di
Adalgisa Marrocco *
La pandemia ha fatto emergere falle e
criticità del sistema sanitario, anzitutto per quanto riguarda l’assistenza
medica sul territorio. Nelle settimane più calde dell’emergenza moltissimi
pazienti che non presentavano quadri clinici complessi hanno intasato i Pronto
Soccorso, oppure hanno occupato posti letto nonostante fossero idonei ad
usufruire di cure domiciliari. Ora, per porre rimedio, il PNRR
(Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) indica come prima riforma da attuare
il rafforzamento dei servizi territoriali, da un lato tramite l’attivazione di
Ospedali e Case di Comunità, dall’altro sostenendo l’assistenza domiciliare
attraverso lo sviluppo efficiente della telemedicina.
“Vogliamo
chiudere la stagione dei tagli” al Servizio sanitario nazionale e “aprire
quella degli investimenti”, ha detto oggi il ministro della Salute Roberto
Speranza nel suo intervento all’audizione alla Camera alla Commissione
parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale, parlando di circa 20
miliardi messi a disposizione per il rilancio del Servizio Sanitario Nazionale.
“Investiremo 2 miliardi sulle case di comunità, che sono luoghi di assistenza
sanitaria e accompagnamento di natura sociale. Ne finanzieremo 1.350 (oggi ce
ne sono solo 489, ndr) e saranno una prima risposta sia di carattere sociale
che sanitario”, ha aggiunto Speranza affermando che “la pandemia insegna che
spesso dove c’è un problema sociale arriva un problema sanitario ed è vero
anche il contrario, dove c’è un problema sanitario arriva poi quello sociale”.
“Questi
1.350 presidi reali presenti in tutte le aree del paese prevedono il
coinvolgimento di soggetti di cure primarie e assistenti sociali. Poi ci sarà
un miliardo sugli ospedali di comunità, circa 400, a prevalente gestione
infermieristica per le cure intermedie”, ha concluso Speranza.
Ma
che cosa sono e come saranno organizzate le Case di Comunità? E quale sarà il
ruolo dell’assistenza domiciliare e degli Ospedali di Comunità?
Cosa
sono le Case di Comunità
Attenzione
alla salute e alle problematiche sociali. È questo, secondo quanto illustrato
nel PNRR, il fulcro del progetto che riguarda le Case di
Comunità, strutture sanitarie attraverso cui coordinare tutti i servizi
offerti, in particolare ai malati cronici e dove sarà presente un punto unico
di accesso alle prestazioni sanitarie. “La Casa della Comunità – si legge nel
PNRR – sarà una struttura fisica in cui opererà un team multidisciplinare di
medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, medici specialistici,
infermieri di comunità, altri professionisti della salute (logopedisti, fisioterapisti,
dietologi, tecnici della riabilitazione e via discorrendo, ndr) e potrà
ospitare anche assistenti sociali”.
La
Casa di Comunità dovrà diventare un punto di riferimento per la popolazione,
anche attraverso un’infrastruttura informatica. Nell’offerta al cittadino
saranno inclusi servizi consultoriali con particolare attenzione alla tutela
del bambino, della donna e dei nuclei familiari. Secondo il PNRR, questi luoghi
di assistenza dovrebbero essere attivati entro la metà del 2026, sfruttando sia
strutture già esistenti che nuove.
Il
ruolo degli Ospedali di Comunità e l’assistenza domiciliare
L’ospedale
come lo conosciamo oggi diventerà il luogo preposto alla cura di malattia grave
o ad interventi chirurgici. Per quanto riguarda invece i ricoveri brevi e i
pazienti a bassa intensità di cura, ci si rivolgerà all’Ospedale di Comunità:
una struttura a gestione prevalentemente infermieristica, con un numero
limitato di posti letto.
Il
PNRR punta anche sull’assistenza domiciliare. L’obiettivo è aumentare il volume
delle prestazioni a domicilio fino a prendere in carico, entro la metà del
2026, il 10% della popolazione over 65. Secondo il PNRR, è prevista
l’attivazione di 602 Centrali operative territoriali (Cot), una in ogni
distretto, con la funzione di coordinare i servizi domiciliari con gli altri
servizi sanitari, assicurando l’interfaccia con gli ospedali e la rete di
emergenza-urgenza. Gli interventi, dunque, si rivolgono in particolare ai
pazienti di età superiore ai 65 anni con una o più patologie croniche e/o non
autosufficienti.
Le
criticità
Case
di Comunità, Ospedali di Comunità e rafforzamento dell’assistenza domiciliare
dovranno essere la risposta alle crescenti esigenze della medicina di
prossimità. Un fronte caldo, che rischia di diventare bollente nei prossimi
anni a causa di diversi fattori. “La pandemia – sottolineano gli esperti
Claudio Buongiorno Sottoriva, Francesca Meda, Francesco Longo, Michela Bobini
su Welforum.it, sito promosso dall’Associazione per la ricerca
sociale (ARS) – ha reso evidenti alcuni aspetti fortemente critici del
nostro Servizio sanitario nazionale, soprattutto in termini di assistenza
territoriale, aspetti che rischiano di essere notevolmente aggravati dalla
crescente domanda di cure dovuta a fattori demografici (si stima un aumento del
57% di over75 nei prossimi 50 anni), epidemiologici (è previsto un incremento
di 1,4 milioni di cronici nei prossimi 5 anni) e sociali (in 10 anni
aumenteranno di circa 1,4 milioni le famiglie unipersonali, che già oggi
compongono il 31% della popolazione europea e il 33% di quella italiana)”.
Le
azioni del PNRR vanno nella direzione di porre rimedio alle “rilevanti
disparità territoriali che ancora caratterizzano il nostro paese e potenziare i
servizi di prossimità” ma che – secondo il gruppo di studiosi di economia,
management e politiche sanitarie – devono essere inserite in una “cornice
strategica ampia, con una visione di insieme complessiva su ciò che oggi è
necessario cambiare, rafforzare, ripensare in ambito di assistenza
territoriale”.
I
dubbi dei medici di famiglia: presenza sul territorio e necessità di personale
aggiuntivo
“Stando
ai dati annunciati, al momento il numero di Case di Comunità espresse sulla
caratteristica della superficie in chilometri quadrati italiani, circa 1.300
rispetto ai 302 mila chilometri quadrati, indicherebbe la presenza di una
struttura a disposizione ogni 200 chilometri quadrati, che non costituirebbe di
certo un’offerta di prossimità. Bisognerà inoltre comprendere come verrà
trattata la questione dei piccoli centri abitati, ricordando che 16 milioni di
italiani vivono in comuni con meno di 5 mila abitanti e rischiano di essere
tagliati fuori”, dice all’HuffPost Silvestro Scotti, segretario generale di
Fimmg – Federazione Italiana Medici di Medicina Generale.
Per
Scotti è necessario approfondire gli aspetti operativi: “Per il momento si
parla esclusivamente delle strutture fisiche, tralasciando gli aspetti
operativi e la gestione delle risorse umane. Per evitare che la coperta risulti
troppo corta, andando a discapito del cittadino, ci sarà bisogno di personale
aggiuntivo, da non sottrarre ad altre strutture. Al momento, inoltre, non è
stato sciolto il nodo del rifinanziamento del personale, che riguarda anche i
medici di famiglia”.
“Se
noi medici di famiglia saremo chiamati a gestire i pazienti dei nostri studi e
contemporaneamente a prestare servizio all’interno delle Case di Comunità non
credo che il sistema potrà reggere. Troppo facilmente si dimentica che la
nostra attività non si ferma agli orari di studio, a questo va aggiunto che il
carico di lavoro sta diventando sempre più gravoso a causa dell’aumento
dell’età media della popolazione, delle patologie croniche e via discorrendo.
Il nostro ruolo rimane fondamentale sul territorio”, aggiunge il segretario
generale di Fimmg.
Scotti
sottolinea che quelle dei medici di famiglia sono “analisi e valutazioni fatte
sulla base dei dati e delle informazioni disponibili, che ancora dicono poco
sugli aspetti pratici della riorganizzazione dell’assistenza al paziente”.
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da Huffpost via infosannio - 8 luglio
2021
(
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