13 aprile 2023

Semipresidenzialismo. Ecco com’è diventato un peso per la Francia

Intervista . Dany Cohen, SciencesPo, sui limiti istituzionali della V Repubblica «Macron è in difficoltà, la riforma delle pensioni non è legittimata»

di Anna Maria Merlo *

In Italia la maggioranza discute del semi presidenzialismo. In questi mesi, il “modello” francese mostra segni di crisi. Il presidente Emmanuel Macron è in difficoltà a far passare la riforma delle pensioni, contestata dalla piazza – già 11 giornate di mobilitazione da gennaio, con cortei e scioperi, una dodicesima ci sarà oggi – perché non ha ottenuto la maggioranza assoluta dell’Assemblée nationale alle legislative che hanno seguito l’elezione presidenziale del 2022. Dany Cohen, professore di Diritto a SciencesPo, ci aiuta a capire come funziona il sistema istituzionale francese.

La V Repubblica nel 1958 è nata per consentire un decisionismo di governo. Che cosa succede adesso con il blocco sulle pensioni?
In un regime come il nostro, più presidenziale che parlamentare, ci sono grandi difficoltà se manca la maggioranza a sostegno del presidente. Ma per rovesciare il governo ci vuole una maggioranza contraria. Ci vuole una maggioranza che appoggi il voto di censura. La prima mozione di censura votata in Francia è stata nel 1962, contro il governo Pompidou. Un fatto paradossale, tenendo conto che, dopo una IV Repubblica dove i governi cadevano spesso, con la V il presidente era stato dotato di un’arma di ritorsione, il potere di sciogliere l’Assemblée nationale. Una concentrazione di poteri che non esiste negli Usa, per esempio, dove il presidente non può sciogliere il Congresso.

Oggi in Francia tutte le critiche sono rivolte a Macron, non tanto al governo. Come mai?
Questo non dipende dal regime politico formale, ma dalla sua applicazione in chiave di monarchia repubblicana. In parte è la tendenza naturale delle istituzioni della V Repubblica, ma la monarchia repubblicana dipende molto dalla forte mediatizzazione della vita politica. Ci siamo allontanati dallo spirito della Costituzione della V Repubblica e il presidente oggi è in prima linea, più esposto. Alle origini, con De Gaulle, il primo ministro aveva libertà e potere più ampi di oggi. Le cose hanno cominciato a cambiare con Pompidou, che era stato primo ministro prima di essere presidente. E il fenomeno si è accentuato con Giscard nel 1974, anche se Chirac primo ministro conservava maggiori libertà perché il suo partito aveva molti più deputati che il partito del presidente dopo le elezioni del 1973, situazione unica nella V Repubblica.

I socialisti rappresentano una situazione particolare, erano stati fuori dal potere per un quarto di secolo, non avevano mai gestito le istituzioni. Poi Chirac ha convinto Jospin a rovesciare il calendario, mettendo prima le elezioni presidenziali e dopo le legislative. La conseguenza è stata la preminenza dell’elezione del presidente. Con Sarkozy il potere del presidente è ancora cresciuto. Per esempio, mentre prima ogni ministro aveva la libertà di nominare il proprio capo di gabinetto, con Sarkozy è lui a scegliere, imponendo così una sorta di controllore ai ministri. Macron ha fatto lo stesso, con la sola eccezione di Edouard Philippe.

Chi difende il presidenzialismo ne esalta la velocità nelle decisioni.
Non è automatico. Succede che sia sempre più utilizzata la procedura d’urgenza: le leggi passano in prima lettura all’Assemblée nationale e al Senato, poi il testo torna in seconda lettura nelle due camere, ma se si impone l’urgenza c’è una sola lettura all’Assemblée nationale. L’inconveniente è anche la riduzione della qualità nella redazione dei testi legislativi. Le leggi sono fatte per fare sensazione: sotto Sarkozy, per quasi il 90% delle leggi non erano stati pubblicati i decreti attuativi a due anni di distanza dal voto d’urgenza. Sono leggi fatte per esigenze di comunicazione. Ma questo non dipende dal regime istituzionale.

Si parla di uno scontro di legittimità: quella del presidente eletto, quella del Parlamento, che non ha votato la legge ma ha bocciato la censura, e infine quella della piazza.
In effetti la riforma delle pensioni non ha legittimità, è respinta da una grossa maggioranza della popolazione. Ma è una questione distinta dalla V Repubblica ed è indipendente dal tipo di regime. La crisi attuale assomiglia a quella dei tempi di Alain Juppé primo ministro, che nel 1997 ha portato allo scioglimento dell’Assemblée nationale e a nuove elezioni, senza passare però per un voto di censura. C’è chi ne deduce che in Francia non si possono fare riforme, che la popolazione è legata ai vantaggi sociali e che reagisce se si cerca di toccare qualcosa. Ma nei due casi, nel ’97 e oggi, si è verificato uno strappo tra quello che il candidato ha detto e quello che poi ha fatto.

Com’è andata?
Prendiamo Macron, che oggi dice: la riforma era nel mio programma del 2022. Ma nel 2017 lo stesso Macron aveva un programma con una riforma più giusta, preparata da economisti progressisti, che non prevedeva di modificare l’età pensionabile. La gente se lo ricorda. È vero che anche allora c’erano stati scioperi, ma perché oltre a passare a un regime pensionistico uguale per tutti abolendo i regimi speciali, il primo ministro, Edouard Philippe, più a destra, ne aveva approfittato per infilare un parametro sull’età, perdendo così l’appoggio del sindacato Cfdt. L’aumento dell’età pensionabile confermava infatti l’ingiustizia: chi ha cominciato a lavorare prima lavora più a lungo. Così, con la ricerca di un piccolo vantaggio, Philippe aveva reso fragile tutto l’edificio.

E nel 1997?
Allora Jacques Chirac, sfidato a destra da Edouard Balladur che era dato vincente, aveva vinto con una campagna elettorale più a sinistra, contro la frattura sociale. Ma poi con la riforma Juppé aveva fatto esattamente il contrario. I francesi hanno avuto l’impressione di essere stati imbrogliati, come oggi. I francesi dell’era Mitterrand ricordano soprattutto l’abbassamento dell’età della pensione da 65 a 60 anni. Così il progetto dei 64 anni è vissuto come un passo indietro sociale, un ritorno alla situazione di prima di Mitterrand.

Sulle pensioni adesso tutto è in mano al Consiglio costituzionale che deve dare un parere sul testo di legge, atteso per il 14 aprile?
Il Consiglio costituzionale è stato concepito per non funzionare, anche se poi le cose sono un po’ cambiate. Sotto De Gaulle era agli ordini del potere politico, poi ha preso maggiore importanza dopo la morte del generale. Ma è diverso dalla Corte di Karlsruhe in Germania, non ha la sua indipendenza, qui in Francia membri sono designati politicamente. Solo con Robert Badinter c’è stato un professore di diritto alla sua presidenza.

* da il manifesto  - 13 aprile 2023

 

Germania: Addio al nucleare, sabato chiudono le centrali tedesche

 Inizia lo smantellamento in attesa di capire quale sarà la sorte dei rifiuti radioattivi. Ancora da individuare il deposito definitivo

 di Sebastiano Canetta *

Avrebbero dovuto essere tutti spenti già lo scorso 31 dicembre, come prevedeva il patto di coalizione fra i partiti del governo Scholz, ma poi la crisi energetica innescata dall’embargo del gas russo ha imposto di prolungare la vita degli ultimi impianti ancora attivi. Stavolta, però, non ci saranno ulteriori rinvii: fra quarantotto ore esatte verranno disattivate per sempre le centrali nucleari Isar-2 in Baviera, Emsland in Bassa Sassonia e Neckarwestheim-2 nel Baden-Württemberg con capacità di circa 1.400 gigawatt ciascuna.
Del resto, la sorte dei tre reattori entrati in servizio nel 1988 era già segnata al di là dell’esito della battaglia politica per includere l’Atomo nella tassonomia energetica dell’Ue. Ben prima, a Berlino avevano varato la norma che vietava ai gestori degli impianti l’acquisto di nuove barre di combustibile, obbligandoli di fatto al funzionamento ridotto.

ORA INIZIA LA LUNGHISSIMA fase del phase-out; partirà con lo smantellamento fisico delle centrali in attesa di capire quale sarà la sorte finale dei rifiuti radioattivi. Sicuramente dopo il «periodo di decadimento» il combustibile esaurito verrà trasferito negli appositi centri di stoccaggio provvisorio per almeno un lustro, prima della «fase di disattivazione» per cui ci vorranno altri decenni.
Ma resta tutto ancora da scrivere il capitolo del deposito definitivo (endlager) dove stoccare le migliaia di tonnellate di bidoni tossici che rappresentano l’eredità complessiva del programma nucleare tedesco avviato negli anni Sessanta e fermato dall’ex cancelliera Angela Merkel venti giorni dopo il disastro di Fukushima.

Secondo il cronoprogramma del governo Scholz entro i prossimi otto anni bisognerà trovare «una cavità sotterranea profonda almeno un chilometro in grado di ospitare in sicurezza per almeno un milione di anni» tutti i rifiuti catalogati come High level Waste.

IN COMPENSO la mancanza dei watt nucleari non rappresenterà un problema per la sicurezza degli approvvigionamenti energetici. «La situazione è sotto controllo grazie agli alti livelli negli impianti di riserva del gas, ai nuovi terminali di Gnl e – non da ultimo – al deciso aumento delle rinnovabili» tiene a precisare il ministro dell’Economia, Robert Habeck, leader dei Verdi.
Non prima di aver precisato come «la costruzione di nuove centrali nucleari si è sempre rivelata un fiasco economico, sia in Francia che nel Regno Unito o in Finlandia, mentre gli operatori tedeschi non sono più interessati al settore. Il nostro sistema energetico in futuro sarà completamente diverso: entro il 2030 la Germania produrrà l’80% della sua energia da fonti rinnovabili».

Messaggio diretto ai contrari all’uscita dal nucleare: dai liberali partner nel governo che si sono visti cassare la proposta di tenere le centrali accese fino al 2024, fino ai cristiano-democratici secondo cui «sabato sarà il giorno più nero per la protezione del Clima» come denuncia l’ex ministro della Sanità, Jens Spahn, accusando Habeck di «preferire lo sporco delle centrali a carbone piuttosto che il pulito del nucleare». Poco importa alla Cdu se la leggenda sia stata scientificamente smentita dall’autorevole Agenzia federale per l’Ambiente con l’analisi del «forte inquinamento provocato dall’estrazione dell’uranio, funzionamento della centrale, e stoccaggio permanente dei rifiuti tossici».

CHI PAGHERÀ LA CHIUSURA delle centrali? Tredici anni fa il governo federale e gli operatori energetici hanno chiuso l’accordo sulle spese. In pratica lo Stato pagherà 33,2 euro per ogni megawattora non prodotto. Significa 2,4 miliardi di euro pubblici alle società Rwe, Vattenfall, Eon e Enbw come forma di risarcimento per la chiusura anticipata degli impianti non vetusti, come la relativamente giovane centrale di Krümmel gestita da Vattenfall.

In particolare Rwe incasserà 860 milioni a compensazione della breve vita della centrale di Mülheim-Kärlich (ha funzionato solo per 100 giorni) mentre insieme a Eon e Enbw riceverà altri 142 milioni per pareggiare gli investimenti effettuati alla vigilia della decisione di uscire dal nucleare. Gli oneri dello smantellamento saranno invece tutti a carico delle imprese. Solo per le tre centrali in chiusura sabato prossimo si prevedono da 500 milioni fino a 1 miliardo di euro per ogni impianto.

nella foto: azione degli attivisti anti-nucleare alla centrale Emsland in Bassa Sassonia

* da il manifesto 12 aprile 2023

leggi anche:  La Germania chiude le prime tre centrali nucleari ( 29 dicembre 2021)

10 aprile 2023

Energia, analisi ENEA 2022: consumi in calo (-3%) ma emissioni in aumento (+0,5%)

È quanto emerge dall’Analisi trimestrale del sistema energetico italiano dell’ENEA che evidenzia per l’intero 2022 anche la crescita delle emissioni di anidride carbonica, che hanno registrato il secondo aumento consecutivo su base annua (+ 0,5%), un dato comunque meno negativo rispetto al +8,5% del 2021. Fra gli aspetti positivi, la crescita di un punto percentuale della quota di fonti rinnovabili sui consumi finali che si è attestata al 20%. In forte peggioramento (-54%), invece, l’indice ISPRED, elaborato dall’Agenzia per misurare la transizione energetica sulla base dell’andamento di prezzi, emissioni e sicurezza

Il 2022 sarà ricordato non solo come l’anno della crisi dei mercati di gas ed elettricità, con flussi di gas russo verso l’Europa dimezzati e prezzi raddoppiati rispetto al 2021, ma anche come l’anno che ha chiuso con una contrazione dei consumi di energia del 12% nell’ultimo trimestre, che in termini medi annui si traduce in un calo di oltre il 3%, di poco inferiore alla media europea (-4%). Fra gli aspetti positivi, la crescita di un punto percentuale della quota di fonti rinnovabili sui consumi finali che si è attestata al 20%. In forte peggioramento (-54%), invece, l’indice ISPRED, elaborato dall’Agenzia per misurare la transizione energetica sulla base dell’andamento di prezzi, emissioni e sicurezza.

È quanto emerge dall’Analisi trimestrale del sistema energetico italiano dell’ENEA che evidenzia per l’intero 2022 anche la crescita delle emissioni di anidride carbonica, che hanno registrato il secondo aumento consecutivo su base annua (+ 0,5%), un dato comunque meno negativo rispetto al +8,5% del 2021.

“Come nel resto dell’Eurozona il crollo dei consumi energetici dell’ultimo trimestre è stato causato da contrazione della domanda e azioni di adattamento nell’industria (produzione di beni intermedi -6%), clima eccezionalmente mite a inizio stagione 2022-2023 dei riscaldamenti e misure di contenimento dei consumi”, sottolinea Francesco Gracceva, il ricercatore ENEA che coordina l’Analisi. “Da agosto 2022 a febbraio 2023, periodo di riferimento del Piano nazionale di contenimento, i consumi di gas sono stati inferiori del 19% e quelli di elettricità del 4% rispetto alla media degli ultimi cinque anni”.

Nel 2022, dato il robusto aumento del PIL (+3,7%), si è ridotta in una misura senza precedenti l’intensità energetica dell’economia[1] (-7%). “Si tratta di un dato fortemente influenzato da fattori contingenti, ma è vero che a differenza di quanto rilevato costantemente negli ultimi anni, dalla metà del 2022 in Italia sembra emergere un sostanziale disaccoppiamento fra la domanda di energia e alcuni dei suoi principali driver, come PIL, produzione industriale, clima e mobilità”, sottolinea Gracceva.

A livello di prezzi medi 2022 rispetto al 2021, quello dell’elettricità è cresciuto di oltre il 100%, mentre quello del gas è aumentato del 57%. “Alla crisi dei prezzi non si è sommata una crisi di disponibilità fisica delle risorse, grazie alle importazioni record di gas naturale liquefatto in Europa e al calo dei consumi, oltre che al clima mite di fine 2022. A partire dagli ultimi mesi dell’anno, tutto ciò ha determinato un deciso ridimensionamento dei prezzi del gas, e a ruota di quelli dell’elettricità, ma l’equilibrio del mercato del gas resta fragile. Al di là del breve periodo, gli alti prezzi restano una grave minaccia alla competitività dell’industria europea, basti pensare come nei due principali paesi manifatturieri dell’UE, Germania e Italia, la produzione industriale dei beni più energivori sia stata fortemente negativa nel 2022”, continua Gracceva.

A livello di fonti primarie, il calo dei consumi è il risultato di un minor impiego di gas (-10%) e fonti rinnovabili (-12%), anche a fronte di un maggior ricorso a petrolio (+5,5%) e carbone (+29%).

L’aumento delle emissioni di CO2 (+0,5%), nonostante il calo dei consumi di energia, è imputabile in primo luogo al maggior utilizzo di carbone e olio combustibile nel termoelettrico (+60%), che ha più che compensato la forte contrazione del gas naturale. In contrasto con la tendenza degli ultimi anni, l’aumento delle emissioni ha riguardato solo i settori ETS[2] (generazione elettrica ed energivori, +5,5%), mentre sono diminuite del 2,5% quelle dei settori non-ETS (civile, trasporti, agricoltura, rifiuti e piccola industria).

Per quanto riguarda l’indice della transizione energetica ISPRED, il calo del 54% è dovuto in particolar modo alle componenti “prezzi” e “decarbonizzazione”, mentre modesto è stato il regresso della componente “sicurezza”.

“Il piano di contenimento dei consumi di gas e i prezzi record dell’energia hanno contratto la domanda di gas ed elettricità e garantito margini di capacità accettabili sia nel sistema elettrico che nel sistema gas, nonostante sia venuto meno 1/4 delle importazioni 2021. Si può dire che la scelta del decisore sia stata di salvaguardare la sicurezza del sistema pur al costo di un peggioramento sui fronti della decarbonizzazione e dei prezzi dell’energia, che però si confida possa essere temporaneo”, conclude Gracceva.

Segnali positivi emergono sul fronte delle tecnologie low-carbon, in particolare per la mobilità elettrica: i dati più aggiornati sui brevetti per accumulatori e sistemi di ricarica mostrano per l’Italia un lieve recupero dello svantaggio accumulato rispetto ai più rilevanti Paesi europei, con un miglioramento anche nell’interscambio commerciale dei veicoli elettrici. Nel complesso, però, il deficit commerciale nel comparto low-carbon è aumentato del 14% nel 2022, sfiorando il valore di 3 miliardi e 700 milioni (0,32% del PIL). A pesare maggiormente sono state le importazioni di pannelli fotovoltaici e veicoli ibridi plug-in, ma soprattutto di accumulatori agli ioni di litio che da soli rappresentano il 56% del disavanzo nel settore low-carbon.

da ecodallecitta.it ( redazione) - 6 aprile 2023

 

 

5 aprile 2023

PD/M5S: così è un’alleanza fallimentare per Conte. Effetto ZERO per Schlein

 Friuli VG: Impressionante risultato dell’astensione. Così la piccola minoranza del centro destra, con questi sistemi elettorali a impostazione maggioritaria, governerà l’Italia per i prossimi 20 anni. 

di Massimo Marino

Erano 1.109.395 gli elettori chiamati al voto nelle giornate di domenica 2 e lunedì 3 aprile in Friuli Venezia Giulia per l’elezione del presidente della Regione e per il rinnovo del Consiglio regionale.

Il CDX con Fedriga ( 314.284 voti ottenuti sul totale degli elettori aventi diritto, cioe’ il 28,3% ) ha ottenuto 29 seggi su 48.

Il CSX + M5S  ha ottenuto 19 seggi ( di cui 11 PD, 4 Patto Autonomia, 1 M5S, 1 SI-EV, 1 Open Sinistra, 1 Slovenka Supnost )

56 elettori su 100 non hanno votato nessuno dei 4 candidati Presidenti.

64 elettori su 100 non hanno votato nessuna delle 13 liste presentate

( dati da wikipedia)