17 settembre 2021

Pensionati: «Ventimila morti solo tra i nostri iscritti Adesso via alla medicina di prossimità»

Ivan Pedretti, segretario generale Spi-Cgil. Oggi a Cattolica l’assemblea nazionale delle Leghe, la prima in presenza del dopo pandemia. «Se il governo non ci ascolta siamo pronti alla mobilitazione»

 di Massimo Franchi  *

Ivan Pedretti, segretario generale dello Spi Cgil, oggi apre a Cattolica l’assemblea nazionale delle leghe, il primo appuntamento in presenza post pandemia. Un ritorno che vuole essere anche un bilancio di quanto accaduto negli ultimi due anni.

Pedretti come hanno vissuto i vostri iscritti questo periodo così lungo e difficile?
Sono una parte considerevole di quelli che hanno sofferto di più. Dei 130 mila morti per Covid ben 20 mila erano iscritti allo Spi. Poi c’è una parte che ha incrociato il Covid e ha strascichi pesanti, in particolare su polmoni e reni. Il Covid ha poi significato la solitudine per milioni di persone. Questo dimostra in particolar modo in Lombardia che tagliare la sanità territoriale provoca danni fortissimi. Per questo la nostra priorità ora è ricostruire la sanità e farla tornare universale su tutto il territorio nazionale: serve più potere allo stato e meno alle regioni. Digitalizzazione, medicina di prossimità e telemedicina.

Un vostro obiettivo è sempre stata una legge nazionale sulla non autosufficienza. Il Pnrr sembra l’occasione giusta.

Il Pnrr ha riconosciuto l’impegno finanziario: 4 miliardi direttamente alla domiciliarità. Poi bisognerà affrontare la dimensione della legge, tenendo presente che una copertura è già presente con l’assegno di accompagno per le famiglie. Ora i due ministri competenti – Orlando per gli Affari sociali e Speranza per la Salute – devono presentare un testo di legge. È una legge di civiltà per il paese. Abbiamo avuto almeno tre incontri con loro che hanno definito delle commissioni di lavoro sul tema: per la sanità presieduta da monsignor Paglia e per il Lavoro presieduta da Livia Turco. Poi monsignor Paglia è andato da Draghi e ha presentato un documento. Ora vogliamo discutere con il governo un testo. Serve presentare entro la legge di bilancio un progetto di legge che deve essere approvato entro la fine della legislatura.

È un obiettivo raggiungibile dopo tanti ritardi?

Se non ci saranno risposte ci mobiliteremo. Il 5 novembre con Cisl e Uil con un grande iniziativa pubblica per rilanciare la nostra piattaforma su pensioni e fisco: vogliamo allargare la 14esima e parificare la tassazione ai lavoratori dipendenti visto che i pensionati hanno meno detrazioni.
Un altro tema da sempre vostro cavallo di battaglia è la qualità di vita degli anziani. Il Covid ha ridotto l’aspettativa di vita ma l’invecchiamento della popolazione è un processo inarrestabile con una bassa natalità.

È vero che l’Italia è uno dei paesi al mondo in cui si vive di più ma è altrettanto vero che nel nostro paese si invecchia meno bene con gli anziani che hanno più patologie. Noi pensiamo ad una politica di welfare e di inclusione sociale di tutte le persone che tenga insieme investimenti per la cura delle persone anziane e investimenti per i giovani a farsi una famiglia e abbattere la denatalità fornendo servizi a partire dagli asili nido.

Un tema invece nuovo che volete affrontare a Cattolica è la transizione ecologica.
Gli anziani hanno grande sensibilità al tema della compatibilità ambientale per lasciare un mondo migliore alle nuove generazioni. Serve un nuovo modello sociale e di produzione. Decidere che l’Ilva debba essere verde, una nuova politica energetica che ci sganci dal petrolio e dal carbone, come dimostra la bolla sulle bollette energetiche.

Sul fronte sindacale rilanciate la contrattazione territoriale?

 Come si sta nel territorio è la domanda del futuro. Ci sono le multinazionali che chiudono e poi c’è il territorio diffuso con tutte le sue diversità e difficoltà. Serve ricostruire i partiti, una rappresentanza territoriale. E il sindacato, la Cgil deve stare nel territorio. Se una volta Di Vittorio diceva: “Se il lavoro sta nei campi, i dirigenti sindacali vadano nei campi”, oggi devono stare sul territorio per costruire processi di rappresentanza, mettere insieme tutte le realtà sociali costruendo piattaforme per fornire i servizi pubblici per produrre un grande cambiamento.

* da il manifesto - 17 settembre 2021

12 settembre 2021

Politica agricola comune, tutte le occasioni mancate del megapiano Ue: sussidi senza limiti ai colossi, pochi incentivi a chi è ecosostenibile, fondi in crescita agli allevamenti intensivi

 La Pac va in una direzione opposta rispetto al Green Deal. Degli oltre 386 miliardi di euro in sette anni (circa il 33% del Bilancio Ue), l’80% dei sussidi andare al 20% delle aziende agricole più grandi: “I giganti dell’agribusiness continueranno a ricevere miliardi di soldi pubblici senza dover cambiare le proprie pratiche agricole". Tutto invariato, anzi c'è il rischio di un aumento, per le sovvenzioni al settore della zootecnia, nonostante sia dimostrata l'insostenibilità ambientale tra emissioni e vastissime aree agricole destinate ai mangimi. Gli eco-schemi, che dovrebbero incentivare le pratiche sostenibili, sono senza ambizione. E non è garantito nemmeno di tenere fuori dai sussidi chi viola i diritti dei lavoratori

di Luisiana Gaita *

La nuova Politica Agricola Comune avrebbe certamente potuto essere più ambiziosa ma ormai è quasi fatta. Dopo il voto nelle commissioni Agricoltura e Ambiente del Parlamento, a novembre sarà la volta dell’approvazione definitiva in plenaria. Restano una serie di occasioni mancate, come la percentuale poco ambiziosa dei fondi destinati agli ecosistemi e la conferma di uno status quo che vede l’80% dei sussidi andare al 20% delle aziende agricole più grandi. Si è usato il freno a mano persino sul nuovo terzo pilastro, ossia la ‘condizionalità sociale’, che si aggiunge a quelli degli ‘Aiuti diretti’ e dello ‘Sviluppo Rurale’ e che dovrebbe impedire l’accesso agli aiuti a chi viola i diritti dei lavoratori. A questo punto potrebbero fare la differenza i Piani strategici nazionali, a cui molto è affidato. Si è appena tenuta la seconda riunione del Tavolo del Partenariato, presieduto dal ministro delle Politiche Agricole, Stefano Patuanelli, per arrivare alla redazione del piano, da presentare alla Commissione Ue entro la fine del 2021. Una partita importantissima: degli oltre 386 miliardi di euro in sette anni (circa il 33% del Bilancio Ue) ce ne sono più di 38 per l’Italia (circa 50 con la quota di cofinanziamento nazionale e regionale). Restano molti nodi da sciogliere su come spenderli, nonostante i tre anni di negoziazione complicata e l’accordo politico (al ribasso) raggiunto poi a giugno 2021, tra Commissione, Europarlamento e Consiglio sui tre regolamenti che compongono la nuova Pac 2023-2027 (Piani Strategici Nazionali, che riunisce quelli storici su pagamenti diretti e sviluppo rurale, Organizzazione comune dei mercati e Regolamento orizzontale su finanziamento, gestione e monitoraggio della Pac, ndr).

IL PECCATO ORIGINALE E LE OCCASIONI MANCATE – Sarà che il negoziato è partito su un presupposto sbagliato. Perché se alla fine della scorsa legislatura la Commissione Agricoltura dell’Europarlamento aveva votato la sua posizione su tutti e tre i regolamenti, nel frattempo la ‘nuova’ Commissione Ue guidata da Ursula Von der Leyen ha cambiato l’agenda politica europea, con l’adozione del Green Deal europeo (gennaio 2020) e della Biodiversity Strategy e Farm to Fork Strategy (maggio 2020). Eppure la nuova Commissione non ha ritenuto necessario presentare una nuova proposta, che fosse più in linea con la nuova agenda politica dell’Ue rispetto a quella presentata a giugno 2018 e già aspramente criticata (e bocciata dalla Corte dei Conti). Da lì si è ripartiti. Un tentativo è stato fatto quando, a maggio 2020, su pressione dell’Europarlamento, l’organo esecutivo dell’Ue ha presentato a Bruxelles un altro documento, nel quale si cercava proprio una coerenza con il Green Deal, ma la Pac ha seguito un’altra strada, fino alla seduta plenaria del Parlamento europeo di ottobre 2020, quando è stata votata una proposta di compromesso presentata in extremis dai tre principali gruppi politici al Parlamento europeo (Ppe , S&D e Renew Europe) divenuta la base da cui è partito il negoziato del Trilogo Ue.

LE GRANDI AZIENDE RESTANO PRIVILEGIATE – Anche la nuova Pac, nonostante le diverse novità, sarà soprattutto basata sulla logica delle sovvenzioni erogate in base agli ettari di produzione. Per quanto riguarda il primo pilastro (i pagamenti diretti), quel testo prevedeva che almeno il 60% delle risorse andassero a pagamenti settoriali e misure di sostegno al reddito che non rispondono a criteri ambientali. Dunque finiscono soprattutto alle grandi aziende che promuovono l’agricoltura intensiva. È naufragata anche l’ipotesi di introdurre il capping obbligatorio, un tetto massimo all’importo di cui le aziende di maggiori dimensioni possono beneficiare. Il Parlamento proponeva di fissarlo a 100mila euro, con regressività a partire da 60mila euro, ma il Consiglio si è messo di traverso. Non ci sarà limite, quindi, ai sussidi per le grandi aziende, anche se è previsto un obbligo del 10% del budget dedicato a pagamenti diretti che dovrà essere redistribuito tra le aziende più piccole. Sono previste, però, deroghe per gli Stati membri, che possono dimostrare di aver soddisfatto i bisogni redistributivi attraverso altre misure. “I grandi colossi dell’agribusiness continueranno a ricevere miliardi di soldi pubblici senza dover cambiare le proprie pratiche agricole, mentre i piccoli continueranno a scomparire” commenta Eleonora Evi, eurodeputata e co-portavoce nazionale di Europa Verde.

ECO-SCHEMI, I RISCHI DELLA FLESSIBILITÀ – Dall’altra parte ci sono gli eco-schemi, ossia i finanziamenti per gli agricoltori che presentano progetti legati a pratiche rispettose dell’ambiente. Il Parlamento chiedeva che si arrivasse al 30% del primo pilastro (circa 58 miliardi di euro), mentre il Consiglio partiva da una quota inferiore al 20% (quasi 39 miliardi). Poi è arrivata la proposta della presidenza portoghese del Consiglio Ue di una riserva ‘verde’ per gli aiuti diretti al 22% nel 2023 e 2024 e del 25% dal 2025. Alla fine, agli eco-sistemi andrà il 25% delle dotazioni nazionali per i pagamenti diretti, ma anche in questo caso con diverse flessibilità. A iniziare proprio da un tetto al 20% tra il 2023 e il 2024. Un passo in avanti, va pur ricordato, rispetto a quanto indicato dall’ex ministra delle Politiche Agricole, Teresa Bellanova, che non voleva affatto percentuali vincolanti. Tradotto, significa 49 miliardi in 5 anni, ma gli Stati membri potranno restare anche al di sotto del 20% per gli eco-schemi, se compensano (ed ecco le flessibilità) con maggiori interventi in favore di clima e ambiente nel secondo pilastro. E anche qui c’è un problema. Perché la quota di investimenti green nello ‘Sviluppo rurale’ è fissata al 35% del FEARS (compresi i travasi, appunto), inferiore rispetto persino alla media attuale che per i Paesi Ue è al 43%. Insomma, una tagliola sull’ambizione.

IL PROBLEMA DEGLI ALLEVAMENTI INTENSIVI – Il rischio è che gli eco-schemi per migliorare il benessere degli animali, ad esempio, si trasformino in sussidi per gli allevamenti intensivi. Eppure durante il percorso della nuova Pac sono stati sempre fermati i tentativi di tagliare i finanziamenti a questo tipo di allevamenti e limitare densità e numero di animali ammassati nelle aziende (che pure li ricevono). “Con la nuova Pac – spiega a ilfattoquotidiano.it Federica Ferrario, responsabile Campagna Agricoltura di Greenpeace Italia – il rischio è che non solo non si proceda a una progressiva diminuzione delle consistenze zootecniche con politiche che incoraggino l’adozione di diete a base principalmente vegetale, ma che i sussidi a questo settore addirittura aumentino. Potrebbe avvenire anche grazie agli eco-schemi, tramite presunti interventi di miglioramento del benessere animale, che potrebbero invece diventare uno stratagemma per mantenere in essere lo status quo”.

LE EMISSIONI CHE NON DIMINUISCONO – Non è un caso se, pochi giorni prima dell’accordo di giugno, la Corte dei Conti ha pubblicato una relazione secondo cui i circa 100 miliardi di euro di fondi (oltre un quarto della Politica agricola comune 2014-2020) destinati all’azione per il clima non hanno avuto impatti sulle emissioni di gas a effetto serra prodotte dall’agricoltura, che non diminuiscono dal 2010. Metà di queste emissioni arrivano dagli allevamenti del bestiame, che rappresentano il 17% delle emissioni totali dell’Ue. “Rispetto all’uso dei fondi Pac – aggiunge Federica Ferrario – i dati mostrano che tra i 28,5 miliardi e i 32,6 miliardi di euro vanno a beneficio degli allevamenti sempre più intensivi o delle aziende che coltivano prodotti destinati alla mangimistica (tra il 18% e il 20% del budget annuale complessivo dell’Ue) e che oltre il 71% di tutta la superficie agricola dell’Ue (coltivazioni, seminativi, prati per foraggio e pascoli) è destinata all’alimentazione del bestiame”.

LA CONDIZIONALITÀ SOCIALE, PER ORA VOLONTARIA – Un altro elemento di scontro con il Consiglio è stato quello della condizionalità sociale, una serie di misure per assicurare che i fondi non vadano alle aziende che violano i diritti dei lavoratori e, quindi, anche al mondo del caporalato. Un elemento di novità certamente importante, come sottolineato sia dall’ex ministro Paolo De Castro, coordinatore del Gruppo S&D alla commissione Agricoltura del Parlamento europeo, sia dal ministro Patuanelli. Il punto è che dal 2023 al 2025 l’applicazione della condizionalità sociale sarà solo volontaria. Solo dopo dovrebbe diventare obbligatoria ma, nel frattempo, la Commissione Ue dovrà monitorare l’impatto della misura nei vari Paesi dove sarà stata già applicata, per apportare eventuali correttivi.

* da ilfattoquotidiano - 12 Settembre 2021

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2 settembre 2021

Texas contro le donne, vietato l’aborto dopo sei settimane

 di  Marina Catucci  *

La controversa legge del Texas che vieta l’aborto dopo sei settimane dal concepimento è entrata in vigore ieri mattina presto, senza che né la Corte Suprema né una corte d’appello federale si fossero pronunciate sulle richieste di emergenza in sospeso presentate dalle strutture che praticano aborti, dando così il via libera alla sua applicazione.

LA MANCANZA di intervento da parte delle Corti significa che la legge entrata in vigore, una delle più severe della nazione, vieta ora l’aborto a partire da quando viene rilevato il battito cardiaco fetale, ancora prima che molte donne scoprano di essere incinte. E consente ai privati cittadini di intentare causa civile contro chiunque assista una donna incinta che cerca di interrompere la gravidanza in violazione del divieto, dopo le sei settimane, offrendo loro anche un risarcimento, che sembra una ricompensa, di 10mila dollari.
La legge non prevede eccezioni nemmeno per i casi di stupro o di incesto, l’unica violazione della regola può essere fatta per le «emergenze mediche».
La misura, firmata a maggio dal governatore ultra repubblicano Greg Abbott ed entrata in vigore solo ora a causa del mancato intervento delle corti, rende fuorilegge almeno l’85% delle richieste di aborto, ed è stata approvata insieme a tutta una serie di restrizioni sul diritto all’aborto passate negli Stati governati dai Repubblicani, dopo che la conferma del giudice conservatore Amy Coney Barrett ha spinto la Corte Suprema ulteriormente a destra, e ha reso più probabile che la Corte ridimensioni o annulli completamente Roe v. Wade, la storica sentenza del 1973 che ha sancito il diritto costituzionale all’aborto negli Stati Uniti.

TRA TUTTE queste restrizioni, il disegno di legge del Texas si distingue per il nuovo approccio adottato: invece che imporre una pena a chi pratica aborti, consente ai privati cittadini di intentare una causa civile, creando un cosiddetto “diritto di azione privato”.
«Il modo in cui il disegno di legge è strutturato incentiva le azioni legali dei vigilantes che molesteranno coloro che sostengono l’applicazione del diritto di interruzione di gravidanza in Texas – ha spiegato alla Cnn Adriana Piñon, avvocata della sezione texana dell’ACLU, l’associazione che protegge legalmente i diritti civili – Questo approccio mira a proteggere la legge dal tipo di battaglie legali federali che ne avrebbero impedito l’entrata in vigore».

FINO AD ORA nessun altro divieto di aborto a sei settimane era mai stato autorizzato a entrare in vigore, nemmeno per breve tempo, e l’importanza del passaggio di questa legge nello Stato del Texas eccede i confini statali, in quanto è facile che possa fornire agli Stati repubblicani la sponda necessaria per approvare restrizioni estreme sull’aborto anche altrove, senza dover aspettare che la Corte Suprema torni ad esprimersi su Roe v. Wade.
Joe Biden ha definito la legge «apertamente incostituzionale» e ha promesso che la sua amministrazione proteggerà e difenderà il diritto delle donne all’interruzione di gravidanza.

IL PROVVEDIMENTO, ha detto il presidente degli Stati uniti in una nota diffusa dalla Casa Bianca, «riduce significativamente l’accesso delle donne alle cure sanitarie di cui hanno bisogno, particolarmente per le comunità di colore e le persone con basso reddito. E, oltraggiosamente, impone ai privati cittadini di fare causa contro chiunque ritengono abbia aiutato un’altra persona a praticare l’aborto, il che potrebbe includere persino un famigliare, operatori sanitari, staff negli uffici delle cliniche, o estranei con nessun legame con le parti in causa».

* da il manifesto - 2 settembre 2021

nella foto: Manifestazione a Washington, davanti alla Corte Suprema, per il diritto all’aborto