1 gennaio 2026

Viaggio in Uganda: la pseudo-democrazia di Museveni alla prova del voto

di Sara Gandolfi *

Leoni, leopardi, elefanti, bufali e (in una riserva) pure il rinoceronte. Ovvero tutti i Big Five dell'Africa. E poi i gorilla di montagna, gli scimpanzé, le scimmie dalla coda rossa, giraffe, zebre, antilopi... L'Uganda è il regno degli animali. Ed il reame di Yoweri Kaguta Museveni, l'ex guerrigliero diventato presidente sempiterno. L'uomo che quarant'anni fa ha preso le redini del Paese africano, dilaniato dalle feroci repressioni prima del "macellaio" Idi Amin e poi di Milton Obote, a modo suo ha portato stabilità e pace. Non una piena democrazia, però. 
La faccia apparentemente bonaria dell'ottantunenne Museveni  è ovunque in Uganda, stampata sui manifesti gialli che ricoprono ogni angolo del Paese, con lo slogan “Proteggere i guadagni: fare un salto di qualità verso lo status di reddito medio-alto”. Corre per il suo settimo mandato presidenziale, alle elezioni del 15 gennaio. Le piazze di ingresso ad ogni città e ogni villaggio, le case, le scuole, le auto e perfino i muri della consegna bagagli all'aeroporto sono tappezzati dalle gigantografie e dai poster della sua campagna elettorale. In giro c'è soltanto lui - con il cappello di paglia e il sorriso da nonno - e i candidati locali del suo partito, il National Resistance Movement. Ed è già pronta la successione ereditaria in questa pseudo-democrazia fondata sul culto della personalità: il figlio di Museveni, il 51enne Muhoozi Kainerugaba, dopo una serie di rapide promozioni è ora Capo delle Forze di Difesa e molti lo considerano già candidato alle successive presidenziali, se ci saranno.

Una manifestazione a favore del leader dell'opposizione, il rapper Bobi Wine

Sette candidati sfidano Museveni, che punta alla maggioranza assoluta per evitare il ballottaggio. L'unico che ha qualche chance di competere con il presidente autocrate è il 41enne Bobi Wine, popolare star del reggae, che ha conquistato il favore dei giovani promettendo il ripristino della democrazia, la lotta alla corruzione e la creazione di posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione complessivo è del 12,6% in Uganda, ma sale al 43% fra i giovani. Solo 90.000 laureati su 700.000 ogni anno riescono a trovare impiego nel settore formale e il reddito pro capite annuo, pari a 987 dollari, è cresciuto in media soltanto dell'1,8% negli ultimi 4 anni.
Candidato del National Unity Party, Wine ha paragonato la campagna elettorale a «una zona di guerra» per i rischi che corre chi si schiera pubblicamente contro Museveni. D'altronde, lo scorso maggio Kainerugaba si è vantato pubblicamente di aver torturato personalmente la guardia del corpo di Wine, Edward Sebuufu, che era stato rapito cinque giorni prima.

Nessuno esprime ad alta voce le proprie opinioni politiche. Soltanto nel chiuso di un'auto o di una abitazione, i giovani si lasciano andare allo sconforto: c'è tanta voglia di cambiamento, spinta anche dal confronto con il resto del mondo, attraverso internet e il turismo straniero, che inizia  a uscire dai confini del Parco Nazionale della Foresta Impenetrabile di Bwindi abitato dai gorilla di montagna (a proposito, esperienza straordinaria, nonostante la scalata tra le liane nel fango per arrivare a condividere con loro un'ora di sguardi!). 
Sulla carta, le probabilità che Museveni esca sconfitto dalle elezioni sono pari a zero: la macchina propagandistica dello Stato è tutta nelle sue mani, come i soldi elargiti in ogni villaggio per assicurarsi più voti possibile. Ma i giovani in Uganda sono maggioranza - 33 dei 46 milioni di cittadini hanno meno di 30 anni - e le urne potrebbero riservare qualche sorpresa. 
«Nonostante gli elevati livelli di intimidazione e violenza, i candidati dell'opposizione ugandese continuano a competere per le elezioni presidenziali e legislative, canalizzando le richieste della popolazione giovane dell'Uganda per più posti di lavoro, libertà e trasparenza», scrive Joseph Siegle dell'Africa Center for strategic studies di Washington. È alto però il timore di brogli elettorali per garantire, comunque, la vittoria a Museveni.

Le ultime elezioni, nel 2021, registrarono il rapimento di 3.000 esponenti dell'opposizione, 54 vittime e almeno 18 "dispersi". Quest'anno centinaia di sostenitori dell'opposizione sono stati arrestati arbitrariamente (tra cui un sacerdote cattolico, padre Deusdedit Ssekabira, rapito e poi accusato di attività sovversive) e sono stati segnalati feriti e morti in diversi raduni della campagna elettorale dell'opposizione. 

* da Mondo Capovolto -newsletter del Corriere della Sera - 1 gennaio 2026

L’India cambia pelle: in arrivo la radicale riforma economica di Modi

di Federico Giuliani *

I media indiani hanno definito il 2025 come “l’anno del big bang economico dell’India“. Negli ultimi 12 mesi, infatti, Delhi ha varato una serie di misure rimaste in sospeso per anni nel tentativo di reimpostare il modello di crescita del Paese sotto la crescente pressione globale generata da dazi, tensioni e guerre commerciali. Il gigante asiatico ha varato un’agevolazione fiscale per la classe media, autorizzato gli investimenti esteri diretti al 100% in assicurazioni e pensioni, garantito la partecipazione privata all’energia nucleare, messo sul tavolo un regime semplificato di imposta su beni e servizi (Gst), quattro codici del lavoro e una legge sull’imposta sul reddito (andata a sostituirne una risalente al 1961).  “Il 2025 ha visto riforme rivoluzionarie in vari settori, che hanno dato impulso al nostro percorso di crescita”, ha scritto il primo ministro Narendra Modi sui social. L’ottimismo non manca, anche perché l’India sta crescendo a un ritmo di oltre l’8% su base annua.  I dazi statunitensi fino al 50% imposti Donald Trump sull’export Made in India hanno tuttavia colpito settori indiani chiave ad alta intensità di manodopera, come il tessile e l’elettronica, complicando l’ambizione di Delhi di trasformarsi in un rivale manifatturiero della Cina.

La mossa di Modi

Per Bloomberg, le riforme appena effettuate sono state concepite per “preparare il terreno per un’ondata di capitali esteri” in un momento in cui gli shock esterni rischiano di far deragliare la crescita dell’India. Ne serviranno però altre, di riforme, per generare una vera e propria rivoluzione guidata dall’alto dell’economia nazionale.  Modi lo sa bene, e per questo metterà in cantiere altre misure per ridurre la burocrazia, semplificare le tasse, allentare le norme sul lavoro e aprire i mercati dei capitali, così da rilanciare la fiducia degli investitori e mantenere Delhi sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo di diventare, entro il 2047, un’economia sviluppata.

“Modi attua periodicamente una serie di riforme radicali, come un big bang, quando le condizioni sono mature. Questo è uno di quei momenti”, ha dichiarato al Financial Times Baijayant Panda, vicepresidente del Bharatiya Janata Party, il partito del premier, che ha avuto un po’ di respiro dopo le recenti vittorie elettorali in Maharashtra, Haryana, Delhi e Bihar. Le misure già effettuate e quelle che seguiranno sono necessarie per ridurre i costi complessivi e le lungaggini burocratiche per le aziende e gli investitori. La revisione della Gst, per esempio, ha ridotto quattro aliquote fiscali a due per semplificare la determinazione dei prezzi e stimolare la crescita dei consumi.  La riforma del codice del lavoro, in cantiere da cinque anni ma fin qui mai promulgata a causa delle resistenze dei partiti di opposizione e dei sindacati, mira invece a formalizzare il vasto settore informale, ridurre gli oneri di conformità per alcune piccole imprese ed espandere la copertura della previdenza sociale.

Riforme, riforme, riforme

 I dazi di Trump hanno presumibilmente convinto Modi ad accelerare la sua spinta riformista. Nel frattempo la Reserve Bank of India prevede per il 2026 una crescita pari al 6,6%, meno dell’8% circa all’anno che servirebbe a Delhi per conseguire i suoi obiettivi economici. Alcuni giganti hi-tech statunitensi, come Amazon e Microsoft, hanno annunciato un maxi investimento complessivo di oltre 50 miliardi di dollari nel Paese, ma, in generale, gli afflussi diretti esteri netti sono ai minimi degli ultimi tre anni. E ancora: al netto di iniezioni rilevanti come quella di Apple, il settore manifatturiero indiano rappresenta ancora il 17% del pil nazionale, al di sotto del 25% auspicato da Modi per il 2025. Ricordiamo che i negoziatori di Delhi non sono riusciti a trovare un’intesa commerciale con Washington, e che questo potrebbe danneggiare settori ad alta intensità di manodopera del Paese asiatico. Modi si è poi opposto all’apertura dei mercati agricoli e lattiero-caseari indiani a un’ondata di importazioni a basso costo proveniente dagli Stati Uniti.  Il motivo? Prettamente politico. La novità avrebbe infatti potuto generare un blocco elettorale di milioni di agricoltori e dare all’opposizione una manna dal cielo in vista delle quattro elezioni del prossimo anno in Kerala, Tamil Nadu, Assam e Bengala Occidentale. Le riforme, intanto, continuano…

* da www.msn.com ( Inside Over) - 1 gennaio 2026


21 dicembre 2025

La crescita inarrestabile delle energie rinnovabili è la "svolta scientifica" dell'anno

È la prima volta per la prestigiosa copertina di Science: Nel 2004 il mondo impiegò un anno intero per installare 1 GW di impianti fotovoltaici: oggi, nonostante Trump, ogni giorno ne entra in funzione il doppio. Ma l’Italia sta restando indietro

di Luca Aterini  *

Una delle maggiori riviste scientifiche dal mondo, la prestigiosa Science con sede negli Usa, ha premiato l’inarrestabile crescita delle energie rinnovabili come “Breakthrough of the year”, ovvero come svolta scientifica dell’anno.

«Questa promessa arriva in un contesto di notizie negative – premette Science –m evidenziate alla riunione delle Nazioni Unite sul clima tenutasi a Belém, in Brasile, a novembre. Le emissioni globali di carbonio continuano ad aumentare, mentre i paesi non riescono a rispettare i tagli promessi nell'accordo di Parigi sul clima del 2015. L'obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C – da sempre un obiettivo a lungo termine – sembra ora completamente irraggiungibile. Ma grazie alle energie rinnovabili «il tanto atteso declino dei combustibili fossili è imminente». Di nucleare invece nemmeno si parla. «L'eolico e il solare sono diventati le energie più economiche in gran parte del mondo», e «il calo dei prezzi ha favorito un'impennata dell'energia solare ed eolica che supera di gran lunga la crescita di qualsiasi altra fonte» in termini di potenza installata e non solo, dato che «quest'anno le fonti rinnovabili hanno generato più elettricità del carbone».

 

«Nel 2025 abbiamo finalmente capito che nulla potrà più fermare tecnologie che sono le più economiche, le più semplici, le più flessibili, le più veloci da installare, le meno controverse. Il resto, spesso, è essenzialmente distrazione di massa», commenta nel merito il dirigente di ricerca del Cnr Nicola Armaroli. Ed è «la prima volta che gli sviluppi nel settore dell'energia sono scelti per questa copertina, con buona pace di Donald Trump e di tutti i lobbisti del fossile che remano contro», aggiunge Antonello Pasini, fisico del clima al Cnr e tra i principali esperti italiani di cambiamenti climatici.

Il motore di questa rivoluzione è la Cina, grazie a un approccio che l’Occidente – che pure partiva in largo vantaggio – sembra oggi aver dimenticato: quello della politica industriale. Di base, la Cina si affida più o meno alla stessa tecnologia solare che gli Stati Uniti hanno inventato mezzo secolo fa, quando gli Usa producevano pannelli per alimentare l’esplorazione dello spazio, mentre ora la Cina li produce per il mondo intero: migliori, molto più economici e in quantità sbalorditive. Risultato? Oggi le rinnovabili valgono il 10% del Pil cinese e al contempo hanno fermato la crescita delle emissioni climalteranti del Paese. Pale e pannelli cinesi hanno invaso anche il resto del mondo, ma si tratta di una dipendenza ben più soft rispetto a quella dai combustibili fossili: come osservano da Ember, importare 1 GW di pannelli solari costa 100 mln di dollari e garantisce 1,5 TWh di elettricità all’anno; anche importare gas naturale liquefatto (Gnl) per produrre 1,5 TWh di elettricità costa 100 mln di dollari, ma col fotovoltaico si risparmiano 100 mln di dollari per i 29 anni successivi. Inoltre, la corsa tecnologica della rivoluzione energetica lascia ancora spazio per recuperare margini di autonomia, se altri Paesi sapranno mettere in campo adeguate strategie di politica industriale. Ad esempio, le celle solari cinesi oggi sono realizzate in silicio cristallino, ma si stanno affacciando oggi tecnologie a perovskite; l’eolico offshore apre nuovi orizzonti per produrre elettricità dal vento; dopo il crollo dei costi delle batterie al litio, presto ci saranno batterie al vanadio e al sodio.

Anche se «permangono preoccupazioni per il futuro», guardando indietro si possono cogliere gli straordinari progressi compiuti dalle energie rinnovabili: «Nel 2004 – ricorda Science – il mondo impiegò un anno intero per installare 1 GW di capacità di energia solare. Oggi, ogni giorno ne entra in funzione il doppio. All'epoca, le energie rinnovabili godevano di un'aura di virtù: gli acquirenti pagavano di più rispetto all'energia fossile a causa delle preoccupazioni climatiche. Ora, il vero motore è l'interesse personale: costi inferiori e maggiore sicurezza energetica. Questo cambiamento di motivazione potrebbe rappresentare la svolta più importante di tutte, garantendo che i punti di svolta di quest'anno siano solo l'inizio».

Il problema, per l’Italia, è che nel nostro Paese quest’anno le energie rinnovabili registrano sia meno potenza installata sia meno elettricità prodotta, al contrario di quanto sta accadendo nel resto del mondo. Mentre il Governo Meloni porta avanti l’arma di distrazione di massa dell’energia nucleare, importiamo gas e petrolio per 46 miliardi di euro l’anno e al contempo crescono sia la disinformazione sia gli ostacoli normativi all’installazione degli impianti rinnovabili. «La via maestra per abbassare le bollette e rafforzare l’indipendenza energetica dell’Italia è accelerare lo sviluppo delle rinnovabili – commenta Vincenzo Balzani, presidente onorario dell’associazione Energia per l’Italia e accademico dei Lincei – Le rinnovabili sono già oggi la fonte di energia più economica e lo saranno sempre di più. Continuare a rallentare investimenti e autorizzazioni, e spostare l’attenzione su false soluzioni come il nucleare, significa ignorare l’evidenza scientifica e penalizzare famiglie e imprese».

* da greenreport.it - 9 dicembre 2025   

16 dicembre 2025

Lobby opache dietro le retromarce Ue su leggi pro clima e ambiente

 di Lorenzo Vallecchi *

Come un’alleanza di multinazionali avrebbe condizionato le politiche climatiche e ambientali Ue, dallo stop alle auto endotermiche nel 2035 all’Ecodesign.

L’Europa ha iniziato a fare marcia indietro sulle proprie politiche climatiche e ambientali nello stesso momento in cui un’alleanza opaca di grandi aziende statunitensi, guidate in larga parte da colossi delle fonti fossili, lavorava per annacquare le leggi pro sostenibilità dell’Ue. Mentre Bruxelles riconsidera la fine dei motori a scoppio dal 2035 e medita di allentare i requisiti Ecodesign sull’efficienza energetica delle caldaie a gas, un’inchiesta pubblicata dall’organizzazione investigativa olandese SOMO mostra come un gruppo ristretto e organizzato di multinazionali americane avrebbe operato per indebolire le norme europee più ambiziose su diritti umani, responsabilità d’impresa, clima e ambiente.

Secondo l’inchiesta, le attività di questa rete, chiamata “Competitiveness Roundtable”, si sarebbero svolte con un livello di coordinamento tale da influenzare Commissione, Consiglio e Parlamento europei, oltre a coinvolgere governi extra-Ue, incluso quello statunitense. In parallelo, le retromarce sulle politiche climatiche ventilate nelle ultime settimane sollevano interrogativi sulla capacità dell’Europa di resistere a pressioni esterne sempre più forti. Bruxelles sta infatti riconsiderando la scelta di limitare la vendita di nuove auto solo alle versioni elettriche dal 2035, alla luce delle dichiarazioni del commissario ai Trasporti Apostolos Tzitzikostas, che ha anticipato l’intenzione di includere anche motori a combustione alimentati con e-fuel o biocarburanti nel nuovo regolamento sulle emissioni (L’Ue si rimangia la scelta dell’auto solo elettrica post 2035). Allo stesso tempo, nelle bozze del nuovo regolamento Ecodesign per i sistemi di riscaldamento, la Commissione propone requisiti di efficienza molto meno stringenti rispetto ai piani iniziali, di fatto prolungando la vendita sul mercato di caldaie a gas nuove anche dopo il 2029 (Salta lo stop per le caldaie a gas nelle nuove norme Ecodesign).  Due esempi recenti che mostrano una chiara frenata della politica climatica europea, mentre SOMO documenta pressioni coordinate per indebolire anche la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD).

Un’opaca rete di multinazionali (per lo più) americane

L’inchiesta di SOMO ricostruisce l’esistenza di una coalizione composta da undici grandi imprese, molte delle quali attive nel settore fossile e con sede negli Stati Uniti. Tra queste compaiono Chevron, ExxonMobil, Koch, Honeywell e Baker Hughes, oltre a gruppi come Dow, Nyrstar, Enterprise Mobility e JPMorgan Chase, come mostra l’illustrazione di SOMO. Il nome scelto, “Competitiveness Roundtable”, maschererebbe dietro il principio della competitività un obiettivo preciso: “stralciare” dalla CSDDD gli articoli più rilevanti su clima, ambiente, responsabilità civile e fin dove un’azienda debba esercitare la due diligence lungo la propria catena di fornitura, oppure far deragliare del tutto la legge. Secondo SOMO, che basa la sua inchiesta su documenti interni trapelati con ricostruzioni doviziose di agenda, ruoli e priorità delle aziende coinvolte, la Roundtable discuteva strategie settimanali almeno da marzo 2025, definendo obiettivi mirati per ognuna delle istituzioni europee. Le aziende avrebbero lavorato per “dividere e conquistare” i governi nel Consiglio, assegnando a ciascuna impresa la responsabilità di coltivare rapporti specifici con singoli Stati membri: TotalEnergies con Francia, Belgio e Danimarca; ExxonMobil con Germania, Ungheria, Repubblica Ceca e Romania e Baker Hughes per l’Italia, dove l’azienda opera tramite la Nuovo Pignone. Nel Parlamento, il gruppo avrebbe puntato a spingere l’alleanza tra Partito Popolare Europeo e destra radicale per “garantire la posizione più estrema” e ottenere un mandato negoziale meno ambizioso su clima e responsabilità delle imprese. Le attività non si sarebbero limitate a Bruxelles. SOMO documenta contatti con governi extra-Ue per esercitare pressioni “con minima visibilità statunitense”. La strategia prevedeva coinvolgimento diplomatico, eventi mirati e perfino tentativi di influenzare il negoziato commerciale tra Washington e Bruxelles, affinché la CSDDD fosse percepita come un ostacolo da rimuovere.

Tecniche di influenza e ruolo dei think tank

Una parte dell’influenza descritta da SOMO passa attraverso intermediari e strumenti comunicativi sofisticati. Il coordinamento della Roundtable sarebbe stato affidato alla società di consulenza statunitense Teneo, nota per collaborazioni con aziende del settore fossile. I documenti mostrano inoltre che il gruppo avrebbe finanziato il TEHA Group, think tank con sede a Bruxelles, affinché producesse un rapporto sull’“impatto economico” delle normative Ue e organizzasse un evento pubblico a sostegno delle proprie posizioni. Né l’evento né il rapporto avrebbero dichiarato il finanziamento ricevuto dalle multinazionali coinvolte. I documenti trapelati mostrano anche che le attività delle aziende della Roundtable nel Parlamento europeo sono molto più ampie di quanto emerga dal Registro per la trasparenza dell’Ue. In almeno otto incontri di lobbying tenuti durante le sessioni plenarie di Strasburgo compaiono ufficialmente solo i rappresentanti di Teneo, senza menzionare le altre multinazionali presenti, mentre altri tre incontri non risultano registrati affatto. Secondo l’inchiesta, di cui abbiamo riprodotto in cima l’immagine di copertina, la Roundtable puntava a sfruttare, per esempio, le difficoltà dell’industria automobilistica europea nei negoziati commerciali con gli Stati Uniti, in particolare l’urgenza del settore di ottenere un allentamento dei dazi Usa.

Per aumentare la pressione sulla Commissione e presentare la CSDDD come un ostacolo competitivo, il gruppo valutava di “attivare” le principali associazioni dell’automotive, dalla European Automobile Manufacturers’ Association alla European Association of Automotive Suppliers, oltre a singole imprese considerate strategiche, tra cui la italo-francese Stellantis. L’obiettivo era far percepire la direttiva come un ulteriore fattore di svantaggio per un comparto già esposto alle politiche industriali americane. La Roundtable avrebbe anche valutato campagne mirate sui social media, incluso l’uso di “post oscuri” su LinkedIn destinati a pubblici specifici e non visibili sugli account ufficiali delle aziende della lobby e dei loro intermediari, in particolare Teneo. SOMO non è stata in grado di verificare se tali campagne siano state effettivamente implementate, ma tale pianificazione mostra l’intenzione di operare al di fuori dei normali canali di trasparenza.

Frenate e ripensamenti nelle politiche europee

Mentre la Roundtable metteva in atto il proprio piano, l’Europa ha valutato di intaccare significativamente alcuni pilastri delle politiche per la transizione energetica. Nel caso delle auto post-2035, la Commissione sta riconsiderando l’impianto del regolamento sulle emissioni, dopo mesi di pressioni da Stati membri e industria automobilistica. Come accennato sopra, il commissario Tzitzikostas ha anticipato che nell’aggiornamento dei limiti di emissione verranno inclusi anche motori a combustione alimentati con carburanti sintetici e biocarburanti, oltre forse alle versioni ibride plug-in, e range extender (piccoli motori a benzina che estendono l’autonomia delle batterie) aprendo a un superamento del principio “solo elettrico”. Una dinamica analoga emerge nel dossier sul riscaldamento, ancora in consultazione. Nella nuova bozza del regolamento Ecodesign, la soglia minima di efficienza energetica per gli apparecchi di riscaldamento non è più fissata al 115%, limite tecnicamente impossibile da raggiungere per qualsiasi caldaia a gas e che le avrebbe automaticamente escluse dal mercato, ma su valori molto più bassi che, di fatto, permettono alle caldaie a gas di rimanere sul mercato del nuovo anche oltre il 2029, senza un nuovo limite temporale definito. Come spiegato da Rita Tedesco, responsabile transizione energetica presso la Environmental Coalition on Standards, l’allontanamento dai livelli previsti nel 2023 rappresenta “un passo indietro così forteda mantenere di fatto lo scenario attuale, senza lo stimolo necessario al passaggio alle tecnologie più efficienti. In entrambi i casi, si tratta di processi politici complessi, che coinvolgono interessi industriali, esigenze sociali e capacità di investimento. Tuttavia, la concomitanza tra queste revisioni e le pressioni descritte da SOMO alimentano i timori sulla vulnerabilità delle politiche europee.

Il dibattito sulla legittimità delle attività di lobby

Nel dibattito generato da SOMO, emergono anche letture meno critiche, o comunque più sfumate, circa le attività di lobby in questione. Killian McCarthy, professore di strategia e specialista in fusioni, alleanze e investimenti aziendali in start-up innovative presso la Radboud University, in Olanda, sottolinea che le aziende hanno il diritto di difendere i propri interessi, così come lo hanno sindacati, organizzazioni non governative e cittadini. McCarthy afferma che la responsabilità di un’impresa include anche il dovere verso i propri dipendenti e azionisti di contrastare regolamenti che minacciano la loro competitività o sopravvivenza. A suo avviso, questo non rappresenta un atto di ostruzione, ma una normale forma di rappresentanza degli interessi. Il problema non sarebbe dunque l’attività di lobby in sé, bensì la sua opacità: se la trasparenza è insufficiente, sostiene, occorre rafforzare le regole per esplicitare chiaramente chi sponsorizza eventi, centri studi, campagne mediatiche, eccetera, non demonizzare il fatto che le imprese cerchino di influenzare le decisioni. SOMO, da parte sua, non dice che le aziende debbano rinunciare a far valere le proprie posizioni. La critica principale riguarda la natura “opaca” di questa specifica alleanza: la scelta di operare dietro un nome neutro, l’uso di intermediari che non rivelano i finanziatori, la ricerca di “minima visibilità statunitense” nel coinvolgimento di governi terzi. È questa combinazione di anonimato, incontri non registrati, informazioni parziali nel Registro per la trasparenza, potere economico concentrato e influenza sistematica su più livelli a far parlare SOMO di una “loggia” di grandi inquinatori. La questione, dunque, è se l’attuale sistema europeo di trasparenza sulle attività di lobby sia in grado di garantire un equilibrio reale tra interessi economici, diritti umani e obiettivi climatico/ambientali.

Un’Europa più vulnerabile di quanto sembri

Secondo SOMO, il rischio non è soltanto l’indebolimento di una specifica legge come la CSDDD, ma la dimostrazione di quanto poco sia necessario per influenzare profondamente il quadro normativo europeo. Le attività della Roundtable, pur non violando la legge, mostrerebbero una capacità organizzativa che il sistema europeo non sembra ancora attrezzato a gestire o contrastare. La combinazione tra pressioni esterne, divergenze interne e arretramenti recenti nelle politiche climatiche suggerisce una vulnerabilità strutturale: l’Europa appare molto esposta a influenze che mettono in discussione i suoi stessi princìpi e obiettivi. Per evitare che questo fenomeno diventi sistemico, SOMO invita l’Ue a rafforzare la trasparenza, limitare l’accesso ai processi decisionali per gruppi opachi e riaffermare una direzione politica chiara a tutela dei cittadini e del clima. Da questa vicenda emergono domande cruciali: l’Unione europea riuscirà a mantenere la rotta della transizione energetica in un contesto in cui la geopolitica e i rapporti di potere fra Paesi e sfere d’influenza rischiano di deragliarne il percorso? Assisteremo a un progressivo smantellamento delle ambizioni climatiche e ambientali europee? La risposta dipenderà anche dalla capacità di Bruxelles di riconoscere, gestire e contrastare le pressioni che oggi minacciano la sua autonomia politica.

* da qualenergia.it - 5 dicembre 2025

 

 

4 dicembre 2025

Asia:Oltre un metro di pioggia in più, 14 cicloni in un anno: effetto «climate change»

di Elena Tebano *

Il presidente dello Sri Lanka l'ha definito «il disastro naturale peggiore di sempre». In Asia le piogge monsoniche stagionali sono state aggravate da due cicloni tropicali che hanno causato allagamenti e frane in una vasta zona che va dallo Sri Lanka, a Sumatra (in Indonesia), fino al sud della Thailandia e al nord della Malesia. L'ondata di maltempo ha ucciso almeno 1.300 persone. Ma il numero delle vittime è destinato a salire perché ci sono centinaia di dispersi e migliaia di feriti, oltre a più di tre milioni di sfollati. 
Non è stato semplice maltempo. Sono piogge eccezionali anche per la stagione dei monsoni e come altri fenomeni estremi sono state esacerbate dal surriscaldamento globale. L'atmosfera più calda contiene più umidità e le temperature più elevate degli oceani amplificano le tempeste. Le precipitazioni in Sri Lanka, Sumatra, Indonesia, Thailandia e Malesia ma anche delle Filippine, del Vietnam, della Birmania e di alcune parti della Cambogia e del Laos hanno registrato i livelli più alti dal 2012. In alcuni luoghi hanno superato di un metro la media dei mesi di novembre del periodo 1991-2020.

Nel sud-est della Thailandia, ha calcolato l'agenzia Afp, le precipitazioni mensili cumulative hanno superato in alcuni luoghi 1,5 metri, secondo i dati che combinano le rilevazioni delle stazioni, le osservazioni satellitari e i modelli meteorologici. In Vietnam, le piogge hanno raggiunto livelli record nella provincia montuosa di Dak Lak, così come in vaste zone al confine con la Cambogia. Anche nelle Filippine sono stati battuti i record di precipitazioni nel nord dell'arcipelago.
 Ecologisti, esperti e persino il governo indonesiano hanno sottolineato la responsabilità della deforestazione nelle inondazioni improvvise e nelle frane. In particolare il disboscamento selvaggio ha aumentato alluvioni e frane nella regione di Aceh, all'estremità occidentale di Sumatra, già devastata dallo tsunami del 2004. Anche qui c'è la mano dell'uomo. 
«Quello che è successo non è un semplice disastro naturale, ma l'esito dello scontro tra un ciclo climatico eccezionale e un paesaggio progressivamente privato delle sue difese naturali» scrive su Climate Home News, l'analista dell'Indonesia Strategic and Economics Action Institution Ronny P. Sasmita. Ad aggravare la situazione è stato il ciclone che si è formato nello Stretto di Malacca, e ha causato piogge durate giorni. «Lo Stretto di Malacca è uno dei luoghi meno favorevoli al mondo per la formazione di cicloni tropicali, rendendo questo evento un'anomalia eccezionale» spiega ancora Sasmita.

Testimoni locali hanno raccontato di non aver mai visto un'alluvione così torrenziale, né una simile quantità di legname trasportata da torrenti e dai fiumi in piena. «Le inondazioni nelle tre province non hanno portato solo acqua, ma anche prove tangibili. Video virali hanno mostrato fiumi trasformati in nastri trasportatori di legname, spiagge ricoperte di tronchi e ponti bloccati da tronchi sradicati» scrive Sasmita. «Gruppi di monitoraggio indipendenti hanno riferito che l'Indonesia ha perso più di 260 mila ettari di foresta nel 2024, oltre novantamila ettari solo sull'isola di Sumatra. Questo livello di perdita annuale colloca l'Indonesia tra i punti caldi della deforestazione tropicale più elevati al mondo». 
Senza alberi i terreni sono più esposti all'erosione e alle frane. L'Indonesia è il decimo esportatore di legno al mondo e l'industria del legname è una risorsa importante. Ma a pagarne i costi adesso sono le vittime delle alluvioni. Uno degli epicentri dell'eccezionale stagione delle piogge che ha devastato l'Asia è stato il Vietnam. «Quest'anno il Vietnam è stato colpito da 14 tifoni. La media di qualche decennio fa era cinque. La pioggia degli ultimi giorni non è stata nemmeno causata da un ciclone, ma da una quindicesima grande tempesta che si è formata al largo della costa centro-meridionale del Paese» spiega il New York Times. «Dal punto di vista geografico, il Vietnam è particolarmente vulnerabile. Uno studio del 2024 lo ha identificato come un “punto caldo” dei cambiamenti climatici, dimostrando che l'aumento delle temperature, che aggiunge umidità all'atmosfera e riscalda il Mar Cinese Meridionale, si combina con i sistemi dei tifoni e crea un vortice di rischio». 
In un periodo in cui l'Europa è preoccupata per le guerre alle sue porte, i timori per i cambiamenti climatici in Asia sembrano molto lontani. Ma quello che sta succedendo lì è solo un esempio di come il surriscaldamento globale colpirà intere regioni causando instabilità e movimenti forzati della popolazione, con effetti a cascata. Il maltempo in Vietnam, per altro, è destinato a farsi sentire anche sulle nostre tavole: è il secondo produttore mondiale di caffè e il primo per la qualità Robusta. Le piogge delle settimane scorse hanno colpito la provincia di Dak Lak, dove ci sono molte piantagioni. E il raccolto ha dovuto essere rimandato, facendo salire i prezzi del caffè all'ingrosso

* nella foto: inondazioni in Indonesia

* da Mondo Capovolto ( newsletter Corriere della Sera - 4 dicembre 2025 )

30 novembre 2025

In Brasile la “boiada” è legge, distruggere l’ambiente si può

Estrattivismo: Rimossi i veti di Lula al "Pl da Devastação", estrattivisti e lobby dell’agribusiness in festa

di Claudia Fanti *

Non ha davvero perso tempo la lobby legata all’agribusiness ad accantonare qualsiasi aspirazione finto-green: appena spenti i riflettori sulla Cop 30 – quella che secondo Lula avrebbe dovuto essere la migliore della storia -, ha ribaltato con tempismo perfetto 56 dei 63 veti che Lula aveva posto ad agosto sul cosiddetto “Progetto di legge della devastazione”, sferrando il colpo decisivo ai già sofferenti ecosistemi brasiliani. Determinante, in questa offensiva, è stato il presidente del Senato Davi Alcolumbre, il quale ha messo in agenda la votazione con la massima fretta, facendo saltare al Pl da Devastação una lunga fila, e meritandosi per questo i più vivi complimenti da parte della lobby ruralista.

RISULTATO della votazione di giovedì: il Brasile ha praticamente perso la sua legislazione ambientale. Il sogno di ogni latifondista e di ogni impresa estrattivista è diventato realtà. Respingendo la quasi totalità dei veti di Lula, il Congresso ha infatti trasformato in legge la peggiore versione del Pl 2.159/2021, con tutti i suoi punti più critici, a cominciare dalla cosiddetta Lac (Licença ambiental por Adesão e Compromisso), grazie a cui, per la maggior parte delle iniziative imprenditoriali, ad eccezione solo di quelle ad alto impatto ambientale, sarà sufficiente l’autocertificazione: basterà compilare un formulario su internet, dichiarando che la propria attività non presenta rischi per l’ambiente. Un click e via, senza bisogno di studi di impatto ambientale. Mentre un altro punto assai criticato, quello relativo alla Lae (Licença Ambiental Especial) – una procedura semplificata di autorizzazione ambientale per tutte le opere considerate politicamente rilevanti, a prescindere da quale sia il loro impatto – è stato incluso in una misura provvisoria che sarà discussa la prossima settimana. Introdotta con un emendamento ad hoc, nella decisiva votazione al Senato del 21 maggio scorso, da Alcolumbre, deciso a velocizzare lo sfruttamento petrolifero a Foz do Amazonas, nel “suo” Amapá, la Lae spiana la strada a progetti contestatissimi come la BR-319, l’autostrada che collega Manaus a Porto Velho. Ma oltre a rendere estremamente più semplice e rapida la concessione delle autorizzazioni ambientali e a ridimensionare in maniera drastica gli studi di impatto ambientale, la legge calpesta i diritti delle comunità indigene e quilombolas, indebolisce la protezione della Mata Atlântica, riduce al minimo il ruolo degli organismi di salvaguardia della natura e consente a stati e municipi di rilasciare le autorizzazioni con la massima discrezionalità.

QUANDO il famigerato ex ministro dell’Ambiente del governo Bolsonaro Ricardo Salles esortava a «passar a boiada», cioè ad azzerare la legislazione ambientale come se ci passasse sopra una mandria di buoi, pensava esattamente a questo. Ironia della storia, la boiada è passata sotto la presidenza Lula, il cui governo – proprio quello su cui i popoli indigeni avevano riposto le loro speranze – è tutt’altro che esente da responsabilità.Che vari dei suoi esponenti non fossero pregiudizialmente contrari al progetto di legge, limitandosi semmai a prendere le distanze solo dai suoi aspetti più rovinosi, è cosa nota. Non a caso, come rivelato dal portale ambientalista Sumaúma, il documento preparato dall’ufficio del capogruppo governativo al Senato orientava lo scorso maggio a esprimere un voto «favorevole con aggiustamenti». Non un granché come strategia di contrasto. Cosicché, quando alla fine si è cercato di contenere il disastro, come ha tentato di fare Lula ponendo 63 veti al progetto, era ormai troppo tardi per arginare la boiada.

INUTILI si sono rivelati gli sforzi della ministra dell’Ambiente Marina Silva, la quale non ha nascosto il suo «lutto», denunciando la demolizione di un’impalcatura legislativa che aveva impiegato quarant’anni per consolidarsi – e proprio nel momento in cui il Brasile affronta le conseguenze sempre più severe del cambiamento climatico, tra ondate di calore, siccità, incendi, piogge torrenziali e trombe d’aria – e aprendo la possibilità di un ricorso alla giustizia: non è possibile, ha detto, passare impunemente «sopra l’articolo 225 della Costituzione», in base a cui tutti i cittadini hanno diritto a un ambiente ecologicamente equilibrato. E a rivolgersi alla giustizia saranno di certo varie organizzazioni, come l’Observatório do Clima, convinte dell’evidente incostituzionalità di molti punti della nuova legge e decise a non rassegnarsi allo «sterminio del futuro».

nella foto: A fuoco un’area oggetto di deforestazione da parte degli allevatori di bestiame nei pressi Novo Progresso, nello stato del Para, Brasile

leggi anche:   Clima, il club fossile che ha minato Belém

 * da il manifesto - 30 novembre 2025

22 novembre 2025

Africa: Gerontocrazia 4.0

45 giorni di passione elettorale restituiscono un'Africa apparentemente immutata. Ma tra proteste e nuove generazioni, il continente ribolle di passione. Una panoramica di Andrea Spinelli Barrile sul voto in Malawi, Costa d'Avorio, Camerun e Tanzania. 

Immagine che contiene aria aperta, cielo, fuoco, vestiti

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Potrebbe sembrare che la politica africana non sia cambiata poi molto nel periodo di 45 giorni che, tra metà settembre e fine ottobre, ha visto susseguirsi un’improbabile coincidenza di appuntamenti elettorali nel continente. Se la politica cambia poco le società africane, invece, si stanno trasformando profondamente.

Il 16 settembre i malawiani sono andati a votare per eleggere il loro presidente. L’ultima volta, nel 2019, la Corte costituzionale aveva dichiarato nullo il risultato elettorale, con i cinque giudici in giubbotto antiproiettile ad annunciare la decisione in tv: fu favorito il presidente in carica, Peter Mutharika, contro Lazarus Chakwera, che però meno di un anno dopo, nella ripetizione del voto, prevalse. Nel sequel 2025 di questo scontro Mutharika, 85 anni, si è imposto su Chakwera, 70, con il 56,8% ed è stato dichiarato presidente.

Il 12 ottobre, quasi un mese dopo, è stato il turno del Camerun: il risultato, con il 92enne presidente Paul Biya candidato per la sesta volta, era scontato. Meno i suoi effetti: un po’ per la caratura politica dell’avversario, Issa Tchiroma Bakary, un po’ per lo scollamento dalla realtà dell’establishment camerunese (Biya, nato quando Hitler diventava cancelliere del Reich, non ha potuto fare campagna elettorale a causa delle sue condizioni di salute, in un Paese dove i nati nel 2006 rappresentano l’età media), le proteste sono dilagate in tutto il Paese e non solo rinfocolando il vecchio dilemma coloniale tra le popolazioni francofone e anglofone. A fine mandato, se sopravvivrà a se stesso, Biya potrebbe avere quasi 100 anni.

Due settimane dopo, il 25 ottobre, in Costa d’Avorio Alassane Ouattara, 83 anni, ha ottenuto quasi il 90% dei voti e un quarto mandato presidenziale: al potere dal 2010, le ambizioni di Ouattara all’inizio di questo millennio hanno portato il Paese sull’orlo del collasso ma lui ne è uscito da re incontrastato: quando finirà questo mandato, Ouattara avrà poco meno di 88 anni.

Il 29 ottobre è stato il turno della Tanzania, in quella che è stata la tornata elettorale più sanguinosa dell’anno: le elezioni si sono svolte in un cimitero, da mesi nel Paese è stata scatenata quella che Amnesty International ha definito «ondata di terrore», con migliaia di critici e oppositori (ci vuole poco, basta un commento sbagliato al post sbagliato) incarcerati e il leader dell’opposizione, Tundu Lissu, accusato di tradimento e a rischio pena di morte. Il giorno del voto la rabbia è esplosa e nonostante il blackout di internet (un blocco molto efficace per gli standard africani, durato diversi giorni e che ha impedito a testimonianze, informazioni, denunce e proteste di uscire dal Paese) a migliaia hanno protestato a Dar-Es-Salaam, Arusha, Mbeya e Mwanza, beccandosi proiettili veri sparati mirando alla testa. A due settimane dalla mattanza non è ancora chiaro il numero delle vittime (tra le 3000 e le 10000 – sì, diecimila), alle quali si sono aggiunti gli omicidi di massa mirati nei centri abitati sospettati di essere roccaforti dell’opposizione. Omicidi che vanno avanti ancora oggi.

Persino l’Unione africana abbia dichiarato le elezioni tanzaniane “truccate” (Samia è stata dichiarata vincitrice con il 98% dei voti) ma è bastato ignorarla: ora l’appuntamento è al 9 dicembre, giorno dell’Indipendenza, quando i giovani tanzaniani torneranno in piazza a sfidare le mitragliatrici.

E non è finita qui: il 23 novembre sarà la Guinea Bissau ad andare al voto, un ex-narcostato (nemmeno troppo “ex”) il cui Parlamento è stato chiuso dal suo presidente, Umaro Sissoco Embalò, a dicembre 2023. Il favorito è proprio lui, Embalò, che a marzo aveva detto di non volersi ricandidare, salvo farlo dietro consiglio della moglie.

Il 28 dicembre l’anno si chiuderà con altre due elezioni presidenziali importanti, in Guinea e Repubblica Centrafricana. Nel primo caso il favorito è il leader della giunta militare attualmente al potere, Mamady Doumbouya, diplomatosi ufficiale in Francia, alla guida dell’unica giunta militare dell’Africa occidentale a non avere subito sanzioni internazionali di alcun genere e che, anzi, gode di un certo favore dei governi europei. Nel secondo caso invece il favorito è l’ex-professore di matematica Faustine Archange Touadera, alla ricerca di un terzo (illegittimo fino a un anno fa) mandato. Anche lui, amico di tutti: ha la guardia personale e i consiglieri della sicurezza che sono ex-Wagner russi, fa lavorare gli americani come contractor, ospita nel Paese una missione di caschi blu e viene a Roma molto spesso per riunioni su sicurezza e disarmo alla Comunità di Sant’Egidio.

Mentre fioccavano tutte queste elezioni, in Madagascar c’è stato un colpo di Stato e il presidente se ne è scappato in Francia, lasciando il posto a un militare.

Di fronte a tutti questi voti con i risultati sempre uguali viene da chiedersi se l’Africa ha un futuro e, diversamente da come ci saremmo risposti all’inizio della carriera politica di questi dinosauri, la risposta è Sì: lo dimostrano i numeri della demografia (l’età media, nel continente, è di poco superiore ai 19 anni), le proteste della GenZ che dilagano ovunque, le statistiche della scolarizzazione, sempre più diffusa e sempre più alta come grado scolastico e formazione professionale. Da buona società anziana, benestante e colonialista, noi europei guardiamo con paternalismo alla politica africana, dimenticandoci lo sforzo del provare a comprenderla. Ma se l’Africa ha un futuro, l’Europa può dire altrettanto?

* Nord Sud Ovest Est. Per non perdere l'orientamento

 da il manifesto 18 novembre 2025 (Vai agli articoli )