11 luglio 2023

Alternative senza Alternativi ?

di Massimo Marino

- Tre mesi fa sostenevo in un intervento ( qui ) che nelle elezioni politiche dello scorso settembre non c’è stata nessuna vittoria travolgente del CDX  che con 12,9 milioni di voti su 50,9 mil. di aventi diritto al voto ha preso circa gli stessi voti  del 2018 quando trionfarono e dilagarono al sud i 5stelle con una partecipazione al voto più  alta. Facendo le proporzioni più esattamente forse il CDX lo scorso settembre ha preso qualche decina di migliaia di voti in meno del 2018. Invece  ci sono stati circa 5,5 mil. di astensioni in più. In totale il nuovo Parlamento eletto, con riferimento ai reali seggi alla Camera, è stato votato da 26,2 mil. di elettori. Altri 3,2 mil.  hanno votato piccole liste che, come prevedibile, non hanno eletto nessuno.

Nessuna onda nera, per il momento nessuna Italia che si sposta a destra, nessun trionfo meloniano. Certo alcuni milioni di voti si sono spostati, perlopiù’ dalla  Lega a FdI.

Invece un bel po’ di elettori, circa 22 milioni,  ragionevolmente in maggioranza poco amanti delle destre, hanno rinunciato comunque a votare. Un quarto di loro erano nella impossibilità di farlo, gli altri per la chiara volontà di non dare più fiducia a nessuno. Va ricordato che sebbene in un quadro diverso il CDX in altre  fasi storiche aveva ottenuto risultati ben maggiori, fino ai 17 mil. di voti nelle elezioni del 2008 ( le prime delle  tre con il porcellum).

Ritenevo che valesse la pena di pensarci su’ perché in fin dei conti la forza dei numeri reali rottamava in un colpo solo la montagna di chiacchiere che ci sommergono da sei mesi con la parvenza di analisi, con le quali sociologhi , filosofi, editorialisti, frequentatori e conduttrici di talkshow, ci spiegano il loro punto di vista, viziato da un forzato bipolarismo, in parti uguali ben orientato di qua o di là a seconda del proprio editore o padrone. Una montagna di chiacchiere senza fondamento che però da destra e da sinistra convergono silenziosamente su un punto: tutto quello che contraddice una forzata interpretazione bipolare e vuole sostenere magari in modo incerto una alternativa riformatrice della società italiana deve essere cancellato. Piccolissimo esempio recente: la nota conduttrice tv delle otto e mezzo, ex parlamentare europea molto  benestante, sempre accorta nel garantire “ pluralismo”, da alcune settimane cita la Schlein tutte le sere definendola  “la leader delle opposizioni” e ha già proclamato l’appuntamento delle elezioni europee del 2024 quello in cui “ si vedrà se gli italiani sceglieranno Meloni o Schlein”.

Un amico, più rigoroso di me ( che pure non scherzo nello spaccare il capello in quattro ) mi ha fatto notare che però nelle mie riflessioni, che hanno lasciato parecchi perplessi, mi ero fermato a metà strada. Se si ricalcolano i seggi in modo proporzionale ai voti reali, senza uninominali, considerando anche il necessario quorum al 5 % ( cioè all’incirca come si vota in Germania, all’incirca come si vota alle elezioni europee, come proposto dai 5stelle da sette anni, come vorrebbe un sistema decentemente rappresentativo che eviti le truffe bipolari ma eviti anche un proporzionale puro), il CDX non avrebbe alcuna maggioranza ( che alla Camera è 201 seggi ). Senza il premio degli uninominali si sarebbe probabilmente fermato a 190 seggi, quelli che gli elettori gli hanno dato. Un'unica lista fra Sinistra-Verdi (Fratoianni-Bonelli) e Unione Popolare (De Magistris e altri), superando la gestione famigliare di questi partitini, avrebbe decisamente superato il 5% forse facendo emergere un vero quarto polo stabile. La mancanza del solito ricatto del voto utile avrebbe favorito di alcuni punti i 5stelle ( credo a discapito del PD che sarebbe forse passato da secondo a terzo partito). Sono convinto che un voto più libero avrebbe ridotto l’astensionismo, di certo a sfavore del CDX. Tralascio infine l’argomento, oggi del tutto improponibile, che la somma di tutti i quattro perdenti (PD-M5S-SIEV-AZIV) avrebbe permesso una ipotetica maggioranza alternativa al CDX.

Dunque dopo un conteggio più veritiero possiamo dichiarare senza ombra di dubbio che il vincitore delle elezioni di settembre non è stato il  CDX ma il Rosatellum, l’ultimo dei tanti sciagurati sistemi maggioritari,  inventato poco prima  del 2018 dal PD di Rosato ( oggi renziano) per fermare i grillini e imporre così agli elettori un forzato bipolarismo. Non ha fermato i grillini nel 2018 ed ha regalato l’Italia al destra-centro nel 2022.

Sto qui sostenendo che con un diverso sistema elettorale (meglio rappresentativo della volontà dei votanti) si sarebbe ottenuto un risultato completamente diverso, se non addirittura opposto. Ci rendiamo conto che vuol dire ?

- Per spiegare il trionfo del CDX ( che invece almeno finora  non c'è mai stato), la sconfitta del CSX ( che nella versione PD e gregari avviene da decenni ), il tracollo del terzo polo M5S ( obiettivo principale degli uni e degli altri) fioriscono da mesi  le più complicate e inattendibili teorie a destra e a sinistra,  che pur se insostenibili occupano i media. Sono le chiacchiere che poi sentiamo al bar o su cui ci accaloriamo a litigare con gli amici.

Nel campo di destra vanno per le spicce: vinciamo perché la maggioranza degli italiani ci dà fiducia e la sinistra non li difende. Creano così un ottimo clima bipolare da stadio dove solo gli elettori tifosi esistono e gli altri non contano, tipo curva nord e curva sud. Fanno finta di non vedere che 75 elettori su 100 nel settembre 2022 ma anche nelle varie successive elezioni locali non hanno  votato nessuno del CDX. L’astensionismo non preoccupa, anzi è gradito poiché alimenta il brodo di cultura del bipolarismo, del presidenzialismo e dell’autoritarismo in nuce.

Nel campo di sinistra vige il più totale stato confusionale che ha contagiato anche i suoi influenzer sui media, che da mesi vivono nell’indigenza culturale più totale pervasi da dubbi laceranti: negli ultimi dieci anni abbiamo massacrato troppo grillini e contiani? abbiamo sovrastimato la sinistra di destra confindustriale di Renzi e Calenda? basterà la Schlein per radere al suolo gli ultimi giapponesi grillo-contiani del sud Italia e poi rimandarla a casa? possiamo avallare davvero una finta transizione ecologica che sostiene in silenzio il  ponte di Messina, il ritorno del finanziamento pubblico  ai partiti, le auto elettriche che vanno a carbone, gas, e gasolio,  il riarmo richiesto dalla Nato, le centrali nucleari, una nuova ondata di grandi opere, tutte scarsamente  utili e poco sostenibili, utilizzando a debito fondi europei che dovrebbero al contrario avviare una vera conversione ecologica, di cui non si vede traccia, per salvarci dalla crisi climatica?

Nel campo grillino insieme allo sconforto vige un senso di fatalismo. Il dramma è che prima di capire le ragioni per cui sono stati decimati, una schiera per volta a partire dal  2017, parecchi non hanno compreso perché hanno vinto dal 2011 in poi. Una forza che si dichiara alternativa (anticorruzione, anticlientele, antifinanziamento pubblico, antiprecarietà, antipovertà, antiinquinamento, anti crisi climatica, antirazzista, antimilitarista etc..) non può reggere lo scontro senza dotarsi di una vera leadership collettiva nazionale e regionale, di una forma organizzativa che permetta e allarghi  la partecipazione popolare ad azioni concrete di solidarietà e tutela ambientale nel territorio, di una adeguata elaborazione interna,  di forme di selezione degli eletti che non sia casuale. Non può produrre a getto continuo opportunisti, transfughi e cambia casacca in tutte le direzioni ( davvero proprio tutte!) fino ad arrivare al suicidio collettivo di 60 parlamentari finiti nel buco nero della storia insieme a Di Maio. Dopo il Bersani delle privatizzazioni, il Renzi del JobAct, il Letta oleogrammatico, dopo le cento rifondazioni annunciate della sinistra e dell’ambientalismo durate un attimo, il disastro grillino lascia una moltitudine di elettori infuriati e potenzialmente astensionisti per tempi che prevedo lunghi.

Intanto per ogni “anti” serve una creativa e originale elaborazione di “per“, che nelle istituzioni come fuori, attraverso campagne di informazione e sensibilizzazione, fino all’uso ben ponderato degli strumenti referendari, imponga nei media il proprio ordine del giorno per un credibile percorso riformatore che trovi l’attenzione della maggioranza della società. Non vedo tracce di questa conversione e l’impegno di Conte e alcuni altri nella ridefinizione dei gruppi e coordinatori regionali e locali ha modeste connotazioni tradizionali e forse arriva tardi. Il tutto resta comunque sempre concentrato in una ristretta visione parlamentare. L’alleanza sociale che si era aggregata fra il 2013 e il 2018 si è disgregata.  Milioni di elettori che negli ultimi venti anni hanno votato di tutto, dal centro alle sinistre più o meno moderate o estreme, dai verdi ai radicali ai dipietristi e vendoliani, hanno infine dato piena fiducia al movimento di Grillo, magari mantenendo inalterate pregresse connotazioni ideologiche. La delusione è stata forte perché per molti elettori l’abbandono degli impegni promessi non ha trovato giustificazioni.

- Sono sempre più convinto  che una alternativa riformatrice della società italiana che riequilibri l’ingiustizia sociale e garantisca una vera conversione ecologica richieda la formazione di un movimento politico di centro radicale che abbandoni esplicitamente gli schemi destra sinistra e si rivolga alla maggioranza degli elettori. Dopo Alex Langer 30 anni fa riflessioni serie sul tema se ne sono viste poche. L’autonomia, soprattutto dei contenuti, non preclude la possibilità di alleanze contingenti, che non hanno  il centro della propria azione soltanto in Parlamento.

C’è una banalità diffusa da anni  che ritiene la sinistra in crisi perché non è abbastanza di sinistra. Altri che di norma popolano la ZTL delle città pensano che bisogna togliere voti e isolare la  destra spostandosi a destra. Alcuni provano a riproporre un centro moderato autonomo che in questa fase storica non ha elettori.  In un paese dove il CDX ha preso 12,9 milioni di voti, tutti gli altri almeno 16,8 mil e quasi 22 mil di elettori non danno fiducia a  nessuno non vi sembra che stanno dando tutti i numeri e non abbiano la minima idea sul che fare?

Un Movimento di alternativa riformatrice, saldamente collocato al centro del sistema politico ed anche e soprattutto al centro della struttura sociale non ha solo l’obiettivo di salvarci dalla  crisi ambientale, di tutelare gli ultimi e combattere mafie e corruzione. In realtà  deve riaggregare parti diverse della grande maggioranza della società in una nuova convivenza sociale plurale dove le  diversità possano convivere riequilibrando disuguaglianze, interessi e culture diverse e contrastando la tendenza alla disgregazione e frammentazione sociale che oggi, come in altre parti del mondo, sembrano prendere il sopravvento.  Un progetto del genere non mi sembra di sinistra né di destra  ma deve osservare anche quanto della sinistra e della destra  sia  accettabile e utile per promuovere una virtuosa convivenza sociale. Serve una grande radicalità riformatrice e una decisa ostilità verso l’estremismo ideologico, che sia di destra o di sinistra.

- La sfida della conversione ecologica e i modi per vincerla, che piaccia o no è il tema epocale sul quale si misurano le difficoltà dell’intero sistema politico. La battaglia contro i negazionisti climatici mi sembra sia finita almeno dieci anni fa ed oggi la crisi climatica e la sua accelerazione sono evidenti a tutti. Anche gli effetti della crisi con la responsabilità delle fonti fossili e la necessaria decarbonizzazione dell’economia sono ormai evidenti all’intero mondo scientifico e la importante raccolta di interventi di cento scienziati diffusa con l’ultimo libro di 700 pagine pubblicato da Greta Thunberg ( The climate book ) sono più che esaurienti per chiudere l’argomento. Insomma l’ambientalismo come la sinistra nella forma che avevano il secolo scorso secondo me hanno esaurito il loro percorso storico.

Non a caso in quegli ambiti negli ultimi decenni non è emerso un solo leader, un solo movimento  politico di un qualche rilievo. A parte in Italia Langer 30 anni fa ed una ragazzina svedese 5 anni fa. E il primo movimento di tipo nuovo è  stato praticamente raso al suolo.

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Il vero terreno di scontro oggi sta più avanti e riguarda esattamente i progetti concreti  di transizione per avviare una reale alternativa di conversione che sia fattibile e comprensibile, che sia accettata e sostenuta dalla maggioranza, in grado di invertire gradualmente la crisi in una logica planetaria. Per me i terreni dove lo scontro è inevitabile, sono sempre i soliti:

1) Rimettere in discussione l’intero sistema delle regole elettorali ripristinando sistemi proporzionali con quorum almeno del 5%, anche a livello regionale e comunale cancellando la possibilità di modifiche da parte delle singole Regioni che non ha nessuna giustificazione. Possiamo fare riferimento alle regole semplici delle elezioni europee ed al sistema vigente in Germania ed in alcuni altri paesi. Esprimere il proprio voto deve ridiventare un diritto credibile per tutti. Nel 1968 , l’anno dei cosiddetti movimenti, votava il 98% degli elettori.

Bisogna affrontare tecnicamente il voto a distanza per superare  l’astensionismo obbligato. Sono perplesso sul voto per posta e non mi sembra impossibile permettere il  voto dove si ha momentaneamente domicilio. Non succede nulla se i risultati definitivi del voto si hanno 48 invece di 24 ore dopo.  Ma prima di tutto serve promuovere una campagna per un radicale Election day concentrando qualunque tipo di scadenza elettorale, referendum compresi, in una sola data annuale prestabilita ( ad esempio nella prima parte di novembre come in altri paesi).

2) sostenere  davvero la conversione energetica mutando la gran parte della produzione elettrica verso le tre principali fonti di rinnovabili ( eolico, solare, idrico) rimuovendo tutti gli ostacoli posti dalle multinazionali (in Italia l’ENI prima di tutti) alla diffusione nelle abitazioni e nelle attività produttive di tecnologie a basso consumo, basso costo e dispersione basate su rinnovabili. Le nuove abitazioni vanno concepite in modo da essere autosufficienti  per i consumi energetici.

3) ridurre in tutti i modi le auto circolanti nelle medie e grandi città riconoscendo  che la mobilità prevalente deve essere quella dei vettori di trasporto collettivi e  dedicati cioè le reti metropolitane nelle loro diverse tecnologie (metro, metro leggero, treni urbani) a cui vanno rivolte tutte le risorse. Tutto il resto, compresi bus tradizionali, elettrici e tram vengono dopo e sono utili solo a breve termine. Le strade devono essere svuotate dalle auto se non sono indispensabili, pedonalizzate ovunque possibile. Anche la riduzione della velocità a 30 all’ora mi sembra un palliativo che crea solo ostilità, non è la direzione corretta per ridurre gli incidenti. La rete metro ( ne servono 1000 km e su questo vanno concentrate le risorse) deve essere concepita come un vettore di lungo percorso che deve estendersi al di fuori dei centri urbani fino alla prima cintura dove di solito nasce il traffico. Fin dove è possibile  si va a piedi, in bicicletta, in risciò e monopattino. In prospettiva rete pubblica collettiva, biciclette e pedoni devono muoversi su tre vettori separati e tutti prevalenti su quello delle auto che devono diventare marginali. L’auto è indispensabile per alcune categorie  di anziani, nei percorsi complessi, per il trasporto di famiglie numerose o con ingombranti pesanti. Abbandonare l’auto non può essere un sacrificio ma una allettante possibilità: vuol dire  risparmiare un sacco di  soldi, di tempo, di inquinamento, di malattie e stress. I centri urbani fino alle periferie  devono essere riconvertiti e dove possibile pedonalizzati, ricostruendo grandi viali alberati a chioma folta e riducendo cemento e asfalto termoassorbenti dove possibile. L’unico modo sostenibile per affrontare il clima urbano dei prossimi decenni.

4) Rimodulare il consumo di carne ridimensionando gli allevamenti intensivi e riducendo i consumi in particolare delle carni rosse. Non si tratta di diventare tutti vegani, che è una libera scelta personale, ma ridurre il consumo medio e l’impatto ambientale degli allevamenti zootecnici di grande dimensione e di scarsa qualità. Bisogna rivendicare la chiusura di quelli gravemente inadeguati.

5) Affrontare in forme nuove il tema dei migranti che non è più un emergenza ma un problema sociale ed economico stabilmente presente che dovremo affrontare in modo quotidiano nei prossimi decenni. Milioni di persone  ogni anno si mettono in movimento per molte e diverse ragioni ormai note. In buona parte lo fanno sotto l'ala ben organizzata di gruppi criminali. Molte centinaia di migliaia lo fanno attraverso il Mediterraneo o attraversando l’Europa via terra.

L’Italia  ha non solo la possibilità ma la necessità di accogliere alcune centinaia di migliaia di persone all’anno. Il tema è al centro di una sceneggiata fra destra e sinistra con una comune assenza totale di proposte e disastrosi risultati evidenti negli ultimi anni. Fra chi vuole porti chiusi e blocchi navali e chi vuole porte aperte per tutti ed entrate illegali libere quelli che decidono alla fine sono i gruppi di affaristi criminali che regolano costi, provenienze, direzioni e quantità dei flussi di clandestini. L’attenzione dei media e dei partiti è ondivaga e quale sia il destino di alcune centinaia di migliaia di persone ogni anno prima e dopo la traversata dell’Europa o del Mediterraneo interessa pochissimo. Così si rende permanente un mercato di lavoro nero sottopagato, di totale precarietà, di spaccio, di prostituzione, di integrazione praticamente impossibile, di migliaia di minori abbandonati (spesso il prodotto di abusi sessuali  nel corso delle migrazioni che alcuni sostengono siano praticamente generalizzati). L’azione umanitaria delle ONG, che non svolgono ruoli di integrazione dopo gli sbarchi,  ha effetti controproducenti stimolando le illusioni, le partenze illegali e la sensazione di insicurezza dei cittadini. In questa assenza di progetti veri di integrazione se prevale la politicizzazione  strumentale da più parti regaleremo l’intera Europa alle  varie destre più o meno xenofobe nel giro di pochi anni.

Di fatto i diversi media ci suggeriscono  che a destra siano tutti razzisti oppure che la sinistra coincida con le ONG. Entrambe le posizioni (xenofobi vs ONG) sono gravemente inaccettabili. Entrambe rinunciano all’obiettivo che lo Stato italiano e poi l’Europa, sostituendo gli scafisti di terra e di mare,  promuovano direttamente l’ingresso regolato e organizzato di migranti andando a prenderli nei luoghi più critici. ( vedi qui). Serve un programma annuale di integrazione permanente che organizzi corridoi umanitari ( praticati oggi solo da alcuni gruppi cattolici) e flussi di lavoro attraverso ambasciate e accordi interstatali bilaterali e poi promuova un percorso di integrazione.

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Se queste sono le alternative, servono gli alternativi con idee chiare capaci di destreggiarsi nei meandri paludosi del sistema politico senza farsi corrompere o soffocare.

Il M5Stelle nella versione  originaria aveva obiettivi di fondo, che pur nella loro grande superficialità, restano del tutto condivisibili. Non  ha retto ed è stato travolto a partire già dal 2017, quando è stata evidente  la crisi amministrativa  a Roma e in particolare a Torino, poi nell’esperienza di governo (specie nel Conte II). Singolare che analoghe  crisi hanno avuto altre esperienze di alternativa messe alla prova del governo che andrebbero ben studiate: Europe Ecologie in Francia dopo il 2010, Podemos in Spagna dopo il 2016, i Grünen, che hanno recentemente perso Berlino e stanno pagando la partecipazione al governo della Germania con SPD e Liberali che li  paralizzano e stanno regalando il paese alla  CDU e alla destra di AFD. Situazioni analoghe ma meno note ci sono state in Portogallo, Austria, Svezia e in altre nazioni del Nordeuropa. In vari paesi ad altre latitudini (America Latina, Asia, Africa) attivisti, ecologisti e difensori dell’ambiente vengono fisicamente eliminati.

Non so se Conte e quelli rimasti abbiano sufficiente autonomia, capacità di lettura storica, leadership collegiale e capacità organizzativa  per arrivare in piedi alle elezioni europee dove solo figure al momento ai margini come  Raggi e Di Battista, malgrado i loro errori, avrebbero forse qualche capacità di raccolta di voti recuperati dall’astensione. Spero che ce la facciano perché’ non c’è altro. E’ determinante prima di tutto la necessaria  scelta di collocarsi in modo netto al centro della scena sociale in una posizione radicalmente riformatrice opposta allo schema angusto destra-sinistra e risolvere positivamente il confronto con i verdi europei per la collocazione nel loro gruppo del Parlamento Europeo. Un accordo che farebbe molto bene ad entrambi.

Nell’ambientalismo tradizionale, un po’ provinciale e a conduzione famigliare nulla si muove.Le nuove leve vengono messe ai margini. Su molti problemi ci si affida solo a deboli e variegate connotazioni orecchiate a sinistra. C’è ancora chi è abbagliato da un futuro di auto elettriche ( ancora auto!) che però oggi nessuno compra ( meno del 4% del totale circolante ad oggi in Italia). Si ignora del tutto  il valore delle reti dedicate ( cioe' che non si incrociano con altre) di mobilità. Solo Legambiente ci ricorda una volta all’anno con Pendolaria che per la mobilità invece di metropolitane e treni  costruiamo nuove strade e autostrade.

Non va meglio per quanto riguarda i nuovi gruppetti tipo Ultima Generazione ai quali direi “cari amici per favore smettetela “. Imbrattare quadri e fontane per ricordare ai media e ai cittadini che c’è la crisi climatica ( cosa che ormai tranne i fessi e gli  imbroglioni tutti sanno benissimo da almeno un decennio ) fa solo incazzare qualche automobilista o qualche sindaco che in realtà vuole finire in tv. Se lo possono permettere in Gran Bretagna dove da tempo qualunque forma di alternativa è stata azzerata. Le azioni  di UG restringono, non allargano,  l’adesione popolare alla transizione. Sono azioni di retroguardia, non aggregano nessuno, non propongono affatto alternative comprensibili e in più non si rivolgono direttamente a  quegli enti e multinazionali che sono i primi  responsabili della crisi (come invece in qualche occasione ha fatto più saggiamente Greenpeace).

Il dramma  dell’ecologismo politico è tutto qui. Mentre la crisi incalza gli ecologisti, i primi che hanno annunciato i pericoli, sono  in crisi profonda praticamente in tutto il pianeta. Lontani da parecchi dei problemi sociali della società, privi di progetti e  di leader, si sono fatti corrompere e azzerare da sistemi maggioritari e coinvolgere nella recita destra-sinistra che esclude qualunque vero paradigma di alternativa che la realtà di questo secolo richiede.  

Infine la sinistra che si ritiene estrema, praticamente si è dissolta in piccoli rivoletti ed è negata a qualunque  forma di aggregazione.

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A me sembra che un progetto di alternativa della nostra società sia ancora possibile. Non vedo comunque altre scorciatoie per aggirare o gestire la crisi ambientale e sociale che ci aspetta. Per attuarlo servono solo gli alternativi ..

9 luglio 2023

Elezioni in Spagna, il Psoe accorcia le distanze dal Partido polular. Vox in cerca di voti

 A due settimane dall’apertura delle urne ( 23 luglio)    l’elettorato di sinistra inizia a mobilitarsi. L’estrema destra radicalizza ancora la campagna elettorale per differenziarsi

  di Elena Marisol Brandolini *

Iniziata in Spagna da un paio di giorni la campagna elettorale per le elezioni del 23 luglio, i sondaggi continuano a dare come più probabile la vittoria del Partido Popular e la formazione di un governo di coalizione tra Pp e Vox. Però qualcosa si starebbe muovendo nelle ultime due settimane, lentamente ma con una tendenza che sembra rafforzarsi con il passare dei giorni: il Psoe avanza e accorcia le distanze con il Pp e lo fa senza intaccare la percentuale di voti di Sumar, in lizza con Vox per il terzo posto. Il che vuol dire che l’elettorato di sinistra comincia a mobilitarsi, facendo recuperare terreno al blocco progressista. Anche perché se qualcuno nutrisse dubbi sulla pericolosità di un eventuale governo spagnolo frutto di un’alleanza tra popolari ed estrema destra, gli basterebbe scorrere le pagine del programma elettorale di Vox per coglierne la portata reazionaria.

Mentre la strategia di campagna di Sumar è improntata a confutare il ritorno del bipartitismo classico, che molti di quelli che contano vorrebbero consacrato in una futura grande coalizione, il candidato presidente Pedro Sánchez sceglie di andare all’attacco dei media che sostengono apertamente il blocco reazionario. Per ribaltarne la narrazione, si lascia intervistare da quelle televisioni che nel corso della legislatura si sono sempre scagliate contro l’operato del suo governo. E dimostra che la partita è ancora aperta e l’esito tutt’altro che scontato. A sostenerlo in questo inizio di campagna c’è, attivissimo nelle manifestazioni e nei plateau televisivi, il suo predecessore José Luis Rodríguez Zapatero.

Da tempo le sinistre spagnole allertano contro il pericolo di un governo ultra conservatore quale sarebbe quello nato dall’alleanza tra Partido Popular e Vox. Lo si è visto nelle intese raggiunte tra i due partiti successivamente alle elezioni regionali e municipali dello scorso 28 maggio: negli oltre 100 accordi siglati nei municipi e in quello di governo delle tre Comunità Autonome in mano alle destre, il programma ha assunto la dottrina e le proposte di Vox, tanto da creare un certo clamore, subito silenziato, all’interno dello stesso Pp.

Colpisce, in particolare, la censura che in molte località della Spagna governate da Pp e Vox, si sta attuando nei confronti di eventi culturali. È stata così proibita un’opera di Virginia Woolf sull’omosessualità, è stato censurato l’ultimo film di animazione di Buzz Lightyear per il bacio tra due donne, è stata cancellata un’opera teatrale in omaggio a un maestro repubblicano, è stata contestata un’opera di teatro di Lope de Vega.

Nel suo programma Vox promette interventi duri contro l’immigrazione come il «blocco navale» per fermare gli sbarchi, e aggiorna alcuni dei postulati già presenti fin dal suo inizio, adattandoli alle nuove leggi approvate nel corso della legislatura, con la ferma volontà di derogarle: è il caso delle leggi sull’aborto, l’eutanasia, le persone trans e i diritti lgtbi+, la violenza di genere, il cambio climatico, la Memoria democratica. Vox propone di rendere illegali partiti e associazioni indipendentisti, di reintrodurre i reati di referendum illegale, di sedizione, tradimento e malversazione di risorse pubbliche. Autoritaria sul piano dei diritti di cittadinanza, l’estrema destra spagnola è liberista su quello economico, perciò propone di abbassare le imposte sui redditi alti e i grandi patrimoni, con una riduzione drastica della progressività.

Per quanto riguarda le Comunità autonome, che all’inizio voleva sopprimere, Vox propone ora di svuotarle di tutte le loro competenze. Altro tema rilevante nel suo programma è quello relativo all’istruzione, dove Vox si propone di mettere fine «all’indottrinamento ideologico» e, in nome della libertà di scelta dei genitori, vuole assicurare l’insegnamento in castigliano e sostenere i centri che dividono gli alunni per sesso.

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Barcellona si «ribalta»: vince il socialista Jaume Collboni 

( di Elena Marisol Brandolini – il manifesto - giugno 2023 )

Spagna. All'ultimo minuto i Comuns, per evitare un governo di Junts, hanno «donato» i loro nove voti. Il Pp governerà invece 30 dei 50 capoluoghi di provincia, cinque grazie all’alleanza con Vox.

Il socialista Jaume Collboni è stato eletto sindaco di Barcellona con i voti del Psc, dei consiglieri dei Comuns e del Pp catalano, battendo sul filo del traguardo il candidato di Junts per Catalunya, Xavier Trias, che nelle ultime ore aveva intessuto un accordo di governo con Ernest Maragall, di Esquerra Republicana de Catalunya.

Contro tutte le previsioni, infatti, e ad appena un’ora dall’inizio dell’insediamento del consiglio municipale della capitale catalana, il quadro delle alleanze, o meglio delle indicazioni di voto perché non c’è stata alcuna intesa a determinare l’esito, si è ribaltato.

LO SI APPRENDEVA attorno alle 16 di ieri, quando i Comuns con un comunicato informavano che, per evitare un governo di Junts, avrebbero messo a disposizione del candidato socialista i loro 9 voti da sommare ai 10 del Psc, senza patti, senza certezze, con la sola volontà di stare all’opposizione.

Per raggiungere la maggioranza assoluta di 21, però erano necessari almeno due voti del Pp, altrimenti Trias, come candidato più votato alle elezioni dello scorso 28 maggio, con 11 seggi conquistati, sarebbe diventato automaticamente sindaco. E i quattro consiglieri popolari hanno votato per bloccare l’alleanza tra Junts ed Esquerra.

Fallisce in questo modo l’unico accordo di peso degli ultimi tempi nel campo indipendentista, così altrimenti diviso al suo interno, per quanto su un candidato che rappresenta più la Convergència del passato che l’ambizione di una futura repubblica catalana.

«Abbiamo modelli opposti di politica e di città», spiegava il voto dei Comuns Ada Colau, rivolto a Trias. Un voto dato senza entusiasmo, solo perché «La Convergència del 3% non doveva tornare a governare questa città». In effetti, i Comuns avrebbero preferito una soluzione diversa. Hanno provato fino all’ultimo a editare un tripartito progressista, con Psc ed Esquerra, reso impossibile dalla prossimità delle elezioni generali in Spagna.

Perciò, l’unico che può dirsi davvero soddisfatto è Collboni con il suo partito. La sua elezione è una boccata di ossigeno per i socialisti di Pedro Sánchez, che in Catalogna sembrano avere ritrovato l’antico granaio di voti che potrebbe essere decisivo nelle prossime elezioni. E che lo scorso 28 maggio hanno perso non tantissimi voti, appena 400.000, ma moltissimo potere, come dimostra la formazione delle giunte comunali e i patti che si vanno delineando per i governi delle Comunità autonome.

IL PARTIDO POPULAR governerà, infatti, 30 dei 50 capoluoghi di provincia, oltre alle città autonome di Ceuta e Melilla, con maggioranza semplice, o come nel caso di Madrid, dov’è stato riconfermato José Luis Martínez-Almeida, con maggioranza assoluta. In cinque di questi municipi, il Pp ha scelto di pattuire il governo con Vox. In generale, i patti dei popolari con l’estrema destra riguardano un totale di 187 comuni. Il Psoe governerà solo in una decina delle grandi città.

Poi ci sono le alleanze strumentali, come quelle dei socialisti col Pp, con Upn, partito navarrino vicino ai popolari, o con il Partito nazionalista basco per impedire a Bildu di ottenere il sindaco a Pamplona, o a Vitoria.

In Catalogna, l’unico patto di successo tra i partiti indipendentisti è stato raggiunto a Girona, dov’è stato eletto sindaco Lluc Salellas, della Candidatura d’Unitat Popular. Mentre a Ripoll, tristemente famosa per essere stata la città dove erano vissuti i terroristi della strage islamista sulla Rambla, Junts si è sottratta a un’intesa con Esquerra, Psc e Cup, consentendo così l’elezione di Silvia Orriols, leader della formazione indipendentista di estrema destra Aliança Catalana.

Continuano intanto le trattative tra popolari e Vox per il governo delle Comunità autonome perse dalla sinistra lo scorso 28 maggio. Come nella Comunità valenciana, dove il torero Vicente Barrera, di Vox, sarà vicepresidente e consigliere di Cultura. Cosa significherà in termini di politiche la presenza di Vox al governo di città e regioni, lo chiarisce bene l’esponente di Vox, José María Llanos, che afferma: «La violenza di genere non esiste». Solo in quest’anno, 23 donne sono state uccise in Spagna dai propri compagni.

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Patto di Valencia: estrema destra all’assalto della Spagna 

( di Luca Tancredi Barone – il manifesto – giugno 2023 )

Europa. Per la prima volta il Partito popolare si allea con Vox

Gli spagnoli sanno già cosa succederà dopo il 23 luglio se il partito socialista non riuscirà a formare una maggioranza con Sumar, la coalizione alla loro sinistra: il partito popolare si metterà d’accordo in un battibaleno con l’estrema destra di Vox per ripartirsi il paese.

I DUE PARTITI ieri hanno firmato il patto che sancisce la fine del tripartito di sinistra nella Comunità valenziana: ai 40 seggi ottenuti dal partito popolare alle Corts, Vox aggiungerà con gusto i propri 13 seggi per raggiungere la maggioranza (sui 99 seggi in totale della camera regionale). Quella valenziana era una piazza che per il Pp era molto importante riconquistare. Per anni avevano fatto il bello e il cattivo tempo, e i livelli di corruzione avevano trascinato il partito in moltissimi processi giudiziari che alla fine avevano travolto indirettamente anche l’ex premier Mariano Rajoy.
Il 28 maggio la destra ha riconquistato con forza la maggioranza nella regione, complice la caduta di Compromís, partito valenziano di sinistra, e la scomparsa di Podemos. Assieme ai socialisti, dal 2015 i tre partiti formavano il cosiddetto “accordo del Botànic”, dal nome del giardino botanico dell’università di Valenza dove venne firmato: un’alleanza di sinistra che aveva portato il socialista Ximo Puig alla guida di una regione che dal 1995 aveva sempre controllato il partito popolare.

IL PP TORNA quindi a sedere nel palazzo della Generalitat valenciana con Carlos Mazón, il futuro presidente; ma stavolta lo dovrà fare accompagnato da Vox. Un partito il cui capolista, Carlos Flores, è stato condannato per violenza contro sua moglie: l’unico gesto che il Pp ha ottenuto dai loro nuovi alleati è stato quello di appartare questo violento dalla prima linea. Non farà parte del futuro governo valenziano, perché sarà il numero uno del partito verde muco alle elezioni nazionali di luglio. Ma l’immagine di sei uomini, tra cui Mazón e Flores, seduti attorno a un tavolo rendeva chiaro il cambiamento politico: nell’alleanza del Botànic, il peso delle donne era tutt’altro.

Anche il presidente delle Corts sarà di Vox, così come un quinto dei consiglieri del governo. In questo modo, la comunità valenziana diventa la regione più importante dove Vox entra direttamente nel governo, cosa che nel 2019 era già accaduta in Murcia e in Castiglia La Mancia. In altre quattro regioni (Aragón, Murcia, Cantabria e le Baleari) i popolari stanno negoziando di ottenere l’astensione della destra estrema, senza però farli entrare direttamente nel governo. A Madrid e La Rioja, invece, il Pp ha ottenuto la maggioranza assoluta.

Il Pp intanto sta negoziando con l’alleato alla sua destra anche la guida anche di 135 comuni, che in linea di massima si dovranno costituire questo sabato in tutta la Spagna.
Né Vox, né il Pp lo nascondono: i negoziati sono in corso, e senza nessun cordone sanitario contro Vox. Tra le grandi città che probabilmente finiranno per essere guidate dalla destra ci sono la stessa Valencia, Siviglia, Saragozza, Valladolid, o Toledo.

PER I COMUNI, la principale incognita è quello che accadrà a Barcellona: al candidato nazionalista di destra Xavier Trias, di Junts, toccherebbe governare, con 11 consiglieri su 41; ma la sindaca uscente Ada Colau sta cercando di convincere da settimane Esquerra Republicana e socialisti a formare una maggioranza alternativa (di 24 consiglieri). L’ultima sua proposta per sbloccare la trattativa è stata quella di ripartirsi la guida della città: un anno a Esquerra, e uno e mezzo a testa per il partito dei Comuns e socialisti, che così arriverebbero alle prossime elezioni guidando la città. Ma sia socialisti che Esquerra hanno respinto sdegnati la proposta.

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Spagna al voto il 23 luglio 

( di Lorenzo Pasqualini – il manifesto – luglio 2023)

 Un enorme cartellone con un chiaro messaggio xenofobo è spuntato ieri nella calle Atocha di Madrid, in pieno centro. Nel manifesto, esposto da una controversa società privata chiamata Desokupa, vicina al partito di ultradestra Vox, si chiede con toni minacciosi la cacciata dell’attuale premier Pedro Sánchez. «Tu, in Marocco», si legge a caratteri cubitali accanto a una foto del premier spagnolo, che viene sostanzialmente minacciato di espulsione verso il principale paese di provenienza dell’immigrazione che arriva in Spagna. Il messaggio pubblicitario viene completato dalla frase: «sgomberare la Moncloa», in riferimento alla sede della presidenza del governo.

Desokupa è una sorta di para polizia che effettua a pagamento sgomberi extragiudiziali di appartamenti e case, utilizzando anche minacce e intimidazioni come denunciato da un’inchiesta del giornale «ElDiario.es», ma il suo messaggio si rifà a un mantra dei partiti della destra spagnola degli ultimi anni, quello dell’«emergenza occupazioni». Nonostante i dati non supportino questa tesi, le case degli spagnoli sarebbero continuamente minacciate, secondo queste forze politiche, da un esercito di occupanti abusivi, soprattutto immigrati, davanti ai quali la sinistra non farebbe nulla.

La settimana scorsa intanto, sempre a Madrid, mentre centinaia di migliaia di persone prendevano parte alla settimana dell’Orgoglio Lgbt, Vox esponeva in pieno centro un maxi-cartellone nel quale una mano, con bandiera spagnola al polso, gettava nella spazzatura simboli come la bandiera Lgbtiq+ o un simbolo femminista. In un’immagine si riassumeva così l’ideologia di questo partito, che nega la violenza contro le donne ed il cambiamento climatico, e vuole riportare la Spagna indietro di decenni sui diritti.

Di fronte a queste posizioni però, il Partito Popolare (Pp) non sta avendo grandi riluttanze ad allearsi con Vox (che, va ricordato, è nato da una scissione alla destra del Pp nel 2014) in decine di comuni e in numerose regioni del paese. Il grande partito conservatore spagnolo, che lo scorso 28 maggio è stato il più votato nelle regioni e nei comuni ma che aveva bisogno di alleanze per governare, nelle ultime settimane si è alleato con l’ultradestra in 140 comuni e in diverse comunità autonome.

Questi patti locali tra popolari e Vox hanno però fatto uscire allo scoperto quella che sarà la strategia del Pp dopo le elezioni, rendendo evidente cosa potrebbe accadere dopo il 23 luglio ed escludendo qualsiasi possibilità di «cordone sanitario». Esiste però una parte dell’elettorato conservatore che non gradisce i toni del partito ultra, mentre gli astensionisti a sinistra potrebbero decidere di mobilitarsi di fronte al rischio evidente di un governo reazionario. Se fino a qualche settimana fa i sondaggi davano praticamente per certa una vittoria del blocco delle destre, ora il divario con il blocco delle sinistre, composto dai socialisti del Psoe e da Sumar (la coalizione di sinistra appena nata sotto la guida di Yolanda Diaz), sembra diminuire. Proprio ieri, un sondaggio dell’agenzia 40dB mostrava una evidente rimonta dei socialisti e uno scenario più aperto.

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«Un patto per la speranza»: in Spagna nasce la coalizione di sinistra Sumar

( Elena Marisol Brandolini – il manifesto – giugno 2023)

 

Europa. Verso il voto del 23 luglio. Il prezzo da pagare per il nuovo cartello elettorale è la rinuncia a presentare in lista Irene Montero, ministra delle Pari opportunità

«Non domanderò che ci votino per paura. Il nostro è un grande patto per la speranza, vinceremo il paese»: così Yolanda Díaz, ministra del Lavoro e vicepresidente del governo spagnolo, nel suo primo discorso pubblico come leader del nuovo cartello elettorale Sumar, finito di allestire venerdì, mettendo insieme tutte le formazioni alla sinistra del Psoe, in un’unica lista per concorrere alle elezioni politiche del 23 luglio. «Una notizia più che positiva», argomentava un’ora prima il presidente del governo Pedro Sánchez, aprendo la riunione del Comitato federale socialista, in riferimento all’accordo siglato tra Podemos e Sumar.

UN’INTESA RAGGIUNTA venerdì, ultimo giorno utile per presentare le coalizioni elettorali, sbloccata dalla decisione di Podemos di esserne parte. Indispensabile per provare a impedire che PP e Vox totalizzino la maggioranza assoluta dei voti per installarsi al governo e iniziare così un’epoca di arretramento nei diritti sociali e di cittadinanza. Pensata per mobilitare il voto dell’elettorato di sinistra da reinvestire in una nuova scommessa di governo progressista. Non esente però da strascichi di conflitti personali e politici, che potrebbero screditare il successo dell’iniziativa.

Era stata infatti la segretaria di Podemos e ministra dei Diritti sociali Ione Belarra a sciogliere la riserva del suo partito, poco prima delle 14 di venerdì: «Oggi la firma di Podemos nella coalizione è garantita, concorreremo alle elezioni con Sumar», diceva, dopo avere ringraziato gli iscritti che avevano partecipato alla consultazione online sul negoziato e averne avuto l’avallo con il 93% dei voti. Da quando Sánchez ha convocato le elezioni anticipate, dopo l’ascesa delle destre nelle elezioni locali dello scorso 28 maggio, il negoziato con Sumar delle diverse forze alla sinistra del Psoe ha subito una forte accelerazione. E dalle strutture territoriali di Podemos sono arrivati alla direzione del partito numerosi appelli alla lista unitaria. Senso di responsabilità per arrestare l’avanzata delle destre e senso del limite nel riconoscere la sconfitta di maggio come un presagio, hanno poi fatto il resto.

MA L’ACCORDO di Podemos con Sumar ha un prezzo elevato, perché implica la rinuncia della formazione viola a presentare in lista Irene Montero, ministra delle Pari opportunità, nonostante abbia guidato una legislatura spiccatamente femminista. Sacrificio imposto da Sumar all’esponente di Podemos per avere promosso la legge del Solo sì è sì che, nel riunificare le fattispecie di aggressione sessuale in un unico reato, ha comportato l’abbassamento delle pene di prigione in circa un migliaio di casi. Perciò Belarra, venerdì, nell’annunciare l’adesione a Sumar, insisteva per voler arrivare a un accordo giusto, senza veti. La firma però giungeva in serata senza cambiamenti. E il rischio è che questa vicenda sia ancora al centro della cronaca politica per altri dieci giorni, fino alla scadenza del termine di presentazione delle liste.

NELLA COALIZIONE Sumar si sono integrati una quindicina di partiti. Oltre a Podemos, Izquierda Unida e una serie di formazioni locali tra cui Más Madrid, presente nella capitale del paese e nell’omonima Comunità, Compromís, radicata nella Comunità valenciana e i Comuns in Catalogna. Nelle ultime municipali di maggio, questi partiti hanno totalizzato 2,2 milioni di voti, nel 2019 ne avevano ottenuti 2,9 milioni. Más Madrid ha perso circa 200.000 voti nella capitale; mentre Podemos ha perso cinque dei sei governi di cui faceva parte ed è rimasto fuori dai consigli di Madrid e Valencia. L’ambizione è che la lista unitaria sia almeno capace di recuperare quanto perso negli ultimi tre anni e mezzo.

* nella foto: Yolanda Díaz, leader di Sumar

 

7 luglio 2023

Berlino, il nuovo sindaco conservatore sta bloccando la costruzione di decine di piste ciclabili

di Irene Ciprian *

Kai Wagner, sindaco di Berlino e membro della CDU, sta fermando la realizzazione di numerose piste ciclabili nel caso in cui queste tolgano parcheggi auto

Con le elezioni di febbraio Kai Wagner, candidato per l’Unione Cristiano-Democratica, è diventato il sindaco per il governo di Berlino. Insieme alla CDU, però, c’è anche il partito Social-democratico (SPD). I due formano, quindi, la coalizione di maggioranza per il governo locale. Pur essendo in minoranza, il partito dei Verdi fa sentire il proprio disappunto sulle questioni riguardanti ambiente e mobilità.

In particolare, la nuova senatrice per i trasporti Manja Schreiner, anche lei appartenente alla CDU, ha sottolineato che il rinnovamento e l’espansione delle infrastrutture ciclabili dovrebbero continuare, a patto che non ledano ai posti auto già presenti. “Dal mio punto di vista”, ha dichiarato Schreiner alla Berliner Zeitung, “non sempre ha senso togliere corsie ai veicoli a motore per convertirle in piste ciclabili per tutta la loro larghezza”.

Non si devono eliminare corsie o parcheggi a causa delle piste ciclabili

Wagner e Schreiner hanno confermato l’obiettivo di rendere Berlino una città funzionante dal punto di vista di trasporto urbano, ma mettendo in discussione i progetti di mobilità ciclista che rischiano di complicare il traffico pendolare. La decisione è, in realtà, in linea con le posizioni del sindaco in carica Wagner che, già durante la campagna elettorale, aveva chiarito che non avrebbe perseguito una politica “contro l’automobile”.

In effetti, già nei sondaggi durante le elezioni si poteva notare una differenza tra le priorità di trasporto degli elettori. Quelli che abitano nel centro della città, più a favore di un’implementazione delle piste ciclabili, hanno votato per il partito Verde. Chi invece si trova a dover fare da pendolare tutti i giorni dalle zone più periferiche di Berlino si è dichiarato più vicino alle posizioni di Wagner e della CDU.

In precedenza l’amministrazione di Berlino aveva invitato i singoli distretti a sospendere momentaneamente la progettazione di piste ciclabili che prevedano la rimozione di una qualsiasi corsia per le auto o parcheggio. L’ultima dichiarazione di Schreiner asseriva che il provvedimento riguarderà solo i casi in cui , su un percorso di 500 metri, non vengano eliminati più di dieci posti auto.

“Volksentscheid Fahrrad”, o un referendum sulla bicicletta

Non solo i Verdi, ma anche le amministrazioni dei vari distretti e diverse associazioni di ciclisti si sono uniti per protestare contro le decisioni governative. Ne è un esempio l’iniziativa che vuole raccogliere abbastanza firme per proporre il Volksentscheid Fahrrad, un referendum sulla bicicletta. La proposta richiederebbe una nuova legge che faciliti la mobilità e la sicurezza dei ciclisti attraverso una serie di modifiche alla città. In particolare, si vorrebbe ottenere una messa in sicurezza degli attraversamenti pericolosi per i ciclisti, lo sviluppo di una rete di 350km di piste ciclabili e 200.000 posti auto in più.

Secondo Stephan Rammler, professore di progettazione dei trasporti a Braunschweig, le città sarebbero un ottimo campo di prova per poter testare gli effetti delle energie rinnovabili. “Grazie alla densità delle città si hanno percorsi più brevi e c’è la possibilità di fare a meno delle automobili” dando spazio quindi sia al trasporto pubblico come anche a quello individuale su bici. La decisione di Wagner lascia quindi attoniti: da un lato la tendenza tedesca è quella di spostarsi verso energie rinnovabili, dall’altro il rifiuto del governo berlinese per l’iniziativa sulla mobilità ciclistica sembra essere in contrasto con gli obiettivi europei di riduzione di emissioni di CO2.

leggi anche: Vice-cancelliere tedesco: “Basta bugie, in Germania stiamo mancando gli obiettivi climatici”

* da berlinomagazine.com - 3 luglio 2023

4 luglio 2023

Senza auto le citta’ rinascono

 

Una delle cose di Tokyo che più colpiscono il visitatore è che in giro ci sono poche macchine: al contrario di qualsiasi altra grande metropoli non c’è il frastuono del traffico e non si vedono auto parcheggiate per strada. Questo per vari motivi, a cominciare dal fatto che avere un'auto non conviene economicamente e spostarsi in treno in città è molto più comodo. 

La capitale giapponese potrebbe essere un modello. L'articolo di copertina di questa settimana è l'estratto del libro Carmageddon: how cars make life worse and what to do about it (Abrams 2023) di Daniel Knowles. 

(dal settimanale Internazionale )


 

1 luglio 2023

Abbiamo bisogno di pace, ma non a qualsiasi costo

 Riportiamo l’intervento di Fabio Mini, letto ieri al convegno romano “Guerra o pace?”

di Fabio Mini *

 Non sono molte le occasioni offerte a un militare per esprimere opinioni sulle scelte politiche. E non è molta la disponibilità dei militari a discuterne. Esiste il forte pregiudizio che la politica debbano farla soltanto i politici e i militari debbano occuparsi solo di aerei e carri armati. Salvo poi “fare politica” con le armi, rendendo i servitori dello Stato servi d’interessi contrari alla Costituzione. Perciò ho sempre ritenuto che sia un dovere dei militari esprimere opinioni e giudizi anche su questioni sociali e politiche che riguardano la sicurezza dello Stato. E che sia un diritto e un dovere dei governi e dei legislatori ascoltare anche i loro pareri.

Oggi l’Europa è in guerra: sia perché la ospita entro i suoi confini geografici, sia perché partecipa attivamente con il sostegno politico, economico e militare a uno dei belligeranti. Il nostro Paese è in guerra e ne subisce le conseguenze con la prospettiva di doverne subire di peggiori. La guerra in tutte le sue forme sembra l’unica via d’uscita. Non la guerra metaforica, ma quella reale, materiale, cinetica come diciamo noi militari, che poi siamo chiamati ad affrontare. Si dice che occorre aiutare l’Ucraina a difendersi e che la difesa dell’Ucraina è la difesa dell’Europa. Che è una battaglia di civiltà e libertà. Ho molti dubbi in proposito e mi domando come mai non ci siamo preoccupati prima delle minacce alla libertà di quegli stessi ucraini quando erano soggetti a una guerra da parte del loro stesso governo. E come mai la preoccupazione della libertà dei popoli non si estenda ad altre popolazioni soggette alle guerre e alle repressioni.

La guerra in Ucraina è un obbligo nei confronti di un Paese aggredito: è vero, ma il ricorso alla forza deve essere approvato dal Consiglio di sicurezza dell’Onu e questo non c’è ancora stato. La Nato si sta solo difendendo: è vero ma per vent’anni ha condotto un attacco subdolo alla Russia e senza autorizzazione ha già attaccato uno stato sovrano membro delle Nazioni Unite. 

La guerra riguarda Russia e Ucraina: non è vero, riguarda Stati Uniti e Russia e soprattutto riguarda l’intera sicurezza europea. L’Ucraina nella Nato rafforzerà l’alleanza e porterà alla vittoria: non è vero, l’Ucraina è un Paese in guerra e l’inclusione nella Nato porterà al coinvolgimento diretto della Nato e quindi degli Stati Uniti nella guerra. Una clausola fondamentale del trattato atlantico stabilisce che i nuovi membri debbano contribuire alla sicurezza dell’Alleanza. L’Ucraina in guerra contribuirà alla sicurezza in peggio. Il sostegno all’Ucraina è imposto dalla Nato: è vero, ma le norme del trattato stabiliscono che le decisioni siano prese all’unanimità e questa non c’è. E quando ci dovesse essere sarebbe l’unanimità nella rinuncia a esprimere e far valere la sovranità dei Paesi membri. Si dice che la partecipazione alla guerra è un interesse nazionale che coincide con quello della Nato: non è vero, l’interesse nazionale di Paesi come l’Italia è la cooperazione, la competizione se si vuole, ma non il conflitto. 

Se la Nato, come ora, si schiera in guerra fa solo gli interessi di qualche Paese in particolare. L’Italia sta pensando agli interessi nella produzione di armi e nella ricostruzione post bellica dell’Ucraina: vero, il mondo intero sta pensando a questo e oggi occorre valutare quanta parte potrà avere nella ricostruzione. Riuscirà questa parte a compensare le perdite secche che ora stiamo subendo in materiali, economia e finanza? Abbiamo bisogno di pace: è vero, ma non a qualsiasi costo e nemmeno una pace temporanea che contenga, come tutti i trattati di pace, i semi del successivo conflitto.

Le scelte politiche di questo periodo sono importanti e una soluzione del conflitto è possibile sul piano politico-diplomatico come era possibile evitarlo del tutto o interromperlo in qualsiasi momento. Oggi è sempre più difficile negoziare e per farlo occorre rinunciare a qualcosa. Non servono soltanto le rinunce della Russia e dell’Ucraina: serve un compromesso che salvaguardi la sicurezza europea. La politica deve rispolverare concezioni vecchie, ma collaudate. Per esempio, la de-militarizzazione del conflitto, come quando Iran e Iraq in guerra per dieci anni furono privati degli aiuti esterni; la smilitarizzazione di una fascia di sicurezza in Ucraina e Russia e la neutralità di quei Paesi avviati al conflitto come strumento per diminuire la percezione d’insicurezza dei vicini. Sono tutte cose che sembrano inefficaci e inattuabili e quindi sono state eliminate dalla visione politica orientata in un unico senso: la guerra. Occorre ribaltare l’approccio e considerarle possibili perché la soluzione militare sul campo non solo è impossibile, ma pericolosa qualunque essa sia.

Un’ultima riflessione: “Magari perderò voti, ma il mio programma di governo è: 1. Finire il conflitto in Donbass; 2. Parlare con i russi; 3. Neutralità ucraina”. Era il 2019 e il neoeletto presidente Zelensky lo dichiarò al Parlamento. Dall’estrema destra gli arrivò un avvertimento: “Non perderà solo voti”. E i comandanti delle milizie in Donbass gli dissero che finire lì e parlare coi russi sarebbe stato alto tradimento. Cambiò idea. Oggi, forse, con le stesse milizie decimate e con la guerra che va avanti solo con il supporto occidentale, si apre paradossalmente la via della demilitarizzazione agendo semplicemente sul sostegno esterno. E si apre la via per il ritorno alle intenzioni di quattro anni fa, con 200mila morti in più.

* da  il fattoquotidiano – 1 luglio 2023

18 giugno 2023

Italia prima in Europa per inquinamento atmosferico: 80.000 decessi/anno

di editor *

 L’Italia è il primo paese in Europa per morti attribuibili all’inquinamento atmosferico con circa 80mila decessi prematuri all’anno. Lo afferma la Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima), commentando il report di Legambiente “Mal Aria di città. Cambio di passo cercasi”, secondo cui 29 città sforano i limiti di polveri sottili nel 2022.

LE CITTÀ PIÙ INQUINATE D’ITALIA SECONDO LEGAMBIENTE

Le città che devono lavorare di più per ridurre le loro concentrazioni e adeguarsi ai nuovi target (20 µg/mc da non superare per il PM10, 10 µg/mc per il PM2.5, 20 µg/mc per l’NO2) sono: Torino e Milano (riduzione necessaria del 43%), Cremona (42%), Andria (41%) e Alessandria (40%) per il PM10; Monza (60%), Milano, Cremona, Padova e Vicenza (57%), Bergamo, Piacenza, Alessandria e Torino (55%), Como (52%), Brescia, Asti e Mantova (50%) per il PM2.5. Le città di Milano (47%), Torino (46%), Palermo (44%), Como (43%), Catania (41%), Roma (39%), Monza, Genova, Trento e Bolzano (34%), per l’NO2. 

“Gli effetti diretti dell’inquinamento sulla salute umana interessano diversi apparati ed organi. Le patologie dell’apparato cardiovascolare rappresentano la prima causa di morte in Italia (Eventi coronarici e Infarto Miocardico Acuto, 9.000 casi/anno – Ictus cerebrali, 12.000 casi/anno), seguiti dalle patologie dell’apparato respiratorio (7.000 decessi prematuri/anno). Gli effetti indiretti dell’inquinamento portano fino al +14% di aumento di incidenza per tutti i tumori nei siti inquinati (Mesoteliomi, 1.900 casi/anno da esposizione ad amianto – Tumori testicolari, +36% d’incidenza nei siti inquinati Leucemie, +66% d’incidenza nei siti inquinati Linfomi, +50% d’incidenza nei siti inquinati Sarcomi dei tessuti molli, +62% d’incidenza nei siti inquinati Tumori polmonari, +29% d’incidenza nei siti inquinati Tumori vescicali o renali, +32% nei siti inquinati – Tumori della mammella, +50% d’incidenza nei siti inquinati)”.

E’ imprescindibile e non più rimandabile agire in fretta per ridurre drasticamente le principali sorgenti emissive dell’inquinamento atmosferico: in tale direzione Sima ha proposto al Governo di mitigare gli effetti nocivi dello smog partendo dagli edifici urbani, attraverso incentivi volti a facilitare interventi di rivestimento di superfici murarie e vetrate con un ‘coating’ fotocatalitico al biossido di titanio a base etanolo, che ha dimostrato in studi scientifici di essere attivato da luce naturale a svolgere un’azione di scomposizione e riduzione degli inquinanti atmosferici.

* da smips.org - fonte: legambiente, dire sanità - 1 febbraio 2023

15 giugno 2023

In Europa solare ed eolico hanno superato i combustibili fossili

di Ilaria Sesana *

A maggio 2023 pale eoliche e pannelli fotovoltaici hanno prodotto il 31% dell’energia elettrica nei Paesi dell’Unione europea, superando per la prima volta quella generata da combustibili fossili, ferma al 27%. Per il think tank Ember, che ha elaborato e diffuso i dati, la transizione energetica ha raggiunto un ritmo altissimo

Nel maggio 2023 pannelli fotovoltaici e pale eoliche hanno generato quasi un terzo dell’energia nei Paesi dell’Unione europea: il 31%, pari a 59 TWh. Superando per la prima volta quella prodotta da combustibili fossili che ha toccato un minimo storico: il 27%, pari a 53 TW). I dati sono stati diffusi dal think tank energetico Ember. “La transizione elettrica nel continente ha raggiunto un ritmo altissimo -ha dichiarato Sarah Brown, responsabile di Ember per l’Europa-. L’energia pulita continua a battere record dopo record”.

Questo nuovo importante traguardo è stato raggiunto grazie alla significativa crescita del solare, alle buone prestazioni dell’eolico e a una bassa domanda di energia elettrica nel continente. A maggio i pannelli fotovoltaici hanno prodotto il 14% di tutta l’energia dell’Ue, toccando la quota (mai raggiunta in precedenza) di 27 TWh, superando anche il precedente primato stabilito nel luglio dello scorso anno.

“Per la prima volta -scrive Ember- la produzione solare dell’Unione europea ha superato quella derivante dal carbone, che a maggio ha generato solo il 10% dell’elettricità”. L’eolico, invece, ha pesato per il 17% nella produzione di energia nel mese di maggio, per un totale di 32 TWh.

Sempre a maggio non solo la quota del carbone sul totale del mix energetico dell’Unione ha toccato il punto più basso (20TWh, pari appunto al 10%) analogamente a quanto successo al gas che si è attestato al 15%: anche in questo caso si tratta del punto più basso dal 2018 a oggi. “Tra gennaio e maggio 2023 la produzione da carbone e da gas è diminuita rispettivamente del 20% e del 15% rispetto allo stesso periodo del 2022 -si legge nella nota diffusa da Ember-. Mentre quella generata dal sole è aumentata del 10% e l’eolico del 5%”.

Il think tank sottolinea inoltre come i risultati ottenuti a maggio di quest’anno non rappresentino un dato isolato: le nuove installazioni (in particolare quelle di pannelli fotovoltaici) e il calo della domanda di elettricità hanno spinto verso l’alto eolico e solare per tutta la fine del 2022 e fino ai primi mesi del 2023.

Dall’ European electricity review (cioè il rapporto annuale di Ember sulla produzione di energia elettrica nei Paesi dell’Unione) emerge come nel 2022 eolico e fotovoltaico abbiano generato complessivamente un quinto dell’energia nell’Ue (il 22%), superando per la prima volta quella prodotta dal gas (20%) e restando ben al di sopra del carbone (16%). Un risultato tanto più significativo se si pensa che nel corso del 2022 la produzione di energia idroelettrica -che ha un peso rilevante nel settore delle rinnovabili- sia stata fortemente ridotta a causa della drammatica siccità che ha interessato Paesi come Italia, Germania e Francia.

Lo scorso anno il fotovoltaico ha prodotto energia per un totale di 39TWh in crescita del 24% rispetto all’anno precedente evitando agli Stati dell’Unione l’acquisto di gas fossile per un importo pari a dieci miliardi di euro. “Questo risultato è stato reso possibile dal record di installazioni per 41 GW nel 2022 -si legge nell’European electricity review-. Venti Paesi inoltre hanno toccato il proprio picco di produzione da rinnovabili”.

“Il solare e l’eolico stanno contribuendo a ridurre l’uso dei combustibili fossili nel continente. Non solo il carbone ha toccato nuovi minimi, ma anche il gas sta calando -commenta Sarah Brown, la referente di Ember per l’Europa-. L’Unione è sulla buona strada per una massiccia riduzione dell’energia fossile nel corso del 2023, mentre solare ed eolico emergono come la spina dorsale del futuro sistema elettrico”.

* da altreconomia.it - 14 Giugno 2023