berliner Wassertisch teme ci sia dietro ben altro, ovvero che il governo cittadino abbia dovuto sborsare delle cifre di ricompensazione elevatissime e non dichiarate e che a causa di queste il passaggio non porti i vantaggi auspicati ma solo un ulteriore rincaro dei costi di erogazione del servizio pubblico e la loro immediata ripercussione sulle tasche dei berlinesi.

Un’altra nota di demerito: la RWE avrebbe in programma di tagliare “almeno” altri 2mila posti di lavoro in Europa e di delocalizzare le linee produttive, il che porterebbe a 8mila i tagli già decisi. I dipendenti a rischio sarebbero, secondo fonti del sindacato Ver.di, tra 2mila e 5mila su un totale di 70mila in tutto il mondo.
Sarebbe auspicabile per il movimento berlinese che il Governo del Land e il Parlamento ricorressero contro i cosiddetti “contratti di corte” e quindi si potesse giungere ad una risoluzione del vecchio contratto; in caso contrario la capitale tedesca dovrebbe consegnare più di 1,3 miliardi di euro alle società private cui a tutti gli effetti subentra e allora dove sarebbe il vantaggio di questo passaggio, oltre alla vittoria culturale ed ideologica per cui è sacrosanto dire che “l’acqua è di tutti”?

* da     www.ilsostenibile.it     29 luglio 2012

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2 agosto 2012

I termosvalorizzatori di sinistra

di Massimo Marino

Il Parlamento europeo ha approvato un rapporto sulle linee guida del prossimo programma ambientale UE. Prevede il divieto di incenerimento dei rifiuti a vantaggio del riciclaggio. La relazione “sulla revisione del sesto programma d'azione in materia di ambiente e la definizione delle priorità per il settimo programma”,votata a stragrande maggioranza, invita la  Commissione ( l’organo esecutivo europeo) a seguire  la linea indicata  per salvaguardare  l'ambiente e chiudere una volta per tutte con pratiche obsolete e pericolose come l'incenerimento dei rifiuti”.

 
Nel nostro Paese 15 milioni di tonnellate di rifiuti (su un totale di 32) finiscono ancora  in discarica senza nessun trattamento, 4,6 mil di  ton sono inceneriti in 50  impianti ( circa 100 linee ) di diversa età, taglia, tecnologia. In realtà meno di un terzo di RSU e assimilati prodotti vengono realmente differenziati, recuperati  e, si spera,  riutilizzati secondo il loro ruolo potenziale di materie prime seconde.
Secondo il recente decreto del governo  ispirato dal ministro dell'Ambiente Clini (che persegue da anni questo obiettivo) si aumenterà l’incenerimento utilizzando “combustibili solidi secondari” (cioè rifiuti, in teoria preselezionati)  nei forni degli impianti che producono cemento. Da molti punti di vista ( tecnologie, temperature, abbattimento scorie, controlli ) un salto indietro e nel buio; un medioevo tecnologico oltre che un favore non da poco all’AITEC e alle  poche aziende che controllano il settore ( le solite Cementir, Italcementi, Buzzi Unicem…).L’Italia resta il paese europeo con la maggiore produzione di cemento ma l’AITEC lamenta le eccessive limitazioni all’uso dei propri impianti, concepiti per fare altro, per bruciare rifiuti.

Dal punto di vista della termodinamica e dei bilanci di materia e di energia, l’incenerimento dei rifiuti urbani e degli assimilabili è il massimo dell’irrazionalità. Materiali provenienti dalla cellulosa, alberi secolari o coltivati come i pioppi, tagliati, trasportati a volte illegalmente e per migliaia di km,  e  lavorati per produrre carte e cartoni, mobili, materiali misti e molto altro, vengono alla fine buttati e bruciati. Se ne ricava un po’ di energia elettrica, invece di rimettere in ciclo cellulosa e truciolato di legno. Il vetro, ottenuto per estrazione da rocce e sabbie contenenti silicati, sali di boro e fosfati, depurati, portati a fusione ad alte temperature ed a raffreddamento non cristallino, può essere usato per recipienti e bottiglie riempite una volta sola per un po’ di latte, di acqua zuccherata, di olio e poi buttate in discariche o inceneritori; fra l’altro con potere calorifero pressocchè nullo. Altri materiali, in genere metalli, anche rari e preziosi, estratti mediante escavazioni in lontani paesi asiatici o africani, dopo un lungo processo di lavorazione ci forniscono i contenitori usa e getta per la nostra coca-cola, per la splendida carrozzeria della nostra 500, e per migliaia di prodotti diversi per i quali non è previsto, nella loro ideazione,  il riutilizzo in nessuna forma. Non ci soffermiamo sulle plastiche da petrolio  perché è forse la questione più nota. Basti dire che una nuova geografia nel pianeta  di isole e isolotti si sta affermando per l’accumulo di plastiche negli oceani.

Negli impianti di incenerimento, la cui denominazione più corretta è quella di termosvalorizzatori, il tutto viene arrostito su una grande griglia trasformando pressocchè tutto il carbonio in ossido o anidride carbonica, l’idrogeno e l’ossigeno  in vapore acqueo; il singolare arrosto crea  molecole organiche difficilmente degradabili, alcune quasi indistruttibili e altamente pericolose  per tutti gli esseri viventi come le diossine.
E’poco noto che il tutto lascia un consistente residuo (circa il 25% in peso su quanto si carica) di ceneri e scorie di abbattimento fumi e filtri  altamente tossiche e difficilmente utilizzabili. La limitata produzione di energia elettrica  si giustifica economicamente solo perché i termosvalorizzatori, intendendo in questo caso i gestori degli impianti, ricevono contributi pubblici (nel caso italiano proprio da noi attraverso il CIP6 della bolletta elettrica, quasi ironicamente sotto  la voce di contributo per le energie rinnovabili e certificati verdi ). Nell’ultimo anno circa 5 milioni di tonnellate di rifiuti vari sono passati in Italia nei termosvalorizzatori lasciandoci in eredità quasi 1,5 milioni di tonnellate di scorie solide tossiche delle quali è meglio non sapere (come non sappiamo) in quali discariche speciali,  più o meno controllate, finiscano. Solo dai termosvalorizzatori almeno due milioni di tonnellate di materie prime seconde (cioè candidabili ad un secondo utilizzo) in un anno le abbiamo buttate ..al vento o nel pozzo senza fondo dello spreco neppure energetico dei residui dei forni.
 L’unico aspetto positivo della faccenda, di cui si discute in modo acceso da alcuni decenni, è che un ristretto gruppo di industriali (fra i più noti la signora Marcegaglia), varie cosche mafiose ben ramificate nel paese, un certo numero di amministratori che tessono le lodi di questi miracolosi impianti, hanno decisamente elevato il loro tenore di vita poiché, solo per gli urbani, si tratta di un giro di “affari” di parecchi miliardi di euro all’anno. 

Secondo il rapporto ENEA-Federambiente dell’ aprile scorso i 53 impianti di incenerimento presenti da fine 2010 hanno una capacità di smaltimento di poco più di 7 milioni di tonn/anno di rifiuti, con una capacità termica di meno di 3000 Megawatt ed una potenza elettrica di meno di 800 Megawatt elettrici (l’Italia richiede circa 40 GW di potenza elettrica totale). In gran parte (82%) sono i soliti impianti a griglia, e meno del 15% a letto fluido.  Quelli che contano sono i 6 grandi termosvalorizzatori che sono in grado di trattare almeno 600 tonn/giorno ( circa 200.000 all’anno ) di rifiuti: da soli il 40% del totale.
Comunque 29 impianti (con 59 linee) sono nelle regioni del Nord, 15 (23 linee) in quelle del Centro e 9 (20 linee) in quelle del Sud e Isole. Sembra già da questi primi dati che i termosvalorizzatori abbiano una netta caratterizzazione di sinistra; ed una marcata propensione, come vedremo, all’asse sinistra-centro; con grande invidia di Berlusconi e soci… 

Nessun nuovo impianto è entrato in funzione nell’ultimo anno. La produzione di rifiuti e la aliquota differenziata (ufficialmente attorno al 34% ),  sono pressocchè stabili, a parte l’incidenza della crisi dei consumi che si è fatta sentire, specie nel 2008-2009. Secondo l’ISTAT nel 2011 si valuta una diminuzione dei rifiuti (-2,9%)  ed un limitato aumento del recupero ( + 1,8%)  Il recupero dei materiale è in realtà una media fra il centro-nord che spesso supera il 40% ed il sud che è in gran parte sotto il 20%. Città come Napoli e Bari restano sotto il 20%. In Sicilia la RD praticamente non esiste: a Palermo 7,4%, a Catania 5,6%, a Messina 3,8%, più che altro un pretesto per alimentare qualche ulteriore segmento di clientelismo locale.

Tutti i dati vanno presi con prudenza: stante la bassa qualità della selezione del differenziato nelle aziende di trasformazione e recupero lo scarto finale è elevato ( 10-20% a seconda del materiale, delle zone e dei metodi di recupero ). Trascurando la quota di mercato indefinibile gestita dalle mafie, che non distinguono fra urbani, assimilabili e i più pericolosi ( e più redditizi )  industriali, smaltiti in genere su terreni agricoli, cave, fiumi , mari e oceani si può concludere che dopo 30 anni di battaglie, scontri, comitati, associazioni, movimenti e partiti di vocazione ambientalista, compresi alcuni ministri di dichiarata connotazione verde, meno di un terzo dei rifiuti prodotti ancora negli ultimissimi  anni sono stati realmente recuperati ad una seconda vita.

Le centinaia di comitati locali, l’insistenza delle associazioni ambientaliste, la presenza di ambientalisti nelle istituzioni negli anni passati a diversi livelli, l’azione di alcuni magistrati e di parte delle forze dell’ordine  hanno contenuto il dilagare delle discariche legali e spesso irregolari, che si sono più che dimezzate arrivando a poco più di 200 seppure di dimensioni maggiori del passato; cosiccome è stata contenuta fino ad oggi la vocazione al dilagare dei termosvalorizzatori, uno dei settori dove il connubio fra pubblico, privato e illegale ha esercitato per due decenni una incessante azione di lobby.Per i quali è di fatto impossibile il controllo di routine di quanto, cosa e come  si brucia, a meno che si decida di istallare una stazione di carabinieri in ogni impianto. 

Dopo anni di iniziative e proposte,  in una parte significativa del paese la proposta della raccolta differenziata “porta a porta” è diventata realtà ma i successi principali si sono avuti nei comuni di piccola e media dimensione in alcune decine dei quali si arriva anche al di sopra del 70%. In 16 su 110 capoluoghi di provincia il recupero è arrivato al 60%.
Paradossalmente sono le amministrazioni di centro-sinistra o di sinistra-centro che stanno tentando il rilancio del vecchio modello basato sull’incenerimento, mettendo ai margini, seppure in modo non dichiarato, sia la vocazione  allo sviluppo ulteriore del recupero differenziato e del riciclo sia soprattutto una idea di conversione ecologica nell’uso dei materiali che va alla fonte della produzione dei materiali cambiandone modalità, tecnologie, ed alla fine del ciclo attraverso un riutilizzo dei materiali concepito come un nuovo e originale settore produttivo con effetti occupazionali di grande potenzialità. La questione non interessa minimamente gran parte della sinistra istituzionale che, specie nelle aree più popolate, tranne eccezioni la ignora o la considera con sufficienza.

Fra i pochi impianti di incenerimento in costruzione la regione Puglia ha il record del numero di impianti e la città di Torino ha il record del più grande impianto in costruzione nel nostro paese e fra i più grandi ( forse il più grande)  d’Europa.
La giunta Vendola 2, mentre la raccolta differenziata nella regione langue sotto il 20 %,  può vantare i  quasi ultimati lavori per l’ entrata in funzione di sei impianti che trasformeranno i rifiuti solidi urbani in combustibile da rifiuti (Cdr) , realizzati da Cogeam, società partecipata dal gruppo Marcegaglia; tratterebbero  900mila tonnellate di rifiuti, trasformati in circa 400mila tonnellate di Cdr. All’attuale impianto da 25mila tonn  d' incenerimento di Massafra ( gestione Appia Energy, gruppo Marcegaglia) si aggiungeranno a breve 98mila tonn che finiranno nell' inceneritore Eta (sempre gruppo Marcegaglia) nelle campagna tra Manfredonia e Cerignola, grazie anche ad un contributo pubblico di 15 milioni di euro ed all’impegno costante dell’UDC particolarmente sensibile al tema. Poi l’impianto di  Modugno, al momento sotto sequestro giudiziario. Lo smaltimento del Cdr, avverrà anche nei forni dei cementifici: a Barletta (Buzzi Unicem) e a Taranto (gruppo Caltagirone). Si tratta dei cosiddetti co-inceneritori benedetti da Clini.

Ma il bello lo prepara a Torino la giunta, quasi un  monoclore PD di fatto (perché SeL e IdV sono poco più che oleogrammi nella maggioranza), con l’impianto del Gerbido, un mega termosvalorizzatore da più di 400mila tonn/anno in costruzione nella periferia di Torino, che vanta già il record di città più inquinata d’Italia, in questi giorni riconfermato. L’impianto, non ancora finito, proprio qualche giorno fa è già stato messo in vendita ( 80%, cioè controllo assoluto dei privati ) nell’ambito della privatizzazione generale (rifiuti, acqua, trasporti, perfino i nidi) che è poi il ruolo assegnato a Fassino con la sua elezione; in perfetta continuità culturale con i suoi predecessori che hanno dimostrato che il modo migliore di contenere il centro-destra è quello di assumerne la stessa vocazione, specie sulle questioni ambientali, dei trasporti e della cementificazione del territorio (più di 200 varianti al Piano regolatore); ma con maggiore efficienza e capacità di controllo sociale e in ottimo  accordo con le aree di centro tipo UDC e moderati. Un  anticipo su quanto si prepara sul piano nazionale, mentre nelle varie scadenze elettorali ( provinciali 2009, regionali 2010, comunali 2011 ) si sono dissolti da soli i variegati frammenti eco-civici, alternativi, di estrema sinistra: un vero capolavoro di masochismo narcisistico che ha fatto tabula rasa di qualunque presenza istituzionale e lasciato totale campo libero, con l’unica vera opposizione circoscritta ai due grillini eletti che fanno quello che possono in un panorama così disastrato.  

La Conversione ecologica, intesa come insieme di idee, azioni e pratiche istituzionali contrapposte e alternative al modello dello spreco e della irrazionalità energetica che conseguono alle logiche della dissipazione dei beni comuni e delle risorse a favore dei comitati d’affari  e dei loro gregari nel sistema dei partiti, richiede di ricominciare dall’inizio. Avviando la transizione nelle tre fasi di vita dell’uso dei materiali: dalla formazione, all’uso razionale, al recupero e riciclo.
Nella produzione dei materiali e degli imballaggi serve il lavoro dei ricercatori in diverse direzioni: la progressiva eliminazione dei materiali misti ( esempio tipico il tetrapack ) arrivando a materiali unici standard nel confezionamento ( ad es. dei prodotti alimentari ), la riduzione degli imballaggi ( peso e volume-forma)  tendendo a formati standard e con la minore superfice (cioè alla fine minore  quantità); all’uso di materiali leggeri e concepiti per eventuali secondi usi tal quali; per fare un esempio con riferimento al gioco del Lego contenitori std e di colori appropriati potrebbero essere concepiti e assemblati in modo da avere un utilizzo diverso (es scaffali per librerie o altri oggetti di uso casalingo); eliminazione dello spreco da sovradimensinamento dei contenitori (tipico esempio i minuscoli apparati elettrici e informatici in involucri a volte di dimensioni dieci volte il loro contenuto). La razionalizzazione delle etichettature che devono essere facilmente rimovibili (oltre che leggibili)  per permettere un più facile riutilizzo dei contenitori per altri usi. La standardizzazione ha infiniti risvolti: per fare un esempio non si comprende perché 10 cellulari diversi di 10 diversi modelli e aziende debbano  richiedere 10 diversi tipi di trasformatori di ricarica. Oppure perché si debba consentire la quotidiana distribuzione di milioni di depliant pubblicitari ( in carta quasi sempre non riciclata ) presso le buche delle lettere, dei quali probabilmente la gran parte vengono cestinati senza neanche essere aperti e  che potrebbero essere sostituiti da bacheche condominiali e comunque imponendo un uso moderato e con sola carta riciclata.

La raccolta differenziata dei diversi materiali, sia nella versione porta a porta, sia nella raccolta di strada dove ancora è presente, deve essere profondamente razionalizzata, prima di tutto definendo in tutto il territorio nazionale un unico colore standard dei contenitori per ogni singolo materiale e definendo un numero contenuto di  dimensioni standard (es piccola, media, grande ) alle quali tutti i comuni e consorzi si devono adeguare nell’arco di un numero limitato di anni e per tutti i contenitori di nuova fattura. Stroncando la sconfinata e diseducativa fantasia creativa per cui nella stessa città esistono decine di fatture, colori e dimensioni diverse che disorientano molti  cittadini che ne traggono la conclusione che in fin dei conti non si tratti di una cosa seria, specie se non riscontrano effetti del proprio impegno civico sulle tariffe.  Con il tempo è stata abbandonata anche l’idea che le postazioni di raccolta siano isole, complete di tutte le tipologie, ma distribuendo a caso bidoni isolati  qua e là davanti i diversi portoni delle abitazioni si è data l’idea che il tutto abbia un fondo di irrazionalità e causalità. Inoltre non si comprende perché si trascuri la qualità visiva dei contenitori, normalmente sporchi e privi di alcuna manutenzione mentre potrebbero diventare ornamenti gradevoli e colorati del paesaggio urbano. 

L’insieme di questi interventi non ha nulla di straordinario, sono facilmente ottenibili con semplici decreti e regolamenti ma richiedono, oltre ad un lavoro dei ricercatori, una volontà politica motivata e orientata che sembra non interessare gran parte degli attuali amministratori.
Infine bisogna contrastare la superficiale consuetudine dell’usa e getta, dai piccoli contenitori fino a mobili ed apparecchiature di medie e grandi dimensioni. L’organizzazione  e la diffusione in tutti i quartieri dei mercatini del riciclo e del baratto, potenzialmente molte migliaia nel paese, deve essere stimolata, regolamentata con una specifica disciplina fiscale di livello nazionale oggi praticamente inesistente, superando la attuale presenza di nicchia che caratterizza queste iniziative. 
   
La scelta di fondo che conduce all’incenerimento,  che è l’evidente prodotto composto della incapacità amministrativa, del prevalere delle lobby affaristiche e mafiose, della semplice indifferenza alle condizioni ambientali e sociali dilaganti da anni nella classe politica può cancellare anche i risultati ottenuti, come la diffusione del porta a porta. E’ necessario avviare la transizione: anche qui il ricambio della classe politica e la priorità del progetto sugli interessi privati o personali è  requisito necessario e urgente.  

Gli articoli della risoluzione del Parlamento europeo riguardanti i rifiuti
Il Parlamento europeo, (...)

31. ritiene che il settimo PAA debba favorire l'introduzione di incentivi volti a sostenere la domanda di materiali riciclati, in particolare se incorporati nel prodotto finale;
32. è del parere che il settimo PAA debba prevedere la piena attuazione della legislazione sui rifiuti, in particolare il rispetto della gerarchia, garantendo coerenza con le altre politiche dell'UE; ritiene che esso debba fissare obiettivi di prevenzione, riutilizzo e riciclaggio più ambiziosi, tra cui una netta riduzione della produzione di rifiuti, un divieto di incenerimento dei rifiuti che possono essere riciclati o compostati, con riferimento alla gerarchia prevista nella direttiva quadro sui rifiuti e un divieto rigoroso di smaltimento in discarica dei rifiuti raccolti separatamente, nonché obbiettivi settoriali per l'efficacia delle risorse e parametri per l'efficienza dei processi; ricorda che i rifiuti costituiscono, inoltre, una risorsa che spesso può essere riutilizzata, assicurando un impiego efficiente delle risorse; invita la Commissione a studiare come migliorare l'efficacia della raccolta dei rifiuti provenienti dai prodotti di consumo grazie a un'espansione dell'applicazione del principio della responsabilità estesa del produttore, nonché mediante orientamenti riguardanti la gestione dei sistemi di recupero, raccolta e riciclaggio; sottolinea la necessità di investire nel riciclaggio delle materie prime e delle terre rare, in quanto i processi di estrazione, raffinazione e riciclaggio delle terre rare possono avere gravi conseguenze per l'ambiente se non vengono gestiti correttamente;
33. ritiene che gli obiettivi già definiti in varie direttive in relazione alla raccolta e alla separazione dei rifiuti debbano essere ulteriormente elaborati e impostati in modo da ottenere il massimo e il miglior recupero di materiali in termini di qualità in ciascuna delle fasi del riciclaggio, vale a dire raccolta, smaltimento, pretrattamento e riciclaggio/raffinazione; (...)


Risoluzione del Parlamento europeo del 20 aprile 2012 sulla revisione del sesto programma d'azione in materia di ambiente e la definizione delle priorità per il settimo programma d'azione in materia di ambiente – Un ambiente migliore per una vita migliore

nella foto: la fantasia al potere: alcuni tipi di contenitori di rifiuti urbani

1 agosto 2012

La riforma del mercato del lavoro: una controriforma anticostituzionale


 di Mariagrazia Campari * 

La Costituzione repubblicana mostra il disegno di attribuire al lavoro la qualità di agente di partecipazione democratica, garante della effettività dei diritti sociali, civili e politici dei cittadini. Sembra giusto definire la legge n. 92/2012, in vigore dal 18 luglio, una controriforma anticostituzionale. Vediamo sinteticamente il perché.

 Nei suoi primi e fondamentali articoli (1, 4, 35, 36, 38) la Costituzione repubblicana mostra il disegno di attribuire al lavoro la qualità di agente di partecipazione democratica, garante della effettività dei diritti sociali, civili e politici dei cittadini. Il lavoro, quindi, come bene preminente (art. 1) che la Repubblica si incarica di tutelare e rendere effettivo (art.4).
Nella legge 28.6.2012 n. 92 (riforma del mercato del lavoro) si evidenzia l’intento di operare un capovolgimento dei principi costituzionali, attraverso la surrettizia controriforma dei suoi valori cardine. Questa legge, infatti, ha di mira l’incondizionato sostegno alle sorti magnifiche del mercato il che significa obliterare il diritto al lavoro, come bene risulta, anche, dall’incauta affermazione (o dichiarazione di verità) della Ministra Fornero: il lavoro non è più un diritto. Infatti, l’art. 1 della legge n. 92 chiarisce che il bene di riferimento è “il mercato del lavoro”. Privilegiare il mercato del lavoro ha lo stesso senso del noto concetto “Siamo tutti nella stessa barca”, prescindendo da chi voga in sentina e chi occupa il ponte di comando.

Nel rapporto capitale-lavoro – che si gioca nel mercato- l’art 1 della Costituzione ha inteso conferire maggior valore al termine lavoro, mentre la legge in esame tutela l’entità ove si svolge una partita impari, del tutto sfavorevole a chi non possieda mezzi di produzione o capitale finanziario. La controriforma Monti-Fornero non è certo un fulmine a ciel sereno, anzi, essa rappresenta, una sorta di norma di chiusura rispetto alla normativa che, negli ultimi trent’anni, si è incaricata di annullare le riforme di adeguamento costituzionale del diritto del lavoro, operato negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. I riferimenti sono molteplici: la cancellazione del collocamento pubblico numerico e imparziale in favore della scelta nominativa introdotta dalla L. 196/1997 (pacchetto Treu), la privatizzazione delle agenzie per l’impiego del DLgs 276/2003 (legge Biagi), in altri termini, la legalizzazione delle assunzioni per scelta discrezionale padronale che ha avuto come esito la discriminazione delle donne e dei giovani.

In tempi più recenti porta ad ulteriore effetto il disegno anticostituzionale, il D.L. 138/2011 che all’art. 8 stabilisce la derogabilità degli accordi collettivi nazionali e persino delle leggi dello Stato da parte di accordi sindacali aziendali o territoriali, vincolanti anche per i lavoratori non iscritti ai sindacati stipulanti. E qui si affaccia per la prima volta la possibile deroga (o annullamento) alle disposizioni dell’art. 18 Statuto dei Lavoratori.
Sulla stessa linea si pone l’accordo interconfederale 28.6-21.9.2011 che estende a tutti i lavoratori, iscritti e non alle organizzazioni stipulanti, l’efficacia della contrattazione aziendale, malgrado ciò contrasti con la previsione dell’art. 39 della Costituzione che esclude tale possibilità per le attuali organizzazioni sindacali. La recente legge porta a compimento l’opera di distruzione svuotando la sostanza dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, dando sostanzialmente via libera ai licenziamenti ingiusti e arbitrari dietro corresponsione di una scarsa mercede. Rimosso l’architrave della stabilità reale nel posto di lavoro, ogni altro diritto nel rapporto verrà meno perché per timore non sarà rivendicato.

 Come è stato già detto, la tutela attenuata dell’art. 18 rende più facili anche i licenziamenti discriminatori, circostanza gravida di conseguenze negative in particolare per le donne. L’occupazione femminile, secondo dati ISTAT, ha subito un calo del 12,7% nel biennio 2008-2010 mentre l’occupazione maschile è calata del 6,3%. Le donne sono anche maggiormente colpite dal triste fenomeno delle dimissioni in bianco che la legge in esame sottopone a convalida attraverso una procedura accidentata e dai tempi incerti, resa più problematica dalla previsione brevi termini di decadenza.
In alternativa, è prevista una firma di convalida della lavoratrice in calce alla ricevuta di trasmissione della comunicazione effettuata dal datore. La maggiore semplicità e l’evidente possibilità di influire sulla manifestazione di volontà di chi si trova in posizione subordinata, sottoposta a ovvie pressioni e priva di assistenza sindacale, renderà evidentemente preferibile la scelta di questa seconda via. Le conseguenze saranno ancora una volta svantaggiose per la parte debole del contratto di lavoro.

Secondo le dichiarazioni governative, la legge favorirebbe la “flessibilità in entrata”. In effetti, l’art. 1 menziona l’intento di “contribuire alla creazione di occupazione”, ma la lettura del testo convince che l’operazione si riduce a favorire i licenziamenti sottraendo diritti (durevolmente, ora per allora) a chi se li era conquistati. Restano inalterate le 46 tipologie contrattuali, un record mondiale, che sono state create da leggi succedutesi nel tempo, senza che neppure si tenti una razionalizzazione della materia. Per esemplificare, solo qualche modesto correttivo (su falsi contratti a progetto o false partite IVA) che si limita a recepire una giurisprudenza consolidata. La normativa sui contratti a termine è persino più lassista di quella precedente poiché cancella la necessaria indicazione della causa tipizzata. I disincentivi economici per i contratti “atipici”, l’aumento dei contributi e la complessità delle procedure burocratiche finiranno per penalizzare lavoratrici e lavoratori in cerca di impiego e/o aumenteranno il ricorso al lavoro in “nero”. La penalizzazione riguarderà specialmente le donne che sono la grande maggioranza fra gli addetti a lavori finti autonomi, quindi non beneficiano di ammortizzatori sociali come la cassa integrazione e l’indennità di disoccupazione: l’ASPI (Assicurazione Sociale per l’Impiego) non le riguarda, in quanto inoccupate.
Quanto alle misure di “conciliazione” per le lavoratrici madri, la durata ridicola dei congedi di paternità (3 giorni) non necessita di commenti. E, quanto al lavoro di cura, non si può dimenticare che questa legge segue l’altra dello stesso governo che ha innalzato l’età pensionabile delle donne, ricavando un risparmio che non è stato destinato a finanziare servizi sociali ad hoc. 

Occorre sempre sottolineare che manca in Italia la previsione di una retribuzione minima, circostanza che penalizza i lavoratori precari, quindi principalmente le donne. Questa previsione è oggi più che mai necessaria e dovrà accompagnarsi, in una logica costituzionale di stato sociale minimo, alla previsione di un reddito di base (basic income) a carattere universale e incondizionato. Entrambe queste misure contribuiscono a riconoscere dignità esistenziale a tutti gli esseri umani, ponendosi come adeguamento costituzionale (art. 38 Cost.), apprezzabile in tempi di controriforme. In particolare, il basic income offre la possibilità di creare alleanze trasversali intergeneri/intergenerazionali, caratteristica che è preziosa perché si pone in controtendenza con la logica mercantile che frantuma le esistenze dei più. Alcuni aspetti dell’istituto lo rendono favorevole alle donne. Esso è garantito ai singoli e non alle famiglie, riguarda gli esseri umani comunque sessuati e non i nuclei di convivenza tuttora a stretta egemonia maschile, ove il marito dispone normalmente di tutti i beni in virtù del suo sesso. Suppone che ognuna/o sia titolare di un pari diritto esistenziale, indipendentemente dalla collocazione famigliare e sociale. E’, inoltre, favorevole alle donne perché esse sono maggiormente disoccupate, inoccupate, sotto qualificate e sottopagate anche se dotate di laurea e di master, quando riescono a entrare nel mercato del lavoro.

Un altro aspetto positivo: viene detronizzato il lavoro per il mercato che cessa di essere l’unica cosa che conta ai fini della piena cittadinanza. (C.Pateman “Freedom and democracy”). Questo concetto risuona anche alle nostre orecchie di italiane, basta considerare gli art. 1 e 37 della Costituzione repubblicana: un trono al lavoro maschile, uno sgabello a quello femminile. In altre parole, il basic income costituisce una garanzia sociale capace di districare il legame fra lavoro e guadagno, contribuendo alla modifica di una società imperniata su un bene fortemente sbilanciato e attualmente ridotto al lumicino, il lavoro.

www.womenews.net        27    luglio 2012

Maria Grazia Campari avvocata, è Presidente dell’associazione Osservatorio sul Lavoro delle Donne e dell’associazione Rosa Luxemburg. Ha scritto per varie riviste (Democrazia e Diritto, Quale Giustizia, il Diritto delle donne, Sottosopra, il Paese delle Donne) sui temi del diritto sessuato, della rappresentanza politica e sociale, della cittadinanza femminile, delle problematiche di bioetica.