23 agosto 2026

E se ci occupassimo di transizione energetica e clima invece che di melonate ?

 di Massimo Marino

Sono rimasti in pochi i sinceri negazionisti climatici, infarciti di scemenze e ignoranti in assoluta buona fede. 


Resta ancora qualche imbroglione, che per scrivere qualcosa su un giornale destrorso fa finta di niente e non vede 
 lo sterminio di anziani,  boschi e foreste che bruciano, né le amate centrali nucleare fermate perché l’acqua è troppo calda e le meduse intasano i filtri degli impianti di raffreddamento, né i fiumi trasformati in paludi mefitiche, né le cime dei ghiacciai nude e spelacchiate. Figuriamoci se gli interessa che abbiamo superato i 430 ppm di CO2 ( quando ero un ragazzotto nel ’68 erano 320 ), oppure che come Italia abbiamo il penoso record nel mondo di auto per abitante ( circa 70 su 100 abitanti) ma entro alcuni anni avremo meno km di metropolitane per km² del Bangladesh.

Niente da stupirsi se i padroni del mondo (petrolio e gas, automotive, finanza, assicurazioni, armamenti, costruttori e cementificatori ) siano disposti a tutto pur di impedire, ancora per qualche decennio, di avviare una transizione planetaria che garantisca un futuro al pianeta nella seconda metà del secolo.

Alcuni anni fa mi convinsi che la battaglia culturale contro i negazionisti era solo una grande e inutile perdita di tempo, una trappola per sviare l’attenzione dai distruttori del pianeta che continuano a fare i loro sacrosanti maledetti affari e ci propongono una bella battaglia ideologica fra i realisti che difenderebbero l’economia e garantirebbero il lavoro ( oltre ai loro sacrosanti dividendi miliardari) e i catastrofisti dell’ambiente che propinerebbero irresponsabili  ideologie ecologiste. Come sempre il modo migliore per arenare un serio terreno di scontro sociale, politico e culturale è quello di aggirare gli argomenti e le ragioni, inventare due poli e scatenare la battaglia delle curve da stadio o come quella fra i galli da combattimento che finisce con piume che svolazzano da tutte le parti mentre lo scommettitore se la svigna con il malloppo.

Otto anni fa la quindicenne Greta Thumberg, ragazzina anomala e irregolare, riuscì nel miracolo che nessun partito  verde né di altro colore era stato in grado di fare, indicando all’attenzione del mondo e non solo delle giovani generazioni, la grave responsabilità che Istituzioni internazionali, Governi e Partiti avevano ( senza grandi differenze fra loro) nel permettere che una manciata di multinazionali e di autarchi straricchi e fuori di testa potessero trascinarci alla distruzione del pianeta e di tutti coloro che lo abitano nel giro di qualche decennio. Friday for Future e altre decine di sigle non tutte note e attendibili, con giovani leader nella scia di Greta, rilanciarono l’abc della protesta ambientalista,  portarono milioni e milioni di persone in piazza in centinaia di manifestazioni e appuntamenti. L’onda verde coinvolse l’intero pianeta, dai paesi africani alle metropoli dell’occidente, dall’ONU alle COP. Nel 2022 Greta Thumberg pubblicò The Climate Book, un volume di 464 pagine contenente  parecchi suoi interventi su diversi aspetti della crisi ambientale e varie decine di ottimi contributi dei principali esperti e scienziati di diverse zone del pianeta. Mi sembra umanamente il massimo che potesse fare e lo ha fatto con grande impegno.

La nostra casa è in fiamme … Non abbiamo un pianeta B … Come osate ? .. ( rivolto ai potenti del mondo e alle loro parole vuote ). Milioni di persone si riconobbero in queste rabbiose e sincere urla di protesta di una ragazzina. Ma il movimento non trovò gli interlocutori capaci di trasformare la protesta in concreti obiettivi in grado di combattere quelle istituzioni e quei gruppi di potere che facevano da muro per impedire una conversione planetaria dell’intero pianeta nel nuovo secolo che avanza. Dal 2022 i potenti che governano il mondo, con poche defezioni, capirono che non potevano permettere di essere messi da parte  e si misero ad organizzare l’armata che attraverso tutti gli strumenti possibili ( media, contaballe, lobbisti, corruzione, repressione e violenza ) imponesse la loro sopravvivenza, almeno per qualche decina di anni, il tempo di arrivare miliardari e felici al camposanto, con un parola d’ordine semplice: va tutto bene così, non c’è nulla da cambiare, non ce ne andremo mai..

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I consumi finali lordi di Energia nel 2025 in Europa (EU) sono stati pari a circa 115 Mtep ( milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) quasi costanti da alcuni anni e in lentissima  discesa, almeno fino al 2030 nelle previsioni,  rispetto ai 133 Mtep del 2010. Non è vero che i consumi energetici hanno continuato e continuano a salire,  è solo un modo per ingarbugliare le carte che poi i numeri a consuntivo non avallano.  Secondo il PNIEC del 2019  ( Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima ) tutti gli Stati europei dovrebbero definire propri obiettivi  su cinque assi ( decarbonizzazione, efficienza energetica, sviluppo del mercato interno dell’energia, ricerca e innovazione,  competitività). L’obiettivo finale al 2030 sarebbe prima di tutto quello di garantire per l’Europa il proprio contributo alla riduzione delle emissioni di climalteranti ( di fatto CO2 e metano compreso il carbone residuo) e di raggiungere circa il 40% di rinnovabili nella produzione energetica lorda totale  ( corretto di recente  al 42,5%) nel 2030. Poiché nel 2025 si è appena superato il 26% è praticamente impossibile che in meno di 5 anni si possa recuperare almeno in parte significativa i 16 pp (  punti percento) per mantenere l’impegno. Considerato che l’Europa sarebbe una delle  aree  del pianeta più virtuose, tanto più dopo la svolta nefasta data dalla seconda amministrazione Trump agli USA, gli effetti devastanti sul clima di almeno due guerre regionali di grande impatto, la evidente accelerazione della crisi climatica al di là delle previsioni in alcune aree come il bacino  del mediterraneo e l’aumento esponenziale di incendi di grande dimensione nel centro-sud Europa, nell’ovest degli USA e in  Brasile, in India e Tailandia, tutti gli obiettivi, più o meno validi ed efficaci,  che ci siamo dati negli ultimi 30 anni , dalla COP1 di Berlino nel 1995 alla COP 30 di Belem del novembre 2025 sono andati in pezzi. Per quanto continuino a raccontarci la favola che i veri inquinatori sono Cina e India, dove in realtà i consumi energetici pro capite sono molto più bassi di quelli altissimi degli USA seguita da vari paesi occidentali, gli eventi climatici degli ultimi tre mesi sono le avvisaglie di quanto ci aspetta non avendo fermato il modello energetico ereditato dal secolo scorso in tutto l’Occidente.

Mario Tozzi e Luca Mercalli ci hanno rovinato il ferragosto sostenendo che nel prossimo decennio rimpiangeremo il clima di questi tre mesi infernali. Lasciamo perdere i negazionisti e chiariamoci le idee sugli obiettivi che sono praticabili punto per punto, su chi sono i nostri veri nemici e come combatterli, come riportare la battaglia per il clima e la sopravvivenza del pianeta al centro dell’attenzione e dell’impegno.  

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Nel 2025 l’Italia ha raggiunto il pessimo record dell’immobilismo sulle rinnovabili. Fermi al 48% di rinnovabili sul totale di produzione elettrica,  pressoché un caso unico in Europa. Istallati solo 7,2 GW di nuove rinnovabili, con il fotovoltaico che ha un po' compensato la crisi dell’idroelettrico in flessione per siccità  e scarse piogge e l’eolico demonizzato da frange sociali minoritarie, più o meno spontanee, che non sapendo cosa è una centrale nucleare o a carbone o a olio combustibile sostengono che pale eoliche e campi fotovoltaici disturbano il paesaggio, l’agricoltura e il turismo. In Germania invece istallati 23 GW, in Spagna 11 GW , in Francia 8 GW. Per la verità viviamo nel più totale immobilismo energetico dal 2014-2015 quando i governi Letta e Renzi e fra gli altri  l’intoccabile coppia De Scalzi-Scaroni alle aziende energetiche, scelsero tre strade mai cambiate dai sei governi succedutisi nei 10 anni successivi: privilegiare in toto le importazioni di petrolio e gas dalla Russia, lasciare tutti gli spiragli aperti possibili sognando il ritorno al nucleare, mantenere ai margini lo sviluppo delle rinnovabili ( troppo convenienti per gli utenti finali  e per migliaia di piccole e medie imprese e meno remunerative per le grandi aziende e per l’intera trafila di trasformazione e commercializzazione del settore fossile in piena intesa con l’automotive). Così mentre alcune decine di paesi si avviavano pur moderatamente sulla  strada delle rinnovabili, fra il 2014 e il 2026 abbiamo perso il tempo prezioso che ci restava per cambiare il modello energetico dopo aver fermato con due referendum (1987 e 2011) la scelta costosa, pericolosa e fallimentare  del nucleare. Nel 2014 su una domanda energetica totale  di 79 TWh avevamo 27,1 TWh di rinnovabili. Nel 2026 prevediamo 79,9 TWh di domanda totale e 28,9 TWh di rinnovabili: praticamente immobili.

La conseguenza della  mancata conversione è nota e riassumibile in pochi dati: nel 2025 abbiamo speso 53 miliardi all’estero per importazione di combustibili fossili: di recente per lo più GNL dagli USA e petrolio da Libia, Azerbaigian e Kazakistan oltre a una quota non definita ancora dalla Russia anche attraverso triangolazioni e navi più o meno fantasma. 

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Confesso che ho visto con perplessità la nascita e le prime azioni dei nuovi gruppi di ecologismo radicale tipo  Exctinction Rebellion dal 2019 e la derivazione  successiva di Ultima generazione dal 2021. Dopo 40 anni dalla nascita dell’ecologismo politico negli anni ‘80, la moltiplicazione di decine di sigle del campo ambientalista in tutto l’Occidente europeo,  l’esperienza ( e i fallimenti)  della presenza istituzionale a tutti i livelli dei Verdi,  il contributo, alla fine tutto sommato dignitoso ma circoscritto, delle vecchie associazioni dell’ambientalismo da  Greenpeace alla  Legambiente, penso che  i flash mob nonviolenti con l’imbrattamento di monumenti e fontane, la rottura di palle verso gli automobilisti con blocchi stradali o autostradali per ricordare che abbiamo un pianeta da salvare e che i negazionisti si sbagliano, non l’ho trovato un grande contributo di novità rispetto alla evidente crisi dei movimenti ambientalisti della precedente generazione.  Un abisso comunque, sul terreno mediatico, rispetto al coraggioso impegno di Greta Thumberg dopo il quale ben altro dovevamo inventare. Anche questa fase storica mi sembra al termine e poiché “ il re è nudo”  e ( aggiungerei )  sta andando a fuoco, quello che serve è precisare gli obiettivi, che oggi non sono per niente chiari, ed avere il coraggio di farli maturare con il consenso di una larga parte della società e delle generazioni che abitano il pianeta nella prima metà di questo secolo.

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  1) A partire dal 2027 con il nuovo governo, quasi irrilevante che sia di cdx o di csx,  è necessario recuperare almeno parte del terreno perduto nelle  nuove istallazioni di rinnovabili con l’obiettivo di 12-13 GW  annui per 4 anni per un totale che a fine 2030 si avvicini ai 50GW  e con un impegno economico di almeno 25 mld totali. Il recente decreto FER del governo di agosto, approvato dall’EU, prevede un totale di 37,15 GW  e 23 mld di impegno. L‘obiettivo 50GW/25mld è assolutamente realistico e a mio parere dovrebbe essere uno dei 10 punti principali di una qualunque alleanza elettorale che voglia davvero promuovere il cambiamento del modello energetico e almeno moderare la crisi climatica.  In particolare le nuove istallazioni, così come l’impegno di spesa dovrebbero essere suddivise in parti più o meno uguali fra Fotovoltaico di piccola taglia ( sui tetti delle abitazioni ), fotovoltaico a terra, eolico di grandi dimensioni in e off-shore. Diversi studi indicano che interventi di queste dimensioni hanno un impatto irrilevante sul consumo di suolo specie agricolo, in tutte le stime di gran lunga inferiore all’1%. Dubito che lo stesso decreto del governo del 6 agosto abbia davvero un futuro con governi simili a quello attuale o degli ultimi decenni. Un cambiamento non è prevedibile senza un rapido avvicendamento  dei vertici dei quattro  enti principali su cui il governo ha una qualche influenza ( ENI, ENEL, TERNA, ARERA) i cui esponenti vedono la conversione energetica con gli occhi rivolti al secolo scorso ( petrolio, gas e nucleare) e poco rivolti agli interessi futuri delle nuove generazioni  e del clima. “ 50/25 “  potrebbe essere il fulcro dei futuri flash mob, oltre che un punto di programma elettorale, lasciando in pace questi poveretti che in qualche anfratto del Consiglio dei ministri, del Parlamento e dei Media sbandierano ancora  il negazionismo climatico per farci perdere tempo e soddisfare le richieste delle lobby.

Restano  aperti  i problemi imposti dalla criminale arroganza ( la chiamano gentilmente “speculazione “), con la quale si impone a 60 milioni di utenti un “prezzo marginale” della bolletta  energetica che di fatto corrisponde al prezzo più alto specie del mercato del gas estratto  ( che viene in buona parte stabilito da un gruppo di finanzieri in Olanda e in Texas ) e che viene attribuito all’intero mercato elettrico anche se questo è ormai per almeno il 50% prodotto con le rinnovabili che hanno costi della metà o di due terzi minori della produzione termoelettrica. Insomma ci prendono per il culo e ci rubano anche un plus di soldi. La questione, solo apparentemente complessa, è semplice: Il governo deve imporre ai soggetti economici che il prezzo abbia un rapporto ragionevole e trasparente con l’origine e i costi reali di quanto prodotto. Insomma garantire un profitto e non attuare una rapina agli utenti imbelli. Va chiarito che tutto ciò nulla centra con le accise, l’unica tassa ( sacrosanta) che finanzia sanità, trasporti e istruzione pubblica, che anche i ricchi pagano e che nel caso del gasolio forse dovrebbe essere almeno simbolicamente aumentata, non diminuita per qualche settimana. Conseguentemente, considerato che non c’è alcuna scarsità di approvvigionamenti né di gas né di petrolio, ma al massimo di  alcuni prodotti di raffinazione a basso costo, causata sull’intero pianeta solo dai bombardamenti degli impianti ( da parte di USA e Iran, e vicendevolmente da Russia e Ucraina ) non c’è nessuna giustificazione per gli extraprofitti. Tanto meno di aziende ( compreso l’automotive )  e banche,  italiane o europee, che non hanno né problemi finanziari né di approvvigionamenti ma solo della quota di dividendi, sempre in crescita, stante anche  il fatto che da Hormuz transita meno del 20% dei combustibili fossili.

2) Per quanto succeda spesso che anche sui media si confonda i consumi energetici totali con quelli elettrici, i trasporti e in particolare la mobilità urbana e aerea sono ancora pressoché totalmente attribuibili ai combustibili fossili ( gasolio, benzina, gpl e metano, kerosene).  Circa il 95% nel mondo, almeno il 90-92 % in Italia ed Europa.  In Italia il settore dei trasporti e della mobilità rappresenta circa il 33 % dei consumi finali di energia totali del Paese. Vuol dire circa 38 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (Mtep) all'anno, praticamente il settore  più energivoro in assoluto. Ad oggi la mobilità elettrica è pressoché irrilevante tanto più se, come ricordava ai suoi tempi l’AD della Fiat-Chrysler Sergio Marchionne, una gran parte delle batterie viene ancora caricata dalle produzioni termoelettriche e non da rinnovabili. Siamo un paese anomalo, con il record assoluto di auto per abitante di tutto il pianeta, quasi 70 auto ogni 100 abitanti, una follia. Si accompagna, come ovvio, all’altro record negativo: abbiamo la rete di metropolitane più miserabile del pianeta. Poco più di 250 km in totale. Per dare un idea la città di Madrid da sola ne ha 291 km. Germania, Gran Bretagna e Francia sono ben al di sopra dei 600 km. La Cina ha superato i 12mila km. Almeno il 90% di italiani non è mai salito su una metro e non ha molto chiara la abissale differenza con un autobus o un tram. Molti ambientalisti un po' retrò ritengono che “ i mezzi pubblici e collettivi”, che non so perché andrebbero contrapposti all’auto,  siano quei rottami tecnologici del secolo scorso, inquinanti, rumorosi, costosi, spesso anche scomodi e normalmente impantanati nel traffico urbano ( incroci, semafori, a volte strisce pedonali.. ) chiamati bus e tram, le cui versioni a metano ed elettriche, vanto di Sindaci che si riterrebbero di sinistra e non so perché ecologisti, a parte la manutenzione hanno costi da rapina e infatti sono costruiti, grazie anche ad  un malinteso PNRR,  per svuotare i bilanci dei Comuni. Ovviamente continueremo a usare le auto in tutti i casi e le situazioni in cui non possiamo farne a meno ma in tutte le occasioni ( rare) in cui si sono completate nuove tratte di metro gli utilizzatori reali sono stati 2 o 3 volte quelli che erano stati stimati ( vedi il caso della modesta linea 1 di Torino).

La caratteristica unica e dirompente delle metropolitane è il percorso dedicato ( cioè privo di incroci, semafori e attraversamenti pedonali ) ma anche la possibilità di carico di utenti consistente riducendo e rendendo più scorrevole  il flusso di auto. Nelle grandi metropoli è indispensabile la costruzione di una  rete ( che si estenda normalmente in quattro direzioni  e che venga circoscritta da uno o due anelli in modo da risultare il  sistema di spostamento più efficiente in tutte le direzioni ( come costi, come tempi, come inquinamento, come velocità, come stress, come socializzazione ). E’ mia opinione che l’uso  delle metro va ben al di là di quello attuale: con poche eccezioni nei 140 Comuni italiani sopra i 50mila abitanti è utile e conveniente avere almeno una linea di metro ( cioè una linea dedicata, sotterra,  sopraelevata o a raso ) che attraversi il territorio da una parte all’altra, e almeno due linee incrociate nei 45 comuni sopra i 100mila abitanti. Sono necessari in Italia almeno 1000 km di metro nuovi  per avviare seriamente la conversione della mobilità. Tutto il resto ( piedi, bici, monopattini, car sharing, car pooling,  .. ), sono attività divertenti e salutari ma, specie in Italia,  hanno un impatto insignificante sulla mobilità totale. La metro diffusa  anche ai comuni medio-piccoli  avvantaggerebbe all’incirca 22 mil di abitanti. Ipotizzando un costo di costruzione con grande approssimazione di 100-120 mld  ( 100-120 mil/km) si tratta di 10-12 mld all’anno per 10 anni. Per chi ritenesse che io sia uno squilibrato o stia sognando ( “i soldi non ci sono” direbbe il divertente Cottarelli di turno )  ricordo che nel 2025 abbiamo speso 45 mld/anno per la spesa militare al 2% del PIL secondo gli std NATO  e che dovremmo raggiungere i 113 mld/anno  ( 68 mld in più all’anno ) se volessimo arrivare al 5% del PIL come richiesto dal nostro boss di oltreatlantico. 

Soltanto degli squilibrati ( oltre ai padroni dell’automotive )  possono pensare che entro il 2035 potremo ancora aumentare le auto e gli altri mezzi simili circolanti nel mondo dagli attuali 1,7 mld  a 2,8 mld, a prescindere dalla lontana possibilità che 5-600 milioni siano del tutto o in parte elettriche (sono meno di 80 milioni oggi). In realtà ci stanno semplicemente prendendo in giro.  La verità è che il secolo dell’auto come vettore e simbolo  dominante della mobilità  è quello passato e che abbiamo ancora una decina di anni per tentare di contenere il disastro in cui ci siamo cacciati. 

Qualche parola per chi fosse preoccupato per il ridimensionamento del settore dell’auto. Gli occupati diretti nel settore automotive in Italia  sono all’incirca 170 mila ( su 10 milioni di operai totali del settore privato)  ai quali vanno aggiunti quasi altri 100mila indiretti. Nel 2000 gli addetti erano 500 mila e la loro drastica riduzione prima che al declino, già in corso, del settore  è dovuta come è noto ai processi di automazione spinta. Degli attuali addetti nel corso del 2025 parecchie decine di migliaia hanno usufruito di periodi di Cassa Integrazione parziale o totale. Soltanto Stellantis nel 2025 ha usufruito di ammortizzatori sociali vari per circa 20mila dei 36 mila addetti (62% degli addetti). Fra il 2020 e il 2024  Stellantis ha ridotto gli addetti effettivi di circa 10mila unità da 37mila a 27mila. Invece il settore delle rinnovabili e quello modestissimo della  mobilità alternativa all’auto  si avvicina già alle 100 mila unità. Il rilancio delle  rinnovabili e dei  nuovi sistemi di mobilità come proposti in questo intervento come punto centrale di una alleanza di alternativa, richiederebbero nuovi addetti in numero notevolmente al di sopra di quelli oggi coinvolti dagli  interventi di ammortizzatori sociali dell’ automotive ma sarebbero distribuiti in molte centinaia di aziende di piccola e media dimensione e impegnerebbero alla fine molto meno risorse. L’unico aspetto effettivamente negativo è che avremmo nel settore energetico e dell’automotive, una decina in meno di multimiliardari in Europa e nel mondo.  Consiglierei agli amici di AVS e soprattutto del M5S, a cominciare da quelli al Parlamento Europeo fino alla Sardegna ( che a mio parere sono deragliati fuori strada e si sono smarriti )  di lasciar perdere le richieste di sostegno al settore automotive o di riduzione delle accise e chiedere con più impegno la semplificazione legislativa e burocratica utile al rilancio delle  rinnovabili, della mobilità alternativa all’auto, oltre alla riconversione urbana e delle abitazioni con  la tutela del verde esistente. Argomento che tratterò in un successivo intervento.

 

 

15 agosto 2026

Israele, guida alle elezioni di ottobre: le più importanti della sua storia

 Il 27 ottobre 2026 non si decide soltanto chi governa lo Stato ebraico, ma anche quale significato dare al trauma del 7 ottobre e alla guerra che ne è seguita


  ( di  Alessio Aringoli - Huffingtonpost.it - ansa ) 24 Luglio 2026

Il 27 ottobre 2026 gli israeliani non decideranno soltanto chi governerà. Dovranno scegliere quale significato dare al trauma del 7 ottobre e alla guerra che ne è seguita: ricostruire lo Stato e la sua democrazia, oppure trasformare l’emergenza in una condizione permanente di governo. Sarà una delle elezioni più importanti della storia d’Israele. Da una parte il rilancio delle istituzioni, dei contrappesi e del primato della politica sulla forza; dall’altra il progetto autoritario e di guerra permanente della coalizione di estrema destra di Benjamin Netanyahu. Il sistema elettorale israeliano, di suo, resiste sempre alle semplificazioni. Si votano liste in un unico collegio nazionale. I 120 seggi della Knesset sono distribuiti tra quelle che superano il 3,25 per cento dei voti.  Ne esce ordinariamente la fotografia caleidoscopica di una società di laici e religiosi, ebrei e arabi, metropoli, kibbutz e periferie.

 La fotografia da sola non governa. Dopo il voto serve sempre (e servirà anche stavolta) la paziente composizione politica della differenze, e l'aggregazione di almeno 61 seggi intorno a un programma e a un’idea di Paese. La maggiore novità della campagna elettorale finora è Gadi Eisenkot. Con il nuovo partito Yashar, l’ex capo di Stato maggiore contende al Likud il primato nei sondaggi. Porta autorevolezza militare, lutti familiari e un linguaggio di responsabilità istituzionale: commissione di inchiesta sul 7 ottobre, uguaglianza nel servizio, sicurezza liberata dall’idea della guerra come fine in sé.  Esisenkot rappresenta un centrismo del buon senso, fermamente orientato contro una destra radicalizzata. Non è il solo (la lista Bennett-Lapid compete per lo stesso spazio politico), ma sarà, probabilmente, il più votato. Resta da capire se questa normalità diventerà un progetto solido, o il rifugio temporaneo di chi vuole congedare per sempre Netanyahu.

Più profondo è forse l’esperimento dei Democratici di Yair Golan. L’unione fra Avodà (ovvero, i Laburisti) e Meretz ha ricomposto una frattura storica della sinistra sionista, e ha aperto il partito ai protagonisti delle mobilitazioni popolari, il grande movimento contro l’assalto alla giustizia e alla democrazia prima, per la liberazione degli ostaggi e per la fine della guerra a Gaza poi. Le primarie del 20 luglio hanno dato sostanza a questa ambizione: oltre 97.000 votanti su 112.376 iscritti. Numeri importanti per un partito, in paese delle dimensioni di Israele. Dietro Golan si sono imposti Naama Lazimi, Gilad Kariv ed Efrat Rayten. Fra i primi dieci candidati figurano protagonisti del movimento di protesta democratica, come Omri Ronen e Moshe Radman, e l’attivista araba israeliana Somaya Bashir. Non è ancora un risultato elettorale, ma è già un risultato politico. La sinistra torna a produrre partecipazione e mobilitazione di massa, e a costituire il punto di riferimento politico delle lotte sociali. 

 Anche Yair Golan viene dai vertici militari. Dall’esercito popolare, nato dalla Haganà, espressione del sionismo socialista, sono venuti spesso leader progressisti. Non perché l’uniforme renda automaticamente di sinistra. Ma forse anche perché chi conosce davvero la forza ne comprende spesso il limite. Una vittoria militare senza un obiettivo politico prepara solo la guerra successiva. Golan dovrà superare la diffidenza  generata verso la sinistra dai fallimenti del processo di pace con i palestinesi e quella ulteriore causata dallo shock del 7 ottobre. Dovrà convincere gli israeliani che un orizzonte politico per la questione palestinese non è la negazione della sicurezza, ma il suo compimento. Il programma dei Demokratim israeliani affronta anche carovita, welfare, scuola, servizi, periferie, rilanciando con forza le radici socialdemocratiche di Israele. 

 A destra, intanto, Netanyahu affronta le conseguenze anche elettorali delle proprie scelte. Per sopravvivere, il premier in carica ha infatti legittimato e "sdoganato" gli eredi politici del kahanismo, un tempo esclusi compattamente dall’ “arco costituzionale” del sionismo, perché i loro principi suprematisti e integralisti erano considerati incompatibili con quelli del sionismo, in ogni sua declinazione. Oggi invece, in particolare Otzma Yehudit, il partito di Itamar Ben-Gvir, sfida il Likud sul suo stesso elettorato. Mentre molti si domandano già che cosa ne sarà del Likud stesso, dopo Netanyahu. Il partito nato dalla corrente di minoranza di destra del sionismo, il cosidetto sionismo "revisionista" di Jabotinsky e poi di Begin, trasformato da Netanyahu in un partito quasi personale-famigliare, con la fuoriuscita di quasi tutti i suoi leader storici, avrà un futuro, e quale, dopo "Bibi"? Un interrogativo aperto, cui oggi è ancora impossibile rispondere. 

 Nel frattempo, i partiti degli ultraortodossi, i cosiddetti "haredim" (che sono due, sefardita e aschenazita), appaiono invece più isolati che mai. La guerra permanente voluta dalla coalizione di Netanyahu, di cui facevano parte, ha reso sempre più intollerabile l’esenzione degli studenti ultraortodossi dal servizio di leva. Gli ultraortodossi cercheranno certamente la maggior mobilitazione possibile del loro elettorato, ma i frutti dell'alleanza con Netanyahu appaiono avvelenati, e il rischio è l'irrilevanza. 

 Infine, il voto arabo. Ra’am e Hadash-Ta’al valgono oggi, secondo i sondaggi, almeno 10 seggi. Balad rischia invece ancora di restare sotto la soglia, mentre una ricomposizione unitaria potrebbe aumentare partecipazione e rappresentanza. I voti dei partiti arabi israeliani, numeri alla mano, possono decidere la prossima maggioranza di governo di Israele.  La questione, ovviamente, è politica oltre che aritmetica. Ra’am ha già partecipato alla coalizione Bennett-Lapid. 

 In conclusione, una considerazione, per chi osserverà il voto in Israele mosso in buona fede dalla speranza di un futuro di pace e di giustizia per la regione. Identificare Israele con il suo governo è sempre stato un errore di analisi, frutto di ignoranza in molti casi; in altri di pregiudizio; e, a volte, di vero e proprio odio verso il popolo israeliano in quanto tale. Regalare a Netanyahu il monopolio dell’identità nazionale israeliana, cancellare dall'orizzonte la società, la cultura, la politica che non hanno mai smesso di resistergli è però uno sbaglio cui in parte si può ancora rimediare.  Sostenere i progressisti israeliani oggi non è un gesto consolatorio: la loro battaglia, infatti, deciderà se Israele potrà tornare a unire sicurezza, democrazia, giustizia sociale e pace. E dal risultato di queste elezioni dipenderà una parte decisiva del futuro di tutto il Medio Oriente e del Mediterraneo.

nella foto: una donna palestinese con cittadinanza israeliana vota alle elezioni del 2022

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Jafar Farah: «Il voto palestinese è nel mirino: minacce ai seggi e ai candidati»

 ( Michele Giorgio su il manifesto - 15 agosto 2026)

Intervista Parla Jafar Farah, vicesegretario di Hadash

Storico attivista per i diritti degli arabo-israeliani, i palestinesi con cittadinanza israeliana, che rappresentano circa il 21% della popolazione di Israele, Jafar Farah è da anni direttore della ong di Haifa «Mosawa» (Uguaglianza). Nei mesi scorsi è stato nominato vicesegretario di Hadash (comunisti e progressisti), la principale forza politica degli arabo-israeliani.

Sarà il numero due, subito dopo il segretario Yusef Jabarin, sulla lista elettorale di Hadash per le legislative del 27 ottobre. Lo abbiamo intervistato nei giorni scorsi ad Haifa sul voto, sulle insidie per la minoranza palestinese e sulla mancata unità elettorale tra le forze politiche arabe in Israele. Farah avverte che, il giorno delle elezioni, la destra estrema e i coloni proveranno in vari modi a limitare l’affluenza alle urne degli elettori arabi.

Cosa si aspetta durante le elezioni, nei seggi?
Minacce da parte degli attivisti della destra più radicale, anche di coloni israeliani, contro la comunità palestinese e contro i rappresentanti del nostro e di altri partiti arabi. Prima del voto, inoltre, ci aspettiamo tentativi di impedire agli arabi di candidarsi. Perciò siamo cauti anche nelle nostre dichiarazioni su vari temi, perché useranno di tutto contro di noi. Sappiamo che ciascuno di noi ha un dossier preparato dalla destra, da usare al momento opportuno per impedirci di partecipare alle elezioni. Dobbiamo essere molto prudenti per non facilitare il gioco di chi vuole negare i nostri diritti politici.

Quali zone pensa siano più a rischio?
Credo nel Naqab (Negev, nel sud di Israele, ndr). Lì la popolazione araba è sempre più con le spalle al muro. Anche le città miste, dove vivono insieme ebrei e palestinesi, sono a rischio. Un’idea di cosa potrebbe accadere l’abbiamo avuta già nel maggio del 2021, con coloni (giunti dalla Cisgiordania, ndr) che prendevano di mira le comunità arabe nelle città miste. In più ci sono le bande criminali, armate fino ai denti, che condizionano da anni la vita nei nostri centri abitati e che potrebbero essere impiegate da qualcuno in modo massiccio in città come Haifa, Lod, Ramle e Giaffa.

Veniamo ai partiti arabi. Mesi di trattative non sono bastati a portarvi a un fronte elettorale comune, ritenuto da molti palestinesi d’Israele fondamentale per limitare le possibilità di vittoria della destra religiosa che fa capo a Netanyahu. Il suo partito andrà al voto con i progressisti di Tajammo (Balad), mentre i nazionalisti centristi che fanno capo ad Ahmad Tibi non hanno ancora deciso e il partito islamista Raam di Mansour Abbas correrà da solo e si dice pronto a unirsi a un governo formato da un esponente dell’attuale opposizione sionista anti-Netanyahu.

C’è un punto che, a mio avviso, si tende a considerare poco. I partiti arabi hanno ideologie e posizioni politiche diverse, spesso inconciliabili. A imporci l’unità sono due cose: la soglia di sbarramento e la pressione della nostra comunità. Gli elettori palestinesi ci vogliono uniti, ci chiedono un voto utile, pensano che in questo modo sia più facile contrastare le politiche più pericolose della maggioranza. In parte è vero, però le nostre differenze sono molto ampie, dal rapporto con i partiti sionisti ai temi dei diritti e della giustizia. Il partito islamista Raam è pronto a governare con i partiti sionisti, pensa che questo sia il modo per aiutare la minoranza araba in Israele. Noi, invece, non siamo affatto disposti a far parte di una maggioranza, anche dall’esterno, se non saranno realizzate le nostre condizioni, come la fine, ovunque (in Israele e nei Territori occupati, ndr), delle politiche di occupazione e di oppressione del popolo palestinese, la fine di ogni discriminazione (dentro Israele) e l’avvio di soluzioni fondate sul diritto e sull’uguaglianza.

Al momento appare assai improbabile, però cosa farete se il leader dell’opposizione Gadi Eisenkot vi chiederà l’appoggio, anche esterno, per la formazione di una nuova maggioranza, senza Netanyahu e l’estrema destra?

Il nostro sostegno a una maggioranza di governo non sarà mai scontato o automatico. Non cederemo sulle nostre condizioni.

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Il sogno dell’islamista Abbas, dalla pancia della balena al potere

( Michele Giorgio su il manifesto - 15 agosto 2026 )

Verso il voto:  Il leader di Raam lascia i partiti arabi d’Israele per rendersi appetibile alle formazioni politiche sioniste dopo le elezioni

Non pochi si domandano se Mansour Abbas, islamista e leader del partito arabo Raam, arriverà a riconoscere Israele come Stato sionista del popolo ebraico, rinunciando alla storica richiesta dei cittadini arabi di uno Stato di tutti, ebrei e non ebrei. L’interrogativo è fondato perché Abbas, per anni esponente di primo piano del movimento islamico in Israele, ha avviato una profonda trasformazione politica e ideologica che, nella sua visione, dovrà portarlo il 28 ottobre, il giorno successivo alle elezioni legislative, a diventare l’arbitro della politica israeliana, colui che, con in mano 4-5 seggi, determinerà le sorti di una possibile maggioranza alternativa a quella di Benyamin Netanyahu.

Abbas, 52 anni, di Maghar, in Galilea, figlio di genitori contadini, sa che dovrà aggirare con ancora più abilità, in una società sempre più radicalizzata a destra, il veto non scritto che esclude la partecipazione al governo di forze politiche non sioniste, ossia i partiti che rappresentano gli arabo-israeliani, i palestinesi con cittadinanza israeliana. Perciò manovra senza sosta. Dopo aver silurato la Lista unita con gli altri partiti arabo-israeliani per tenersi le mani libere, Abbas ha avviato trattative clamorose per l’ingresso in Raam di un ex capo della polizia israeliana, Yoav Segalovitz, già parlamentare del partito ebraico Yesh Atid. La scelta di Segalovitz non è stata casuale. Quando era viceministro della Sicurezza aveva promosso un piano contro la criminalità organizzata nelle comunità arabe, ottenendo risultati che Abbas considera «eccezionali». «È esattamente il modello», ha detto il leader di Raam quando gli è stato chiesto se Segalovitz corrispondesse al profilo del candidato ebreo che cercava. Un sondaggio della tv Canale 13 ha rivelato che l’ingresso dell’ex capo della polizia porterebbe Raam da cinque a sette seggi alla Knesset.

La posta in gioco, però, non sono i seggi. L’alleanza con un politico ebreo con un passato nella sicurezza serve a dare un volto profondamente nuovo al partito islamista. «Abbas è pronto ad accettare anche il servizio civile nazionale (una sorta di servizio militare senza armi, ndr) per gli arabi richiesto da Segalovitz. Se ciò accadrà, finirà in frantumi la storica opposizione araba a questa possibilità senza ottenere nulla di certo dai leader sionisti», ci dice Fares, un attivista del fronte Hadash a guida comunista.Eppure, se tra i nazionalisti palestinesi solo pronunciare il nome di Abbas è considerato blasfemo, nelle aree rurali della Galilea a maggioranza araba, tradizionaliste e conservatrici, il serbatoio di voti di Raam e del movimento islamico, la trasformazione del leader islamista guadagna consensi perché lascia intravedere una possibilità di «entrare nella stanza dei bottoni». Molti hanno già dimenticato il fallimento di Abbas di cinque anni fa. Raam, infatti, fu decisivo per la maggioranza di Naftali Bennett e Yair Lapid nel 2021, però non riuscì ad andare oltre l’appoggio esterno, mentre le promesse di sviluppo delle aree a maggioranza araba non trovarono realizzazione sul terreno.

Le prossime settimane saranno decisive. In ogni caso, la traiettoria seguita da Raam è davvero clamorosa. Un percorso che si deve alla parabola politica di Abdullah Nimr Darwish, lo sceicco di Kufr Qassem che fino alla morte, nel 2017, ha guidato tutti i passi del suo discepolo Abbas. Darwish, alla fine degli anni Settanta, fu tra i fondatori di Usrat al-Jihad, organizzazione clandestina che combinava nazionalismo palestinese e islamismo e sosteneva la lotta armata. Fu arrestato. Dopo la liberazione, Darwish abbandonò l’idea della rivoluzione islamica e della lotta armata, affermando che i musulmani non avrebbero potuto conquistare il potere in Israele e che, pertanto, dovevano imparare a vivere e agire all’interno della realtà sionista, senza rinunciare alla propria identità. «Vivere nella pancia della balena» era il suo slogan. La balena era lo Stato israeliano. La frattura arrivò nel 1996. Il movimento islamico si divise sulla partecipazione alle elezioni israeliane e sul rapporto con gli accordi di Oslo firmati da Israele e Olp. La corrente guidata da Darwish, poi conosciuta come ramo meridionale, scelse la partecipazione. Il ramo settentrionale, guidato da Raed Salah, rifiutò e sviluppò una linea più radicale, centrata sulla mobilitazione palestinese e sulla questione di Gerusalemme e della moschea di al-Aqsa. Da quella scissione sarebbe emerso Raam, fondato sull’idea di usare il voto per ottenere risorse e influenza politica. È questa la lezione che Mansour Abbas afferma di aver ricevuto dal suo maestro. A suo dire, non ha deviato dalle idee di Darwish. Piuttosto, ha portato alle estreme conseguenze il suo pragmatismo per migliorare la condizione dei cittadini arabi. Aggiunge di aver fatto della sua «jihad civile» una strategia parlamentare. La sua «wasatiyya», la «via di mezzo», sarebbe la conciliazione di principi islamici, pragmatismo politico e partecipazione democratica. Molti palestinesi d’Israele scuotono la testa e parlano di «acrobazie politiche» in nome del potere. Lo storico israeliano Ilan Pappé taglia corto. «Mansour Abbas può cambiare tutto ciò che vuole per rendersi appetibile al potere», ha detto al manifesto, «se invece cerca parità e pieno riconoscimento, allora quelli che devono cambiare sono i leader sionisti, non lui. Non faranno mai gli interessi degli arabi, piuttosto li manipoleranno».

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Sondaggi elezioni Israele: il Likud di Netanyahu al livello più basso da un anno, mentre cresce il partito di Eisenkot

(di Redazione jPost -  24 Luglio 2026 )

Secondo un sondaggio del Maariv Yashar di Eisenkot ha raggiunto il record di 23 seggi, in vantaggio di tre seggi sul Likud. Beyahad di Bennett e Lapid è a quota 17, mentre Yisrael Beytenu a quota 10. I Democratici di Yair Golan hanno mantenuto invariati 11 seggi, mentre il partito di Ben Gvir è a 8, e quello di Smotrich a 5.  Secondo un sondaggio pubblicato dal quotidiano israeliano Maariv, il Likud del Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha registrato il suo peggior risultato da giugno 2025, raggiungendo appena 20 seggi. Lo riporta tra gli altri il Jerusalem Post.

Al contrario, Yashar, guidato dall’ex capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane Gadi Eisenkot, ha guadagnato un seggio, raggiungendo il record di 23 seggi e portandosi in vantaggio di tre seggi sul Likud. Il sondaggio ha inoltre rilevato che il partito Beyahad dell’ex primo ministro Naftali Bennett ha guadagnato un seggio, arrivando a quota 17, mentre Yisrael Beytenu è salito di un seggio, raggiungendo quota 10. Dopo le primarie del partito, i Democratici di Yair Golan hanno mantenuto invariati 11 seggi.

All’interno della coalizione, Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir ha guadagnato un seggio, arrivando a otto, eguagliando i partiti ultraortodossi Shas e Giudaismo Unito della Torah, entrambi rimasti invariati. Anche il Partito Sionista Religioso di Bezalel Smotrich ha guadagnato un seggio, raggiungendo quota cinque. A seguito di questi cambiamenti, il blocco di opposizione ha perso un seggio, ma ha mantenuto la maggioranza con 61 seggi. Complessivamente, la coalizione di Netanyahu si è rafforzata, raggiungendo 49 seggi, mentre i partiti arabi sono rimasti stabili con 10 seggi.

Yesodot Israel, il partito guidato da Chili Tropper e Yoaz Hendel , non è riuscito a superare la soglia elettorale questa settimana, ottenendo solo il 2,9% dei voti. Anche Balad è rimasto al di sotto della soglia con l’1,7%, così come Blu e Bianco di Benny Gantz con l’1,6%.

La decisione di Bennett e Lapid di fondersi ha influenzato le intenzioni di voto?

Il sondaggio ha anche esaminato le intenzioni di voto degli attuali elettori di Beyahad prima della formazione dell’alleanza Bennett-Yair Lapid. Dei 17 seggi previsti per il partito, 10 provengono da persone che intendevano già votare per Naftali Bennett alle elezioni del 2026, cinque da elettori di Yesh Atid e due da elettori che avevano pianificato di sostenere altri partiti prima della formazione dell’alleanza. L’indagine ha inoltre rilevato che quasi la metà degli elettori dei partiti di opposizione sionisti, il 46%, ritiene che Bennett e Lapid dovrebbero continuare a candidarsi insieme nonostante il calo di consensi dell’alleanza nei sondaggi. Il 31% ha affermato che dovrebbero separarsi, mentre il 23% ha dichiarato di non saperlo. La maggioranza degli elettori dell’opposizione sionista, il 57%, ritiene inoltre che Tropper e Hendel dovrebbero aderire a uno dei partiti esistenti. Il 19% ha affermato che dovrebbero continuare a candidarsi come indipendenti, mentre il 24% si è dichiarato indeciso.

Secondo il sondaggio, se Tropper e Hendel si unissero a Yashar, il partito raggiungerebbe 27 seggi, pari alla forza combinata dei partiti che si presentano separatamente, ampliando ulteriormente il suo vantaggio sul Likud. Una simile mossa andrebbe a scapito di Insieme, che scenderebbe a 14 seggi, ma non altererebbe gli equilibri tra i blocchi: l’opposizione sionista manterrebbe 61 seggi, la coalizione di Netanyahu ne conserverebbe 49 e i partiti arabi resterebbero a 10.

Bennett candidato più idoneo a diventare primo ministro

Il sondaggio di Maariv ha inoltre rilevato che Bennett è in vantaggio su Netanyahu in termini di idoneità al ruolo di primo ministro, con il 45% dei consensi rispetto al 42% di Netanyahu.  Il divario è rimasto pressoché invariato rispetto al sondaggio precedente, condotto all’inizio di luglio. Eisenkot è in vantaggio su Netanyahu di sei punti percentuali, 46% contro 40%, un distacco di due punti rispetto al sondaggio precedente. Anche nel confronto diretto tra Eisenkot e Bennett il divario è rimasto sostanzialmente invariato, con Eisenkot che ha ottenuto il 38% dei consensi e Bennett il 23%.

Il sondaggio è stato condotto da Lazar Research, diretto dal Dr. Menachem Lazar, in collaborazione con il panel online Panele4ALL. Il sondaggio è stato effettuato il 22 e 23 luglio su un campione di 500 intervistati, rappresentativo della popolazione adulta israeliana di età pari o superiore a 18 anni, inclusi intervistati sia ebrei che arabi. Il margine di errore massimo del campione è stato del 4,4%.

7 agosto 2026

Turchia: Il processo di pace con il Pkk ora ha una legge quadro. Che esclude Öcalan

  ( di Murat Cinar il manifesto - 7 agosto 2026 )

«Una Turchia senza terrorismo» La proposta del governo di Ankara approda in aula: pene sospese in cambio del disarmo, ma restano fuori lo storico leader e altri 200 membri storici del Partito dei lavoratori. La questione curda torna così al centro del confronto politico


 
Dopo mesi di attesa, il governo turco ha presentato al Parlamento la “legge quadro”, ribattezzata «Una Turchia senza terrorismo», che punta a regolare il nuovo processo di pace con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). La proposta in 12 articoli, sottoscritta da 360 deputati su 592, passa ora in commissione e nell’arco di pochi giorni verrà sottoposta al voto dell’aula. L’entrata in vigore però è subordinata a una condizione precisa: il Consiglio di sicurezza nazionale dovrà certificare che il Pkk e tutte le organizzazioni collegate abbiano cessato ogni attività e completato la consegna delle armi. Solo dopo potranno essere applicate le misure previste nel testo.

LA LEGGE riguarda i i reati di costituzione o direzione dell’organizzazione, appartenenza, sostegno consapevole, propaganda, reati connessi alle attività del Pkk e finanziamento del terrorismo. Il governo evita di parlare di amnistia o di “pentimento”: la formula scelta è quella della sospensione delle indagini, dei processi e dell’esecuzione delle pene. Per i reati puniti con pene fino a 15 anni è prevista una sospensione di 5 anni; per pene superiori ai 15, compreso l’ergastolo, la sospensione sarà di 10 anni. Se nel frattempo non verranno commessi nuovi reati e saranno rispettate le condizioni previste dalla legge, il procedimento sarà archiviato oppure la pena verrà considerata estinta.

RESTANO ESCLUSI dal provvedimento gli omicidi volontari commessi nell’ambito dell’attività dell’organizzazione e i reati che, prima della riforma del codice penale del 2005, comportavano l’ergastolo aggravato. Cosa che, di fatto, impedisce al fondatore del Pkk, Abdullah Öcalan e a circa 200 membri dell’organizzazione di beneficiare della nuova normativa. Il testo istituisce inoltre un Consiglio di valutazione e coordinamento, che avrà il compito di seguire l’attuazione della legge. Parallelamente nascerà una Commissione parlamentare di monitoraggio. Tra le novità c’è anche la possibilità di rimuovere, su richiesta degli organismi competenti e previa decisione dell’autorità giudiziaria, alcune conseguenze civili e amministrative derivanti dalle condanne, come l’interdizione dai pubblici uffici. Questo punto potrebbe aprire le porte della politica parlamentare, ad alcuni membri dell’organizzazione.

LA PRESENTAZIONE della legge ha immediatamente aperto il confronto politico. Il presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan, ha parlato di «un passo destinato a liberare definitivamente la Turchia dalla minaccia del terrorismo», rafforzando l’unità nazionale e la stabilità del Paese. Diversamente Özgür Özel, leader del Yeni Parti, pur confermando il sostegno a una soluzione politica della questione curda ha criticato il fatto che il testo sia stato elaborato senza un confronto con le opposizioni. In oltre, secondo Ozul, il disarmo del Pkk dovrebbe procedere parallelamente a un processo di democratizzazione, non in una fase successiva. Così il Dem Parti, la forza parlamentare mediatrice tra lo Stato e Ocalan, che giudica positivamente la creazione di una cornice legislativa ma insiste sulla necessità di accompagnare il disarmo con riforme democratiche e maggiori garanzie sullo Stato di diritto.

ANCHE IL PKK ha accolto favorevolmente l’avvio della fase legislativa, pur criticando l’esclusione di Öcalan e degli altri dirigenti storici dal campo di applicazione della legge. Di segno opposto le reazioni delle forze nazionaliste di opposizione. L’Iyi Parti sostiene che si tratti di una concessione al Pkk, mentre Yeniden Refah Partisi chiede che un eventuale accordo di tale portata venga sottoposto a referendum.

La presentazione della legge è coincisa con una protesta nel parco Güvenpark di Ankara di alcune associazioni di veterani. invalidi e familiari dei militari caduti negli scontri con il Pkk. Nelle stesse ore, il governo ha annunciato un aumento del 25% delle indennità destinate ai grandi invalidi di guerra e nuove tutele per i militari feriti ma non riconosciuti come invalidi. Per la prima volta dopo anni, la questione curda torna così al centro del confronto parlamentare. Resta ora da capire se il nuovo impianto legislativo riuscirà a trasformare il processo di disarmo in una pace stabile o se le profonde divisioni politiche continueranno a condizionarne l’attuazione.

nella foto: Una foto di Abdullah Öcalan in piazza durante le celebrazioni del Newroz, a Istanbul

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Turchia:  Liceo italiano di Istanbul: contratto non rinnovato all’80% dei docenti che hanno scioperato

 ( di Murat Cinar su il manifesto 29 luglio 2026)

Gli ispettori del ministero turco dell’Istruzione hanno rilevato «irregolarità» amministrative

La vertenza che da mesi scuote il Liceo Italiano di Istanbul, una delle più antiche istituzioni scolastiche straniere della Turchia, è entrata in una nuova fase. Dopo 123 giorni di sciopero, finito a giugno grazie a un accordo raggiunto con la mediazione delle autorità turche, il conflitto tra la direzione della scuola e una parte consistente del corpo docente non si è chiuso. Al contrario, si è trasformato in uno scontro che coinvolge il sindacato, il ministero dell’Istruzione e la magistratura.

SECONDO il sindacato Tez-Koop-Is, alla guida della mobilitazione dei docenti – che denunciavano di venire pagati un quinto dei colleghi italiani, lavorando di più – dopo la firma dell’intesa la direzione dell’istituto avrebbe avviato una serie di provvedimenti nei confronti degli insegnanti più attivi nella protesta. Tra i casi segnalati figura quello di Özgür Dogu, da 12 anni docente e da 10 vicepreside turco della scuola, oltre a quelli di diversi insegnanti di materie umanistiche e scientifiche. «Le accuse rivolte a Dogu derivano in realtà da una serie di decisioni sbagliate prese dal preside italiano», sostiene il docente Fırat Aydın, tra i protagonisti della mobilitazione. Aydın contesta inoltre la ricostruzione della direzione sulla natura dei rapporti di lavoro dei docenti coinvolti. «Gli insegnanti turchi che lavorano qui hanno un contratto a tempo indeterminato firmato con lo Stato italiano il 13 aprile 2017. Ogni anno viene firmato anche un secondo contratto con il Ministero dell’Istruzione turco. È quest’ultimo contratto che non è stato rinnovato a 10 docenti, alcuni dei quali lavorano ininterrottamente nel liceo da 15 anni».

LETTURA respinta dalla direzione scolastica. Al manifesto, l’avvocata del liceo Hafize Özdilek dichiara che «nei confronti dei docenti in questione non è stato adottato alcun provvedimento di licenziamento, la mancata proroga è stata comunicata agli interessati attraverso notifica notarile e nel rispetto delle procedure previste dalla legge».

«È vero che i dieci docenti non sono stati licenziati, ma noi interpretiamo questa decisione come una sorta di licenziamento di gruppo», afferma Engin Çelik, dirigente di Tez-Koop-Is. «L’80% dei docenti turchi che hanno partecipato allo sciopero non ha ottenuto il rinnovo del contratto. Per noi il quadro è chiaro: si tratta di una liquidazione che, inoltre, non riconosce il sindacato come interlocutore». Secondo Çelik, la scelta rischia di svuotare di significato l’accordo raggiunto al termine dello sciopero: «Il contratto collettivo che avevamo firmato riguardava proprio quei docenti che oggi non possono più lavorare nel liceo». Nel frattempo la vicenda ha assunto una dimensione ancora più delicata a seguito dell’intervento del ministero dell’Istruzione turco. Un rapporto redatto dagli ispettori del ministero avrebbe individuato una serie di irregolarità amministrative e gestionali. Tra le contestazioni figurano presunte discriminazioni nei confronti degli insegnanti turchi nella distribuzione degli orari di lavoro, l’impiego di personale privo delle necessarie autorizzazioni, l’assegnazione di incarichi didattici a soggetti senza titolo e alcune iscrizioni di studenti ritenute non conformi alla normativa vigente.

PER AYDıN, le misure adottate dal ministero rappresentano la conseguenza di accertamenti fondati su «prove concrete». Il docente richiama inoltre la necessità di una maggiore trasparenza nella gestione dell’istituto. «Da tre anni il bilancio non viene pubblicato sul sito della scuola. Temiamo possano esserci ulteriori irregolarità». Le autorità competenti hanno disposto la revoca degli incarichi dirigenziali del preside italiano Giuseppe Finocchiaro e della vicepreside Nida Intiba. Per il sindacato si tratta della conferma delle anomalie denunciate durante e dopo lo sciopero. La legale del liceo, Özdilek, sottolinea che «la valutazione definitiva della vicenda spetterà esclusivamente agli organi giurisdizionali competenti». A oltre un anno dall’inizio della mobilitazione, il caso del Liceo Italiano di Istanbul continua dunque a interrogare non soltanto il mondo della scuola ma anche il delicato rapporto tra istituzioni educative straniere, diritto del lavoro e libertà sindacali in Turchia. Quella che sembrava essersi conclusa con un accordo dopo il più lungo sciopero della storia recente degli insegnanti delle scuole straniere del paese si è trasformata in una battaglia destinata a proseguire nelle aule dei tribunali.

nella foto: il  Liceo italiano di Istanbul

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Turchia, si scinde l’opposizione a Erdogan del Chp. Özel fonda lo Yeni Parti

( di Murat Cinar su  il manifesto 25 luglio 2026 - sintesi)

Le autorità di Ankara negli ultimi 30 giorni hanno intensificato la repressione: 26 sindaci in carcere, centinaia di amministratori indagati … L'opposizione turca si spacca con la nascita del Yeni Parti di Özgür Özel, dopo che la vecchia guardia del Chp, riconfermata da una sentenza contestata, ha espulso i riformisti. Intanto, il governo colpisce le amministrazioni locali del Chp con inchieste politiche.

5 agosto 2026

Megaprofitti di Big Oil, ora anche Trump vuole «qualcosa indietro»

 Petrolio Il presidente bacchetta le americane Chevron e Exxon, ma la guerra ha gonfiato i conti a tutti. Persino la saudita Aramco, quella più vicina al fronte bellico, registra un +43% di utili

Luigi Pandolfi su il manifesto - 5 agosto 2026

All’inizio era: «Amici petrolieri, arricchitevi!». E così è stato. La guerra contro l’Iran si è rivelata finora una miniera d’oro per i produttori di armi, le compagnie petrolifere e anche per gli speculatori che conoscevano in anticipo le mosse e le dichiarazioni di Trump. Ora, però, è lo stesso tycoon a bacchettare i petrolieri. Cosa è cambiato?

Andiamo con ordine. Nel clima di guerra a singhiozzo tra Usa e Iran, i grandi gruppi petroliferi hanno chiuso uno dei trimestri più redditizi degli ultimi anni. Chevron ha chiuso il secondo trimestre con un utile netto di 12,07 miliardi di dollari, quasi cinque volte superiore ai 2,49 miliardi dello stesso periodo del 2025 (+385%). Il fatturato, invece, è salito del 56%, raggiungendo 70,06 miliardi di dollari.

Anche ExxonMobil ha beneficiato dell’impennata dei prezzi. Secondo le anticipazioni diffuse prima della pubblicazione dei conti, l’utile trimestrale è salito a 14,53 miliardi di dollari, il 105% in più rispetto a un anno prima, con ricavi pari a 116,02 miliardi di dollari (+42%). Le due compagnie statunitensi hanno così accumulato oltre 26 miliardi di dollari di profitti in appena tre mesi.

C’entra innanzitutto il prezzo del greggio. Tra aprile e giugno il petrolio statunitense Wti ha registrato una quotazione media di 92,45 dollari al barile, il 27% in più rispetto al trimestre precedente, mentre il Brent ha viaggiato intorno ai 96 dollari, con un incremento del 45% sull’anno. Le continue escalation militari, gli stop and go di Trump, gli attacchi nel Mar Rosso e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno alimentato la corsa delle quotazioni.

Anche la raffinazione, nondimeno, ha garantito margini eccezionali grazie all’aumento del divario tra il prezzo del greggio e quello dei carburanti. L’utile della raffinazione di Chevron è balzato a 4,9 miliardi di dollari, contro i 737 milioni dello stesso trimestre del 2025. Exxon ha ottenuto 5,5 miliardi di dollari, dopo la perdita registrata all’inizio dell’anno.

Grandi affari anche per le compagnie europee: Shell ha triplicato gli utili fino a 10,82 miliardi di dollari, mentre TotalEnergies li ha più che raddoppiati, raggiungendo 5,44 miliardi. Secondo Global Witness, sei grandi compagnie europee, tra cui l’italiana Eni, hanno totalizzato 22 miliardi di dollari di profitti solo nel primo trimestre (+43%). Nella lista dei «vincitori» della guerra c’è anche il colosso saudita Aramco, che ha aumentato gli utili del 44% (32,7 miliardi di dollari), «nonostante l’interruzione senza precedenti delle forniture», ha dichiarato trionfalmente il ceo Amin H. Nasser.

Profitti extra per i petrolieri, caro carburanti per il popolo. Negli Stati Uniti il prezzo medio della benzina è arrivato addirittura a 4,11 dollari al gallone, contro meno di 3 dollari prima della guerra. Un aumento che pesa sulle classi popolari e che è finito per trasformarsi in un problema politico per The Donald, alle prese con il calo del consenso e con le elezioni di metà mandato alle porte.

Da qui il cambio di tono: «Arricchitevi, ma qualche briciola lasciatela al popolo!». «Chevron: troppi soldi. ExxonMobil: troppi soldi. Dovranno restituirne una parte al pubblico», ha dichiarato il tycoon, chiedendo anche una riduzione «immediata» dei prezzi alla pompa.

La guerra illegale sua e di Netanyahu ha generato un’enorme redistribuzione di ricchezza verso i grandi gruppi energetici. Solo dopo averne constatato gli effetti sul consenso politico, la Casa Bianca ha provato, opportunisticamente, a criticare questi extra-profitti.

Il punto, però, va oltre le polemiche contingenti. Ogni crisi internazionale, ogni conflitto, ogni interruzione delle catene di approvvigionamento si traduce ormai in una gigantesca occasione di valorizzazione del capitale per i grandi gruppi dell’energia e dell’industria militare. La guerra non è soltanto una tragedia umana e geopolitica: è sempre più un meccanismo che alimenta l’accumulazione capitalistica, trasferendo ricchezza verso chi controlla le risorse strategiche e lasciando ai cittadini il conto sotto forma di inflazione e caro energia.

nella foto: oscillazioni prezzi del petrolio alla borsa di New York

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Salasso di guerra: Meloni fa il pieno ai petrolieri

( Roberto Ciccarelli su  il manifesto - 5 agosto 2026 )

Poveri ma bellici: Tagli ai ministeri per finanziare lo sconto sul gasolio. Decreto fotocopia: riduzione di 17 centesimi, ma non sulla benzina, fino al 25 agosto. Aumentano le bollette di gas e elettricità: assicurato un altro contributo alla rendita fossile

In agosto si partirà in macchina tranquilli di farsi spennare dai petrolieri che beneficiano della guerra di Trump in Iran. Il Consiglio dei ministri ieri ha rinnovato la riduzione di 17 centesimi al litro del solo gasolio fino al 25 agosto. Sono stati stanziati altri 245 milioni di euro destinati al settore dell’autotrasporto, della logistica e della distribuzione merci. Per chi circola con un’auto a benzina, invece, nessun effimero sollievo fiscale, nonostante i prezzi medi sfiorino o superino i 2 euro al litro. I 245 milioni vanno ad aggiungersi ai circa 2,5 miliardi pubblici già versati nelle tasche dei petrolieri dal 18 marzo scorso.

LA RIDUZIONE dell’accisa sul diesel continuerà ad essere irrilevante come si è già visto nei giorni scorsi quando il prezzo finale alla pompa è tornato a salire verso i 2,10 euro al litro in modalità self-service. Gran parte del risparmio percepito dagli autotrasportatori — che hanno suscitato la viva comprensione di Meloni & co. — continuerà ad essere erosa nell’altalena delle quotazioni del petrolio.

IL RISULTATO è stato stimato dal centro studi di Confcooperative: il «caro prezzi» sarà finanziato dagli automobilisti per 1 miliardo di euro. Rispetto allo scorso anno occorreranno 22 euro in più per un pieno di diesel e 15 euro in più per la benzina. Per questa ragione si ritiene che 8,9 milioni di italiani resteranno a casa: non hanno i soldi per pagare la tassa Trump. Il miliardo di euro in più da pagare ad agosto si somma alle risorse già drenate verso la filiera energetica, senza che sia stato imposto alcun vincolo di investimento nella transizione o nella mitigazione dei prezzi.

I FONDI STANZIATI dal governo sono stati tolti, di nuovo, ai ministeri. Per altri canali sono stati sottratti ai servizi pubblici in senso ampio. «Non erano molto contenti, ma poi vedremo», ha commentato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Sono tagli lineari già fatti in uno dei precedenti decreti anti-rincari. Ed è stato bocciato l’aumento del prezzo delle sigarette per finanziare lo sconto sulla benzina. Si è trattato di un escamotage fiscale spacciato per misura sanitaria. Ora, invece, si ritagliano i servizi per arricchire i petrolieri. È il modo in cui il governo riesce a fare pace con la propria logica.

L’ESECUTIVO ha fatto un ulteriore annuncio in vista del contro-esodo di fine mese. Sabato 29 e domenica 30 agosto ci sarà il classico rientro. Gli automobilisti hanno avuto già la sicurezza di un altro salasso. Dal pulpito di Facebook la presidente del consiglio Meloni ha scritto: «Dal 25 agosto entrerà nuovamente in vigore il meccanismo delle accise mobili e valuteremo ogni eventuale ulteriore intervento. Cerchiamo di fare la nostra parte per contenere gli effetti dei rincari».

IL POMERIGGIO era però passato con il vicepremier Matteo Salvini intento a a fare le ruote di pavone con il suo velleitarismo. Dopo avere orecchiato le uscite di Trump ha recitato la solfa sui «contributi» da chiedere ai padroni del petrolio. Ma il Cdm al quale il leghista ha partecipato, insieme all’occhiuto Giorgetti, si è tenuto ben lontano dal chiedere un obolo. «Quello di Salvini è un teatrino – ha osservato Chiara Appendino del Movimento 5 Stelle – In mattinata da un cantiere chiedeva la tassazione degli extraprofitti di banche e società energetiche per tagliare le accise, in serata non ha mosso un dito a Palazzo Chigi».

OLTRE A GASOLIO E BENZINA c’è il caro del gas e dell’elettricità. Secondo l’Arera, a luglio le bollette sono salite del +9,7% per i clienti vulnerabili rispetto al mese precedente. Per il Codacons, l’aumento corrisponde a +130,7 euro a nucleo familiare. In un anno la bolletta media del gas è salita a 1.478,4 euro (per 1.100 metri cubi consumati). Sommati ai 632,6 euro della luce, il conto totale per un utente vulnerabile ha raggiunto i 2.111 euro. E senza neppure considerare tutti gli altri. «Vivono alla giornata – ha attaccato il presidente dei senatori Pd Francesco Boccia – Rincorrono le scadenze senza affrontare le cause strutturali della crisi».

SENZA UN BLOCCO dei margini speculativi, senza un tetto ai prezzi e senza un prelievo effettivo sulle rendite energetiche, la crisi viene scaricata sul reddito da lavoro e sui servizi pubblici per tutelare la rendita della filiera petrolifera.