Centinaia di migliaia
di persone sfilano fino al parlamento. È una delle più grandi manifestazioni
nella storia moderna del Paese
Elena
Kaniadakis *
Ed ecco una grande
piazza europea dove si fa politica, cioè si propone un cambiamento allo stato
delle cose: Belgrado, piazza del parlamento. Di bandiere blu con le stelle
gialle non ce n’è neanche una, solo tanti volti giovani che chiedono una
magistratura indipendente, stampa libera, rispetto dello stato di diritto e non
un presidente padrone. Hanno sfilato per le strade, dandosi il tempo con i
fischietti, promettendosi di buttare giù un sistema che offre come orizzonte
solo insicurezza, o l’‘esilio volontario’ verso altri paesi. «Hai mai visto
così tanta gente?», chiede una ragazza alla sua amica, con una grande mano
rossa come il sangue dipinta sulla guancia, simbolo della protesta. «Nikad,
mai» risponde quella, e soffia tutto il fiato di cui è capace nel fischietto
che si porta al collo. Vucic ha fatto a lungo leva sulla paura e sulla
frammentazione sociale per evitare questo tipo di rivolta, ora è sulla
difensiva, nel tentativo di spegnere il fuoco
È TRA LE PIÙ GRANDI manifestazioni nella storia moderna serba. Sono
centinaia di migliaia di persone, tra gli organizzatori si sussurra «mezzo
milione», a riempire tutte le principali strade e piazze di Belgrado, inclusa
Slavija, quella che ospita la fontana sonora, simbolo delle brutture e delle
speculazioni urbanistiche in atto nel paese. Il volto di Aleksandar Vucic,
presidente serbo e protagonista indiscusso degli ultimi dieci anni con il
Partito progressista serbo (Sns), non figurava da nessuna parte fra i cartelli
della marea umana né negli slogan: non ce n’era bisogno. Ha a tal punto
incarnato il potere autoritario in Serbia da essere naturalmente il
destinatario politico del movimento di protesta.
TUTTI I CHILOMETRI percorsi in questi
mesi di manifestazioni partecipatissime – a partire da novembre, quando la
pensilina della stazione ferroviaria appena ristrutturata di Novi Sad è
crollata sui passanti, uccidendone 15 – hanno condotto qui, davanti alla sede
del parlamento. Senza simboli politici o partitici, questo movimento sta dando
alla Serbia la scossa più politica di tutte, e chiede partecipazione ai
processi decisionali, trasparenza, a partire dalla pubblicazione di tutti i
documenti relativi al progetto di rifacimento della stazione. «La nostra è una
domanda rivoluzionaria, molto più delle semplici dimissioni del governo:
pubblicare i documenti vorrebbe dire smascherare le responsabilità criminali
del potere, chiedere che la classe politica corrotta vada in prigione»,
racconta uno studente con il gilet catarifrangente e il casco protettivo, che
cala sulla fronte, pronto, teoricamente, a proteggere la folla dalle auto che
in più occasioni, nei mesi scorsi, hanno speronato i manifestanti. I trattori
dei contadini arrivati dalle campagne aprono e chiudono i cortei, bloccando le
strade e assicurando protezione. «Il nostro sembrava un paese vecchio, morto, e
invece…», esulta Zoran, la sigaretta spenta tra le labbra, osservando
compiaciuto il fiume in piena di persone, assiso sul suo trattore.
NIŠLIJE, LOZNICA, Kraljevo, Cacak,
Užice, Kragujevac: i ragazzi di tante città hanno risposto all’appello,
nonostante molte linee ferroviarie siano state interrotte per due giorni, con
la motivazione ufficiale di un allarme per un «pacco bomba». Hanno macinato
fino a 150 chilometri, dormendo nelle palestre comunali dei piccoli centri
abitati, che li hanno accolti con lunghi applausi e mestolate di zuppe calde. È
una delle tante magie portate da questo vento di primavera: anche i residenti
delle zone rurali, dove il controllo clientelare del potere è asfissiante, e a
lungo è riuscito a bloccare la scintilla della protesta, sentono di avere nuove
energie. Belgrado non appare più come la roccaforte del dissenso politico,
isolata dal resto del paese, ma la destinazione finale di una staffetta
liberatoria. Anche le nonnine serbe davanti al parlamento premono a tutto
spiano sulle trombette da stadio.
Nei giorni precedenti
era stato tutto un tambureggiare bellico di dichiarazioni: «Ci aspettiamo
violenze», «c’è un piano per scatenare la guerra civile», aveva dichiarato la
presidente del parlamento, Ana Brnabic. Toni apocalittici di chi, più che
temere lo scontro, sembrava auspicarlo.
Loschi figuri si erano
accampati in piazza dai giorni scorsi, i bicipiti e qualche cicatrice bene in
mostra: «Studenti impazienti di tornare sui banchi dell’università», li ha
presentati il governo. Sono perlopiù scagnozzi prezzolati del Sns, ultras della
squadra di calcio del Partizan, in cui sono confluiti alcuni ex riservisti
dell’Unità per le operazioni speciali durante l’era Miloševic, tra i cui ranghi
fu rintracciato l’assassino del primo ministro serbo Zoran Dindic nel 2003.
Nella messa in scena, che avrebbe anche qualcosa di comico se non fosse per la
violenza insita in essa, non potevano mancare i «trattori senza conducenti»,
fatti arrivare in fretta da un’azienda fuori città, per creare un cordone a
difesa dell’accampamento, sulla falsariga di quanto avevano fatto i contadini
«veri», a protezione degli studenti «veri». Nel tardo pomeriggio, fra
«desiderosi di apprendere» e alcuni manifestanti c’è stato uno sporadico lancio
di fumogeni, e gli organizzatori hanno spostato la parte finale del
concentramento in una piazza più decentrata per allentare la tensione.
GLI SQUILLI DI TROMBA, gli applausi e le
urla di incoraggiamento degli studenti coprono così il silenzio dell’Unione
europea, al cui consesso la Serbia rimane candidata. Le proteste oceaniche sono
state finora sostanzialmente ignorate da Bruxelles. Solo venerdì la rappresentanza
Ue in Serbia ha invitato al «rispetto dei diritti democratici».
Qualcuno, più
spiritoso, sventola in corteo le bandiere dei regni mitici del Signore degli
anelli per incoraggiare la lotta contro Vucic, «l’oscuro signore». Perché un
mondo letterario sia da preferire all’Ue è presto detto. «L’Europa è complice»,
attacca Milos, uno studente che si trascina dietro una gigantografia con la
copertina della costituzione serba. «In tutti questi anni ha sostenuto Vucic,
convinta che fosse il solo capace di assicurare la stabilità e lasciare campo
libero agli investimenti che le stanno a cuore. La Germania vuole che venga
aperta qui la più grande miniera di litio d’Europa, la Francia ha firmato un
accordo per vendere i suoi jet Rafale… lo stato di diritto, per cui noi ci
battiamo, viene calpestato in nome della ‘stability’».
VUCIC, IL LEADER
POLITICO
alto due metri che sognava di fare il pivot ed è stato invece ministro
dell’Informazione negli anni novanta, durante la presidenza di Miloševic, ha
addolcito da tempo i toni da giovane radicale nazionalista, quale era, e si è
accreditato come il leader pragmatico, abile nel destreggiarsi su più tavoli da
gioco, non solo con Bruxelles, ma anche con la Cina e ovviamente la Russia, di
cui la Serbia rimane storica alleata (Belgrado non si è unita alle sanzioni
contro Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina). «Ha fatto a lungo leva sulla paura
e sulla frammentazione sociale per evitare questo tipo di rivolta – spiega
Ivica Mladenovic, ricercatore presso l’Istituto di filosofia dell’Università di
Belgrado – ora è sulla difensiva, costretto a destreggiarsi tra repressione e
concessioni limitate nel tentativo di spegnere il fuoco». Finora ha preso
tempo, tenendo nella manica la carta delle elezioni anticipate che in più
occasioni ha fornito la scappatoia ideale, grazie alla forte presa esercitata
sugli impiegati statali, dopo le dimissioni del primo ministro avvenute a
gennaio. Ma nessuno, tra i manifestanti, ha urgenza di tornare alle urne,
proprio perché sa che la libertà di voto rischia di non essere garantita (Vucic
ha annunciato un discorso alla nazione in tarda serata, dopo la chiusura del
giornale).
TRA LE AULE OCCUPATE delle 60 facoltà,
negli estenuanti dibattiti che si susseguono prima degli eventi di protesta,
serpeggiano le opzioni più disparate: chiedere un governo di transizione,
fondare un nuovo partito, rimanere fuori dall’arena parlamentare. La protesta
ha anime politiche variegate e finora ha tratto vigore dall’aver convogliato il
grande risentimento nei confronti della corruzione.
«Non c’è ancora una
forza strutturata che possa incarnare l’alternativa» riflette Milos,
proteggendosi con una bandiera serba dalle sparute gocce di pioggia che bagnano
la festa.
«Dobbiamo organizzarci al di là delle strade, costruire una base militante
nelle campagne, nelle assemblee locali, nei sindacati». La strada è in salita,
ma la Serbia si è risvegliata giovane, si è affacciata sulla piazza del proprio
futuro, e pretende che nessuno le chiuda la finestra in faccia.
* da il manifesto 16 marzo 2025