2 settembre 2026

Fuad Beritan (Pjak): «La questione curda va risolta insieme alla democratizzazione dell’Iran»

di Tiziano Saccucci  *

dal Rohjelat - Kurdistan Iraniano  Intervista a uno dei leader del Partito per una Vita Libera in Kurdistan: «La più grande vittoria dei curdi non è restare per sempre buoni combattenti. Vogliamo che le future generazioni non siano costrette a prendere le armi»  

Fuad Beritan Membro del Consiglio di leadership del Pjak, il Partito per una Vita Libera in Kurdistan

Fuad Beritan è membro del Consiglio di leadership del Pjak, il Partito per una Vita Libera in Kurdistan. Il manifesto lo ha incontrato sulle montagne del Kurdistan per discutere del futuro del movimento curdo in Iran dopo i cambiamenti in Turchia e in Siria.


Partiamo dal Rojava. Come valuta la fine delle SDF come forza militare indipendente?

Non credo che sia la fine del Rojava. Al contrario, penso che segni la conclusione di una fase e l’inizio di un’altra. Il Rojava non si è mai ridotto alla sua dimensione militare, e non può quindi scomparire con lo scioglimento o l’integrazione delle SDF. È un’esperienza sociale, politica e democratica, nata in condizioni estremamente difficili e capace di resistere all’ISIS, alla guerra civile siriana e alle minacce regionali. Oggi le SDF hanno cessato di essere una forza militare indipendente e la loro integrazione nelle strutture dello Stato siriano è ormai in corso. Ma la questione fondamentale non è la sopravvivenza del loro nome. Il punto è capire in che modo, nella nuova Siria, verranno garantiti i diritti dei curdi, le conquiste sociali delle diverse comunità della regione, la sicurezza, la partecipazione politica e la volontà popolare. Anche gli accordi del 2026, accanto all’integrazione, hanno affrontato la questione dei diritti culturali e linguistici dei curdi, la loro partecipazione politica e il ruolo nelle amministrazioni locali. Se dunque il Rojava entra in una fase prevalentemente politica e sociale, non significa che sia stato sconfitto. Può anzi rappresentare una forma più avanzata di lotta.

Perché una parte della società curda continua a guardare con diffidenza a questi processi e considera una resa il passaggio dalla lotta armata alla politica?

È comprensibile che un popolo sottoposto per un secolo a politiche di negazione guardi con cautela alle promesse degli Stati. Non abbiamo dimenticato la lunga storia di promesse disattese. Chi chiede: «Se deponiamo le armi, che garanzie abbiamo che non torneranno a negare la nostra esistenza?» pone quindi una domanda legittima. Bisogna però distinguere tra la resa e un cambiamento dei mezzi con cui si lotta. Arrendersi significa rinunciare ai propri diritti e accettare senza condizioni ciò che impone la controparte. Se invece un movimento, dopo decenni, decide di continuare a perseguire i propri obiettivi con strumenti politici, sociali e democratici, non sta capitolando: sta spostando quella lotta su un altro terreno. Il passaggio dalla guerra alla politica democratica e agli strumenti del diritto non va letto come una sconfitta, ma come una conquista storica.

Quali sono, secondo lei, le condizioni necessarie per chiudere definitivamente il conflitto?

La vera pace non è semplicemente il silenzio delle armi. Se domani si smettesse di sparare, ma la lingua curda continuasse a essere vietata; se le persone non potessero scegliere liberamente i propri rappresentanti; se un politico venisse incarcerato per la propria identità; se non fosse garantita a tutti un’eguale partecipazione politica, quella pace non potrebbe durare. La pace richiede diritti, garanzie giuridiche, libertà politica, uguaglianza tra i cittadini e libertà di organizzarsi democraticamente. Non possiamo pensare alla sicurezza di una parte e alla libertà dell’altra. Sicurezza e libertà devono essere garantite a tutti, nello stesso momento. Per questo credo che la prossima fase della lotta curda debba puntare a consolidare la democrazia nelle istituzioni e nella società: nei parlamenti, nelle amministrazioni locali, nella società civile, nelle università, nei media e nell’economia.

Ma se un movimento depone le armi, non rischia di perdere capacità di deterrenza e potere negoziale?

Il potere non sta soltanto nelle armi. Nel XXI secolo la forza di una società dipende anche dalla sua capacità di organizzarsi, dalla legittimità di cui gode, dal peso politico, dalle reti della società civile, dall’economia, dalla cultura, dalla partecipazione delle donne e dei giovani e dalla capacità di costruire alleanze ampie. Se una società affida tutta la propria forza alle armi, finisce per limitarla. Se invece riesce a investire nella politica e nella società la stessa energia e lo stesso spirito di sacrificio, la sua capacità d’azione può moltiplicarsi. Credo quindi che oggi dovremmo cambiare la domanda che ci poniamo. Invece di domandarci: «Quanto saremo più deboli senza le armi?», dovremmo chiederci: «Come possiamo rafforzarci sul piano sociale e politico fino a non avere più bisogno delle armi per farci ascoltare?». È questo che intendo quando parlo di trasferire la forza dal terreno militare a quello politico.

Se la soluzione era la pace e la politica, allora perché avete combattuto?

È una domanda a cui bisogna rispondere con sincerità. Abbiamo forse combattuto per il semplice gusto di combattere? No. Abbiamo combattuto perché, in determinati momenti storici, veniva negata l’esistenza stessa dei curdi. La nostra lingua, la nostra identità e perfino i nostri diritti politici erano sotto attacco. In quelle condizioni, per una parte importante del movimento curdo la lotta armata è diventata uno strumento per difendere la società stessa. Migliaia di persone hanno perso la vita. È una realtà che non possiamo ignorare, ma che non dobbiamo neppure romanticizzare. Il loro sacrificio, però, non significa che le generazioni successive debbano ripetere all’infinito gli stessi metodi. Una generazione può essere costretta a combattere per sopravvivere. Quella successiva deve poter usare la politica per costruire condizioni di vita migliori. Se oggi i curdi possono parlare apertamente dei propri diritti, se la questione curda non può più essere esclusa dagli equilibri politici della regione, lo dobbiamo anche a quella resistenza storica. Per questo, a chi chiede: «Perché avete combattuto, se poi avete scelto la pace?», rispondo che la storia cambia. E quando cambiano le condizioni, è ragionevole cambiare anche gli strumenti con cui si lotta.

Cosa risponde a chi accusa il PKK, le SDF, il PJAK e più in generale il movimento curdo di tradimento?

Tradimento nei confronti di che cosa? Se per fedeltà si intende che un popolo debba restare in guerra per sempre, allora non condivido questa idea di fedeltà. Essere fedeli ai caduti non significa ripetere la loro morte. Significa fare in modo che le generazioni che verranno non siano costrette a pagare di nuovo lo stesso prezzo. Chi chiede «perché avete scelto la pace?» dovrebbe chiedersi anche: lo scopo della lotta era continuare a combattere o costruire una vita libera? Se quello era l’obiettivo, allora, quando la politica democratica offre maggiori possibilità di raggiungerlo, rifiutare quella strada potrebbe essere, questo sì, un tradimento del futuro. Io, più che di tradimento, parlerei di responsabilità storica.

Quanto considera significativa la svolta nel pensiero e nella strategia di Öcalan?

Molto. Oggi il leader Apo non chiede ai curdi di rinunciare alle proprie rivendicazioni. Dice piuttosto che deve cambiare il modo di portarle avanti: bisogna passare da una politica centrata sullo Stato e sulla guerra a una fondata sulla democrazia, sui diritti, sulla società e sulla convivenza. Non è una scelta semplice. Per un movimento che ha vissuto per decenni in condizioni di guerra, affermare che è arrivato il momento di lasciarsi alle spalle una fase segnata dalla violenza e aprirne una di costruzione democratica rappresenta un passaggio coraggioso e storico. Anche nel messaggio del febbraio 2026 ha parlato di una «fase positiva di costruzione» e della necessità di dare vita a una società democratica fondata sul diritto. non credo che questo cambiamento vada interpretato come un arretramento ideologico. Va letto piuttosto come il tentativo di trovare una forma politica adeguata al XXI secolo.

Il nazionalismo può essere ancora uno strumento adeguato per affrontare la questione curda?

Il nazionalismo ha avuto una funzione storica importante, soprattutto nei periodi in cui i popoli erano sottoposti a oppressione. Ma se per nazionalismo intendiamo l’idea che l’unica strada verso la libertà sia costruire uno Stato nazionale, credo che sia una prospettiva troppo limitata per il XXI secolo. Viviamo in un mondo in cui i confini continuano a esistere, ma molti dei processi che determinano le nostre vite — dall’economia alle migrazioni, dalla tecnologia alle crisi ambientali e sociali — li attraversano continuamente. Anche la politica curda deve quindi passare dal paradigma del XX secolo a quello del XXI. L’obiettivo non dovrebbe essere: «Escludiamo gli altri per avere finalmente un nostro Stato». L’obiettivo dovrebbe essere quello di costruire una società in cui curdi, arabi, persiani, turchi, assiri, donne, uomini, musulmani, cristiani, ezidi e tutte le altre componenti possano vivere con pari diritti. Questo non significa rinunciare all’identità curda. Al contrario, significa liberarla dai limiti di un nazionalismo troppo ristretto.

Quali differenze vede tra l’Iran, da una parte, e la Turchia e la Siria dall’altra?

In Turchia e in Siria, nonostante tutte le difficoltà, negli ultimi anni si sono aperti alcuni spazi di negoziato per ridefinire il rapporto tra i curdi e lo Stato. In Siria, il processo di integrazione delle Forze della Siria democratica nelle strutture statali è ormai nella sua fase conclusiva. In Iran, invece, non esiste ancora un quadro politico altrettanto definito. Detto questo, non credo che il futuro dell’Iran possa essere ridotto a un confronto tra «i curdi» e «lo Stato». La rivolta Jin, Jiyan, Azadî ha mostrato con chiarezza che la libertà delle donne, la questione delle diverse nazionalità, le libertà sociali e la democratizzazione dell’Iran sono questioni strettamente legate tra loro. Per questo il futuro del Rojhelat va inserito in un progetto più ampio di democratizzazione dell’Iran.

Il futuro dell’Iran deve fondarsi sull’uguaglianza, sulla libertà dei popoli e sul dialogo. Anche l’alleanza politica nata nel 2026 tra i partiti curdi iraniani mostra che le forze curde stanno cercando di tradurre la propria forza sociale in una più ampia cooperazione politica.

Con la fine della lotta armata in Turchia e i cambiamenti in Siria, il baricentro della questione curda potrebbe spostarsi verso l’Iran?

Se l’Iran continuerà con le politiche di negazione e repressione, la crisi non potrà che aggravarsi. Se invece aprirà spazi democratici, potrà superare una crisi dalle profonde radici storiche. Io, però, non vedo il futuro del Rojhelat soltanto nella guerra. Lo vedo nell’organizzazione sociale, nel ruolo delle donne e dei giovani, nella cultura e nella politica, nella costruzione di alleanze tra forze diverse e nella capacità di proporre un’alternativa democratica. Le forze curde sono pronte a svolgere un ruolo attivo e democratico nella costruzione del futuro dell’Iran. In questo processo dovranno però essere garantiti i diritti del popolo curdo e la possibilità di decidere del proprio futuro.

Qual è quindi il futuro del PJAK? Passa da un negoziato con lo Stato iraniano o dalla costruzione di un’alleanza più ampia?

Non credo che le due strade si escludano a vicenda. Se un giorno si creeranno le condizioni per affrontare democraticamente la questione curda in Iran, il negoziato sarà necessario. Ma sarà difficile risolvere la questione curda senza affrontare anche il problema più generale della democratizzazione dell’Iran. Per questo bisogna lavorare contemporaneamente su due piani: difendere i diritti del popolo curdo e costruire un’ampia alleanza tra curdi, persiani, turchi, donne, giovani, minoranze etniche e religiose e, più in generale, tutte le forze democratiche dell’Iran. Solo così la questione curda può smettere di essere trattata come un «problema di sicurezza» e diventare finalmente una «questione democratica».

Quando potrà il PJAK dire che la lotta armata ha esaurito la propria funzione e che è possibile passare ad altri strumenti?

Quando ci saranno le condizioni perché le persone possano decidere del proprio futuro senza paura. Ma c’è anche un criterio più semplice: quel momento arriverà quando la politica sarà in grado di assolvere alla funzione che in passato era affidata alle armi, cioè difendere la società e la sua esistenza, garantirne i diritti e costringere la controparte ad ascoltare la voce della popolazione. A quel punto, deporre le armi non significherà più perdere forza, ma trasferirla dal terreno militare a quello politico.

Per concludere, quale eredità vorrebbe lasciare alle future generazioni?

Non vorrei che l’eredità della nostra generazione fosse fatta soltanto di caduti, cimiteri e ricordi di guerra. Abbiamo vissuto in un’epoca in cui abbiamo dovuto combattere per il diritto di esistere, perché la nostra esistenza non fosse negata. È stato il prezzo pagato lungo il cammino verso la libertà. Ma il nostro desiderio è che le future generazioni non siano costrette a pagare lo stesso prezzo. Vogliamo che le future generazioni possano parlare la propria lingua, fare politica liberamente, vivere in una società in cui donne e uomini siano uguali, studiare nelle scuole e nelle università, partecipare alla vita politica e non essere costrette a prendere le armi per difendere la propria identità. Se la nostra generazione sarà riuscita a spostare la lotta dal campo di battaglia alla politica, dalle montagne alla società, dalla resistenza militare alla costruzione democratica, allora il sangue di tutti coloro che hanno perso la vita lungo questo cammino non resterà soltanto un ricordo del passato: avrà contribuito a costruire il ponte verso il futuro. Credo che la più grande vittoria dei curdi non sia restare per sempre dei buoni combattenti. La vera vittoria sarà diventare un popolo così libero, organizzato e democratico che nessuno possa più negarne l’esistenza e la libertà.

leggi anche: La guerriglia sopravvive dentro la montagna

* da il manifesto - 2 settembre 2026