28 agosto 2022

Germania: Caro energia, come è andato il biglietto da 9 euro: un tedesco su 5 ha sostituito l’auto col treno

 Pregi e difetti della misura La misura pensata per aiutare le famiglie tedesche ad affrontare la crisi energetica ed economica è iniziata a giugno e scadrà con la fine di agosto: è stato un successo in termini quantitativi, con 21 milioni di ticket venduti solo nel primo mese e un +56% in più di viaggi in treno rispetto al 2019. I problemi invece riguardano il costo dell'investimento - quasi 4 miliardi - e l'inefficienza delle infrastrutture di fronte a un grande afflusso di utenti. Ma a Berlino e Amburgo i presidenti dei Länder già valutano una proroga, almeno fino a dicembre

di Daniele Fiori  *

Il cancelliere tedesco Olaf Scholz lo ha definito “una delle migliori idee che abbiamo avuto”. Per tre mesi la Germania ha sperimentato il 9-Euro-Ticket, un biglietto mensile a 9 euro per poter viaggiare sulle reti di trasporto pubblico regionali e locali. Una misura pensata per aiutare le famiglie tedesche ad affrontare la crisi energetica ed economica innescata dall’invasione russa dell’Ucraina, puntando al contempo a incentivare l’utilizzo di treni e bus al posto dell’auto. Con la fine di agosto, però, i tre mesi di prova sono terminati: il governo ora si interroga su come proseguire in questa direzione. Da un lato ci sono i costi dell’iniziativa – circa 3,7 miliardi totali, di cui 2,5 dalle casse federali – e le lacune emerse nelle infrastrutture tedesche, che necessiterebbero di ulteriori investimenti. D’altra parte, però, ci sono i dati che dimostrano quale sia stato l’impatto della misura sulle abitudini dei tedeschi: l’Associazione delle compagnie di trasporto tedesche (VDV) ha comunicato che solo nel mese di giugno sono stati venduti 21 milioni di biglietti. Mentre da un sondaggio YouGov condotto per l’agenzia dpa emerge che un tedesco su cinque (il 18%) ha dichiarato di aver completamente sostituito la propria auto con il trasporto pubblico locale.

Il sondaggio – Il biglietto da 9 euro scade mercoledì prossimo, 31 agosto. Un drastico ritorno alla normalità: da giugno, infatti, i passeggeri hanno potuto utilizzare tutti i trasporti locali in Germania per un mese per nove euro. La misura faceva parte di un pacchetto di aiuti approvato dal governo tedesco per contrastare il forte aumento dei prezzi dell’energia, contribuendo a far calare l’utilizzo delle vetture private, visto il costo della benzina. Secondo la rilevazione di YouGov, circa il 31% degli adulti ha affermato di aver utilizzato frequentemente il biglietto promozionale su percorsi che altrimenti avrebbero svolto in auto. Un ulteriore 18% ha dichiarato appunto di aver sostituito l’auto con bus o treni. Un altro 22% ha utilizzato il biglietto scontato solo di rado su percorsi dove altrimenti avrebbe viaggiato in auto. Non è comunque chiaro l’impatto a lungo termine della campagna per i trasporti pubblici. Circa il 18% degli intervistati ha dichiarato a YouGov di voler utilizzare autobus e treni più spesso in futuro, ma il 22% non pensa di farlo. La maggioranza – il 55% – desidera farlo solo se un biglietto con un prezzo simile sarà nuovamente disponibile.

I pregi – L’Associazione delle compagnie di trasporto tedesche ha comunicati che 21 milioni di biglietti sono stati venduti a giugno e 17 milioni a luglio. Inoltre, ci sono dieci milioni di abbonati che hanno pagato solo nove euro al mese invece del prezzo normale. I calcoli dell’Ufficio federale di statistica dimostrano che nei primi giorni dopo l’introduzione del biglietto a 9 euro, a giugno, ci sono stati fino al 56% in più di viaggi in treno rispetto al 2019, l’ultimo anno pre-pandemia. E la frequenza di utilizzo, calcolata sui dati dei telefoni cellulari, non è diminuita a luglio e neanche nelle prime tre settimane di agosto. Inoltre, il 9-Euro-Ticket ha centrato l’obiettivo di essere un “vero vantaggio” in particolare per le famiglie più povere: questo è quanto sostiene Ulrich Schneider, direttore generale del Paritätischer Wohlfahrtsverband (associazione che si batte per la parità nel welfare). Molti hanno potuto “fare una gita al mare o in montagna per la prima volta dopo tanto tempo”, ha sottolineato alla Zdf. “Erano viaggi che hanno a che fare con i bisogni primari dell’esistenza umana. Vale a dire mobilità e contatti sociali“, ha aggiunto Schneider.

Le criticità – Uno studio del Centro aerospaziale tedesco (DLR) fa emergere infatti come le persone abbiano utilizzato la nuova opportunità soprattutto per viaggi di piacere, in particolare nel fine settimana (il 60%), mentre solo una piccola parte (il 18%) ha deciso di utilizzare il biglietto a 9 euro per recarsi sul posto di lavoro. Una tendenza confermata anche dal sondaggio di YouGov: metà degli intervistati ha spiegato di avere utilizzato il biglietto mensile principalmente per viaggi privati, mentre poco meno di un quarto lo ha sfruttato principalmente per andare in ufficio. L’utilizzo relativamente basso del biglietto a 9 euro da parte dei pendolari è uno degli argomenti utilizzati da chi in Germania ritiene che la misura non porti a un concreto vantaggio. Ma le vere criticità riguardano due aspetti. In primis, il costo della misura: i trasporti sono competenza dei Länder, le cui casse però sono già state spremute nel corso degli ultimi due anni per via della pandemia. Il successo in termini di vendite da solo non basta, l’investimento resta oneroso: poco meno di 4 miliardi per soli tre mesi. Inoltre, la grande affluenza su treni e bus ha fatto emergere un altro problema: lo stato delle infrastrutture tedesche. Molti convogli devono essere rinnovati, per non parlare dei mezzi su gomma che dovranno essere sostituiti con veicoli meno impattanti dal punto di vista ambientale. Inoltre, come altri settori della sua economia, la Germania fatica anche a reclutare nuovo personale per le ferrovie.

Le iniziative – Per questi motivi il governo federale si è preso del tempo per valutare come riproporre la misura, probabilmente a partire da inizio 2023. Si valuta un prezzo calmierato ma più alto rispetto ai 9 euro: i Verdi propongono 29 euro al mese per il trasporto regionale e 49 per quello nazionale, mentre i liberali di Fdp vorrebbero fermarsi a 69 euro mensili per muoversi all’interno di un Land. In mezzo il cancelliere Scholz e la sua Spd, che spinge per la misura. In particolare a livello locale: Franziska Giffey, presidente dello Stato di Berlino, ha già proposto agli alleati – Verdi e Linke – una proroga del biglietto scontato fino a dicembre almeno nella capitale. Il prezzo deve essere ancora discusso, l’obiettivo è aiutare le famiglie meno abbienti a muoversi in città in modo economico. Anche ad Amburgo, Land amministrato dai socialdemocratici in coalizione con i Verdi, si ragiona sulla possibilità di una proroga del biglietto da 9 euro: per riuscirci, però, servono i contributi dello Stato centrale. Intanto oggi nella stessa Amburgo e in altre città della Germania, come Magonza, centinaia di cittadini hanno organizzato una prima manifestazione a sostegno della proroga della misura: “9-Euro-Ticket-Weiterfahren” è lo slogan che ha riunito Fridays for Future, associazioni ambientaliste come Greenpeace e le organizzazioni giovanili di Verdi, Spd e Linke.

·  FQ 28 agosto 2022

21 agosto 2022

Elezioni 2022: contro la ''clanizzazione'' della politica si candida Roberto Scarpinato

 Il magistrato è stato cercato dal M5S di Conte il quale gli ha assicurato la centralità della lotta antimafia

(intervista da Antimafia Duemila - 19agosto 2022 )

L’ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato sarà capolista del Movimento 5 Stelle in Calabria e Sicilia (collegio 1) per il Senato.
Intervistato da Giuseppe Pipitone il magistrato ha spiegato la ragioni della sua discesa in campo: "Il primo è che nel gennaio scorso ho cessato di essere un magistrato a seguito del mio pensionamento e ho quindi riacquistato un diritto prima incompatibile con il mio ruolo. Il secondo è la consapevolezza che se tu non ti occupi della politica, la politica si occupa comunque di te".
"Non avevo mai ricevuto proposte da alcun altro partito - ha continuato - E a dire il vero non sono io che ho scelto i 5 Stelle, ma loro che hanno scelto me, proponendomi una candidatura. Per me si è trattato di una scelta difficile e sofferta". "Una parte di me aveva bisogno di pace e tranquillità, ma alla fine ha prevalso l’altra parte, quella che ha fatto propria la lezione degli antichi greci": "se la Polis si ammala, se la democrazia avvizzisce, se la prepotenza si autolegittima rivestendosi della forza della legge, se l’ingiustizia sociale diventa normalità quotidiana e se non hai l’anima del prepotente o del servo, non vi sono vie di uscita e di salvezza individuali".
Scarpinato ha inoltre voluto specificare che manterrà comunque la sua indipendenza: "Mi consideravo come un candidato indipendente e che, quindi, mi riservavo il diritto di esprimere sempre le mie idee e di manifestare il mio eventuale dissenso da scelte che non dovessi condividere. L’indipendenza ha segnato tutta la mia pregressa carriera di magistrato e mi è rimasta cucita nell’anima. Una indipendenza che è garanzia che la funzione pubblica – magistrato ieri, forse parlamentare domani – viene esercitata nell’esclusivo interesse e al servizio dei cittadini, facendo barriera insormontabile a interessi e pressioni di gruppi di interesse".
Rispondendo alle domande di Giuseppe Pipitone, l'ex procuratore generale di Palermo ha detto che il leader del M5S Giuseppe Conte gli ha assicurato che "la questione mafia, cancellata in questa campagna elettorale dall’agenda degli altri partiti, sarebbe rimasta invece centrale in quella dei 5 Stelle, come del resto dimostra sia il fatto che la scuola di formazione politica del Movimento è stata inaugurata a Palermo con un seminario sul tema dei rapporti tra mafia e politica proprio mentre altri celebravano il ritorno in campo di Dell’Utri e Cuffaro o restavano silenti, sia l’impegno profuso dai 5 stelle in Parlamento per mettere a punto una riforma dell’ergastolo ostativo che scongiurasse il rischio di una fuoriuscita dal carcere di pericolosi boss mafiosi".

Le accuse a Scarpinato
I detrattori di Scarpinato - ha ricordato Salvo Palazzolo in un’intervista su 'Repubblica' - hanno detto che la candidatura dell’ex pg palermitano è “la prova che le inchieste svolte dal magistrato Scarpinato erano orientate politicamente".
"Mi pare una accusa puerile - ha risposto il magistrato - tenuto conto che tutte le inchieste che ho svolto sui rapporti tra mafia e politica, mafia ed istituzioni sono antecedenti alla fondazione del Movimento Cinque Stelle. Si tratta della stessa accusa rivolta a Falcone dopo che arrestò i cugini Nino ed Ignazio Salvo, esponenti di punta della potentissima  borghesia mafiosa del tempo. Un'accusa ripetuta  costantemente contro tutti i magistrati che nel corso della storia della Repubblica hanno svolto indagini e celebrato processi a carico di esponenti di vertice del sistema politico ed economico. I veri magistrati politicizzati sono altri. Quelli che fanno carriera proprio perché si guardano bene dal portare avanti indagini e processi sgraditi al modo del potere".  

La Patria del Gattopardo
Durante l'intervista il magistrato ha parlato anche di una regressione della politica che "alcuni politologi definiscono come il ritorno della clanizzazione della politica". "Il moderno stato costituzionale - ha continuato - nasce dal superamento dei clan, cioè dei gruppi di potere locali che prima si contendevano a proprio esclusivo vantaggio le risorse dei territori. Oggi, venuti meno i grandi progetti collettivi, la contesa politica reale rischia di regredire a competizione tra clan sociali, gruppi di interesse, ristrette oligarchie interessate solo a spartirsi le risorse collettive".
Secondo Scarpinato questa situazione è dovuta ad una pluralità di concause, "alcune endogene legate cioè alla storia nazionale, altre esogene dovute a fattori di carattere internazionale. Quanto alle cause nazionali, basti ricordare che lo Stato italiano è sorto con molto ritardo rispetto ad altri stati europei, e, anche per questo motivo, ha sempre sofferto una fragilità strutturale. Ancora più fragile è la nostra democrazia, sempre a rischio di involuzione autoritaria".
Involuzioni spesso accompagnate da fatti di sangue come la strage "politico mafiosa" di Portella della Ginestra fino ad arrivare a quelle del 1992 - '93.
"Questi e altri eventi - ha continuato sul 'Fatto' dimostrano che nel nostro paese la lotta politica si è svolta su un duplice livello. Al livello palese e legalitario delle competizioni elettorali, della dialettica parlamentare e istituzionale, delle manifestazioni di piazza, si è intrecciato il livello occulto di una lotta politica condotta dietro le quinte dalle componenti più retrive delle classi dirigenti da sempre tenacemente ostili alla Costituzione e che non hanno esitato a mettere in campo la violenza stragista, nonché l’alleanza con le mafie ed altri specialisti della violenza, per condizionare a proprio vantaggio il gioco politico e per sabotare l’evoluzione democratica del Paese".
"È in corso un inquietante processo di restaurazione del passato di cui si colgono tanti segnali. Nella patria del Gattopardo, il passato rilegittimato e giustificato, un passato di convivenza tra Stato e mafia, un passato di occulte transazioni tra Stato legalitario e Stato occulto, un passato di rimozioni e di amnistia permanente tramite amnesia collettiva, sta tornando ad essere la cifra del presente e del futuro". Alla luce di questo quadro è logico che la questione giustizia è diventata centrale per quanto riguarda la sopravvivenza della stessa democrazia.


È noto che nell'anno in corso si sono verificati fatti gravissimi come il ritorno in campo di alcuni protagonisti della politica" condannati "per collusione con la mafia e per altri gravi reati. Si celebra nelle aule del Senato la memoria di vertici dei Servizi Segreti, come il generale Gianadelio Maletti, condannato per avere depistato le indagini sulla strage di Piazza Fontana. Si normalizza la cultura dell’omertà giustificando come motivazione eticamente condivisibile la scelta di non collaborare con lo Stato dei mafiosi stragisti irriducibili e depositari di segreti scottanti che chiamano in causa i complici eccellenti delle stragi del ’92 e ’93, autorizzando così con la riforma dell’ergastolo ostativo la loro fuoriuscita dal carcere solo alla condizione che sia provato che hanno deposto definitivamente le armi. Si approvano leggi che riportando indietro l’orologio della storia ai tempi del primo Novecento, ripristinano il trionfo della gerarchia nella magistratura e introducono surrettiziamente forme di controllo e di condizionamento della politica sull’attività giudiziaria".

Fonte: ilfattoquotidiano.it e palermo.repubblica.it

20 agosto 2022

De Santoli: “Cingolani senza idee, la transizione italiana ha perso troppo tempo”

 Candidato con i 5 Stelle. “Ai grandi proclami quasi mai sono seguite azioni adeguate”. “Il ministero della Transizione ecologica di Cingolani manca di strategia, non è stato nemmeno aggiornato il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima, rischiamo di non poter rispettare gli impegni


di Elisabetta Ambrosi *

– “Il ministero della Transizione ecologica di Cingolani manca di strategia, non è stato nemmeno aggiornato il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima, rischiamo di non poter rispettare gli impegni sulla decarbonizzazione che abbiamo preso in Europa. Per non parlare di certe affermazioni su ‘lacrime e sangue della transizione ecologica’ che non hanno alcun fondamento scientifico”. A parlare è il professor Livio De Santoli, prorettore alla sostenibilità dell’Università La Sapienza di Roma, presidente del Coordinamento Efficienza Energetica e da oggi candidato M5S: “Mi candido – spiega – per mettere a disposizione il mio bagaglio di conoscenza sui tema della sostenibilità e dell’energia. La crisi ambientale è anche una crisi sociale, per questo la politica deve intervenire su entrambi gli aspetti”.

A proposito di energia e clima. Che giudizio dà sul governo Draghi?

Il lavoro complessivo è stato fatto con impegno, ma le azioni sono state troppo ondivaghe e ai proclami sono seguite timide attività. L’impegno a riprendere la curva delle installazioni verso i famosi 8 GW l’anno per tagliare le emissioni cosiddette climalteranti del 55% entro il 2030 non è stato mantenuto. I decreti fondamentali per la decarbonizzazione, come l’attuazione della direttiva sulle rinnovabili innovative o la definizione delle aree idonee alle installazioni rinnovabili, non sono mai stati emanati. Abbiamo perso tempo preziosissimo.

Dalla destra al centro tutti parlano di ritorno al nucleare e di rigassificatori…

L’impegno sul nucleare va mantenuto in termini di ricerca, ma le prime centrali della cosiddetta quarta generazione potranno essere realizzate solo tra 15-20 anni, per non parlare del nucleare pulito. È un progetto inattuabile al momento. Quanto ai rigassificatori, il messaggio deve essere quello per cui il gas fossile deve essere sempre meno acquistato e quindi gli approvvigionamenti devono avere vita breve. In 3-4 anni il gas russo può essere sostituito da biometano, installazioni di rinnovabili e incremento dell’efficienza energetica. La rigassificazione, dunque, deve essere coerente con questo programma.

Quali sono le priorità in termini energetici e insieme climatici?

Serve immediatamente il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima, come abbiamo detto, ma anche assicurare il pieno sviluppo, in termini innovativi e di incentivazione, per le comunità energetiche, il biometano, le rinnovabili innovative, l’agrivoltaico.

La difesa del paesaggio, e i no delle soprintendenze, sono un problema per lo sviluppo delle rinnovabili?

Il tema delle semplificazioni per le autorizzazioni deve essere prioritario. È un tema complesso, ma l’Europa con il recente “RePowerEU” chiede agli stati membri di limitare a uno o due anni al massimo gli iter autorizzativi per gli impianti rinnovabili. La differenza con quanto accade oggi (almeno cinque anni o più) è inaccettabile. Senza aggredire il nostro patrimonio, crediamo che l’indicazione europea possa e debba essere seguita.

Cosa pensa del superbonus?

La prima versione ha avuto un forte impatto sul settore edilizio, ha avuto un grande effetto sull’economia e sulla riqualificazione energetica degli edifici, ma inevitabilmente ci sono state distorsioni, che vanno eliminate con versioni aggiornate. Bisogna migliorarlo, non abbandonarlo: sarebbe un grave errore strategico.

Come vede questa campagna elettorale rispetto al tema della transizione ecologica e della lotta alla crisi climatica?

La lotta al cambiamento climatico è la grande assente della programmazione politica, quando invece tutto deve partire da lì. Il tema della sostenibilità deve essere affrontato con un cambiamento culturale, per recuperare quell’atteggiamento di ciascun individuo nei confronti di una visione complessiva delle cose persa in una società globalizzata. Ritrovare il valore dell’impegno e della responsabilità individuale in chiave sociale è uno dei temi centrali della sostenibilità. Ad esempio le comunità energetiche abbracciano insieme sia gli aspetti di riduzione dei consumi – altro tema fondamentale di cui non si parla – sia quello dell’importanza dell’autoconsumo energetico, sia quello della disparità sociale.

Cosa pensa, infine, dei Fridays for Future, o cosa vorrebbe dire loro?

Vorrei proporre loro un’assemblea aperta per discutere non tanto e solo della crisi climatica, ma soprattutto delle soluzioni ad essa. Il loro coinvolgimento è troppo importante per non ritagliarci uno spazio di ascolto permanente. Spero accettino questa proposta.

*  da ilfattoquotidiano – 18 agosto 2022

Livio De Santoli: «Non si può sostituire il gas con altro gas, basta ambiguità sulle rinnovabili»

Intervista al Prorettore alla sostenibilità dell’Università La Sapienza candidato alle politiche con il M5Stelle 

«C'è bisogno di arginare il pericolo di avere vecchie soluzioni. Faccio un appello ai Friday for future: sono pronto a coinvolgerli da subito per andare avanti insieme»

Candidato con i 5S Livio De Santoli, prorettore alla Sostenibilità dell’Università La Sapienza di Roma, presidente del Coordinamento Free – Fonti rinnovabili efficienza energetica.

Molti partiti si richiamo all’agenda Draghi, come giudica il lavoro del ministro Cingolani?
L’attività svolta negli ultimi anni, non solo negli ultimi due, è stata ondivaga. Tutti hanno sempre affermato l’importanza di prendere una strada decisa verso la decarbonizzazione ma nei fatti, quando si trattava di mettere in piedi delle soluzioni, non sono arrivate. C’è una grande confusione sul tema dell’energia e del clima anzi del clima se ne parla molto poco. Ci deve essere la volontà di tutti, a partire dal prossimo governo, per affrontare in tempi concreti l’uscita dalle fonti fossili, un processo lungo che a maggior ragione va cominciato subito.

La destra, Calenda e Renzi propongono il nucleare.
Non è praticabile come soluzione a breve termine. Abbiamo un impegno con l’Ue: tagliare di più del 50% le emissioni entro il 2030. Mancano solo 8 anni perciò dobbiamo utilizzare le tecnologie esistenti. Le uniche che possono dare una mano in termini di costi, operatività, finanziamenti privati sono le rinnovabili. Elettricità futura ha spiegato che si possono fare 8 gigawatt di rinnovabili l’anno a costo zero con elettrico, termico e il contributo dei privati. La funzione dello Stato deve essere quella di semplificare le procedure: se siamo ancora qui, con un rateo di miglioramento inferiore a un gigawatt l’anno, vuol dire che non arriveremo mai ai target che siamo chiamati a fare. E poi dobbiamo impegnarci sul fronte dell’efficienza energetica, di cui nessuno parla. Le rinnovabili devono andare di pari passo con la riduzione dei consumi.

Servono oppure no i rigassificatori?
La posizione sul punto deve essere netta: non possiamo sostituire il gas con altro gas. Lo potremo fare in un piccolo periodo transitorio ma si devono gettare le basi per l’uscita da questa fonte fossile, se non cominciamo subito perderemo solo tempo. Abbiamo un problema con il gas russo da eliminare e quindi è chiaro che nell’immediato occorre sostituirlo con le forniture algerine. Ma, senza una strategia che guardi a un futuro sostenibile, elimineremo il problema con la Russia per averlo domani con l’Algeria. Probabilmente, in una fase transitoria e limitata, occorrerà un rigassificatore ma non è la soluzione, che va cercata nelle nostre risorse: il sole, il vento, le rinnovabili.

Quali sono le politiche più urgenti?
Serve subito il Piano nazionale integrato di energia e clima, stiamo aspettando l’aggiornamento da più di un anno e mezzo, occorre farlo e occorre che sia coerente con il percorso di uscita dalle fonti fossili. Bisogna anche spingere sulle semplificazioni, lo dice anche l’Ue: tutti i paesi membri devono assicurare le autorizzazioni per gli impianti delle rinnovabili entro i 2 anni; noi ci mettiamo 4, 6 anni di media. Dobbiamo individuare aree non vincolate e renderle libere da tutti i freni burocratici.

Insistere con soluzioni arretrate è un blocco allo sviluppo?
L’agrivoltaico, ad esempio, così come le comunità dell’energia sono fondamentali per dare una valenza sociale al settore. La transizione è una rivoluzione anche culturale e include la valutazione delle disparità sociali che esistono in Italia. Le comunità dell’energia consentono la partecipazione dei cittadini al vantaggio economico del rendere rinnovabile un condominio o un paese. L’agrivoltaico dà una mano alle aziende agricole per migliorare la loro produzione con i proventi dell’energia.

I detrattori affermano che la transizione fa perdere posti di lavoro.
Una cosa che non si può proprio sentire, ci sono degli studi e io sono pronto a mostrarli, anche del mio dipartimento, che spiegano il vantaggio in termini di occupazione che uno sviluppo coerente, integrato e idoneo delle rinnovabili può comportare. Non è vero che i posti che si perdono sono maggiori di quelli che si acquisiscono, anzi è il contrario. Non bisogna proporre dati sbagliati all’opinione pubblica, questa storia non è suffragata da niente. Se dovessimo raggiungere gli obiettivi previsti per il 2030, 70/80 gigawatt di rinnovabili in più, potremmo avere oltre 100mila nuovi posti permanenti più quelli temporanei.

Perché ha accettato la candidatura?
C’è bisogno di arginare un pericolo, quello di proporre vecchie soluzioni. Occorre competenza e l’apporto della società civile. Per questo mi metto a disposizione, è un momento drammatico e se perdiamo altro tempo ci ritroveremo a leccarci le ferite. Faccio un appello ai Friday for future, che stanno lamentando l’assenza del loro coinvolgimento: sono pronto a contattarli da subito, facciamo tavoli tecnici per spiegarci, noi da un lato e loro dall’altro, per capire come andare avanti insieme.

·         da il manifesto - 17 agosto 2022

7 agosto 2022

Energia: Non siamo alla canna del gas, ci stanno solo spennando per bene

di Massimo Marino

1) Se volete farvi un’idea approssimativa su come davvero vanno le cose della transizione ecologica, tema che i media vi offrono a colazione, pranzo e cena con una sfilata di leader politici di destra e di sinistra, esponenti confindustriali, editorialisti di primo piano della carta e della rete tutti a modo loro per la sostenibilità, lasciate perdere i sostenuti. Riguardatevi invece le tappe del recente giro d’Italia con le riprese dall’alto di decine di paesini, medie e grandi città da nord a sud. Difficilmente avvisterete un tetto fornito di pannelli per la autoproduzione da solare fotovoltaico. Come è possibile? Come stanno le cose?

A dicembre 2018 gli impianti istallati (sui tetti e a terra) erano circa 670mila, a dicembre 2019 erano 880mila (210mila in più). Due anni dopo (i due anni iniziali del covid) erano poco più di un milione (136mila in più). Considerate che gli edifici disponibili, tetti di abitazioni e di capannoni industriali e agricoli, trascurando le possibilità a terra, pur non facili da stimare, sono in Italia sicuramente più di 10 milioni. Se volessimo porci l’obiettivo strategico di attrezzarne la metà nell’arco di 10 anni dovremmo collocare circa 500mila impianti all’anno che, se ci fosse la volontà politica, sarebbe assolutamente fattibile. Con il contributo pubblico si giustificherebbe l’avvio di una sana autarchia, un segmento produttivo nazionale autonomo nella produzione ed istallazione, economicamente virtuoso per tutti (cioè per i cittadini, le imprese, l’occupazione, il PIL e l’ambiente).

2) L’introduzione del superbonus 110% ha aggiunto una grande potenzialità agli interventi di efficientamento energetico. Presentato dal governo Conte II nel DL Rilancio del maggio 2020 e avviato dal luglio rende efficienti energeticamente abitazioni e aziende a costo quasi zero. Ostilità politica e boicottaggi, eccessi burocratici dei diversi enti locali, aumenti speculativi dei costi, scarsa collaborazione delle banche, qualche inesperienza di troppo nel testo del decreto base e nelle varianti seguite, hanno messo in ombra i risultati. Non solo lo straordinario successo dal punto di vista edilizio con 173mila progetti finanziati (33 mld stanziati fino a tutto il 2022 risultano già finiti da maggio) ma anche il grande impatto ambientale che può portare fino ad un risparmio dell’80% dei consumi energetici complessivi di un fabbricato. Invece di semplificare le procedure, razionalizzare i controlli e i costi e allungare l’iniziativa oltre il dicembre 2023 a tutto il decennio 2020-2030, il rischio è che invece in autunno il boicottaggio dell’iniziativa targata 5Stelle-Conte, riesca definitivamente, spostando le risorse verso altri capitoli di spesa più redditizi sul piano delle clientele, rendendo così ridicola qualunque dichiarazione di impegno verso la transizione ecologica da parte dei prossimi governi.

3) È singolare che nel dibattito sulla transizione energetica che negli ultimi mesi si è aggrovigliato con i problemi dei costi delle fonti, della guerra e di una scarsità del gas che non c’è mai stata, sia scomparso il peso dei trasporti e della mobilità, determinanti insieme alle abitazioni e alle aziende per il fabbisogno e la qualità dei consumi energetici. Nella più totale indifferenza dei media nei mesi passati sono stati diffusi i dati di fine 2021 sulla quantità di auto circolanti per abitante nel nostro paese. Siamo a più di 670 auto ogni 1000 abitanti (700 in parecchie aree urbanizzate) ancora in aumento rispetto al 2020 e con una età media dei mezzi salita dai 7,9 anni del 2009 agli 11,8 anni attuali. Addirittura, quasi a 900 su 1000 se si somma tutti gli altri mezzi a motore endotermico tipo moto e furgoni. Una vera follia, il dato di gran lunga più alto d’Europa e dell’intero pianeta se si considera anche la densità abitativa.

Da tempo sostengo che c’è un’unica alternativa a questa tragica deriva, dove tranne i bambini, già da piccoli però circondati da giochi e figurine che rappresentano le auto, quasi tutti gli italiani possiedono e si muovono su un veicolo a motore endotermico spendendo, spandendo e sprecando soldi, gas inquinanti, tempo di vita e stress.

L’alternativa è la diffusione capillare di reti metropolitane in tutte le città di grande e media dimensione. Tutto il resto, andare a piedi, le biciclette, il car pooling ed il car sharing, i monopattini, la vita solitaria in casa da santone indiano, sono utili e sacrosante alternative, gettoni per guadagnarvi il paradiso, ma il loro impatto sui grandi numeri della mobilità, specie nelle aree metropolitane è quasi irrilevante. Servono vettori pubblici e collettivi a corsie dedicate, cioè metropolitane a rete nella città che si proiettino fuori dalle aree urbane e si colleghino a treni regionali o interregionali che si estendano con una ragionevole alta velocità, in tutto il territorio nazionale dove non ci sono.

Con l’eccezione di Milano le reti metropolitane sono dimenticate o messe nell’angolo e di fatto messe da parte perfino da molti ambientalisti, plagiati dal dibattito irreale sulla diffusione delle auto elettriche. A Roma un ulteriore estensione della linea C ed il progetto di una linea D sembrano una chimera. I progetti suggeriti dalla Raggi e i finanziamenti chiesti sono stati apertamente boicottati. A Torino purtroppo l’Appendino in 5 anni è riuscita solo a riesumare il progetto sbagliato PD del 2006 che parte da Rebaudengo e taglia fuori le parti più rilevanti del traffico proveniente dall’area esterna di nord-est e di sud -ovest della città (San Mauro e Orbassano) rimandate ad un indefinibile futuro. Un desolante errore, una scelta gravissima che a mio parere andrebbe cancellata ricominciando rapidamente da capo partendo dai due estremi. A Bologna le difficoltà di mobilità nelle zone centrali e in quella universitaria non prevedono alcun progetto di metro vera e propria ma metrobus e biciclette. Nulla a Firenze dove si progetta una linea che non è dedicata e sembra prevedere semafori. A Genova la piccola tratta di metro esistente sembra aver chiuso la partita con due modesti segmenti da aggiungere. In molti sostengono, affrettatamente, che la conformazione delle aree cittadine non consente facili interventi, dimenticando che le metro nel mondo sono dappertutto: sottoterra, a raso, sopraelevate, sotto i fiumi e i viadotti. La metro di Parigi è arrivata anche sotto la Senna dal 1903! A Napoli le linee esistenti hanno circa 20 km di estensione e si spera nella linea dal Centro alla stazione AV di Afragola. A Palermo e Cagliari la costruzione di una vera rete cittadina con propaggini fino ad oltre le periferie non è stata presa in considerazione fino a pochissimi anni fa. Nelle città di media dimensione, intendo sopra i 100mila abitanti, che sono all’incirca 50, l’ipotesi di tratte metro non viene neppure pensata. Si trascura l’importanza decisiva dei tracciati dedicati e della rete, che è la caratteristica che non a caso definisce la metro e moltiplica in modo da tutti inaspettato il numero degli utenti. Ad oggi siamo a meno di 300 km di linee metro funzionanti (comprese le cosiddette metro leggere) spesso solo tratte spezzate che ne riducono le potenzialità di utenza. Tutte hanno un successo clamoroso e non sono sostituibili dal potenziamento di bus e tram, vettori del secolo scorso da eliminare in gran parte, oggi affogati e ingombranti nell’ intenso traffico cittadino, con enormi costi di manutenzione, carburanti e personale, inquinamento, rumore.

Tutto il rarefatto dibattito sulla mobilità, l’inquinamento e le emissioni di gas serra provocato da 40 milioni di auto nel nostro paese è in gran parte costituito da generiche chiacchiere in tv dove nessuno osa dichiarare che l’auto è un simpatico rottame tecnologico del secolo scorso abbellito da navigatori, schermi video, splendidi audio, smartphone incorporati, che va usata solo quando insostituibile e da chi non può farne a meno. Per il resto facendo quattro passi da casa si deve entrare nella rete che deve portarti ovunque. Se a qualcuno sembra fantascienza consiglio un giro turistico in un bel numero di metropoli europee e di parecchi altri paesi occidentali e asiatici.

Invece la ricetta avvelenata che ci suggeriscono per non cambiare nulla va a parare nella diffusione delle auto elettriche, il cui principale obiettivo è quello di dare una boccata d’aria con gli incentivi al settore dell’automotive. Si stima che realisticamente al 2035, quando la vendita (non la circolazione!) di nuove auto a fossili dovrebbe essere vietata in tutta Europa, difficilmente più del 15-20% delle auto circolanti sarà elettrica. Ed è già prevista una verifica con possibili deroghe in ambito UE nel 2026.Cingolani l’ha già chiesta. Insomma, ci stanno prendendo in giro. Ancora nel 2050 potremmo avere sulle strade una prevalenza di motori endotermici.

Dovremmo invece avere già aperto da anni i cantieri in decine di città per la costruzione di reti metro con l’obiettivo di raggiungere in 10 anni almeno 1000 km in più di binari e ritirare dal traffico quotidiano il 50% delle auto, di qualunque tipo siano. Se le reti ci fossero gli utenti le prenderebbero d’assalto, mollerebbero le auto e risparmierebbero un sacco di soldi. Stimando 100-150mila euro al km si tratta di un investimento di 10-15 mld all’anno per 10 anni.

4) Quando negli anni ’90 si svolsero i primi appuntamenti internazionali per il clima (il Summit per la Terra di Rio de Janeiro nel 1992 e la COP1 di Berlino nel 1995, apparve evidente che il principale paese dell’occidente inquinatore, gli USA, non erano disponibili a impegni e ratifiche di accordi che potessero modificare “lo stile di vita americano”. La Russia, la Cina, l’India, il Giappone, non mostrarono alcuna disponibilità a fare quello che non facevano gli USA. Singolare la battuta di Putin che l’aumento delle temperature era un’ottima notizia per la Siberia che avrebbe consumato meno legna per scaldarsi. Nella COP3 di Kyoto nel 1997 vari paesi europei fra cui l’Italia e pochi altri firmarono un Protocollo in cui si indicavano impegni di riduzione delle emissioni entro il 2012 con una seconda tappa prevista al 2020.  Nessuna adesione ne ratifica però dai paesi più importanti. Anzi nel 2011 il Canada ritirò la firma.  Nel 2012 alla COP 18 di Doha si rinnovarono le adesioni al Protocollo in scadenza ma i firmatari (Europa, Australia e poco altro) rappresentavano meno del 20% delle emissioni totali. Un passo in avanti arriva nel 2015 alla COP21 di Parigi dove 196 nazioni accettano un patto globale e condiviso che impegna a mantenere l’aumento di temperatura al disotto di 2 gradi e se possibile a 1,5. La ratifica del Patto dai singoli paesi da allora procede quantificando l’impegno dei singoli e i piani d’azione per attuarlo. A Glasgow la COP 26 del novembre 2021 ridefinisce nuovi obiettivi minimi di decarbonizzazione: un taglio del 45% delle emissioni di anidride carbonica rispetto al 2010, da attuarsi entro il 2030, e zero emissioni nette “intorno” alla metà del secolo. Scompare dal documento finale l’impegno alla dismissione dei combustibili fossili ed a cancellare il loro sostegno con contributi economici. È noto che nessuno dei percorsi e degli obiettivi, almeno su scala planetaria, è davvero in divenire. Aumenta il consumo di fossili, aumentano le emissioni, la CO2 ha raggiunto l’incredibile record di 415 ppm. Era sotto i 400 quando iniziarono le COP negli anni ‘90.

5) Per l’Italia gli obiettivi di riduzione definiti a Kyoto nel 1997 sembrarono nei primi anni mantenuti. Addirittura, nel 2012 gli aggiornamenti al 2020 sembrarono raggiungibili in anticipo di qualche anno. I governi Prodi, Berlusconi IV, Monti (maggio 2006/aprile 2013) vedono un lento ma graduale aumento dei consumi finali attraverso rinnovabili. Nel 2011 si parla addirittura di boom del solare. Anche la mafia si accorge che il solare fotovoltaico è redditizio. Con il DL del marzo 2011 scatta l’obbligo (direi presto dimenticato) di installare impianti a fonti rinnovabili per edifici nuovi e in ristrutturazione. Confronto ad altri paesi anche europei l’Italia almeno sulle rinnovabili sembra vada sulla direzione giusta.

Poi sorprendentemente tutto si ferma.

Dati e osservatori concordano che dal 2014-2015 In Italia la situazione è di stasi totale: la decarbonizzazione del sistema energetico si è praticamente arenata. Rapporti dell’Enea affermano che la quota di Fer (rinnovabili) sui consumi finali potrebbe perfino ridursi perché è in stallo intorno al 17,5% del 2015. Installiamo qualche centinaio di MW all’anno invece di qualche GW mentre i costi delle rinnovabili diventano del tutto competitivi con qualunque altra fonte e i tempi di attuazione dei progetti sono di gran lunga i più rapidi. Avremmo dovuto accelerare alla grande invece è successo il contrario. È emerso di recente che progetti presentati da quegli anni ad oggi per un totale di quasi 90 GW non sono stati approvati o comunque restano fermi da anni presso i Ministeri (per capirsi si tratta circa dell’equivalente di 90 centrali nucleari da 1000 MW). Nel 2021 le FER sono arrivate appena al 19%.

Confesso che per anni mi sono chiesto senza trovare risposte perché tutto si è fermato. Incompetenza e ignoranza? Burocrazia e localismi? Subordinazione della politica a petrolieri e ostilità verso gli ambientalisti, in Italia peraltro docili e miti come agnellini? Le lobby che estraggono e vendono lingotti d’oro nero e riempiono le nostre strade di insostenibili SUV ne hanno distribuiti qualcuno in giro?

6) Solo negli ultimi mesi mi sono dato qualche risposta, per certi versi davvero desolante.

Dall’aprile 2013 al giugno 2018 si sono susseguiti tre governi: Letta, Renzi, Gentiloni.

Nel maggio 2014 l’ENI (30% dello Stato) annuncia in 10 righe la firma di un accordo con GAZPROM ( la società di stato russa per il gas) con cui si revisionano i prezzi dei contratti pluriennali ( arbitrariamente agganciati a quelli del petrolio all’epoca sopra i 100 $) e si aumenta massicciamente l’importazione di gas dalla Russia di fatto a discapito di altri fornitori: Algeria, Libia ed altri paesi dell’area mediorientale-africana. Lo sconto ottenuto sul momento sembra essere del 7% ma il petrolio crollerà nei prezzi rapidamente. L’Italia si trova così ad aumentare decisamente la dipendenza energetica dalla Russia. Qualcosa di simile avviene anche per la Germania della Merkel. Va ricordato che all’epoca l'ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder dell’SPD, perse le elezioni contro Merkel nel 2005, era divenuto consulente di Putin entrando nel board della società che gestisce il gasdotto russo-tedesco (da lui approvato come Cancelliere) e membro del consiglio di vigilanza del gigante energetico russo Rosneft, attività che sembra aver cessato meno di due mesi fa per non incappare anche lui nelle sanzioni antirusse.

Poche settimane prima dell’accordo si svolge il contestato referendum in Crimea (16 marzo 2014) per il passaggio dall’Ucraina alla Russia, che solleva proteste in molti paesi europei e molto meno in Italia. Siamo nel pieno della guerra civile nel Donbass che porterà alle due repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk dopo che i due protocolli di Minsk del settembre 2014 e febbraio 2015 non vengono rispettati da nessuno. 

I principali capi di governo europei, Merkel, Cameron, Hollande oltre a Obama avevano disdetto la partecipazione ai giochi di Soki di febbraio (le olimpiadi invernali russe). Unico presente Letta che dopo un convegno con Putin a Trieste aveva annunciato la sua presenza in Russia dichiarando che lì avrebbe espresso il suo dissenso... per le leggi antigay della Duna del 2013. Le conseguenze dell’accordo ENI-GAZPROM rendono (quasi) tutti felici. Costi un po’ abbassati, quantità abbondanti perché Putin ha bisogno di cash, sembra che il gas russo sia anche meno umido di quello algerino. L’accordo è annunciato da De Scalzi ex vice di Scaroni che ha appena sostituito alla guida dell’ENI su nomina di Renzi appena subentrato a Letta (febbraio 2014).

Così da 8 anni i nostri atlantisti versano parecchie decine di miliardi all’anno a Putin che addirittura nella seconda parte del 2021 ci ha aumentato le quantità e sembra ci abbia diminuito un po’ i prezzi del gas che invece sul mercato sono schizzati verso l’alto da settembre. Sarà che avevamo tanto gas a buon prezzo, o altro che non capisco, ma invece di riempire gli stoccaggi l’ENI si è messa pure a rivendere un po’ di gas. A fine anno Putin con una battuta ha affermato che in Europa e in particolare in alcuni paesi come l’Italia qualcuno si sta arricchendo con il gas russo. L’impennata dei costi del gas e dei prodotti petroliferi nella seconda parte del 2021 che ha terrorizzato mezza Europa, è durata 2 mesi, è stata una sorpresa e sui media si sono sentite le più incredibili panzane di commentatori, esperti e politici che allibiti non sapevano che dire parlando genericamente di speculazione. E’ comunque del tutto indipendente dalla guerra russo-ucraina di febbraio 2022.

Poi qualcuno ha sussurrato l’ipotesi più credibile.

Le multinazionali del settore, a cominciare dai fondi di investimento che a Londra e nel nord Europa determinano parte dei prezzi del mercato, fino alle società nazionali come l’ENI e ai trafficanti che comprano e vendono prodotti energetici, hanno dovuto ridurre i propri guadagni a seguito della crisi epidemica e dei lockdown e riduzioni dei consumi del 2020 e parte del 2021. Hanno così deciso, ignoro in quale sede e con quali protagonisti responsabili e complici, di provocare l’esplosione senza alcuna giustificazione dei prezzi, che forse gli è anche sfuggita di mano perché “la speculazione” è diventata attraente a tutti i livelli. Togliendo gioiosi dalle nostre tasche nell’inverno passato quanto non avevamo speso nel 2020-2021. (Solo sei mesi dopo è arrivato Putin che ci riduce le scorte in funzione anti sanzioni e per avere qualche arma in mano rallentando il pieno delle scorte invernali, con la minaccia di lasciarci al freddo).

Come esempio i ricavi ENI sono passati da circa 69 mld del 2019 a 44 del 2200 e sono risaliti a 77 mld nel 2021. Per il 2022 ENI ha dichiarato nella semestrale di fine luglio:” Il risultato netto adjusted è stato positivo per 7,08 miliardi di euro, risultato che si confronta con gli 1,2 miliardi contabilizzati nel primo semestre del 2021, grazie al miglioramento dell'utile operativo…”. E se pensate alla tassa sugli extraprofitti (all’inizio proposta per le rinnovabili) state tranquilli: ad oggi il nostro drago non ha tagliato praticamente niente a nessuno ( tranne noi ovviamente) e forse dovrà sanzionare anche l’azienda di cui ha il 30% e i diritti di Golden Share.

In conclusione, abbiamo perso otto anni preziosi.

In questi anni si è abbandonata qualunque azione concreta per la transizione, si è permessa una dipendenza energetica inaccettabile, si è messa da parte, non so quanto consapevolmente o no, la scelta delle rinnovabili. Dopo Letta, Renzi, Gentiloni, primi responsabili, con i governi Conte I e II il cambiamento annunciato è stato comunque minimo. Si è persa un’occasione che difficilmente si ripresenterà. 

- Dovremmo avere 500mila nuovi tetti produttivi all’anno, - semplificare quanto necessario il superbonus edilizio ed estenderlo all’intero decennio, - attivare decine di cantieri per ridurre drasticamente le auto circolanti a favore di alcune centinaia di km di metro. Ci farebbero risparmiare un sacco di soldi, tempo e inquinamento, promuovendo le tante altre piccole azioni diffuse di risparmio utili alla transizione che si presenta sempre più urgente. Invece attorno al PNRR dobbiamo sentire improbabili divagazioni sulla CO2 da insufflare nel sottosuolo, l’idrogeno dei vari colori, i SUV e i BUS elettrici, il nucleare di quarta generazione, la fusione.

Dal Summit di Rio sono passati esattamente 30 anni e ogni quarto d’ora un gruppo di esperti, di scienziati, di associazioni e comitati, praticamente ignorati, fa un appello che sottolinea la crisi ambientale. Raramente però si indicano le cose concrete che qui ed ora andrebbero fatte. Così gli appelli non hanno il seguito necessario. Le tre azioni indicate sopra sono necessarie e irrinunciabili, non ne conosco altre realisticamente fattibili e accettabili nel prossimo decennio. Chi parla d’altro restando nel vago, che sia nero, verde o rosso, di destra o di sinistra vi racconta balle.  Qualunque protagonista che si candidi a proporre l’alternativa le dovrebbe sostenere senza disperdersi in chiacchiere inutili sulla sostenibilità.

Gli altri non sanno bene di che parlano, alcuni si stanno arricchendo in silenzio, ma stanno giocando con il nostro futuro. Viva l’Italia!


16 luglio 2022

Il Superbonus 110% non va mandato in pensione

L’analisi di Nomisma. Parla il responsabile sviluppo Marco Mercatili: la misura ha generato il 7% del Pil

di Luca Martinelli *

Lo Stato ha investito finora 38,7 miliardi di euro nel Superbonus 110%, quello legato alla riqualificazione energetica degli edifici che è guardato con molto scetticismo.

Sono ad oggi 147.242 i cantieri conclusi ed è a partire da questi dati che Nomisma ha realizzato il primo bilancio sociale e ambientale della misura, un’iniziativa di Ance Emilia Area centro, l’associazione che riunisce i costruttori di Bologna, Ferrara e Modena. Secondo l’analisi, intanto, i fondi investiti dallo Stato hanno generato un valore economico pari a 124,8 miliardi di euro (pari al 7,5% del prodotto interno lordo), tenendo conto della spesa aggiuntiva anche in tutti i settori che devono attivarsi per produrre semilavorati, prodotti intermedi e servizi necessari agli interventi, del valore della catena di azioni e reazioni indotte dal «prodotto costruzioni» e dalla remunerazione del lavoro, che a sua volta alimenta una spesa in consumi finali. Per ogni beneficiario, inoltre, Nomisma prevede che l’investimento statale consentirà di generare un risparmio annuo medio in bolletta di ben 500 euro.

«Noi di Nomisma siamo stati i primi, già nel 2020, a evidenziare le criticità del “Superbonus 110%”, una misura espansiva, forse la più espansiva nell’ultimo secolo, che avrebbe potuto diventare regressiva senza alcuni accorgimenti ad esempio per garantire un accesso anche alle famiglie meno abbienti. Oggi che tutti sono scettici, però, abbiamo raccolto volentieri l’invito di Ance Emilia Area centro di verificare se effettivamente, come tutti dicono, essa è davvero “troppo costosa”, andando a studiarne i costi e i benefici» spiega al manifesto Marco Marcatili, Responsabile Sviluppo di Nomisma.

Dalle analisi, basata sulle asseverazioni già consolidate da parte di Enea a livello nazionale, risulta ad esempio che il Superbonus ha già consentito di contenere in maniera significativa l’impronta ecologica con una riduzione di 979mila tonnellate di CO2, pari ad un risparmio del 46,4% e a 3 salti di classe energetica. Inoltre, la misura rappresenta quasi il 50% dell’incremento di potenza rinnovabile (fotovoltaico/pannelli solari) installata sul parco immobiliare italiano in termini di numero di interventi: si parla di 106 milioni di kW annui di energie rinnovabili immessi al consumo, con una previsione di inserimento di ulteriori 37 milioni per i cantieri ancora in attivazione.

Infine, il Superbonus opera esclusivamente sul patrimonio immobiliare esistente, producendo effetti positivi sul contenimento di consumo di suolo e minori investimenti sulla realizzazione di servizi e infrastrutture collegate: i vantaggi generati dall’investimento immobiliare, da parte dei beneficiari del Superbonus, rispetto al nuovo è quantificabile in 15,3 miliardi di euro complessivi.

Marco Mercatili, Nomisma: «I vantaggi sociali registrati dal provvedimento: 634 mila nuovi occupati, risparmio energetico, riduzione delle bollette e abbattimento delle emissioni di CO2»

Il lavoro di Nomisma evidenzia anche il valore sociale generato dal Superbonus 110%. I 38,7 miliardi di euro già investiti hanno comportato nel settore delle costruzioni un aumento di occupati pari a 410 mila unità e nei settori collegati si è visto un aumento di 224 mila unità, per un totale di 634 mila occupati in più. Per quanto riguarda le famiglie, nonostante alcune evidenze mostrino che la misura abbia favorito in media i ceti medio-alti, ben 483mila famiglie con reddito medio-basso (sotto i 1.800 euro) hanno avuto l’occasione, grazie al Superbonus, di effettuare lavori di riqualificazione energetica profonda alla propria abitazione a costo zero. Lavori che mai avrebbero potuto permettersi altrimenti.

«Sappiamo benissimo che l’elemento primario di questa misura non era promuovere la Transizione ecologica ma quello di garantire uno shock all’economia, che usciva dalla crisi generata dalla pandemia Covid-19» sottolinea Mercatili, «ma i dati raccolti dimostrano che l’investimento genera un ritorno significativo che nel medio-lungo termine, a fronte della pressione fiscale che si registra nel nostro Paese, garantirà allo Stato anche entrate importanti in grado di pareggiarlo, grazie al moltiplicatore “molto elastico” dell’edilizia». È importante parlarne perché, a fronte dei risultati in termini di riduzione delle emissioni, la domanda che oggi ci dovremmo porre «è come far sì che questa misura, di cui oggi ha beneficiato appena lo 0,5% del patrimonio immobiliare italiano, possa toccare anche il resto».

Insomma Nomisma, che non nasconde che questo Superbonus 110% abbia contributo a creare disuguaglianze, «perché basta girare per le città per vedere dove sono i cantieri, generalmente in centro o semi-centro e non nelle periferie» dice Mercatili, vorrebbe invitare lo Stato a riflettere sui vantaggi della misura. Che forse andrebbe riformata per superare gli errori, e non a caso nei suoi soli 24 mesi di vita ha guà avuto ben 16 aggiustamenti, ma non affossata, come chiedono gli scettici. Anche quelli che siedono nell’esecutivo.

*da il manifesto16 luglio 2022

15 luglio 2022

La Russia rafforza la sua influenza in Africa: così l’Occidente perde terreno

di Roberto Colella ( Giornalista, esperto in Geopolitica e Scienze della Difesa e della Sicurezza) *

Con il ritiro di truppe occidentali dalle zone a rischio dell’Africa, la Russia sta cercando di dimostrarsi una valida alternativa. Il suo dispiegamento in Mali nel dicembre 2021 ha dimostrato il rapido sostegno che Mosca è in grado di offrire ai regimi in difficoltà. Il finanziamento dei canali televisivi filo-russi in Africa, l’interferenza elettorale, persino la sponsorizzazione di concorsi di bellezza sono solo alcuni dei metodi per influenzare il sentimento tra gli africani.

La Cina ha da tempo superato i paesi occidentali diventando il più grande investitore dell’Africa, mentre la presenza di truppe occidentali nei paesi colpiti dal conflitto non è stata sufficiente per garantire la pace e la sicurezza dell’Africa. L’Africa ha bisogno di un sostegno costante, militare ed economico. Se l’Occidente non può fornirlo, perderà terreno. Le iniziative della Russia sull’Africa sono in genere concentrate sul sostegno di alcuni personaggi spesso scomodi: Khalifa Haftar in Libia, Faustin Arcangelo Touadéra nella Repubblica Centrafricana (Car) il colonnello Assimi Goïta in Mali e il tenente generale Abdel Fattah al-Burhan in Sudan.

Per valutare il futuro delle relazioni Russia-Africa è importante capire che i cosiddetti partenariati che la Russia cerca in Africa non sono statali ma basati sull’élite. Aiutando questi leader spesso illegittimi e impopolari a mantenere il potere, la Russia sta rafforzando il suo dominio in Africa. Tutto questo avviene attraverso forze mercenarie, armi ed entrate derivanti da accordi di risorse. Tuttavia, gli impegni opachi della Russia sono intrinsecamente destabilizzanti per i cittadini dei paesi presi di mira, provocando uno sviluppo economico stentato, violazioni dei diritti umani, etc.

L’Ue ha chiuso la sua missione in Repubblica Centrafricana (Eutm-Rca) nel dicembre 2021, subito dopo i mercenari della Wagner hanno preso il comando di reparti locali addestrati dall’Ue e hanno commesso atrocità contro la popolazione civile. Per le medesime ragioni Bruxelles ha sospeso le sue missioni di addestramento militare e civile in Mali a maggio, dopo che Bamako ha contattato la Wagner che ha portato i suoi contractors per combattere i jihadisti. Le unità della guardia nazionale, della gendarmeria nazionale e della polizia nazionale, che sono state addestrate dall’Eucap Sahel-Mali (l’altra missione dell’Ue in Mali, focalizzata nella formazione delle forze di polizia e analoga alla già menzionata Eucap Sahel-Niger) sono ora sotto la direzione del personale della Wagner e si stima che stiano terrorizzando la popolazione civile, prendendo di mira in particolare la comunità Fulani, con segnalazioni di violenze senza precedenti. La presenza russa ormai è notevole a Sévaré, Ségou, Niono, Timbuktu e Gossi e la base aerea 101, a Bamako, è utilizzata come hub logistico per il dispiegamento della Wagner.

La Wagner e le altre compagnie simili possono facilitare i rapporti tra Russia e paesi africani. Una volta in Africa, poi, le società dei mercenari si ritagliano uno spazio nell’economia locale. La presenza di mercenari russi in questo momento è forte in vari paesi come Botswana, Guinea Bissau, Guinea, Libia, Mali, Mozambico, Madagascar, Zimbabwe. Nel Nordafrica la Russia è presente anche in Marocco, con accordi commerciali e con Trasneft; quest’ultima attiva anche in Libia in settori estrattivi di petrolio e gas e Gazpromneft (produzione di lubrificanti). Infine in Egitto, partner economico-commerciale e militare storico, dove Rosneft, Lukoil e Zarubehzneft, tre società petrolifere, portano avanti affari nei giacimenti egiziani. Nella Repubblica democratica del Congo ci sono altre unità della Wagner e Lukoil sul settore estrattivo. L’Angola è un partner militare della Russia e fornitore di metalli rari; il Sudafrica infine ha un accordo commerciale con la Russia per la fornitura di nichel.

La Russia vuole garantirsi l’approvvigionamento di materie prime strategiche, che come visto sono la moneta di scambio ai servizi di sicurezza. Per questo Mosca preferisce non impegnarsi in contratti tra governi, ma mandare avanti le grandi aziende in mano a oligarchi, politica velata ma che riconduce sempre allo stato russo.

da FQ – 14 luglio 2022

leggi anche:

Il gruppo Wagner e i mercenari in Africa: dove e come la Russia trova l’oro per finanziare la guerra in Ucraina e arginare le sanzioni

L’Africa, il neocontinente che aiutò l’Europa esangue a rialzarsi dalle due guerre

 


9 luglio 2022

Siccità: Luca Mercalli: «Ora è tardi, non si interviene nei momenti di emergenza»

INTERVISTA. «Bisogna lavorare sulle infrastrutture: canali, dighe, tubazioni e tanto altro, sono lavori che richiedono anni e che andavano fatti tempo fa. Sentiamo da tanto tempo che bisogna riparare gli acquedotti perché circa il 40% dell’acqua potabile viene disperso per le perdite delle reti idriche. Qualcosa è stato fatto? No»


(di Valerio Nicolosi da il manifesto 10 luglio 2022 )

Luca Mercalli, presidente dell’Istituto di meteorologia e divulgatore, partiamo dalla domanda che in molti si stanno facendo in questi giorni: era prevedibile la siccità che ha colpito diverse regioni d’Italia, in particolare quelle del Nord?

La siccità è un fenomeno lento, cumulativo, che comincia all’inizio senza grandi preoccupazioni e poi via via diventa un’emergenza.

I primi segnali si sono avuti nel tardo inverno, quando non ci sono state piogge per diverso tempo tra dicembre e marzo. Però nel Nord Italia normalmente le piogge più intense dell’anno sono attese tra aprile e maggio; quindi, fino a marzo abbiamo tutti sperato che la primavera potesse compensare questo deficit di acqua ma purtroppo non è avvenuto. Inoltre da maggio sono iniziate delle temperature estive e questo ha portato un ulteriore stress all’agricoltura.

Alla fine di maggio è diventato palese che la siccità sarebbe diventata grave perché le possibilità di pioggia si erano ridotte drasticamente con l’estate. Quindi direi che è difficile dire “era prevedibile”.

E da un punto di vista di previsione nel lungo periodo invece, quello che potremmo definire di scenario?

Quello sì, lo sappiamo da trent’anni. Tutti gli scenari di cambiamento climatico ci dicono che la temperatura aumenta, gli eventi estremi aumentano e quindi anche le siccità erano contenute in questa sorta di elenco di criticità climatica a cui saremmo andati incontro.

Ce ne sono sempre state di siccità, anche nel passato, però questa è particolarmente lunga e soprattutto si è accoppiata con le temperature elevate. Se mettiamo insieme caldo e siccità, questo è un caso assolutamente inedito, eccezionale.

Come possiamo fare per porre rimedio o almeno creare delle soluzioni che possano farci superare questi momenti di crisi?

Ora non si può fare nulla, non si interviene nei momenti di emergenza ma in quelli che potrei definire di “pace”. Bisogna lavorare sulle infrastrutture: canali, dighe, tubazioni e tanto altro, sono lavori che richiedono anni e che andavano fatti tempo fa.

Sentiamo da tanto tempo che bisogna riparare gli acquedotti perché circa il 40% dell’acqua potabile viene disperso per le perdite delle reti idriche. Qualcosa è stato fatto? No. In questi anni non ho mai sentito parlare i politici di acqua e di risoluzione dei problemi legati a essa ma sicuramente a ottobre, quando l’emergenza sarà passata, diranno che è tutto risolto.

E sarà davvero tutto risolto?

No, perché basta andare nel vostro archivio per vedere gli articoli e le interviste del 2017: dicevamo esattamente le stesse cose in riferimento alla siccità del lago di Bracciano e alle altre situazioni critiche, solo che in quel caso l’emergenza non è partita a fine luglio ma da giugno e abbiamo davanti a noi altri tre mesi di poche piogge e tanto caldo. Sarà lunga e sarà più dura del 2017.

Il Pnrr sta portando molti soldi in Italia e si parla di migliaia di progetti già approvati e altri in via di approvazione. Per i cambiamenti climatici si sta facendo qualcosa?

Io non vedo un disegno preciso e organizzato e questo mi preoccupa. È stato deciso tutto di fretta perché bisognava ottemperare alle scadenze e l’impressione è che sia un gran calderone di progetti, molti tirati fuori dai cassetti dove erano già lì; quindi, non concepiti con una visione complessiva nazionale di rete tra i diversi sottosettori che devono dialogare tra loro se si vuole fare la transizione ecologica.

Ho l’impressione che ci siano tanti progetti raffazzonati e messi uno in fila all’altro, spesso con l’etichetta verde, anche quando verdi non sono, perché ci sono un sacco di grandi opere che purtroppo non possiamo considerare sostenibili. Saranno grandi cantieri, cemento, acciaio e dipingerli di verde è una forzatura. Ci saranno anche dei soldi per la riparazione delle reti idriche; quindi, speriamo che almeno una piccola fetta dei finanziamenti vada nel posto giusto. Ma certamente non c’è stato un disegno, una concertazione che renda i progetti efficaci con una strategia di sistema.

9 luglio 2022

4 luglio 2022

Per risolvere la crisi climatica bisogna avere un pensiero globale

di Rafia Zakaria ( Pakistan ) *

Lo scioglimento dei ghiacciai e l’innalzamento del livello dei mari, come tutti sanno (o almeno dovrebbero sapere), ci stanno trasportando verso una catastrofe ambientale che a sua volta provocherà una catastrofe umana.

L’ondata di calore che ha colpito l’Asia meridionale è una delle manifestazioni del cataclisma ambientale in corso. Per diversi giorni Jacobabad, nella provincia pachistana del Sindh, è stato uno dei posti più caldi del pianeta. Moltissime persone sono morte nel subcontinente a causa di colpi di calore e disidratazione. Sono le vittime del cambiamento climatico, decedute solo perché il genere umano ha sostenuto idee fuorvianti sul riscaldamento del pianeta o non ha prestato attenzione a chi aveva previsto questa situazione.

Dalla loro comparsa sulla Terra, gli umani consumano le risorse del pianeta e, da molti decenni a questa parte, stanno emettendo troppa anidride carbonica nella sua atmosfera. Anche adesso le economie in crescita come l’India e la Cina non sono interessate a impegnarsi per ridurre le emissioni, nel timore che questo possa fermare la crescita delle loro economie.

Il fatto che le conseguenze della catastrofe climatica non sono contenute dai confini nazionali rappresenta un problema

Ma è proprio il fenomeno del degrado ambientale ad aver reso evidente quanto la concezione che vuole lo stato nazionale come unità politica fondamentale si sia rivelata fallimentare. È stata la pace di Vestfalia, firmata nel 1648, a sancire questo principio. I regni e gli imperi hanno lasciato il posto a paesi organizzati e delimitati da precisi confini geografici, e per vivere al loro interno sono diventati necessari dei documenti: un concetto del tutto nuovo per l’epoca. Viaggiatori del passato come Ibn-i Battuta non si sono mai dovuti preoccupare di passaporti e visti, come invece devono fare oggi gran parte dei viaggiatori. Negli anni di Vestfalia, però, questi erano concetti nuovi, compresa l’idea che il governo del popolo avrebbe sostituito il sistema delle monarchie sopravvissuto per centinaia di anni. È molto probabile che così come noi non riusciamo a immaginare un mondo senza stati nazione, i nostri antenati ridessero all’idea di paesi non governati dai re e dalle loro corti.

Un problema transnazionale
I nuovi sistemi emergono quando quelli vecchi non funzionano più o perché le loro lacune li rendono inutili. Nella situazione in cui ci troviamo oggi, il fatto che le conseguenze della catastrofe climatica non sono contenute dai confini nazionali si sta dimostrando un problema. Quando gli agricoltori del Punjab indiano bruciano stoppie nei loro campi, il fumo arriva fino a Lahore e per giorni la qualità dell’aria è talmente bassa che è difficile vedere anche a pochi metri di distanza. E lo smog non è l’unico problema, come hanno evidenziato molti esperti. Il fatto che il bacino idrico del Pakistan sia a valle rispetto all’India crea anche un problema di sicurezza ed è una spada di Damocle sospesa sulle teste di noi tutti. Se le ultime settimane hanno mostrato che inferno può essere il cambiamento climatico, immaginiamo questa situazione moltiplicata esponenzialmente nel momento in cui i fiumi si prosciugheranno in modo permanente e la siccità diventerà la norma.

Il modello dello stato nazione è fallimentare anche perché i suoi meccanismi obsoleti non riescono a gestire il cambiamento climatico in modo giusto o equo. Per esempio, il Pakistan emette una quantità di anidride carbonica inferiore a quella della maggior parte degli altri paesi. Eppure, non gli sono mai state concesse risorse adeguate per far fronte alle sfide climatiche delle quali è responsabile solo in minima parte.

Per gli ambientalisti il pianeta si sta trasformando in una unità politica: i suoi limiti e la sua salvaguardia a livello globale diventeranno l’obiettivo della cooperazione mondiale

Ne consegue dunque che una delle sfide più significative della nostra epoca non si conforma al modello dello stato nazione. I progressi negli studi sulle carote di ghiaccio ricavate dai ghiacciai che si stanno sciogliendo consentono agli esseri umani di conoscere il loro impatto sul pianeta andando indietro di migliaia di anni. Grazie alla nascita e alla diffusione delle scienze della terra come la geologia, la geofisica e altre, enormi quantità di dati sono stati convertite in numeri che possono essere inseriti in modelli in grado di prevedere cosa aspettarci in futuro. Gli umani non erano in grado di fare previsioni sul clima quando è stata firmata la pace di Vestfalia. Adesso, invece, possono farlo con grande accuratezza ed è grazie a questo genere di tecnologia se la nostra specie riuscirà a comprendere davvero la gravità della catastrofe climatica che il pianeta sta affrontando.

Cooperazione planetaria
Anche se le guerre come quella scoppiata in Ucraina sembrano sottolineare l’importanza dello stato nazione e la costruzione di muri ai confini, eretti come intorno alle fortezze, suggeriscono un’interpretazione il più letterale possibile di questa forma di organizzazione politica, questi fenomeni potrebbero anche rappresentare l’ultimo singulto dello stato nazione. Gli ambientalisti sostengono che il pianeta si sta trasformando in una unità politica: i suoi limiti e il suo benessere globale diventeranno l’obiettivo della cooperazione mondiale. In parole povere, la valutazione del tempo sulla scala di millenni resa possibile dai progressi scientifici e dai supercomputer sottolinea la necessità di creare nuove unità politiche, pensate per interconnettere tutti e tutto sul pianeta. Anche la pandemia, probabilmente, è stata causata dall’aumento delle temperature, e anche questa sfida globale ha mostrato l’incapacità degli stati nazionali di elaborare una risposta collettiva.

Il passaggio dallo stato nazione alla cooperazione planetaria è inevitabile. La prospettiva di lungo periodo sullo stato del nostro pianeta che possiamo estrarre dai ghiacciai ha svelato com’era la Terra molto prima che facessero la loro comparsa gli esseri umani. Il pianeta sta diventando più caldo, ambienti naturali si stanno perdendo e noi continuiamo a scherzare con questa catastrofe. Il modello e l’ordinamento politico dello stato nazione non ha prodotto gli anticorpi per arginare la più grande minaccia per il nostro pianeta. Forse è il momento di pensare a un nuovo modello.

nella foto: un blocco di ghiaccio caricato su una moto a Jacobabad, nel sud del Pakistan

·         *  da internazionale.it (traduzione di Giusy Muzzopappa dal quotidiano pachistano Dawn )

La Tunisia volta pagina con una costituzione presidenziale


La Tunisia vive in uno stato di sospensione da quasi un anno, da quando il presidente Kais Saied ha paralizzato la vita politica assumendo i pieni poteri. Inizialmente questa situazione particolare avrebbe dovuto protrarsi per un mese, ma in seguito Saied ha chiuso il parlamento, governato per decreti e annunciato che avrebbe presentato al popolo un progetto di nuova costituzione il 25 luglio di quest’anno.

La sera del 30 giugno la bozza della nuova carta è stata pubblicata. Se sarà approvata con un referendum, trasformerà la Tunisia in un regime presidenziale. Questa è la logica politica di Saied nonché il suo modo di rispondere al disincanto di un decennio di rivoluzione senza risultati.

Per diversi aspetti la costituzione di Saied è l’antitesi di quella del 2014, prodotta da un’assemblea costituente eletta dopo la rivoluzione del 2011 e basata su un equilibrio tra il presidente e il parlamento per evitare l’accentramento dei poteri autoritario che aveva caratterizzato gli anni della dittatura di Zine el Abidine Ben Ali.

Autoritarismo costante
Questo equilibrio di poteri imperfetto è stato fonte di paralisi e conflitti, suscitando un rifiuto costante da parte della popolazione. Un anno fa Saied, sfruttando le sue prerogative di presidente, ha sospeso la costituzione, e la sua mossa è stata accolta con esultanza da una parte di tunisini che rifiutavano un sistema politico democratico ma inefficace, e in particolar modo il partito islamista Ennahdha, al centro dei meccanismi politici.

I problemi derivano dalla linea e dallo stile di Saied. Il presidente tunisino ha citato la frase con cui il generale francese Charles de Gaulle affermava che alla sua età non avrebbe perseguito una carriera da dittatore, ma i suoi critici gli rimproverano un autoritarismo costante, ricordando i suoi attacchi ai magistrati, il finto dialogo nazionale che ha preceduto la redazione della costituzione e la nomina dei componenti della commissione elettorale, che ormai di indipendente ha solo il nome.

Buona parte della popolazione chiede soprattutto soluzioni alla crisi economica e sociale

Saied non si fida dei partiti e del concetto di “società civile”, e parla direttamente al “popolo”. Anche se la magia della campagna elettorale del 2019 è svanita, il presidente conserva ancora la fiducia di una parte non trascurabile della popolazione.

È possibile che Saied perda il referendum? Il rischio è minimo. Innanzitutto, se è vero che i tunisini più politicizzati criticano il presidente e voteranno sicuramente “no”, bisogna tenere presente l’indifferenza di buona parte della popolazione, che chiede soprattutto soluzioni alla crisi economica e sociale accentuata dal covid e dall’aumento dei prezzi.

Il presidente, con il suo conservatorismo culturale e sociale, fa riferimento ai valori tradizionali della Tunisia profonda. La nuova costituzione, da questo punto di vista, contiene un cambiamento che farà discutere: si è tolto il riferimento all’islam come religione dello stato, iscrivendo la Tunisia nel quadro dell’Umma, la nazione islamica. Lo stato, dunque, avrà il compito di perseguire gli obiettivi dell’Umma.

Chi nelle prime fasi del progetto aveva notato la scomparsa della religione di stato si era chiaramente sbagliato: Saied non è un laico, ma un musulmano conservatore, contrario all’islam politico dei Fratelli musulmani, a cui preferisce l’islam culturale di cui la sua costituzione è impregnata.

Saied sta portando la Tunisia in una direzione diversa da quella seguita nell’ultimo decennio: la popolazione spera sia verso il meglio, ma gli intellettuali temono il peggio, cioè il ritorno della dittatura.

nelle foto: manifestazioni contro il presidente Kais Saied

*  da internazionale.it ( traduzione di Andrea Sparacino) - 1 luglio 2022

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