12 febbraio 2024

La rivolta dei trattori. Di chi è la colpa?

(di Francesca Basso e Milena Gabanelli - corriere.it - 12 febbraio 2024 )

Le proteste cominciate in gennaio in Germania si sono allargate a macchia d’olio al resto d’Europa: FranciaBelgioOlandaSpagnaPortogallo. E poi sono arrivate quelle italiane: hanno puntato su Roma ma sono arrivate fino a Sanremo. Un malcontento diffuso anche in RomaniaPoloniaUngheriaBulgariaSlovacchia. Ci sono ragioni che accomunano le proteste degli agricoltori europei, ci sono ragioni nazionali, e altre difficili da attribuire a qualcuno.

Il Green Deal diluito

Vengono contestate le soluzioni ambientali individuate da Bruxelles per tagliare entro il 2030 le emissioni di CO2 del 55% rispetto al 1990 e raggiungere la neutralità climatica entro il 2050: tutti i settori vi devono contribuire. Il primo motivo di scontro è stato l’aggiornamento della direttiva sulle emissioni industriali, che ha l’obiettivo di prevenire e ridurre l’inquinamento provocato dai grandi impianti, compresi quelli zootecnici: «la stalla deve comportarsi come una fabbrica, con tutti gli adempimenti sulla sostenibilità». Il mondo agricolo si è messo di traverso e nell’accordo finale raggiunto il 28 novembre scorso gli allevamenti intensivi di bovini sono stati stralciati dal testo. Il secondo è la legge sul ripristino della natura, proposta dalla Commissione Ue il 22 giugno 2022, per riparare almeno il 20% delle superfici terrestri e marine dell’Ue che versano in cattive condizioni. Per il comparto agricolo chiedeva di portare dall’attuale 4% fino ad almeno il 10% la superficie di terreno agricolo da non coltivare entro il 2030 (ma era a discrezione degli Stati indicare la percentuale ). Lo scopo è favorire la riproduzione della fauna e degli insetti impollinatori (api, coleotteri, sirfidi, falene, farfalle e vespe). Senza impollinazione è a rischio la crescita delle piante e la sicurezza alimentare. Per gli agricoltori il provvedimento metteva invece a rischio la produttività dell’Ue. Questa parte è stata stralciata dal testo finale nel novembre scorso. Il Parlamento Ue ha invece rigettato il 22 novembre il regolamento che puntava a dimezzare l’uso dei pesticidi entro il 2030, a favore di metodi alternativi. Una misura necessaria a proteggere la fertilità dei terreni, la salute dei coltivatori e la salubrità dei prodotti, ma gli agricoltori l’hanno contestata in tutte le sedi, e il 6 febbraio la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ne ha annunciato il ritiro. Sempre il 6 febbraio la Commissione Ue ha anche annunciato i nuovi obiettivi climatici Ue al 2040, che prevedono un taglio del 90% delle emissioni rispetto al 1990, ma ha evitato di indicare quel 30% per l’agricoltura che invece era presenti in una bozza iniziale.


 

Mercosur e prodotti ucraini

L’accordo di libero scambio con il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) è da sempre nel mirino del mondo agricolo europeo, in particolare francese, che teme l’impatto delle importazioni. Pochi giorni fa la Commissione ha ammesso che non ci sono le condizioni per chiudere il negoziato. Poi c’è la questione dei cereali ucraini diretti in Africa. Chiuso il porto di Odessa è stato aperto un corridoio di transito via terra. Il problema è che alcuni container si fermano sui mercati polacchi, ungheresi, francesi, italiani. Il grano ucraino già costa meno, in più l’abbondanza di prodotto fa calare i prezzi. Un danno per i produttori di cereali, ma un vantaggio per gli allevatori che comprano il mangime a un prezzo più basso (che tuttavia si sono uniti alle proteste). Il 31 gennaio scorso l’Ue, per proteggere le produzioni agricole comunitarie di cereali ha introdotto un meccanismo di salvaguardia rafforzata sulle importazioni dall’Ucraina di prodotti a dazio zero, ed è previsto un «freno di emergenza» anche per il pollame, uova e zucchero.

La burocrazia della Pac

La Politica agricola comune (Pac) esiste dal 1962 per aiutare i contadini, stabilizzare i prezzi e garantire la sicurezza alimentare. Nel corso degli anni ha subito molti cambiamenti, ma la svolta cruciale è del 2023: per l’erogazione dei fondi occorre una maggiore attenzione alla questione climatica, anche perché gli agricoltori, causa siccità e alluvioni, sono i primi a pagarne il prezzo. Oggi la Pac vale un terzo del bilancio dell’Ue: per il periodo 2021-2027 si tratta di 386,6 miliardi più 8 miliardi provenienti da Next Generation Eu per aiutare le zone rurali a realizzare la transizione verde e digitale. Di quei fondi 270 miliardi sono per il sostegno al reddito degli agricoltori. All’Italia andranno 37,1 miliardi, alla Francia 64,8, alla Germania 42,5, alla Spagna 45,5 e cosi via. Per ottenere questi fondi occorre rispettare le condizionalità sull’uso di fitofarmaci, terreni a riposo ecc. Il problema per i piccoli agricoltori è la burocrazia lunga e gravosa. Critica accolta: entro il 26 febbraio la presidente von der Leyen presenterà al Consiglio Agricoltura delle proposte per ridurre gli oneri amministrativi. Inoltre la Commissione ha proposto di congelare per un altro anno l’obbligo di mettere a riposo almeno il 4% delle superfici coltivate per poter ottenere gli aiuti Ue previsti dalla PAC.

Richieste nazionali

Oltre alle proteste contro le politiche Ue, dove gli agricoltori hanno portato a casa diversi risultati, ci sono quelle contro i governi nazionali. In Germania a innescare la miccia è stato lo stop al «diesel calmierato» per i trattori (su cui poi il governo ha fatto una parziale marcia indietro). In Francia non vogliono gli aumenti delle imposte sul gasolio agricolo e sanzioni alle imprese che non rispettano la «legge Egalim», che regola e protegge il guadagno degli agricoltori nei confronti della grande distribuzione. Il nuovo premier Gabriel Attal ha promesso dieci misure con effetto immediato, tra cui semplificazioni amministrative per aiutare le piccole imprese a ricevere prima gli indennizzi dalle calamità naturali, e «clausole specchio» negli accordi di libero scambio (i prodotti agricoli importati devono soddisfare gli stessi standard di produzione europei). In Olanda il malcontento è iniziato nel 2022 quando il governo Rutte decise un piano di abbattimento dei capi di allevamento del 30% per ridurre le emissioni. In Belgio i contadini valloni chiedono l’adeguamento all’inflazione e la compensazione economica per tutti i vincoli.

Le richieste in Italia

Gli agricoltori italiani, oltre alle questioni comuni a tutti i Paesi Ue, pressoché tutte superate, si sono diretti in massa su Roma. Per chiedere cosa? Prezzi più giusti all’origine. L’ortofrutta, per esempio, quando arriva sullo scaffale del supermercato ha avuto un ricarico del 300% rispetto alla miseria pagata al produttore. Non solo: quando troviamo un prodotto in offerta lo sconto viene fatto pagare sempre al produttore.

Lo hanno fatto i piccoli coltivatori di mele della Val di Non: si sono consorziati e il prezzo di vendita alla Gdo (grande distribuzione organizzata) lo decidono loro. Altro discorso sono le aste al ribasso: la Gdo decide il prezzo iniziale e chi fa il ribasso maggiore entra sullo scaffale. Una pratica sleale stoppata da una nuova direttiva europea, ma che andrebbe potenziata. Un altro tema caldo è la redistribuzione dei fondi Pac. Dei circa 37 miliardi che arrivano nel nostro Paese spalmati su 7 anni, una quota è destinata ai campi coltivati. Da decenni il regolamento europeo parla chiaro: i fondi devono essere assegnati equamente. Tutti i Paesi si sono adeguati tranne l’Italia, dove un ettaro di terreno seminato al Sud riceve meno fondi rispetto a quello del NordPer riequilibrare bisogna togliere agli agricoltori del Nord, che ovviamente si oppongono. L’inadempienza però ci espone alla procedura di infrazione. Infine il coro che da ogni parte si leva : «tasse troppo alte». Vediamo.

Irpef sul reddito agricolo

Le imprese agricole individuali e a conduzione familiare hanno sempre pagato l’Irpef sui redditi dominicali e agrari definiti dal catasto in base alla superficie e al tipo di coltura dichiarata. Si tratta di importi modesti proprio perché non calcolati sui redditi reali. Nel 2016 il governo Renzi, con la legge n. 232 decide l’esenzione totale dell’Irpef. Prorogata poi dai governi successivi fino al 31.12.2023. Nella categoria ci sono i produttori di vino e i vivai che non hanno redditi risicati all’osso. A partire da quest’anno il governo Meloni ha deciso di non prorogare, scatenando la rabbia degli agricoltori. Ma quanto pesa sulle loro tasche? Dalla relazione tecnica alla legge di bilancio 2022 sappiamo che un anno di esenzione Irpef impatta sulle casse dello Stato per 127,7 milioni di euro, più 9,4 di addizionali regionali e 3,6 comunali. Totale 140,7 milioni di euro. Considerando che dai dati Istat le imprese agricole individuali e a conduzione familiare sono 1.059.204, vuol dire che in media dovrebbero pagare di tasse ognuna, all’anno 132,9 euro. Dal loro punto di vista sono troppi. E infatti la premier ci ha ripensato. In tutti i Paesi Ue gli agricoltori pagano le tasse in base ai loro redditi reali.

Redditi in crescita

Se si esclude il 2020, quando c’è stata una battuta d’arresto a causa del Covid, a partire dal 2013 il reddito medio per agricoltore nella Ue è cresciuto. Nel 2021, secondo i dati della RICA (rete d’informazione contabile agricola), ammontava a 28.800 euro. Dentro c’è un 10% di aziende agricole con un reddito superiore a 61.500 euro e un 10% fatica a raggiungere il pareggio (con in media meno di 800 euro per lavoratore). Tra i Paesi Ue ci sono differenze significative: Danimarca, Germania nord-occidentale, Olanda e Francia settentrionale vantano i redditi per lavoratore più elevati mentre in Romania, Slovenia, Croazia e Polonia orientale sono più bassi. In Italia la media arriva a 36 mila, con le regioni del Nord a quota 40 mila.

Gli aiuti straordinari

Nel periodo 2014-2023 Bruxelles ha stanziato 500 milioni per aiutare i produttori di frutta e verdura fresca colpiti dal divieto russo sulle importazioni dall’Ue; 800 milioni per stabilizzare il mercato lattiero-caseario e sostenere il reddito complessivo degli agricoltori per far fronte alle perturbazioni del mercato; 450 milioni per sostenere il settore vitivinicolo di fronte agli impatti del Covid e alle sanzioni commerciali; 500 milioni per sostenere i produttori più colpiti dalle gravi conseguenze della guerra in Ucraina e 156 milioni per gli agricoltori di Bulgaria, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia, i paesi più colpiti dall’aumento delle importazioni di cereali e semi oleosi dall’Ucraina; 330 milioni per gli agricoltori di 22 Paesi che hanno visto aumentare i costi di produzione e subito l’impatto di eventi meteorologici estremi.

Il dialogo mancato

Le ragioni di un malessere così diffuso sono tante e complesse, ma è troppo facile dire che tutte le colpe sono da addossare alle politiche europee o ai singoli governi.

La politica, che ora sta strumentalizzando le proteste in corso, dovrebbe invece mettere in campo le competenze migliori per trovare soluzioni praticabili. Significa conoscere il settore e confrontarsi con esso. Lo ha riconosciuto anche la presidente von der Leyen: «Per andare avanti sono necessari più dialogo e un approccio diverso». Poi però tutti devono fare la loro parte e non dire solo dei «no».                

 ( dataroom@corriere.it )

 

1 febbraio 2024

Divorzio in Africa occidentale

Con una dichiarazione trasmessa in contemporanea sulle tv pubbliche nazionali, le giunte militari di Mali, Burkina Faso e Niger hanno annunciato l’uscita dalla Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Cédéao, in inglese Ecowas), che riunisce quindici paesi, da Capo Verde alla Nigeria.

Dopo una serie di recenti colpi di stato, i tre paesi sono guidati da governi di transizione in mano a militari. Spesso si sono scontrati con l’organizzazione regionale, che ha usato la minaccia delle sanzioni per convincere le nuove autorità a cedere il potere ai civili, invitandole ad accelerare il ritorno all’ordine costituzionale. La Cédéao aveva già sospeso i tre paesi, insieme alla Guinea, imponendo sanzioni economiche e amministrative. Nel caso del Niger era arrivata a prospettare un intervento militare per riportare al potere il presidente deposto, Mohamed Bazoum, alzando la voce anche per scoraggiare eventuali tentativi di golpe in altri stati. 

Di fronte a questi tentativi di isolamento, i tre paesi hanno stretto i ranghi e nel settembre 2023 hanno formato una loro organizzazione, l’Alleanza degli stati del Sahel, con la promessa di aiutarsi a sconfiggere le rivolte armate (non ultima quella dei gruppi jihadisti) e di affrontare insieme eventuali aggressioni esterne.

 

Sul piano strategico e militare, l’uscita dei tre paesi complica la lotta contro i gruppi jihadisti, che nelle intenzioni del presidente di turno del blocco, il nigeriano Bola Tinubu, doveva vedere un ruolo più centrale della Cédéao dopo il ritiro di molti contingenti internazionali. Simbolicamente, è l’ennesima denuncia della presenza francese in Africa dopo la fine della colonizzazione, e un’apertura alla Russia, che si presenta come nuovo partner dei paesi africani. La settimana scorsa a Ouagadougou è arrivato per la prima volta un contingente russo degli Africa Corps, l’organizzazione che sta cercando di rilevare le attività della compagnia di sicurezza privata Wagner, dopo la morte del fondatore Evgenij Prigožin.   

Sui mezzi d’informazione della regione l’annuncio ha suscitato reazioni contrastanti e molti dubbi perché – oltre al significato simbolico e politico – l’uscita avrà conseguenze sulla vita delle persone creando “una crisi politica ed economica senza precedenti”, scrive Jeune Afrique. La Cédéao, nata nel 1975, è infatti considerata un modello d’integrazione economica. Tra gli stati che ne fanno parte c’è la libera circolazione di persone e merci, mentre gli scambi commerciali e di servizi ammontano complessivamente a quasi 150 miliardi di dollari all’anno. Nel corso degli ultimi decenni sono stati fatti progressi nell’armonizzazione delle politiche nazionali, delle regole e delle strategie di sviluppo; sono state realizzate importanti infrastrutture ed è stato creato un mercato unico dell’energia. È in cantiere anche una moneta unica, l’eco, per sostituire il franco cfa.

L’uscita dei tre paesi dalla Cédéao non sarà immediata: dalla notifica formale dell’uscita, dovrà passare un anno. “Sarà un lungo periodo di negoziati, che alcuni paragonano a quelli tra il Regno Unito e l’Unione europea ai tempi della Brexit”. 

da Africana-Internazionale - 1 febbraio 2024

I tre volti di Hamas tra identità e ideologia

di Marco Mayer  *

Leader politici impegnati all’estero, attività di beneficenza e Brigate Qassam, che in trent’anni hanno assunto un peso politico sempre più rilevante all’interno dell’organizzazione. L’analisi di Marco Mayer

La mia analisi delle dinamiche intra-palestinesi era errata, ma ho realizzato il mio errore solo il 7 ottobre 2023. Fino a quel momento, come la maggior parte dei politici e degli analisti, credevo ancora nella possibilità di un processo di riconciliazione tra le due principali fazioni palestinesi. Nel triennio 2007-2009, ho verificato sul campo l’escalation del feroce conflitto fratricida tra Hamas e Fatah. Nonostante la sua violenza estrema, consideravo tale rivalità prevalentemente di natura politica, credendo che potesse essere mitigata per raggiungere un accordo tra le due fazioni sulla soluzione a due Stati. Una prospettiva a cui il generale Omar Suleiman, capo dei servizi segreti dell’Egitto sotto il presidente Hosni Mubarak, ha lavorato instancabilmente per anni, senza successo.

Durante il governo di unità nazionale dell’Autorità Nazionale Palestinese guidato da Hamas tra il 12 e il 14 giugno 2007, i miliziani delle Brigate Al Qassam hanno preso il totale controllo della Striscia di Gaza dopo aver ucciso o ferito gravemente circa 700 membri delle forze di sicurezza della ANP. Questo dominio è perdurato per i successivi 17 anni. Ancora oggi, non è chiaro perché Hamas, essendo al potere dal 17 marzo 2007 con il primo ministro Ismail Haniyeh, abbia deciso di attuare il colpo di stato a Gaza.

La mia ipotesi è la seguente: l’attuazione degli accordi di Oslo nel settore della sicurezza, in particolare l’addestramento delle forze di sicurezza palestinesi da parte dell’Occidente, potrebbe essere stata percepite come una minaccia esistenziale da parte di Hamas (e forse anche da Teheran) alla loro dominazione politico-religiosa sulla Striscia, una base logistica indispensabile per combattere Israele. La battaglia fratricida nel giugno 2007 è stata estremamente cruenta, con Hamas che ha utilizzato feroci tecniche di combattimento per sconfiggere i “fratelli” palestinesi fedeli ad Abu Mazen. Purtroppo, poco è stato scritto su questo importante capitolo storico, e sarebbe utile che i giornalisti intervistassero i poliziotti dell’ANP sopravvissuti, costretti a trascorrere le loro giornate su una sedia a rotelle dall’evento tragico. Ricordo che la crudeltà delle Brigate Qassam, specialmente di alcuni reparti speciali, ha colpito profondamente i medici palestinesi che hanno curato le loro ferite. Alcuni si sono chiesti dove e come i miliziani di Hamas abbiano imparato tali feroci tecniche di combattimento. Con il senno di poi, possiamo affermare che la crudeltà emersa negli scontri del 2007 è stata un segnale sottovalutato dalle analisi politiche e di intelligence. In generale, forse distratti dalle vicende dei foreign fighters e dello Stato islamico, è mancata un’analisi accurata e un monitoraggio costante sulle caratteristiche identitarie di Hamas, in particolare dei suoi combattenti.

Hamas presenta tre volti distinti. Il primo, decisamente fuorviante, è rappresentato dalle immagini dei leader politici a Doha, Damasco, o durante le loro missioni all’estero in luoghi come il Cremlino, l’Iran e la Turchia. Il secondo volto è quello della beneficenza, al-Mujamma‘ al-Islāmī, dalle origini agli sviluppi iniziali (1973-1984), un’organizzazione religiosa di tipo solidaristico che fornisce aiuti concreti alla popolazione, combatte la diffusa corruzione nei ranghi dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina e difende le ragioni di Gaza rispetto alla rivale Ramallah. Il terzo volto prende forma nel 1992 con la fondazione delle Brigate Qassam, il braccio religioso/armato che in trenta anni ha assunto un peso politico sempre più rilevante all’interno di Hamas. Come evidenziato dal loro sito web, le Brigate Qassam hanno una forte impronta messianica, ricca di richiami di matrice religiosa.

In Israele, i politici che si sono opposti all’ipotesi dei due stati hanno spesso equiparato le Brigate religiose Qassam di Hamas alle Brigate secolari di Al Aqsa fondate nel 2000 dai leader di Fatah. Questa equiparazione è un errore, poiché, anche in presenza di azioni terroristiche simili, le motivazioni ideologiche dei miliziani giocano un ruolo significativo, plasmando l’identità e influenzando i comportamenti dei combattenti. È difficile negare che, quando la fede nella vita eterna è coinvolta, i processi di de-radicalizzazione diventano molto più complessi. Mentre non posso fornire una percentuale esatta, è evidente che una grande parte dei miliziani delle Brigate Qassam desidera morire in combattimento, certi di raggiungere il Paradiso dopo aver inflitto il massimo danno ai nemici.

Non voglio stigmatizzare l’Islam, ma sottolineare il ruolo del fondamentalismo religioso e il suo potenziale incitamento alla violenza e alla guerra. Le comunità religiose dovrebbero prestare molta più attenzione agli effetti indesiderati della fede; in caso contrario, chi sostiene che i secoli passati dalla notte di San Bartolomeo (23/24 agosto 1572) siano passati invano potrebbe avere ragione.

Venerdì a Firenze, nell’aula magna dell’Università su iniziativa della rettrice Alessandra Petrucci, il Rabbino Gad Piperno, l’imam Izzeddin Ezil e padre Bernardo Gianni incontreranno gli studenti. Sono sicuro che ognuno di loro evidenzierà il lato dialogante della propria fede, ma la storia ci ha consegnato anche un lato oscuro che non può essere ignorato.

Marco Mayer è Adjunt Professor presso la Scuola Superiore Sant' Anna di Pisa dove insegna Cyberspace and International Politics. Nel corso della sua attività professionale ed accademica si è prevalentemte occupato di relazioni internazionali con particolare riferimento a Peacekeeping, Security, Intelligence, Human Rights e Multi-track Diplomacy. Dal 1999 al 2002 ha lavorato in Kosovo presso la missione delle Nazioni Unite. Negli ultimi anni la sua attività di ricerca si concentra sugli sviluppi della politica internazionale nell' era digitale e nel gennaio 2014 ha presentato i suoi più recenti lavori al MIT. Dal luglio 2014 è, inoltre, membro del Roster of Experts del Consiglio di Sicurezza dell'Onu (Security Council Affairs Division-SCAD).

* da www.formiche.net - 1 febbraio 2024

21 gennaio 2024

Guatemala: Arevalo c’è, ma il suo governo giura solo all’alba

Guatemala. Insediamento del neo-presidente ostacolato fino all'ultimo. Destra scatenata al Congresso, i capi di stato invitati costretti a una lunga anticamera

di Gianni Beretta *

È successo di tutto domenica in Guatemala per l’assunzione a capo di stato di Bernardo Arevalo. Il suo predecessore Alejandro Giammattei, alla testa del cosiddetto pacto de los corruptos, avrebbe dovuto trasmettergli la fascia presidenziale, ma neppure si è palesato. Mentre a sovraintendere all’investitura doveva essere da protocollo il presidente del nuovo parlamento; a sua volta da nominare la mattina stessa.

Nella prima sessione della nuova assemblea legislativa è invece scoppiato il putiferio. La destra ha tentato di nominare un direttivo a propria immagine, con l’argomento che la legalità del Movimiento Semilla di Arevalo era stata sospesa un paio di mesi prima dall’autorità giudiziaria. I suoi 23 eletti avrebbero quindi potuto insediarsi solo come «indipendenti», senza assurgere alla guida dell’organismo.

LA DIATRIBA SI È PROLUNGATA per otto ore. Con i presidenti di Costarica, Honduras, Panama, Colombia, Cile, Paraguay, Belize e il re di Spagna a fare impazientemente anticamera. E incaricando però i loro ministri degli Esteri, con l’aggiunta di Josep Borrel per l’Unione europea e di Luis Almagro dell’Organizzazione degli Stati americani, di sollecitare il regolare proseguo della funzione. Pare persino che la delegazione giunta dagli Stati Uniti abbia indotto i deputati della destra a porre fine a quel boicottaggio.

Intanto cresceva la tensione per le vie della capitale fra i sostenitori di Arevalo che intendevano festeggiare il passaggio di consegne; con alcuni gruppi che tentavano di forzare il cordone della polizia intorno al congresso. A questo punto è giunta la votazione decisiva per la quale 92 deputati sui 160 totali hanno “riabilitato” la legittimità del partito Semilla arrivando ad eleggerne persino il 31enne Samuel Pérez al vertice dell’assise. Un’incipiente alleanza dove il partito di Arevalo seguiterà ad essere minoranza ma che ha impresso una svolta rispetto al golpe strisciante tentato in questi sei mesi di transizione, dove l’oligarchia guatemalteca e il suo braccio giudiziario hanno fatto di tutto per impedire che assumesse i poteri. E che fa sperare in bene per l’avvio della lotta alla corruzione e per un ristabilimento del pur fragile sistema democratico di questo paese, alla testa dei propositi del neopresidente.

STA DI FATTO che il martoriato Bernardo è riuscito a pronunciare il giuramento solo dopo la mezzanotte al Teatro Nazionale. Quando ormai re Felipe VI e il cileno Gabriel Boric se ne erano andati (pur essendosi con lui incontrati qualche ora prima). Con al contrario il colombiano Gustavo Petro a dichiarare «non me ne vado fino a che Arevalo non sia diventato presidente».

SOLO ALLE TRE DI NOTTE Arevalo e la sua vice Karin Herrera hanno potuto affacciarsi dal balcone del Palacio Nacional che dà sulla piazza della Costituzione per rivolgere il loro primo saluto alla nazione; esordendo con un sospirato «ce l’abbiamo fatta». Per poi recarsi all’esterno della sede della Procura Generale della Repubblica presidiata da ben 107 giorni dalle organizzazioni indigene che chiedevano le dimissioni della magistrata Consuelo Porras, inquisitrice di Semilla e del suo massimo leader. Invitandole a ritirarsi.

Il turno del giuramento dei ministri del nuovo governo è arrivato quando era ormai l’alba. Sette uomini e sette donne. Una sola indigena: Catarina Roquel Chávez al dicastero del Lavoro. Oltre alla correlazione di forze con l’oligarchia bianca, è proprio il rapporto con le popolazioni indigene che si gioca la presidenza di Arevalo. Etnie che non lo avevano esplicitamente sostenuto alle urne, ma la cui mobilitazione è stata decisiva per arrivare a questo 14 gennaio. La sua vice Herrera aveva portato il proprio sostegno il mese scorso all’insediamento delle nuove autorità originarie dei 48 cantoni di Totonicapán. Che Arevalo ha ringraziato collocando al centro del suo programma «non più razzismi, né discriminazioni», oltre che «rispetto dei diritti umani» e l’auspicio di «unità e dialogo».

«NON C`È DEMOCRAZIA senza giustizia sociale», ha concluso. Passando poi a riconoscere l’appoggio avuto dalla comunità internazionale, allertando sul «crescere degli autoritarismi nel mondo e in Centroamerica», con riferimento ai vicini El Salvador e Nicaragua che hanno inviato delegati minori. Assente il Messico, forse infastidito dal cenno di Arevalo alla «repressione» del transito dei migranti.

nella foto: Arevalo e la sua vice, Karin Herrera, salutano il Paese alle 3 di notte

* da il manifesto  - 16 gennaio 2024

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Il Guatemala dei popoli alla fine festeggia con Arevalo. La neo-deputata Marroquín: “La nostra una Via Crucis di resistenza”

Intervista. Eletta in parlamento con il Movimento Semilla: "Coloro che hanno messo i corpi nelle piazze del paese per tutti questi giorni ci hanno dato una grande lezione"

di Andrea Cegna *

Doveva iniziare domenica 14 gennaio 2024 il governo di Bernardo Arevalo in Guatemala, alla fine il giuramento è arrivato all’alba del 15. Dopo la sorprendente vittoria alla presidenziali di un candidato nemmeno quotato dai sondaggi nel paese centro americano si sono visti scomposti e terribili tentativi, al limite di ogni legalità e legittimità, di cancellare e negare il risultato elettorale. Tentativi che sono arrivati fino al momento della transizione. Il racconto della giornata e degli ultimi mesi di Laura Marroquín, neo parlamentare del Movimento Semilla, il partito del nuovo presidente del Guatemala.

Laura ci racconti che cos’è stata per te e per il paese la giornata del 14 gennaio?

Finalmente si è materializzata la volontà della popolazione, il voto che si è opposto in maniera netta al regime di corruzione che ha attraversato il paese per anni. Dopo il primo turno delle presidenziali è iniziata una sorta di Via Crucis fatta di battaglie campali, una sorta di battaglia tra il bene e il male. E di attentato alla democrazia. Domenica 14 gennaio, con difficoltà, il risultato elettorale è diventato realtà. Nonostante una novantina, tra ex deputati e deputate, abbiano rallentato le operazioni. La giornata è durata più di 12 ore, noi, eletti ed elette della decima legislatura, avevamo la convocazione alle 8,00 del mattino e abbiamo potuto giurare solo attorno alle 20.00. Sono state ore di grande tensione. A un certo punto abbiamo denunciato, uscendo dal palazzo, cosa stava accadendo, parlando a chi in piazza ci stava accompagnando. Attorno alle quattro del pomeriggio le persone in piazza hanno circondato il palazzo del governo: penso che anche questo abbia frenato l’intento golpista in atto.

Quanto è stato importante il supporto dei popoli indigeni e ancestrali in questi mesi?

Un fatto trascendentale e storico, che noi chiamiamo “sollevazione dei popoli”. I popoli indigeni e urbani si sono uniti per difendere la democrazia. Una mobilitazione durata più di 100 giorni. Non è stato certo facile per loro, e loro hanno tenuto a precisare che non si sono sollevati per sostenere un partito politico o Bernardo Arevalo in sé, ma per difendere il processo democratico. Per mesi il paese è stato in bilico. È stata una resistenza reale, non solo ideologica tanto che hanno messo i corpi nelle piazze del paese per tutti questi giorni. A me ha dato una grande lezione, mi ha ricordato che il Guatemala senza i suoi popoli è nulla. Le differenti popolazioni del paese sono il tassello fondamentale su cui poggiamo, sono esperienze di diversità che si parlano. In questo processo democratico i differenti popoli del Guatemala sono stati il centro di un percorso a cui il mondo accademico, studentesco e sindacale si è sommato costruendo un fronte anomalo e coeso.

L’ex presidente Giammattei non ha partecipato al momento del giuramento di Arevalo. Che significa questo secondo te?

Lui ha perso tutta la sua credibilità in questi ultimi mesi. E con la credibilità anche la legittimità. Sapeva che questo voto è il risultato del rifiuto netto di quel che è stata la sua presidenza. Si è vista tutta la sua fragilità. Un comportamento immaturo a dire il vero. Penso che tutto quello che è accaduto domenica non è successo casualmente nel giorno in cui il nuovo presidente ha assunto il suo ruolo, come non è normale che la piazza davanti al palazzo del governo fosse ancora piena di gente alle 3 del mattino, persone che aspettavano il discorso di Bernardo Arevalo. Giammattei ha capito tutto e per questo è scappato. Ma sarà la storia a giudicarlo, così come il popolo del Guatemala non scorderà cos’ha significato il suo governo. Anche perché credo che il suo gesto alla fine sia una prova di scarso rispetto verso le persone che ha governato per anni.

 Adesso i poteri che si sono opposti al processo democratico accetteranno il risultato delle urne?

Come Movimento Semilla avevamo ben chiaro che era fondamentale “vincere” la direzione del Congresso. E alla fine di una giornata che è parsa più una maratona  abbiamo strappato il risultato. Forse è stato solo un fatto simbolico, ma penso sia stato importante per dire alla popolazione “sì, si può fare politica in maniera differente”. Siamo riusciti a costruire un fronte ampio che ha capito che altro avrebbe legittimato nuovamente le ombre della politica tradizionale che hanno infestato il presente del paese. Guarda ieri attorno alle 12,00 si parlava chiaramente di tentativo di corruzione di neo eletti, con milioni di pesos offerti in cambio del sostegno all’opzione che non prevedeva la nostra Direzione del Congresso. Alla fine ha vinto la dignità e il rispetto per il voto popolare. Diciamo che avendo vinto questa battaglia parlamentare il primo anno di governo di Bernardo Arevalo dovrebbe svolgersi senza troppe complicazioni. E poi siano riusciti a ottenere il nostro riconoscimento come gruppo politico nonostante la sospensione del Movimento Semilla e così la nostra elezione, formalmente, è stata registrata come quella di candidati e candidate indipendenti. Ora non solo Arevalo dovrà continuare la sua battaglia per la giustizia ma anche noi dentro al parlamento. Per almeno due anni, fino a quando non ci saranno le nuove elezioni per la Procura Generale della Repubblica, per la Corte Suprema e per il Procuratore per i Diritti Umani, sappiamo che la battaglia continuerà. E nulla va dato per scontato. Difficile pensare che alcune persecuzioni legali smetteranno, facilmente continueranno a criminalizzarci e a usare allo stesso tempo il crimine organizzato contro il governo. Ieri hanno cercato con un colpo di coda di non perdere totalmente il controllo della gestione del denaro pubblico per scopi corruttivi “regalandolo” a privati. Sanno che con noi non sarà più così.

nella foto: La festa dei sostenitori di Arevalo nella notte - Ap

da il manifesto - 15 gennaio 2024