11 febbraio 2026

Siria, c’è l’accordo tra Sdf e Damasco: più equo ma fragile

 di Tiziano Saccucci *

Una normalizzazione vigilata. Il governo recupera sovranità e risorse, il nord-est preserva alcuni spazi politici e istituzionali

Una settimana fa, a Mazloum Abdi, a Damasco, era stata offerta una sola opzione: la resa. Ora il governo siriano e le Forze della Siria democratica (Sdf) annunciano un cessate il fuoco permanente e un accordo articolato in quattro fasi che parla di «integrazione graduale» militare, amministrativa e civile. Il cambio di scenario è reale, ma non nasce da una miracolosa convergenza politica né da un’improvvisa benevolenza del potere centrale. Il passo indietro di Damasco è il risultato di una scelta precisa: non cedere.

LA MOBILITAZIONE generale nel Rojava, la dimostrazione di consenso popolare e il sostegno dei curdi fuori dalla Siria hanno reso impraticabile per Damasco l’opzione militare, costringendo a riaprire il negoziato su basi molto diverse da quelle del 18 gennaio, quando chiedeva la dissoluzione dell’esperienza del nord-est. La prima fase sancisce un cessate il fuoco «permanente e completo» su tutti i fronti e il mantenimento, da parte delle Sdf, della responsabilità sulla protezione delle prigioni di Daesh. Damasco riconosce implicitamente che, senza Sdf, la gestione del dossier jihadista non è sostenibile. È previsto l’ingresso di forze del ministero degli interni a Qamishlo e Heseke, definito «simbolico» e temporaneo: forze governative dovranno supervisionare l’integrazione delle Asayish nel ministero, per poi ritirarsi. Il testo formalizza la creazione di una divisione del ministero della difesa per la provincia di Heseke, in cui le Sdf confluiranno sotto forma di tre brigate. Inoltre, a Kobane verrà formata un’ulteriore brigata da affiliare a una delle divisioni di Aleppo, oggi dominate da fazioni del Syrian National Army (Sna), milizie sotto influenza turca che fino a ieri combattevano contro le Sdf. La 76ª divisione coincide di fatto con la Divisione Hamza, sottoposta a sanzioni internazionali per crimini di guerra ad Afrin, Serekaniye, Girê Spî e, più di recente, sulla costa siriana.

NELLA PRIMA VERSIONE dell’intesa, un’assenza aveva destato particolare allarme: quella delle Ypj. La dichiarazione di Ilham Ahmed, responsabile delle relazioni estere dell’Amministrazione autonoma, chiarisce ora che le Unità di protezione delle donne sono considerate «una forza all’interno delle Sdf» e verranno incluse nelle brigate. Resta un nodo da sciogliere: l’esercito siriano non prevede presenza femminile e difficilmente può assorbire un’esperienza che è insieme militare e ideologica. Sul piano civile, entro dieci giorni, il governo assumerà il controllo dei giacimenti petroliferi e l’aeroporto di Qamishlo passerà all’Autorità per l’aviazione civile. Entro un mese, Damasco riprenderà la gestione di tutte le istituzioni autonome nella provincia di Heseke, unificandole con quelle statali e regolarizzando il personale. Anche i valichi di frontiera rientrano sotto controllo statale: una squadra della Direzione generale dei varchi terrestri verrà dispiegata a Semalka e Nusaybin. Secondo Ilham Ahmed, però, il personale resterà locale e il valico di Semalka continuerà a operare.

IN CAMBIO l’accordo contiene concessioni non marginali: il riconoscimento ufficiale dei titoli di studio rilasciati dall’Amministrazione autonoma, la licenza per organizzazioni culturali, media e della società civile, e l’impegno a discutere l’educazione curda con il ministero dell’istruzione. Le istituzioni della Daanes, sottolinea Ahmed, continueranno a operare con il sistema di co-presidenza. L’accordo è garantito da Stati uniti e Francia. Washington parla di «tappa storica» verso l’unità della Siria, mentre Emmanuel Macron ribadisce il sostegno a «una Siria sovrana, unita e rispettosa di tutte le sue componenti». Il segnale politicamente decisivo, tuttavia, resta quello di Ankara. Poche ore prima dell’annuncio, il ministro degli esteri Fidan dichiarava che la Turchia avrebbe sostenuto «qualsiasi accordo raggiunto dalle parti». Traduzione: l’accordo passa perché ha già ottenuto il via libera turco. Le affermazioni di Ilham Ahmed su un ritiro turco dalle aree occupate, se confermate, rappresenterebbero un mutamento radicale e aprirebbero al ritorno degli sfollati di Afrin, Sheikh Maqsoud e Serekaniye.

L’ACCORDO è più equo dei precedenti, ma fragile. Più che una riconciliazione, è una normalizzazione vigilata, in cui Damasco recupera risorse e sovranità formale mentre la Daanes cerca di preservare spazi politici e istituzionali. Il suo esito dipenderà da una variabile decisiva: quanto spazio la Siria che verrà sarà disposta a concedere a chi, in questi anni, si è rifiutato di scomparire.

nella foto: Il presidente ad interim della Siria Ahmad al-Sharaa, a destra, stringe la mano a Mazloum Abdi, comandante delle SDF

* da il manifesto 31 gennaio 2026

 leggi anche : Il bavaglio della Turchia alla questione curda

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Dopo il Rojava ora rischia Suweida, equilibrio fragile tra Damasco e drusi

 di Michele Giorgio *

Galvanizzato dalle operazioni contro le Sdf, Al-Sharaa sfrutta il consenso globale sull’«unità». Tel Aviv allarga ancora la zona cuscinetto imposta oltre il Golan occupato

Il 27 gennaio, Mustafa Al Bakour, governatore del distretto di Suweida, ha lanciato un’iniziativa intitolata «Verso un futuro sicuro per Suweida». Un piano a tutti gli effetti che, a suo dire, punta alla risoluzione completa della crisi tra Damasco e la comunità drusa nel sud del paese «spostando il confronto dalla strada alle aule di giustizia e smantellando l’arma più pericolosa, ossia l’idea che non vi sia una via d’uscita politica». I presunti buoni propositi di Al Bakour si sono subito scontrati con la realtà sul terreno.

Galvanizzate dalla recente avanzata dell’esercito e delle milizie alleate contro le Sdf e l’Autonomia curda nella regione nord-orientale del paese, le forze governative e l’ala più estrema del regime di Ahmed Al Sharaa (Al Julani) appaiono sempre più orientate a regolare i conti nel sud del paese, come è avvenuto nel nord. A frenarle è la certezza di un intervento militare di Israele. Sfruttando la crisi interna siriana dopo i massacri di drusi dello scorso luglio nella provincia di Suweida, il governo Netanyahu ha imposto una zona interdetta all’esercito siriano che parte dalle Alture del Golan occupate e arriva fino alle porte di Damasco.

La tensione nel sud è tornata a salire. Scontri a fuoco con feriti tra le forze di sicurezza governative e la Guardia nazionale fondata lo scorso agosto dallo sceicco e leader druso Hikmat al-Hijri sono avvenuti nelle campagne occidentali della provincia. Colpi di mortaio sono caduti su Al Mazraa, raffiche di mitra e droni hanno colpito i quartieri alla periferia di Suweida. Combattimenti con un morto e tre feriti si sono registrati nel villaggio di Al-Majdal. Spari e raffiche hanno scandito il passare dei giorni in diverse località. Sul terreno, in realtà, è cambiato ben poco: i governativi da tempo controllano più di trenta villaggi nella campagna occidentale di Suweida, mentre la Guardia nazionale ha piena autorità sul centro del governatorato. Determinanti saranno le posizioni che adotterà Washington. A Damasco ritengono che, così come è accaduto con i curdi, e prima di loro con gli alawiti sulla costa mediterranea, gli Usa potrebbero abbandonare anche i drusi al loro destino e impedire una reazione israeliana. Difficilmente gli sviluppi andrebbero in quella direzione.

Intanto pressioni e tensioni aumentano giorno dopo giorno. I media vicini ad Al Julani esortano all’azione muscolare dopo le operazioni dell’esercito siriano che hanno contribuito a disegnare nel nord una nuova geografia politica le cui ripercussioni non resteranno limitate alle Sdf. Il politologo Hamza Al-Muhaimid, vicino al governo di Damasco, ha detto alla stampa araba che «certi dirigenti drusi» protagonisti a Suweida (lo sceicco Al Hijri) devono essere riportati alla realtà perché, sino a oggi, hanno sfruttato circostanze interne ed esterne (Israele) per ottenere vantaggi politici. Al-Muhaimid afferma che «queste circostanze sono cambiate e il sostegno internazionale è ora chiaramente rivolto a Damasco e all’unità del territorio siriano». In sostanza, senza citarla, il politologo chiede di chiudere in un cassetto la «Roadmap in Suweida» — sponsorizzata da Stati Uniti e Giordania e che assegna un’autonomia di fatto alla regione drusa e prevede un’inchiesta sui massacri di luglio — se le soluzioni politiche nella provincia si rivelassero impossibili.

In questo clima di incertezza, non sorprende che, mentre il mese scorso al Hijri, in un’intervista senza precedenti a un giornale israeliano, chiedeva la piena indipendenza dei drusi siriani con la protezione dello Stato ebraico, a Suweida sia scesa in campo la «Terza corrente», un’iniziativa di accademici e intellettuali che dice «di voler salvare la società drusa». Secondo alcuni, la «Terza corrente» non sarebbe altro che una creazione di Damasco per affermare che al Hijri non ha il 90% dei consensi nella comunità drusa, come vanno sbandierando i suoi sostenitori. Chiamato in causa, Israele nel sud continua a fare ciò che vuole incurante dei negoziati che porta avanti con Damasco. Ieri Tel Aviv ha comunicato che le sue forze hanno condotto un’operazione durante la notte, prendendo di mira un presunto deposito di armi della Jamaa al Islamiya a Beit Jinn, un villaggio a ridosso del Golan occupato già attaccato da Israele a fine novembre (almeno 14 morti). Sempre ieri i soldati israeliani hanno preso il controllo e allestito posti di blocco sulle strade che collegano le città di Al-Muallaqa e Ghadir Al-Bustan, nella campagna di Quneitra. Poi hanno arrestato tre giovani a Jabata al-Khashab e un ragazzino mentre pascolava le pecore.

* da il manifesto – 11 febbraio 2026

 

7 febbraio 2026

Il referendum rischia di slittare ad aprile

 di Mario Di Vito *

Falsa partenza La Cassazione ammette il nuovo quesito proposto dai 15 cittadini promotori della raccolta popolare delle firme

Con un provvedimento senza precedenti e che si addentra in territori inesplorati, l’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione riapre la partita del referendum costituzionale sulla giustizia: il quesito proposto dal comitato dei 15 cittadini che in poche settimane hanno raccolto oltre 500.000 firme è stato dichiarato valido. E questo avrà effetto anche sulla data, che dovrà slittare in avanti rispetto al 22 e 23 marzo deciso dal consiglio dei ministri alla fine di dicembre e subito decretato dal presidente della Repubblica Mattarella.

LA CASSAZIONE ha ritenuto che l’ordinanza di novembre dell’ufficio centrale (quella relativa al quesito del parlamentari) non ha consumato il potere di altri soggetti di richiedere in autonomia un referendum. Il motivo è molto semplice, in realtà: non esistono disposizioni di rango costituzionale né di legge ordinaria su cui fondare un limite che sarebbe soltanto un ostacolo all’esercizio dei propri diritti (stabiliti dall’articolo 138 della Carta) da parte, ad esempio, di 500.000 cittadini che presentano le loro firme. Tutto ciò, ad ogni buon conto, non contrasta con quanto stabilito sempre dall’Ufficio centrale lo scorso novembre, da considerare come giudicato «rebus sic stantibus»: l’ammissione era legittima, ma è stata superata. E dunque, con la riformulazione del quesito dovrà ripartire l’intero iter. Il consiglio dei ministri dovrà produrre una nuova delibera e il capo dello stato un nuovo decreto.

LA DIFFERENZA tra il quesito del comitato dei 15 e quello dei parlamentari consiste nel fatto che, in quello ammesso ieri, sono indicati esplicitamente i sette articoli della Costituzione che cambieranno in caso di vittoria del Sì. Un particolare non irrilevante nonché, peraltro, obbligatorio secondo la legge che regola le consultazioni referendarie, la 352 del 1970. Per la Cassazione questa precisazione serve a rendere la partecipazione al referendum più consapevole.

È COSÌ CHE LA PALLA ORA TORNA nelle mani del governo. La questione, proprio perché priva di precedenti, è assai complicata: riconvocare un consiglio dei ministri e fissare una nuova data vorrebbe dire necessariamente far slittare in avanti la data del voto. Servono almeno 50 giorni e non più di 70.

Se i ministri, per improbabile ipotesi, dovessero essere convocati oggi a palazzo Chigi, la prima finestra aperta sarebbe domenica 29 e lunedì 30 marzo. Da tenere presente che la settimana successiva è Pasqua, dunque l’ipotesi meno inverosimile potrebbe essere il 12 e il 13 o il 19 e il 20 aprile, dando per scontato che il governo farà di tutto per non andare alle urne il 26, sull’onda della festa della Liberazione.

CI SAREBBE, FORSE, un’altra possibilità per Meloni: correggere in consiglio dei ministri il quesito deciso a dicembre e lasciare intatta la data. Ma a questo punto il Comitato dei 15, asceso al rango di potere dello stato in quanto riconosciuto «promotore» dalla Cassazione, avanzerebbe di certo un conflitto d’attribuzione davanti alla Corte costituzionale per poter sfruttare tutti i termini previsti dalla legge e dalla Costituzione.

NON È DA ESCLUDERE una soluzione spuria: l’ufficio centrale della Cassazione potrebbe convocare tutti i comitati promotori – quelli dei parlamentari e quello dei 15 – per proporre una mediazione. Il problema, però, è che in questo caso il quesito proposto dai parlamentari (senza riferimento agli articoli della Costituzione) era sbagliato, e tale resta anche se a novembre aveva passato il vaglio del Palazzaccio. Quella che si andrà a votare, infatti, è una legge «di revisione costituzionale» e dunque, a differenza delle «leggi costituzionali», vige l’obbligo di indicare con precisione gli articoli che cambieranno.

UN BEL REBUS, assolutamente inatteso per il governo e per la maggioranza, che credevano di aver chiuso la partita la settimana scorsa, quando il Tar del Lazio aveva bocciato la richiesta del comitato dei 15 di spostare in avanti la data del referendum, visto che era stata fissata prima della scadenza dei tre mesi dall’ok della Cassazione, così come sarebbe previsto dalla legge. I giudici amministrativi avevano dato ragione all’esecutivo, apprezzando però diverse parti del ricorso firmato dagli avvocati Pietro Adami e Carlo Contaldi La Grotteria.

UNA VITTORIA CLAMOROSA per i giuristi guidati dal portavoce Carlo Guglielmi, che avevano lavorato al quesito e che, poco prima di Natale (e molto prima che le maggiori organizzazioni che ora sostengono il No si muovessero per dare una mano), sono andati in Cassazione muniti del loro certificato elettorale per chiedere di poter raccogliere le firme per il referendum costituzionale.

* da il manifesto – 7 febbraio 2026

24 gennaio 2026

Eolico e fotovoltaico producono più energia elettrica delle fonti fossili: lo storico sorpasso in Ue

In cinque anni la loro quota è cresciuta dal 20% al 30%. In Italia l'energia ottenuta dal sole ha compensato il fisiologico calo dell'idroelettrico (dopo il boom del 2024)

In modo forse lento, ma inesorabile, la transizione energetica va avanti. Secondo un rapporto pubblicato oggi da Ember, un think tank indipendente specializzato in temi ambientali, per la prima volta nella storia dell'Unione europea l'energia elettrica prodotta da eolico e fotovoltaico ha superato quella garantita dalle fonti fossili. Nel dettaglio sole e vento hanno prodotto il 30% dell'elettricità contro il 29% di quella ottenuta con l'utilizzo di carbone, gas e altri combustibili. 

I numeri, nel dettaglio

Nel 2025 eolico e solare hanno superato i fossili in 14 dei 27 Paesi. In cinque anni la loro quota nella produzione elettrica Ue è cresciuta dal 20% (2020) al 30% (2025), mentre i fossili sono scesi dal 37% al 29%. Idroelettrico e nucleare sono rimasti stabili o in lieve calo. Il sorpasso di eolico e solare sui fossili nel 2025 è dovuto soprattutto al solare, cresciuto più di un quinto (+20,1%) per il quarto anno consecutivo e balzato al 13% della produzione di elettricità Ue nel 2025, un nuovo record positivo, superando carbone e idroelettrico.

Nel 2025, la produzione elettrica da solare è cresciuta in ogni paese dell’Ue rispetto al 2024 grazie soprattutto a nuove installazioni. Il solare ha fornito oltre un quinto dell’elettricità prodotta in Ungheria, Cipro, Grecia, Spagna e Paesi Bassi. In Italia, la generazione solare ha raggiunto il 17% della produzione elettrica. Le rinnovabili hanno generato il 48% dell’elettricità Ue nonostante condizioni meteo atipiche che hanno causato un calo dell’idroelettrico, del 12%, e dell’eolico, del 2%, ma hanno favorito il solare. L’eolico resta la seconda fonte elettrica Ue, al 17%, e ha prodotto più elettricità del gas.

Come vanno le cose in Italia?

Secondo i dati di Terna, la società che gestisce la rete di trasmissione nazionale, nel 2025 i consumi elettrici italiani sono stati pari a 311,3 TWh, un valore sostanzialmente equivalente a quello del 2024. Nel 2025 le fonti rinnovabili hanno coperto il 41% della domanda, rispetto al 42% del 2024. 

Un dato che sembra in controtendenza rispetto al report di Ember e che tuttavia ha una spiegazione. Se infatti è vero che nell'anno appena trascorso la produzione fotovoltaica ha fatto segnare numeri senza precedenti, dall'altro la produzione idroelettrica è tornata ai livelli standard con una riduzione del 21,2%. Un calo fisiologico dopo lo straordinario incremento del 2024. Più contenuta la diminuzione della fonte eolica (-3,3%), mentre è sostanzialmente stabile la fonte geotermica (-0,3%). 

A crescere, come accennato sopra, è invece l'energia prodotta da fonti fotovoltaiche che è cresciuta del 25,1% e ha raggiunto il nuovo record storico arrivando a superare i 44 TWh con un picco nel mese di giugno di 5,7 TWh (+35,6% rispetto al giugno 2024). Tale incremento (+8.892 GWh) è dovuto sia al contributo positivo dell’aumento di capacità in esercizio (+6.636 GWh) sia ad un maggiore irraggiamento (+2.256 GWh).


da www.europa.today.it – 22 gennaio 2026

1 gennaio 2026

Viaggio in Uganda: la pseudo-democrazia di Museveni alla prova del voto

di Sara Gandolfi *

Leoni, leopardi, elefanti, bufali e (in una riserva) pure il rinoceronte. Ovvero tutti i Big Five dell'Africa. E poi i gorilla di montagna, gli scimpanzé, le scimmie dalla coda rossa, giraffe, zebre, antilopi... L'Uganda è il regno degli animali. Ed il reame di Yoweri Kaguta Museveni, l'ex guerrigliero diventato presidente sempiterno. L'uomo che quarant'anni fa ha preso le redini del Paese africano, dilaniato dalle feroci repressioni prima del "macellaio" Idi Amin e poi di Milton Obote, a modo suo ha portato stabilità e pace. Non una piena democrazia, però. 
La faccia apparentemente bonaria dell'ottantunenne Museveni  è ovunque in Uganda, stampata sui manifesti gialli che ricoprono ogni angolo del Paese, con lo slogan “Proteggere i guadagni: fare un salto di qualità verso lo status di reddito medio-alto”. Corre per il suo settimo mandato presidenziale, alle elezioni del 15 gennaio. Le piazze di ingresso ad ogni città e ogni villaggio, le case, le scuole, le auto e perfino i muri della consegna bagagli all'aeroporto sono tappezzati dalle gigantografie e dai poster della sua campagna elettorale. In giro c'è soltanto lui - con il cappello di paglia e il sorriso da nonno - e i candidati locali del suo partito, il National Resistance Movement. Ed è già pronta la successione ereditaria in questa pseudo-democrazia fondata sul culto della personalità: il figlio di Museveni, il 51enne Muhoozi Kainerugaba, dopo una serie di rapide promozioni è ora Capo delle Forze di Difesa e molti lo considerano già candidato alle successive presidenziali, se ci saranno.

Una manifestazione a favore del leader dell'opposizione, il rapper Bobi Wine

Sette candidati sfidano Museveni, che punta alla maggioranza assoluta per evitare il ballottaggio. L'unico che ha qualche chance di competere con il presidente autocrate è il 41enne Bobi Wine, popolare star del reggae, che ha conquistato il favore dei giovani promettendo il ripristino della democrazia, la lotta alla corruzione e la creazione di posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione complessivo è del 12,6% in Uganda, ma sale al 43% fra i giovani. Solo 90.000 laureati su 700.000 ogni anno riescono a trovare impiego nel settore formale e il reddito pro capite annuo, pari a 987 dollari, è cresciuto in media soltanto dell'1,8% negli ultimi 4 anni.
Candidato del National Unity Party, Wine ha paragonato la campagna elettorale a «una zona di guerra» per i rischi che corre chi si schiera pubblicamente contro Museveni. D'altronde, lo scorso maggio Kainerugaba si è vantato pubblicamente di aver torturato personalmente la guardia del corpo di Wine, Edward Sebuufu, che era stato rapito cinque giorni prima.

Nessuno esprime ad alta voce le proprie opinioni politiche. Soltanto nel chiuso di un'auto o di una abitazione, i giovani si lasciano andare allo sconforto: c'è tanta voglia di cambiamento, spinta anche dal confronto con il resto del mondo, attraverso internet e il turismo straniero, che inizia  a uscire dai confini del Parco Nazionale della Foresta Impenetrabile di Bwindi abitato dai gorilla di montagna (a proposito, esperienza straordinaria, nonostante la scalata tra le liane nel fango per arrivare a condividere con loro un'ora di sguardi!). 
Sulla carta, le probabilità che Museveni esca sconfitto dalle elezioni sono pari a zero: la macchina propagandistica dello Stato è tutta nelle sue mani, come i soldi elargiti in ogni villaggio per assicurarsi più voti possibile. Ma i giovani in Uganda sono maggioranza - 33 dei 46 milioni di cittadini hanno meno di 30 anni - e le urne potrebbero riservare qualche sorpresa. 
«Nonostante gli elevati livelli di intimidazione e violenza, i candidati dell'opposizione ugandese continuano a competere per le elezioni presidenziali e legislative, canalizzando le richieste della popolazione giovane dell'Uganda per più posti di lavoro, libertà e trasparenza», scrive Joseph Siegle dell'Africa Center for strategic studies di Washington. È alto però il timore di brogli elettorali per garantire, comunque, la vittoria a Museveni.

Le ultime elezioni, nel 2021, registrarono il rapimento di 3.000 esponenti dell'opposizione, 54 vittime e almeno 18 "dispersi". Quest'anno centinaia di sostenitori dell'opposizione sono stati arrestati arbitrariamente (tra cui un sacerdote cattolico, padre Deusdedit Ssekabira, rapito e poi accusato di attività sovversive) e sono stati segnalati feriti e morti in diversi raduni della campagna elettorale dell'opposizione. 

* da Mondo Capovolto -newsletter del Corriere della Sera - 1 gennaio 2026

L’India cambia pelle: in arrivo la radicale riforma economica di Modi

di Federico Giuliani *

I media indiani hanno definito il 2025 come “l’anno del big bang economico dell’India“. Negli ultimi 12 mesi, infatti, Delhi ha varato una serie di misure rimaste in sospeso per anni nel tentativo di reimpostare il modello di crescita del Paese sotto la crescente pressione globale generata da dazi, tensioni e guerre commerciali. Il gigante asiatico ha varato un’agevolazione fiscale per la classe media, autorizzato gli investimenti esteri diretti al 100% in assicurazioni e pensioni, garantito la partecipazione privata all’energia nucleare, messo sul tavolo un regime semplificato di imposta su beni e servizi (Gst), quattro codici del lavoro e una legge sull’imposta sul reddito (andata a sostituirne una risalente al 1961).  “Il 2025 ha visto riforme rivoluzionarie in vari settori, che hanno dato impulso al nostro percorso di crescita”, ha scritto il primo ministro Narendra Modi sui social. L’ottimismo non manca, anche perché l’India sta crescendo a un ritmo di oltre l’8% su base annua.  I dazi statunitensi fino al 50% imposti Donald Trump sull’export Made in India hanno tuttavia colpito settori indiani chiave ad alta intensità di manodopera, come il tessile e l’elettronica, complicando l’ambizione di Delhi di trasformarsi in un rivale manifatturiero della Cina.

La mossa di Modi

Per Bloomberg, le riforme appena effettuate sono state concepite per “preparare il terreno per un’ondata di capitali esteri” in un momento in cui gli shock esterni rischiano di far deragliare la crescita dell’India. Ne serviranno però altre, di riforme, per generare una vera e propria rivoluzione guidata dall’alto dell’economia nazionale.  Modi lo sa bene, e per questo metterà in cantiere altre misure per ridurre la burocrazia, semplificare le tasse, allentare le norme sul lavoro e aprire i mercati dei capitali, così da rilanciare la fiducia degli investitori e mantenere Delhi sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo di diventare, entro il 2047, un’economia sviluppata.

“Modi attua periodicamente una serie di riforme radicali, come un big bang, quando le condizioni sono mature. Questo è uno di quei momenti”, ha dichiarato al Financial Times Baijayant Panda, vicepresidente del Bharatiya Janata Party, il partito del premier, che ha avuto un po’ di respiro dopo le recenti vittorie elettorali in Maharashtra, Haryana, Delhi e Bihar. Le misure già effettuate e quelle che seguiranno sono necessarie per ridurre i costi complessivi e le lungaggini burocratiche per le aziende e gli investitori. La revisione della Gst, per esempio, ha ridotto quattro aliquote fiscali a due per semplificare la determinazione dei prezzi e stimolare la crescita dei consumi.  La riforma del codice del lavoro, in cantiere da cinque anni ma fin qui mai promulgata a causa delle resistenze dei partiti di opposizione e dei sindacati, mira invece a formalizzare il vasto settore informale, ridurre gli oneri di conformità per alcune piccole imprese ed espandere la copertura della previdenza sociale.

Riforme, riforme, riforme

 I dazi di Trump hanno presumibilmente convinto Modi ad accelerare la sua spinta riformista. Nel frattempo la Reserve Bank of India prevede per il 2026 una crescita pari al 6,6%, meno dell’8% circa all’anno che servirebbe a Delhi per conseguire i suoi obiettivi economici. Alcuni giganti hi-tech statunitensi, come Amazon e Microsoft, hanno annunciato un maxi investimento complessivo di oltre 50 miliardi di dollari nel Paese, ma, in generale, gli afflussi diretti esteri netti sono ai minimi degli ultimi tre anni. E ancora: al netto di iniezioni rilevanti come quella di Apple, il settore manifatturiero indiano rappresenta ancora il 17% del pil nazionale, al di sotto del 25% auspicato da Modi per il 2025. Ricordiamo che i negoziatori di Delhi non sono riusciti a trovare un’intesa commerciale con Washington, e che questo potrebbe danneggiare settori ad alta intensità di manodopera del Paese asiatico. Modi si è poi opposto all’apertura dei mercati agricoli e lattiero-caseari indiani a un’ondata di importazioni a basso costo proveniente dagli Stati Uniti.  Il motivo? Prettamente politico. La novità avrebbe infatti potuto generare un blocco elettorale di milioni di agricoltori e dare all’opposizione una manna dal cielo in vista delle quattro elezioni del prossimo anno in Kerala, Tamil Nadu, Assam e Bengala Occidentale. Le riforme, intanto, continuano…

* da www.msn.com ( Inside Over) - 1 gennaio 2026