25 novembre 2021

Andare in bici è economico e salutare. Perché continuiamo a usare l’auto per tutto ?

di Silvia Granzero *      

La bicicletta è uno dei mezzi principali che oggi usiamo per combattere il surriscaldamento globale. Inventata nel 1817 per ovviare alla moria di cavalli dovuta alla carestia del cosiddetto anno senza estate – il 1816 – causata dall’esplosione di un vulcano in Indonesia, che offuscò il cielo sconvolgendo gli equilibri termici e facendo precipitare la temperatura media del pianeta, ora la bici è uno dei nostri migliori alleati per limitare le emissioni inquinanti prodotte dalle auto.

In Europa, tra il 2000 e il 2016, la concentrazione di polveri sottili nell’aria aveva registrato un calo graduale. Considerando che il trasporto su strada è una delle sue cause principali e che il volume dei passeggeri è rimasto costante, questo era segno che stesse migliorando la sostenibilità dei mezzi di trasporto. La strada verso l’obiettivo europeo delle zero emissioni nette entro il 2050 è lunga, soprattutto se è vero che dopo la pandemia anche i millennial stanno tornando a focalizzarsi sull’automobile. E, nonostante l’incremento dell’elettrico in questo campo, già a gennaio 2019, sulla base dei dati del ministero dello Sviluppo Economico, in Italia era già stato registrato un aumento del 3,5% delle emissioni dovute a benzina e a gasolio, rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Secondo i dati della European Environment Agency, inoltre, le città italiane sono tra le peggiori, insieme a quelle polacche, per concentrazione di PM2,5. È sempre più urgente trovare allora un equilibrio tra il bisogno di spostarsi in città e la volontà che queste diventino luoghi in cui sia sano – e piacevole – vivere. È la stessa Unione Europea a puntare sulle due ruote con il Master Plan for Cycling Promotion, lanciato a primavera 2021, ma spetta ai singoli Paesi membri seguirne le raccomandazioni per raggiungere gli obiettivi di aumento del ciclismo urbano, con adeguate infrastrutture e integrazione dei servizi. A livello locale diverse iniziative vanno in questa direzione: a Berlino, ad esempio, la campagna Berlin Autofrei attraverso una raccolta firme ha avanzato una proposta di legge per chiudere al traffico tutta l’area della città circondata dal Ring – la linea di metropolitana circolare – per avere uno spazio urbano più vivibile e sicuro; Parigi, invece, è ormai ben avviata sulla strada della ciclabilità, con un piano di espansione delle piste ciclabili per altri 180 km entro il 2026 e l’obiettivo di triplicare i posteggi per le bici.

Persino la fallimentare Cop26 ha sottolineato l’importanza di decarbonizzare i trasporti, privilegiando treni al posto degli aerei e, in città, le due ruote, le linee di metropolitana e i mezzi elettrici. La bicicletta è oggi il mezzo di trasporto più efficiente quanto a rapporto tra distanza percorsa ed energia bruciata e il più veloce per gli spostamenti urbani inferiori a 7,5 km (equivalenti a 30 minuti o meno di pedalata), ideale per andare incontro alle necessità di un cittadino italiano, i cui spostamenti medi sono di 4,2 km. Ma c’è un problema sul piano culturale: chi si sposta in bici deve quotidianamente affrontare non solo i rischi legati al traffico, ma anche la possibilità di essere insultato da parte degli automobilisti: una vera e propria disumanizzazione dei ciclisti – a cui ci hanno abituato decenni di protagonismo dell’auto  – rende più probabile l’aggressione e l’insulto nei loro confronti. Qualcuno poi suggerisce di usare termini diversi per distinguere il “vero” ciclista – che pedala per sport – da chi usa la bicicletta come mezzo di trasporto.

Un altro grosso problema riguarda il bike sharing, ampiamente diffuso e apprezzato anche in Italia: il servizio reso ai cittadini deve scontrarsi con atti di vandalismo tali da aver indotto la compagnia con sede a Hong Kong GoBee a lasciare l’Europa nel 2018, quando il 60% dei loro mezzi erano stati vandalizzati dopo pochi mesi di presenza a Torino, Milano e Firenze. È successo anche a Manchester alle bici della compagnia cinese Mobike. Si tratta di un servizio gestito dagli utenti tramite mobile, per pochi centesimi all’ora e in free floating: una buona opportunità per la nostra mobilità urbana, che però deve fare i conti con un nodo culturale che porta a vandalizzare per passatempo ciò che appartiene alla comunità, che molti interpretano ancora come qualcosa che “non è di nessuno”.

Se è vero che negli ultimi anni è in crescita il numero delle piste ciclabili sul territorio, o almeno di quelle pianificate, e che gli spostamenti in bici sono aumentati di oltre il 27% tra 2019 e 2020, il nostro Paese è ancora lontano dalle vette di Paesi Bassi e Germania. D’altra parte c’è il boom del cicloturismo, che secondo il Rapporto di Isnart-Unioncamere con Legambiente, nel 2020 ha rappresentato il 18% della spesa turistica in Italia, contro il 5,6% del 2019: un grande potenziale anche economico, ancora non sfruttato appieno. L’Italia segue una tendenza che ha già avuto riscontri molto positivi in tutto il mondo. A Copenaghen, le infrastrutture e le decisioni delle amministrazioni hanno spinto i cittadini a cambiare abitudini: grazie al Cykelslangen – un ponte ciclabile sopraelevato presso il trafficato porto della città – aperto nel 2014 e al più recente Lille Langebro, oltre ai crescenti spazi cittadini dedicati, la bici è sempre di più il mezzo preferito dai locali, che fanno a loro volta pressioni sull’amministrazione per ampliare i percorsi ciclabili, in un circolo virtuoso. Ma anche Siviglia, ben lontana dalla realtà danese, in pochi anni ha moltiplicato il numero di ciclisti grazie alle iniziative dell’amministrazione, come piste ciclabili separate dalla strada, integrazione con il trasporto pubblico, bici a noleggio gratuite per una giornata e biciclette prestate agli studenti per l’anno accademico. A Davis, in California, grazie ai collegamenti extraurbani con il treno, all’autobus gratuito per studenti e impiegati dell’università e al divieto per gli studenti universitari di usare e parcheggiare l’auto nel campus, è possibile – contrariamente al resto degli Stati Uniti – vivere senza automobile e preferirle la bicicletta.

Per migliorare l’approccio italiano alla bici, ancora lontano dal suo potenziale, è quindi auspicabile e necessario l’impiego dei 361 milioni di euro stanziati dallo scorso governo fino al 2024 per interventi per la sicurezza della circolazione ciclabile cittadina e le ciclovie turistiche. Nel piano di investimento rientrano i 45 chilometri del Grab (Grande raccordo anulare delle bici) di Roma – il cui progetto sembrerebbe pronto a partire, dopo essere stato recentemente al centro delle polemiche della campagna elettorale – e altri 5.690 chilometri complessivi di nuovi itinerari: dalla Ven-To, ancora in corso di realizzazione, alla ciclovia dell’Acqua da Caposele ad Avellino e ancora la ciclovia da Santa Maria di Leuca a Lecce e quella del Garda, la cui progettazione sarà completata entro fine 2022, per poi concludere i lavori entro il giugno del 2026; e infine la cosiddetta ciclovia della Magna Grecia. Parallelamente alla realizzazione di queste infrastrutture per il turismo e la ciclabilità urbana – che, superate le verifiche di fattibilità, hanno ottenuto i finanziamenti del PNRR – è fondamentale anche spingere le due ruote, come ha fatto il bonus mobilità che nel 2020 ha fatto toccare il record nelle vendite; ora bisogna fare un passo oltre, incentivando l’abbandono dell’auto, da sostituire con mezzi più ecologici e a misura d’uomo: sulla carta prova a farlo il nuovo bonus bici 2021, che stanzia incentivi per l’acquisto di biciclette e monopattini in cambio della rottamazione dell’auto. Ma, nonostante sia già legge, è ancora in attesa del decreto attuativo. 

La bici poi porta anche ricchezza, misurata con il Pib (Prodotto interno bici), ossia la stima degli effetti economici diretti e indiretti degli spostamenti sulle due ruote. Il Pib italiano ammonterebbe circa a 12  miliardi di euro, somma della produzione di bici e accessori, delle “ciclovacanze” e dell’insieme delle esternalità positive generate dai ciclisti (risparmio di carburante, benefit sanitari o riduzione di emissioni nocive). E questo considerando che nel 2020 la bici, con il monopattino, è stata scelta il 4% di volte in meno sul totale degli spostamenti rispetto all’anno precedente. La cifra complessiva, inoltre, non tiene conto di misurazioni più difficili da rilevare come la diminuzione dei tempi di percorrenza, il calo della congestione del traffico e il valore aggiunto generato da una migliore qualità della vita percepita dai cittadini.

A Bi Ci, il secondo Rapporto Legambici sull’economia della bici in Italia, ha incrociato il Pib con la percentuale di territorio ciclabile nelle regioni italiane per stimare la “cicloricchezza” del Paese: la somma di risparmio di carburante, benefici sanitari, contenimento dei costi ambientali e sociali dei gas serra, riduzione di smog e rumore, abbattimento dei costi delle infrastrutture e dell’artificializzazione del territorio determina un bonus ambientale e sanitario pro capite l’anno pari a 179,5 euro in Veneto, 190 euro in Trentino-Alto Adige e quasi 200 euro in Emilia-Romagna. Complessivamente il valore supera il costo delle infrastrutture necessarie: se in tutte le città italiane con più di 50mila abitanti si pedalasse come a Bolzano – dove ogni chilometro di strada ciclabile produce un Pib di oltre un milione di euro l’anno – Pesaro o Ferrara (tra le 12 città italiane che hanno numeri paragonabili alle città del Centro e del Nord Europa), il Pib italiano supererebbe i 18 miliardi e garantirebbe oltre 86mila nuovi posti di lavoro, con la produzione di bici, la loro manutenzione e servizi logistici, invece che importare un numero considerevole di automobili dall’estero.

Poco costosa (almeno nella sua versione base), la bici è democratica perché accessibile a tutti e questo l’ha resa anche un emblema di emancipazione. Forse anche per questo a fine Ottocento era considerata una causa di follia, specialmente per le donne, che per usarla agevolmente dovevano vestirsi in modo più pratico rispetto alla moda dell’epoca. Ancora oggi, in alcuni Paesi non è scontato vedere una donna che pedala. Ma la bici conviene economicamente ed è efficiente. Pedalare fa risparmiare sulla palestra da un lato e dall’altro sulle spese per carburante, manutenzione e assicurazione dell’auto, ma è anche un aggregante sociale e fa bene alle comunità locali: in un’aria più pulita e in un contesto più sicuro, pedonalizzare le città può, tra le altre cose, offrire ai bambini aree di gioco all’aria aperta dopo la scuola e supportare teatri, bar e negozi. Non da ultimo, chi attraversa un centro abitato in bici fa più acquisti nei negozi locali, creando un beneficio per l’intera comunità.

In Italia sono ancora pochi gli esempi di integrazione dei trasporti, con scarse agevolazioni per gli utenti di interscambio e ridotte possibilità di trasporto bici su treni e mezzi pubblici locali. Il rapporto Isfort sulla mobilità presentato di recente sottolinea l’urgenza di un piano nazionale per una mobilità urbana in modo da farla diventare efficiente e integrata su tutto il territorio – se necessario, anche attraverso iniziative di pricing e interdizione al traffico. Le azioni a favore delle bici possono essere impopolari, ma pagano sul lungo periodo. È quel che è successo negli anni Settanta a Groningen, in Olanda, dove l’amministrazione, per arrivare al tasso del 61% degli spostamenti urbani via bici, si è scontrata con i negozianti del centro che temevano una diminuzione degli avventori (che non avvenne). La stessa Amsterdam non è sempre stata la capitale delle due ruote che è oggi, lo è diventata con iniziative dal basso avallate dall’amministrazione. Per il momento il nostro Paese promuove la mobilità ciclistica con un provvedimento entrato in vigore nel 2018, che prevede tra l’altro l’istituzione di Piani regionali per la mobilità ciclistica, parte di un Piano nazionale che dovrebbe essere varato entro fine 2021, e la nascita di Bicitalia, una rete ciclabile nazionale integrata nell’europea EuroVelo. Non abbiamo altra scelta: per frenare la crisi climatica bisogna agire su tutti i fronti, compreso quello della mobilità sostenibile, che non a caso è inclusa nel Green Deal europeo. Per arrivare alla neutralità climatica entro il 2050 bisogna ridurre le emissioni derivanti dal sistema dei trasporti del 90%. È ora di iniziare a pedalare.

* da thevision.com – 23 novembre 2021 ( segui Silvia su The Vision )

 

23 novembre 2021

Venezuela: Come previsto stravince Maduro. Ma va a votare solo il 41,8%

Venezuela. L'opposizione conquista solo tre stati. All'elezione di domenica ha partecipato tutto l'arco politico

di Claudia Fanti *

È stata una vittoria schiacciante quella riportata dal governo Maduro alle elezioni municipali e regionali di domenica in Venezuela. Il chavismo – o, come preferiscono definirlo i settori più critici della sinistra, il “madurismo” – si è affermato in 20 stati su 23, oltre che a Caracas, dove l’ex ministra dell’Interno Carmen Meléndez si è imposta con il 58,9% dei voti.

COME PREVISTO, l’opposizione, che è riuscita a conquistare solo Cojedes, Nueva Esparta e Zulia, benché quest’ultimo sia il più popoloso del Venezuela, ha pagato duramente la mancanza di unità: se si fosse presentata unita, avrebbe potuto giocarsi la vittoria in almeno altri tre stati. Ma, ancor di più, ha scontato il discredito provocato da tre anni di appelli a «restare a casa» e dalla lunga serie di fallimenti, scandali di corruzione e promesse mancate che hanno segnato la stagione del “governo per Internet” di Juan Guaidó.

Non è da addebitare però solo alla rovinosa strategia dell’opposizione la bassa affluenza registrata domenica: la partecipazione di appena il 41,8% degli elettori è il segnale di una disaffezione politica crescente che non può non investire anche il governo Maduro.
E se il presidente ha ragione a ricondurre l’ennesima vittoria alla «perseveranza» e alla «rettitudine» della militanza, ciò non assolve il governo da tutti i suoi limiti ed errori: gli accordi di vertice con la borghesia, lo smantellamento dei servizi pubblici, il burocraticismo, l’inefficienza delle politiche in difesa dei settori più poveri, la concentrazione di potere nell’esecutivo, l’ingresso di capitali privati in diversi settori chiave dell’economia. E più in generale, l’abbandono nei fatti di quel processo di transizione all’ecosocialismo che era stato, pur nelle contraddizioni, il grande sogno di Chávez.

PERCHÉ è di tutt’altro che parlano la controversa Ley Antibloqueo, descritta da più parti come uno strumento per una sotterranea privatizzazione delle risorse del paese, e l’ancor più criticato progetto di legge per la creazione di Zone economiche speciali, le quali, quasi per definizione, finiscono per costituire enclave estrattiviste sottratte al controllo dello stato.
Che il governo non sembri disposto a porre freni al modello estrattivista, lo dimostra del resto non solo la mancata rinuncia al carbone, a cui si deve la contaminazione della Sierra de Perijá, ma anche il rifiuto ad aderire all’accordo globale per frenare la deforestazione firmato, alla Cop 26, da ben 124 paesi.

La vittoria di domenica, stavolta legittimata anche dalla partecipazione di tutto l’arco politico, oltre che dalla presenza degli osservatori elettorali (la missione della Ue riferirà oggi), rappresenta in ogni caso una bella boccata di ossigeno per il presidente Maduro, il quale ha esortato tutti, vincitori e sconfitti, a «rispettare i risultati» e a portare avanti il dialogo politico e «la riunificazione nazionale».

QUANTO ALL’OPPOSIZIONE, tra i pochissimi a commentare il risultato è stato il candidato a sindaco di Caracas per la Mud, la Mesa de la Unidad Democrática, Tomás Guanipa: «Dobbiamo riconoscere la necessità di cambiare la strategia seguita finora. La nostra sfida deve essere quella di stare con i cittadini, perché è innegabile che il paese vuole un cambiamento ed è per questo che dobbiamo lottare».

* da il manifesto -23 novembre 2021

Il Cile si risveglia troppo pinochetista: Kast arriva primo

 America latina. Il repubblicano ottiene due punti in più del progressista Boric. I due candidati presidenti al ballottaggio il prossimo 19 dicembre in uno scenario mai così polarizzato. Ma ora entrambi al lavoro per assicurarsi i voti del centro


di Ariadna Dacil Lanza *

Alla luce dei risultati di ieri, il capitolo finale delle presidenziali in Cile si terrà il 19 dicembre, quando José Antonio Kast del Partido Republicano de Chile e Gabriel Boric, l’attuale candidato della coalizione di sinistra Pacto Apruebo Dignidad, si affronteranno in un ballottaggio. L’occasione sarà un momento decisivo in cui optare per due coalizioni che non sono mai state al governo e che muovono gli orientamenti politici un po’ più agli estremi rispetto alle ultime due cariche presidenziali, quelle di Sebastián Piñera e di Michelle Bachelet.

Antonio e Patricia sono una coppia sposata che odora di profumo importato, portano orologi e cellulari costosi, e si trovano nel quartiere Las Condes di Santiago del Cile dove Kast parlerà di lì a pochi minuti, quando saranno confermati i risultati che gli hanno dato la vittoria al primo turno. Chiedono «cambiamento ma con sicurezza» e di «mantenere la tradizione di un paese con valori familiari e meritocrazia». Con un sottofondo di musica rap che intona «Osa per il Cile, per la tua famiglia e per tua madre», Marcela Ferreira, 50 anni, critica Piñera per aver «ceduto stupidamente il potere a un gruppo di sinistra». Marcela apprezza che Kast sia «politicamente scorretto» e che – riferendosi al conflitto con i Mapuche – il candidato di estrema destra chiami «ciò che sta accadendo in Araucanía per quello che è, terrorismo del tipo più puro in cui si sono infiltrate le Farc e molte altre organizzazioni legate al traffico di droga». E infine, assicura, «il terrorismo non può essere risolto con il dialogo». Andrea Torres, una giovane venezuelana che non vota ancora in Cile ma accompagna il suo fidanzato alla festa, è fiduciosa che «Kast avrà la mano dura» di fronte alla crisi migratoria che il paese ha vissuto recentemente: «Anche se sono i miei connazionali a essere entrati».

La domanda è cosa ne è stato della rivolta sociale di due anni fa e come spiegare queste affermazioni dei sostenitori di Kast, che cantano «Viva il Cile e Pinochet» o «Il Cile non sarà mai comunista», e che replicano il discorso del loro candidato che durante la campagna ha detto: «Se Pinochet fosse vivo voterebbe per me». Ora è il favorito al ballottaggio. Inoltre Kast, che ha punti in comune con Jair Bolsonaro e che ha stretto legami con Vox, propone che al momento del referendum finale si bocci la nuova Costituzione – che la Convenzione Costituente sta elaborando – e si mantenga quella della dittatura. Questa continuità aiuta a ricordare che la transizione democratica in Cile è avvenuta dopo il referendum del 1988 con una minima differenza di voti tra sostenitori e avversari del dittatore.

Un’altra domanda che risuona dopo domenica è quanto i «vincitori» siano in sintonia con le esigenze della società, perché sebbene Kast abbia ottenuto il 27,9% dei voti (nel 2017 ottenne l’8%) e Boric il 25,83%, entrambi hanno raccolto una minuscola porzione di voti: quasi 3,8 milioni su un totale di votanti che ha superato i 7 milioni ma che rappresenta meno della metà dei 15 milioni degli aventi diritto. È chiaro che questi numeri rientrano nella media storica (è la quinta elezione in 12 mesi e in nessuna l’affluenza ha superato il 51%) e all’interno del sistema elettorale cileno un presidente può essere eletto con questi margini. Ma in uno scenario di polarizzazione come questo e con un numero enorme di elettori indecisi e disincantati, chiunque assuma la prossima presidenza avrà davanti a sé una consistente parte della società che non lo ha eletto.

I programmi di entrambi i candidati sono radicalmente diversi, ma nel ballottaggio dovranno reindirizzarsi verso il centro per cercare di catturare voti. Ci sono stati segnali in questo senso nei discorsi di Kast e Boric dopo gli spogli di domenica. Il candidato repubblicano dovrà attenuare alcuni dei suoi programmi economici liberali e sociali conservatori. Finora Kast ha proposto, per esempio, l’eliminazione di alcuni ministeri per ridurre le dimensioni dello Stato, l’abrogazione della legge del 2017 che permette l’aborto per tre causali, è critico nei confronti dell’educazione sessuale nelle scuole, si muove sull’asse legale-illegale per quanto riguarda le questioni migratorie e ha proposto 10 passi per affrontare quella che lui chiama «l’invasione degli immigrati illegali», compresa la creazione di una forza di polizia ispirata all’Immigration and Customs Enforcement (Ice) degli Stati uniti.

Intanto Boric, che ha parlato dopo le 22 di domenica nel quartiere Italia di Santiago, ha chiesto ai suoi sostenitori di andare a fare opera di convincimento in vista del ballottaggio, ma senza scontri perché «nessuno è di troppo». Il programma dell’ex leader studentesco dovrà insomma virare verso il centro, cercando l’appoggio degli elettori della democristiana Yasna Provoste, ex ministra del governo Bachelet. Finora, Boric ha criticato il modello economico cileno, proponendo la sostituzione del sistema pensionistico Afp, una delle principali richieste della rivolta del 2019, oltre a insistere sulla necessità di rendere le tasse progressive. Contrariamente a Kast, la sua idea di Stato è piuttosto espansiva in termini di assistenza e servizi sociali.

Il bunker di Apruebo Dignidad, come quello di Kast, era in strada. L’atmosfera era più ambigua, festosa dal palco in cui suonavano bande musicali, rilassata tra il pubblico, si ballava e si cantava, ma anche incerta perché il ballottaggio non sarà facile. «Siamo venuti qui con un sapore dolce e amaro perché è andato al secondo turno, ma è difficile. Non avrei mai pensato che Kast e ciò che rappresenta potesse essere una forza importante», dice Álvaro. Per Patricia era importante esserci «per motivare un po’ la gente» e perché «se Kast vince la rivolta sociale è stata inutile». Pablo Calixto, 30 anni, dice che non è militante in nessun partito ma che è al bunker di Boric «per affrontare un movimento che è il fascismo e che è presente in numeri troppo evidenti» e per appoggiare le rivendicazioni «ecologiche e femministe».

È fondamentale anche guardare ai risultati delle elezioni legislative perché, essendo Kast e Boric due candidati degli «estremi», oltre che tra gli elettori, dovranno cercare alleati tra i partiti di centro per governare: chiunque sia il vincitore non avrà la maggioranza in parlamento. D’altra parte, il Congresso ha un ruolo decisivo: una volta che la nuova Costituzione sarà stata redatta, se modificherà i punti chiave del sistema politico – potrebbe cambiare la durata delle cariche elettive, eliminare il Senato, o anche andare verso un sistema semi-presidenziale o parlamentare – sarà il Congresso a decidere se convocare elezioni anticipate per rendere vigenti le nuove regole del gioco. Lo scenario rimane quindi molto aperto, soprattutto se Kast diventerà presidente e dovrà governare con una nuova carta costituzionale, che lui e il suo settore rifiutano.

Il Congresso si configura adesso con una maggioranza per l’attuale partito al potere, anche se il suo candidato alla presidenza, Sebastián Sichel, è giunto terzo con il 12% dei voti. Al Senato, dove 27 dei 43 seggi erano in palio, Cile Podemos Más di Piñera avrà 22 seggi e alla Camera dei Deputati, che ha rinnovato tutti i 155 seggi, lo stesso ha ottenuto 53 seggi. Significativo il gesto di Sichel che dopo le elezioni ha detto che «parlerà» con Kast e che non voterà per Boric perché non vuole che «l’estrema sinistra vinca», gesto che lascia presagire una serrata dei ranghi al Congresso. La seconda forza parlamentare sarà l’ex Concertación, che era in maggioranza nel governo Bachelet e che ha sostenuto la candidatura presidenziale di Yasna Provoste, arrivata quinta con l’11,74% dei voti – anche al di sotto di Franco Parisi, un candidato che ha fatto campagna elettorale dagli Stati uniti essendo indagato in Cile per non aver pagato il mantenimento dei figli – che ha ottenuto il 12,8%. Il settore di Provoste non ha ancora dato il suo appoggio formale a Boric, ma lei ha chiamato a «non permettere l’avanzata del fascismo che Kast rappresenta». Boric avrà 37 seggi alla Camera dei deputati e Kast 15, mentre al Senato Boric avrà cinque seggi e Kast uno. Una metafora per analizzare i movimenti politici regionali può essere presa in prestito dalla fisica: «A ogni azione corrisponde sempre una reazione uguale e contraria». Così come in Brasile al grido di «Ele Nao» hanno risposto i conservatori del bolsonarismo e in Argentina la «marea verde» ha risvegliato una «marea celeste», in Cile la rivolta che chiedeva riforme radicali e metteva in discussione lo status quo ha toccato le corde sensibili del pinochetismo, che Kast ha saputo interpretare e a cui ha risposto con un messaggio di «ordine e pace».
Ora la sfida per Kast sarà sedurre coloro che sono d’accordo con queste premesse, ma da posizioni dai valori più democratici. Nel frattempo Boric, pur essendo riuscito finora a tradurre istituzionalmente alcune delle proposte della rivolta sociale, dovrà affrontare la sfida di mostrare governabilità e moderazione, ma dovrà anche essere capace di entusiasmare i disincantati.

* da il manifesto 23 novembre 2021

15 novembre 2021

COP26, il tempo delle parole è finito: ora la partita si gioca sui numeri

di Sergio Ferraris *

Con l’edizione 26, ossia dopo 26 anni, il sistema negoziale delle Cop ha fatto i conti con la realtà ed è uscito, finalmente, da una sorta di metauniverso fatto tutto di meccanismi politici e da eteree quanto inconsistenti ipotesi di riduzione della CO2, ipotesi nelle quali hanno abbondato per decenni le buone intenzioni e i condizionali. Dal 1992, anno dell’assise ecologista di Rio de Janeiro, al 2020, nonostante le negoziazioni abbiamo assistito a un aumento della concentrazione di CO2 da 360 ppm ai 412,5 ppm dello scorso anno. E dire che nel 1992 a Rio era stato fissato l’obiettivo di tornare ai livelli del 1990 entro l’anno 2000. In realtà si toccarono i 372 ppm. Ma torniamo alla Cop26 appena conclusa.

Il primo bagno di realtà la Cop26 lo ha fatto con l’arrivo dell’ultimo rapporto dell’Ipcc che ha smentito l’Accordo di Parigi del 2015 – il quale fissava l’obiettivo al 2100 di 2°C con l’auspicio di arrivare a 1,5°C, valore inserito all’ultimo momento per accontentare i piccoli paesi dell’Oceano Pacifico. Ad agosto 2021, invece, l’Ipcc ha affermato secco: il mezzo grado in più fa la differenza tra la zona sicura e la catastrofe. E l’allarme dell’opinione pubblica internazionale è stato grande.

A ciò, con ogni probabilità, si deve l’inserimento, per la prima volta nella storia delle negoziazioni del clima, di una percentuale di riduzione delle emissioni coniugata con una scadenza temporale stretta, molto stretta: -45% di emissioni a livello planetario al 2030. Una novità importante quanto irrealistica se guardiamo al contesto energetico di oggi. L’80% dell’energia oggi prodotta sul pianeta è d’origine fossile ed emette CO2. E abbattere questa percentuale del 45% in nove anni è abbastanza improbabile visto che dal 1970 – cinquanta anni fa – l’utilizzo delle fonti fossili è diminuito del 7% passando dall’87% all’80% di oggi.

Questa novità è stata smentita, nei fatti, da Cina e India, che hanno bocciato l’ipotesi della neutralità climatica, ossia il 100% nell’utilizzo di fonti energetiche a emissioni zero, entro il 2050. La Cina ha voluto che la data del 2050 fosse indicata in maniera generica come “intorno alla metà del secolo”, mentre l’India ha fissato il proprio obiettivo per il 100% a emissioni zero in maniera secca al 2070, imponendo nelle battute finali anche il rallentamento sostanziale per l’uscita dal carbone. E per capire ciò bisogna leggere i dati di contesto dell’India che è una nazione popolata da 1,38 miliardi di persone, produce il 75% dell’elettricità dal carbone e ha 240 milioni di persone sono senza l’elettricità. E oltre ciò, per quanto riguarda il consumo d’elettricità procapite all’anno, l’India è a 857 kWh, contro i 4.700 dell’Italia, i 6.700 della Germania, gli 11.730 degli Usa o i 13.800 della civilissima ed ecologica Svezia. Mentre la Cina è a 3.991 kWh per abitante. Questi fatti rappresentano il secondo bagno di realtà, ed è esattamente l’indice della contraddizione intrinseca alla negoziazione climatica che non si è mai occupata abbastanza del sociale. E ora che siamo in una vera e propria emergenza conclamata, il sociale presenta il conto.

E l’India è solo il primo capitolo di questo contesto. Di sicuro seguiranno la Cina, che ha disperatamente bisogno d’energia perché se scende sotto a un aumento annuo del Pil del 5% mette a rischio la propria tenuta sociale ed economica; il Sudafrica, che ha già manifestato il proprio dissenso sull’abbandono del carbone; mentre dalle nostre parti la Polonia ha annunciato che di uscire dal carbone prima di 25 anni non se ne parla.

Il tutto in uno scenario nel quale si chiedono sacrifici a Paesi che stanno godendo solo ora dei vantaggi economici delle fonti fossili, mentre è arrivato, proprio durante Cop26, il rifiuto da parte dell’Unione Europea e degli Stati Uniti per la creazione di un fondo al quale i paesi più poveri possano attingere per rispondere alla crisi climatica. Tradotto: noi abbiamo emesso CO2 per trent’anni, nonostante gli allarmi, per produrre e sviluppare il nostro Pil – boicottando oltretutto lo sviluppo delle energie verdi a favore delle fossili – ma voi dovete fare sacrifici in nome di una situazione della quale siete solo in minima parte responsabili. E a ciò bisogna aggiungere che il 18% del Pil di India e Cina è prodotto dalle esportazioni e che quindi quasi un quinto della CO2 prodotta da loro, in realtà, è imputabile ai paesi sviluppati che questi beni li acquistano.

“Non è tra i compiti dell’Onu dare prescrizioni circa le fonti energetiche. I Paesi in via di sviluppo come l’India devono avere la loro equa quota di budget delle emissioni di CO2 e vogliono continuare l’utilizzo responsabile dei combustibili fossili”, ha detto il ministro dell’Ambiente indiano, Bhupender Yadav, che è stato appoggiato dalla Cina. Insomma il tempo delle parole rispetto al clima è finito. Ora la partita si gioca sui numeri, specialmente su quelli dell’economia. E quando si parla del portafoglio il gioco diventa duro.

* giornalista scientifico/ambientale - da FQ - 15 novembre 2021

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14 novembre 2021

COP26: La delusione di Greta e dei giovani attivisti: «È un fallimento»

di Andrea Marinelli *

La leader del movimento: attenti al «greenwashing»

Alla fine, secondo Greta Thunberg, non è stato altro che un grande, deludente «bla bla bla». Poche ora prima che gli inviati di quasi 200 Paesi annunciassero il raggiungimento di un accordo, per quanto vago, sulla lotta al cambiamento climatico, la giovane attivista svedese aveva già messo in guardia i suoi 5 milioni di follower su Twitter, ma anche i 100 mila compagni che hanno manifestato insieme a lei a Glasgow e tutti gli altri — i giovani del Fridays for Future e gli adulti — che hanno sostenuto la battaglia a distanza. «Ora che la Cop26 sta volgendo al termine — ha scritto in serata su Twitter la leader delle proteste — fate attenzione allo tsunami di greenwashing e alle giravolte dei media per definire in qualche modo il risultato come “buono”, “un progresso”, “ottimista” o come “un passo nella giusta direzione”».

Non vi fidate, insomma, delle dichiarazioni dei politici e di ciò che leggerete sui media, ha avvertito Greta, che già nei giorni scorsi aveva definito la conferenza sul clima «un fallimento», nient’altro che una campagna di pubbliche relazioni per imprese e politici. «Siamo così lontani da ciò di cui abbiamo bisogno», aveva spiegato a Glasgow, «che potremmo considerare la Cop un successo soltanto se la gente capisse che è stata un fallimento». Mercoledì, insieme ad altri giovani attivisti, la 18enne di Stoccolma ha anche promosso una petizione per chiedere al segretario generale dell’Onu Antonio Guterres di dichiarare formalmente il surriscaldamento globale una «emergenza di livello 3», la più alta delle Nazioni Unite, la stessa usata per la pandemia e che permetterebbe di inviare risorse ai Paesi più a rischio nell’emergenza climatica.

«Anche se i leader manterranno le promesse che hanno fatto qua a Glasgow, non basterà a prevenire la distruzione di comunità come la mia», ha confermato l’attivista ugandese Vanessa Nakate, 24 anni. «Al momento, con il riscaldamento a 1,2°, la siccità e le alluvioni stanno uccidendo persone in Uganda. Solo un drastico e immediato taglio delle emissioni ci può dare speranza, ma i leader mondiali hanno fallito. Le persone si stanno però unendo al nostro movimento, e sta montando la pressione».

Questa Cop, ha chiarito Luisa Neubauer, 25 anni, della sezione tedesca dei Fridays for Future, «ha fallito nell’introdurre i cambiamenti sistemici di cui avevamo un bisogno disperato. I capi di Stato non hanno raggiunto l’obiettivo, ma il nostro movimento per il clima sta crescendo».

* corriere della sera - 14 novembre 2021

13 novembre 2021

COP26: Un po’ di «colonialismo» verde nascosto nelle pieghe

 Quale energia per i paesi poveri. I paesi del Sud e i poveri del mondo subiscono gli impatti climatici più tragici, e al tempo stesso più di 1 miliardo di persone in 48 paesi dell’Africa sub-sahariana sono responsabili di meno dell’1% delle emissioni globali cumulative di anidride carbonica

di Marinella Correggia  * 

La Norvegia, principale fornitore di gas in Europa dopo la Russia, ha accettato di aumentare le esportazioni di 2 miliardi di metri cubi per alleviare la carenza di energia del Vecchio continente. E il primo ministro Jonas Gahr Støre ha sostenuto che i futuri investimenti nel petrolio e nel gas saranno fondamentali per sostenere la transizione verso le rinnovabili.

Al tempo stesso, fa sapere l’analisi scritta da una ricercatrice indiana e pubblicata su Foreign Policy, Norvegia e altri paesi nordici e baltici hanno fatto pressione sulla Banca Mondiale affinché ponga fine a tutti i finanziamenti di progetti di gas naturale in Africa e altrove a partire dal 2025, e punti invece su soluzioni come l’idrogeno verde e le micro reti intelligenti. Ma è possibile una simile svolta energetica, in tempi così rapidi? No, secondo l’analisi. Intanto l’idrogeno verde è una tecnologia complessa e costosa. E dovunque, anche qualora si accelerasse nel settore eolico e solare, la produzione di elettricità dai fossili sarebbe ancora necessaria per bilanciare queste fonti, dipendenti dalle condizioni atmosferiche.

I paesi del Sud e i poveri del mondo subiscono gli impatti climatici più tragici, e al tempo stesso più di 1 miliardo di persone in 48 paesi dell’Africa sub-sahariana sono responsabili di meno dell’1% delle emissioni globali cumulative di anidride carbonica. Anche se triplicassero la generazione di energia ricorrendo solo al gas naturale, le emissioni globali aumenterebbero di un mero 1 per cento.

Dunque, sostiene l’analisi, i paesi ricchi dovrebbero agevolare progetti di gas naturale (l’Africa ha importanti giacimenti off shore) ancora per i prossimi due decenni in modo che i paesi poveri escano dalla povertà e riescano a costruire le infrastrutture energetiche critiche necessarie allo sviluppo economico e al miglioramento degli standard di vita – compresa l’elettricità per case, scuole e fabbriche. E oltre a ciò, i combustibili fossili sono ancora critici per lo sviluppo dell’Africa. La costruzione di strade ed edifici è ad alta intensità energetica, così come – ad esempio – la produzione di molti materiali. Alternative a basso costo e a basse emissioni di carbonio non sono ancora disponibili.

Pensiamo poi alla cottura dei cibi nelle case povere. Circa 3,8 milioni di persone muoiono prematuramente ogni anno per l’inquinamento dell’aria indoor. Quasi tutti i decessi si verificano tra i 2,6 miliardi di persone nei paesi poveri che ancora bruciano legna, carbone, carbonella o sterco di animali in casa per cucinare. Il fumo tossico penetra in profondità nei polmoni.

L’Onu ritiene che il passaggio al gas da cucina in bombola salvi tante vite nelle case dei poveri. I paesi del Nord, esigenti verso il Sud, sono invece molto pazienti a casa propria. Joe Biden ha chiesto ai principali fornitori di energia di aumentare la produzione per soddisfare la domanda di petrolio degli Stati Uniti. E la Germania ha stabilito una tempistica di quasi 20 anni per uscire dal carbone.

* da il manifesto  - 13 novembre 2021

11 novembre 2021

Performance climatica, l’Italia scende al 30° posto

di Luca Martinelli *

Così non va. L’Italia fa un altro passo indietro nella classifica dei Paesi in lotta contro la crisi climatica: ieri è stato presentato il «Climate Change Performance Index 2022», il rapporto annuale di Germanwatch, Can e NewClimate Institute sulla performance climatica dei principali paesi del pianeta – realizzato in collaborazione con Legambiente per l’Italia – e il nostro Paese ha fatto uno scivolone all’indietro di tre posizioni, finendo quest’anno al 30°posto in graduatoria. Questo «risultato» è stato raggiunto per il rallentamento dello sviluppo delle rinnovabili (34° posto della classifica specifica) e per una politica climatica nazionale ancora inadeguata a fronteggiare l’emergenza climatica. Il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (Pniec) consente infatti entro il 2030 un taglio delle emissioni di appena il 37% rispetto al 1990.

L’ITALIA È IN CATTIVA compagnia: nel rapporto, che prende in considerazione la performance climatica di 60 Paesi, più l’Unione Europea nel suo complesso, quelli che insieme rappresentano il 92% delle emissioni globali, la Cina, che è il maggiore responsabile delle emissioni globali, scivola di quattro posizioni al 37° posto. Nonostante il grande sviluppo delle rinnovabili, le sue emissioni continuano a crescere per il forte ricorso al carbone e la scarsa efficienza energetica del suo sistema produttivo. Ancora più indietro si piazzano gli Stati Uniti, secondo emettitore globale, che troviamo al 55° posto (anche se qui c’è stato un passo in avanti di sei pozioni rispetto allo scorso anno, grazie alla nuova politica climatica ed energetica avviata dall’Amministrazione Biden). Tra gli altri Paesi del G20, solo Regno Unito, India, Germania e Francia si posizionano nella parte alta della classifica.

ANCHE L’UE scivola di sei posizioni al 22° posto, soprattutto per Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovenia, in fondo alla classifica. L’indice che misura la performance ha come parametri di riferimento gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e gli impegni assunti al 2030. Il Ccpi si basa per il 40% sul trend delle emissioni e per il 60% in parti uguali su sviluppo delle rinnovabili, efficienza energetica e politica climatica. Anche quest’anno le prime tre posizioni della classifica non sono state attribuite: nessuno sta fronteggiando l’emergenza climatica per contenere il surriscaldamento del Pianeta entro la soglia critica di 1.5°C. In testa troviamo i Paesi scandinavi, che guidano la corsa verso zero emissioni: Danimarca, Svezia e Norvegia si posizionano dal quarto al sesto posto. In fondo alla classifica ci sono Arabia Saudita, Canada, Australia e Russia.

«IL PEGGIORAMENTO in classifica dell’Italia – dichiara Mauro Albrizio, responsabile ufficio europeo di Legambiente – ci conferma l’urgenza di una drastica inversione di rotta. Si deve aggiornare al più presto il Pniec per garantire una riduzione delle nostre emissioni climalteranti, di almeno il 65% entro il 2030».

COME A SOTTOLINEARE l’esigenza di questo «aggiornamento», ieri la Camera dei Deputati ha ospitato la conferenza stampa di presentazione della petizione «Il nucleare non sia incluso nelle rinnovabili!», promossa da Osservatorio per la Transizione Ecologica-Pnrr (Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, LaudatoSì e NOstra!) e da FacciamoECO, componente politica del gruppo misto rappresentato dall’onorevole Rossella Muroni. Pubblicata sulla pattaforma Change.org, è indirizzata al ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani. Il messaggio è semplice: «Il nucleare e il gas non sono fonti energetiche rinnovabili e come tali vanno mantenute fuori dalla tassonomia verde europea», il riconoscimento green che garantirebbe importanti finanziamenti sia pubblici che privati al settore.

* da il manifesto 10 novembre 2021

7 novembre 2021

COP26: non è più il tempo di blablabla per nessuno, neanche per gli ambientalisti

di Massimo Marino

La Conferenza sul clima che si è avviata il 1° novembre allo Scottish Exhibition Campus di Glasgow è la quinta dopo COP21 di Parigi, dove si è raggiunto l’accordo sul taglio di almeno il 40% dei gas serra entro il 2030 ( portato al 55% nel 2020) senza però stabilire nella pratica come raggiungere l’obiettivo che infatti è ormai lontano e di fatto irraggiungibile. Secondo recenti stime riportate dall’ONU sulla base degli impegni generici finora presentati solo da una parte dei paesi del pianeta, ci siamo messi su una traiettoria di più 2,7° gradi invece di 1,5° ( altri parlano di 3,3°). Fra Parigi 2015 e Glasgow 2021 la CO2 in atmosfera che avrebbe dovuto almeno fermarsi se non iniziare a scendere è aumentata da 400 a 415 ppm (ma dati recentissimi parlano di 419 ppm) e si dà per acquisito che a 450 ppm la sopravvivenza di esseri viventi tipo l’uomo diventa difficile. Le emissioni annue di CO2 in questi sei anni non sono affatto diminuite e dopo una lieve flessione causata dal Covid nel 2020 (-6% ) sono riprese ad aumentare (è stato riconosciuto ufficialmente al G20) e arrivano attualmente a circa 40 miliardi di tonn/anno nel pianeta. L’estrazione di fossili non accenna affatto a flettere ma è in costante lieve aumento. Secondo l’IPCC la vita sul pianeta può tollerare ancora al massimo 500 mld di ton a partire da inizio 2020 poi la crisi diventa irreversibile. Quindi, ai ritmi attuali, abbiamo una decina di anni (cioè più o meno il 2030). Già nel 2014 la crisi in arrivo era chiara ed in preparazione di COP21 di Parigi ci sono state oltre 2900 manifestazioni per il clima in 162 paesi, con quasi 400.000 partecipanti solo a New York alla vigilia del vertice ONU sul clima. Poi nel 2018 una ragazzina svedese ha spinto milioni di giovani di tutto il mondo a scioperare da scuola il venerdì. Sono nati nuovi gruppi come FFF ed Extintion Rebellion e nuovi leader giovanili che parlano (con una buona competenza) al mondo: dall’Uganda alla Polonia, dal Canada alle Filippine. Termini come sostenibilità, decarbonizzazione, transizione o conversione ecologica hanno invaso media, documenti, libri, convegni e congressi.

Nella realtà, nelle filiere dell’economia, delle fonti energetiche, delle forme di mobilità, nei modelli abitativi, nella gestione dell’agricoltura industriale e della alimentazione basata sul consumo di carne da allevamenti intensivi, al di là dei tanti casi virtuosi ma minuscoli, non è cambiato nulla.

Non si è avviata nessuna transizione. Non lo dicono i pessimisti (io comunque non lo sono) ma tutti i dati disponibili . La politica e i partiti dell’Occidente accarezzano la testa dei movimenti, per lo più giovanili, che chiedono un cambiamento, ma fanno un passo indietro ogniqualvolta sarebbe ora di promuovere un qualsiasi cambiamento nella pratica. Su circa 200 nazioni del mondo sono meno di dieci quelle dove movimenti e partiti esplicitamente ecologisti governano (in coalizione con altri e sempre in posizione subalterna, le eccezioni, solo locali, sono pochissime) e sempre meno di dieci sono gli altri partiti, in genere piccoli di sinistra non socialdemocratica che governano facendo proprie seriamente, almeno in parte, le tematiche dell’ecologismo. In Germania, il paese europeo con il più alto livello di emissioni pro-capite dell’Europa e il sesto nel mondo come emissioni totali, i verdi saranno costretti probabilmente a governare con socialisti ma anche liberali, che sulla crisi climatica hanno opinioni ed interessi ben diversi, aprendo nuove speranze ma anche un forte rischio di delusione se non porteranno visibili risultati.

Nel G20 che ha preceduto COP21 si sono confermate tutte le premesse preoccupanti di un possibile fallimento di Glasgow alla fine dei 12 giorni della Conferenza sul clima. Assenti i leader di Cina e Russia, che hanno la loro consistente parte di responsabilità, si è cercato di scaricare su questi, insieme all’ India, tutta la responsabilità dei mancati risultati presenti e futuri. Si tratta di una bugia che non va lontano se si considera le dimensioni della popolazione dei singoli paesi, ma anche una dimostrazione di presuntuosa arroganza secondo la quale questi paesi dovrebbero accollarsi “i sacrifici” e “i costi” che l’Occidente neppure si sogna di affrontare. E’ una bugia che però con leggerezza tutti i media rilanciano. In realtà tutti i grandi paesi dell’Est e dell’Ovest, hanno le stesse responsabilità e per tutti è necessario un cambio di paradigma per garantire un futuro alle prossime generazioni.

I dati di partenza sono in realtà chiarissimi: I sei paesi principali che contribuiscono alle emissioni totali ( 40 mld di t/a) sono la Cina ( 9,84 ), gli Usa ( 5,27), l’India ( 2,46), la Russia ( 1,69), il Giappone ( 1,20), la Germania (800 mil di t/a ). L’Italia è al 19° posto con 355 mil di t/a.

Se si calcolano le emissioni pro-capite ( si consideri solo che la Cina ha 1,4 mld di abitanti e gli USA 330 mil cioè un quarto) ovviamente il quadro è ben diverso. Canada e Australia hanno 15,5 t/a pro-capite seguite dagli USA con 15,2 t/a. La Cina è al 38° posto con 7,4 t/a, l’India al 128° posto con 1,8 t/a. Alcuni paesi arabi, Quatar, Kuwait, Emirati.. sono in testa nelle emissioni pro-capite ma hanno un numero irrilevante di abitanti ( es Emirati 10 mil,  Quatar 2,8 mil).  

L’Italia è al 61° posto con 5,4 t/a e le emissioni pro-capite della Germania sono di ben 1,6 volte le  nostre ( 1,2 volte se si fa invece il riferimento al PIL). 

Le attuali emissioni pro-capite degli USA sono quindi più di 2 volte quelle della Cina e più di 8 volte quelle dell’India. In realtà se si valutano le emissioni cumulate dall’inizio del secolo (dal 2000 ad oggi) il contributo dei paesi dell’Occidente (USA ma anche Europa) è soverchiante e lo è ancora di più se si considera che le produzioni dei paesi asiatici esportate nei paesi occidentali in termini di emissioni vengono attribuite a quelli ma in realtà riguardano consumi di questi ultimi. Da questo punto di vista il tentativo di indicare Cina e India come principali responsabili della crisi, come fa Biden in perfetta continuità con i predecessori, è agghiacciante. D’altronde in più occasioni i leader USA hanno affermato che “lo stile di vita e di consumi” americano è intoccabile. E Biden ha ribadito a Glasgow che spetta agli USA “guidare il mondo”. È noto che nelle due legislature di Obama attraverso un enorme aumento dei pozzi di estrazione di petrolio, con il frackcing e lo shale gas, gli USA hanno raggiunto attraverso i fossili la totale autonomia energetica trascurando totalmente le rinnovabili e una conversione dei modelli di consumo e dello stile di vita, temi ai margini del dibattito interno del paese.

Sul carbone, il principale inquinatore a basso costo, una grande alleanza ha impedito fino ad oggi di fermarne l’estrazione. Genericamente si indica un impegno dei G7 allo stop nel 2030 e nel 2040 per gli altri paesi ma si vedrà nella COP26 in corso se alle parole seguirà un qualche impegno reale al quale molti non credono. In realtà vari paesi compresi USA e GB hanno in cantiere nuove miniere e un aumento delle estrazioni che sono attualmente attribuibili per il 61% alla Cina, il 17% all’India ma ancora per il 18% agli USA. In Germania il carbone contribuisce ancora per il 26% alle emissioni del paese con più di 70 centrali ancora attive. Attualmente il suo contributo alla produzione elettrica mondiale è ancora del 37%.

Nell’ultimo decennio si è fatta strada la consapevolezza che molti paesi poveri, il cui contributo alla crisi climatica è minimo ( l’intera Africa contribuisce solo per il 3%), sono i primi e quelli più pesantemente colpiti dagli effetti  della crisi climatica e nel dibattito dei G20 e delle  COP si trascina la contesa su quanto i paesi ricchi possano “ pagare” per limitarne le disastrose conseguenze in questi paesi. La contesa si svolge attorno all’obiettivo di stanziare fino a 100 mld di dollari all’anno (una cifra irrilevante ) e su chi e quanto debba contribuire a questo obiettivo. E’ probabile che a Glasgow si superi la attuale disponibilità di circa 80 mld e si possa raggiungere l’intero obiettivo. Si tratta di un approccio apparentemente doveroso, in realtà è un impegno irrisorio e per certi versi anche pericoloso. Non solo per il fatto che le garanzie che di queste risorse se ne faccia un uso corretto, stante la corruzione di molti governi in genere alimentata da multinazionali senza scrupoli sono minime, ma perché si perde di vista la dimensione vera del problema. Secondo un recente studio consegnato all’ONU se le temperature e il dissesto climatico non verranno arrestati numerosi paesi dell’Africa in pochi anni non saranno più in grado di coltivare i prodotti necessari al sostentamento delle comunità locali perché resterebbero senza raccolti con conseguenze "devastanti". Ad esempio otto Paesi dell'area orientale e meridionale dell’Africa già colpiti da siccità estrema ( Angola, Lesotho, Malawi, Mozambico, Ruanda, Uganda, Zambia e Zimbabwe) vedrebbero pressoché azzerati i loro raccolti entro pochi anni. Interventi “umanitari“ contro la fame risulterebbero quasi ridicoli ed anche solo interventi strutturali di “mitigazione e adattamento” sull’agricoltura locale richiederebbero alcune centinaia di miliardi all’anno. In realtà esploderebbe soltanto l’onda di migranti climatici. Ma il concetto di mitigazione e adattamento è un modo elegante per nascondere la verità: continuiamo a estrarre lingotti d’oro nero dal pianeta, proseguiamo l’arricchimento di un ristretto gruppo di multinazionali e dei loro portaborse politici il più possibile, disinteressiamoci del futuro del pianeta e dedichiamo qualche briciola ai paesi e alle popolazioni che nell’immediato sono le più travolte dal disastro per salvare la faccia.

Poiché a Glasgow non si può dichiarare formalmente il fallimento della azione anticlima l’impegno dei leader sarà quello di attribuire agli assenti i mancati impegni e il rinvio in avanti degli obbiettivi più significativi. L’intenzione è di garantire comunque l’attuale modello di sviluppo e di arricchimento di ristretti gruppi che governano gran parte del pianeta, di demolire l’impatto dei movimenti (perlopiù giovanili) che contestano la mancanza di scelte e dell’avvio di una vera transizione mondiale che renda sostenibile la vita delle future generazioni (si veda l’aggressione mediatica che tende a denigrare Greta Thumberg ), di oscurare la dimensione delle previsioni di decine di Enti di ricerca e di vari organismi mondiali ( IPCC e tanti altri compresi ONU e FAO ), di assicurarsi che le risorse economiche ingenti che comunque verranno impegnate restino nelle mani di quei ristretti gruppi economici e finanziari che in fin dei conti sono i principali responsabili della crisi in atto.

I movimenti giovanili presenti a Glasgow e che hanno organizzato forum alternativi nell’area green della Conferenza hanno di fronte un compito arduo. Il primo la difficoltà a partecipare: posti letto introvabili e fino a 500 dollari per una doppia a notte e riempiti da funzionari e sherpa dei 190 paesi partecipanti, dai lobbisti delle multinazionali e di enti vari (come esempio il Brasile ha una delegazione di 400 persone, la Turchia di 300). Ma soprattutto Glasgow sembra essere la fine della fase in cui i Movimenti denunciano la crisi e chiedono risposte. A tutte le latitudini del pianeta larghi strati della popolazione hanno acquisito ormai quella minima consapevolezza dell’emergenza che impone un radicale cambiamento. E comunque diventano numerosi quelli che percepiscono direttamente sulla propria vita i primi effetti della crisi. In termini generali ormai grandi maggioranze comprendono in che direzione si dovrebbe andare e che non è più il tempo dei blablabla per nessuno.

Si entra in una fase nuova dove è necessario andare oltre la denuncia, indicare esattamente quali sono gli obiettivi, i modi, i settori produttivi che vanno sviluppati o modificati o cancellati, indicando concretamente come e con cosa vanno sostituiti, costruendo su questo approccio un largo consenso popolare. Serve costruire nuovi movimenti politici e alleanze economiche e sociali che rappresentino davvero le istanze delle nuove generazioni. Altrimenti c’è il rischio che al blablabla di governi e istituzioni si contrapponga uno speculare blablabla dei contestatori.

Se non si fa questa operazione culturale e politica di precisazione delle proposte, nella quale tante parti della società, soggetti politici, economici, finanziari possano riconoscersi, diventare convinti alleati e comuni promotori, non si va da nessuna parte e il nuovo protagonismo di movimenti e leader giovanili verrà facilmente isolato, messo da parte e reso ininfluente.

Quello che fa impressione in questi incontri planetari è la miseria culturale di gran parte dei potenti. L’idea prevalente è che è tutta una questione di soldi, quindi quanti soldi da mettere, quanti da perdere e soprattutto chi ci guadagna e chi ci perde. Dall’altra parte si enfatizza quanti sacrifici dovremmo fare e quanti siamo disponibili a fare. Anche una parte degli oppositori hanno introiettato il modello e questo li rende meno convincenti (se costa tantissimo e chiede tantissimi sacrifici ... magari rimandiamo). Ma si tratta di una finzione culturale e mediatica. La conversione ecologica costa tanto e richiede tanti sacrifici soltanto per i potenti. Tutti gli altri in prospettiva hanno solo da guadagnarci. Il problema è più semplice e paradossalmente più facile da risolvere. La conversione ecologica presuppone la chiusura di certe attività e l’apertura di altre (ad esempio chiudo migliaia di pozzi e monto sui tetti milioni di pannelli, costruisco dieci milione in meno di auto e progetto mille km in più di metropolitane, chiudo dieci allevamenti intensivi ed estendo le produzioni agricole del 50%.). Non voglio farla facile, è ovvio che serve una gestione statale sovranazionale e alcuni decenni, ma c’è posto per tutti, pubblico e privato. Il problema è la arrogante presunzione di chi ha in mano il pianeta e non ha nessuna intenzione di cambiare il modello che lo rende padrone del mondo. A tutti i costi.

Così il rischio della criminalizzazione dei movimenti o della loro ridicolizzazione è molto alto. Hanno questo obiettivo. Un noto ecologista d’altri tempi giustamente sosteneva che la conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile. 

In diverse occasioni ho indicato le mie personali opinioni sulle priorità che andrebbero poste in primo piano, che non sempre coincidono con quelle circolanti, ma che mi sembrano adeguate per un percorso realistico di conversione e che qui accenno soltanto:

1)      È necessario prendere atto che l’era dell’auto è terminata a tutte le latitudini del pianeta con la fine del secolo scorso e che è impensabile che nei prossimi decenni miliardi di auto ( con qualunque tecnologia) rimangano il vettore principale di mobilità. Il tutto elettrico, se non si chiarisce da quali fonti, è semplicemente una proposta di incompetenti o di mistificatori che ci porta fuori strada. E’ indispensabile che alcuni miliardi di persone, in particolare nei grandi e medi centri urbani (nei paesi ricchi come in quelli poveri), si muovano entro i prossimi due-tre decenni, prevalentemente su mezzi pubblici, collettivi, con percorsi dedicati, disponibili, facilmente accessibili e poco costosi. Quelli che normalmente chiamiamo reti metropolitane. Relegando l’uso dell’auto ma anche degli stessi autobus, tram, monopattini a petrolio solo ai casi di necessità e quando il loro uso non ha alternativa. Con enormi vantaggi in termini di inquinamento, tempi, costi, socializzazione, occupazione del suolo pubblico e stress.

2)      E’ necessario che le abitazioni vengano attrezzate con criteri di totale autonomia energetica per i consumi elettrici e di riscaldamento, con l’eliminazione della dispersione termica invernale, nella misura possibile la raccolta e riciclo delle acque, l’attenuazione della radiazione solare estiva con l’ombreggiatura abolendo il condizionamento, la disponibilità di     nicchie dedicate di autoproduzione alimentare famigliare (giardini e terrazzi agricoli).

3)      E’ necessario eliminare i grandi allevamenti intensivi e ridurre i consumi di carne, specie dei grandi animali, con l’obiettivo di sostituire il 50% del consumo attuale di proteine animali con proteine vegetali a tutte le latitudini del pianeta. Almeno in questo sembrerebbe che l’Italia negli ultimi 10 anni si sia messa sulla strada giusta.

4)      E’ necessario privilegiare i consumi specie alimentari cosiddetti a km zero, e comunque di provenienza nazionale avendo il coraggio, senza estremizzazioni, di introdurre il concetto di “protezionismo ecologico”.

5)      E’ necessario contrastare le forme di immigrazione clandestina proveniente da crisi ambientali e di guerra, sostituendo scafisti e trasferimenti clandestini della criminalità con corridoi regolari e permanenti di immigrazione gestiti dagli Stati impegnando gli immigrati in particolare nella tutela e manutenzione ecologica del territorio sotto la tutela delle istituzioni locali. Impedendo così che questo tema diventi lo strumento per la proliferazione di governi ultraconservatori e di destra xenofobi.

6)      E’ necessario promuovere la riforestazione del pianeta, che necessità venti anni per risultare efficace anche alla luce della costatazione che è in atto una  diminuzione di efficacia delle grandi foreste pluviali nella funzione di eliminatori di CO2.

7)      E’ necessario che le istituzioni internazionali dichiarino che la corruzione, in particolare attinente allo sfruttamento delle risorse naturali ed energetiche è un crimine contro l’umanità e la sopravvivenza delle generazioni future. 

                                                                                                     1 novembre 2021