23 marzo 2017

Costa Rica alimentata per il 98% dalle rinnovabili nel 2016



La Costa Rica ha raggiunto un nuovo record. Ha ottenuto il 98% della propria elettricità da fonti rinnovabili nel 2016. Lo ha confermato il Costarica Electricity Institute.
 La nazione si era già dimostrata in grado di toccare questo record nel 2015 e lo ha riconfermato per il 2016. Nel 2017 si attendono ulteriori miglioramenti grazie alla costruzione di quattro nuovi parchi eolici. A permettere simili risultati sono sia gli investimenti nelle rinnovabili che lo stile di vita degli abitanti della nazione. Infatti in Costa Rica viene utilizzato circa un settimo dell’energia elettrica pro-capite che occorre ad un comune cittadino statunitense in un anno.
La Costa Rica sta diventando una nazione all’avanguardia per quanto riguarda le rinnovabili e sta fornendo ai cittadini elettricità, cure sanitarie e istruzione trovando il modo di pesare sul Pianeta il meno possibile. L’energia viene prodotta grazie ai pannelli solari, alle turbine eoliche e agli impianti idroelettrici. Per il sistema dei trasporti vengono utilizzati ancora petrolio e benzina, ma ci aspettiamo una maggiore indipendenza dalle fonti fossili in questo settore nei prossimi anni.
Quando si tratta di pesare meno sul Pianeta per le proprie necessità energetiche la Costa Rica è avanti anni luce rispetto ad altre nazioni, anche se ha comunque ancora molta strada da fare. Nel 2016 si è distinta per essersi alimentata per oltre 150 giorni esclusivamente grazie alle energie rinnovabili e questo impegno ha portato davvero a ottimi frutti alla fine dell’anno. Un risultato notevole, che conferma la volontà della piccola repubblica centroamericana di arrivare ad utilizzare, entro il 2021, solo fonti di energia pulita.

da  www.ciaccimagazine.org  , 4 gennaio 2017

21 marzo 2017

Filippine, 112 ambientalisti uccisi, ora tocca agli avvocati



Mia Manuelita Cumba Masacariñas-Green era un avvocato ambientale. E' stata assassinata davanti ai suoi 3 bambini il 15 febbraio 2017, mentre tornava a casa a Tagbilaran, Bohol. Mia era membro del consiglio direttivo del Centro di Assistenza Ambientale (ELAC). Mia aveva gestito una serie di cause civili e penali ambientali, lavorando con Alternative Law Groups (ALG). La sua morte porta a 112 il numero di attivisti ambientalisti uccisi nelle Filippine nel corso degli ultimi 15 anni.

L’associazione filippina Kalikasan Global Witness riporta 88 uccisioni di attivisti ambientali e sindacali nelle Filippine nel giro di cinque anni, tra il 2010 e il 2015. Le aggressioni hanno raggiunto l’apice nel 2015, con 33 omicidi, facendo delle Filippine il secondo paese più pericoloso al mondo per gli attivisti ambientali, subito dietro il Brasile.

Secondo Front Line Defenders l'anno scorso 281 difensori dei diritti umani sono stati uccisi in 25 paesi, il 49 per cento dei quali difendevano terra, indigeni e diritti ambientali. Front Line Defenders ha rilevato che nella stragrande maggioranza dei casi le uccisioni sono state precedute da avvertimenti, minacce di morte e intimidazioni che, quando riferiti alla polizia, sono stati sistematicamente ignorati. Oltre agli omicidi, la metà dei casi riportati da Front Line Defenders nel 2016 sono una criminalizzazione interessata, una tattica che richiama  la prima scelta dei governi per mettere a tacere i difensori e per dissuadere altri.

* da  salvaleforeste    9 marzo 2017 

Leggi anche:   "Gli ambientalisti sono la principale minaccia alla libertà" dice un consulente di Trump  31 gennaio 2017

18 marzo 2017

Si vendono persino la Cassa



Nuova finanza pubblica. Grandi manovre finanziarie all'orizzonte, fatte all’oscuro di tutti i detentori della ricchezza di Cdp ( Cassa Depositi e prestiti ), ovvero quelle oltre 20 milioni di persone che vi depositano i risparmi (oltre 250 miliardi) e che sapranno sempre meno intorno alla loro tutela e utilizzo 


di Marco Bersani *


Occorreranno studi approfonditi di psicologia per riuscire un giorno o l’altro finalmente a capire come mai, ogni volta che si parla di debito pubblico, al ministro dell’Economia di turno brillino gli occhi, si guardi furtivamente intorno e con riflesso pavloviano decida di mettere sul mercato un altro pezzo di ricchezza sociale. Come fossimo agli albori della dottrina neoliberale, ci tocca ogni volta sentire la litania: «Servono le privatizzazioni per abbattere il debito pubblico». Nel frattempo, ci siamo venduti quasi tutto e il debito pubblico ha continuato allegramente la sua irresistibile ascesa.


Poco importa. Ormai sappiamo che ogni volta che si «accende» lo «scontro» tra il nostro governo e e l’Unione Europea, dobbiamo controllare le nostre tasche perché è quasi automatica la soluzione: la sottrazione di un bene comune.. Per carità, questa volta siamo solo alla fase istruttoria, ma il fatto che sia già uscita sulla stampa appare una studiata strategia di sondaggio preventivo per vedere di nascosto l’effetto che fa.

Il ministero dell’Economia sta studiando un nuovo assetto della Cassa depositi e prestiti (Cdp), che prevede la cessione di una quota del 15%, che porterebbe la proprietà pubblica al 65% (essendo il 15,93% già in possesso delle Fondazioni bancarie. Essendo il patrimonio complessivo pari a 33 miliardi, nelle casse dello Stato entrebbero 5 miliardi che naturalmente sarebbero destinati all’abbattimento del debito pubblico. Inutile sottolineare come la parola «abbattimento» nel dizionario italiano ha un preciso significato: demolizione, distruzione, abolizione. Può chiamarsi abbattimento un’operazione che porterà il nostro debito pubblico dagli attuali 2.217,7 miliardi (dicembre 2016) ai futuri 2.212,7 miliardi? In compenso, se l’ultimo dividendo staccato da Cdp corrispondeva a 850 milioni di euro (dei quali, 680 milioni sono andati allo Stato), in futuro, su ogni dividendo simile, lo Stato ne incasserà solo 550. Non è neppure chiaro ad oggi a chi verrà ceduto il 15% se a investitori istituzionali, a fondi o banche estere.


La svendita di un ulteriore pezzo di Cdp si incrocia anche con le grandi manovre intorno alla privatizzazione di Poste: l’idea del ministero dell’Economia è quella di cedere entro l’anno il residuo 29,3% (dopo aver ceduto il 35% a Cdp e il 36,7% a investitori individuali e istituzionali). Grandi manovre finanziarie, fatte all’oscuro di tutti i detentori della ricchezza di Cassa Depositi e Prestiti, ovvero quelle oltre 20 milioni di persone che vi depositano i risparmi (oltre 250 miliardi) e che sapranno sempre meno intorno alla loro tutela e utilizzo.

Forse è davvero giunto il momento di rilanciare una campagna di massa per la socializzazione di Cassa Depositi e Prestiti, per il suo decentramento territoriale e per la gestione partecipativa dell’utilizzo del risparmio postale. Hanno venduto tutti i beni comuni e ora scappano con la Cassa. È il momento di riprenderci la ricchezza sociale che rappresenta.


*  da il manifesto , 18 marzo 2017