di Murat Cinar *
400 imputati, tra loro il sindaco Imamoglu. I primi «testimoni» fanno un passo indietro ma la guerra all’opposizione non si ferma
Nel quindicesimo giorno del processo sul Municipio di Istanbul, 18 dei 107 imputati detenuti sono stati scarcerati, tra cui ex collaboratori del sindaco Ekrem Imamoglu. Nessuna libertà provvisoria per lo stesso sindaco e per gli altri del partito repubblicano Chp come Sahan e Çalık, accusati di corruzione. Imamoglu ha definito il processo «politico» e la detenzione un «atto di oppressione», chiedendo il rilascio di tutti. Gli imputati detenuti sono ora 89.
LE FONDAMENTA giudiziarie del maxi-processo che riprende oggi contro il comune metropolitano di Istanbul iniziano a mostrare segni di cedimento. Il procedimento, che coinvolge 407 imputati e rappresenta uno dei più vasti contenziosi giudiziari recenti contro un’amministrazione locale in Turchia, è oggi attraversato da una dinamica che rischia di comprometterne l’impianto accusatorio: il ritiro delle testimonianze da parte di alcuni «pentiti». Al centro della vicenda c’è il sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, accusato di essere il presunto «fondatore e leader» di un’organizzazione criminale. Le imputazioni, dalla corruzione alla manipolazione degli appalti fino al riciclaggio, si basano in larga parte sulle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, le stesse che da oltre un anno tengono in carcere il candidato presidenziale del Chp. Oggi però queste testimonianze vengono rimesse in discussione: due figure chiave, Vedat Sahin e Murat Kapki, hanno ritirato le loro deposizioni. I loro legali parlano di pressioni e promesse implicite di scarcerazione. Sahin denuncia di essere stato indirizzato dagli inquirenti; Kapki ammette di aver accusato falsamente l’amministrazione Imamoglu, arrivando a contraddirsi su punti centrali come l’assegnazione degli spazi pubblicitari.
RITRATTAZIONI che colpiscono il cuore dell’impianto accusatorio, costruito in gran parte su queste testimonianze all’interno di un dossier della procura di quasi quattromila pagine. Le implicazioni si sono estese anche oltre Istanbul negli ultimi giorni, coinvolgendo altri amministratori locali appartenenti al partito Chp. A Bursa, il 31 marzo, un’indagine parallela ha portato all’arresto di 55 persone, tra cui il sindaco Mustafa Bozbey, con accuse simili: corruzione, irregolarità urbanistiche e appartenenza a un’organizzazione criminale. Anche qui, per la procura, funzionari e amministratori avrebbero concesso vantaggi edilizi in cambio di tangenti.
UNO SCHEMA ANALOGO emerge a Usak, dove il sindaco Özkan Yalım, il 30 marzo, è stato coinvolto in un’inchiesta per corruzione, estorsione e turbativa d’asta. Le accuse parlano di un sistema di tangenti legato agli appalti pubblici, con presunti trasferimenti di denaro mascherati da donazioni e benefici societari destinati a familiari. Il filo rosso che unisce questi procedimenti è proprio l’uso estensivo delle testimonianze dei «pentiti» come pilastro dell’accusa. Il loro progressivo ritiro, oggi, apre interrogativi non solo sulla tenuta dei singoli processi, ma anche sulle modalità con cui vengono costruite le indagini.
IL LEADER del Partito Popolare della Repubblica (Chp), Özgür Özel, ha denunciato presunte irregolarità nelle indagini, chiedendo trasparenza e sfidando apertamente la magistratura: «Sarà il popolo a vedere chi dice la verità». Inoltre, Özel, durante una conferenza stampa del primo aprile, ha invitato la coalizione di governo a rifare le elezioni amministrative nei municipi in cui i sindaci sono stati sospesi o arrestati. Secondo la legge elettorale in Turchia, non sono previste elezioni anticipate o straordinarie per le amministrazioni locali; tuttavia, Özel avanza questa proposta radicale per esercitare una pressione elettorale sul governo, con l’intento di anticipare anche le elezioni politiche. E non ha nascosto l’intenzione del suo partito di utilizzare l’articolo 78 della Costituzione, che apre alla possibilità di elezioni anticipate in alcune zone dove, a causa di dimissioni o decessi, manca del tutto la rappresentanza parlamentare. Basterebbero venti dimissioni nel Chp per poter parlare seriamente di elezioni parziali anticipate.
OGGI IN TURCHIA si assiste a una nuova evoluzione del più ampio impianto giudiziario attuato contro il principale partito d’opposizione. I capi d’imputazione vengono messi in discussione dopo il ritiro di due testimonianze estremamente rilevanti, mentre altri due importanti sindaci si trovano dietro le sbarre. Contemporaneamente, numerosi sondaggi collocano ormai il Chp sopra la soglia del 33%, lasciando in seconda posizione il principale partito di governo, l’Akp di Recep Tayyip Erdogan, e in quarta posizione il suo alleato Mhp.
nella foto: protesta contro l'incarcerazione del sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu
* da il manifesto - 7 aprile 2026
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Imamoglu alla sbarra, a processo il futuro della democrazia
di Murat Cinar - il manifesto - 10 marzo 2026
Il processo Prima udienza contro l’amministrazione di Istanbul 402 imputati: la Procura ha chiesto condanne per 2.400 anni
All’interno del carcere speciale di Silivri, nel comune metropolitano di Istanbul, si è svolta ieri la prima udienza del più grande processo contro un’amministrazione locale nella storia della Repubblica di Turchia: 402 imputati, tra cui 107 detenuti, con Ekrem Imamoglu, sindaco di Istanbul e candidato alla presidenza per la principale forza d’opposizione, il Partito popolare della Repubblica (Chp), come figura centrale. Nel maxi-processo contro l’amministrazione di Istanbul, la Procura ha chiesto condanne per un totale di 2.400 anni di carcere per i 402 imputati, sulla base di un capo di imputazione di 4.000 pagine che accusa Imamoglu e gli altri di corruzione, appartenenza a un’organizzazione criminale e abuso d’ufficio. Le indagini, le inchieste e gli arresti sono partiti nel mese di marzo del 2025, meno di un anno dopo la seconda vittoria elettorale di Imamoglu contro il partito del presidente della Repubblica, a Istanbul. Tra gli imputati non ci sono solo sindaci e consiglieri del Chp, ma anche i loro familiari e vari imprenditori.
L’AULA, TRASFORMATA in una fortezza, ha ospitato una scena surreale: Imamoglu, appena entrato, ha cercato di salutare i presenti, ma il presidente del collegio giudicante ha subito interrotto ogni tentativo di dialogo, arrivando a fargli chiudere il microfono. «Non avete il diritto di trattarci così», ha gridato Imamoglu, mentre la tensione cresceva. La richiesta di rimozione del giudice, avanzata dagli avvocati della difesa, è stata respinta con la motivazione che avrebbe «prolungato inutilmente» il processo. Successivamente, il collegio giudicante, di fronte alle proteste, ha abbandonato l’aula, lasciando Imamoglu a urlare: «Voi non siete venuti qui per giudicare, ma per fuggire!» (dalle responsabilità legali e etiche). Il leader del Chp, Özgür Özel, presente in aula, non ha usato mezzi termini: «Mi sono vergognato come cittadino. Tre giudici con undici anni di esperienza totale, incapaci di gestire un fascicolo di 4.000 pagine!». Le sue parole, pronunciate dopo l’udienza, sono costate una denuncia per “offesa alla corte”: la Procura di Bakırköy ha aperto un’indagine d’ufficio contro di lui, dimostrando che in Turchia, oggi, anche criticare un giudice può diventare un reato. Özel ha attaccato il collegio giudicante definendolo «un gruppo di inesperti, scelti solo per compiacere Erdogan che ha trasformato la giustizia in uno strumento di vendetta politica». Mentre a Silivri infuriava la battaglia legale, a Ankara, Recep Tayyip Erdogan ha liquidato le critiche dell’opposizione con il solito disprezzo: «L’opposizione non ha una visione, solo insulti. Sono incapaci di gestire anche i loro elettori».
IL PROCESSO CONTRO Imamoglu presenta gravi anomalie procedurali e contraddizioni. Le presunte frodi, quantificate tra i 250 e i 560 miliardi di lire turche, risultano del tutto sproporzionate rispetto al bilancio comunale di 564 miliardi del 2025, come sottolineato dagli avvocati della difesa. Inoltre, dichiarazioni di testimoni anonimi, usate per giustificare arresti e detenzioni, sono state poi ritirate dal fascicolo prima dell’inizio del processo, senza però revocare le misure cautelari. Infine, il capovolgimento delle responsabilità è evidente: pagamenti già avviati da precedenti amministrazioni vengono ora addebitati a Imamoglu e ai sindaci del Chp, in un chiaro tentativo di criminalizzare retroattivamente l’operato dell’opposizione. Inoltre, nel processo a Imamoglu, “pentiti” come Ertan Yıldız e Aziz Ihsan Aktas, poi smentitisi a vicenda, hanno rilasciato dichiarazioni contro l’imputato su media legati organicamente al governo centrale. A peggiorare il quadro, l’attuale ministro della Giustizia Akın Gürlek, ex procuratore capo di Istanbul, ha guidato l’inchiesta divulgando dettagli ai media vicini all’Akp, il partito di Erdogan, violando la riservatezza. Un conflitto di interessi che minaccia la credibilità del processo. Come ha scritto il politologo Onur Alp Yılmaz su Medyascope, «Imamoglu non è solo un imputato: è il simbolo di una democrazia in bilico». Secondo Yılmaz, la sua capacità di parlare alla società, di essere credibile, ha rotto il monopolio di Erdogan. «Il problema non è Imamoglu – scrive Yılmaz – ma il futuro della democrazia in Turchia. Questo processo non è contro un sindaco, ma contro l’idea stessa che il potere possa essere contestato».
L’UDIENZA È STATA aggiornata a domani, 10 marzo, alle 10, mentre la zona attorno al carcere di massima sicurezza di Silivri rimane interdetta al pubblico: il prefetto di Istanbul ha infatti vietato a tempo indeterminato qualsiasi forma di protesta, trasformando l’area in una fortezza blindata.
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Il dilemma turco: da un rivale debole può nascere il caos
di Murat Cinar - il manifesto 5 marzo 2026
Sarà lunga L’equilibrio impossibile tra ambizioni egemoniche e gli effetti di un crollo della Repubblica islamica: migrazioni e rivendicazioni curde. La presenza di basi Nato rende Ankara un potenziale bersaglio: ieri abbattuto un missile
Mentre infuria la guerra tra Iran, Stati uniti e Israele dopo l’aggressione lanciata sabato da Washington e Tel Aviv, la Turchia si trova stretta tra la difesa della propria sovranità e il rischio di essere coinvolta in un conflitto regionale dalle conseguenze imprevedibili. Il ministero della difesa turco ha annunciato ieri di aver intercettato e abbattuto un razzo iraniano nei cieli di Hatay grazie ai sistemi di difesa Nato nel Mediterraneo orientale. La complessa relazione tra Turchia e Iran torna al centro del dibattito regionale. Il presidente Erdogan ha sottolineato, in diverse occasioni, che senza diplomazia la regione rischia di essere travolta da «una grande tempesta» e descritto il coinvolgimento Usa come frutto delle politiche di Tel Aviv, mentre il ministro degli esteri, Hakan Fidan, ha condannato gli attacchi iraniani alle infrastrutture strategiche statunitensi nella regione e specificato che il suo governo è ancora disponibile per lavorare come mediatore tra le parti.
LA TURCHIA ospita alcune delle basi militari più strategiche della Nato, tra cui la base aerea di Incirlik, dove sono dislocati migliaia di militari statunitensi e una serie di bombe nucleari. Questa presenza rende il Paese un nodale punto di riferimento per le operazioni occidentali in Medio Oriente, ma anche un potenziale bersaglio in caso di escalation. Negli ultimi giorni, la domanda «l’Iran attaccherebbe la Turchia?» è emersa con forza nei media locali, soprattutto dopo lo smantellamento di una cellula spionistica iraniana (a fine gennaio) che stava conducendo attività di ricognizione su Incirlik e pianificando attacchi. L’ex ministro della difesa turco e attuale presidente della Commissione parlamentare per la Sicurezza nazionale, Hulusi Akar, ha dichiarato: «Nella base di Incirlik tutto è sotto il controllo della Turchia e siamo pronti a difenderci ma non siamo intenzionati a entrare in guerra. È necessaria la via diplomatica». Secondo il giornalista Fehim Tastekin, la Turchia non può opporsi frontalmente agli attacchi contro l’Iran per due motivi: «Primo, la sua posizione nei confronti degli Usa è debole. Erdogan ha aspettative da Trump, dalla questione delle Forze democratiche in Siria alle sanzioni per gli S-400, fino al caso Halkbank, e non vuole tensioni con Washington – ci spiega – Secondo, i paesi del Golfo, con cui la Turchia sta cercando di migliorare i rapporti, si aspettano che Ankara prenda una posizione chiara contro l’Iran». Inoltre le politiche regionali di Turchia e Iran, aggiunge Tastekin, sono state spesso in conflitto o competizione, soprattutto dopo il 2003 in Iraq e dal 2011 in Siria, dove i due paesi si sono trovati su fronti opposti. «Tuttavia, i confini tra i due paesi sono stabili da 300 anni, un fatto che ha creato una sensibilità reciproca: Ankara e Teheran competono, ma rispettano i confini dell’altro. I rapporti commerciali sono cruciali e la posizione turca di resistenza alle sanzioni contro l’Iran è preziosa per Teheran. Da una parte, Ankara vorrebbe un Iran che rinunci alle sue ambizioni regionali; dall’altra, teme che un’operazione di cambio di regime possa frammentare il paese, con conseguenze imprevedibili anche per la Turchia».
Non è solo la minaccia iraniana a preoccupare Ankara. Negli ultimi giorni alcuni media statunitensi hanno diffuso voci su un possibile accordo tra Washington e forze curde iraniane per operazioni terrestri contro l’Iran. Sebbene queste voci non siano state confermate dagli Stati uniti e siano state smentite dalle stesse milizie curde, che hanno dichiarato di non voler schierarsi né con Washington né con Teheran, la Turchia osserva con preoccupazione crescente questa eventualità.
ANKARA TEME uno scenario simile a Siria o Iraq: un vuoto di potere post-conflitto che potrebbe alimentare rivendicazioni autonomiste nelle aree curde al confine. A ciò si aggiunge il rischio di un’ondata migratoria forzata: se gli scontri si estendessero alle regioni iraniane confinanti con la Turchia, migliaia di civili potrebbero cercare rifugio oltre frontiera, mettendo a dura prova un sistema già sotto pressione. Infine, Ankara teme che un protagonismo curdo in Iran, eventualmente sostenuto dall’amministrazione curda irachena o dal Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), possa minare gli sforzi turchi nel processo di pace interno, che punta allo smantellamento definitivo del Pkk e alla stabilizzazione delle regioni sud-orientali.
Per la Turchia, insomma, anche una semplice ipotesi di coinvolgimento curdo nel conflitto rappresenta una minaccia strategica su più fronti. «Da una parte, non vuole un Iran troppo potente – conclude Tastekin – Dall’altra teme che il suo collasso possa portare caos, migrazioni e un rafforzamento delle milizie curde. Per questo, Ankara cerca di mantenere un equilibrio impossibile tra diplomazia, interessi economici e alleanze strategiche».

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