18 gennaio 2017

Il futuro della biblioteca



Antonella Agnoli ha collaborato al progetto scientifico-culturale di numerose biblioteche italiane


Intervista a Antonella Agnoli  *

 Cosa deve essere una biblioteca pubblica al tempo dei tablet? Un’idea di biblioteca legata al prestito e alla consultazione, che fatica a essere sentita come un posto dei cittadini, in cui poter stare, incontrarsi, avere la possibilità di imparare delle cose o di rendersi utili; le biblioteche del nord Europa dove trovi laboratori di ogni tipo: il centro turistico, l’ufficio comunale per fare i certificati, l’assistenza per la ricerca del lavoro, a volte pure una piscina... Intervista a Antonella Agnoli.

An­to­nel­la Agno­li ha con­ce­pi­to la Bi­blio­te­ca San Gio­van­ni di Pe­sa­ro e col­la­bo­ra­to al pro­get­to scien­ti­fi­co-cul­tu­ra­le di nu­me­ro­se bi­blio­te­che ita­lia­ne. La­vo­ra con ar­chi­tet­ti ed en­ti lo­ca­li per la pro­get­ta­zio­ne di spa­zi e ser­vi­zi bi­blio­te­ca­ri e per la for­ma­zio­ne del per­so­na­le. È au­tri­ce di La bi­blio­te­ca che vor­rei (2014), Ca­ro sin­da­co, par­lia­mo di bi­blio­te­che (2011), Le piaz­ze del sa­pe­re (2009), La bi­blio­te­ca per ra­gaz­zi (1999).

Par­lia­mo di bi­blio­te­che. Fac­cia­mo in­tan­to un qua­dro del­la si­tua­zio­ne?
Ho fat­to re­cen­te­men­te per l’An­ci e il Cen­tro per il li­bro un viag­gio at­tra­ver­so al­cu­ne pro­vin­ce ita­lia­ne, fra cui Biel­la, Ra­ven­na, Lec­ce, Si­ra­cu­sa e Nuo­ro, e ho ri­scon­tra­to de­gli ele­men­ti co­mu­ni a tut­te le bi­blio­te­che: ora­ri di aper­tu­ra li­mi­ta­ti, po­chi fre­quen­ta­to­ri e sem­pre gli stes­si; quan­do fun­zio­na­no fan­no mol­ti pre­sti­ti ma in real­tà a un nu­me­ro li­mi­ta­to di per­so­ne. La mag­gior par­te dei cit­ta­di­ni non fre­quen­ta la bi­blio­te­ca. La me­dia ita­lia­na non si sa be­ne qua­le sia ma po­treb­be an­da­re dal 4 al 10%, nel­le zo­ne do­ve fun­zio­na, e ar­ri­va­re al 20% nel­le co­mu­ni­tà più pic­co­le do­ve è più fa­ci­le ave­re per­cen­tua­li più al­te. In que­sto 20% hai i let­to­ri for­ti, che lo so­no di lo­ro, in­di­pen­den­te­men­te dal­la bi­blio­te­ca, e nel­la bi­blio­te­ca han­no un luo­go do­ve tro­va­re con­ti­nua­men­te li­bri, che ma­ga­ri, con la cri­si, non pos­so­no più per­met­ter­si di ac­qui­sta­re. In­fat­ti, suc­ce­de an­che che i fre­quen­ta­to­ri abi­tua­li ma­ga­ri vor­reb­be­ro tro­va­re le no­vi­tà, che le bi­blio­te­che non com­pra­no più per via dei pe­san­ti ta­gli. Le bi­blio­te­che poi fun­zio­na­no mol­tis­si­mo co­me luo­ghi di stu­dio per stu­den­ti, il che, in­ten­dia­mo­ci, è un’ot­ti­ma co­sa, ma que­sti ci van­no spes­so coi pro­pri li­bri e di­spen­se, non uti­liz­za­no i pa­tri­mo­ni del­le bi­blio­te­che e non è det­to che fi­ni­ti gli stu­di ri­tor­ni­no, per­ché non sen­to­no che quel luo­go po­treb­be es­se­re uti­le in tut­ti i mo­men­ti dif­fe­ren­ti del­la vi­ta. 

Quin­di ab­bia­mo an­che ser­vi­zi che fun­zio­na­no, ma per una par­te mar­gi­na­le del­la po­po­la­zio­ne. Que­sta è più o me­no la real­tà.
Det­to que­sto, pe­rò, io con­ti­nuo a pen­sa­re che la bi­blio­te­ca, esat­ta­men­te co­me la scuo­la, fac­cia par­te di quei ser­vi­zi di ba­se che an­dreb­be­ro pa­ga­ti con le tas­se dei cit­ta­di­ni, fon­da­men­ta­li per co­strui­re un pae­se de­mo­cra­ti­co e da­re la pos­si­bi­li­tà a tut­ti di ave­re lo stes­so ac­ces­so al­le in­for­ma­zio­ni e la stes­sa com­pe­ten­za nel­l’ac­ces­so al­le in­for­ma­zio­ni. Non è quin­di so­lo un pro­ble­ma di let­tu­ra.
Cre­do che pri­ma di tut­to do­vrem­mo far ca­pi­re ai sin­da­ci che la bi­blio­te­ca è un luo­go im­por­tan­te. Nei miei gi­ri ho in­con­tra­to tan­tis­si­mi sin­da­ci che di fron­te a un’i­dea di­ver­sa da quel­la che ave­va­no di bi­blio­te­ca sa­reb­be­ro sta­ti as­so­lu­ta­men­te di­spo­ni­bi­li a in­ve­sti­re. Pur­trop­po pe­rò og­gi co­sì com’è la bi­blio­te­ca è estre­ma­men­te vul­ne­ra­bi­le. Io con­ti­nuo a in­con­tra­re col­le­ghi che di­co­no: "Vo­glio­no chiu­de­re la bi­blio­te­ca”, "Io va­do in pen­sio­ne”, "La da­ran­no in ma­no ai vo­lon­ta­ri”... E già que­sta idea che ba­sti un vo­lon­ta­rio che sap­pia leg­ge­re per te­ne­re aper­ta una bi­blio­te­ca at­te­sta che non sia­mo riu­sci­ti a far ca­pi­re l’im­por­tan­za di quel luo­go. Qual­cu­no si fa­reb­be fa­re un’o­pe­ra­zio­ne chi­rur­gi­ca da un vo­lon­ta­rio?
Cer­ta­men­te scon­tia­mo an­che pro­ble­mi ata­vi­ci. Se fac­cia­mo il con­fron­to coi pae­si nor­di­ci, sa­rà per via del­la cul­tu­ra pro­te­stan­te e per una so­cial­de­mo­cra­zia che ha sem­pre in­ve­sti­to mol­to sui ser­vi­zi, sta di fat­to che si leg­ge mol­to di più e la bi­blio­te­ca è sem­pre sta­ta vi­sta co­me un car­di­ne fon­da­men­ta­le del­la co­mu­ni­tà.


Co­me ri­de­fi­ni­re­sti quin­di la bi­blio­te­ca?
Io una vol­ta l’ho de­fi­ni­ta un "pron­to soc­cor­so cul­tu­ra­le”. Per fa­re que­sto, pe­rò, va to­tal­men­te ri­po­si­zio­na­ta, de­ve di­ven­ta­re qual­co­s’al­tro. Og­gi ab­bia­mo bi­so­gno di ave­re dei luo­ghi do­ve le per­so­ne pos­sa­no sta­re in­sie­me e fa­re del­le co­se in­sie­me. Per­ché sia a li­vel­lo in­ter­ge­ne­ra­zio­na­le che al­l’in­ter­no del­le stes­se ge­ne­ra­zio­ni or­mai so­no sem­pre me­no le oc­ca­sio­ni per fa­re del­le co­se in­sie­me. Al mas­si­mo si gio­ca a car­te, e in­ve­ce le co­se da fa­re po­treb­be­ro es­se­re tan­tis­si­me. Nel­le bi­blio­te­che in gi­ro per l’Eu­ro­pa si fan­no la­bo­ra­to­ri di tut­ti i ti­pi, dal­la stam­pan­te 3d, al ta­glio e cu­ci­to, al­lo yo­ga, al cor­so di in­gle­se, met­ten­do in cam­po tut­te le nuo­ve co­no­scen­ze, ma an­che tut­ti quei sa­pe­ri le­ga­ti al­la ma­nua­li­tà. Ades­so si par­la mol­to de­gli ar­ti­gia­ni. Per­ché la bi­blio­te­ca non può es­se­re un luo­go do­ve i sa­pe­ri che si stan­no per­den­do tro­va­no un lo­ro luo­go di tra­smis­sio­ne? Quin­di una bi­blio­te­ca con gran­de di­men­sio­ne so­cia­le.
Ma ba­sta pen­sa­re al­la Sa­la Bor­sa di Bo­lo­gna. È un luo­go straor­di­na­rio che an­dreb­be ve­ra­men­te stu­dia­to per quel­lo che vi ac­ca­de. Ogni gior­no vi en­tra­no 4-500 per­so­ne. Non è det­to che i ser­vi­zi al per­so­na­le sia­no co­sì at­trez­za­ti e an­che avan­ti, ri­spet­to ad al­tre bi­blio­te­che eu­ro­pee, pe­rò un af­flus­so co­sì ri­le­van­te già ci di­ce tan­te co­se: en­tra­no tan­tis­si­mi tu­ri­sti, en­tra­no stu­den­ti, tan­tis­si­mi an­zia­ni che pas­sa­no la lo­ro gior­na­ta là den­tro; tu puoi sta­re al cal­do o al fre­sco a leg­ge­re i gior­na­li, a ve­de­re un film sen­za con­su­ma­re nul­la; en­tra­no tan­tis­si­mi ho­me­less, è un luo­go so­cia­le per ec­cel­len­za. L’an­no scor­so, in oc­ca­sio­ne del de­ci­mo an­ni­ver­sa­rio, la bi­blio­te­ca ha in­vi­ta­to gli uten­ti a scri­ve­re su dei po­st-it "per­ché mi pia­ce Sa­la Bor­sa”, e le ri­spo­ste so­no sta­te elo­quen­ti: "Mi pia­ce -ha scrit­to uno dei sen­za tet­to- per­ché io bar­bo­ne quan­do pio­ve o fa fred­do ho un ri­pa­ro ma so­prat­tut­to per­ché pos­so ac­cul­tu­rar­mi leg­gen­do un bel li­bro il che non è po­co, gra­zie”. Al­tri han­no scrit­to: "Per­ché i vec­chiet­ti pos­so­no ur­la­re tran­quil­la­men­te e sen­tir­si a ca­sa pro­pria”, op­pu­re: "Per­ché i bar­bo­ni pos­so leg­ge­re lo stes­so fu­met­to an­che per die­ci an­ni e ad­dor­men­tar­si sul­le pol­tro­ne”, o an­che: "Per­ché pos­sia­mo usu­frui­re del ri­scal­da­men­to”.

Que­sta co­sa dei sen­za ca­sa in bi­blio­te­ca è al­ta­men­te em­ble­ma­ti­ca di un’i­dea di­ver­sa di bi­blio­te­ca…
È l’A­me­ri­ca che ar­ri­va da noi; nel­le gran­di cit­tà co­me New York o San Fran­ci­sco si ve­do­no già da mol­ti an­ni gli ho­me­less che la mat­ti­na pre­sto aspet­ta­no l’a­per­tu­ra del­la bi­blio­te­ca (i dor­mi­to­ri li cac­cia­no al­le 7 del mat­ti­no) e poi se ne van­no tut­ti in­sie­me al­l’o­ra di chiu­su­ra. A San Die­go, in Ca­li­for­nia, ho vi­sto una pic­co­la fol­la di po­ve­rac­ci usci­re dal­la bi­blio­te­ca con i lo­ro sac­chi a pe­lo, i lo­ro car­to­ni, i lo­ro car­rel­li del su­per­mer­ca­to e tra lo­ro mol­ti gio­va­ni, vit­ti­me di una cri­si che li ha sra­di­ca­ti da ca­se e fa­mi­glie.
Quan­do i drop-out di­ven­ta­no pre­sen­ze fis­se in bi­blio­te­ca, scop­pia­no ve­ri e pro­pri con­flit­ti tra chi ri­tie­ne di ave­re più di­rit­to di uti­liz­za­re gli spa­zi e le col­le­zio­ni ri­spet­to a chi la usa co­me ri­fu­gio; è ac­ca­du­to re­cen­te­men­te al­la Sor­ma­ni di Mi­la­no, per esem­pio. I trol­ley, i va­li­gio­ni, gli zai­ni stra­col­mi so­no un pro­ble­ma; mol­te bi­blio­te­che han­no re­go­la­men­ta­zio­ni su co­sa si può por­ta­re den­tro, con l’e­sclu­sio­ne di col­li in­gom­bran­ti. Ep­pu­re ba­ste­reb­be un po’ di fan­ta­sia. La bi­blio­te­ca del Cen­tre Pom­pi­dou a Pa­ri­gi, per esem­pio, ha aiu­ta­to un pen­sio­na­to in­tra­pren­den­te a rea­liz­za­re un ser­vi­zio per i sen­za ca­sa: un luo­go do­ve pos­sa­no la­scia­re le lo­ro co­se du­ran­te la gior­na­ta, per non do­ver­si tra­sci­na­re le va­li­gie o i car­rel­li per tut­ta Pa­ri­gi. Il fon­da­to­re del­l’as­so­cia­zio­ne Mains li­bres ge­sti­sce il de­po­si­to ba­ga­gli 365 gior­ni l’an­no.
Di fron­te al­la cre­sci­ta del­la mar­gi­na­li­tà sem­bra per­si­no of­fen­si­vo chie­der­si se c’è bi­so­gno del­le bi­blio­te­che; ne­gli ul­ti­mi an­ni la bi­blio­te­ca pub­bli­ca è di­ven­ta­ta un’an­co­ra di sal­vez­za per i sen­za tet­to, non so­lo per­ché of­fre ri­scal­da­men­to d’in­ver­no e aria con­di­zio­na­ta d’e­sta­te, ma per­ché of­fre la pos­si­bi­li­tà di te­ner­si in con­tat­to col mon­do. Do­ve al­tro po­treb­be­ro an­da­re i gio­va­ni per con­sul­ta­re le of­fer­te di la­vo­ro, com­pi­la­re un cur­ri­cu­lum, ri­chie­de­re un sus­si­dio, spe­di­re una mail? Ogni me­dia bi­blio­te­ca ame­ri­ca­na og­gi of­fre cor­si di for­ma­zio­ne al­la tec­no­lo­gia e se­mi­na­ri su te­mi che van­no dal mo­do di scri­ve­re un cur­ri­cu­lum al­le tec­ni­che per af­fron­ta­re un col­lo­quio d’as­sun­zio­ne. Mol­tis­si­me so­no di­ven­ta­te dei com­mu­ni­ty cen­ter che svol­go­no at­ti­vi­tà di so­ste­gno ai di­soc­cu­pa­ti in cer­ca di la­vo­ro; i ta­vo­li di­ven­ta­no l’uf­fi­cio prov­vi­so­rio di chi ha per­so l’im­pie­go, i com­pu­ter e le con­nes­sio­ni gra­tui­te a in­ter­net il ca­na­le per pre­sen­tar­si ai col­lo­qui: è quel­lo che do­vrem­mo fa­re an­che noi.

Ma la pa­ro­la bi­blio­te­ca re­sta as­so­cia­ta per for­za al­la pa­ro­la li­bro.
Sì, i li­bri in fon­do so­no la co­sa più fa­ci­le ma an­che quel­la più dif­fi­ci­le, nel sen­so che chi non ha mai let­to è dif­fi­ci­le che si met­ta a leg­ge­re. Tu avrai più dif­fi­col­tà a leg­ge­re se vie­ni su in una ca­sa sen­za li­bri, con ge­ni­to­ri che non leg­go­no li­bri, se a scuo­la non ve­di li­bri, se ve­di una tv do­ve non ci so­no mai li­bri, se i mo­del­li che ti ven­go­no tra­smes­si so­no di al­tro ti­po. Non so­no nean­che co­sì con­vin­ta che una vol­ta si leg­ge­va di più: leg­ge­va­no di più quel­li che già leg­ge­va­no, men­tre ades­so per­do­no più tem­po cin­ci­schian­do con Fa­ce­book; chi non leg­ge­va pri­ma con­ti­nua a non leg­ge­re cin­ci­schian­do con Fa­ce­book. An­che le va­rie sta­ti­sti­che non so­no mai sul­la let­tu­ra ma sul­la ven­di­ta del li­bro.
Cer­to, la bi­blio­te­ca ha li­bri e la sua fi­na­li­tà è an­che quel­la di aver­ne. Pe­rò pos­so­no es­se­re car­ta­cei o ebook. Il mio com­pa­gno per for­tu­na non com­pra qua­si più li­bri car­ta­cei al­tri­men­ti a que­sto pun­to sa­rem­mo al pia­no­ter­ra, pe­rò ne com­pra tan­tis­si­mi in ebook. Nel­la sua ta­vo­let­ta ne ha den­tro cen­ti­na­ia e se la por­ta in gi­ro, in tre­no, in au­to­bus. Quin­di se uno leg­ge può leg­ge­re di più; se uno sa di­stri­car­si in in­ter­net può tro­va­re co­se straor­di­na­rie. In in­ter­net ci so­no mi­glia­ia di li­bri gra­tui­ti, mi­lio­ni di pez­zi mu­si­ca­li, tut­ta la sto­ria del jazz, tut­ta la sto­ria del ci­ne­ma, tut­to di­spo­ni­bi­le gra­tui­ta­men­te. Il pro­ble­ma è co­me ar­ri­var­ci. Uno sa co­me ar­ri­var­ci? Io uso or­mai mol­tis­si­mo il ta­blet, che tro­vo fan­ta­sti­co per­ché su una pa­gi­na so­la ho tut­to: schiac­cio qui, pos­so leg­ge­re "Re­pub­bli­ca”, "Il Cor­rie­re”, "il So­le”, "Il Ma­ni­fe­sto”, quel che vo­glio; schiac­cio qui e ho gli ebook, i pdf e i do­cu­men­ti che mi vo­glio por­ta­re die­tro; schiac­cio lì e con­di­vi­do tut­ti i li­bri del mio com­pa­gno per­ché ab­bia­mo fat­to una co­sa fa­mi­ly per cui tut­te le sue mi­glia­ia di li­bri li pos­so ve­de­re an­ch’io; schiac­cio di là e ci so­no i do­cu­men­ti che scri­vo e con­ser­vo; qui ascol­to la ra­dio, qui mi ascol­to la mu­si­ca, qui ar­chi­vio ven­ti­mi­la fo­to, qui pre­pa­ro il mio po­wer point, che uso quan­do de­vo fa­re le­zio­ne; qui ho la cal­co­la­tri­ce; qui, se de­vo an­da­re a tro­va­re qual­cu­no schiac­cio e mi fa da na­vi­ga­to­re, qui fac­cio le fo­to, qui par­lo con Fa­ce­book, qui con Twit­ter, qui con Sky­pe, con cui pos­so con­ver­sa­re con quel­lo che sta dal­l’al­tra par­te del mon­do, e po­trei an­da­re avan­ti. Ma il ri­schio qual è? È che tut­te que­ste op­por­tu­ni­tà straor­di­na­rie fi­ni­sca­no per ar­ric­chi­re so­lo la vi­ta cul­tu­ra­le di chi ha già gli stru­men­ti per usu­fruir­ne.
Al­lo­ra, quan­do tu hai un og­get­to di que­sto ge­ne­re, la bi­blio­te­ca co­s’è? È an­co­ra in­di­spen­sa­bi­le? Se­con­do me sì, più che mai, per­ché è un luo­go fi­si­co, e c’è bi­so­gno più che mai di luo­ghi fi­si­ci, luo­ghi che aiu­ti­no le per­so­ne che non han­no la pos­si­bi­li­tà di ac­qui­sta­re og­get­ti di que­sto ge­ne­re e di sa­per­li uti­liz­za­re. Pen­sia­mo so­lo al­la per­cen­tua­le mol­to al­ta di an­zia­ni e a tut­ta que­sta co­sa del­la di­gi­ta­liz­za­zio­ne del­la pub­bli­ca am­mi­ni­stra­zio­ne. Chi aiu­te­rà que­ste per­so­ne a en­tra­re in con­tat­to con tut­to que­sto?
Ec­co io can­di­do la bi­blio­te­ca a luo­go di me­dia­zio­ne e di fa­ci­li­ta­zio­ne tra tut­to quel­lo che è il sa­pe­re, le co­no­scen­ze che ci so­no nel web, che so­no straor­di­na­rie, e la pos­si­bi­li­tà per te di po­ter­vi ac­ce­de­re e di tro­va­re le co­se che van­no be­ne per te. Ma non le schi­fez­ze. Sa­pe­te che il si­to più clic­ca­to in Ita­lia è quel­lo del­la Trec­ca­ni? Non è Wi­ki­pe­dia. Per­ché? Pre­su­mi­bil­men­te per­ché con­ti­nua ad ave­re un suo sta­tus di luo­go di qua­li­tà, di luo­go di ga­ran­zia, di luo­go che non ti dà in­for­ma­zio­ni sba­glia­te. Tu de­vi aiu­ta­re le per­so­ne ad ac­ce­de­re a tut­to que­sto.
Ec­co, que­sta è una del­le co­se che do­vreb­be fa­re la bi­blio­te­ca. Un luo­go do­ve fa­re re­cu­pe­ra­re dei sa­pe­ri, do­ve sta­re in­sie­me a fa­re del­le co­se, ma an­che so­lo a sta­re in­sie­me, o do­ve po­ter sta­re in un po­sto iso­la­to a leg­ger­si un li­bro, a guar­da­re un pa­no­ra­ma di­stac­ca­to dal ru­mo­re che c’è fuo­ri. Qual è un po­sto che ti può ga­ran­ti­re an­che que­sta sor­ta di so­li­tu­di­ne gra­tui­ta? Poi, io ten­do an­che ad an­da­re un po’ ol­tre. Per­ché cre­do che og­gi, so­prat­tut­to nei pic­co­li co­mu­ni, nel­le cit­tà me­dio-pic­co­le, noi ci ri­tro­via­mo con tan­ti mu­sei, ci­ne­ma, che so­prav­vi­vo­no a fa­ti­ca, e for­se, al­lo­ra, bi­so­gne­reb­be co­strui­re dei luo­ghi che sia­no una sor­ta di cen­tro com­mer­cia­le ma del­la cul­tu­ra.

Il cen­tro cul­tu­ra­le di cui un tem­po si par­la­va mol­to…
Sì, ri­tor­na­re un po’ al vec­chio cen­tro cul­tu­ra­le, do­ve uno en­tra in una hall co­mu­ne e poi de­ci­de che co­sa fa­re. Vuoi an­da­re in bi­blio­te­ca? Vuoi an­dar­ti a ve­de­re una mo­stra? Al ci­ne­ma? A tea­tro? Ne ho vi­sti in Nor­ve­gia che ave­va­no la pi­sci­na. Puoi sta­re tut­to il gior­no in que­sto luo­go pas­san­do dal­la bi­blio­te­ca, a pren­der­ti l’a­pe­ri­ti­vo, a far­ti la nuo­ta­ta, a ve­de­re un film, ec­ce­te­ra, ec­ce­te­ra. Pro­ba­bil­men­te que­sta im­po­sta­zio­ne ci aiu­ta an­che a eco­no­miz­za­re le ri­sor­se, fa­cen­do sta­re que­sti luo­ghi più aper­ti. Il pic­co­lo mu­seo del­la pic­co­la cit­ta­di­na può sta­re aper­to un fi­ne set­ti­ma­na, for­se la bi­blio­te­ca qual­che ora; se in­ve­ce tu hai un luo­go che tie­ne in­sie­me tan­ti dif­fe­ren­ti ser­vi­zi for­se puoi an­che eco­no­miz­za­re ri­spet­to ai flus­si, per­ché è inu­ti­le te­ne­re aper­te le co­se quan­do non ar­ri­va nes­su­no.
In­som­ma, dob­bia­mo chie­der­ci se ha an­co­ra sen­so ave­re tan­ti luo­ghi se­pa­ra­ti quan­do le per­so­ne so­no or­mai abi­tua­te ad ave­re tan­te of­fer­te con­tem­po­ra­nea­men­te, sia vir­tua­li che dai cen­tri com­mer­cia­li. Non sa­reb­be me­glio ave­re an­che un luo­go cul­tu­ra­le che ti dà of­fer­te mol­te­pli­ci?

Ma ci vor­reb­be una gran sen­si­bi­li­tà po­li­ti­ca…
In un pae­se in cui non so­no un’e­mer­gen­za le scuo­le, non so­no cer­ta­men­te un’e­mer­gen­za le bi­blio­te­che. Ec­co, quan­te bi­blio­te­che si fa­reb­be­ro in Si­ci­lia con i sol­di che co­ste­reb­be il pon­te? Bi­so­gna de­ci­de­re qua­li so­no le in­fra­strut­tu­re fon­da­men­ta­li di que­sto no­stro pae­se. È il tra­spor­to o è crea­re del­le per­so­ne ca­pa­ci di ra­gio­na­re, ca­pa­ci di es­se­re an­che in­ter­pre­ti del­lo svi­lup­po del lo­ro pae­se. Se tu ti ali­men­ti so­lo del­la te­le­vi­sio­ne e di po­co al­tro, an­drai po­co lon­ta­no. Al­lo­ra la bi­blio­te­ca io la ve­do pro­prio co­me un car­di­ne fon­da­men­ta­le per la ri­co­stru­zio­ne del pae­se. Poi, cer­to, la va­lo­riz­za­zio­ne dei be­ni cul­tu­ra­li, del­la lo­ro con­ser­va­zio­ne, non va cer­to tra­scu­ra­ta, ma se va avan­ti co­sì ri­schia­mo di con­ser­va­re del­le co­se che poi le per­so­ne non sa­ran­no in gra­do di leg­ge­re. Tul­lio de Mau­ro ci par­la sem­pre di que­sto 70% di anal­fa­be­ti­smo fun­zio­na­le, che sa­reb­be quel­la for­ma di anal­fa­be­ti­smo che col­pi­sce per­so­ne che han­no fat­to un lo­ro per­cor­so di stu­di an­che nor­ma­le, strut­tu­ra­to, quin­di so­no an­da­te a scuo­la e che, pe­rò, nel tem­po non han­no mai fat­to di con­to, non han­no mai scrit­to, non han­no mai let­to, per cui si ri­tro­va­no a es­se­re poi in­ca­pa­ci di fa­re un con­to, di ar­ri­va­re al­la fi­ne di un ar­ti­co­lo mi­ni­ma­men­te com­pli­ca­to, so­no in­ca­pa­ci di dir­ti co­s’han­no let­to, ecc. ecc. Quin­di un al­tro cam­po in cui la bi­blio­te­ca po­treb­be ave­re un ruo­lo fon­da­men­ta­le è pro­prio quel­lo del­l’ex­tra-scuo­la, tut­to ciò, cioè, che sta fuo­ri dei per­cor­si strut­tu­ra­ti di for­ma­zio­ne. Pen­sia­mo so­lo al­le per­so­ne che in­vec­chia­no sem­pre più, a tut­ti gli im­mi­gra­ti che stan­no ar­ri­van­do, a tut­ti quel­li che han­no fat­to la scuo­la ma­le. 

Tu di­ci che la bi­blio­te­ca è un luo­go neu­tro, e che que­sta è la ve­ra ca­rat­te­ri­sti­ca del­la bi­blio­te­ca. Co­sa vuoi di­re?
Che è un luo­go do­ve ci puoi an­da­re non ne­ces­sa­ria­men­te per un mo­ti­vo spe­ci­fi­co. A scuo­la ci vai per­ché vai a scuo­la, in ospe­da­le per­ché sei ma­la­to, in co­mu­ne per fa­re un cer­ti­fi­ca­to, in bi­blio­te­ca ci puoi an­da­re per­ché hai vo­glia di an­dar­ci. In più ci van­no tut­ti. Og­gi nel­la gran par­te dei no­stri luo­ghi cul­tu­ra­li c’è una so­glia che è una bar­rie­ra psi­co­lo­gi­ca, non fi­si­ca ov­via­men­te. Ec­co, va ab­bat­tu­ta per far sì che chi en­tra si sen­ta esat­ta­men­te co­me tut­ti gli al­tri e sen­ta che quel luo­go po­treb­be es­se­re ve­ra­men­te il suo. Qui il pro­ble­ma di­ven­ta quel­lo del­la par­te­ci­pa­zio­ne. Io so­no più che mai con­vin­ta che que­sti luo­ghi per fun­zio­na­re deb­ba­no es­se­re co­strui­ti in­sie­me ai cit­ta­di­ni.
Per ar­ri­va­re a que­sto ab­bia­mo bi­so­gno non so­lo di bi­blio­te­ca­ri col cur­ri­cu­lum tra­di­zio­na­le, ma di fa­ci­li­ta­to­ri, di me­dia­to­ri, di per­so­ne crea­ti­ve, di per­so­ne con una gran­de ca­pa­ci­tà di re­la­zio­ne, ca­pa­ci di sti­mo­la­re, di in­ter­cet­ta­re, di in­ven­ta­re. Fra il per­so­na­le di una bi­blio­te­ca a mio av­vi­so do­vreb­be­ro es­ser­ci un gra­fi­co, un ad­det­to al­l’hac­ker spa­ce, un bi­blio­te­ca­rio, uno che fa tea­tro, ope­ra­to­ri che sap­pia­no co­strui­re in­sie­me ai cit­ta­di­ni, aiu­ta­re i cit­ta­di­ni a por­ta­re lì den­tro i pro­pri sa­pe­ri. A quel pun­to i cit­ta­di­ni sen­ti­ran­no quel po­sto co­me lo­ro.
Da que­sto pun­to di vi­sta mi ha enor­me­men­te im­pres­sio­na­ta una bi­blio­te­ca in Da­ni­mar­ca. Quan­do ho chie­sto al di­ret­to­re quan­to spen­de­va­no per le at­ti­vi­tà cul­tu­ra­li, mi ha ri­spo­sto che non spen­de­va­no nul­la, per­ché le fa­ce­va­no i cit­ta­di­ni. So­no sta­ta lì due gior­ni e suc­ce­de­va di tut­to e di più: c’e­ra­no ra­gaz­zot­ti che im­pa­ra­va­no a fa­re un vi­deo­gio­co, al­tri che fa­ce­va­no tam­bu­ro con i ge­ni­to­ri, una ser­ra do­ve por­ta­re le pian­te che stan­no ma­le, con qual­cu­no che fa­ce­va l’sos pian­te. Tut­ti sa­pe­ri del­la gen­te che abi­ta nel­la cit­tà, che spes­so so­no sa­pe­ri straor­di­na­ri, ma che si ri­schia di per­de­re. Per que­sto è un luo­go che non può es­se­re pro­get­ta­to e ca­la­to dal­l’al­to, per­ché si de­ve pla­sma­re sul ter­ri­to­rio. 

Tu de­scri­vi an­che que­sti po­sti de­di­ca­ti ai bam­bi­ni…
In una bi­blio­te­ca di Oslo ho vi­sto una par­te ri­ser­va­ta a bam­bi­ni da 10 a 13 an­ni, in cui gli adul­ti non pos­so­no pro­prio en­tra­re. Lo­ro si so­no ac­cor­ti che quel­la è l’e­tà in cui ca­la la let­tu­ra, fi­no ad al­lo­ra im­por­tan­te per lo­ro, for­se per­ché è il pe­rio­do più dif­fi­ci­le per un ra­gaz­zi­no, quel­lo in cui non sai an­co­ra co­sa sa­rai, in cui si di­ce, con quel­l’or­ri­bi­le espres­sio­ne, che "non sei né car­ne né pe­sce”, ma un po’ è co­sì, sei al­la ri­cer­ca del­l’i­den­ti­tà e non sai co­sa sa­rai da gran­de. In quel­l’e­tà que­sti ra­gaz­zi­ni si sen­to­no schiac­cia­ti fra i fra­tel­li­ni più pic­co­li e tan­ti adul­ti, i ge­ni­to­ri, gli in­se­gnan­ti, gli al­le­na­to­ri, che di­co­no lo­ro co­sa de­vo­no fa­re. Ec­co, lì han­no fat­to un la­bo­ra­to­rio con que­sti ra­gaz­zi ed è ve­nu­to fuo­ri co­sa avreb­be­ro vo­lu­to: un po­sto sen­za ge­ni­to­ri, sen­za bam­bi­ni più pic­co­li, un po­sto do­ve sta­re tran­quil­li per­ché le lo­ro ca­se era­no trop­po in­ca­si­na­te, e han­no co­strui­to un luo­go, se­con­do me fan­ta­sti­co, do­ve è vie­ta­to l’in­gres­so agli adul­ti. Io ci so­no en­tra­ta pre­gan­do, "ven­go dal­l’I­ta­lia”, ma al­tri­men­ti non en­tra nes­sun adul­to, sal­vo gli ope­ra­to­ri che so­no gio­va­nis­si­mi.
Mi è sem­bra­ta un’i­dea straor­di­na­ria, per­ché met­te in­sie­me due ele­men­ti fon­da­men­ta­li: una po­li­ti­ca, che si chie­de che co­sa fa­re per un’e­tà a ri­schio, che co­min­cia a non leg­ge­re più, e un pro­get­to che vie­ne co­strui­to e rea­liz­za­to as­sie­me ai ra­gaz­zi­ni. Un pro­get­to quin­di to­tal­men­te fi­nan­zia­to dal pub­bli­co per­ché è un in­ve­sti­men­to, tra l’al­tro in un quar­tie­re par­ti­co­lar­men­te com­pli­ca­to. Una sfi­da a 360 gra­di.
Fra l’al­tro non cre­do che ci sia un pro­ble­ma di sol­di, per­ché ogni vol­ta che va­do nel sud ve­do che i sol­di ar­ri­va­no ma non por­ta­no mai al­cun cam­bia­men­to. Al­lo­ra mi chie­do per­ché non si può fa­re qual­co­sa del ge­ne­re? Per­ché in­te­re cit­tà co­me Ca­ta­nia, Pa­ler­mo, Na­po­li non pos­so­no ave­re luo­ghi, bi­blio­te­che per bam­bi­ni? La bi­blio­te­ca per bam­bi­ni non si­gni­fi­ca ave­re quat­tro li­bri scal­ca­gna­ti ­­­messi in un an­go­lo. Si­gni­fi­ca ave­re un po­sto bel­lis­si­mo, per­ché più sei sfor­tu­na­to più hai il di­rit­to di ave­re un po­sto bel­lo, con li­bri bel­li, te­nu­ti be­ne. 

Tu con­cen­tre­re­sti nel­la bi­blio­te­ca an­che mol­ti ser­vi­zi al cit­ta­di­no…
Sì, vi­sto che esi­ste un mi­ni­stro che tie­ne in­sie­me cul­tu­ra e tu­ri­smo. Ri­cor­do che ne­gli Usa e in In­ghil­ter­ra le bi­blio­te­che so­no i pun­ti in­for­ma­ti­vi del­la cit­tà, che da noi so­no spar­pa­glia­ti. Se tut­ti gli spor­tel­li al cit­ta­di­no fos­se­ro mes­si in un uni­co po­sto, che può es­se­re la bi­blio­te­ca, che sta più aper­ta ed è per­ce­pi­ta co­me un luo­go me­no osti­le, me­no bu­ro­cra­ti­co, me­no "dal­l’al­tra par­te”, ma­ga­ri i cit­ta­di­ni vi­vreb­be­ro que­sti ser­vi­zi in mo­do dif­fe­ren­te. Al­l’e­ste­ro in bi­blio­te­ca fan­no pas­sa­por­ti, car­te d’i­den­ti­tà, ci so­no per­so­ne che ti aiu­ta­no a fa­re la ri­cer­ca del la­vo­ro, a com­pi­la­re il mo­du­lo, per­ché non è suf­fi­cien­te ave­re il mo­du­lo, la dif­fi­col­tà sta so­prat­tut­to nel­la com­pi­la­zio­ne. Ne­gli Usa ci so­no mi­glia­ia di vo­lon­ta­ri che aiu­ta­no que­ste per­so­ne che cer­ca­no la­vo­ro a com­pi­la­re il mo­del­lo; si­mu­la­no i col­lo­qui in bi­blio­te­ca, per pre­pa­rar­li a quel­li di la­vo­ro.
Ho let­to di una bi­blio­te­ca che im­pre­sta le cra­vat­te per pre­pa­rar­li an­che nel ve­sti­re. Ec­co, io pen­so che que­sto sia un fron­te mol­to im­por­tan­te.
L’al­tro fron­te è quel­lo del tu­ri­smo. Ci sa­ran­no sem­pre più dei tu­ri­sti co­sid­det­ti eco­lo­gi­ci, che gi­ra­no in bi­ci, che van­no nei cen­tri mi­no­ri, e qua­le pun­to mi­glio­re del­la bi­blio­te­ca per chie­de­re in­for­ma­zio­ni del luo­go in cui si è ar­ri­va­ti! Ne­gli Usa è co­sì. Ogni bi­blio­te­ca, an­che nel pae­si­no di 500 abi­tan­ti, ha il suo il vi­si­tor cen­ter, do­ve ti rac­con­ta­no che lì è pas­sa­to Pe­cos Bill, ti dan­no la pian­ti­na dei po­sti do­ve an­da­re a scia­re, do­ve man­gia­re, ma, so­prat­tut­to, i bi­blio­te­ca­ri, a dif­fe­ren­za del cen­tro tu­ri­sti­co, ag­giun­go­no co­no­scen­za per­ché non si li­mi­ta­no a da­re il me­ro de­pliant, ma in­tro­du­co­no il vi­si­ta­to­re al­l’in­ter­no del­la vi­ta cul­tu­ra­le del po­sto. E la bi­blio­te­ca è il po­sto idea­le per far que­sto. Mol­ti tu­ri­sti, poi, cer­ca­no in­ter­net gra­tui­to, il wi­re­less, un po­sto do­ve po­ter­si se­de­re e ri­po­sa­re, fa­re pi­pì, ma­ga­ri c’è an­che la pos­si­bi­li­tà di of­fri­re qual­co­sa da man­gia­re. I tu­ri­sti stra­nie­ri so­no abi­tua­ti ad an­da­re in bi­blio­te­ca per­ché ti of­fre tut­to que­sto.

Ho let­to che in bi­blio­te­che for­se più pic­co­le po­treb­be es­ser­ci an­che una cu­ci­na, un po­sto do­ve fa­re con­ver­sa­zio­ne, chiac­chie­ra­re...
Sì, que­sta co­sa del­la cu­ci­na è mol­to in­te­res­san­te. La ten­den­za a fa­re un pic­co­lo ri­sto­ro al­l’in­ter­no del­le bi­blio­te­che (det­to tra pa­ren­te­si: io odio le mac­chi­net­te) è dif­fu­sa, pe­rò que­sto de­ve es­se­re ge­sti­to, per cui si può fa­re in un cen­tro un po’ gran­de. Ma an­che in que­sto ca­so mi sem­bra im­por­tan­te che lo si ve­da non co­me un qual­co­sa che non c’en­tra con la bi­blio­te­ca, ma pro­prio co­me un pez­zo del­le at­ti­vi­tà che la bi­blio­te­ca of­fre. Per di­re: ades­so da Me­mo, a Fa­no, ab­bia­mo pre­so un pia­no­for­te a mez­za­co­da, che sta do­ve c’è il caf­fè, e al­le sei di po­me­rig­gio qual­cu­no vie­ne a suo­na­re, tu ti be­vi il tè e ascol­ti la mu­si­ca; que­sto men­tre ci so­no quel­li che pren­do­no i li­bri e van­no in gi­ro, quel­lo che si sce­glie il film da ve­de­re a ca­sa, ecc.
In­ve­ce que­sta co­sa del­la cu­ci­na è un po’ di­ver­sa: Nel­l’am­bi­to di un la­bo­ra­to­rio di par­te­ci­pa­zio­ne al quar­tie­re Iso­la, a Mi­la­no, ero sta­ta coin­vol­ta da un grup­po di cit­ta­di­ni che ave­va avu­to l’in­ca­ri­co di ra­gio­na­re su due te­mi: uno era il pas­san­te, con que­sto enor­me ca­val­ca­via, e l’al­tro un cen­tro cul­tu­ra­le del quar­tie­re. Que­sta idea del cen­tro cul­tu­ra­le è si­mi­le al­la mia idea di bi­blio­te­ca, in­fat­ti io stes­sa ten­do a non usa­re il ter­mi­ne bi­blio­te­ca, per­ché a tut­ti vie­ne in men­te un luo­go che non è quel­lo cui pen­so io. Se­con­do me il no­me "cen­tro ci­vi­co cul­tu­ra­le” sa­reb­be il più giu­sto. 


Tu in­si­sti su que­sta co­sa del no­me…
In real­tà la po­trem­mo chia­ma­re in mol­ti mo­di dif­fe­ren­ti, c’è pro­prio un di­bat­ti­to su que­sto aspet­to del no­me; io se pos­so ten­do a chia­ma­re que­sti luo­ghi con dei no­mi che non han­no par­ti­co­lar­men­te sen­so. Quin­di a Ma­io­la­ti Spon­ti­ni, il no­me del­la bi­blio­te­ca è di­ven­ta­to so­lo "La For­na­ce”, an­che a Pe­sa­ro è ri­ma­sto so­lo "San Gio­van­ni”, in mo­do che le per­so­ne quan­do di­co­no: "Do­ve ci tro­via­mo?”, la ri­spo­sta pos­sa es­se­re sem­pli­ce­men­te: "Al San Gio­van­ni”. Pur­trop­po il no­me bi­blio­te­ca è trop­po le­ga­to a un cer­to ti­po di con­te­ni­to­re. Que­sta co­sa del no­me è mol­to im­por­tan­te. E lo è an­che al­l’e­ste­ro do­ve la bi­blio­te­ca pub­bli­ca non ha mai avu­to i pre­giu­di­zi che ha avu­to la bi­blio­te­ca ita­lia­na. 

Ec­co, tor­nia­mo al quar­tie­re Iso­la…
Lo­ro, in que­sto per­cor­so par­te­ci­pa­ti­vo, so­no an­da­ti a chie­de­re a un cen­ti­na­io di per­so­ne co­sa avreb­be­ro vo­lu­to tro­va­re al­l’in­ter­no di que­sto cen­tro ci­vi­co di quar­tie­re. E più di uno ha chie­sto di po­ter ave­re una cu­ci­na. Per­ché? Per­ché or­mai le cu­ci­ne di ca­sa so­no mi­cro­sco­pi­che. Se tu vuoi ce­na­re con gli ami­ci, coi pa­ren­ti, de­vi an­da­re in piz­ze­ria, che è or­ri­bi­le. Vien da pen­sa­re un po’ al­le vec­chie ca­se del po­po­lo e for­se bi­so­gne­reb­be ri­pen­sar­ci. Cin­quan­t’an­ni do­po tor­na­no fuo­ri gli stes­si bi­so­gni an­che se l’i­deo­lo­gia non c’è più. Mi è sem­bra­to mol­to in­te­res­san­te che, al­l’in­ter­no di un luo­go po­li­va­len­te, dai mol­te­pli­ci con­te­nu­ti, lo­ro chie­des­se­ro che ci fos­se an­che una cu­ci­na.
In que­sto biz­zar­ro pae­se che è l’I­ta­lia ci so­no ol­tre 3.000 pre­mi let­te­ra­ri, al­cu­ni cen­ti­na­ia di fe­sti­val di tut­ti i ti­pi, poi pe­rò non si leg­ge. E pe­rò ci so­no tan­tis­si­mi club di let­to­ri, grup­pi di let­tu­ra. Dap­per­tut­to. Al­lo­ra sa­reb­be mol­to bel­lo se que­sti si po­tes­se­ro ri­tro­va­re in bi­blio­te­ca, se tu aves­si an­che un ca­mi­net­to sa­reb­be an­co­ra me­glio, e in que­sta sta­gio­ne po­ter fa­re le ca­sta­gne da­van­ti al fuo­co e leg­ge­re. In­som­ma, per­ché non pen­sa­re di po­ter ave­re luo­ghi di que­sto ge­ne­re? Hai un ta­vo­lo e ti tro­vi per man­gia­re, ognu­no por­ta una tor­ta e ti fai il tè. Io lo ve­do mol­to co­me un luo­go cal­do, fa­mi­lia­re, que­sto fa­mo­so ter­zo luo­go. 

Con­clu­den­do?
Ve­do il ri­schio che in un mo­men­to co­me que­sto, in cui si di­ce che non ci so­no sol­di, sem­pre di più chi può rea­gi­rà e si at­trez­ze­rà per con­to suo. Il pro­ble­ma ri­guar­da tut­ti quel­li che non han­no que­ste pos­si­bi­li­tà. Io con­ti­nuo a pre­oc­cu­par­mi di que­sti. In tut­ti i con­ve­gni si con­ti­nua a ra­gio­na­re so­lo su chi già uti­liz­za. Io cre­do che se non fac­cia­mo dei pas­set­ti per al­lar­ga­re la ba­se dei fre­quen­ta­to­ri que­sto pae­se non ce la fa. Non puoi ti­rar­ti die­tro co­sì tan­ti cit­ta­di­ni che non han­no com­pe­ten­ze. Io di­co sem­pre, pro­vo­ca­to­ria­men­te, ai miei col­le­ghi: "Ma quan­ti di voi han­no fat­to dei cor­si di fi­nan­za e di eco­no­mia di ba­se?”. Tut­te le bi­blio­te­che avreb­be­ro do­vu­to far­li. Non è pos­si­bi­le che suc­ce­da quel­lo che è suc­ces­so al­la Ban­ca Etru­ria! Se uno fos­se sta­to mi­ni­ma­men­te at­trez­za­to, an­che se era l’a­mi­co a pro­por­gli di com­pra­re, for­se ci avreb­be pen­sa­to di più! Al­lo­ra, in que­sta co­me in mil­le al­tre co­se, è pro­prio un pro­ble­ma di co­no­scen­za. Io con­ti­nuo a es­se­re con­vin­ta che se aves­si­mo tan­te bi­blio­te­che bel­le, il pae­se sta­reb­be mol­to me­glio.


* a cu­ra di Gian­ni Sa­po­ret­ti  su www.unacitta.it   gennaio 2017

13 gennaio 2017

Stato della transizione a inizio 2017: bolla della CO2 più vicina che mai



La transizione energetica globale è sempre più veloce e probabilmente irreversibile. L’ostinazione di molte compagnie a investire in carburanti fossili aumenta il rischio di stranded asset, infrastrutture obsolete che non saranno in grado di ripagare il denaro speso

di Jeremy Leggett *

I paladini dell’industria fossile e i loro lobbisti si preparano a subentrare alla Casa Bianca, nominati da un presidente eletto da una minoranza, che pretende di rappresentare il popolo su base anti elitaria, pur possedendo la più grande ricchezza cumulativa di qualsiasi altro governo, e dovranno fronteggiare la rapida transizione energetica globale, che minaccia di abbandonare i combustibili fossili che loro invece tentano di promuovere.
“L’energia mondiale è a un punto di svolta” titolava Bloomberg il 16 dicembre. “L’energia solare, per la prima volta, sta diventando la forma più economica della nuova elettricità” si leggeva nell’articolo. L’analisi del costo medio dei nuovi impianti eolici e solari in 58 mercati emergenti - inclusi Cina, India e Brasile - era di 1,65 milioni di dollari/MW per il solare e 1,66 per l’eolico. Google guida le grandi aziende che con entusiasmo seguono questo flusso. Il maggiore acquirente di energia verde, infatti, ha annunciato il 6 dicembre che pensa di raggiungere l’obiettivo del 100% di potenza rinnovabile nel 2017. Google è un forte consumatore di energia: puntare sul fotovoltaico significa tagliare profondamente le emissioni di CO2, soprattutto quando l’infrastruttura solare è collegata con tutti gli apparecchi digitali per l’efficienza energetica dell’Internet of Things. Le riduzioni delle emissioni di Google saranno significative anche considerando l’intero ciclo di vita dei prodotti. I pannelli solari di oggi ripagano l’energia utilizzata per fabbricarli in poco meno di un anno, come ha riportato a dicembre un team belga di ricerca dell’Università di Louvain.
“Per ogni raddoppio della capacità fotovoltaica installata”, scrivono Atse Lowen e i suoi colleghi, “l’uso di energia diminuisce rispettivamente del 13 e 12% per i sistemi fotovoltaici policristallini e monocristallini, mentre l’impronta dei gas serra si riduce rispettivamente del 17 e 24%”. Questo significa che ora i pannelli solari restituiscono più energia del petrolio americano: una media di ritorno energetico sull’energia utilizzata di circa 14 (in crescita) contro circa 11 (in discesa). Questa è una buona notizia non solo per i ricchi californiani ma anche per il mondo in via di sviluppo, dove “lanterne solari e fotovoltaico su tetto stanno diventando l’energia di prima scelta” riportava Bloomberg. Il mercato complessivo delle nuove case indiane che accedono all’energia su piccola scala ha un potenziale di 200 GW, di cui solo una minima parte già servita. In Myanmar il governo non ha bisogno di altre persuasioni: ha già annunciato un piano per portare il solare a tutta la popolazione entro il 2030.

Anche i progressi tecnici nelle batterie e nei veicoli elettrici sono diventati più chiari a dicembre. Gli aspetti positivi delle auto elettriche fanno sinergia con gli elementi negativi dell’inquinamento atmosferico, creando una tempesta perfetta per il diesel. Al summit delle città C40, Parigi, Madrid, Atene e Città del Messico si sono tutte impegnate a bandire i veicoli a gasolio entro il 2025. In Cina, l’inquinamento atmosferico quest’anno ha fatto scattare l’allerta rossa in 24 città, con scuole chiuse e voli cancellati. Mezzo miliardo di persone è stato colpito da questa “airpocalypse”. A Chengdu, le persone sono scese in strada mettendo maschere antismog sulle statue nel centro cittadino. Non si può dire che la Cina non stia cercando di risolvere il problema alla radice. Ho riassunto il rapido avanzamento di Pechino nelle rinnovabili in precedenti rapporti mensili. Questo mese, una presentazione a Londra di Zhang Gang, consigliere del Consiglio di Stato cinese, rivelava che gli sforzi per utilizzare l’elettricità in modo più efficiente, riducendo il fabbisogno di carbone, hanno incluso 317 milioni di contatori intelligenti operativi nel 100% delle aree urbane e nel 70% delle zone rurali. Nessun altro paese può nemmeno avvicinarsi a un simile sviluppo di una rete intelligente. Il 12 dicembre, l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha pubblicato un rapporto nel quale concludeva che gli impianti cinesi a carbone “non hanno più un senso economico”. L’India è in una situazione simile. Il 12 dicembre, l’Autorità centrale per l’energia elettrica ha dichiarato che il paese non ha bisogno di nuovi impianti a carbone fino al 2022. L’Autorità ha in programma di portare le rinnovabili diverse dall’idroelettrico a coprire il 43% dei consumi elettrici entro il 2027. Una simile ambizione sarebbe stata inconcepibile fino a poco tempo fa.

Come dovrebbero comportarsi gli investitori? La Raccomandazione della Task Force on Climate-related Financial Disclosures (TFCD) intende spiegare a investitori e assicuratori come i rischi legati ai cambiamenti climatici potranno interessare i rispettivi business, con un piano d’azione per reagire a tali rischi. Il rapporto presenta i risultati delle discussioni di 32 rappresentanti di società con una capitalizzazione di mercato pari a 1.500 miliardi di dollari e istituti finanziari che gestiscono asset per complessivi 20.000 miliardi di dollari. L’idea è che i mercati dei capitali debbano adeguarsi agli intenti degli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici, ritirandosi progressivamente dai combustibili fossili e favorire gli investimenti in tecnologie pulite, non ultime le rinnovabili.
L’obiettivo dell’accordo di Parigi, sottoscritto da tutte le nazioni indipendenti del pianeta a dicembre 2015, è mantenere il surriscaldamento terrestre entro due gradi centigradi. Se la società intende fare questo, la maggior parte delle riserve di carburanti fossili dovrà rimanere sottoterra. Finché le compagnie energetiche penseranno che tutte le riserve abbiano un valore finanziario, ci sarà quel rischio - se davvero i governi faranno quello che hanno promesso a Parigi - che gli investitori chiamano stranded asset: avere denaro investito in una risorsa che poi non si è in grado di sfruttare. Investire altro denaro in questo stock di riserve potenzialmente inutilizzabile crea quella che potremmo definire una “bolla del carbonio”. Il rischio di stranded asset aumenta ogni volta che una compagnia decide d’investire in nuovi progetti fossili che non sono necessari: miniere di carbone, giacimenti di gas e petrolio, fracking, centrali termoelettriche e via dicendo. La Banca d’Inghilterra si è resa conto che questo tema possa rappresentare un rischio sistemico a settembre 2015.

Dopo aver ascoltato le riflessioni di Carbon Tracker, il think-tank finanziario che io presiedo, e di altri esperti finanziari preoccupati, ha iniziato a temere che l’abbandono degli asset dell’energia fossile rischierebbe di far sprecare molti capitali investiti, e potrebbe perfino minacciare la stabilità finanziaria globale. Il tentativo di bloccare questa minaccia ha presto assunto una scala internazionale. A dicembre 2015, il Financial Stability Board del G20 ha istituito la task-force con il compito di specificare le informazioni di cui gli investitori hanno bisogno per evitare il rischio degli stranded-asset; è guidata nientepopodimeno che da Michael Bloomberg. Appena il rapporto della task-force è stato pubblicato, più di trenta organizzazioni - tra cui Aviva, Axa, BHP Billiton, JPMorgan e Daimler - hanno dichiarato il loro supporto per le sue conclusioni. Molte altre compagnie sicuramente si aggiungeranno, perché il punto di partenza della roadmap proposta è che le organizzazioni dovrebbero includere i dati finanziari relativi al clima nei loro resoconti pubblici. Non farlo significherebbe ignorare dei rischi materiali per le stesse organizzazioni. Questa divulgazione dovrebbe comprendere gli elementi principali che riguardano il modo di operare delle società: governance, strategie, gestione del rischio, misurazioni e obiettivi. In particolare, evidenzia la Task Force on Climate-related Financial Disclosures (TFCD), le aziende dovrebbero allineare i loro modelli di business con un futuro 2a due gradi centigradi". Le remunerazioni degli amministratori delegati e dei vertici dovrebbero essere commisurate al raggiungimento degli obiettivi per un mondo con un surriscaldamento globale inferiore ai due gradi.

Già prima che gli accordi di Parigi fossero adottati l’anno scorso, il rischio climatico era nelle prime posizioni dell’agenda dei principali investitori istituzionali e gestori di fondi. I consigli di amministrazione, nella maggior parte dei casi, si sono opposti alle richieste di sottoporre i modelli di business delle compagnie oil & gas a dei test per verificare la loro tenuta rispetto a un panorama climatico consistente con i due gradi centigradi. Tuttavia, tali richieste hanno incontrato un alto favore da parte degli azionisti. Ora non ci saranno più posti dove nascondersi. Il rapporto del TCFD include uno schema con le migliori pratiche e una roadmap per migliorare la divulgazione dei dati. Né le compagnie fossili né i gestori di fondi che investono in tali compagnie potranno ignorarli tanto facilmente. Alcuni investitori non hanno atteso i consigli della task-force del G20. Prima del summit di Parigi a dicembre 2015, fondi d’investimento per complessivi 3.400 miliardi di dollari avevano disinvestito da tutti o almeno da una parte dei rispettivi asset in combustibili fossili, o avevano annunciato la loro intenzione di farlo. Questo movimento è continuato a crescere nel 2016. Il 12 dicembre, il valore dei fondi disinvestiti ha passato 5.000 miliardi di dollari.

Quali danni potrebbe arrecare l’amministrazione Trump a questo scenario? Secondo un recente rapporto di PwC, l’impatto che potrebbe avere sulle emissioni globali di gas serra sarà “abbastanza piccolo”, se gli altri paesi manterranno la direzione intrapresa. Considerando le tendenze di cui ho dato conto ogni mese nel 2016, e considerando che la dichiarazione di Marrakech dello scorso novembre ha definito “irreversibile” il processo di Parigi, mantenere la direzione sembra un assunto molto più che ragionevole. Cercando di far deragliare Parigi e rivitalizzare il carbone, Trump dovrà in qualche modo reprimere gli Stati americani progressisti. Il suo problema è che 33 Stati e il Distretto di Columbia hanno tagliato le emissioni di CO2 mentre espandevano le loro economie dal 2000 in avanti, inclusi alcuni territori repubblicani. Come persuadere la burocrazia di quelle zone a tornare a un modello economico fallimentare, che cerca essenzialmente di recuperare la crescita economica e l’utilizzo di combustibili fossili? Quindici di questi Stati, tra cui California, New York, Virginia, Vermont e New Mexico, hanno già detto a Trump che se cercherà di eliminare i piani americani salva-clima, si rivedranno nelle aule di tribunale.

La Grande Energia come ha reagito davanti alla transizione energetica alla fine del 2016? Due appunti. Il settore delle utility continua a essere diviso tra le compagnie che cercano di difendere lo status quo in via di affondamento, e quelle che stanno correndo per diventare parte del nuovo mondo. Una delle ultime, Engie (ex GdF Suez) ha dichiarato che secondo le sue stime il prezzo del petrolio scenderà a 10 dollari, come risultato delle attuali tendenze nei mercati energetici e dell’ondata di investimenti in tecnologie pulite portata avanti da molte grandi compagnie. Sarebbe interessante, se dovesse succedere. Per esempio, il primo dicembre BP ha dato via libera a un investimento da nove miliardi di dollari per un giacimento petrolifero in acque profonde, battezzato Mad Dog 2, che dovrebbe entrare in funzione nel 2021. Buona fortuna a loro per recuperare l’investimento, se la visione di Engie diventerà realtà.

La mia conclusione, all’inizio del 2017, è che la transizione energetica globale stia andando più velocemente di quanto pensi la maggior parte della gente, ed è probabilmente irreversibile. Le possibilità che Trump faccia risorgere il carbone e faccia espandere l’industria oil & gas così come vorrebbe, sono molto basse. C’è una condizione, ovviamente: che lui non voglia ritrovarsi immischiato in una guerra mondiale. In quel caso, tutte le scommesse sarebbero spazzate via. Nel 2017, includerò questo tema più generale della sicurezza nei miei resoconti, oltre ai temi della cyber sicurezza, della robotica e dell’intelligenza artificiale.

(L'articolo è stato originariamente pubblicato sul blog di Legget, tradotto da Luca Re per QualEnergia.it e pubblicato sul nostro sito con il consenso dell'autore)

*   da  qualenergia.it     11 gennaio 2017