1 gennaio 2026

Viaggio in Uganda: la pseudo-democrazia di Museveni alla prova del voto

di Sara Gandolfi *

Leoni, leopardi, elefanti, bufali e (in una riserva) pure il rinoceronte. Ovvero tutti i Big Five dell'Africa. E poi i gorilla di montagna, gli scimpanzé, le scimmie dalla coda rossa, giraffe, zebre, antilopi... L'Uganda è il regno degli animali. Ed il reame di Yoweri Kaguta Museveni, l'ex guerrigliero diventato presidente sempiterno. L'uomo che quarant'anni fa ha preso le redini del Paese africano, dilaniato dalle feroci repressioni prima del "macellaio" Idi Amin e poi di Milton Obote, a modo suo ha portato stabilità e pace. Non una piena democrazia, però. 
La faccia apparentemente bonaria dell'ottantunenne Museveni  è ovunque in Uganda, stampata sui manifesti gialli che ricoprono ogni angolo del Paese, con lo slogan “Proteggere i guadagni: fare un salto di qualità verso lo status di reddito medio-alto”. Corre per il suo settimo mandato presidenziale, alle elezioni del 15 gennaio. Le piazze di ingresso ad ogni città e ogni villaggio, le case, le scuole, le auto e perfino i muri della consegna bagagli all'aeroporto sono tappezzati dalle gigantografie e dai poster della sua campagna elettorale. In giro c'è soltanto lui - con il cappello di paglia e il sorriso da nonno - e i candidati locali del suo partito, il National Resistance Movement. Ed è già pronta la successione ereditaria in questa pseudo-democrazia fondata sul culto della personalità: il figlio di Museveni, il 51enne Muhoozi Kainerugaba, dopo una serie di rapide promozioni è ora Capo delle Forze di Difesa e molti lo considerano già candidato alle successive presidenziali, se ci saranno.

Una manifestazione a favore del leader dell'opposizione, il rapper Bobi Wine

Sette candidati sfidano Museveni, che punta alla maggioranza assoluta per evitare il ballottaggio. L'unico che ha qualche chance di competere con il presidente autocrate è il 41enne Bobi Wine, popolare star del reggae, che ha conquistato il favore dei giovani promettendo il ripristino della democrazia, la lotta alla corruzione e la creazione di posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione complessivo è del 12,6% in Uganda, ma sale al 43% fra i giovani. Solo 90.000 laureati su 700.000 ogni anno riescono a trovare impiego nel settore formale e il reddito pro capite annuo, pari a 987 dollari, è cresciuto in media soltanto dell'1,8% negli ultimi 4 anni.
Candidato del National Unity Party, Wine ha paragonato la campagna elettorale a «una zona di guerra» per i rischi che corre chi si schiera pubblicamente contro Museveni. D'altronde, lo scorso maggio Kainerugaba si è vantato pubblicamente di aver torturato personalmente la guardia del corpo di Wine, Edward Sebuufu, che era stato rapito cinque giorni prima.

Nessuno esprime ad alta voce le proprie opinioni politiche. Soltanto nel chiuso di un'auto o di una abitazione, i giovani si lasciano andare allo sconforto: c'è tanta voglia di cambiamento, spinta anche dal confronto con il resto del mondo, attraverso internet e il turismo straniero, che inizia  a uscire dai confini del Parco Nazionale della Foresta Impenetrabile di Bwindi abitato dai gorilla di montagna (a proposito, esperienza straordinaria, nonostante la scalata tra le liane nel fango per arrivare a condividere con loro un'ora di sguardi!). 
Sulla carta, le probabilità che Museveni esca sconfitto dalle elezioni sono pari a zero: la macchina propagandistica dello Stato è tutta nelle sue mani, come i soldi elargiti in ogni villaggio per assicurarsi più voti possibile. Ma i giovani in Uganda sono maggioranza - 33 dei 46 milioni di cittadini hanno meno di 30 anni - e le urne potrebbero riservare qualche sorpresa. 
«Nonostante gli elevati livelli di intimidazione e violenza, i candidati dell'opposizione ugandese continuano a competere per le elezioni presidenziali e legislative, canalizzando le richieste della popolazione giovane dell'Uganda per più posti di lavoro, libertà e trasparenza», scrive Joseph Siegle dell'Africa Center for strategic studies di Washington. È alto però il timore di brogli elettorali per garantire, comunque, la vittoria a Museveni.

Le ultime elezioni, nel 2021, registrarono il rapimento di 3.000 esponenti dell'opposizione, 54 vittime e almeno 18 "dispersi". Quest'anno centinaia di sostenitori dell'opposizione sono stati arrestati arbitrariamente (tra cui un sacerdote cattolico, padre Deusdedit Ssekabira, rapito e poi accusato di attività sovversive) e sono stati segnalati feriti e morti in diversi raduni della campagna elettorale dell'opposizione. 

* da Mondo Capovolto -newsletter del Corriere della Sera - 1 gennaio 2026

L’India cambia pelle: in arrivo la radicale riforma economica di Modi

di Federico Giuliani *

I media indiani hanno definito il 2025 come “l’anno del big bang economico dell’India“. Negli ultimi 12 mesi, infatti, Delhi ha varato una serie di misure rimaste in sospeso per anni nel tentativo di reimpostare il modello di crescita del Paese sotto la crescente pressione globale generata da dazi, tensioni e guerre commerciali. Il gigante asiatico ha varato un’agevolazione fiscale per la classe media, autorizzato gli investimenti esteri diretti al 100% in assicurazioni e pensioni, garantito la partecipazione privata all’energia nucleare, messo sul tavolo un regime semplificato di imposta su beni e servizi (Gst), quattro codici del lavoro e una legge sull’imposta sul reddito (andata a sostituirne una risalente al 1961).  “Il 2025 ha visto riforme rivoluzionarie in vari settori, che hanno dato impulso al nostro percorso di crescita”, ha scritto il primo ministro Narendra Modi sui social. L’ottimismo non manca, anche perché l’India sta crescendo a un ritmo di oltre l’8% su base annua.  I dazi statunitensi fino al 50% imposti Donald Trump sull’export Made in India hanno tuttavia colpito settori indiani chiave ad alta intensità di manodopera, come il tessile e l’elettronica, complicando l’ambizione di Delhi di trasformarsi in un rivale manifatturiero della Cina.

La mossa di Modi

Per Bloomberg, le riforme appena effettuate sono state concepite per “preparare il terreno per un’ondata di capitali esteri” in un momento in cui gli shock esterni rischiano di far deragliare la crescita dell’India. Ne serviranno però altre, di riforme, per generare una vera e propria rivoluzione guidata dall’alto dell’economia nazionale.  Modi lo sa bene, e per questo metterà in cantiere altre misure per ridurre la burocrazia, semplificare le tasse, allentare le norme sul lavoro e aprire i mercati dei capitali, così da rilanciare la fiducia degli investitori e mantenere Delhi sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo di diventare, entro il 2047, un’economia sviluppata.

“Modi attua periodicamente una serie di riforme radicali, come un big bang, quando le condizioni sono mature. Questo è uno di quei momenti”, ha dichiarato al Financial Times Baijayant Panda, vicepresidente del Bharatiya Janata Party, il partito del premier, che ha avuto un po’ di respiro dopo le recenti vittorie elettorali in Maharashtra, Haryana, Delhi e Bihar. Le misure già effettuate e quelle che seguiranno sono necessarie per ridurre i costi complessivi e le lungaggini burocratiche per le aziende e gli investitori. La revisione della Gst, per esempio, ha ridotto quattro aliquote fiscali a due per semplificare la determinazione dei prezzi e stimolare la crescita dei consumi.  La riforma del codice del lavoro, in cantiere da cinque anni ma fin qui mai promulgata a causa delle resistenze dei partiti di opposizione e dei sindacati, mira invece a formalizzare il vasto settore informale, ridurre gli oneri di conformità per alcune piccole imprese ed espandere la copertura della previdenza sociale.

Riforme, riforme, riforme

 I dazi di Trump hanno presumibilmente convinto Modi ad accelerare la sua spinta riformista. Nel frattempo la Reserve Bank of India prevede per il 2026 una crescita pari al 6,6%, meno dell’8% circa all’anno che servirebbe a Delhi per conseguire i suoi obiettivi economici. Alcuni giganti hi-tech statunitensi, come Amazon e Microsoft, hanno annunciato un maxi investimento complessivo di oltre 50 miliardi di dollari nel Paese, ma, in generale, gli afflussi diretti esteri netti sono ai minimi degli ultimi tre anni. E ancora: al netto di iniezioni rilevanti come quella di Apple, il settore manifatturiero indiano rappresenta ancora il 17% del pil nazionale, al di sotto del 25% auspicato da Modi per il 2025. Ricordiamo che i negoziatori di Delhi non sono riusciti a trovare un’intesa commerciale con Washington, e che questo potrebbe danneggiare settori ad alta intensità di manodopera del Paese asiatico. Modi si è poi opposto all’apertura dei mercati agricoli e lattiero-caseari indiani a un’ondata di importazioni a basso costo proveniente dagli Stati Uniti.  Il motivo? Prettamente politico. La novità avrebbe infatti potuto generare un blocco elettorale di milioni di agricoltori e dare all’opposizione una manna dal cielo in vista delle quattro elezioni del prossimo anno in Kerala, Tamil Nadu, Assam e Bengala Occidentale. Le riforme, intanto, continuano…

* da www.msn.com ( Inside Over) - 1 gennaio 2026