12 gennaio 2012

La Mobilità Insostenibile e la Conversione Ecologica della Mobilità

di Massimo Marino *

Il tema della mobilità e del trasporto delle persone, i costi sulle famiglie delle scelte che si fanno, le conseguenze ambientali sul territorio e in generale sul pianeta, vivono nel nostro paese una stagione poco felice: mentre il problema diviene sempre più rilevante, quasi drammatico, il tema scivola nell’indifferenza, appena accompagnata da un dibattito scarno, confuso, addirittura deviante rispetto alla dimensione del tema che, per quanto ci riguarda, assume importanza crescente per chi vuole ragionare sui capisaldi principali di una “conversione ecologica” dell’economia, degli stili di vita, dell’assetto futuro del paese. Anche due recenti ponderosi rapporti affrontano il tema mancando di indicare con chiarezza le priorità: il rapporto LUISS (Scenari e opzioni per una mobilità sostenibile per Roma Capitale - 113 pagine) e quello EUROMOBILITY 2011 ( profilo di 50 città italiane - 53 pagine ).

E’ bene ricordare che il problema coinvolge quattro grandi questioni, raramente tenute tutte insieme in considerazione:

1) Le forme e gli strumenti disponibili per muoversi hanno un peso sempre più rilevante sui costi delle famiglie

2) Le forme e gli strumenti disponibili per muoversi hanno effetti sempre più rilevanti su inquinamento, salute e clima

3) I modi e i tempi per muoversi (per lavoro, studio, altro ) sono influenti sul consumo e uso virtuoso del proprio tempo di vita

4) Le risorse e gli investimenti che si impegnano sono parte rilevante del bilancio dello Stato, quindi condizionano in modo rilevante l’uso delle risorse economiche del paese, hanno effetti decisivi sulle scelte generali delle amministrazioni locali.

La scelta delle priorità con riferimento a queste quattro grandi questioni ( i sistemi di trasporto, le tecnologie scelte, la selezione degli investimenti, il numero di soggetti che ne fruiscono in conseguenza ), determinano il modello sociale di riferimento; dunque il dibattito da aprire riguarda, per noi, i modelli più idonei a favorire la Conversione Ecologica e contrastare la Mobilità Insostenibile.

L’Italia, almeno nell’occidente industrializzato, è di gran lunga il paese con il più folle e incredibile assetto della mobilità, specie per gli individui e le famiglie (tralasciamo qui il problema delle merci); assetto conseguente a decenni di scelte irrazionali e sbagliate, di interessi privati che hanno prevalso e dilagato insieme ad un buon livello di incompetenza o di omertà negli Enti locali e nello Stato in forme diverse coinvolti nella questione. Proviamo a dare qualche numero solo per dare l’idea:

1) L’ Italia è la nazione del mondo (di tutto il mondo) con il più alto rapporto auto/abitanti, ( 61 auto per 100 abitanti contro 46 della media CEE ), più o meno alla pari con gli USA però con una densità abitativa sul territorio molto diversa. A Roma, Latina, Aquila, Potenza, Catania siamo addirittura ad almeno 70 auto/ab. Napoli, Torino, Milano sono al top di auto per km di territorio. Il parco auto circolante è vetusto; Il 60% a Napoli ed il 55% a Catania ha almeno 11 anni di vita.

2) Il costo per il trasporto delle famiglie è di ben 170 mld di euro/anno, di cui meno di 10 mld vanno nella direzione dell’uso di servizi pubblici, 50 mld vanno in tasse allo Stato; con più di 100 mld ci preoccupiamo del benessere delle multinazionali del petrolio, di quello delle società autostradali, delle finanze di Marchionne e soci; quest’ultimo per favorirci stà chiudendo IRISBUS, l’unica azienda italiana che produce autobus.

3) Si calcola, con la dovuta approssimazione, che soltanto in 13 grandi città ci siano 8000 morti/anno a causa degli effetti dell’inquinamento degli autoveicoli. Sono invece sicuri (dati ACI per il 2010) 4090 morti e 302.735 feriti in un anno per incidenti automobilistici, in prevalenza su strade extraurbane ed urbane, in misura minore sulle autostrade; gli incidenti gravi riferiti a treni e mezzi pubblici collettivi sono invece pressocchè irrilevanti.

4) Ci muoviamo quotidianamente nelle città , grandi e piccole, prevalentemente per raggiungere il luogo di lavoro o di studio, percorrendo mediamente 25-35 km al giorno, con ovvie grandi differenze individuali e geografiche. Ma si può indicare con approssimazione che meno del 20% si muove a piedi o in bicicletta, meno del 5% in treno, all’incirca il 15-20% , non di più, in tram o autobus; la maggioranza, almeno il 60%, si muove in auto, in 4 su 5 come conducente ( da solo quasi sempre ) gli altri come passeggeri. Complessivamente il modello di mobilità all’italiana, che non ha eguali in Europa, basato sull’auto con meno di due passeggieri in media, si presenta come il più folle, più costoso, più inquinante, più dispendioso di tempo vitale, senza rivali nei paesi cosiddetti “sviluppati”.

5) Anche il modesto progetto di conversione provvisoria verso i motori a GPL o Metano, per quanto si tratti sempre di bruciare idrocarburi, che almeno dimezzerebbe i costi delle famiglie e abbatterebbe notevolmente le emissioni, non è in realtà mai decollato. I motori a GPL (gas propano liquefatto) esistono da poco dopo la prima guerra mondiale. Negli ultimi anni qualche contributo statale o regionale sulla conversione dei motori o sull’acquisto di auto a metano è sempre stato accolto positivamente ma in realtà il numero di distributori, che probabilmente andrebbe moltiplicato almeno per tre, è totalmente inadeguato, ancor più sui percorsi autostradali dove di fatto il metano neppure si trova. Ne le compagnie petrolifere, ne le società automobilistiche amano particolarmente questa scelta: ci guadagnano di meno e quindi lo considerano un settore di nicchia. Nei mezzi pubblici la sostituzione dei vecchi autobus con il Metano ha trovato singolari resistenze, mentre in alcuni altri paesi si diffondono i bus a Idrogeno, procedendo con crescenti difficoltà a causa della restrizione delle risorse disponibili degli enti locali. Nel breve periodo, in attesa di progettare l’alternativa, la conversione massiccia a gas avrebbe un peso su costi e inquinamento ma malgrado gli incentivi meno di 7 auto su 100 vanno a gas o gpl. Il tema non va per nulla considerato residuale od obsoleto.

6) Sulle auto elettriche e le cosiddette ibride c’è da fare qualche precisazione. Non si sa a che titolo hanno assunto la piena immagine di “mezzi ecologici” ed è difficile trovare una amministrazione comunale nei principali comuni italiani ( centro-destra o centro-sinistra bypartisan) che non abbiano utilizzato un po’ delle (nostre) risorse per appuntarsi al petto qualche decine di “elettriche” a stazionare nelle piazze centrali della città. Anche parecchi “ambientalisti”, senza preoccuparsi dei costi e del numero di utenti , le sostengono in modo acritico. Anche se il rendimento è complessivamente più alto, l’ idea che non inquinino è balzana; intanto non inquinano lì perché la produzione di batterie e di energia elettrica, in parte bruciando ancora i soliti idrocarburi, inquina da un'altra parte. Ma il cosiddetto car-sharing è piccola cosa , comunque mai decollato in Italia. Roma ha al momento 105 elettriche ( per 2,7 milioni di abitanti), Torino 113, Milano 86. Qualche altro centinaio è sparso in giro fra Genova e Palermo. A parte Londra, Parigi e Berlino che sono al top con varie migliaia di elettriche, ad esempio Monaco ne ha 345 (per 841mila abitanti) Bruxelles 227 (per 140mila abitanti). Non si capisce il fascino che il mezzo ha su un ambientalismo all’italiana un po’ sui generis che non si chiede da dove arriva e quanto costa l’energia elettrica che carica le centraline, poche (per fortuna ) e costose, ne quale è la percentuale degli utenti sul totale. Il noto sindaco ambientalista Alemanno, nell’ambito dei programmi per Roma capitale e la candidatura della città per i Giochi Olimpici del 2020 sembra lanciato sulle elettriche: 500.000 euro sono già stati stanziati per l’acquisto di sole 14 elettriche Citroen C-zero ( la Fiat ha altro a cui pensare) ed altre 105 sono previste. Progetti, alcuni davvero strampalati, prevedono risorse non irrilevanti investiti nelle elettriche in varie città italiane, riproponendo comunque l'idea del mezzo individuale per muoversi. A Torino, mentre non più di 4000 persone ha affittato almeno una volta nell'anno una elettrica attraverso il Car-sharing ( cioè almeno il 99% dei torinesi l’ha ignorata) l'Amministrazione aumenta del 50% il costo del biglietto sui mezzi pubblici, non si sa se per assestare i bilanci del comune o rendere più appettibile la parziale privatizzazione prevista delle tre aziende pubbliche della città. In attesa che paesi come Germania, Francia e Inghilterra risolvano i problemi tecnici della mobilità elettrica attraverso le celle ad idrogeno o utilizzando definitivamente le rinnovabili al posto degli idrocarburi per la carica elettrica delle batterie sarebbe forse consigliabile contenere le risorse impegnate in questo settore almeno per qualche anno. Non va dimenticato che al momento l’autonomia delle elettriche è di 130 km (con batterie da 16 KWh) o di 170 km (con batterie più grandi da 30 KWh). Improbabile che, a parte il costo del mezzo, il sistema decolli nei prossimi decenni fra i dieci di milioni di pendolari del nostro paese..

Il risultato di questo modello di mobilità è che paghiamo oggi 1,8 euro per un litro di benzina, passiamo mediamente 15-30 minuti al giorno incolonnati in coda su auto personali, con 1-2 passeggeri a bordo, sulle vie interne o sulle tangenziali delle principali città, e due terzi degli italiani vivono letteralmente in una nuvola di gas e polveri sottili. Con riferimento ai 35 superamenti annui consentiti rispetto al limite di 50 microgrammi /mc di PM10 (polveri sottili), Torino è sopra i 130 superamenti annui ( più di un giorno su tre per tutto l’anno ), Milano e Roma sono appena un po’ sotto, Ancona è arrivata a 141 giorni. La media annuale di PM10 nell'aria che respiriamo è a Torino di 50 mcg/mc seguita da Napoli con 48. A ruota decine di altre città. E se siamo ambientalisti perdiamo il nostro tempo ed energie a discutere di targhe alterne, domeniche ecologiche, allargamenti delle ZTL nei centri cittadini mentre 100 metri più in là succede il finimondo, magari andando allo scontro con le associazioni commercianti che insieme a tanta insensibilità hanno a volte il piccolo argomento a favore che si tratta di iniziative di scarso risultato; dando così un alibi a sindaci e amministrazioni imbelli, che in fin dei conti qualcosa si sta facendo. Gli stessi che però sono impegnati a difendere e prenotare per i prossimi 10-20 anni molte decine di miliardi di euro per costruire un buco di alcune decine di km in Val di Susa, per un ponte che dovrebbe collegare la Calabria alla Sicilia, dare lustro alle nostre metropoli con una decina di grattacieli che ci faranno passare alla storia e approvando centinaia di varianti urbanistiche che aumentano la densità abitativa nelle aree urbane già intasate.

Negli ultimi anni abbiamo quasi completato la rete di base dell’ Alta Velocità ferroviaria con un approccio che coinvolge meno del 10% di chi si sposta nelle medie-lunghe distanze mentre il trasporto pubblico locale stenta a sopravvivere spingendo all’uso dell’auto individuale anche i pochi che per il momento scelgono autobus e treno. Quella minoranza che se lo può permettere però da fine anno ha la possibilità di scegliere sui Freccia Rossa Milano-Roma fra ben quattro classi, con l’ultima (Executive) che vi garantisce anche un menù ideato dal famoso cuoco gourmet Vissani.

LE ALTERNATIVE

Le alternative sono poche, relativamente semplici e neppure nuove; per certi versi è la scoperta dell’acqua calda; con il difetto che contrastano con gli interessi privati e consolidati di alcuni, necessitano di un uso completamente diverso delle risorse e delle priorità, richiedono la cancellazione delle grandi opere e dei grandi progetti che rapinano la gran parte del bilancio dello Stato. Tutto, e tutto insieme, è comunque impossibile fare.

Le alternative si chiamano Reti Metropolitane, Treni ( locali, efficenti, diffusi e puntuali), e infine la Bicicletta.

monorotaia sospesa a Wuppertal (Germania) in funzione nella città dal 1901

1 Con il termine metropolitana si intende un sistema di trasporto collettivo rapido, di massa, a elevata frequenza di corse, circolante in sede propria e senza interferenze ( definito tecnicamente dalle norme UNI 8379 e dalla UITP, Associazione internazionale del Trasporto Pubblico). Di fatto alternativo all’uso dell’auto. Che sia di tipo classico o leggero, sotterraneo, a raso o in sopraelevata, a lievitazione magnetica, tramviario a via preferenziale, la condizione che lo rende un sistema di trasporto efficace e di massa è che sia diffuso a maglie di rete, che si proietti ai sobborghi delle città e si colleghi direttamente ai nodi ferroviari, autostradali, aereoportuali per la mobilità extraurbana di lunga distanza.

L’idea della rete metropolitana è vecchia come il cucco; la prima metropolitana al mondo è stata quella di Londra, The Tube, avviata nel 1863 quando il sindaco dell’epoca, Charles Pearson, stufo del caos insopportabile per le vie del centro anche a causa del viavai tra le varie stazioni ferroviarie della città, fece costruire le prime linee che le collegavano. Fra la seconda metà dell’800 e la seconda metà del 900 il sistema si è sviluppato in decine di nazioni del mondo ed è in piena espansione. Le metropolitane sono costruite in prevalenza a servizio dei maggiori centri urbani e aree metropolitane, ma non c’è nessun motivo che escluda che sistemi di trasporto a rete collettivi non possano anche essere utilizzati in città di molto minori dimensioni, estendendosi verso le città limitrofe, come ibrido ferrovia-metro, spazzando via auto ed altri mezzi inquinanti, pedonalizzando e reinverdendo gran parte dei centri urbani, riducendo costi, tempi e inquinamento. Almeno in parte molte città in paesi di tutte le latitudini del mondo lo hanno fatto o ci stanno provando; tranne l’Italia e pochi altri.











mappa della rete metropolitana di Berlino

Shangai ha 434 km di rete con 12 linee e 273 stazioni , Londra, New York e Tokio hanno estensioni simili, una trentina di città del mondo sono attorno o al di sopra dei 100 km di rete e moltissime sono in costruzione: dall’India, all’Arabia Saudita, a vari paesi dell’Est europeo progettano reti metropolitane. In Italia l’unica “rete” metropolitana di qualche peso è quella di Milano, avviata nel 1964 con 83 km in totale, 3 linee principali e 94 stazioni. Per il resto (Roma, Napoli, Torino ) siamo a piccoli segmenti incompleti di qualche chilometro, siamo fra i 50 e 100 anni in ritardo su molti altri paesi. E i progetti possibili non sono considerate ne emergenza ne priorità.

Praticamente non c’è ne volontà politica ne risorse disponibili; perché…sono impegnate o prenotate dai progetti TAV, Ponte di Messina, Cacciabombardieri ed altre “grandi opere” di questo tipo.E l'auto resta il punto di riferimento principale.

Però l’Italia è un grande costruttore di metropolitane. Ansaldo STS, ( "Trasportation Solutions") sta progettando, realizzando o gestendo, anche con il ruolo di main contractor ( "chiavi in mano"), i sistemi metropolitani di Riad (Arabia Saudita), Copenaghen (Danimarca), Salonicco (Grecia), Birmingam e Manchester (GB), Dublino (Irlanda), Lima (Perù), Taipei (Taiwan). Con qualche spicciolo disponibile, TAV e Ponte permettendo, si occupa anche di qualche km di metro a Roma (linea C), Napoli, Brescia, Genova, Milano (linea 5).


2 Per quanto riguarda l’uso del treno, inteso come mezzo ordinario per il trasporto quotidiano locale, regionale ed interegionale, la situazione è disastrosamente nota. Un sistema di mobilità irrazionale da decenni impegna le risorse sull’auto individuale e le autostrade, che fra l’altro non si comprende perché debbano mantenere un gestione privata che rende un sacco di soldi, per giunta con l’aggiunta di cospicui finanziamenti annuali dello Stato, e dove non si è neanche in grado di rendere il telepass obbligatorio. Impegnando per il futuro gran parte delle risorse, se ci saranno, per TAV e Ponte ne consegue che il sistema ferroviario locale, inteso come mezzo di trasporto adeguatamente collegato alle aree urbane per milioni di utenti, non per una ristretta elite che può permettersi i Frecciarossa, non può che andare in crisi, addirittura con la tendenza alla sua contrazione. L’antieconomicità di varie tratte è semplicemente la conseguenza delle scelte che hanno massacrato la mobilità ferroviaria locale che interessa poco i grandi contractors privati ed i loro collaboratori parastatali. Soltanto rovesciando l’attuale modello di mobilità insostenibile il treno può ridiventare il mezzo prevalente per muoversi nelle medie e lunghe distanze, mentre si è a rischio estinzione se progetti come TAV e Ponte decollassero davvero.

traffico da biciclette nel centro città a Copenaghen (Danimarca )

3 L’uso della bicicletta, come mezzo quotidiano per la mobilità nelle brevi e medie distanze sta esplodendo in tutta Europa e non solo: tre quarti degli abitanti di New York non possiedono un auto e si sono diffusi con successo addirittura i risciò come taxi individuale. In numerose città della Germania si sta abbandonando l’auto, anche a favore della bicicletta. Ad Amburgo, premiata come città verde del 2011, seconda città della Germania dopo Berlino con quasi 2 milioni di abitanti, la bicicletta sta diventando il mezzo principale di trasporto urbano. In Renania-Vestfalia si sta attuando la prima autostrada per bici, lunga 60 km, che collegherà le città di Dortmund e Duisburg. In tutta la Germania ci sono più di 72 milioni di biciclette. L’ uso della bici come mezzo ordinario di movimento in città ( per lavoro e studio) si sta diffondendo in centinaia di città europee e le flotte pubbliche di Bike-sharing si diffondono con migliaia di stazioni di parcheggio che si estendono anche al di fuori delle periferie permettendo il collegamento con i paesi della prima e seconda cintura delle grandi metropoli. Parigi ha una flotta di 20.000 bike e 1800 stazioni di interscambio, Londra più di 6000 con 400 stazioni. Anche Barcellona ha superato le 6000 bike e 400 stazioni. A Copenaghen il 40% degli abitanti usa la bici come mezzo ordinario di spostamento per il lavoro e lo studio.

In Italia il Bike Sharing è circoscritto alle aree centrali di alcune grandi città, ma i numeri sono contenuti, l’uso ha un carattere occasionale, le stazioni di scambio sono al momento troppo poche e scarsamente diffuse verso le periferie. Milano ha circa 1400 bici per l’ affitto e Torino è a circa 500.

Il dato singolare è che il paese europeo che produce più biciclette è proprio l’Italia con 2,4 milioni di bici prodotte all’anno ma che vengono quasi totalmente vendute all’estero. Ne possediamo circa 24 milioni ma le usiamo poco; le piste ciclabili sono ancora poche e soprattutto in gran parte ritagliate ai margini del traffico veicolare che scoraggia l’uso quotidiano e gli spostamenti dei gruppi famigliari e dei bambini. Usiamo la bici per sport e nel tempo libero, pochissimo come mezzo di trasporto quotidiano.

CONCLUSIONI

La mobilità insostenibile è il prodotto di un paese anomalo dove per decenni interessi privati e di pochi hanno travolto e condizionato lo stato e le amministrazioni locali di ogni colore senza alcuna differenza. Dissanguato le risorse nella direzione di scelte irrazionali, producendo ambienti inquinati e insieme l’assuefazione di molti all’idea che non c’è un altro modo di vivere e spostarsi. E’ bene lasciar perdere le piccole battaglie su obiettivi irrilevanti e chiedere azioni di emergenza per il rilancio di metro, treno e bici, azioni essenziali per cominciare a concentrare in direzioni diverse l'attenzione e le risorse sottolineando i dati dell'emergenza.

Bisogna apertamente contrapporre le proposte della Conversione ecologica della Mobilità alla Mobilità Insostenibile. In questo scenario il contrasto alle grandi opere inutili e costose, come la TAV in Val di Susa o il Ponte di Messina, assume un significato strategico che và ben al di là della solidarietà con le popolazioni che dissentono ma permette, insieme a loro, di progettare un paese ed un ambiente diverso dove vivere; per noi, e ancora di più per le generazioni future.

(nella foto iniziale il trambus silenzioso di Bordeaux )

10 gennaio 2012

La costituzionalizzazione del golpe


di Dante Barontini *

Bisogna riconoscere a Ernesto Galli Della Loggia il pregio della chiarezza. E una radicale insofferenza per la democrazia.

Nel suo editoriale di oggi, sul non proprio secondario Corriere della sera, prende atto di un avvenuto cambiamento nella forma di governo e indica la via per renderlo irreversibile. Una sortita che coivolge contemporaneamente il piano istituzionale (e costituzionale), la cultura politica in questo paese e i rapporti tra società e politica. Insomma, i fondamentali.

Il cuore del suo ragionamento è “l'emergenza”, come si conviene per ogni invocazione tecnocratica e un tantinello golpista. Il riconoscimento al governo Monti-Napolitano – direttamente chiamato in causa come coautore della “svolta”, canalizzatore abile del disperato bisogno popolare di una figura carismatica - è per aver inaugurato “un modo nuovo di governare”, che elimina “le snervanti trattative, le infinite mediazioni, le mezze misure”.

È assolutamente vero. I “corpi intemedi” tra la società e il potere statuale sono stati bypassati con il loro stesso consenso, sotto la pressione dell'”emergenza” rappresentata dallo spread. Decenni di poteri e diritti hanno cominciato a essere travolti – siamo solo agli inizi - senza incontrare in fondo molta resistenza. Poteri in gran parte intollerabili (le lobby di interessi marginali come tassisti e farmacisti, le posizioni di rendita a partire dallo strapotere di quella immobiliare, le amministrazioni locali – e centrali - colluse con la malavita organizzata), certo. Ma anche diritti assolutamente fondanti una democrazia all'altezza del nome; da una pensione, un'istruzione e un welfare decenti, a un mercato del lavoro in cui quest'ultimo non sia soltanto “merce”, ma soggetto attivo. L'esempio peggiore viene dal ministro dell'interno, Anna Maria Cancellieri, che equipara come “perturbazioni dell'ordine pubblico” la rapina di Torpignattara e gli scioperi per Fincantieri, il killer fascista di Firenze e le manifestazioni No Tav. Delitto e diritto, stesso problema?

Una caratteristica tutta propria del governo Monti-Napolitano è dunque proprio la “cultura tecnocratica”, che si traduce in un truce tentativo di spazzar via insieme gli uni e gli altri, le pretese degli “intermediatori d'affari” e le conquiste dei lavoratori. Trattandoli come se fossero la stessa cosa, “rendite”, privilegi” e via inanellando falsi ideologici e castronerie fattuali.

Ma tutto questo a Galli Della Loggia non basta. Avverte la fragilità istituzionale e politica – di legittimazione, dunque - di un governo piovuto dai cieli di Francoforte e Bruxelles. E chiede di rendere strutturale questo “golpe gentile”, costituzionalizzandolo. O almeno rafforzando la cornice istituzionale e procedurale che può consentire, una volta scaduto il mandato, di perpetuare quel “modo di governare” che sceglie la classe dirigente dall'alto e non più tramite l'incerta selezione elettorale. Insomma, di “mostrare capacità di decisione, prontezza, non lasciare marcire i problemi, scegliere donne e uomini nuovi”.

Ma come si fa a costituzionalizzare il “governo d'eccezione”? Sono lontani i tempi di Carl Schmitt e del nazionalismo fascista, ma il problema si ripropone. Senza che peraltro si intraveda più un Hans Kelsen, un “cultore delle regole astratte” degne di una democrazia “nei limiti della sola ragione”.

Galli Della Loggia è più terra-terra. Visto che i partiti si sono così graziosamente disposti a farsi da parte nella gestione dell'emergenza, perché non chiedere loro l'ultimo sforzo prima di scomparire? Mettano mano, dunque, a “le regole che presiedono alla formazione e al funzionamento del governo [...] la legge elettorale da un lato e dall’altro le prerogative dell’esecutivo e del suo capo, cioè gli articoli della Costituzione che regolano tale materia”.

Un governo “forte” (anche se torna utile affiancargli ancora l'aggettivo “democratico”), che “va dritto allo scopo”. Inutile chiedere ai golpisti chi decida di quale sia “lo scopo” giusto. È un riassetto di modello sociale e di poteri, mica un pranzo di gala... La “coesione sociale” che ci viene chiesto di rispettare è quella che ci consegna un remo da spingere a tempo, nulla di più.

È un progetto ambizioso, ma con un tallone d'Achille davvero grande: il tempo. Per ora sfrutta al meglio un consenso popolare dovuto al sollievo anti-berlusconiano. Ma, con quel programma di “riforme” sanguinolente, non può durare molto. Si vede già dalla forte riduzione della popolarità di Napolitano, passato dal ruolo di “garante della Costituzione” a suo picconatore finale. Alla mobilitazione sociale e politica spetta quindi il compito di dar battaglia sulle misure concrete. Non tanto per “vincere subito”, quanto per frenare questo impeto golpista, deviarne il corso e il calendario. Fino a farlo deragliare.

* tratto da RIFORME ISTITUZIONALI www.riforme.info 10 Gennaio 2012

8 gennaio 2012

Monti-Armageddon: la teoria del complotto non esiste


di Giovanni Chiambretto *

Alcuni dei commentatori di un mio precedente intervento ( “Monti non è Bruce Willis e non siamo ad Armageddon” ) ventilano benevolmente una mia tendenza al “complottismo”, forse sposando l’idea che se Monti ha sostituito il cattivo Berlusconi qualcosa di buono lo avrà. Se non altro, per cominciare, si presume che non vada a donne e che peggio del Berlusca è impossibile fare, quindi qualcosa di meglio da qualche parte si otterrà. E’ esattamente il contrario ma anni di disinformazione mediatica (tv e giornali) hanno lavorato ai fianchi il nostro cervello e non c’è da stupirsi. Quindi dall’ accusa di complottismo devo difendermi.

Quasi tutta l’informazione giornalistica si sforza di dare l’impressione che le cose succedono solo perché succedono, e non perché qualcuno ne è causa. Si pensa che i complotti massonici si svolgano in buie cantine o che certe cose le abbiano fatte i marziani. Lasciamo fare ai giornalisti il loro onesto lavoro di disinformatori dell’opinione pubblica. Analizziamo invece concretamente quali possano essere realisticamente i meccanismi decisionali delle élites economiche che oggi hanno in mano i destini del pianeta, per il momento cominciando dall’Italia.

Una attenta visita al link allegato ( http://mappadelpotere.casaleggio.it/ ) dà una pallida idea degli intrecci che legano i consigli di amministrazione delle principali società italiane. “Pallida” perché gravemente incompleta. Ad esempio mancano le fondazioni bancarie, gli intrecci con società estere, le consociate estere, le società possedute da società etc. Provate a giocarci, a partire dai Consiglieri di Amministrazione delle varie Società. Noterete rapidamente che si conoscono tutti, che sono sempre quelli, che probabilmente si danno del tu. Chi è in un’impresa di costruzioni, è anche in una o due banche, in una società di assicurazioni e, perché no, già che c’è, in una società editoriale tipo il “Corriere della Sera” ed in una “utility” (come vengono chiamate le ex società pubbliche svendute ai privati nella prima fase delle “liberalizzazioni”).

Il sistema è efficiente in quanto come amministratore di banca posso finanziare la mia società di costruzioni che lavora per la mia utility e sono mediaticamente coperto dal mio giornale. È anche efficiente l’intreccio. Mi spiego: se io fossi proprietario di una società ed il mio concorrente fosse proprietario di un’altra, mors tua, vita mea; ma se io partecipo di quella società e lui della mia, essendo sia io che lui in entrambi i consigli di amministrazione, sarebbe una pace, armata sì, ma sempre pace perché, in una certa misura, i nostri interessi coincidono.

Si tratta quindi tendenzialmente di un oligopolio collusivo. “Oligopolio” perché composto non da uno, ma comunque da pochi che gestiscono e “collusivo” in quanto il comune interesse che li lega concorre ad orientare il loro operare. E’ inoltre evidente che quando si riuniscono non stanno lì a controllare se sono ragionevoli le spese di cancelleria della sede di Genova, o se è equo il contratto per le pulizie degli uffici di Milano. A questo pensano altri. Quando si riuniscono studiano e decidono politiche di investimento, attività di lobbying, scenari industriali, strategie di alleanze. E non si trovano solo ai Consigli d’Amministrazione. Ci sono anche la Confindustria, l’Associazione Bancaria Italiana, le Fondazioni Bancarie, lo yacht di uno o il salotto dell’altro. E sono sempre gli stessi, alcune migliaia di persone al massimo. Con a fianco, magari in famiglia, alcune centinaia di politici (rigorosamente di destra, di centro e di sinistra). Pensare che uno vada al consiglio d’amministrazione di Mediobanca solo perché c’è il gettone di presenza e non aspetti altro che finisca per correre a cena altrimenti sua moglie si risente se arriva tardi è, ovviamente, da escludere.

Tutti questi enti ed aziende hanno centri studi che garantiscono l’assoluta e totale asimmetria informativa rispetto alla gente comune (noi). La Telecom conosce gli aspetti gestionali, economici, tecnici (e non solo) delle Comunicazioni italiane meglio di quanto li conosce il Ministero delle Comunicazioni. E così Mediobanca rispetto al Ministero delle Finanze e così via. Quindi sappiamo chi sono, che si incontrano per discutere e decidere, che controllano gran parte dell’apparato produttivo e finanziario, che controllano e dispongono delle informazioni più aggiornate e complete, che è gente a modo suo competente e che si giovano di collaboratori spesso di alto livello e pagati profumatamente.

È pensabile che non si siano accorti dell’inadeguatezza di Berlusconi? Che non abbiano pensato che lasciarlo andare avanti significava lasciare andare tutto allo sfascio ? (i loro imperi intendo, dell’Italia non importa quasi nulla ). Che non si siano decisi a prendere dei provvedimenti? Conoscono benissimo la natura e le possibilità di tutta la classe politica italiana (dei suoi principali partiti), la sua formazione, la natura dei rapporti che costoro hanno con la società civile. Sanno benissimo che è gente spesso rapace ma assolutamente incapace, inaffidabile, incompetente, sempre meno credibile agli occhi della maggioranza dell’opinione pubblica. E allora cosa potevano fare se non costruire una alternativa “tecnica”, non convenzionale, per rimettere sui binari le cose? Con successive mediazioni per mettere d’accordo destra, centro e sinistra, delicate trattative con altri players esterni, come il Sistema bancario europeo (che avrà avuto delle garanzie) o la Curia vaticana o la Presidenza della Repubblica.

Ma alla fine, presumibilmente nell’estate del 2011, si deve essere trovato l’accordo che ha consentito un insieme sequenziale di azioni mediatiche e di pressioni finanziarie ( magari lo spread ) che ha fiaccato Berlusca, incrinato le alleanze su cui si basava, ricattato l’intera società politica. L’alternativa a Berlusconi era pronta ed è stata portata al settimo cielo da un mondo mediatico quasi unanime, generalmente acritico, addirittura patetico e subliminale nel garantire l’ineluttabilità del percorso, la santità del personaggio, la certezza del risultato. Mistificazioni allo stato puro. Un’operazione politica condotta con tempismo e competenza che ha aperto una fase nuova e completamente diversa della vita sociale ed economica del nostro paese.

Mutatis mutandis esattamente quello che fece Berlusconi 17 anni fa.

Vogliamo trovarci ancora una volta impreparati?

Il panorama non si limita all’Italia. Siamo in un mondo globalizzato. Abbiamo una moneta che condividiamo con altre nazioni, i mercati finanziari sono senza confini nazionali, il commercio di merci e di esseri umani ( che assomiglia sempre più alla tratta ) attraversano l’insieme del pianeta. Alcuni di questi personaggi sono inseriti in circuiti di concertazione internazionali. Non credo che Draghi andasse a Davos perché gli piaceva la montagna o Monti andasse alle riunioni del Bilderberg perché aveva un’amante segreta o altri agli incontri della Trilaterale perché c’era un ristorantino dove cucinano bene il pesce… (e queste sono solo alcune delle sedi di cui si è al corrente). Non dimentichiamo il ruolo delle grandi banche americane. Hanno lavorato per Goldman Sachs Draghi, Monti, anche il nuovo presidente del consiglio greco Papademos, una fotocopia di Monti.

Quello che dovrebbe fare più riflettere è il successo professionale che hanno avuto anche molti dirigenti della Lehman Brothers, fallita due anni fa. Il vice presidente di allora è amministratore delegato di Nomura (la più grande banca d’affari giapponese) e recentemente l’ex presidente della filiale spagnola e portoghese di Lehman Brothers, Luis de Guindos, e' stato nominato nuovo ministro dell'Economia del governo spagnolo. Un caso?

Ci spingono a pensare che la grande finanza si comporti come si amministra una famiglia; in realtà le dinamiche sono molto diverse come è molto diverso quello che vogliono farci credere da quello che sta accadendo in realtà. In conclusione: non c’è alcun complotto e non siamo “complottisti”: semplicemente alcuni portatori di interessi ( che sono i loro, non i nostri, non quelli degli europei né quelli del pianeta ), che dispongono di mezzi, capacità politica, intuizione strategica, adeguate alleanze, sono entrati in gioco in prima persona per pilotare un percorso politico coerente con la tutela dei loro interessi. Tutto il resto è paccottiglia giornalistica prezzolata.

Una seconda visita è necessaria: la biografia politica più completa che ho trovato dei “tecnici” che fanno parte del ministero Monti: (http://www.pmli.it/biografieministrimonti.htm). L’atmosfera del sito, lo ammetto, è un po’ folkloristica e datata, ma il lavoro è serio. La raccomando, almeno un paio di pagine… Ne emergono, per la maggior parte personaggi ( i neoministri ) che hanno già avuto a che fare non solo con le istituzioni, ma anche con la politica vera e propria. È esattamente l’espressione istituzionale di quell’oligopolio di cui si parlava prima.

In quanti sanno che il ministro Catricalà è stato per anni il braccio destro di Letta, è stato capo di gabinetto di Andreotti, Dini e Prodi, lui l’inventore dell’espediente che non mandò Rete4 sul satellite?

Che la Cancellieri, all’epoca prefetto a Genova diede scalpore sostenendo che da loro la mafia non esisteva, prima di andare a gestire, tragicamente, l’emergenza rifiuti in Sicilia ?

Che il ministro Di Paola, all’epoca capo della Difesa ( prima con Berlusca poi con Prodi ) è quello che nel 2002 firmò il primo memorandum d’intesa per gli F-35?

Che la Di Benedetto, in quota UDC (avvocato, oggi Ministro della Giustizia ) ha difeso nei processi i più indifendibili ( Acampora di Fininvest, Caltagirone su Enimont, Caliendo sull’affaire P3 e , leggeteveli, tantissimi altri )?

Che la Fornero era consigliere comunale (Alleanza per Torino, per Castellani, il gestore del capolavoro olimpico piemontese ) e che da sempre in quanto “esperta” di pensioni, ha teorizzato la fascia flessibile 63-70 anni, spiegandola anche al marito, Mario Deaglio, economista nonché editorialista de La Stampa ?

Che Profumo, ex rettore del Poli di Torino sta anche nei consigli di amministrazione di quasi una decina di società private ( da Telecom a Fidia, a Pirelli etc.. ) ?

Forse il più noto è Clini, neoministro dell’Ambiente, laureato in Medicina e Chirurgia , per 20 anni Direttore inamovibile del Ministero dell’Ambiente, dal quale ha ininterrottamente esaltato le scelte strategiche di nucleare, inceneritori e ogm. Se avete la vocazione al martirio leggetevi tutto il resto di questo governo di “buoni” nell’allegato...

Nel sentire comune con “politica” si dovrebbe intendere il confrontarsi su valori e prospettive che sostengono gli assetti della società, le condizioni del comune benessere, gli equilibri della convivenza civile e del pianeta. La “democrazia” poi dovrebbe garantire, attraverso regole condivise, la partecipazione ed il consenso. Tutti noi viviamo (almeno fino ad un po’ di tempo fa vivevamo) i riti della politica come qualcosa che dovrebbe essere neutrale, oggettivo, quasi sacro. Siamo orgogliosi quando si vince, accettiamo le sconfitte, sapendo che un’altra volta andrà diversamente.

Ma nelle moderne società industriali e nella specificità italiana poi, c’è un’altra categoria di persone: né di destra né di sinistra ma che definirei “i governativi”. Mi spiego: interi gruppi sociali basano la loro stabilità nell’essere governativi. Faccio un esempio: la malavita organizzata non è né di destra né di sinistra. Quando partecipa alle elezioni è per partecipare direttamente o indirettamente al potere delle istituzioni di cui ha necessità per consolidare se stessa, le proprie dinamiche, il proprio futuro. Se ci sono le liste bloccate si preoccupa di bloccare i suoi, se si tornasse alle preferenze organizzerà le preferenze per i suoi ( lo ha fatto per 40 anni, ma gli italiani se lo sono dimenticato.. ).

L’interazione con lo stato è un elemento necessario e decisivo di percorsi imprenditoriali, associativi, lavorativi, di gruppi o di individui. Mi riferisco al vecchio “Francia o Spagna, basta che se magna”. Non importano i valori, la sacralità delle istituzioni, le prospettive del benessere comune. Ancora di più in periodi di crisi.

La nostalgia del “grande centro” non è altro che questo. La breve, e devastante, stagione della commedia del bipolarismo all’italiana sta finendo. Il governo Monti sta ponendo le basi di una nuova versione del grande centro che potremmo chiamare “chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori”, (concetto subito afferrato dai nostri Bersani e Alfano, c’entra abbastanza poco con Casini ), oppure: “il grande centro che governa e le periferie che subiscono”. Questa è un’ipotesi di lavoro da tenere presente quando si analizzerà l’evoluzione del palcoscenico della politica o le formule che si concorderanno per modificare la legge elettorale, che è il vero problema al centro della politica italiana dei prossimi 12 mesi. Il nucleo promotore dell’operazione politica che ha sbaraccato Berlusconi ha una base ristretta, per quanto intrinsecamente potente, ma ha bisogno di allargarsi e consolidarsi aggregando tutto quel mondo la cui prosperità dipende dalla partecipazione al potere statale, a qualunque costo. Quello che stupisce è il silenzio attonito della maggioranza degli italiani di fronte a questo completo cambiamento di prospettive da cui non c’è da aspettarsi nulla di buono.

In questa fase di passaggio se una forte iniziativa potesse rendere cooperanti tutti quei segmenti di società che chiedono e praticano (nel loro specifico o locale) un ritorno a valori realmente democratici nei rapporti sociali, in quelli economici, nella gestione dello stato, sarebbe possibile arrivare alla scadenza elettorale del 2013 in una situazione che nessuno si aspetterebbe ( che loro in particolare non si aspetterebbero). Un progetto inclusivo potrebbe convincere se non la maggioranza degli elettori per lo meno una grande minoranza, tanto grande da essere determinante nelle scelte su cosa sarà l’Italia del dopo Berlusconi. Se invece di organizzare forum, partitini e congressini , rifondare sinistre affondate, scrivere libri o statuti-non statuti, alimentare il proprio più o meno modesto io mediatico, inventare reti civiche o ecologiste insignificanti, qualcuno se ne facesse carico, farebbe la differenza.

Concludo facendo notare che i due link che ho sopra invitato a visitare e che aiutano a capire come sta girando il paese, sono uno dell’area di Grillo (Casaleggio) e l’altro dell’area di Rifondazione Comunista, meglio della sinistra che più estrema non si può (Il Bolscevico). Solo per ragioni di spazio non ne citiamo alcuni altri di diversa connotazione politica.. Ma avrebbero potuto essere di un serio militante dell’IDV, di SEL, dei Verdi, addirittura di un piddino anomalo o di qualche civico di solide letture… . Tutto un arcipelago costituito da microstrutture con propri riti, regole e “non regole”, leaderini, ossessioni, fantasmi, convenzioni, anche trasformismi diffusi… E tutti detentori di un brandello di verità che pretendono essere tutta la Verità, incomunicanti, a volte addirittura impermeabili ai movimenti a cui si ispirano , i quali a tratti hanno scosso l’intera società italiana.

La domanda che pongo a tutti i militanti ed ai simpatizzanti di questo stravagante arcipelago è: come si fa a non vedere che l’Italia ha bisogno subito di una “cooperativa dei buoni”, un riferimento politico realista, laico e unico ? Che se si arrivasse ad un polo unico alternativo aggregato e amalgamato sull’ idea del rinnovamento, della conversione ecologica, del recupero della democrazia sostanziale, ci sono tutte le condizioni perché si sprigionino le energie, le competenze, le personalità necessarie a creare una situazione completamente nuova nel 2013 ? Come si fa a non vedere che, neanche tentando un tavolo di confronto, se si condanna ad una permanente frammentata irrilevanza l’espressione politica di un terzo dell’elettorato, la storia dei prossimi 15-20 anni è già scritta, come accadde quando il Cavaliere scese i campo venti anni fa?

* del Gruppo delle Cinque Terre (Lombardia)

6 gennaio 2012

Referendum elettorali… incredibile!


Nei prossimi giorni (mercoledì ) la Corte Costituzionale (15 membri) si esprimerà sui referendum elettorali di Veltroni-Segni-Parisi pro mattarellum , inventati in agosto per fermare quello proporzionale di Passigli e non si sa in realtà da chi ispirati.
La Corte sembra divisa, sei favorevoli, cinque contrari e quattro incerti, con forti dubbi sulla costituzionalità di tutta l’operazione referendaria che come il sacro Graal darebbe vita eterna ai due principali partiti italiani, a discapito di tutti gli altri, con un grande contributo alla disinformazione degli italiani, raccontando la favola che con il referendum tornerebbero le preferenze invece delle liste bloccate, favola bevuta dal milione e più di firmatari del referendum che non hanno la minima idea di cosa hanno firmato.

Con un piccolo particolare: in silenzio, con scarso rilievo sui giornali, soprattutto senza spiegarne le conseguenze, in ottobre alla Camera PDL e PD, attraverso un accordo diretto fra Franceschini e Cicchito, hanno nominato, fra i cinque membri di nomina parlamentare alla Corte ( in sostituzione di uno in scadenza), Sergio Mattarella , noto ministro all’epoca DC, attualmente senatore del PD. Votazione ripetuta quattro volte, con notevolissime tensioni dentro entrambi i due partiti principali e l’opposizione di IdV, Radicali ed API.

Alla fine Mattarella è stato eletto per un pelo, con il riconteggio delle schede, grazie all’accordo di ferro PDL-PD, con un solo voto di scarto, di fatto quello di Marianna Madia giovane deputata PD, dalemiana di ferro, accorsa all’ultimo minuto malgrado un cesareo da poco subito.

Chi è Sergio Mattarella ? L’estensore della vecchia legge del Mattarellum, naturalmente ! Quella che sostituì nel 1993 la legislazione vigente dal 1946 sbaraccando il proporzionale della Costituente ed introducendo il maggioritario attraverso i collegi uninominali. Di cui, a seconda delle stagioni, si avvantaggiarono PD o PDL fino al 2005. Mattarella è il sesto che al momento fa pendere per il sì la Consulta…

Bisogna riconoscere che nel PDL e nel PD ci sono dei veri professionisti …dell’imbroglio…

(mm)