14 luglio 2021

Eolico e fotovoltaico di nuova costruzione sono più economici del carbone già in esercizio


di Redazione QualEnergia.it ( 24 giugno 2021)

Il sorpasso anche in Cina e India, mostrano i dati Bnef sugli LCOE (*) aggiornati a giugno 2021.

Fotovoltaico ed eolico, con i costi attuali, battono non solo le centrali termoelettriche di nuova costruzione, ma anche gli impianti a carbone già in esercizio, e lo fanno anche in mercati chiave come Cina e India.

 


Dopo il report Irena con i dati 2020, che abbiamo ripreso ieri, a sancire il sorpasso è Bloomberg New Energy Finance, che ha pubblicato alcuni numeri interessanti aggiornati alla prima metà del 2021.

Gli LCOE aggiornati

Ad oggi, per fotovoltaico e l’eolico a terra i costi di generazione LCOE (cioè “tutto compreso”), scrive Bnef, sono scesi a una media rispettivamente di 48 e 41 $/MWh, un calo rispettivamente del 5% e del 7% dalla prima metà del 2020 e dell’87% e del 63% dal 2010.

Continua

(*) Levelized Cost of Energy (LCOE) rappresenta il ricavo medio per unità di elettricità generata necessario a recuperare i costi di costruzione.

9 luglio 2021

Speranza e i 2 mld sulle Case di Comunità. Cosa sono e i dubbi dei medici di famiglia

 di Adalgisa Marrocco *

 La pandemia ha fatto emergere falle e criticità del sistema sanitario, anzitutto per quanto riguarda l’assistenza medica sul territorio. Nelle settimane più calde dell’emergenza moltissimi pazienti che non presentavano quadri clinici complessi hanno intasato i Pronto Soccorso, oppure hanno occupato posti letto nonostante fossero idonei ad usufruire di cure domiciliari. Ora, per porre rimedio, il PNRR  (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) indica come prima riforma da attuare il rafforzamento dei servizi territoriali, da un lato tramite l’attivazione di Ospedali e Case di Comunità, dall’altro sostenendo l’assistenza domiciliare attraverso lo sviluppo efficiente della telemedicina.

“Vogliamo chiudere la stagione dei tagli” al Servizio sanitario nazionale e “aprire quella degli investimenti”, ha detto oggi il ministro della Salute Roberto Speranza nel suo intervento all’audizione alla Camera alla Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale, parlando di circa 20 miliardi messi a disposizione per il rilancio del Servizio Sanitario Nazionale. “Investiremo 2 miliardi sulle case di comunità, che sono luoghi di assistenza sanitaria e accompagnamento di natura sociale. Ne finanzieremo 1.350 (oggi ce ne sono solo 489, ndr) e saranno una prima risposta sia di carattere sociale che sanitario”, ha aggiunto Speranza affermando che “la pandemia insegna che spesso dove c’è un problema sociale arriva un problema sanitario ed è vero anche il contrario, dove c’è un problema sanitario arriva poi quello sociale”.

“Questi 1.350 presidi reali presenti in tutte le aree del paese prevedono il coinvolgimento di soggetti di cure primarie e assistenti sociali. Poi ci sarà un miliardo sugli ospedali di comunità, circa 400, a prevalente gestione infermieristica per le cure intermedie”, ha concluso Speranza.

Ma che cosa sono e come saranno organizzate le Case di Comunità? E quale sarà il ruolo dell’assistenza domiciliare e degli Ospedali di Comunità?

Cosa sono le Case di Comunità

Attenzione alla salute e alle problematiche sociali. È questo, secondo quanto illustrato nel  PNRR, il fulcro del progetto che riguarda le Case di Comunità, strutture sanitarie attraverso cui coordinare tutti i servizi offerti, in particolare ai malati cronici e dove sarà presente un punto unico di accesso alle prestazioni sanitarie. “La Casa della Comunità – si legge nel PNRR – sarà una struttura fisica in cui opererà un team multidisciplinare di medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, medici specialistici, infermieri di comunità, altri professionisti della salute (logopedisti, fisioterapisti, dietologi, tecnici della riabilitazione e via discorrendo, ndr) e potrà ospitare anche assistenti sociali”.

La Casa di Comunità dovrà diventare un punto di riferimento per la popolazione, anche attraverso un’infrastruttura informatica. Nell’offerta al cittadino saranno inclusi servizi consultoriali con particolare attenzione alla tutela del bambino, della donna e dei nuclei familiari. Secondo il PNRR, questi luoghi di assistenza dovrebbero essere attivati entro la metà del 2026, sfruttando sia strutture già esistenti che nuove.

Il ruolo degli Ospedali di Comunità e l’assistenza domiciliare

L’ospedale come lo conosciamo oggi diventerà il luogo preposto alla cura di malattia grave o ad interventi chirurgici. Per quanto riguarda invece i ricoveri brevi e i pazienti a bassa intensità di cura, ci si rivolgerà all’Ospedale di Comunità: una struttura a gestione prevalentemente infermieristica, con un numero limitato di posti letto.

Il PNRR punta anche sull’assistenza domiciliare. L’obiettivo è aumentare il volume delle prestazioni a domicilio fino a prendere in carico, entro la metà del 2026, il 10% della popolazione over 65. Secondo il PNRR, è prevista l’attivazione di 602 Centrali operative territoriali (Cot), una in ogni distretto, con la funzione di coordinare i servizi domiciliari con gli altri servizi sanitari, assicurando l’interfaccia con gli ospedali e la rete di emergenza-urgenza. Gli interventi, dunque, si rivolgono in particolare ai pazienti di età superiore ai 65 anni con una o più patologie croniche e/o non autosufficienti.

Le criticità

Case di Comunità, Ospedali di Comunità e rafforzamento dell’assistenza domiciliare dovranno essere la risposta alle crescenti esigenze della medicina di prossimità. Un fronte caldo, che rischia di diventare bollente nei prossimi anni a causa di diversi fattori. “La pandemia – sottolineano gli esperti Claudio Buongiorno Sottoriva, Francesca Meda, Francesco Longo, Michela Bobini su Welforum.it, sito promosso dall’Associazione per la ricerca sociale (ARS) – ha reso evidenti alcuni aspetti fortemente critici del nostro Servizio sanitario nazionale, soprattutto in termini di assistenza territoriale, aspetti che rischiano di essere notevolmente aggravati dalla crescente domanda di cure dovuta a fattori demografici (si stima un aumento del 57% di over75 nei prossimi 50 anni), epidemiologici (è previsto un incremento di 1,4 milioni di cronici nei prossimi 5 anni) e sociali (in 10 anni aumenteranno di circa 1,4 milioni le famiglie unipersonali, che già oggi compongono il 31% della popolazione europea e il 33% di quella italiana)”. 

Le azioni del PNRR vanno nella direzione di porre rimedio alle “rilevanti disparità territoriali che ancora caratterizzano il nostro paese e potenziare i servizi di prossimità” ma che – secondo il gruppo di studiosi di economia, management e politiche sanitarie – devono essere inserite in una “cornice strategica ampia, con una visione di insieme complessiva su ciò che oggi è necessario cambiare, rafforzare, ripensare in ambito di assistenza territoriale”.

I dubbi dei medici di famiglia: presenza sul territorio e necessità di personale aggiuntivo

“Stando ai dati annunciati, al momento il numero di Case di Comunità espresse sulla caratteristica della superficie in chilometri quadrati italiani, circa 1.300 rispetto ai 302 mila chilometri quadrati, indicherebbe la presenza di una struttura a disposizione ogni 200 chilometri quadrati, che non costituirebbe di certo un’offerta di prossimità. Bisognerà inoltre comprendere come verrà trattata la questione dei piccoli centri abitati, ricordando che 16 milioni di italiani vivono in comuni con meno di 5 mila abitanti e rischiano di essere tagliati fuori”, dice all’HuffPost Silvestro Scotti, segretario generale di Fimmg – Federazione Italiana Medici di Medicina Generale.

Per Scotti è necessario approfondire gli aspetti operativi: “Per il momento si parla esclusivamente delle strutture fisiche, tralasciando gli aspetti operativi e la gestione delle risorse umane. Per evitare che la coperta risulti troppo corta, andando a discapito del cittadino, ci sarà bisogno di personale aggiuntivo, da non sottrarre ad altre strutture. Al momento, inoltre, non è stato sciolto il nodo del rifinanziamento del personale, che riguarda anche i medici di famiglia”.

“Se noi medici di famiglia saremo chiamati a gestire i pazienti dei nostri studi e contemporaneamente a prestare servizio all’interno delle Case di Comunità non credo che il sistema potrà reggere. Troppo facilmente si dimentica che la nostra attività non si ferma agli orari di studio, a questo va aggiunto che il carico di lavoro sta diventando sempre più gravoso a causa dell’aumento dell’età media della popolazione, delle patologie croniche e via discorrendo. Il nostro ruolo rimane fondamentale sul territorio”, aggiunge il segretario generale di Fimmg.

Scotti sottolinea che quelle dei medici di famiglia sono “analisi e valutazioni fatte sulla base dei dati e delle informazioni disponibili, che ancora dicono poco sugli aspetti pratici della riorganizzazione dell’assistenza al paziente”.

* da Huffpost  via infosannio - 8 luglio 2021        

( La pubblicazione dell’intervento non comporta la totale condivisione dei contenuti )

 

16 giugno 2021

Istat conferma crescita della povertà assoluta nel 2020: “Riguarda 5,6 milioni di persone. Nord supera Sud per famiglie povere”


Il rapporto dell'Istituto ribadisce il quadro delineato dalle stime preliminari di marzo: nell'anno della pandemia toccati valori record da 15 anni. La crescita più ampia si registra nelle Regioni settentrionali dove la povertà familiare sale al 7,6%. L'incidenza più alta tra i cittadini stranieri e nelle famiglie con minori. "Si è ridotto il valore dell'intensità della povertà assoluta grazie alle misure di sostegno come il reddito di cittadinanza e l'estensione della cassa integrazione"

di F. Q. *

Nel 2020 la povertà assoluta in Italia è tornata a crescere e ora riguarda oltre 5,6 milioni di persone contro i 4,6 milioni dell’anno prima. Il rapporto dell’Istat conferma le stime preliminari diffuse a inizio marzo: dopo il miglioramento del 2019, nell’anno della pandemia la povertà assoluta è aumentata raggiungendo il livello più elevato dal 2005 (inizio delle serie storiche). Confermata anche la dinamica territoriale: se l’incidenza delle famiglie in povertà assoluta si conferma più alta nel Mezzogiorno (9,4%, da 8,6%), la crescita più ampia si registra nel Nord dove la povertà familiare sale al 7,6% dal 5,8% del 2019. Così, nel 2019 le famiglie povere del nostro Paese erano distribuite quasi in egual misura al Nord (43,4%) e nel Mezzogiorno (42,2%), nel 2020 arrivano al 47% al Nord contro il 38,6% del Sud, con una differenza in valore assoluto di 167mila famiglie.


Il report dell’Istat rileva che nel 2020 sono in condizione di povertà assoluta oltre due milioni di famiglie, pari al 7,7% del totale dal 6,4% del 2019. Si tratta appunto di oltre 5,6 milioni di individui, pari al 9,4% dal 7,7% dell’anno precedente. Cresce anche l’incidenza tra i cittadini stranieri residenti che sale al 29,3% (dal 26,9%). Nel 2020 la povertà assoluta in Italia colpisce 1 milione 337mila minori, pari al 13,5%, rispetto al 9,4% degli individui a livello nazionale. Le famiglie con minori in povertà assoluta sono infatti oltre 767mila, con un’incidenza dell’11,9% (9,7% nel 2019). La maggiore criticità di queste famiglie emerge anche in termini di intensità della povertà, con un valore pari al 21% contro il 18,7% del dato generale. Significa che oltre a essere più spesso povere, le famiglie con figli sono anche in condizioni di disagio più marcato.

In termini generali, invece, il valore dell’intensità della povertà assoluta – che misura in termini percentuali quanto la spesa mensile delle famiglie povere è in media al di sotto della linea di povertà (cioè ‘quanto poveri sono i poveri’) – registra una riduzione (dal 20,3% al 18,7%) in tutte le ripartizioni geografiche. Tale dinamica, scrive l’Istat, è frutto anche delle misure messe in campo a sostegno dei cittadini (reddito di cittadinanza, reddito di emergenza, estensione della Cassa integrazione guadagni) che hanno consentito alle famiglie in difficoltà economica – sia quelle scivolate sotto la soglia di povertà nel 2020, sia quelle che erano già povere – di mantenere una spesa per consumi non molto distante dalla soglia di povertà. Per quanto riguarda la povertà relativa, prosegue l’Istat, le famiglie sotto la soglia sono poco più di 2,6 milioni (10,1%, da 11,4% del 2019).

Anche in termini di individui è il Nord a registrare il peggioramento più marcato, con l’incidenza di povertà assoluta che passa dal 6,8% al 9,3% (10,1% nel Nord-ovest, 8,2% nel Nord-est). Sono così oltre 2 milioni 500mila i poveri assoluti residenti nelle regioni del Nord (45,6% del totale, distribuiti nel 63% al Nord-ovest e nel 37% nel Nord-est) contro 2 milioni 259mila nel Mezzogiorno (40,3% del totale, di cui il 72% al Sud e il 28% nelle Isole). In quest’ultima ripartizione l’incidenza di povertà individuale sale all’11,1% (11,7% nel Sud, 9,8% nelle Isole) dal 10,1% del 2019; nel Centro è pari invece al 6,6% (dal 5,6% del 2019).

Per classe di età, l’incidenza di povertà assoluta raggiunge l’11,3% (oltre 1 milione 127mila individui) fra i giovani (18-34 anni); rimane su un livello elevato, al 9,2%, anche per la classe di età 35-64 anni (oltre 2 milioni 394 mila individui), mentre si mantiene su valori inferiori alla media nazionale per gli over 65 (5,4%, oltre 742mila persone).

* 16 Giugno 2021  

31 maggio 2021

Israele, addio Netanyahu? Se Bennet è a un passo dal governo


di Ferruccio Michelin *

Dopo quattro elezioni in due anni e 13 anni di potere, Netanyahu potrebbe perdere il posto di premier in Israele. Pronto il governo del cambiamento per escluderlo. Ecco gli scenari che si aprono.

Tra poche ore l’era di Benjamin Netanyahu — primo ministro israeliano con vari governi sin dal 2009 — potrebbe terminare. Alle 8 di sera ora locale (le 19 in Italia) Naftali Bennett rilascerà una dichiarazione in cui annuncerà la sua intenzione di formare un “cambio di governo” con il leader dell’opposizione Yair Lapid per estromettere l’attuale premier. Un passaggio storico, che chiude un travaglio elettorale che dura praticamente da due anni — e quattro votazioni — ormai dato per sicuro. Secondo la Reuters, Netanyahu starebbe ancora “manovrando” per cercare di dissuadere gli oppositori dal formare il “governo del cambiamento”, ma i media israeliani rilanciano sull’annuncio imminente.

Lapid è individuabile al momento come il leader dell’opposizione, che ha tempo fino a mercoledì per mettere insieme una coalizione. Quella che si sta formando è un’alleanza di partiti di destra, centristi e di sinistra. Il collante principale è probabilmente la volontà di estromettere “Bibi” Netanyahu dal circolo del potere — leader di una destra sempre più aggressiva, e per altro sotto processo per accuse di corruzione che lui nega. Bennett ha convocato i legislatori del partito che rappresenta, Yamina (di destra), per discutere i suoi prossimi passi: i legislatori del suo partito, che hanno una più stretta affinità politica con il Likud di Netanyahu, avrebbero accettato.

Nell’accordo in discussione, Bennett dovrebbe prendere il posto di primo ministro e in seguito cedere il posto a Lapid in un accordo di rotazione tipico della politica israeliana (salvo difficilmente arrivare a compimento per via delle continue elezioni anticipate). Una simile intesa era già stata segnalata come potenziale quando la violenza è scoppiata tra Israele e militanti di Gaza il 10 maggio, il che ha spinto Bennett a sospendere le discussioni facendo guadagnare tempo e spazi politici a Netanyahu. I combattimenti si sono conclusi con un cessate il fuoco dopo 11 giorni. Bennett finora ha mantenuto il silenzio pubblico. Una coalizione anti-Netanyahu sarebbe fragile e richiederebbe il sostegno esterno dei parlamentari arabi che si oppongono a gran parte dell’agenda di Bennett. Ci si aspetta una concentrazione sulla ripresa economica dalla pandemia Covid-19, mettendo da parte le questioni su cui i membri non sono d’accordo, come il ruolo della religione nella società e le aspirazioni palestinesi alla statualità.

Netanyahu ha fatto la sua controfferta a tre per farsi da parte a favore di un’intesa politica di destra: Gideon Saar avrebbe servito come primo ministro per 15 mesi, Netanyahu sarebbe tornato per due anni e Bennett poi subentrato per il resto del mandato del governo. “Siamo in un momento fatidico per la sicurezza, il carattere e il futuro di Israele, quando metti da parte ogni considerazione personale e fai passi di vasta portata e persino senza precedenti”, ha detto Netanyahu in un video dichiarazione sulla proposta. Saar, un ex ministro del governo del Likud, ha respinto l’offerta, scrivendo su Twitter: “La nostra posizione e il nostro impegno sono immutati: porre fine al governo di Netanyahu”. I rivali di Netanyahu hanno citato il suo caso di corruzione come una delle ragioni principali per cui Israele ha bisogno di un nuovo leader, sostenendo che potrebbe usare un nuovo termine per legiferare sull’immunità e proteggersi. Se Lapid, 57 anni, non riesce ad annunciare un governo entro mercoledì, è probabile una nuova elezione, la quinta dall’aprile 2019. Bennett ha detto che intende evitarlo.

* da formiche.net – 30 maggio 2021

L’Afghanistan torna ai talebani? I dubbi di Bertolini

di Marco Bertolini *

I talebani stanno costringendo al ritiro le forze di sicurezza afghane da alcune città ad est, mentre la Turchia si propone come pacificatore finale. L’analisi del generale Marco Bertolini, già comandante del Coi e della Folgore, primo italiano al capo di Stato maggiore della missione Isaf


È ancora presto per definire un insuccesso il piano concordato tra governo afghano e talebani a Doha, in Qatar, per il ritiro delle truppe straniere dall’Afghanistan, ma non c’è dubbio che si sperava in un passaggio con meno frizioni tra le parti sul campo. Un segnale non positivo in questo senso era già stato dato con la posticipazione sine die a dopo la conclusione del Ramadan della prevista conferenza ad Ankara che avrebbe dovuto tenersi per la fine del mese di aprile scorso tra le parti. Evidentemente, a parte ogni considerazione sul rispetto del mese di penitenza dell’Islam, pare chiaro che ci fosse ancora bisogno di tempo per chiarire tutto il necessario, anche all’interno del campo talebano.

Certamente, chi sperava in un semplice “cambio di governo” da concordare tra le parti, col conferimento della responsabilità a una nuova coalizione, “più inclusiva” per usare il linguaggio iniziatico dei nostri politici, resterà deluso. Non si è trattato, infatti, di una semplice riedizione in salsa afghana delle “consultazioni” alle quali ci ha abituato la liturgia quirinalizia, per designare il nuovo temporaneo reggitore delle sorti del governo. Piuttosto, si trattava di trovare un compromesso accettabile per entrambe le parti per far scorrere meno sangue possibile durante un cambio annunciato che si sapeva comunque drammatico. Sul campo, infatti, dove dall’invasione sovietica nel 1979 i conti si regolano con la forza delle armi, le logiche dei compassati colloqui effettuati nel ricco paese del Golfo fanno fatica a passare ed evidenziano una specie di cesura tra i “Talebani di Doha” e quelli “sul campo”.

Si sofferma su questa inedita situazione un reportage sul New York Times che descrive la crisi morale che si manifesta in una ondata di diserzioni e di abbandono di posto in alcune località del paese, da parte di militari e poliziotti afghani.

In particolare, la cronaca si sofferma su alcune province della regione est del paese (Wardak, Baghlan, Laghman e Ghazni), quella da sempre mantenuta sotto il diretto ed esclusivo controllo statunitense al confine col Pakistan, nelle quali si muoverebbero dei “Comitati di Invito ed Indirizzo” Talebani con lo scopo di convincere le varie postazioni delle Forze di Sicurezza afghane ad abbandonare le armi e il posto.  Da quello che si riferisce, sembrerebbe che tali Comitati utilizzino una procedura consolidata, stringendo in un primo tempo i presidi delle Forze di Sicurezza in un assedio che li costringe a consumare tutte le risorse necessarie per il funzionamento e la vita (munizioni e viveri), per poi mandare gli anziani dei villaggi dai Comandanti per convincerli alla resa. Colpisce la scelta simbolicamente significativa dell’attribuzione di questo ruolo di ambasciatori agli anziani del posto, con un ritorno ad una prassi che sembrava parzialmente superata dopo l’insediamento di un Governo impegnato ad affermarsi come moderno e democratico. Ma preoccupa soprattutto la facilità con la quale i talebani riescono a sfruttare la crisi morale di forze che si sentono abbandonate dall’alleato che si sta ritirando dal paese, nonché dal proprio Governo stesso, in difficoltà ad inviare rinforzi con i quali tamponare le molte falle che si stanno producendo. Insomma, la prospettiva di essere rimasti soli, in un territorio immenso nel quale nessuno ti può aiutare, e soprattutto il sospetto di essere gli ultimi difensori di un regime che sta passando la mano ad altri, crea in molti il comprensibile dubbio sul da farsi. Non sono isolati, a quel che sembra, episodi di eroismo da parte di presidi che rifiutano la resa, ma non c’è dubbio che i Talebani si stanno dimostrando capaci anche nel condurre quella che in campo Nato viene definita Strategic Communication (Stratcom), lanciando i messaggi necessari per ottenere nel campo avversario gli effetti voluti. E nel far ciò dimostrano anche lungimiranza, nel non abbandonarsi per ora a quegli atti di violenza cieca di cui è stato testimone anche il nostro paese in una fase altrettanto drammatica della sua storia. A minacce e ad azioni di forza, vengono infatti alternati atti di liberalità e pacificazione, come il rilascio di chi si arrende, nel tentativo di tranquillizzare la società civile afghana.

Si potrebbe osservare che questa situazione riguarda soprattutto l’Afghanistan orientale, esposto a quel permeabilissimo confine col Pakistan dalla cui “area tribale” arrivano da sempre le principali minacce a Kabul, da parte dei Talebani della Shura di Qetta, ma anche dalla rete di Jalaluddin Haqqani centrata su Miram Shah e da Hezb-i Islami di Gulbuddin Hekmatyar. Niente di sorprendente, si potrebbe dire, quindi.

Ma è certo che i segnali di una crisi morale tra le forze di sicurezza afghane si registra anche in altre aree del paese, come la regione nord, un tempo sotto controllo tedesco e quella ovest, di nostra precipua responsabilità. In quest’ultima, aree nelle quali le nostre unità hanno operato a lungo, come la provincia di Farah, sono in parte tornate sotto controllo talebano, mentre in altre, come Bala Murgab e il Gulistan le unità afghane soffrono le difficoltà di alimentazione e di rinforzo dovute anche a una rete viaria difficile ed esposta alle iniziative avversarie.

Insomma, non c’è dubbio che nonostante il tentativo di un passaggio concordato tra le parti, i talebani che operano sul campo non resistono alla tentazione di trasformare in vittoria quello che i colloqui tuttora in corso a Doha vorrebbero si limitasse ad un “pareggio”, ancorché solo formale.

Certo è che il tentativo di esportare il modello occidentale in Centro Asia, come in altre parti del Globo (si pensi alla Somalia, all’Iraq e alla Libia) è miseramente fallito. E questo forse non è un male se ci aiuterà a considerare con il giusto rispetto e col dovuto realismo un mondo che è molto più vario di quanto una visione puramente globalista vorrebbe ammettere. Un mondo che non si inchina alle ragioni del politicamente corretto con le quali noi spesso sacrifichiamo la realtà all’ideologia, fino al punto di negare (o cancellare) la storia per adeguarla alle nostre fissazioni e infatuazioni.

Per quel che riguarda il ritiro del nostro contingente, per ora non pare ci siano problemi ed il tutto sta procedendo secondo la programmazione elaborata dal COI. La base di Herat è ancora sicura e comunque l’area è relativamente tranquilla e sotto controllo delle forze afghane. Inoltre, la vicinanza di Herat all’Iran, tradizionale nemico dei talebani, potrebbe rivelarsi utile anche in questa delicata fase.

Ma più in generale, la tenuta dell’Afghanistan dipenderà in larga misura dalla capacità del Governo di Kabul di ribaltare la percezione di un ritiro americano di tipo “vietnamita” che lasci spazio a una serie di vendette senza fine, rinforzando invece il morale delle unità dedicate al controllo del territorio. Ma per questo dovrà continuare a contare sul supporto statunitense, soprattutto per il controllo dell’area dallo spazio aereo. Soprattutto, poi, dovrà fare affidamento sulla Turchia, che ha già annunciato di voler rimanere nel paese per aiutare la transizione con una operazione di pace. Le truppe di Ankara potrebbero certamente svolgere un ruolo di intermediazione importante per la loro natura, diversa da quelle del resto degli “infedeli” della Nato; e non si malignerebbe troppo nel sospettare che Erdogan si stia fregando le mani di fronte ad una realtà che lo conferma di giorno in giorno protagonista assoluto di un’area nella quale – dalla Libia, al Mediterraneo centro-orientale, al Medio Oriente, alla Somalia, al Caucaso e all’Asia Centrale  – la Turchia si propone, se non come potenza egemone, come interlocutore obbligatorio e ineludibile. Non sarà una riedizione dell’Impero Ottomano, certamente, ma comunque è una grande affermazione per un paese pieno di ambizioni e con risorse in termini di popolazione e di postura strategica adeguate a cavalcare un futuro problematico.

* da formiche.net – 30 maggio 2021