Luigi Pandolfi su il manifesto - 5 agosto 2026
All’inizio era: «Amici petrolieri, arricchitevi!». E così è stato. La guerra contro l’Iran si è rivelata finora una miniera d’oro per i produttori di armi, le compagnie petrolifere e anche per gli speculatori che conoscevano in anticipo le mosse e le dichiarazioni di Trump. Ora, però, è lo stesso tycoon a bacchettare i petrolieri. Cosa è cambiato?
Andiamo con ordine. Nel clima di guerra a singhiozzo tra Usa e Iran, i grandi gruppi petroliferi hanno chiuso uno dei trimestri più redditizi degli ultimi anni. Chevron ha chiuso il secondo trimestre con un utile netto di 12,07 miliardi di dollari, quasi cinque volte superiore ai 2,49 miliardi dello stesso periodo del 2025 (+385%). Il fatturato, invece, è salito del 56%, raggiungendo 70,06 miliardi di dollari.
Anche ExxonMobil ha beneficiato dell’impennata dei prezzi. Secondo le anticipazioni diffuse prima della pubblicazione dei conti, l’utile trimestrale è salito a 14,53 miliardi di dollari, il 105% in più rispetto a un anno prima, con ricavi pari a 116,02 miliardi di dollari (+42%). Le due compagnie statunitensi hanno così accumulato oltre 26 miliardi di dollari di profitti in appena tre mesi.
C’entra innanzitutto il prezzo del greggio. Tra aprile e giugno il petrolio statunitense Wti ha registrato una quotazione media di 92,45 dollari al barile, il 27% in più rispetto al trimestre precedente, mentre il Brent ha viaggiato intorno ai 96 dollari, con un incremento del 45% sull’anno. Le continue escalation militari, gli stop and go di Trump, gli attacchi nel Mar Rosso e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno alimentato la corsa delle quotazioni.
Anche la raffinazione, nondimeno, ha garantito margini eccezionali grazie all’aumento del divario tra il prezzo del greggio e quello dei carburanti. L’utile della raffinazione di Chevron è balzato a 4,9 miliardi di dollari, contro i 737 milioni dello stesso trimestre del 2025. Exxon ha ottenuto 5,5 miliardi di dollari, dopo la perdita registrata all’inizio dell’anno.
Grandi affari anche per le compagnie europee: Shell ha triplicato gli utili fino a 10,82 miliardi di dollari, mentre TotalEnergies li ha più che raddoppiati, raggiungendo 5,44 miliardi. Secondo Global Witness, sei grandi compagnie europee, tra cui l’italiana Eni, hanno totalizzato 22 miliardi di dollari di profitti solo nel primo trimestre (+43%). Nella lista dei «vincitori» della guerra c’è anche il colosso saudita Aramco, che ha aumentato gli utili del 44% (32,7 miliardi di dollari), «nonostante l’interruzione senza precedenti delle forniture», ha dichiarato trionfalmente il ceo Amin H. Nasser.
Profitti extra per i petrolieri, caro carburanti per il popolo. Negli Stati Uniti il prezzo medio della benzina è arrivato addirittura a 4,11 dollari al gallone, contro meno di 3 dollari prima della guerra. Un aumento che pesa sulle classi popolari e che è finito per trasformarsi in un problema politico per The Donald, alle prese con il calo del consenso e con le elezioni di metà mandato alle porte.
Da qui il cambio di tono: «Arricchitevi, ma qualche briciola lasciatela al popolo!». «Chevron: troppi soldi. ExxonMobil: troppi soldi. Dovranno restituirne una parte al pubblico», ha dichiarato il tycoon, chiedendo anche una riduzione «immediata» dei prezzi alla pompa.
La guerra illegale sua e di Netanyahu ha generato un’enorme redistribuzione di ricchezza verso i grandi gruppi energetici. Solo dopo averne constatato gli effetti sul consenso politico, la Casa Bianca ha provato, opportunisticamente, a criticare questi extra-profitti.
Il punto, però, va oltre le polemiche contingenti. Ogni crisi internazionale, ogni conflitto, ogni interruzione delle catene di approvvigionamento si traduce ormai in una gigantesca occasione di valorizzazione del capitale per i grandi gruppi dell’energia e dell’industria militare. La guerra non è soltanto una tragedia umana e geopolitica: è sempre più un meccanismo che alimenta l’accumulazione capitalistica, trasferendo ricchezza verso chi controlla le risorse strategiche e lasciando ai cittadini il conto sotto forma di inflazione e caro energia.
nella foto: oscillazioni prezzi del petrolio alla borsa di New York
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Salasso di guerra: Meloni fa il pieno ai petrolieri
( Roberto Ciccarelli su il manifesto - 5 agosto 2026 )
Poveri ma bellici: Tagli ai ministeri per finanziare lo sconto sul gasolio. Decreto fotocopia: riduzione di 17 centesimi, ma non sulla benzina, fino al 25 agosto. Aumentano le bollette di gas e elettricità: assicurato un altro contributo alla rendita fossile
In agosto si partirà in macchina tranquilli di farsi spennare dai petrolieri che beneficiano della guerra di Trump in Iran. Il Consiglio dei ministri ieri ha rinnovato la riduzione di 17 centesimi al litro del solo gasolio fino al 25 agosto. Sono stati stanziati altri 245 milioni di euro destinati al settore dell’autotrasporto, della logistica e della distribuzione merci. Per chi circola con un’auto a benzina, invece, nessun effimero sollievo fiscale, nonostante i prezzi medi sfiorino o superino i 2 euro al litro. I 245 milioni vanno ad aggiungersi ai circa 2,5 miliardi pubblici già versati nelle tasche dei petrolieri dal 18 marzo scorso.
LA RIDUZIONE dell’accisa sul diesel continuerà ad essere irrilevante come si è già visto nei giorni scorsi quando il prezzo finale alla pompa è tornato a salire verso i 2,10 euro al litro in modalità self-service. Gran parte del risparmio percepito dagli autotrasportatori — che hanno suscitato la viva comprensione di Meloni & co. — continuerà ad essere erosa nell’altalena delle quotazioni del petrolio.
IL RISULTATO è stato stimato dal centro studi di Confcooperative: il «caro prezzi» sarà finanziato dagli automobilisti per 1 miliardo di euro. Rispetto allo scorso anno occorreranno 22 euro in più per un pieno di diesel e 15 euro in più per la benzina. Per questa ragione si ritiene che 8,9 milioni di italiani resteranno a casa: non hanno i soldi per pagare la tassa Trump. Il miliardo di euro in più da pagare ad agosto si somma alle risorse già drenate verso la filiera energetica, senza che sia stato imposto alcun vincolo di investimento nella transizione o nella mitigazione dei prezzi.
I FONDI STANZIATI dal governo sono stati tolti, di nuovo, ai ministeri. Per altri canali sono stati sottratti ai servizi pubblici in senso ampio. «Non erano molto contenti, ma poi vedremo», ha commentato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Sono tagli lineari già fatti in uno dei precedenti decreti anti-rincari. Ed è stato bocciato l’aumento del prezzo delle sigarette per finanziare lo sconto sulla benzina. Si è trattato di un escamotage fiscale spacciato per misura sanitaria. Ora, invece, si ritagliano i servizi per arricchire i petrolieri. È il modo in cui il governo riesce a fare pace con la propria logica.
L’ESECUTIVO ha fatto un ulteriore annuncio in vista del contro-esodo di fine mese. Sabato 29 e domenica 30 agosto ci sarà il classico rientro. Gli automobilisti hanno avuto già la sicurezza di un altro salasso. Dal pulpito di Facebook la presidente del consiglio Meloni ha scritto: «Dal 25 agosto entrerà nuovamente in vigore il meccanismo delle accise mobili e valuteremo ogni eventuale ulteriore intervento. Cerchiamo di fare la nostra parte per contenere gli effetti dei rincari».
IL POMERIGGIO era però passato con il vicepremier Matteo Salvini intento a a fare le ruote di pavone con il suo velleitarismo. Dopo avere orecchiato le uscite di Trump ha recitato la solfa sui «contributi» da chiedere ai padroni del petrolio. Ma il Cdm al quale il leghista ha partecipato, insieme all’occhiuto Giorgetti, si è tenuto ben lontano dal chiedere un obolo. «Quello di Salvini è un teatrino – ha osservato Chiara Appendino del Movimento 5 Stelle – In mattinata da un cantiere chiedeva la tassazione degli extraprofitti di banche e società energetiche per tagliare le accise, in serata non ha mosso un dito a Palazzo Chigi».
OLTRE A GASOLIO E BENZINA c’è il caro del gas e dell’elettricità. Secondo l’Arera, a luglio le bollette sono salite del +9,7% per i clienti vulnerabili rispetto al mese precedente. Per il Codacons, l’aumento corrisponde a +130,7 euro a nucleo familiare. In un anno la bolletta media del gas è salita a 1.478,4 euro (per 1.100 metri cubi consumati). Sommati ai 632,6 euro della luce, il conto totale per un utente vulnerabile ha raggiunto i 2.111 euro. E senza neppure considerare tutti gli altri. «Vivono alla giornata – ha attaccato il presidente dei senatori Pd Francesco Boccia – Rincorrono le scadenze senza affrontare le cause strutturali della crisi».
SENZA UN BLOCCO dei margini speculativi, senza un tetto ai prezzi e senza un prelievo effettivo sulle rendite energetiche, la crisi viene scaricata sul reddito da lavoro e sui servizi pubblici per tutelare la rendita della filiera petrolifera.

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