13 aprile 2023

Germania: Addio al nucleare, sabato chiudono le centrali tedesche

 Inizia lo smantellamento in attesa di capire quale sarà la sorte dei rifiuti radioattivi. Ancora da individuare il deposito definitivo

 di Sebastiano Canetta *

Avrebbero dovuto essere tutti spenti già lo scorso 31 dicembre, come prevedeva il patto di coalizione fra i partiti del governo Scholz, ma poi la crisi energetica innescata dall’embargo del gas russo ha imposto di prolungare la vita degli ultimi impianti ancora attivi. Stavolta, però, non ci saranno ulteriori rinvii: fra quarantotto ore esatte verranno disattivate per sempre le centrali nucleari Isar-2 in Baviera, Emsland in Bassa Sassonia e Neckarwestheim-2 nel Baden-Württemberg con capacità di circa 1.400 gigawatt ciascuna.
Del resto, la sorte dei tre reattori entrati in servizio nel 1988 era già segnata al di là dell’esito della battaglia politica per includere l’Atomo nella tassonomia energetica dell’Ue. Ben prima, a Berlino avevano varato la norma che vietava ai gestori degli impianti l’acquisto di nuove barre di combustibile, obbligandoli di fatto al funzionamento ridotto.

ORA INIZIA LA LUNGHISSIMA fase del phase-out; partirà con lo smantellamento fisico delle centrali in attesa di capire quale sarà la sorte finale dei rifiuti radioattivi. Sicuramente dopo il «periodo di decadimento» il combustibile esaurito verrà trasferito negli appositi centri di stoccaggio provvisorio per almeno un lustro, prima della «fase di disattivazione» per cui ci vorranno altri decenni.
Ma resta tutto ancora da scrivere il capitolo del deposito definitivo (endlager) dove stoccare le migliaia di tonnellate di bidoni tossici che rappresentano l’eredità complessiva del programma nucleare tedesco avviato negli anni Sessanta e fermato dall’ex cancelliera Angela Merkel venti giorni dopo il disastro di Fukushima.

Secondo il cronoprogramma del governo Scholz entro i prossimi otto anni bisognerà trovare «una cavità sotterranea profonda almeno un chilometro in grado di ospitare in sicurezza per almeno un milione di anni» tutti i rifiuti catalogati come High level Waste.

IN COMPENSO la mancanza dei watt nucleari non rappresenterà un problema per la sicurezza degli approvvigionamenti energetici. «La situazione è sotto controllo grazie agli alti livelli negli impianti di riserva del gas, ai nuovi terminali di Gnl e – non da ultimo – al deciso aumento delle rinnovabili» tiene a precisare il ministro dell’Economia, Robert Habeck, leader dei Verdi.
Non prima di aver precisato come «la costruzione di nuove centrali nucleari si è sempre rivelata un fiasco economico, sia in Francia che nel Regno Unito o in Finlandia, mentre gli operatori tedeschi non sono più interessati al settore. Il nostro sistema energetico in futuro sarà completamente diverso: entro il 2030 la Germania produrrà l’80% della sua energia da fonti rinnovabili».

Messaggio diretto ai contrari all’uscita dal nucleare: dai liberali partner nel governo che si sono visti cassare la proposta di tenere le centrali accese fino al 2024, fino ai cristiano-democratici secondo cui «sabato sarà il giorno più nero per la protezione del Clima» come denuncia l’ex ministro della Sanità, Jens Spahn, accusando Habeck di «preferire lo sporco delle centrali a carbone piuttosto che il pulito del nucleare». Poco importa alla Cdu se la leggenda sia stata scientificamente smentita dall’autorevole Agenzia federale per l’Ambiente con l’analisi del «forte inquinamento provocato dall’estrazione dell’uranio, funzionamento della centrale, e stoccaggio permanente dei rifiuti tossici».

CHI PAGHERÀ LA CHIUSURA delle centrali? Tredici anni fa il governo federale e gli operatori energetici hanno chiuso l’accordo sulle spese. In pratica lo Stato pagherà 33,2 euro per ogni megawattora non prodotto. Significa 2,4 miliardi di euro pubblici alle società Rwe, Vattenfall, Eon e Enbw come forma di risarcimento per la chiusura anticipata degli impianti non vetusti, come la relativamente giovane centrale di Krümmel gestita da Vattenfall.

In particolare Rwe incasserà 860 milioni a compensazione della breve vita della centrale di Mülheim-Kärlich (ha funzionato solo per 100 giorni) mentre insieme a Eon e Enbw riceverà altri 142 milioni per pareggiare gli investimenti effettuati alla vigilia della decisione di uscire dal nucleare. Gli oneri dello smantellamento saranno invece tutti a carico delle imprese. Solo per le tre centrali in chiusura sabato prossimo si prevedono da 500 milioni fino a 1 miliardo di euro per ogni impianto.

nella foto: azione degli attivisti anti-nucleare alla centrale Emsland in Bassa Sassonia

* da il manifesto 12 aprile 2023

leggi anche:  La Germania chiude le prime tre centrali nucleari ( 29 dicembre 2021)

10 aprile 2023

Energia, analisi ENEA 2022: consumi in calo (-3%) ma emissioni in aumento (+0,5%)

È quanto emerge dall’Analisi trimestrale del sistema energetico italiano dell’ENEA che evidenzia per l’intero 2022 anche la crescita delle emissioni di anidride carbonica, che hanno registrato il secondo aumento consecutivo su base annua (+ 0,5%), un dato comunque meno negativo rispetto al +8,5% del 2021. Fra gli aspetti positivi, la crescita di un punto percentuale della quota di fonti rinnovabili sui consumi finali che si è attestata al 20%. In forte peggioramento (-54%), invece, l’indice ISPRED, elaborato dall’Agenzia per misurare la transizione energetica sulla base dell’andamento di prezzi, emissioni e sicurezza

Il 2022 sarà ricordato non solo come l’anno della crisi dei mercati di gas ed elettricità, con flussi di gas russo verso l’Europa dimezzati e prezzi raddoppiati rispetto al 2021, ma anche come l’anno che ha chiuso con una contrazione dei consumi di energia del 12% nell’ultimo trimestre, che in termini medi annui si traduce in un calo di oltre il 3%, di poco inferiore alla media europea (-4%). Fra gli aspetti positivi, la crescita di un punto percentuale della quota di fonti rinnovabili sui consumi finali che si è attestata al 20%. In forte peggioramento (-54%), invece, l’indice ISPRED, elaborato dall’Agenzia per misurare la transizione energetica sulla base dell’andamento di prezzi, emissioni e sicurezza.

È quanto emerge dall’Analisi trimestrale del sistema energetico italiano dell’ENEA che evidenzia per l’intero 2022 anche la crescita delle emissioni di anidride carbonica, che hanno registrato il secondo aumento consecutivo su base annua (+ 0,5%), un dato comunque meno negativo rispetto al +8,5% del 2021.

“Come nel resto dell’Eurozona il crollo dei consumi energetici dell’ultimo trimestre è stato causato da contrazione della domanda e azioni di adattamento nell’industria (produzione di beni intermedi -6%), clima eccezionalmente mite a inizio stagione 2022-2023 dei riscaldamenti e misure di contenimento dei consumi”, sottolinea Francesco Gracceva, il ricercatore ENEA che coordina l’Analisi. “Da agosto 2022 a febbraio 2023, periodo di riferimento del Piano nazionale di contenimento, i consumi di gas sono stati inferiori del 19% e quelli di elettricità del 4% rispetto alla media degli ultimi cinque anni”.

Nel 2022, dato il robusto aumento del PIL (+3,7%), si è ridotta in una misura senza precedenti l’intensità energetica dell’economia[1] (-7%). “Si tratta di un dato fortemente influenzato da fattori contingenti, ma è vero che a differenza di quanto rilevato costantemente negli ultimi anni, dalla metà del 2022 in Italia sembra emergere un sostanziale disaccoppiamento fra la domanda di energia e alcuni dei suoi principali driver, come PIL, produzione industriale, clima e mobilità”, sottolinea Gracceva.

A livello di prezzi medi 2022 rispetto al 2021, quello dell’elettricità è cresciuto di oltre il 100%, mentre quello del gas è aumentato del 57%. “Alla crisi dei prezzi non si è sommata una crisi di disponibilità fisica delle risorse, grazie alle importazioni record di gas naturale liquefatto in Europa e al calo dei consumi, oltre che al clima mite di fine 2022. A partire dagli ultimi mesi dell’anno, tutto ciò ha determinato un deciso ridimensionamento dei prezzi del gas, e a ruota di quelli dell’elettricità, ma l’equilibrio del mercato del gas resta fragile. Al di là del breve periodo, gli alti prezzi restano una grave minaccia alla competitività dell’industria europea, basti pensare come nei due principali paesi manifatturieri dell’UE, Germania e Italia, la produzione industriale dei beni più energivori sia stata fortemente negativa nel 2022”, continua Gracceva.

A livello di fonti primarie, il calo dei consumi è il risultato di un minor impiego di gas (-10%) e fonti rinnovabili (-12%), anche a fronte di un maggior ricorso a petrolio (+5,5%) e carbone (+29%).

L’aumento delle emissioni di CO2 (+0,5%), nonostante il calo dei consumi di energia, è imputabile in primo luogo al maggior utilizzo di carbone e olio combustibile nel termoelettrico (+60%), che ha più che compensato la forte contrazione del gas naturale. In contrasto con la tendenza degli ultimi anni, l’aumento delle emissioni ha riguardato solo i settori ETS[2] (generazione elettrica ed energivori, +5,5%), mentre sono diminuite del 2,5% quelle dei settori non-ETS (civile, trasporti, agricoltura, rifiuti e piccola industria).

Per quanto riguarda l’indice della transizione energetica ISPRED, il calo del 54% è dovuto in particolar modo alle componenti “prezzi” e “decarbonizzazione”, mentre modesto è stato il regresso della componente “sicurezza”.

“Il piano di contenimento dei consumi di gas e i prezzi record dell’energia hanno contratto la domanda di gas ed elettricità e garantito margini di capacità accettabili sia nel sistema elettrico che nel sistema gas, nonostante sia venuto meno 1/4 delle importazioni 2021. Si può dire che la scelta del decisore sia stata di salvaguardare la sicurezza del sistema pur al costo di un peggioramento sui fronti della decarbonizzazione e dei prezzi dell’energia, che però si confida possa essere temporaneo”, conclude Gracceva.

Segnali positivi emergono sul fronte delle tecnologie low-carbon, in particolare per la mobilità elettrica: i dati più aggiornati sui brevetti per accumulatori e sistemi di ricarica mostrano per l’Italia un lieve recupero dello svantaggio accumulato rispetto ai più rilevanti Paesi europei, con un miglioramento anche nell’interscambio commerciale dei veicoli elettrici. Nel complesso, però, il deficit commerciale nel comparto low-carbon è aumentato del 14% nel 2022, sfiorando il valore di 3 miliardi e 700 milioni (0,32% del PIL). A pesare maggiormente sono state le importazioni di pannelli fotovoltaici e veicoli ibridi plug-in, ma soprattutto di accumulatori agli ioni di litio che da soli rappresentano il 56% del disavanzo nel settore low-carbon.

da ecodallecitta.it ( redazione) - 6 aprile 2023

 

 

5 aprile 2023

PD/M5S: così è un’alleanza fallimentare per Conte. Effetto ZERO per Schlein

 Friuli VG: Impressionante risultato dell’astensione. Così la piccola minoranza del centro destra, con questi sistemi elettorali a impostazione maggioritaria, governerà l’Italia per i prossimi 20 anni. 

di Massimo Marino

Erano 1.109.395 gli elettori chiamati al voto nelle giornate di domenica 2 e lunedì 3 aprile in Friuli Venezia Giulia per l’elezione del presidente della Regione e per il rinnovo del Consiglio regionale.

Il CDX con Fedriga ( 314.284 voti ottenuti sul totale degli elettori aventi diritto, cioe’ il 28,3% ) ha ottenuto 29 seggi su 48.

Il CSX + M5S  ha ottenuto 19 seggi ( di cui 11 PD, 4 Patto Autonomia, 1 M5S, 1 SI-EV, 1 Open Sinistra, 1 Slovenka Supnost )

56 elettori su 100 non hanno votato nessuno dei 4 candidati Presidenti.

64 elettori su 100 non hanno votato nessuna delle 13 liste presentate

( dati da wikipedia)

27 marzo 2023

«A Israele serve una nuova democrazia, che sia di tutti»

Israele. Parla Orly Noy, attivista del Mizrahi Civic Collective. «Respingiamo la riforma di Netanyahu ma anche il vecchio ordine, la democrazia deve essere uguale per tutti, anche per i palestinesi in Israele»

di Michele Giorgio *

 Ieri sera centinaia di migliaia di israeliani hanno tenuto raduni di massa e cortei a Tel Aviv e in altre180 città e centri abitati contro il progetto di riforma giudiziaria avviata dal governo Netanyahu alla Knesset. E a partire da oggi attueranno una «settimana di paralisi» del paese. Abbiamo intervistato Orly Noy, storica attivista dei diritti degli ebrei mizrahim (mediorientali).  Noy lancia un appello per una democrazia israeliana nuova, non più ebraica ma per tutti i cittadini.

Incurante delle proteste e delle tensioni, anche nelle forze armate, il governo Netanyahu nei prossimi giorni accelererà l’iter alla Knesset in modo da far diventare legge al più presto la riforma della giustizia. Poi cosa accadrà?

Non lo sappiamo. La Corte suprema, cioè l’organo di controllo che è tra i principali bersagli della maggioranza, potrebbe non dare la sua approvazione alle nuove leggi. Il ministro della giustizia ha già minacciato i giudici. Non osate respingere la riforma, ha avvertito. Se invece lo faranno cosa accadrà, avremo due fonti di autorità nel paese, governo e Corte suprema? Giuristi ed esperti non hanno una risposta precisa a questi interrogativi.

Al centro di questo scontro ci sono la Corte suprema e l’autonomia dei giudici. Ma c’è anche un aspetto di cui si parla poco. La riforma punta a dare un peso maggiore al ruolo delle corti rabbiniche, religiose.

Si tratta di un punto centrale che la protesta tocca solo in piccola misura. L’espansione delle competenze dei tribunali rabbinici sarà devastante soprattutto per le donne più deboli socialmente, come le mizrahi. Darà più potere agli uomini. Già ora gli uomini sono in grado di estorcere condizioni favorevoli in caso di divorzio davanti ai giudici religiosi che (sulla base della legge ebraica) non garantiscono pari diritti a uomini e donne. Molte donne rinunciano ai loro diritti pur di ottenere il divorzio, persino alla custodia dei figli pur di separarsi da mariti violenti. Dopo la riforma peggiorerà tutto.

Sono previsti cambiamenti anche nell’istruzione.

Quelli del governo puntano alla privatizzazione del sistema scolastico. Le conseguenze saranno negative soprattutto per le comunità tenute ai margini, come i palestinesi (cittadini di Israele) e gli ebrei etiopi. Finiranno per allargare il gap educativo tra bambini di famiglie benestanti e quelli a basso reddito e più in generale tra ebrei e arabi.

Il quotidiano Haaretz qualche giorno fa scriveva che la contestazione di massa di Netanyahu è molto importante ma che questa è la protesta dei privilegiati, sottolineando l’assenza dalle strade della minoranza araba-palestinese così come gli ebrei etiopi e di parte di quelli mizrahim.

Protestano coloro che trovano accettabile la cosiddetta democrazia ebraica e vorrebbero riportare la situazione a prima dell’ascesa al potere dell’estrema destra. Perché i palestinesi (in Israele) non partecipano alle proteste? Per rispondere a questa domanda è sufficiente osservare le manifestazioni. Un mare di bandiere israeliane sventolate da centinaia di convinti sionisti, sì schierati contro Netanyahu ma fortemente nazionalisti. Un mondo al quale la minoranza araba (21% del totale della popolazione, ndr) sente di non appartenere. Le personalità che gli organizzatori delle proteste invitano a parlare durante i raduni sono quasi sempre ex alti ufficiali delle Forze armate ed ex capi della polizia che si descrivono come i veri patrioti a difesa di Israele, ebraico e democratico. Intervengono persone come l’ex capo di stato maggiore Benny Gantz che ha dedicato la sua vita combattere i palestinesi. La Corte suprema, non lo dimentichiamo, ha approvato la legge che proclama Israele lo Stato della nazione ebraica e non di tutti i suoi cittadini. La comunità araba, perciò, non si sente coinvolta dalla protesta contro Netanyahu, pur sapendo che questo governo di estrema destra la colpirà duramente. Allo stesso modo si tengono a distanza dalle piazze gli ebrei etiopi. Sono contro Netanyahu e consapevoli che l’indipendenza del sistema giudiziario per loro è una protezione. Ma ricordano che la Corte suprema è rimasta in silenzio di fronte alla inaudita violenza della polizia contro la loro comunità. Così come la Corte suprema non è intervenuta davanti alla rimozione di tante famiglie ebree mizrahi povere da Kfar Shalem, Givat Amal e altre aree soggette a una gentrificazione spietata finalizzata a favorire i grandi investimenti edilizi. Queste e altre comunità ai margini chiedono vera giustizia, vera democrazia, vera uguaglianza, non il vecchio ordine.

Quale democrazia propone il Mizrahi Civic Collective di cui lei fa parte.

Siamo un gruppo di attivisti che guarda con orrore alla rivoluzione che sta attuando il governo Netanyahu. Allo stesso tempo non crediamo nella democrazia israeliana alla quale inneggiano nelle strade. Pensiamo che la lotta contro la discriminazione (da parte degli ebrei ashkenaziti, di origine europea, ndr) che ancora colpisce gli ebrei di origine mediorientale debba unirsi a quella dei palestinesi in Israele e nei Territori. Chiediamo una nuova democrazia che includa tutti, senza eccezioni, dai cittadini arabi agli ebrei etiopi, i mizrahi poveri, anche i lavoratori migranti, su di un piano di completa uguaglianza, di giustizia sociale ed economica. Chiediamo che abbia fine subito l’occupazione militare dei Territori e che i palestinesi possano godere di tutti i loro diritti come popolo e come individui. Questo è l’Israele del futuro che vogliamo.

 nella foto: Tel Aviv. Manifestazione contro il premier Netanyahu

* da il manifesto 26 marzo 2023

25 marzo 2023

«Macron, ascesa e caduta dell’ultimo neoliberale»

Stefano Palombarini, economista politico all'università Parigi 8: "Il presidente francese, come Blair o Renzi, applica un modello fallito miseramente ovunque. Una parabola di apparente innovazione  che è stata seguita da una crisi distruttiva"

Intervista di Filippo Ortona *

Stefano Palombarini è ricercatore in economia politica all’università Parigi 8 – Vincennes. Con Bruno Amable ha scritto L’illusion du bloc bourgeois: Alliances sociales et avenir du modèle français (2017, non tradotto), una delle prime e più approfondite analisi sul significato politico e sociale dell’ascensione di Emmanuel Macron alla presidenza francese.

Cos’è il «blocco borghese», e cosa rappresenta Macron nella costituzione di questo blocco? 

Il blocco borghese è un’alleanza specifica – e relativamente nuova in Francia – che nasce dalla crisi dei due blocchi storici della politica francese: la destra di tradizione gollista e il blocco di sinistra emerso negli anni Settanta. Entrambi entrati in crisi nel corso delle trasformazioni neoliberali degli anni Ottanta, sono definitivamente precipitati nel 2017, tagliati fuori al primo turno delle presidenziali. Dentro a questa crisi si è aperta un’ipotesi di un’alleanza sociale nuova, che mettesse assieme i gruppi sociali favorevoli alle riforme neoliberali, che è esattamente quello che ha fatto Emmanuel Macron. L’abbiamo chiamato «blocco borghese» perché se è vero che da un punto di vista politico sta al centro, da un punto di vista sociale sta in alto, raccogliendo al suo interno la parte delle classi medio-alte di entrambi i vecchi blocchi di cui sopra. È costruito attorno all’agenda neoliberale, ed è caratterizzato dal debole sostegno tra i ceti popolari e dal fatto di essere minoritario nella società.

La protesta contro la riforma delle pensioni, e i sondaggi, hanno mostrato un’opposizione pressoché totale alla politica di Macron. C’è un erosione del suo consenso?

In realtà il consenso a Macron e al blocco che rappresenta è stabile. Storicamente, il consenso alle riforme neoliberali in Francia è sempre stato attorno al 20-25%. E quelli sono anche i numeri di Macron, secondo i sondaggi. È la sua dimensione, elettorale e sociale.

Cosa rappresenta il movimento sociale attuale per il blocco borghese e per il blocco di sinistra che gli si oppone? Stiamo assistendo alla crisi del primo, e alla rivincita del secondo?


In un certo senso. Il blocco borghese è composto soprattutto da persone che pensano di trarre vantaggio dalle promesse di promozione sociale con cui i governanti cercano di «vendere» le riforme neoliberali: la retorica sul merito, la competizione, l’abbattimento della fiscalità. Là dove queste ricette sono state applicate, le corrispettive promesse non sono state mantenute, in particolare per quanto riguarda le classi medie. Quindi la crisi del blocco borghese è inevitabile, e vi stiamo in parte assistendo. La questione è cosa viene dopo. Da un lato, il movimento sociale attuale ha fatto in modo di rimettere i temi della politica economica al centro del dibattito, impedendo ai media di riferimento del blocco borghese di saturare l’aria con temi quali l’immigrazione, la sicurezza, l’Islam, cosa positiva per il blocco della sinistra anti-liberista rappresentata dalla Nupes. Dall’altra, tuttavia, le manifestazioni attuali hanno un aspetto di reazione alla negazione dei meccanismi democratici. Questi sono terreni fertili per l’estrema destra. È una situazione aperta, cosa che è già di per sé una buona notizia, se guardiamo ad altri paesi, per esempio l’Italia.

Macron incarna una contraddizione, campione dei liberali europei da un lato, e autore di mosse autoritarie dall’altro. Come la spiega?
Macron è l’ultimo neoliberista, come da titolo della traduzione inglese del nostro libro (The Last neoliberal, Verso, 2021). L’ultimo di quei leader come Blair, Zapatero, Schroeder o Renzi, politici che hanno incarnato un modello – la riforma neoliberale – che è fallito miseramente ovunque è stato applicato. Ognuno di questi politici è finito assai male, e non è un caso. Tutti hanno avuto la stessa parabole di apparente innovazione iniziale, seguita da una rapida crisi distruttiva. La caratteristica francese rispetto a un Renzi qualunque, è l’assetto istituzionale. Una volta entrato in crisi e perso il potere, Renzi è stato messo sostanzialmente fuori dai giochi; in Francia, invece, le istituzioni permettono a un presidente che perde il consenso di restare al potere. Allora per continuare a esercitarlo, è obbligato a non far funzionare i meccanismi democratici normali. È totalmente assurdo, ma in Francia un singolo – il presidente – può approvare la riforma delle pensioni senza che venga votata in parlamento, visto che la sfiducia è praticamente impossibile da implementare. Ma così facendo apre a un effetto-cascata, provocando proteste che deve sedare, e quindi si arriva alla repressione dei movimenti sociali, alla marginalizzazione dei sindacati. Tutto ciò ha un legame con l’assetto della Quinta Repubblica che concentra un potere incredibile nelle mani di un solo uomo.

* da il manifesto 23 marzo 2023

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E Macron cita la riforma Fornero per dirsi buono

Francia. Mostrato il prospetto dell'età di ritiro negli altri paesi: l'Italia è nettamente in testa con 67 anni. In realtà a breve saranno 70. Chissà che qualcuno si convincerà a protestare anche qua. 

di Massimo Franchi *

L’argomento clou usato da Emmanuel Macron per convincere i francesi che la sua riforma delle pensioni in fondo non è così dura è un prospetto mostrato a favor di telecamera: «Età di pensionamento legale negli altri paesi». Si parte con gli Stati Uniti a quota 62 a cui ora è appaiata la Francia. Aumentandola, come succederà da settembre, a 64 anni Macron ha gioco facile a dimostrare come questa soglia sia ancora bassa: Giappone e Canada 65; Germania 65 e 10 mesi. E siamo ancora a metà classifica. In testa per ampio distacco c’è il tricolore italiano. Elsa Fornero e Mario Monti ci regalano il primato mondiale: 67 anni. Ben 8 mesi in più dei frugali Paesi Bassi. In realtà Macron si è dimenticato di citare il meccanismo infernale per cui l’età di pensionamento della riforma Fornero nel giro di pochi decenni sarà a quota 70 anni: l’adeguamento automatico all’aspettativa di vita. In una versione unica al mondo: qualunque aumento viene traslato totalmente sull’età di ritiro, come se tutta la vita fosse di lavoro. Nel 2018 il manifesto calcolò che la norma aveva già rubato ai futuri pensionati almeno 6 mesi. Nel 2030 saranno anni.

Chissà che la notizia dell’italico primato mondiale convinca invece a copiare le proteste francesi. A partire da un tratto poco sottolineato al di qua delle Alpi: in piazza vanno anche i giovani, sfatando il mito della guerra generazionale. Una manifestazione per la pensione contributiva di garanzia per giovani e precari sarebbe un bel primo passo. Di certo più partecipato delle sole tre ore di sciopero fatte contro la Fornero.

* (da il - il manifesto – 23 marzo 2023 )