12 febbraio 2026

La protesta e la violenza

 di Rino Malinconico *

Fu indubbiamente il bisogno di umanità a spingere i nuovi ribelli del Sessantotto alla lotta. La qual cosa rendeva obiettivamente difficile alle varie articolazioni del potere (ammesso che avessero voluto avviare un dialogo con gli studenti) trovare un qualche “ragionevole” punto di intesa col movimento. Le richieste che venivano dalle università, e poi dai quartieri e dalle stesse fabbriche, anche quando erano tecnicamente “ragionevoli”, non lo erano mai sul piano politico, perché rimandavano inevitabilmente a ulteriori e più radicali rivendicazioni. In realtà, facevano tutt’uno con la critica frontale al capitalismo, alla cultura borghese e allo Stato repressivo. Del resto, il carattere rivoluzionario dei contenuti si accompagnava a una estrema durezza delle forme di lotta. In Francia, come è noto, il Sessantotto inaugurò i sequestri dei capi nelle fabbriche – sequestri di massa, fatti a viso aperto dagli operai stessi nel corso dei cortei interni agli stabilimenti -, nonché le barricate nelle strade, a partire dal 3 maggio del 1968. Ma anche in Germania il movimento si caratterizzò per le azioni militanti di piazza e per una forte capacità di fronteggiare cariche e idranti.

Una data significativa era già stata quella del 2 giugno del 1967, con l’ampia mobilitazione dei giovani contro la visita dello Scià di Persia Reza Pahlawi, uno degli alleati più fedeli degli Usa, a capo di uno dei regimi più autoritari del tempo. Negli scontri che accompagnarono i cortei cadde a Berlino, colpito a morte dalla polizia, lo studente Benno Ohnesorg. In effetti, l’incidenza della SDS crebbe impetuosamente proprio dopo il giugno del ’67. Ai funerali di Ohnesorg dell’8 giugno parteciparono non meno di 15.000 persone, e circa 7000 lo accompagnarono, con una impressionante marcia silenziosa, il giorno dopo al cimitero di Hannover, dove risiedeva la famiglia. E subito dopo, sempre a Hannover, si tenne il Congresso su Università e democrazia. Condizioni e organizzazioni della resistenza, una fondamentale assemblea-fiume che durò un’intera giornata con la partecipazione di oltre 5.000 persone tra studenti, professori e cittadini. Il tema della discussione era costituito dal senso delle proteste studentesche e quel dibattito fu abbastanza presto riportato in Italia dalla meritoria rivista Quaderni Piacentini (n. 33, febbraio 1968).

In quella sede Jürgen Habermas, docente di sociologia e riconosciuto esponente della cosiddetta Scuola di Francoforte, sostenne sì la positività delle proteste studentesche, ma circoscrisse la loro funzione, sul piano storico, all’ambito dello “stimolo democratico” nei confronti dell’insieme della società e delle istituzioni tedesche: In sostanza, il compito dell’opposizione studentesca era ed è nella Germania occidentale di compensare la mancanza di prospettiva teorica, di sensibilità di fronte a manipolazioni e persecuzioni, la mancanza di radicalità nell’interpretare e praticare la nostra Costituzione democratica basata sullo stato sociale di diritto, la mancanza di preveggenza e fantasia politica – appunto la mancanza di una politica illuminata nelle sue intenzioni, leale nei suoi mezzi, progressiva nelle sue interpretazioni ed azioni.

Habermas spostò poi l’attenzione sui metodi di lotta del movimento studentesco, sull’uso delle azioni di forza e sul tema della violenza, chiamando direttamente in causa colui che già la stampa indicava come il leader del movimento, e cioè il berlinese Rudi Dutschke, accusandolo di proporre “un’ideologia volontaristica, che nel 1848 si sarebbe chiamato socialismo utopico, e che nelle condizioni attuali credo di aver ragioni a chiamare fascismo di sinistra”. Il tono del discorso era scopertamente provocatorio: “Vorrei che mi si chiarisse se [Dutschke] provoca intenzionalmente la violenza manifesta secondo il meccanismo calcolato che è inerente a tale violenza, e precisamente in modo da includere il rischio che degli uomini siano fisicamente colpiti…”. Il filosofo sapeva di toccare un punto delicato della storia del movimento operaio, ma riteneva assolutamente indispensabile che sul nodo della violenza il movimento facesse una chiara autocritica: Possiamo discutere sul ruolo progressivo della violenza … C’è un ruolo progressivo della violenza e la distinzione analitica tra violenza progressiva e reazionaria ha un suo senso appunto per l’analisi. Ma io ritengo che in una situazione né oggettivamente rivoluzionaria, né analoga a quella post-rivoluzionaria … la violenza spontanea deve essere sostituita dalla pianificazione politica. Le regole formali, contro le quali qui scendete in campo con tanto calore, dovrebbero essere piuttosto realizzate, e non già messe fuori gioco.

Il primo a rispondere a Habermas sull’uso studentesco della “violenza”, termine quanto mai ambiguo, poiché si trattava di semplici occupazioni di edifici, di cortei non autorizzati e di azioni dimostrative contro oggetti e luoghi simbolici del potere, fu Hans Jürgen Krahl, che da Francoforte proveniva: Sono davvero i pomodori a provocare la violenza oppure non è piuttosto l’apparato statale iperburocratizzantesi che costringe gli studenti alla provocazione in quanto la loro opposizione contro un potere esecutivo tecnologicamente molto equipaggiato, che devono affrontare con mani nude, li costringe oggettivamente al comportamento di popoli primitivi? Io direi quindi che l’assalto brutale e sanguinoso dell’apparato statale della violenza scatenata e mobilitabile ogni momento contro gli studenti è possibile solo perché gli studenti non sono organizzati e reagiscono caoticamente … Io direi allora, dato che non siamo armati materialmente, che dobbiamo trovare forme ritualizzate del conflitto, della provocazione, e per mezzo loro mostrare davanti al pubblico nelle strade, in modo dimostrativo, una non-violenza non solo idealistica, ma materialmente manifesta. Da parte sua, Rudi Dutschke richiamò l’attenzione sull’obiettiva modifica della relazione tradizionale tra teoria e prassi. Nell’epoca di Marx si poteva sostenere, con una certa legittimità, che se il pensiero rivoluzionario penetrava nella realtà, e la realtà faceva proprio quel pensiero, la rivoluzione diventava fatto reale. Ma nel tardo-capitalismo le cose stavano diversamente, in quanto i presupposti materiali per ciò che Marx indicava come passaggio dalla preistoria alla storia erano già tutti contenuti nella realtà: Gli sviluppi delle forze produttive hanno raggiunto il punto in cui l’eliminazione della fame, della guerra e del dominio è diventata materialmente possibile. Tutto dipende dalla volontà cosciente degli uomini, dal fatto che essi facciano finalmente con coscienza la storia che comunque hanno sempre prodotto. Cioè, professor Habermas, il suo oggettivismo senza concetto colpisce a morte il soggetto da emancipare.

In effetti, era proprio il concetto di essere umano quello che la visione di Habermas espungeva dalla scena; e questo gli impediva di vedere ciò che agli occhi degli studenti era divenuto evidente, ovvero la stessa, inedita duplicità dell’istituzione universitaria, che, da un lato, era strettamente funzionale alla scientificizzazione del processo produttivo tipica del tardo-capitalismo, e, dall’altro, funzionava come indispensabile punto di partenza della possibile politicizzazione antiautoritaria. Si trattava di una duplicità piuttosto generalizzata nell’epoca del capitalismo avanzato, “caratterizzata dal fatto che permette al padrone di portare a spasso il cane e allo stesso modo mette anche la strada a disposizione delle proteste contro il Vietnam e canalizza la protesta”. In altre parole, concludeva Dutschke, diveniva indispensabile “una nuova definizione dell’attività soggettiva, ed è per questo che si critica l’oggettivismo che continua ad aver fiducia in un processo emancipativo che si realizzi spontaneamente e naturalmente. Io non ho questa fiducia, io confido solo nelle attività concrete di uomini inseriti nella prassi e non in un processo anonimo”. Ed era proprio questo che il Movimento testimoniava con la sua stessa esistenza e la sua concreta pratica politica: Ci è diventato chiaro che le regole del gioco stabilite da questa democrazia non razionale non sono le nostre, e che punto di partenza della politicizzazione degli studenti doveva essere la cosciente violazione da parte nostra di tali regole … [poiché] il rischiaramento razionale senza azione diventa fin troppo facilmente consumo, così come l’azione senza elaborazione razionale della problematica si trasforma in irrazionalità. Il dominio razionale della situazione di conflitto nella società implica costitutivamente l’azione.

nella foto: Torino, 31 gennaio 2026

* da comune-info.net - 5 febbraio 2026

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