21 dicembre 2025

La crescita inarrestabile delle energie rinnovabili è la "svolta scientifica" dell'anno

È la prima volta per la prestigiosa copertina di Science: Nel 2004 il mondo impiegò un anno intero per installare 1 GW di impianti fotovoltaici: oggi, nonostante Trump, ogni giorno ne entra in funzione il doppio. Ma l’Italia sta restando indietro

di Luca Aterini  *

Una delle maggiori riviste scientifiche dal mondo, la prestigiosa Science con sede negli Usa, ha premiato l’inarrestabile crescita delle energie rinnovabili come “Breakthrough of the year”, ovvero come svolta scientifica dell’anno.

«Questa promessa arriva in un contesto di notizie negative – premette Science –m evidenziate alla riunione delle Nazioni Unite sul clima tenutasi a Belém, in Brasile, a novembre. Le emissioni globali di carbonio continuano ad aumentare, mentre i paesi non riescono a rispettare i tagli promessi nell'accordo di Parigi sul clima del 2015. L'obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C – da sempre un obiettivo a lungo termine – sembra ora completamente irraggiungibile. Ma grazie alle energie rinnovabili «il tanto atteso declino dei combustibili fossili è imminente». Di nucleare invece nemmeno si parla. «L'eolico e il solare sono diventati le energie più economiche in gran parte del mondo», e «il calo dei prezzi ha favorito un'impennata dell'energia solare ed eolica che supera di gran lunga la crescita di qualsiasi altra fonte» in termini di potenza installata e non solo, dato che «quest'anno le fonti rinnovabili hanno generato più elettricità del carbone».

 

«Nel 2025 abbiamo finalmente capito che nulla potrà più fermare tecnologie che sono le più economiche, le più semplici, le più flessibili, le più veloci da installare, le meno controverse. Il resto, spesso, è essenzialmente distrazione di massa», commenta nel merito il dirigente di ricerca del Cnr Nicola Armaroli. Ed è «la prima volta che gli sviluppi nel settore dell'energia sono scelti per questa copertina, con buona pace di Donald Trump e di tutti i lobbisti del fossile che remano contro», aggiunge Antonello Pasini, fisico del clima al Cnr e tra i principali esperti italiani di cambiamenti climatici.

Il motore di questa rivoluzione è la Cina, grazie a un approccio che l’Occidente – che pure partiva in largo vantaggio – sembra oggi aver dimenticato: quello della politica industriale. Di base, la Cina si affida più o meno alla stessa tecnologia solare che gli Stati Uniti hanno inventato mezzo secolo fa, quando gli Usa producevano pannelli per alimentare l’esplorazione dello spazio, mentre ora la Cina li produce per il mondo intero: migliori, molto più economici e in quantità sbalorditive. Risultato? Oggi le rinnovabili valgono il 10% del Pil cinese e al contempo hanno fermato la crescita delle emissioni climalteranti del Paese. Pale e pannelli cinesi hanno invaso anche il resto del mondo, ma si tratta di una dipendenza ben più soft rispetto a quella dai combustibili fossili: come osservano da Ember, importare 1 GW di pannelli solari costa 100 mln di dollari e garantisce 1,5 TWh di elettricità all’anno; anche importare gas naturale liquefatto (Gnl) per produrre 1,5 TWh di elettricità costa 100 mln di dollari, ma col fotovoltaico si risparmiano 100 mln di dollari per i 29 anni successivi. Inoltre, la corsa tecnologica della rivoluzione energetica lascia ancora spazio per recuperare margini di autonomia, se altri Paesi sapranno mettere in campo adeguate strategie di politica industriale. Ad esempio, le celle solari cinesi oggi sono realizzate in silicio cristallino, ma si stanno affacciando oggi tecnologie a perovskite; l’eolico offshore apre nuovi orizzonti per produrre elettricità dal vento; dopo il crollo dei costi delle batterie al litio, presto ci saranno batterie al vanadio e al sodio.

Anche se «permangono preoccupazioni per il futuro», guardando indietro si possono cogliere gli straordinari progressi compiuti dalle energie rinnovabili: «Nel 2004 – ricorda Science – il mondo impiegò un anno intero per installare 1 GW di capacità di energia solare. Oggi, ogni giorno ne entra in funzione il doppio. All'epoca, le energie rinnovabili godevano di un'aura di virtù: gli acquirenti pagavano di più rispetto all'energia fossile a causa delle preoccupazioni climatiche. Ora, il vero motore è l'interesse personale: costi inferiori e maggiore sicurezza energetica. Questo cambiamento di motivazione potrebbe rappresentare la svolta più importante di tutte, garantendo che i punti di svolta di quest'anno siano solo l'inizio».

Il problema, per l’Italia, è che nel nostro Paese quest’anno le energie rinnovabili registrano sia meno potenza installata sia meno elettricità prodotta, al contrario di quanto sta accadendo nel resto del mondo. Mentre il Governo Meloni porta avanti l’arma di distrazione di massa dell’energia nucleare, importiamo gas e petrolio per 46 miliardi di euro l’anno e al contempo crescono sia la disinformazione sia gli ostacoli normativi all’installazione degli impianti rinnovabili. «La via maestra per abbassare le bollette e rafforzare l’indipendenza energetica dell’Italia è accelerare lo sviluppo delle rinnovabili – commenta Vincenzo Balzani, presidente onorario dell’associazione Energia per l’Italia e accademico dei Lincei – Le rinnovabili sono già oggi la fonte di energia più economica e lo saranno sempre di più. Continuare a rallentare investimenti e autorizzazioni, e spostare l’attenzione su false soluzioni come il nucleare, significa ignorare l’evidenza scientifica e penalizzare famiglie e imprese».

* da greenreport.it - 9 dicembre 2025   

16 dicembre 2025

Lobby opache dietro le retromarce Ue su leggi pro clima e ambiente

 di Lorenzo Vallecchi *

Come un’alleanza di multinazionali avrebbe condizionato le politiche climatiche e ambientali Ue, dallo stop alle auto endotermiche nel 2035 all’Ecodesign.

L’Europa ha iniziato a fare marcia indietro sulle proprie politiche climatiche e ambientali nello stesso momento in cui un’alleanza opaca di grandi aziende statunitensi, guidate in larga parte da colossi delle fonti fossili, lavorava per annacquare le leggi pro sostenibilità dell’Ue. Mentre Bruxelles riconsidera la fine dei motori a scoppio dal 2035 e medita di allentare i requisiti Ecodesign sull’efficienza energetica delle caldaie a gas, un’inchiesta pubblicata dall’organizzazione investigativa olandese SOMO mostra come un gruppo ristretto e organizzato di multinazionali americane avrebbe operato per indebolire le norme europee più ambiziose su diritti umani, responsabilità d’impresa, clima e ambiente.

Secondo l’inchiesta, le attività di questa rete, chiamata “Competitiveness Roundtable”, si sarebbero svolte con un livello di coordinamento tale da influenzare Commissione, Consiglio e Parlamento europei, oltre a coinvolgere governi extra-Ue, incluso quello statunitense. In parallelo, le retromarce sulle politiche climatiche ventilate nelle ultime settimane sollevano interrogativi sulla capacità dell’Europa di resistere a pressioni esterne sempre più forti. Bruxelles sta infatti riconsiderando la scelta di limitare la vendita di nuove auto solo alle versioni elettriche dal 2035, alla luce delle dichiarazioni del commissario ai Trasporti Apostolos Tzitzikostas, che ha anticipato l’intenzione di includere anche motori a combustione alimentati con e-fuel o biocarburanti nel nuovo regolamento sulle emissioni (L’Ue si rimangia la scelta dell’auto solo elettrica post 2035). Allo stesso tempo, nelle bozze del nuovo regolamento Ecodesign per i sistemi di riscaldamento, la Commissione propone requisiti di efficienza molto meno stringenti rispetto ai piani iniziali, di fatto prolungando la vendita sul mercato di caldaie a gas nuove anche dopo il 2029 (Salta lo stop per le caldaie a gas nelle nuove norme Ecodesign).  Due esempi recenti che mostrano una chiara frenata della politica climatica europea, mentre SOMO documenta pressioni coordinate per indebolire anche la Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD).

Un’opaca rete di multinazionali (per lo più) americane

L’inchiesta di SOMO ricostruisce l’esistenza di una coalizione composta da undici grandi imprese, molte delle quali attive nel settore fossile e con sede negli Stati Uniti. Tra queste compaiono Chevron, ExxonMobil, Koch, Honeywell e Baker Hughes, oltre a gruppi come Dow, Nyrstar, Enterprise Mobility e JPMorgan Chase, come mostra l’illustrazione di SOMO. Il nome scelto, “Competitiveness Roundtable”, maschererebbe dietro il principio della competitività un obiettivo preciso: “stralciare” dalla CSDDD gli articoli più rilevanti su clima, ambiente, responsabilità civile e fin dove un’azienda debba esercitare la due diligence lungo la propria catena di fornitura, oppure far deragliare del tutto la legge. Secondo SOMO, che basa la sua inchiesta su documenti interni trapelati con ricostruzioni doviziose di agenda, ruoli e priorità delle aziende coinvolte, la Roundtable discuteva strategie settimanali almeno da marzo 2025, definendo obiettivi mirati per ognuna delle istituzioni europee. Le aziende avrebbero lavorato per “dividere e conquistare” i governi nel Consiglio, assegnando a ciascuna impresa la responsabilità di coltivare rapporti specifici con singoli Stati membri: TotalEnergies con Francia, Belgio e Danimarca; ExxonMobil con Germania, Ungheria, Repubblica Ceca e Romania e Baker Hughes per l’Italia, dove l’azienda opera tramite la Nuovo Pignone. Nel Parlamento, il gruppo avrebbe puntato a spingere l’alleanza tra Partito Popolare Europeo e destra radicale per “garantire la posizione più estrema” e ottenere un mandato negoziale meno ambizioso su clima e responsabilità delle imprese. Le attività non si sarebbero limitate a Bruxelles. SOMO documenta contatti con governi extra-Ue per esercitare pressioni “con minima visibilità statunitense”. La strategia prevedeva coinvolgimento diplomatico, eventi mirati e perfino tentativi di influenzare il negoziato commerciale tra Washington e Bruxelles, affinché la CSDDD fosse percepita come un ostacolo da rimuovere.

Tecniche di influenza e ruolo dei think tank

Una parte dell’influenza descritta da SOMO passa attraverso intermediari e strumenti comunicativi sofisticati. Il coordinamento della Roundtable sarebbe stato affidato alla società di consulenza statunitense Teneo, nota per collaborazioni con aziende del settore fossile. I documenti mostrano inoltre che il gruppo avrebbe finanziato il TEHA Group, think tank con sede a Bruxelles, affinché producesse un rapporto sull’“impatto economico” delle normative Ue e organizzasse un evento pubblico a sostegno delle proprie posizioni. Né l’evento né il rapporto avrebbero dichiarato il finanziamento ricevuto dalle multinazionali coinvolte. I documenti trapelati mostrano anche che le attività delle aziende della Roundtable nel Parlamento europeo sono molto più ampie di quanto emerga dal Registro per la trasparenza dell’Ue. In almeno otto incontri di lobbying tenuti durante le sessioni plenarie di Strasburgo compaiono ufficialmente solo i rappresentanti di Teneo, senza menzionare le altre multinazionali presenti, mentre altri tre incontri non risultano registrati affatto. Secondo l’inchiesta, di cui abbiamo riprodotto in cima l’immagine di copertina, la Roundtable puntava a sfruttare, per esempio, le difficoltà dell’industria automobilistica europea nei negoziati commerciali con gli Stati Uniti, in particolare l’urgenza del settore di ottenere un allentamento dei dazi Usa.

Per aumentare la pressione sulla Commissione e presentare la CSDDD come un ostacolo competitivo, il gruppo valutava di “attivare” le principali associazioni dell’automotive, dalla European Automobile Manufacturers’ Association alla European Association of Automotive Suppliers, oltre a singole imprese considerate strategiche, tra cui la italo-francese Stellantis. L’obiettivo era far percepire la direttiva come un ulteriore fattore di svantaggio per un comparto già esposto alle politiche industriali americane. La Roundtable avrebbe anche valutato campagne mirate sui social media, incluso l’uso di “post oscuri” su LinkedIn destinati a pubblici specifici e non visibili sugli account ufficiali delle aziende della lobby e dei loro intermediari, in particolare Teneo. SOMO non è stata in grado di verificare se tali campagne siano state effettivamente implementate, ma tale pianificazione mostra l’intenzione di operare al di fuori dei normali canali di trasparenza.

Frenate e ripensamenti nelle politiche europee

Mentre la Roundtable metteva in atto il proprio piano, l’Europa ha valutato di intaccare significativamente alcuni pilastri delle politiche per la transizione energetica. Nel caso delle auto post-2035, la Commissione sta riconsiderando l’impianto del regolamento sulle emissioni, dopo mesi di pressioni da Stati membri e industria automobilistica. Come accennato sopra, il commissario Tzitzikostas ha anticipato che nell’aggiornamento dei limiti di emissione verranno inclusi anche motori a combustione alimentati con carburanti sintetici e biocarburanti, oltre forse alle versioni ibride plug-in, e range extender (piccoli motori a benzina che estendono l’autonomia delle batterie) aprendo a un superamento del principio “solo elettrico”. Una dinamica analoga emerge nel dossier sul riscaldamento, ancora in consultazione. Nella nuova bozza del regolamento Ecodesign, la soglia minima di efficienza energetica per gli apparecchi di riscaldamento non è più fissata al 115%, limite tecnicamente impossibile da raggiungere per qualsiasi caldaia a gas e che le avrebbe automaticamente escluse dal mercato, ma su valori molto più bassi che, di fatto, permettono alle caldaie a gas di rimanere sul mercato del nuovo anche oltre il 2029, senza un nuovo limite temporale definito. Come spiegato da Rita Tedesco, responsabile transizione energetica presso la Environmental Coalition on Standards, l’allontanamento dai livelli previsti nel 2023 rappresenta “un passo indietro così forteda mantenere di fatto lo scenario attuale, senza lo stimolo necessario al passaggio alle tecnologie più efficienti. In entrambi i casi, si tratta di processi politici complessi, che coinvolgono interessi industriali, esigenze sociali e capacità di investimento. Tuttavia, la concomitanza tra queste revisioni e le pressioni descritte da SOMO alimentano i timori sulla vulnerabilità delle politiche europee.

Il dibattito sulla legittimità delle attività di lobby

Nel dibattito generato da SOMO, emergono anche letture meno critiche, o comunque più sfumate, circa le attività di lobby in questione. Killian McCarthy, professore di strategia e specialista in fusioni, alleanze e investimenti aziendali in start-up innovative presso la Radboud University, in Olanda, sottolinea che le aziende hanno il diritto di difendere i propri interessi, così come lo hanno sindacati, organizzazioni non governative e cittadini. McCarthy afferma che la responsabilità di un’impresa include anche il dovere verso i propri dipendenti e azionisti di contrastare regolamenti che minacciano la loro competitività o sopravvivenza. A suo avviso, questo non rappresenta un atto di ostruzione, ma una normale forma di rappresentanza degli interessi. Il problema non sarebbe dunque l’attività di lobby in sé, bensì la sua opacità: se la trasparenza è insufficiente, sostiene, occorre rafforzare le regole per esplicitare chiaramente chi sponsorizza eventi, centri studi, campagne mediatiche, eccetera, non demonizzare il fatto che le imprese cerchino di influenzare le decisioni. SOMO, da parte sua, non dice che le aziende debbano rinunciare a far valere le proprie posizioni. La critica principale riguarda la natura “opaca” di questa specifica alleanza: la scelta di operare dietro un nome neutro, l’uso di intermediari che non rivelano i finanziatori, la ricerca di “minima visibilità statunitense” nel coinvolgimento di governi terzi. È questa combinazione di anonimato, incontri non registrati, informazioni parziali nel Registro per la trasparenza, potere economico concentrato e influenza sistematica su più livelli a far parlare SOMO di una “loggia” di grandi inquinatori. La questione, dunque, è se l’attuale sistema europeo di trasparenza sulle attività di lobby sia in grado di garantire un equilibrio reale tra interessi economici, diritti umani e obiettivi climatico/ambientali.

Un’Europa più vulnerabile di quanto sembri

Secondo SOMO, il rischio non è soltanto l’indebolimento di una specifica legge come la CSDDD, ma la dimostrazione di quanto poco sia necessario per influenzare profondamente il quadro normativo europeo. Le attività della Roundtable, pur non violando la legge, mostrerebbero una capacità organizzativa che il sistema europeo non sembra ancora attrezzato a gestire o contrastare. La combinazione tra pressioni esterne, divergenze interne e arretramenti recenti nelle politiche climatiche suggerisce una vulnerabilità strutturale: l’Europa appare molto esposta a influenze che mettono in discussione i suoi stessi princìpi e obiettivi. Per evitare che questo fenomeno diventi sistemico, SOMO invita l’Ue a rafforzare la trasparenza, limitare l’accesso ai processi decisionali per gruppi opachi e riaffermare una direzione politica chiara a tutela dei cittadini e del clima. Da questa vicenda emergono domande cruciali: l’Unione europea riuscirà a mantenere la rotta della transizione energetica in un contesto in cui la geopolitica e i rapporti di potere fra Paesi e sfere d’influenza rischiano di deragliarne il percorso? Assisteremo a un progressivo smantellamento delle ambizioni climatiche e ambientali europee? La risposta dipenderà anche dalla capacità di Bruxelles di riconoscere, gestire e contrastare le pressioni che oggi minacciano la sua autonomia politica.

* da qualenergia.it - 5 dicembre 2025

 

 

4 dicembre 2025

Asia:Oltre un metro di pioggia in più, 14 cicloni in un anno: effetto «climate change»

di Elena Tebano *

Il presidente dello Sri Lanka l'ha definito «il disastro naturale peggiore di sempre». In Asia le piogge monsoniche stagionali sono state aggravate da due cicloni tropicali che hanno causato allagamenti e frane in una vasta zona che va dallo Sri Lanka, a Sumatra (in Indonesia), fino al sud della Thailandia e al nord della Malesia. L'ondata di maltempo ha ucciso almeno 1.300 persone. Ma il numero delle vittime è destinato a salire perché ci sono centinaia di dispersi e migliaia di feriti, oltre a più di tre milioni di sfollati. 
Non è stato semplice maltempo. Sono piogge eccezionali anche per la stagione dei monsoni e come altri fenomeni estremi sono state esacerbate dal surriscaldamento globale. L'atmosfera più calda contiene più umidità e le temperature più elevate degli oceani amplificano le tempeste. Le precipitazioni in Sri Lanka, Sumatra, Indonesia, Thailandia e Malesia ma anche delle Filippine, del Vietnam, della Birmania e di alcune parti della Cambogia e del Laos hanno registrato i livelli più alti dal 2012. In alcuni luoghi hanno superato di un metro la media dei mesi di novembre del periodo 1991-2020.

Nel sud-est della Thailandia, ha calcolato l'agenzia Afp, le precipitazioni mensili cumulative hanno superato in alcuni luoghi 1,5 metri, secondo i dati che combinano le rilevazioni delle stazioni, le osservazioni satellitari e i modelli meteorologici. In Vietnam, le piogge hanno raggiunto livelli record nella provincia montuosa di Dak Lak, così come in vaste zone al confine con la Cambogia. Anche nelle Filippine sono stati battuti i record di precipitazioni nel nord dell'arcipelago.
 Ecologisti, esperti e persino il governo indonesiano hanno sottolineato la responsabilità della deforestazione nelle inondazioni improvvise e nelle frane. In particolare il disboscamento selvaggio ha aumentato alluvioni e frane nella regione di Aceh, all'estremità occidentale di Sumatra, già devastata dallo tsunami del 2004. Anche qui c'è la mano dell'uomo. 
«Quello che è successo non è un semplice disastro naturale, ma l'esito dello scontro tra un ciclo climatico eccezionale e un paesaggio progressivamente privato delle sue difese naturali» scrive su Climate Home News, l'analista dell'Indonesia Strategic and Economics Action Institution Ronny P. Sasmita. Ad aggravare la situazione è stato il ciclone che si è formato nello Stretto di Malacca, e ha causato piogge durate giorni. «Lo Stretto di Malacca è uno dei luoghi meno favorevoli al mondo per la formazione di cicloni tropicali, rendendo questo evento un'anomalia eccezionale» spiega ancora Sasmita.

Testimoni locali hanno raccontato di non aver mai visto un'alluvione così torrenziale, né una simile quantità di legname trasportata da torrenti e dai fiumi in piena. «Le inondazioni nelle tre province non hanno portato solo acqua, ma anche prove tangibili. Video virali hanno mostrato fiumi trasformati in nastri trasportatori di legname, spiagge ricoperte di tronchi e ponti bloccati da tronchi sradicati» scrive Sasmita. «Gruppi di monitoraggio indipendenti hanno riferito che l'Indonesia ha perso più di 260 mila ettari di foresta nel 2024, oltre novantamila ettari solo sull'isola di Sumatra. Questo livello di perdita annuale colloca l'Indonesia tra i punti caldi della deforestazione tropicale più elevati al mondo». 
Senza alberi i terreni sono più esposti all'erosione e alle frane. L'Indonesia è il decimo esportatore di legno al mondo e l'industria del legname è una risorsa importante. Ma a pagarne i costi adesso sono le vittime delle alluvioni. Uno degli epicentri dell'eccezionale stagione delle piogge che ha devastato l'Asia è stato il Vietnam. «Quest'anno il Vietnam è stato colpito da 14 tifoni. La media di qualche decennio fa era cinque. La pioggia degli ultimi giorni non è stata nemmeno causata da un ciclone, ma da una quindicesima grande tempesta che si è formata al largo della costa centro-meridionale del Paese» spiega il New York Times. «Dal punto di vista geografico, il Vietnam è particolarmente vulnerabile. Uno studio del 2024 lo ha identificato come un “punto caldo” dei cambiamenti climatici, dimostrando che l'aumento delle temperature, che aggiunge umidità all'atmosfera e riscalda il Mar Cinese Meridionale, si combina con i sistemi dei tifoni e crea un vortice di rischio». 
In un periodo in cui l'Europa è preoccupata per le guerre alle sue porte, i timori per i cambiamenti climatici in Asia sembrano molto lontani. Ma quello che sta succedendo lì è solo un esempio di come il surriscaldamento globale colpirà intere regioni causando instabilità e movimenti forzati della popolazione, con effetti a cascata. Il maltempo in Vietnam, per altro, è destinato a farsi sentire anche sulle nostre tavole: è il secondo produttore mondiale di caffè e il primo per la qualità Robusta. Le piogge delle settimane scorse hanno colpito la provincia di Dak Lak, dove ci sono molte piantagioni. E il raccolto ha dovuto essere rimandato, facendo salire i prezzi del caffè all'ingrosso

* nella foto: inondazioni in Indonesia

* da Mondo Capovolto ( newsletter Corriere della Sera - 4 dicembre 2025 )