di Federico Giuliani *
I media indiani hanno definito il 2025 come “l’anno del big bang economico dell’India“. Negli ultimi 12 mesi, infatti, Delhi ha varato una serie di misure rimaste in sospeso per anni nel tentativo di reimpostare il modello di crescita del Paese sotto la crescente pressione globale generata da dazi, tensioni e guerre commerciali. Il gigante asiatico ha varato un’agevolazione fiscale per la classe media, autorizzato gli investimenti esteri diretti al 100% in assicurazioni e pensioni, garantito la partecipazione privata all’energia nucleare, messo sul tavolo un regime semplificato di imposta su beni e servizi (Gst), quattro codici del lavoro e una legge sull’imposta sul reddito (andata a sostituirne una risalente al 1961). “Il 2025 ha visto riforme rivoluzionarie in vari settori, che hanno dato impulso al nostro percorso di crescita”, ha scritto il primo ministro Narendra Modi sui social. L’ottimismo non manca, anche perché l’India sta crescendo a un ritmo di oltre l’8% su base annua. I dazi statunitensi fino al 50% imposti Donald Trump sull’export Made in India hanno tuttavia colpito settori indiani chiave ad alta intensità di manodopera, come il tessile e l’elettronica, complicando l’ambizione di Delhi di trasformarsi in un rivale manifatturiero della Cina.
La mossa di Modi
Per Bloomberg, le riforme appena effettuate sono state concepite per “preparare il terreno per un’ondata di capitali esteri” in un momento in cui gli shock esterni rischiano di far deragliare la crescita dell’India. Ne serviranno però altre, di riforme, per generare una vera e propria rivoluzione guidata dall’alto dell’economia nazionale. Modi lo sa bene, e per questo metterà in cantiere altre misure per ridurre la burocrazia, semplificare le tasse, allentare le norme sul lavoro e aprire i mercati dei capitali, così da rilanciare la fiducia degli investitori e mantenere Delhi sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo di diventare, entro il 2047, un’economia sviluppata.
“Modi attua periodicamente una serie di riforme radicali, come un big bang, quando le condizioni sono mature. Questo è uno di quei momenti”, ha dichiarato al Financial Times Baijayant Panda, vicepresidente del Bharatiya Janata Party, il partito del premier, che ha avuto un po’ di respiro dopo le recenti vittorie elettorali in Maharashtra, Haryana, Delhi e Bihar. Le misure già effettuate e quelle che seguiranno sono necessarie per ridurre i costi complessivi e le lungaggini burocratiche per le aziende e gli investitori. La revisione della Gst, per esempio, ha ridotto quattro aliquote fiscali a due per semplificare la determinazione dei prezzi e stimolare la crescita dei consumi. La riforma del codice del lavoro, in cantiere da cinque anni ma fin qui mai promulgata a causa delle resistenze dei partiti di opposizione e dei sindacati, mira invece a formalizzare il vasto settore informale, ridurre gli oneri di conformità per alcune piccole imprese ed espandere la copertura della previdenza sociale.
Riforme, riforme, riforme
I dazi di Trump hanno presumibilmente convinto Modi ad accelerare la sua spinta riformista. Nel frattempo la Reserve Bank of India prevede per il 2026 una crescita pari al 6,6%, meno dell’8% circa all’anno che servirebbe a Delhi per conseguire i suoi obiettivi economici. Alcuni giganti hi-tech statunitensi, come Amazon e Microsoft, hanno annunciato un maxi investimento complessivo di oltre 50 miliardi di dollari nel Paese, ma, in generale, gli afflussi diretti esteri netti sono ai minimi degli ultimi tre anni. E ancora: al netto di iniezioni rilevanti come quella di Apple, il settore manifatturiero indiano rappresenta ancora il 17% del pil nazionale, al di sotto del 25% auspicato da Modi per il 2025. Ricordiamo che i negoziatori di Delhi non sono riusciti a trovare un’intesa commerciale con Washington, e che questo potrebbe danneggiare settori ad alta intensità di manodopera del Paese asiatico. Modi si è poi opposto all’apertura dei mercati agricoli e lattiero-caseari indiani a un’ondata di importazioni a basso costo proveniente dagli Stati Uniti. Il motivo? Prettamente politico. La novità avrebbe infatti potuto generare un blocco elettorale di milioni di agricoltori e dare all’opposizione una manna dal cielo in vista delle quattro elezioni del prossimo anno in Kerala, Tamil Nadu, Assam e Bengala Occidentale. Le riforme, intanto, continuano…
* da www.msn.com ( Inside Over) - 1 gennaio 2026

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