19 luglio 2013

Picco dell'Uranio nel 2015 secondo uno studio svizzero

L'Uranio a buon mercato è prossimo alla fine: il fisico Dittmar prevede un picco di estrazione nel 2015 e poi un calo progressivo che forzerà una diminuzione della produzione termonucleare compresa tra l'1% e il 2% annui.



Un interessantissimo e recente articolo del fisico svizzero Michael Dittmar dall’eloquente titolo La fine dell’Uranio a buon mercato  gela brutalmente le aspettative di chi sogna una rinascita nucleare nel 21° secolo.
Sulla base della velocità di esaurimento delle miniere esistenti o in programma (1), lo studio stima che il picco della produzione dell’Uranio verrà raggiunto nel 2015 a 58000 t, per calare successivamente a 54000 nel 2025 e a 41000 nel 2030 (linea tratteggiata nel grafico in alto).
L’Uranio estratto e arricchito non basterà quindi a soddisfare la domanda dei reattori esistenti (linea nera), nemmeno se questa calasse dell’ 1% o del 2% all’anno (linee blu e azzurra). (2)
Le conclusioni di Dittmar disegnano un futuro piuttosto nero per il nucleare civile, con risvolti socio-politici inquietanti:
«In effetti, riteniamo che sia difficile evitare scarsità di fornitura anche con una riduzione graduale della produzione dell’energia nucleare dell’1% all’anno. Suggeriamo quindi che sia nell’ordine delle cose una decrescita del nucleare a livello mondiale.

Se una simile decrescita non verrà perseguita in forma volontaria, la fine delle forniture di Uranio a buon mercato sarà inevitabile. Alla fine alcune nazioni non saranno in grado di poter acquistare sufficiente Uranio, con conseguente riduzione involontaria e caotica della produzione, con cali di tensione, blackout o peggio.»
Le miniere sfruttate attualmente hanno concentrazioni di Uranio grosso modo tra l’1% e il 10%. Estrarre il metallo con concentrazioni via via più basse comporta crescenti usi di energeia e movimentazione di roccia, il che rende poco praticabile lo sfruttamento. E’ inoltre fisicamente insensato sfruttare giacimenti con concentrazioni sotto lo 0,01% (3), oppure pensare di estrarre l’Uranio dall’acqua di mare.
L’ articolo di Dittmar contiene inoltre una considerazione tanto semplice quanto fondamentale, che tutti gli ineffabili (e metafisici) economisti dovrebbero imparare a memoria:
Il fatto che l’intera domanda europea di Uranio di 21 kt/anno debba essere importata è da sottlineare, perché dimostra che l’Uranio, come tutti i combustibili fossili, è una risorsa finita che non appare magicamente in maggiori quantità solo perchè la domanda spinge il suo prezzo verso l’alto. Come per i combustibili fossili, i dati minerari europei mostrano che l’esaurimento delle riserve e il declino della produzione sono una conseguenza inevitabile della finitezza delle risorse.
(1) I dati storici di produzione delle nazioni che hanno esaurito le loro riserve di Uranio (Germania est, Francia, Rep. Ceca,…) mostrano che la quantità di Uranio effettivamente estratto è stata compresa tra il 50 e il 70% della stima iniziale delle riserve. L’analisi della produzione canadese ed australiana, su cui esistono dati abbondanti, mostra invece che le miniere riescono a produrre in modo più o meno costante per una decina di anni. Combinando queste informazioni, Dittmar ha quindi stimato la produzione futura delle miniere esistenti o in progetto con un margine di errore dell’8-10%.
(2) La differenza tra domanda e offerta di Uranio viene oggi coperta dallo smantellamento di vecchie testate nucleari (fino al 1990 si è accumulato molto più metallo di quello consumato nei reattori), ma a causa del picco di produzione questa riserva si esaurirà intorno alla metà degli anni ‘20.
(3) In queste condizioni, per ottenere 1 t di Uranio (pari a 40 GWh in una centrale) bisognerebbe scavare 16000 tonnellate di roccia; a quel punto sarebbe più conveniente estrarre 14700 t di carbone che fornirebbero la stessa energia.

da: EcoAlfabeta - 3 luglio 2013


18 luglio 2013

Roma: metro C: problemi e ritardi, l'apertura slitta al 2014

di Giorgia Fanari *


Ancora nessuna buona notizia per la terza metropolitana di Roma: la metro C continua ad accumulare ritardi, dovuti alla talpa ferma sotto San Giovanni da quasi due anni ma anche alla sottovalutazione di problematiche e alla mancanza di accompagnamento dell'attività dei diversi soggetti interessati.


L'apertura del tratto Pantano-Centocelle della nuova linea C della metropolitana di Roma slitta a giugno 2014. E' quanto ha annunciato l'assessore capitolino alla Mobilità, Guido Improta, al termine della seduta della Giunta del 12 luglio presieduta dal sindaco della Capitale, Ignazio Marino.
La notizia fa sorridere, ma anche piangere,ripensando a quanto detto ad aprile dall’ex sindaco Gianni Alemanno: “Apriremo la prima tratta a luglio”. E invece a quanto pare, i romani dovranno aspettare ancora un bel po’. I tempi ufficiali sarebbero dunque tutti saltati e la Giunta spiega che sarà necessario ora definire, con la società Metro C, un nuovo crono-programma di attività da condividere con le altre istituzioni interessate.

L’assessore Improta ha affrontato lo spinoso argomento Metro C dopo aver effettuato un sopralluogo con il sindaco Marino nei cantieri della linea C: ha così potuto constatare che "la talpa necessaria per scavare le gallerie è ferma sotto San Giovanni dall'ottobre 2011". La talpa dovrà adesso essere smontata e rimontata a via Sannio per la tratta successiva: operazione che ovviamente ritarderà molto l’avvio dell’esercizio della metropolitana e che, ha affermato Marino, “sarà oggetto di ulteriori confronti in giunta perché dovremo comprendere come meglio investire i soldi dei cittadini cercando di affinare il progetto in modo che non ci siano troppi ritardi".


I ritardi sarebbero legati alla sottovalutazione delle problematiche e alla mancanza di accompagnamento dell'attività dei diversi soggetti interessati, ovvero, oltre alla società Metro C che sta realizzando l’opera, il Ministero dei Beni e delle attività culturali e il Ministero dei Trasporti. Quanto ai finanziamenti, di oltre 370 milioni di euro, previsti dal decreto del “fare” per la Metro C, e legati all'entrata in esercizio della linea entro fine anno, l'assessore ha precisato: "Ci siamo già attivati presso i deputati affinché il decreto in discussione alla Camera preveda un emendamento che fissa al 30 dicembre la data di inizio del pre-esercizio".

Sembrerebbe quasi che questa metro…non s’ha fare. In ogni caso, il sindaco ha precisato che non ci sono ripensamenti sull'opera ma "c'è una richiesta economica legata alla variazione di costo e adesso dobbiamo confrontarla con questo ritardo di due anni nei lavori della talpa".


* da ecodallecitta.it,  15 luglio 2013