24 gennaio 2026

Eolico e fotovoltaico producono più energia elettrica delle fonti fossili: lo storico sorpasso in Ue

In cinque anni la loro quota è cresciuta dal 20% al 30%. In Italia l'energia ottenuta dal sole ha compensato il fisiologico calo dell'idroelettrico (dopo il boom del 2024)

In modo forse lento, ma inesorabile, la transizione energetica va avanti. Secondo un rapporto pubblicato oggi da Ember, un think tank indipendente specializzato in temi ambientali, per la prima volta nella storia dell'Unione europea l'energia elettrica prodotta da eolico e fotovoltaico ha superato quella garantita dalle fonti fossili. Nel dettaglio sole e vento hanno prodotto il 30% dell'elettricità contro il 29% di quella ottenuta con l'utilizzo di carbone, gas e altri combustibili. 

I numeri, nel dettaglio

Nel 2025 eolico e solare hanno superato i fossili in 14 dei 27 Paesi. In cinque anni la loro quota nella produzione elettrica Ue è cresciuta dal 20% (2020) al 30% (2025), mentre i fossili sono scesi dal 37% al 29%. Idroelettrico e nucleare sono rimasti stabili o in lieve calo. Il sorpasso di eolico e solare sui fossili nel 2025 è dovuto soprattutto al solare, cresciuto più di un quinto (+20,1%) per il quarto anno consecutivo e balzato al 13% della produzione di elettricità Ue nel 2025, un nuovo record positivo, superando carbone e idroelettrico.

Nel 2025, la produzione elettrica da solare è cresciuta in ogni paese dell’Ue rispetto al 2024 grazie soprattutto a nuove installazioni. Il solare ha fornito oltre un quinto dell’elettricità prodotta in Ungheria, Cipro, Grecia, Spagna e Paesi Bassi. In Italia, la generazione solare ha raggiunto il 17% della produzione elettrica. Le rinnovabili hanno generato il 48% dell’elettricità Ue nonostante condizioni meteo atipiche che hanno causato un calo dell’idroelettrico, del 12%, e dell’eolico, del 2%, ma hanno favorito il solare. L’eolico resta la seconda fonte elettrica Ue, al 17%, e ha prodotto più elettricità del gas.

Come vanno le cose in Italia?

Secondo i dati di Terna, la società che gestisce la rete di trasmissione nazionale, nel 2025 i consumi elettrici italiani sono stati pari a 311,3 TWh, un valore sostanzialmente equivalente a quello del 2024. Nel 2025 le fonti rinnovabili hanno coperto il 41% della domanda, rispetto al 42% del 2024. 

Un dato che sembra in controtendenza rispetto al report di Ember e che tuttavia ha una spiegazione. Se infatti è vero che nell'anno appena trascorso la produzione fotovoltaica ha fatto segnare numeri senza precedenti, dall'altro la produzione idroelettrica è tornata ai livelli standard con una riduzione del 21,2%. Un calo fisiologico dopo lo straordinario incremento del 2024. Più contenuta la diminuzione della fonte eolica (-3,3%), mentre è sostanzialmente stabile la fonte geotermica (-0,3%). 

A crescere, come accennato sopra, è invece l'energia prodotta da fonti fotovoltaiche che è cresciuta del 25,1% e ha raggiunto il nuovo record storico arrivando a superare i 44 TWh con un picco nel mese di giugno di 5,7 TWh (+35,6% rispetto al giugno 2024). Tale incremento (+8.892 GWh) è dovuto sia al contributo positivo dell’aumento di capacità in esercizio (+6.636 GWh) sia ad un maggiore irraggiamento (+2.256 GWh).


da www.europa.today.it – 22 gennaio 2026

1 gennaio 2026

Viaggio in Uganda: la pseudo-democrazia di Museveni alla prova del voto

di Sara Gandolfi *

Leoni, leopardi, elefanti, bufali e (in una riserva) pure il rinoceronte. Ovvero tutti i Big Five dell'Africa. E poi i gorilla di montagna, gli scimpanzé, le scimmie dalla coda rossa, giraffe, zebre, antilopi... L'Uganda è il regno degli animali. Ed il reame di Yoweri Kaguta Museveni, l'ex guerrigliero diventato presidente sempiterno. L'uomo che quarant'anni fa ha preso le redini del Paese africano, dilaniato dalle feroci repressioni prima del "macellaio" Idi Amin e poi di Milton Obote, a modo suo ha portato stabilità e pace. Non una piena democrazia, però. 
La faccia apparentemente bonaria dell'ottantunenne Museveni  è ovunque in Uganda, stampata sui manifesti gialli che ricoprono ogni angolo del Paese, con lo slogan “Proteggere i guadagni: fare un salto di qualità verso lo status di reddito medio-alto”. Corre per il suo settimo mandato presidenziale, alle elezioni del 15 gennaio. Le piazze di ingresso ad ogni città e ogni villaggio, le case, le scuole, le auto e perfino i muri della consegna bagagli all'aeroporto sono tappezzati dalle gigantografie e dai poster della sua campagna elettorale. In giro c'è soltanto lui - con il cappello di paglia e il sorriso da nonno - e i candidati locali del suo partito, il National Resistance Movement. Ed è già pronta la successione ereditaria in questa pseudo-democrazia fondata sul culto della personalità: il figlio di Museveni, il 51enne Muhoozi Kainerugaba, dopo una serie di rapide promozioni è ora Capo delle Forze di Difesa e molti lo considerano già candidato alle successive presidenziali, se ci saranno.

Una manifestazione a favore del leader dell'opposizione, il rapper Bobi Wine

Sette candidati sfidano Museveni, che punta alla maggioranza assoluta per evitare il ballottaggio. L'unico che ha qualche chance di competere con il presidente autocrate è il 41enne Bobi Wine, popolare star del reggae, che ha conquistato il favore dei giovani promettendo il ripristino della democrazia, la lotta alla corruzione e la creazione di posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione complessivo è del 12,6% in Uganda, ma sale al 43% fra i giovani. Solo 90.000 laureati su 700.000 ogni anno riescono a trovare impiego nel settore formale e il reddito pro capite annuo, pari a 987 dollari, è cresciuto in media soltanto dell'1,8% negli ultimi 4 anni.
Candidato del National Unity Party, Wine ha paragonato la campagna elettorale a «una zona di guerra» per i rischi che corre chi si schiera pubblicamente contro Museveni. D'altronde, lo scorso maggio Kainerugaba si è vantato pubblicamente di aver torturato personalmente la guardia del corpo di Wine, Edward Sebuufu, che era stato rapito cinque giorni prima.

Nessuno esprime ad alta voce le proprie opinioni politiche. Soltanto nel chiuso di un'auto o di una abitazione, i giovani si lasciano andare allo sconforto: c'è tanta voglia di cambiamento, spinta anche dal confronto con il resto del mondo, attraverso internet e il turismo straniero, che inizia  a uscire dai confini del Parco Nazionale della Foresta Impenetrabile di Bwindi abitato dai gorilla di montagna (a proposito, esperienza straordinaria, nonostante la scalata tra le liane nel fango per arrivare a condividere con loro un'ora di sguardi!). 
Sulla carta, le probabilità che Museveni esca sconfitto dalle elezioni sono pari a zero: la macchina propagandistica dello Stato è tutta nelle sue mani, come i soldi elargiti in ogni villaggio per assicurarsi più voti possibile. Ma i giovani in Uganda sono maggioranza - 33 dei 46 milioni di cittadini hanno meno di 30 anni - e le urne potrebbero riservare qualche sorpresa. 
«Nonostante gli elevati livelli di intimidazione e violenza, i candidati dell'opposizione ugandese continuano a competere per le elezioni presidenziali e legislative, canalizzando le richieste della popolazione giovane dell'Uganda per più posti di lavoro, libertà e trasparenza», scrive Joseph Siegle dell'Africa Center for strategic studies di Washington. È alto però il timore di brogli elettorali per garantire, comunque, la vittoria a Museveni.

Le ultime elezioni, nel 2021, registrarono il rapimento di 3.000 esponenti dell'opposizione, 54 vittime e almeno 18 "dispersi". Quest'anno centinaia di sostenitori dell'opposizione sono stati arrestati arbitrariamente (tra cui un sacerdote cattolico, padre Deusdedit Ssekabira, rapito e poi accusato di attività sovversive) e sono stati segnalati feriti e morti in diversi raduni della campagna elettorale dell'opposizione. 

* da Mondo Capovolto -newsletter del Corriere della Sera - 1 gennaio 2026

L’India cambia pelle: in arrivo la radicale riforma economica di Modi

di Federico Giuliani *

I media indiani hanno definito il 2025 come “l’anno del big bang economico dell’India“. Negli ultimi 12 mesi, infatti, Delhi ha varato una serie di misure rimaste in sospeso per anni nel tentativo di reimpostare il modello di crescita del Paese sotto la crescente pressione globale generata da dazi, tensioni e guerre commerciali. Il gigante asiatico ha varato un’agevolazione fiscale per la classe media, autorizzato gli investimenti esteri diretti al 100% in assicurazioni e pensioni, garantito la partecipazione privata all’energia nucleare, messo sul tavolo un regime semplificato di imposta su beni e servizi (Gst), quattro codici del lavoro e una legge sull’imposta sul reddito (andata a sostituirne una risalente al 1961).  “Il 2025 ha visto riforme rivoluzionarie in vari settori, che hanno dato impulso al nostro percorso di crescita”, ha scritto il primo ministro Narendra Modi sui social. L’ottimismo non manca, anche perché l’India sta crescendo a un ritmo di oltre l’8% su base annua.  I dazi statunitensi fino al 50% imposti Donald Trump sull’export Made in India hanno tuttavia colpito settori indiani chiave ad alta intensità di manodopera, come il tessile e l’elettronica, complicando l’ambizione di Delhi di trasformarsi in un rivale manifatturiero della Cina.

La mossa di Modi

Per Bloomberg, le riforme appena effettuate sono state concepite per “preparare il terreno per un’ondata di capitali esteri” in un momento in cui gli shock esterni rischiano di far deragliare la crescita dell’India. Ne serviranno però altre, di riforme, per generare una vera e propria rivoluzione guidata dall’alto dell’economia nazionale.  Modi lo sa bene, e per questo metterà in cantiere altre misure per ridurre la burocrazia, semplificare le tasse, allentare le norme sul lavoro e aprire i mercati dei capitali, così da rilanciare la fiducia degli investitori e mantenere Delhi sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo di diventare, entro il 2047, un’economia sviluppata.

“Modi attua periodicamente una serie di riforme radicali, come un big bang, quando le condizioni sono mature. Questo è uno di quei momenti”, ha dichiarato al Financial Times Baijayant Panda, vicepresidente del Bharatiya Janata Party, il partito del premier, che ha avuto un po’ di respiro dopo le recenti vittorie elettorali in Maharashtra, Haryana, Delhi e Bihar. Le misure già effettuate e quelle che seguiranno sono necessarie per ridurre i costi complessivi e le lungaggini burocratiche per le aziende e gli investitori. La revisione della Gst, per esempio, ha ridotto quattro aliquote fiscali a due per semplificare la determinazione dei prezzi e stimolare la crescita dei consumi.  La riforma del codice del lavoro, in cantiere da cinque anni ma fin qui mai promulgata a causa delle resistenze dei partiti di opposizione e dei sindacati, mira invece a formalizzare il vasto settore informale, ridurre gli oneri di conformità per alcune piccole imprese ed espandere la copertura della previdenza sociale.

Riforme, riforme, riforme

 I dazi di Trump hanno presumibilmente convinto Modi ad accelerare la sua spinta riformista. Nel frattempo la Reserve Bank of India prevede per il 2026 una crescita pari al 6,6%, meno dell’8% circa all’anno che servirebbe a Delhi per conseguire i suoi obiettivi economici. Alcuni giganti hi-tech statunitensi, come Amazon e Microsoft, hanno annunciato un maxi investimento complessivo di oltre 50 miliardi di dollari nel Paese, ma, in generale, gli afflussi diretti esteri netti sono ai minimi degli ultimi tre anni. E ancora: al netto di iniezioni rilevanti come quella di Apple, il settore manifatturiero indiano rappresenta ancora il 17% del pil nazionale, al di sotto del 25% auspicato da Modi per il 2025. Ricordiamo che i negoziatori di Delhi non sono riusciti a trovare un’intesa commerciale con Washington, e che questo potrebbe danneggiare settori ad alta intensità di manodopera del Paese asiatico. Modi si è poi opposto all’apertura dei mercati agricoli e lattiero-caseari indiani a un’ondata di importazioni a basso costo proveniente dagli Stati Uniti.  Il motivo? Prettamente politico. La novità avrebbe infatti potuto generare un blocco elettorale di milioni di agricoltori e dare all’opposizione una manna dal cielo in vista delle quattro elezioni del prossimo anno in Kerala, Tamil Nadu, Assam e Bengala Occidentale. Le riforme, intanto, continuano…

* da www.msn.com ( Inside Over) - 1 gennaio 2026


21 dicembre 2025

La crescita inarrestabile delle energie rinnovabili è la "svolta scientifica" dell'anno

È la prima volta per la prestigiosa copertina di Science: Nel 2004 il mondo impiegò un anno intero per installare 1 GW di impianti fotovoltaici: oggi, nonostante Trump, ogni giorno ne entra in funzione il doppio. Ma l’Italia sta restando indietro

di Luca Aterini  *

Una delle maggiori riviste scientifiche dal mondo, la prestigiosa Science con sede negli Usa, ha premiato l’inarrestabile crescita delle energie rinnovabili come “Breakthrough of the year”, ovvero come svolta scientifica dell’anno.

«Questa promessa arriva in un contesto di notizie negative – premette Science –m evidenziate alla riunione delle Nazioni Unite sul clima tenutasi a Belém, in Brasile, a novembre. Le emissioni globali di carbonio continuano ad aumentare, mentre i paesi non riescono a rispettare i tagli promessi nell'accordo di Parigi sul clima del 2015. L'obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C – da sempre un obiettivo a lungo termine – sembra ora completamente irraggiungibile. Ma grazie alle energie rinnovabili «il tanto atteso declino dei combustibili fossili è imminente». Di nucleare invece nemmeno si parla. «L'eolico e il solare sono diventati le energie più economiche in gran parte del mondo», e «il calo dei prezzi ha favorito un'impennata dell'energia solare ed eolica che supera di gran lunga la crescita di qualsiasi altra fonte» in termini di potenza installata e non solo, dato che «quest'anno le fonti rinnovabili hanno generato più elettricità del carbone».

 

«Nel 2025 abbiamo finalmente capito che nulla potrà più fermare tecnologie che sono le più economiche, le più semplici, le più flessibili, le più veloci da installare, le meno controverse. Il resto, spesso, è essenzialmente distrazione di massa», commenta nel merito il dirigente di ricerca del Cnr Nicola Armaroli. Ed è «la prima volta che gli sviluppi nel settore dell'energia sono scelti per questa copertina, con buona pace di Donald Trump e di tutti i lobbisti del fossile che remano contro», aggiunge Antonello Pasini, fisico del clima al Cnr e tra i principali esperti italiani di cambiamenti climatici.

Il motore di questa rivoluzione è la Cina, grazie a un approccio che l’Occidente – che pure partiva in largo vantaggio – sembra oggi aver dimenticato: quello della politica industriale. Di base, la Cina si affida più o meno alla stessa tecnologia solare che gli Stati Uniti hanno inventato mezzo secolo fa, quando gli Usa producevano pannelli per alimentare l’esplorazione dello spazio, mentre ora la Cina li produce per il mondo intero: migliori, molto più economici e in quantità sbalorditive. Risultato? Oggi le rinnovabili valgono il 10% del Pil cinese e al contempo hanno fermato la crescita delle emissioni climalteranti del Paese. Pale e pannelli cinesi hanno invaso anche il resto del mondo, ma si tratta di una dipendenza ben più soft rispetto a quella dai combustibili fossili: come osservano da Ember, importare 1 GW di pannelli solari costa 100 mln di dollari e garantisce 1,5 TWh di elettricità all’anno; anche importare gas naturale liquefatto (Gnl) per produrre 1,5 TWh di elettricità costa 100 mln di dollari, ma col fotovoltaico si risparmiano 100 mln di dollari per i 29 anni successivi. Inoltre, la corsa tecnologica della rivoluzione energetica lascia ancora spazio per recuperare margini di autonomia, se altri Paesi sapranno mettere in campo adeguate strategie di politica industriale. Ad esempio, le celle solari cinesi oggi sono realizzate in silicio cristallino, ma si stanno affacciando oggi tecnologie a perovskite; l’eolico offshore apre nuovi orizzonti per produrre elettricità dal vento; dopo il crollo dei costi delle batterie al litio, presto ci saranno batterie al vanadio e al sodio.

Anche se «permangono preoccupazioni per il futuro», guardando indietro si possono cogliere gli straordinari progressi compiuti dalle energie rinnovabili: «Nel 2004 – ricorda Science – il mondo impiegò un anno intero per installare 1 GW di capacità di energia solare. Oggi, ogni giorno ne entra in funzione il doppio. All'epoca, le energie rinnovabili godevano di un'aura di virtù: gli acquirenti pagavano di più rispetto all'energia fossile a causa delle preoccupazioni climatiche. Ora, il vero motore è l'interesse personale: costi inferiori e maggiore sicurezza energetica. Questo cambiamento di motivazione potrebbe rappresentare la svolta più importante di tutte, garantendo che i punti di svolta di quest'anno siano solo l'inizio».

Il problema, per l’Italia, è che nel nostro Paese quest’anno le energie rinnovabili registrano sia meno potenza installata sia meno elettricità prodotta, al contrario di quanto sta accadendo nel resto del mondo. Mentre il Governo Meloni porta avanti l’arma di distrazione di massa dell’energia nucleare, importiamo gas e petrolio per 46 miliardi di euro l’anno e al contempo crescono sia la disinformazione sia gli ostacoli normativi all’installazione degli impianti rinnovabili. «La via maestra per abbassare le bollette e rafforzare l’indipendenza energetica dell’Italia è accelerare lo sviluppo delle rinnovabili – commenta Vincenzo Balzani, presidente onorario dell’associazione Energia per l’Italia e accademico dei Lincei – Le rinnovabili sono già oggi la fonte di energia più economica e lo saranno sempre di più. Continuare a rallentare investimenti e autorizzazioni, e spostare l’attenzione su false soluzioni come il nucleare, significa ignorare l’evidenza scientifica e penalizzare famiglie e imprese».

* da greenreport.it - 9 dicembre 2025