22 settembre 2013

Gruber, l'ancella del potere



"Ieri sera Matteo Renzi era ospite ad Otto e Mezzo. Come prima cosa, appena ho visto la puntata ho pensato immediatamente ad un cambio di format. Infatti la sera prima è andato in onda un interrogatorio, con domande a raffica alla Senatrice del Movimento 5 Stelle Paola Taverna, mentre invece con il Sindaco di Firenze il clima della trasmissione cambia. Addirittura via i giornalisti da riporto come Damilano (che servono solo quando c’è da attaccare e riportare la preda). Un faccia a faccia Gruber-Renzi. Solo che la Gruber ha preferito non partecipare alla trasmissione, e quindi ha parlato sempre Renzi. Battutine e risate con un clima da osteria più che da trasmissione politica. 

Nessuna domanda scomoda sul suo assenteismo al Comune di Firenze. sui suoi problemi con i conti quando governava la Provincia o sulle denunce presentate da Maiorano. Confrontate voi stessi i video delle due puntate. Questa è andata in onda Giovedi 19 settembre con ospiti Taverna e Damilano. Questa invece è andata in onda ieri, Venerdi 20 settembre, con ospite Renzi. Giornalismo di alto livello. Loro contribuiscono attivamente al 69esimo posto in classifica del rapporto Freedom House."

( blog Beppe Grillo da  controilregime.wordpress.com , 21 settembre 2013 )

19 settembre 2013

Governo, nuovo decreto sulle missioni di pace: ‘Destinazione nulla’

di Toni De Marchi *  

Road to Nowhere, strada verso il nulla, è una canzone dei Talking Heads. Se Letta insiste con il voler dare un nome ai suoi decreti legge, potrebbe bene diventare anche il titolo del prossimo provvedimento governativo, quello di proroga delle missioni internazionali. A fine settembre scadono le autorizzazioni di spesa per le missioni militari che abbiamo in giro per il mondo e bisogna prorogarle. Il decreto è già in bozza e dovrebbe andare a uno dei prossimi Consigli dei ministri. Dalle carte che abbiamo potuto vedere in anteprima il nuovo provvedimento aggiungerà 314 milioni ai 935 già stanziati con il decreto dello scorso dicembre, valido fino alla fine di questo mese. Insomma 1,277 miliardi di euro spesi nel 2013, di cui il grosso va naturalmente all’Afghanistan (570 milioni in tutto, 143 per quest’ultimo trimestre). Abbastanza per evitarci l’aumento dell’Iva.

 Nei venticinque commi del primo articolo della bozza di decreto non c’è solo l’Afghanistan: si va dal Libano a Hebron, dalla Libia a Gibuti, dal Darfur a Cipro. Nonostante negli ultimi anni la nostra presenza all’estero si sia notevolmente ridotta causa crisi economica, la nostra grandeur paci-militarista non sembra aver perso vigore. Anzi, come ci ricorda anche il decreto in arrivo, qua e là cerchiamo pure di mettere radici. Non si sa mai. Come a Gibuti dove stiamo costruendo nel sostanziale silenzio del Governo una base militare. Il patto segreto tra l’Italia e il Paese del Corno d’Africa lo avevamo rivelato qui alcuni mesi fa. Un accordo per il quale continuiamo a pagare (anche se il costo vero non ci è stato ancora detto) e continueremo chissà per quanto. Magari con baratti. Da ultimo, quattro blindati Lince 4×4 inseriti in questo decreto prossimo venturo e che ci costeranno 192mila euro solo per rimetterli in efficienza. Certo, a fronte del miliardo e trecento milioni che spendiamo nel resto del mondo sono bruscolini. Ma Gibuti ha 800mila abitanti, undici volte meno della Lombardia.
Gibuti è una delle ragioni per cui questo decreto dovrebbe opportunamente intitolarsi Road to Nowhere. Un’altra è la Libia, dove spenderemo in quest’ultimo scorcio di 2013 ben 2,545 milioni di euro per la European Union Border Assistance Mission in Libya (ai quali dobbiamo aggiungere 7,584 milioni per la prima parte dell’anno, in tutto dieci milioni). E per far fronte a che cosa? A una situazione inaspettata? Imprevedibile? No, a qualcosa che abbiamo creato noi stessi. L’instabilità nata dai bombardamenti occidentali del 2011 sulla Jamahiriya libica ha messo in moto reazioni a catena che adesso dobbiamo cercare di contenere. E che si sono riverberate immediatamente anche in Mali e in altre zone dell’area e dove anche lì ci siamo (sta tutto nel decreto). Tanti bravi soldatini.
Ma dove la missione è più che mai impantanata e destinata a una invincibile sconfitta come direbbe il mai troppo compianto Andrea Pazienza è certamente l’Afghanistan. Da solerti esecutori, abbiamo deciso che alla fine del 2014 ce ne andremo da lì, dopo 12 anni di inutile guerra. Anzi no, cesseremo le operazioni belliche. Lo facciamo perché lo fanno gli americani. Ma in realtà resteremo, eccome se ci resteremo. Nessuno lo ha autorizzato, non certo il Parlamento, ma il cattolicissimo Mauro ha già detto di sì alla permanenza all’ombra dell’Hindu Kush di “istruttori” italiani. Quanti? Nessuno ovviamente lo dice, ma voci attendibili sostengono che il digiunatore di via XX Settembre si sia impegnato con la Nato per un migliaio di uomini. Vero? Falso? Di certo al solito tutto viene fatto nell’opacità delle stanze ministeriali al riparo dalle fastidiose curiosità dell’opinione pubblica e (per quello che conta) del Parlamento.
Ma il rischio che questa strada verso il nulla diventi un’autostrada con pedaggio permanente ormai è quasi una certezza. L’entusiasmo per le missioni di pace, gran bel sentimento se non nascondesse spesso propositi di guerra inconfessabili, può essere pericoloso. E speriamo che Sand in the Vaseline (sabbia nella vaselina), il titolo della raccolta dei Talking Heads che comprende anche Road to Nowhere, non sia un doloroso presagio.
* da ilfattoquotidiano.it, 19 settembre 2013

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18 settembre 2013

Louisiana, l’80 per cento della costa è dell’industria del petrolio e del gas

di Maria Rita D'Orsogna *

Nel corso degli anni i petrolieri hanno trivellato la laguna alla ricerca di petrolio e costruito almeno 10,000 miglia di canali ed oleodotti, cambiandone definitivamente l’assetto. E’ evidente infatti che interventi di così grande portata finiscano con lo stravolgere tutti i delicati equilibri naturali. E così la terra lentamente ma inesorabilmente è sprofondata, la costa è stata persa a causa dell’erosione, la laguna è diventata mare.

E’ la subsidenza indotta, un fenomeno irreversibile, ed in Louisiana è irrefutabile.

E perché la laguna di Louisiana è importante? Perché, come per tutte le lagune, in caso di inondazioni funziona da strato di assorbimento, evitando danni maggiori sulla terraferma. Quando ci fu l’uragano Katrina, i danni sarebbero stati molto minori se la palude fosse stata integra.

For decades geologists believed that the petroleum deposits were too deep and the geology of the coast too complex for drilling to have any impact on the surface.

Per anni i geologi hanno creduto che i depositi di petrolio fossero troppo profondi e la geologia della costa troppo complessa affinché il petrolio avesse delle conseguenze sulla costa.

The removal of millions of barrels of oil, trillions of cubic feet of natural gas, and tens of millions of barrels of saline formation water lying with the petroleum deposits caused a drop in subsurface pressure—a theory known as regional depressurization. That led nearby underground faults to slip and the land above them to slump.
La rimozione di milioni di barili di petrolio, trilioni di piedi cubici di gas naturale e milioni di barili di acqua di produzione associata al petrolio, hanno causato un calo della pressione sotterranea – una teoria nota come depressurazzione regionale. Questo ha causato lo sprofondamento delle faglie sotterranee e l’affondamento della terra in superficie.
Quello che invece è nuovo è che il 24 Luglio 2013 la Southeast Louisiana Flood Protection Authority, creata dopo l’uragano Katrina per evitare altri disastri, ha deciso di aprire una causa contro ben 97 ditte petrolifere che controllano la maggior parte della laguna di Louisiana.

E’ una causa che ha già portato molte polemiche: la Louisiana è a tutti gli effetti un petrolstato dove i soldi per tutto – dalle campagne elettorali fino alle Università – sono in qualche modo collegati all’industria del petrolio e ovviamente non è bello che un ente semi-governativo porti in causa 97 ditte del petrolio, fra cui i giganti della Shell, Chevron e Exxon Mobil.

Tutti gli esperti indipendenti concordano che l’industria del petrolio sia stata quantomeno corresponsabile della subsidenza indotta in Louisiana, ma il governatore Bobby Jindial dice che la causa è anticostituzionale e che sarà di intralcio ai piani di recupero della costa.

Il compito della Southeast Louisiana Flood Protection Authority è quello di proteggere la costa. Devono monitorarla ed provvedere al funzionamento di tutti gli argini costruiti in anni recenti per evitare una seconda Katrina. Il sistema degli argini è costato 14.5 miliardi di dollari, ma i soldi per la manutenzione sono limitati. D’altro canto si stima che se non si interviene i danni da alluvione potrebbero arrivare fino a 23 miliardi di dollari l’anno.

Ecco allora l’idea della causa. John Barry, della Southeast Louisiana Flood Protection Authority dice infatti: “This lawsuit is about making sure that New Orleans has a fighting chance to survive. As we go forward and we look at the requirements of protecting people’s lives and property, it’s simply not possible to do that with the kind of financial resources that we can call upon. So it makes sense that someone — an industry that is a significant contributor to the problem — pay to fix the problem that they created.”

Questa causa è per permettere a New Orleans di avere una chance di sopravvivere. Mentre che andiamo avanti e cerchiamo di capire come fare per proteggere la vita e la proprietà delle persone, ci rendiamo conto che non e’ possibile farlo con le risorse finanziarie a nostra disposizione. E allora e’ sensato che qualcuno – l’industria che apporta un contributo significante al problema – paghi per sistemare il problema che lei stessa ha creato. 
Facile, lineare, logico, pragmaticamente americano.
Non c’è solo la Louisiana. In questi mesi, le cause contro i petrolieri qui negli Usa crescono a dismisura, altri esempi sono elencati qui, per fracking, per emissione di benzene, per sismicità indotta in tutto il paese. Questa è la prima volta che che una causa simile viene preparata su grande scala, da parte di un ente semi-governativo e contro cosi tanti Golia-petrolieri assieme.
                                                                           
 * da ilfattoquotidiano.it ,  17 settembre 2013

17 settembre 2013

Centrale a carbone nel Sulcis? Italia contromano

Nel decreto del fare 2 si toglie alle rinnovabili per dare al carbone ed ai fossili

Lo sostengono Greenpeace, Legambiente e Wwf

Secondo Greenpeace, Legambiente e Wwf, «Il sussidio per una centrale a carbone nel Sulcis prelevato dalla bolletta dei consumatori, così come previsto nelle bozze di decreto del Fare 2 che circolano con insistenza, sarebbe un vero e proprio abominio e un autogol per l’Italia».

Gli ambientalisti sono convinti che «Realizzando un impianto a carbone in quell’area si riuscirebbe, in un sol colpo, a coniugare la fonte più inquinante e maggiormente responsabile dei cambiamenti climatici, la miniera più antieconomica d’Europa, il sistema di sussidio ai fossili meno trasparente, nonché il più iniquo per i consumatori. Invece di puntare le poche risorse economiche disponibili sulle fonti rinnovabili e sull’efficienza energetica, il decreto toglierebbe parte delle risorse previste in bolletta per le tecnologie pulite per darle a quelle sporche».

Per questo le tre grandi associazioni ambientaliste chiedono al Governo di «Non approvare una tale assurdità ambientale ed economica» ed ai parlamentari «Di essere vigili»  e annunciano che «Nel caso in cui la norma circolata fosse effettivamente varata, avanzerebbero  immediato ricorso alla Commissione Europea per manifesti aiuti di Stato. Proprio la Commissione Ue in passato aveva avviato procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia per aiuti di stato al progetto del Sulcis: gli incentivi che si voleva dare all’energia elettrica prodotta da carbone (equiparandola a fonti rinnovabili) avrebbe costituito una palese distorsione della concorrenza».

Gli ambientalisti ricordano che «Le voci in bolletta connesse alle fonti fossili sono già passate dal 31 al 57% del totale. Di contro, i soldi spesi per il sostegno degli impianti che producono energia rinnovabile rappresentano oggi un risparmio tra i 30 e i 76 miliardi di euro  per la mancata importazione di fonti fossili. Inoltre, l’Autorità per l’Energia ha appena approvato uno schema per il capacity payment (in pratica, le centrali in sovrannumero vengono pagate solo perché assicurano la potenziale produzione di energia elettrica necessaria, non perché la producono davvero) senza che questo sia stato inquadrato in un piano adeguato per la chiusura delle centrali non necessarie e per lo sviluppo delle fonti alternative in sostituzione della capacità fossile».

Inoltre «Il Sulcis produce un carbone particolarmente sporco (zolfo) e dallo scarso potere energetico. E’ quindi diseconomico, oltre che cinico, che gli ex minatori del Sulcis vengano impiegati per sostenere una produzione senza futuro, invece di cercare concrete e durature alternative occupazionali nel comparto dell’energia. A riscattare il progetto non basterebbe prevedere la realizzazione – a spese dei consumatori! – di un impianto di cattura e stoccaggio del carbonio (Ccs), una tecnologia sperimentale, molto costosa e ancora poco affidabile». E le associazioni si chiedono: «E’ possibile che il Governo scelga di fare un investimento a perdere ipotecando i prossimi 20 anni quando in Italia siamo in presenza di una sovrapproduzione energetica e di migliaia di lavoratori delle centrali termoelettriche in cassa integrazione? Si consideri inoltre che in Sardegna sono già operative altre due centrali a carbone e che sono in discussione ulteriori due progetti di impianti alimentati con quella fonte: una vera condanna, dal punto di vista economico, ambientale e sanitario per quella terra».

Per Greenpeace, Legambiente e Wwf «L’Italia deve puntare su efficienza energetica ed energie rinnovabili, comparti nei quali esprime enormi potenzialità, e non consegnarsi mani e piedi alla dipendenza energetica dalle fonti fossili: in tal senso, è necessario che ci si doti di obiettivi concreti, a livello europeo e italiano; e che il Governo si impegni concretamente, in sede Ue, affinché vengano previsti target di crescita delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica, oltre che di contenimento delle emissioni di gas serra, per il 2030. Derive come quello di una centrale a carbone nel Sulcis indicano come obiettivi cogenti su rinnovabili ed efficienza siano essenziali per “aiutare” il Paese a tenere la barra a dritta».

 da greenreport.it , 17 settembre 2013