11 febbraio 2026

Siria, c’è l’accordo tra Sdf e Damasco: più equo ma fragile

 di Tiziano Saccucci *

Una normalizzazione vigilata. Il governo recupera sovranità e risorse, il nord-est preserva alcuni spazi politici e istituzionali

Una settimana fa, a Mazloum Abdi, a Damasco, era stata offerta una sola opzione: la resa. Ora il governo siriano e le Forze della Siria democratica (Sdf) annunciano un cessate il fuoco permanente e un accordo articolato in quattro fasi che parla di «integrazione graduale» militare, amministrativa e civile. Il cambio di scenario è reale, ma non nasce da una miracolosa convergenza politica né da un’improvvisa benevolenza del potere centrale. Il passo indietro di Damasco è il risultato di una scelta precisa: non cedere.

LA MOBILITAZIONE generale nel Rojava, la dimostrazione di consenso popolare e il sostegno dei curdi fuori dalla Siria hanno reso impraticabile per Damasco l’opzione militare, costringendo a riaprire il negoziato su basi molto diverse da quelle del 18 gennaio, quando chiedeva la dissoluzione dell’esperienza del nord-est. La prima fase sancisce un cessate il fuoco «permanente e completo» su tutti i fronti e il mantenimento, da parte delle Sdf, della responsabilità sulla protezione delle prigioni di Daesh. Damasco riconosce implicitamente che, senza Sdf, la gestione del dossier jihadista non è sostenibile. È previsto l’ingresso di forze del ministero degli interni a Qamishlo e Heseke, definito «simbolico» e temporaneo: forze governative dovranno supervisionare l’integrazione delle Asayish nel ministero, per poi ritirarsi. Il testo formalizza la creazione di una divisione del ministero della difesa per la provincia di Heseke, in cui le Sdf confluiranno sotto forma di tre brigate. Inoltre, a Kobane verrà formata un’ulteriore brigata da affiliare a una delle divisioni di Aleppo, oggi dominate da fazioni del Syrian National Army (Sna), milizie sotto influenza turca che fino a ieri combattevano contro le Sdf. La 76ª divisione coincide di fatto con la Divisione Hamza, sottoposta a sanzioni internazionali per crimini di guerra ad Afrin, Serekaniye, Girê Spî e, più di recente, sulla costa siriana.

NELLA PRIMA VERSIONE dell’intesa, un’assenza aveva destato particolare allarme: quella delle Ypj. La dichiarazione di Ilham Ahmed, responsabile delle relazioni estere dell’Amministrazione autonoma, chiarisce ora che le Unità di protezione delle donne sono considerate «una forza all’interno delle Sdf» e verranno incluse nelle brigate. Resta un nodo da sciogliere: l’esercito siriano non prevede presenza femminile e difficilmente può assorbire un’esperienza che è insieme militare e ideologica. Sul piano civile, entro dieci giorni, il governo assumerà il controllo dei giacimenti petroliferi e l’aeroporto di Qamishlo passerà all’Autorità per l’aviazione civile. Entro un mese, Damasco riprenderà la gestione di tutte le istituzioni autonome nella provincia di Heseke, unificandole con quelle statali e regolarizzando il personale. Anche i valichi di frontiera rientrano sotto controllo statale: una squadra della Direzione generale dei varchi terrestri verrà dispiegata a Semalka e Nusaybin. Secondo Ilham Ahmed, però, il personale resterà locale e il valico di Semalka continuerà a operare.

IN CAMBIO l’accordo contiene concessioni non marginali: il riconoscimento ufficiale dei titoli di studio rilasciati dall’Amministrazione autonoma, la licenza per organizzazioni culturali, media e della società civile, e l’impegno a discutere l’educazione curda con il ministero dell’istruzione. Le istituzioni della Daanes, sottolinea Ahmed, continueranno a operare con il sistema di co-presidenza. L’accordo è garantito da Stati uniti e Francia. Washington parla di «tappa storica» verso l’unità della Siria, mentre Emmanuel Macron ribadisce il sostegno a «una Siria sovrana, unita e rispettosa di tutte le sue componenti». Il segnale politicamente decisivo, tuttavia, resta quello di Ankara. Poche ore prima dell’annuncio, il ministro degli esteri Fidan dichiarava che la Turchia avrebbe sostenuto «qualsiasi accordo raggiunto dalle parti». Traduzione: l’accordo passa perché ha già ottenuto il via libera turco. Le affermazioni di Ilham Ahmed su un ritiro turco dalle aree occupate, se confermate, rappresenterebbero un mutamento radicale e aprirebbero al ritorno degli sfollati di Afrin, Sheikh Maqsoud e Serekaniye.

L’ACCORDO è più equo dei precedenti, ma fragile. Più che una riconciliazione, è una normalizzazione vigilata, in cui Damasco recupera risorse e sovranità formale mentre la Daanes cerca di preservare spazi politici e istituzionali. Il suo esito dipenderà da una variabile decisiva: quanto spazio la Siria che verrà sarà disposta a concedere a chi, in questi anni, si è rifiutato di scomparire.

nella foto: Il presidente ad interim della Siria Ahmad al-Sharaa, a destra, stringe la mano a Mazloum Abdi, comandante delle SDF

* da il manifesto 31 gennaio 2026

 leggi anche : Il bavaglio della Turchia alla questione curda

*

Dopo il Rojava ora rischia Suweida, equilibrio fragile tra Damasco e drusi

 di Michele Giorgio *

Galvanizzato dalle operazioni contro le Sdf, Al-Sharaa sfrutta il consenso globale sull’«unità». Tel Aviv allarga ancora la zona cuscinetto imposta oltre il Golan occupato

Il 27 gennaio, Mustafa Al Bakour, governatore del distretto di Suweida, ha lanciato un’iniziativa intitolata «Verso un futuro sicuro per Suweida». Un piano a tutti gli effetti che, a suo dire, punta alla risoluzione completa della crisi tra Damasco e la comunità drusa nel sud del paese «spostando il confronto dalla strada alle aule di giustizia e smantellando l’arma più pericolosa, ossia l’idea che non vi sia una via d’uscita politica». I presunti buoni propositi di Al Bakour si sono subito scontrati con la realtà sul terreno.

Galvanizzate dalla recente avanzata dell’esercito e delle milizie alleate contro le Sdf e l’Autonomia curda nella regione nord-orientale del paese, le forze governative e l’ala più estrema del regime di Ahmed Al Sharaa (Al Julani) appaiono sempre più orientate a regolare i conti nel sud del paese, come è avvenuto nel nord. A frenarle è la certezza di un intervento militare di Israele. Sfruttando la crisi interna siriana dopo i massacri di drusi dello scorso luglio nella provincia di Suweida, il governo Netanyahu ha imposto una zona interdetta all’esercito siriano che parte dalle Alture del Golan occupate e arriva fino alle porte di Damasco.

La tensione nel sud è tornata a salire. Scontri a fuoco con feriti tra le forze di sicurezza governative e la Guardia nazionale fondata lo scorso agosto dallo sceicco e leader druso Hikmat al-Hijri sono avvenuti nelle campagne occidentali della provincia. Colpi di mortaio sono caduti su Al Mazraa, raffiche di mitra e droni hanno colpito i quartieri alla periferia di Suweida. Combattimenti con un morto e tre feriti si sono registrati nel villaggio di Al-Majdal. Spari e raffiche hanno scandito il passare dei giorni in diverse località. Sul terreno, in realtà, è cambiato ben poco: i governativi da tempo controllano più di trenta villaggi nella campagna occidentale di Suweida, mentre la Guardia nazionale ha piena autorità sul centro del governatorato. Determinanti saranno le posizioni che adotterà Washington. A Damasco ritengono che, così come è accaduto con i curdi, e prima di loro con gli alawiti sulla costa mediterranea, gli Usa potrebbero abbandonare anche i drusi al loro destino e impedire una reazione israeliana. Difficilmente gli sviluppi andrebbero in quella direzione.

Intanto pressioni e tensioni aumentano giorno dopo giorno. I media vicini ad Al Julani esortano all’azione muscolare dopo le operazioni dell’esercito siriano che hanno contribuito a disegnare nel nord una nuova geografia politica le cui ripercussioni non resteranno limitate alle Sdf. Il politologo Hamza Al-Muhaimid, vicino al governo di Damasco, ha detto alla stampa araba che «certi dirigenti drusi» protagonisti a Suweida (lo sceicco Al Hijri) devono essere riportati alla realtà perché, sino a oggi, hanno sfruttato circostanze interne ed esterne (Israele) per ottenere vantaggi politici. Al-Muhaimid afferma che «queste circostanze sono cambiate e il sostegno internazionale è ora chiaramente rivolto a Damasco e all’unità del territorio siriano». In sostanza, senza citarla, il politologo chiede di chiudere in un cassetto la «Roadmap in Suweida» — sponsorizzata da Stati Uniti e Giordania e che assegna un’autonomia di fatto alla regione drusa e prevede un’inchiesta sui massacri di luglio — se le soluzioni politiche nella provincia si rivelassero impossibili.

In questo clima di incertezza, non sorprende che, mentre il mese scorso al Hijri, in un’intervista senza precedenti a un giornale israeliano, chiedeva la piena indipendenza dei drusi siriani con la protezione dello Stato ebraico, a Suweida sia scesa in campo la «Terza corrente», un’iniziativa di accademici e intellettuali che dice «di voler salvare la società drusa». Secondo alcuni, la «Terza corrente» non sarebbe altro che una creazione di Damasco per affermare che al Hijri non ha il 90% dei consensi nella comunità drusa, come vanno sbandierando i suoi sostenitori. Chiamato in causa, Israele nel sud continua a fare ciò che vuole incurante dei negoziati che porta avanti con Damasco. Ieri Tel Aviv ha comunicato che le sue forze hanno condotto un’operazione durante la notte, prendendo di mira un presunto deposito di armi della Jamaa al Islamiya a Beit Jinn, un villaggio a ridosso del Golan occupato già attaccato da Israele a fine novembre (almeno 14 morti). Sempre ieri i soldati israeliani hanno preso il controllo e allestito posti di blocco sulle strade che collegano le città di Al-Muallaqa e Ghadir Al-Bustan, nella campagna di Quneitra. Poi hanno arrestato tre giovani a Jabata al-Khashab e un ragazzino mentre pascolava le pecore.

* da il manifesto – 11 febbraio 2026

 

Nessun commento:

Posta un commento