20 gennaio 2016

CGIL, ecco la Carta dei diritti universali


Sindacato. Susanna Camusso presenta la proposta di un nuovo Statuto dei lavoratori: dovrà diventare una legge, a cui verranno accoppiati dei referendum. «Ma non è una crociata solo contro il Jobs Act». Riposo, maternità, equo compenso e ammortizzatori per tutti, indipendentemente dal tipo di contratto. La consultazione degli iscritti e il confronto con Cisl, Uil e associazioni
 
di   Antonio Sciotto

Si chiama Carta dei diritti universali del lavoro, e rappresenta, nei progetti della Cgil, il nuovo Statuto per i lavoratori del futuro: 97 articoli in 64 pagine che dovrebbero diventare una proposta di legge di iniziativa popolare. Il concetto chiave, come ha spiegato ieri la segretaria Susanna Camusso in una conferenza stampa tenuta ineditamente davanti alla stazione Termini, è quello di «regolare i diritti non più in base alla tipologia contrattuale, ma definendoli per tutte le persone che lavorano, qualsiasi rapporto abbiano». Dipendenti a tempo indeterminato o determinato, partite Iva, collaboratori dei tipi più vari, tutti dovranno godere di un corredo di diritti unico e universale, che verranno magari poi usufruiti in maniera diversa a seconda dei casi.

Per sostenere la sua proposta, la Cgil ha indetto una consultazione straordinaria delle iscritte e degli iscritti, «che per la prima volta nella sua storia — ha spiegato Camusso — non riguarda un accordo o un contratto, ma la direzione politica e strategica della confederazione». I tesserati verranno chiamati a esprimersi — attraverso assemblee nei luoghi di lavoro e nelle leghe pensionati — sul testo, ma nel frattempo «vorremmo aprire — ha proseguito la segretaria Cgil — un dibattito più vasto possibile, con le associazioni dei lavoratori autonomi, gli intellettuali e i giuristi, con Cisl e Uil. E naturalmente ci confronteremo con la politica», anche perché l’augurio è quello che prima o poi la legge arrivi a essere discussa appunto in Parlamento.
Camusso ha comunque sottolineato il carattere «autonomo» della proposta di legge, slegata dai partiti e puramente “cigiellina”: a maggior ragione per il fatto che la Carta verrà accompagnata (se gli stessi iscritti lo approveranno con la consultazione) da una serie di quesiti referendari «che puntano ad abrogare tutte le norme che negli ultimi anni hanno destrutturato e diminuito i diritti del lavoro». «Non si deve fare l’equazione diretta Carta del lavoro–Jobs Act — ha poi aggiunto la leader Cgil — Non stiamo lanciando un referendum abrogativo che si concentra sulle leggi varate dall’ultimo governo, ma andremo a toccare provvedimenti anche dei passati esecutivi, dal Collegato lavoro all’Articolo 8, norma che permette di derogare alle leggi»
.
La Carta è divisa in tre parti. Nella prima sono definiti i diritti che dovranno essere riconosciuti a tutti i lavoratori. Elenca i principali la stessa Camusso: «Il riposo, la maternità e la paternità. Il diritto a essere informati sulle proprie condizioni di lavoro e alla sicurezza. La libertà di espressione. Il diritto a non essere discriminati e quello alla riservatezza. Al sapere, che è istruzione e formazione continua. Il diritto d’autore: il rispetto dovuto alle creazioni dell’intelletto, non permettendo che le imprese le inglobino senza riconoscimento».
E ancora: «L’equo compenso, gli ammortizzatori sociali e il sostegno al reddito, il diritto alla tutela pensionistica». Lo sforzo della Cgil, al di là della battaglia per i contenuti, è quello di andare a intercettare tanti nuovi lavoratori — giovani ma non solo — che hanno impieghi sempre più saltuari e intermittenti, spesso di intelletto, e che non si concentrano necessariamente nella fabbrica, nel call center o nel centro commerciale. I lavori di intelletto, o del terziario, spesso raggiungibili solo attraverso i social.
Molti di loro, anche gli autonomi, ha spiegato Camusso, oggi sentono il bisogno di una tutela collettiva e del sindacato: spesso perché la partita Iva è imposta, e di fatto si è dipendenti mascherati, ma diritti come la malattia, le ferie, i riposi, devono essere patrimonio comune di chiunque lavori, anche se genuinamente autonomo. Nessuno spazio però, in questa prospettiva, per il reddito di cittadinanza: «L’obiettivo resta il diritto al lavoro, con i dovuti ammortizzatori».

La seconda parte della Carta è dedicata alla contrattazione: «Deve essere inclusiva — ha spiegato Camusso — e avere valore per tutte le figure di un settore. Bisogna realizzare l’articolo 39 della Costituzione, la validità erga omnes, certificando la rappresentanza, anche delle imprese. E cancellare le deroghe». Altro articolo della Costituzione da applicare, il 46: «La partecipazione, che per noi significa conoscere e potere intervenire sugli investimenti e l’organizzazione».

Infine, la parte dedicata al «riordino delle tipologie contrattuali»: con un’attenzione ai nuovi fenomeni, come «l’esplosione dei voucher», o la «trasformazione dell’apprendistato, visto che sembra sempre più complicato ricevere un’autentica formazione». I 97 articoli non dovranno valere solo per i lavoratori privati, ma includono anche il pubblico impiego.
«La nostra non è una battaglia difensiva, per tornare al passato — ha concluso Camusso — ma intendiamo guardare al futuro. Certo che serve una tutela contro i licenziamenti ingiustificati, ma noi non raggiungeremo i nostri obiettivi solo abrogando, perché non basterebbe. Bisogna anche costruire».

* da il manifesto 19 gennaio 2016

16 gennaio 2016

Rinnovabili: nuovo record d’investimenti nel mondo, ma è fuga dall’Italia

nella foto: investimenti energie pulite nel mondo


Il prezzo del petrolio ai minimi non ferma l’energia pulita, ma c’è chi va controcorrente *

Da più di 120 dollari a barile a meno di 30: il prezzo del petrolio sui mercati mondiali ha subito un tracollo impensabile solo pochi anni fa, ma che sembra destinato a rappresentare il new normal – seppur in un mercato sempre più dominato dalla volatilità – per ancora molto tempo. Secondo le ultime previsioni diffuse dall’Energy information administration degli Stati Uniti, un barile di petrolio nel 2017 non costerà più di 50 dollari. 

A questi prezzi, come reagisce il mercato delle energie rinnovabili?
A quanto pare, splendidamente. A livello globale, suggerisce l’ultima analisi prodotta dall’autorevole Bloomberg new energy finance, gli investimenti nelle rinnovabili sono incrementati di 6 volte rispetto al 2004, raggiungendo nel 2015 il record di 328,9 miliardi di dollari. «Queste cifre sono una splendida replica a tutti coloro che si aspettavano uno stallo negli investimenti in energia pulita, di fronte al calo dei prezzi di petrolio e gas», commenta Michael Liebreich, presidente dell’advisory board di Bloomberg new energy finance. Sottolineano il miglioramento della «competitività dei costi» delle energie rinnovabili, ed «è molto difficile vedere queste tendenze tornare indietro, alla luce dell’accordo sul clima di Parigi».

Quello delle rinnovabili si mostra dunque come un mercato in forte espansione, ma non è così in tutto il mondo. Il leader di oggi è la Cina: proprio il gigante asiatico, alle prese con un’evoluzione del proprio modello di sviluppo, rappresenta il player che più di ogni altro ha investito nel 2015 nel settore delle rinnovabili, con un incremento dei propri investimenti del 17% rispetto al 2014.

A scivolare ancora invece è l’Europa, che vede ogni anno declinare la sua posizione di iniziale leadership negli investimenti in rinnovabili, che nel 2015 hanno toccato quota 58,5 miliardi di dollari: un calo del 18% rispetto al 2004, e il livello più basso toccato dal 2006.
I paesi leader, come la Germania, non sfuggono a questa logica; i tedeschi hanno anzi lasciato sul terreno investimenti in percentuale maggiore rispetto alla media europea, perdendo il 42% rispetto al 2014 (ma mantenendo una fetta più che rilevante in senso assoluto, pari a 10,6 miliardi di dollari). 

La seconda potenza industriale del Vecchio continente, l’Italia, certo non se la passa meglio. Dopo una trionfante corsa, che ha portato l’Italia a tagliare traguardi importanti in fatto di potenza rinnovabile installata, dal 2012 si assiste a un costante declino: l’anno seguente gli investimenti erano già diminuiti del 70%. Da allora, a parte alcune isole felici che rimangono floride – come la geotermia in Toscana – per le rinnovabili italiane in generale le cose non si sono messe bene. Qui però il principale imputato non è il basso prezzo del petrolio, quanto una miopia nella politica industriale.
«Negli ultimi anni con impressionante sistematicità, i Governi Monti, Letta e Renzi sono intervenuti per ridurre drasticamente le possibilità di investimento nelle fonti rinnovabili – è la valutazione prodotta da Legambiente sul finire del 2015 – Per il solare fotovoltaico sono stati cancellati nel 2013 gli incentivi in conto energia, il sistema di incentivi per il solare fotovoltaico, (che in Germania invece sono ancora in vigore) togliendoli perfino per le famiglie e per la sostituzione dei tetti in amianto. Per le altre fonti rinnovabili i tagli sono cominciati nel 2012 e si può sostenere, con difficoltà di smentita, che da allora non vi sia stato un solo provvedimento da parte dei Governi italiani che ne abbia aiutato lo sviluppo».

Basti pensare che, nel 2015, la parte del leone degli investimenti mondiali in rinnovabili è stata assorbita dai parchi eolici offshore nel Mare del Nord e al largo delle coste della Cina. In Italia, invece che le pale, si pensa a rilanciare le trivelle: un salto industriale antistorico, che continuerà a pesare sul futuro del Paese.

*         da greenreport.it    ( L.A.) - 15 gennaio 2016

5 gennaio 2016

Uk, Corbyn prepara il nuovo governo ombra. “Vendetta contro le polemiche”



Un’operazione che viene vista ora come una punizione, di sicuro una reazione ai transfughi e alle feroci critiche al suo operato e al suo pensiero. Del resto, da quando è diventato leader del Labour britannico, il pacifista più famoso del Regno Unito è stato attaccato sui media e nelle stanze del parlamento su più fronti

di Daniele Guido Gessa *

Tanto fecero che, alla fine, anche uno dei politici più pacati del panorama britannico arrivò a sbottare. C’è aria di novità nel Regno Unito, dove il leader dell’opposizione, Jeremy Corbyn, si prepara a un rimpasto del suo governo ombra che dovrebbe arrivare nella serata di martedì 5 gennaio.

Un’operazione che viene vista ora come una ‘vendetta’, di sicuro una reazione ai transfughi e alle feroci critiche al suo operato e al suo pensiero. Del resto, da quando Corbyn è diventato leader del Labour britannico, lo scorso 12 settembre, il pacifista più famoso del Regno Unito è stato attaccato sui media e nelle stanze del parlamento su più fronti. Prima venne il suo apparente rifiuto di cantare l’inno nazionale, ‘God save the Queen’, Dio salvi la regina, durante un evento commemorativo dei caduti di tutte le guerre nella cattedrale di Saint Paul, a Londra. Poi ancora venne il suo rifiuto a inchinarsi di fronte alla sovrana – lui, tendente al repubblicanesimo – in diverse occasioni, poi vennero le sue prese di posizione contro missili nucleari, raid in Siria per schiacciare l’Isis (con il rischio concreto di colpire anche la popolazione civile) e altre politiche del governo conservatore guidato da David Cameron.

Eppure Corbyn, 66enne e parlamentare per il seggio di Islington, pacifista e vicino a Syriza e Podemos, anche nel suo discorso di Capodanno – in realtà assai oscurato dai media britannici – è stato chiaro: pur non essendo più giovane, almeno per gli standard della politica del Regno Unito, ha assoluta intenzione di provare a entrare a Downing Street, nel 2020, quando si voterà nuovamente per parlamento e governo. E Corbyn è così determinato nell’imporre la sua linea da aver deciso di dare uno scossone, in questi giorni, al suo entourage più stretto che si incarna nel governo ombra di opposizione. Molti, in queste ore, stanno così chiamando l’operazione di Corbyn “il rimpasto della vendetta”. Perché negli ultimi mesi proprio quelli che avrebbero dovuto dimostrargli completa fedeltà sono partiti ‘per la tangente’, entrando in dissenso con il leader voluto da oltre il 50% dei votanti alle primarie, criticandolo aspramente e, a volte, come accaduto lo scorso 2 dicembre per il via libera a Westminster dei raid in Siria contro il sedicente “Stato islamico”, anche votando contro la sua linea.

La previsione di quello che accadrà è semplice: via quei ministri ombra più critici, che in alcuni casi potranno essere estromessi e in altri messi a capo di deleghe meno ‘problematiche’. E via libera ai fedelissimi, quelli che negli ultimi mesi hanno appoggiato la sua opposizione per esempio al programma di rinnovo dei missili nucleari Trident in Scozia oppure il suo pacifismo spinto, a volte talmente eccessivo da mandare su tutte le furie anche l’ex primo ministro laburista Tony Blair, che ha più volte avvertito il partito della possibile “disgrazia” in arrivo. Quel Tony Blair che volle la guerra in Iraq nel 2003, che a denti stretti ha poi chiesto parzialmente scusa per quel conflitto e che invece, per quanto riguarda la Siria, è convinto della necessità dell’intervento di Londra al fianco della coalizione.

Intanto, però, fra gli alti dignitari del principale partito di opposizione la preoccupazione è forte. Parlando con Sky News, uno di questi, che ha chiesto di restare anonimo, ha detto che il Labour rischia di diventare “un culto religioso”, tutto incentrato attorno alla figura di un leader plenipotenziario. Un altro, l’attuale ministro ombra per la Cultura, Michael Dugher, sempre parlando con il canale televisivo del magnate Rupert Murdoch, ha detto che il partito laburista rischia invece di trasformarsi in un “politburo di sette persone” che guideranno l’intero partito. Va detto, tuttavia, che diversi sondaggi da mesi mostrano una costante: la base del partito, fatta di giovani spesso non troppo benestanti e che sono molto più a sinistra dei parlamentari laburisti che siedono alla Camera dei Comuni e alla Camera dei Lord, è contenta su ogni fronte per le decisioni prese finora da Corbyn. Ecco così che, ipotizzano ora analisti e commentatori, il rimpasto ‘della vendetta’ del leader sarà sicuramente criticato ai piani alti ma incontrerà pochissima opposizione fra chi veramente poi vota alle urne.

Quasi certamente, a essere coinvolto nel rimpasto sarà l’attuale ministro ombra degli Esteri, Hilary Benn, che lo scorso 2 dicembre si espresse a favore dei raid in Siria proprio avendo alle spalle un Corbyn dalla faccia contrita, che poco prima aveva urlato il suo “no” all’attacco aereo contro l’Isis. Secondo la Bbc, però, Benn è troppo potente da essere estromesso completamente, ecco così che la previsione è che Corbyn gli assegni deleghe molto più ‘pacifiche’, sulle quali sia d’accordo con il suo capo. Sugli altri nomi che verrebbero estromessi al momento vige ancora il mistero, o meglio la stampa britannica cerca di essere diplomatica il più possibile.

Però pesano le parole di Pat McFadden, che nel governo ombra è sottosegretario con delega all’Europa. Una posizione importantissima di questi tempi in cui si discute tanto di Brexit e in cui si aspetta che il primo ministro conservatore, David Cameron, finisca la sua rinegoziazione con Bruxelles in vista di un referendum ‘dentro o fuori l’Unione europea’. McFadden, parlando con la radio della Bbc, è stato fermo e determinato: “Corbyn ha sempre parlato di una politica aperta e pluralista, ma un rimpasto che sia una punizione per un ministro ombra che è in disaccordo con lui potrebbe apparire alla fine esagerato e divisivo”. C’è insomma da scommettere che l’opposizione al leader di opposizione non finirà con un semplice rimpasto: Corbyn avrà sicuramente tanti problemi di tenuta da affrontare nei prossimi mesi.

* da ilfattoquotidiano  4 gennaio 2016