18 agosto 2021

“Numeri sballati e mezze verità sul Nation building: ecco cosa non quadra nel discorso di Biden sull’Afghanistan. La Cina? Non manderà lì un solo soldato ma eserciti di minatori”

 L'INTERVISTA - Claudio Bertolotti, ricercatore Ispi: "Per ragioni anagrafiche il presidente Usa non potrà correre per un secondo mandato: è quindi l'uomo più adatto per chiudere l'esperienza afgana. Quello che è stato completamente sbagliato sono però le modalità del ritiro. Non è vero che Kabul può contare su 300mila soldati altamente addestrati. Ed è falso che gli Stati Uniti non fossero lì per costruire una nazione"

di Mauro Del Corno *

Quello sull’Afghanistan tenuto ieri dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden è stato un discorso freddo e cinico. Quasi spietato se si considerano le scene che in contemporanea giungevano da Kabul. Vice presidente durante gli 8 anni dell’amministrazione di Barak Obama, Biden è sempre stato fortemente contrario all’aumento dei militari impegnati nell’operazione “Enduring fredoom”, ma i toni e le argomentazioni utilizzate dal presidente hanno stupito molti osservatori e creato disorientamento tra gli alleati. Ne abbiamo parlato con Claudio Bertolotti, direttore e responsabile della ricerca della società di consulenza Start InSight, ricercatore Ispi ed autore del libroAfghanistan contemporaneo. Dentro la guerra più lunga“.

Dottor Bertolotti, anche Lei è stupito dalle parole del presidente statunitense?

Voglio fare una premessa. Per ragioni anagrafiche e di salute Biden non potrà correre per un secondo mandato. È quindi l’uomo più adatto per chiudere l’esperienza afgana che, obiettivamente, per gli Stati Uniti non ha più molta ragion d’essere e verso cui l’opinione pubblica americana ha maturato una crescente disaffezione. Anche perché al contribuente statunitense è stato chiesto molto, visto che questa guerra è costata almeno 2mila miliardi di dollari. Quello che è stato completamente sbagliato sono però le modalità del ritiro, oltre ai toni e alle argomentazioni usate da Biden. È stata una figuraccia internazionale e questi errori avranno un costo, in termini di gradimento interno e percezione internazionale dell’ affidabilità di Wasghington.

Torniamo alle argomentazioni utilizzate dal presidente. Cosa in particolare non l’ha convinta?

Nel discorso di Biden ci sono parecchie inesattezze e alcune mezze verità. Innanzitutto il presidente ha completamente ignorato gli altri attori della vicenda, a cominciare dagli alleati della Nato, menzionati di sfuggita. Eppure, a loro volta, questi paesi hanno sopportato perdite umane e costi importanti per essere al fianco degli Stati Uniti in quella che era fondamentalmente una loro guerra. Il presidente è stato ingeneroso anche nei confronti delle forze afgane. Ha affermato che Kabul può contare su 300mila soldati altamente addestrati. Ma questo non è vero, né per quanto riguarda la cifra, né per quanto concerne le caratteristiche. Esercito e forze dell’ordine afgane contavano in tutto 270mila effettivi, tuttavia di questi almeno un terzo erano reclute prive di addestramento che avevano sostituito caduti e/o feriti, chi aveva disertato o si era congedato. Per di più, tra questi, esisteva una quota che possiamo definire “fantasma”, soldati che non si presentavano ma la cui assenza non veniva denunciata dai superiori che, grazie a queste omissioni, continuavano a riceverne gli stipendi. Un rapporto del Sigar (Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction) ha chiaramente evidenziato come solo il 10% delle forze regolari afgane fosse in grado di compiere azioni militari in autonomia. Detto ciò non va dimenticato come le forze speciali afgane si siano distinte in passato per azioni particolarmente audaci e di successo nella riconquista di alcuni centri che, una volta liberati e affidati alle autorità, sono stati rapidamente restituiti ai talebani.

Nelle parole di Biden c’è anche un totale disconoscimento delle scelte compiute dalle precedenti amministrazioni…

Anche su questo il discorso non brilla per onestà intellettuale. Biden afferma che quella in Afghanistan non è mai stata una missione di “Nation building” (costruzione di uno Stato, ndr) ma di semplice contrasto al terrorismo. Purtroppo le parole dei suoi predecessori contraddicono completamente questa tesi. George W. Bush, il presidente che ha iniziato l’operazione nell’ottobre del 2001, scrive nel suo libro di memorie che quella in Afghanistan è stata “l’ultima missione statunitense di Nation building”. Lo stesso presidente Obama ha molto insistito su questo aspetto della campagna che, anzi, durante il suo mandato, si è cercato di accelerare come premessa per il ritiro. Infine il presidente scarica sul predecessore Donald Trump la responsabilità di aver firmato con i Talebani gli accordi per il ritiro statunitense. Questo è vero ma è anche vero che la firma è avvenuta nell’ambito di colloqui avviati sotto l’amministrazione Obama. Inoltre in questa intesa ci sono diverse condizioni, a cominciare dall’impegno talebano a non ricorrere alla violenza. Clausola chiaramente calpestata in questi giorni. Se avesse voluto farlo Biden avrebbe avuto la possibilità di ignorare quell’accordo.

Così facendo la Casa Bianca si pone in contrasto anche con il Pentagono, o sbaglio?

No, è così. Il Pentagono si è sempre opposto al ritiro e ha cercato di rimandarlo il più possibile. Obama scelse di ascoltare i generali e di ignorare la posizione del suo vice. Ora qui si contrappongono due visioni su quella che dev’essere la postura statunitense sullo scenario internazionale. I militari, in particolare il generale David Petraeus che ha codificato le sue tesi nella direttiva Fm3-24 del 2006, la intendono come un’azione di counter insurgency (contro guerriglia con l’uso di forze armate tradizionali su larga scala, ndr). Biden sposa una linea più minimalista, di counter-terrorism, che si esaurisce con l’eliminazione delle minacce. Questo pone problemi anche a noi alleati, visto che tutte le operazioni in atto, compresa quella nel Sahel (area dell’Africa subsahariana che include il Mali dove è in corso un’operazione a guida francese che includono contingenti italiani e di altri paesi europei, con obiettivi di stabilizzazione, ndr) partono dal modello dottrinale della counter-insurgency per diventare SFA – Security Foirce Assistance. Personalmente penso che servirebbe un approccio più pragmatico, con risposte da valutare caso per caso.

Gli Stati Uniti ormai se ne sono andati. Verranno rimpiazzati dalla Cina?

No. La Cina non ha nessuna intenzione, saggiamente, di avventurarsi con uomini e mezzi in un paese che si è dimostrato quasi impossibile da governare. Andrebbe ad impantanarsi. Pechino ragiona in un’ottica di medio lungo termine, guardando da qui a 30 anni. In questa prospettiva ha certamente interesse ad una stabilizzazione dell’Afghanistan che le permetta di sfruttarne le grandi risorse minerarie su cui ha già fatto investimenti importanti. Ma non vedremo un solo soldato cinese varcare il confine, vedremo invece in futuro degli eserciti ma saranno eserciti di minatori e ingegneri. Aggiungo che un Afghanistan destabilizzato produce un Pakistan destabilizzato, paese in cui la Cina sta investendo molto anche in chiave di contrasto all’India.

C’è poi la questione degli Uiguri, la minoranza di religione islamica che abita le zone del nord ovest cinese e che crea molti grattacapi alle autorità. La Cina peraltro è accusata di diverse violazioni di diritti umani perpetrate a danno di queste popolazioni.

La grande paura cinese è che le logiche della Jihad contamininoo queste aree, che prenda piede la suggestione di un Islam che si afferma. Non dimentichiamo che gruppi jihadisti uiguri hanno combattuto in Afghanistan insieme ai Talebani. E non dimentichiamo neppure il fatto che, già nel 2015, Pechino accolse ufficialmente una delegazione talebana per discutere anche di tale questione. All’epoca la richiesta cinese fu quella di un’eliminazione delle forze Uigure che si battevano al loro fianco.

* da FQ - 18 Agosto 2021

17 agosto 2021

“In Afghanistan non abbiamo portato né libertà né democrazia. Il 90% dei soldi è stato speso a fini militari, questo è il grande fallimento Usa”

 L'INTERVISTA - Nicola Pedde (Institute for global studies) - Quello che va in scena in questi giorni è il totale fallimento di una missione che non è mai riuscita a dotare il paese delle infrastrutture e dell'organizzazione per dar vita ad uno stato democratico. Solo il 10% dei finanziamenti è servito per costruire infrastrutture civili mentre il potere è stato affidato ad una élite corrotta e autoreferenziale. I Talebani cercheranno un riconoscimento della comunità internazionale che, in una qualche misura, c'è già stato. La Cina non ha né la voglia né l'interesse ad investire massicciamente nel paese

di Mauro Del Corno *

Avevano detto tre mesi, sono bastati pochi giorni. Dopo 20 anni di presenza occidentali i talebani sono di nuovo padroni dell’Afghanistan. “Gli americani hanno gli orologi, noi abbiamo il tempo”, erano soliti dire i capi del movimento e gli ultimi accadimenti sembrano dar loro ragione. Fortemente radicati in alcune aree del paese, già dal 2015 controllavano circa il 40% dell’Afghanistan. Una presenza che è sempre stata forte fuori dalle principali aree urbane. Tuttavia la rapidità con cui hanno assunto il controllo dell’intero paese stupisce gli osservatori. Ne parliamo con Nicola Pedde, direttore dell‘ Institute for Global Studies e in passato a capo della ricerca sul Medio Oriente presso il Centro militare di studi strategici.

Dott. Pedde, dopo il ritiro delle forze statunitensi quello dell’Afghanistan era probabilmente un destino segnato. Ma perché le strutture create non sono state in grado di opporre la minima resistenza all’avanzata talebana?
Dobbiamo fare una doverosa e fondamentale premessa. Affermare che in questi vent’anni l’occupazione occidentale abbia portato democrazia e libertà nel Paese è una falsità. C’è stato qualche apprezzabile avanzamento di alcuni diritti ma niente di più. Il paese è stato affidato ad un’élite autoreferenziale e corrotta che non ha mai avuto il sostegno della società afgana. Molto semplicemente il vecchio sistema è stato calato in strutture nuove, la sostanza è rimasta la stessa. Gli afgani lo hanno fatto capire chiaramente. Perché dovremmo imbracciare le armi e impegnarci in una nuova guerra per difendere il presidente Ashraf Ghani che di questa realtà è la massima espressione? si sono chiesti. La risposta la abbiamo sotto gli occhi. Soprattutto, in questo ventennio, non si è creato nessun presupposto per dotare il paese della capacità di sostentarsi autonomamente. Il 90% dei finanziamenti se n’è andato in spese militari. Alla costruzione di infrastrutture civili è stato destinato appena il 10%. Questo è il vero e grande fallimento dell’operazione statunitense.

Detto brutalmente, perché gli Stati Uniti se ne sono andati proprio adesso?
Molto semplicemente non hanno più nessun interesse a proseguire una guerra i cui costi sono diventati insostenibili, soprattutto in un momento in cui il paese vara piani da migliaia di miliardi di dollari per sostenere la ripresa della sua economia. Il disimpegno dall’Afghanistan è stato gestita malissimo, si sarebbe ad esempio potuto aspettare l’inverno, quando i valichi di montagna sono impraticabili e l’avanzata talebana sarebbe stata più lenta, ma n0n c’era nessun motivo logico per restare. Si parla dei sacrosanti diritti delle donne ma, diciamocelo onestamente, non è mai stato questo il motivo per cui gli eserciti occidentali erano in Afghanistan.

Gli Usa abbandonano la scena e in molti prevedono che il nuovo protagonista sul palcoscenico afgano sarà la Cina. Cosa ne pensa?
Sono abbastanza perplesso di fronte a queste letture che danno quasi per certo un forte impegno cinese nel paese. Non credo che Pechino abbia tutto questo interesse ad imbarcarsi in un’operazione che, ripeto, richiede giganteschi sforzi economici. Anche la Cina è alle prese con un rallentamento della sua economia. Quello che Pechino vuole assolutamente scongiurare è che si saldi e rafforzi il legame tra Talebani e Uiguri (etnia di religione islamica che abita zone del nord ovest della Cina, ndr), per questo la Cina è comunque interessata a mantenere buoni rapporti con Kabul e a dialogare con chi governa il paese.

Eppure l’Afghanistan è potenzialmente, e letteralmente, una miniera d’oro. La Cina ha già investito negli scorsi anni 4 miliardi di dollari nelle miniere di rame di Anyak. Alcune stime indicano in mille miliardi di dollari il valore dei minerali che si troverebbero nel sottosuolo del paese, rame, ferro, oro oltre a cobalto, molibdeno e cosiddette terre rare.
È vero ma lo è sulla carta. Molti di questi dati non sono del tutto verificati e comunque, ripeto, per poter attingere davvero a queste risorse servono investimenti colossali. E tempo… almeno altri 20 anni per dotare il paese delle infrastrutture necessarie. In questo momento chi se lo può permettere?

Cosa si attende adesso, cosa faranno i Talebani dopo aver conquistato il paese?
Devono passare dalla fase oppositiva a quella costruttiva. Una transizione molto difficile, soprattutto alla luce delle divisioni che storicamente attraversano il movimento talebano. Unirsi contro un nemico comune è relativamente semplice, governare e sfamare un paese lo è molto meno. Godono di una qualche apertura di credito da parte della popolazione e, tutto sommato, della comunità internazionale che, in una qualche misura li ha già legittimati accettandoli come interlocutori nei colloqui di Doha. Terranno un profilo basso, cercheranno in ogni modo di non venire isolati in ambito internazionale e questo potrebbe costituire una leva per ottenere concessioni in termini di diritti. Immagino che da un punto di vista economico, inizialmente, punteranno soprattutto sulle coltivazioni di papavero da oppio e quindi sui traffici di stupefacenti. Del resto, mano mano che i finanziamenti internazionali si assottiglieranno, non hanno grandi alternative. Il tempo a disposizione non è molto. I destini dello stato talebano e dei suoi rapporti con la popolazione si giocheranno nei prossimi sei mesi.

Inutile girarci intorno, in un paese che ha un età media di 18 anni e un’ aspettativa di vita di 45 anni, molti giovani afgani sono stati sedotti più dal messaggio jihadista che dal modello proposto, come abbiamo visto in modo molto poco convincente, dagli occidentali.
La generazione del Mullah Omar non esiste più, decimata dai 20 anni di conflitti. È stata in gran parte sostituita da una nuova leva che è cresciuta vivendo sulla propria pelle il fallimento del progetto occidentale e reagendo di conseguenza.

Sullo sfondo di questi ragionamenti ci sono gli altri tre attori dell’area: Pakistan, Iran ed India. Oggi i titoli di stato pakistani hanno registrato una forte caduta del prezzo e un incremento dei rendimenti, segnale che indica la percezione degli investitori di problemi in vista per Islamabad…
In tutta questa lunga vicenda il Pakistan è stato l’attore internazionale più ambiguo. Storicamente Islamabad ha interesse ad avere a che fare con un Afghanistan destabilizzato e debole, in modo di avere ai suoi confini un’entità manovrabile e non pericolosa. Ha fatto doppi e tripli giochi, tra l’altro sostenendo due delle componenti talebane più radicali. Non dimentichiamoci peraltro dove è stato trovato e ucciso Osama bin Laden nel 2011 (a Abbottabad, cittadina a 50 km dalla capitale pakistana dove ha sede una caserma dell’esercito, ndr). Ora per il Pakistan ci sono due grandi problemi, il primo è che il nuovo potere talebano potrebbe davvero farsi stato, il secondo è che il suo operato potrebbe venire più chiaramente in luce. L’India ha avuto un ruolo molto più defilato e non penso che la nuova situazione cambierà l’atteggiamento di Nuova Delhi.

Quanto all’Iran?
Teheran storicamente è nemica dei talebani (che si rifanno ad un’ Isalm wahabita di matrice sunnita, come l’Arabia Saudita, ndr) ma, a sua volta, in questi 20 anni ha avuto un atteggiamento piuttosto ambiguo cercando di creare problemi alla coalizione guidata dagli Usa. L’Iran ha già circa 3 milioni di profughi afgani sul suo territorio, di cui appena uno su tre regolarmente censito. Ha il terrore di dover gestire un’ulteriore ondata di profughi in un momento in cui il paese è in gravi difficoltà economiche. Inoltre i traffici di stupefacenti afgani transitano in gran parte attraverso l’Iran, un elemento che può far aumentare le tensioni e quindi crea ulteriori preoccupazione.

* da FQ - 17 Agosto 2021  - nella foto: Il presidente degli Usa Joe Biden 

15 agosto 2021

Incendi: La prevenzione che manca e l’impunità dei criminali

di Mario Tozzi *

Gli incendi appiccati in Italia in questa estate rovente hanno causato la morte non solo di molti umani, ma anche di oltre venti milioni di animali selvatici, soffocati e bruciati vivi. Una strage paragonabile, in proporzione, a quella dei koala, arrostiti e portati sull’orlo dell’estinzione fra il 2019 e il 2020 nei grandi roghi dell’Australia orientale. Forse ci vogliono questi numeri per sfondare quel muro di insensibilità diffusa con cui ci si scontra quando si parla di foreste e boschi secolari divorati dalle fiamme.

Dei vegetali, ancorché essenziali alla vita sulla Terra, importa poco ai sapiens, degli animali, forse, qualcosa di più. Ma gli oltre 100.000 ettari bruciati solo finora in Italia hanno un valore che va al di là di ogni possibile prezzo (pure stimabile: si calcola in oltre 500 milioni di euro la spesa media annuale per riparare i danni degli incendi in Italia), perché la foresta è un valore non dato dalla somma dei singoli alberi, tanto quanto quello di un computer non sta nel prezzo dei suoi singoli chip in silicio. Le foreste sono patrimonio collettivo, memoria e casa dei viventi, e forniscono gratuitamente una serie di servizi senza i quali i sapiens andrebbero ramenghi: aria pulita, immagazzinamento di anidride carbonica, acque depurate, svago e divertimento, insomma vita.

Le cause le conosciamo ormai perfettamente: oggi non sono soltanto i contadini o i pastori, e nemmeno i cacciatori, ad appiccare il fuoco con impressionante sistematicità, e per fortuna nessuno parla più di autocombustione, fenomeno pure possibile, ma responsabile di meno del 5% degli incendi. E sarebbe ormai il caso di abbandonare il termine piromani, come se l’incendio fosse dovuto all’atto narcisista di un pazzo fuori controllo. Al contrario, l’incendio è frutto di una strategia sistematica di distruzione del territorio che ha come responsabili gli speculatori edilizi, coloro che si oppongono alla protezione della natura e ai parchi naturali e, qualche volta, quelli che sugli incendi ci campano, fino ad arrivare al paradosso dei lavoratori forestali stagionali che appiccano il fuoco per continuare a trovare lavoro nel rimboschimento successivo.

Poi ci si mette anche il cambiamento climatico, con buona pace degli scettici e di quelli che cadono sempre dal pero quando vi si fa riferimento: anni di siccità, temperature dell’atmosfera prossime ai 50°C, abbassamento delle falde acquifere e impoverimento delle acque dolci di superficie hanno quel minimo comune denominatore del clima, non del destino cinico e baro. Nell’innesco e nella propagazione istantanea delle fiamme.

È vero che le leggi vieterebbero, in teoria, di costruire nelle zone incendiate, ma non è facile delimitare il perimetro dei boschi, una volta che sono stati inceneriti. Così sarà comunque più facile chiedere di costruire in aree che non presentano più, evidentemente, il pregio che la foresta conferiva loro. I parchi naturali, visti come un vincolo alle ansie costruttive o di sfruttamento turistico, sono poi un altro obiettivo, con l’aggravante che si tratta di foreste primigenie, che si ricostituiscono solo in secoli. Un catasto obbligatorio delle aree bruciate a livello comunale, il divieto assoluto di ricostruire nelle aree bruciate per sempre e la sorveglianza (anche satellitare) mitigano il rischio, magari suggerendo di svincolare i rimboschimenti dal vincolo regionale.

Varrebbe la pena di ricordare che non è tanto questione di canad-air o elicotteri: quando si ricorre ai mezzi aerei la battaglia contro le fiamme è già perduta, perché la maggior parte del lavoro deve essere fatto, invece, in prevenzione, durante l’inverno e l’autunno, che dopo è troppo tardi. Ma bisogna anche catturare i criminali del fuoco e presentare loro un conto salato: dove ciò è accaduto (come per esempio all’isola d’Elba), gli incendi sono praticamente spariti, dove c’è impunità, invece, continuano imperterriti. Questi criminali torneranno a casa, dormiranno accanto a qualcuno, perciò denunciateli, anche se sono famigliari, perché il loro è un crimine contro l’umanità.

Che si rinnova dopo l’estate. Quando passa il fuoco, i danni sono duplici: le piante che vengono distrutte a tutti i livelli, comprese le radici (l’incendio sotterraneo), lasciano il suolo facile preda delle piogge autunnali, dell’erosione selvaggia e delle frane. Un fenomeno che avviene oggi in tutto il Mediterraneo e particolarmente in Italia, che torna a bruciare al ritmo forsennato di 100.000 ettari all’anno e che ha il 47% del territorio a rischio idrogeologico.

* da La Stampa – 12 agosto 2021