30 settembre 2026

Gran Bretagna: London’s burning, ma davvero

 L’estate più calda che l’Europa ricordi è appena finita, le grandi capitali europee raccolgono i cocci di tre mesi quasi ininterrotti di un’ondata di calore come non si era mai registrata. Come se la sono cavata? Cosa stanno facendo per affrontare l’estate prossima, che si annuncia anche peggiore? Il 23 settembre abbiamo visto Parigi, il 26 settembre Madrid, oggi andiamo a Londra, nei prossimi giorni vedremo Berlino e Roma.

di Leonardo Clausi -  ( da il manifesto - 29 settembre 2026 )

Le città invivibili Nel brano dei Clash ardeva la noia dei giovani londinesi, ma era il ’77. Oggi Londra brucia sul serio: un milione di case a rischio termico, il convegno Onu sul clima annullato per il caldo

London’s burning, gridava una punk band londinese a fine Settanta. Allora bruciava metaforicamente di noia. Oggi, letteralmente. Tanto che perfino il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres ha fatto ricorso ai Clash per descrivere lo stato, riarso e liquefatto, della capitale. “London isn’t just calling. It’s cooking” – aveva detto Guterres lo scorso 26 giugno, parlando a un evento della London Climate Action Week. Lo stesso giorno, per il troppo caldo si cancellavano alcuni appuntamenti del medesimo convegno (dal titolo “Caldo estremo: migliorare la governance e rafforzare gli interventi in tutto il mondo”) – nemmeno avessero avuto bisogno, i delegati, di una verifica circa la sua effettiva necessità. La sede, la prestigiosa London School of Economics – la stessa che un tempo sfornava economisti fabiani e oggi kryptobanchieri accelerazionisti – non aveva abbastanza condizionatori d’aria, come del resto quasi tutta la città. Le previsioni davano una massima di 37 gradi. Che nei termometri in vendita in un paese quasi alla stessa latitudine di Danimarca e Norvegia forse nemmeno sono indicati. In Fahrenheit, naturalmente.

NOVE IMMOBILI su dieci nel Regno Unito non sono progettati per resistere al caldo delle estati presenti e future, con i 40 gradi destinati a diventare la norma entro il 2050, mentre le heatwave, le ondate di calore che hanno ustionato la capitale quest’anno – si ostinano a chiamarle ancora ondate, anche se ormai sono lo status quo stagionale per tutto il paese – arrivavano a sei. La prima era iniziata il 22 maggio e il 25 maggio faceva registrare il record nazionale per la giornata più calda del mese, quando a Kew Gardens si rilevavano 35 gradi superando i precedenti 32,8 rilevati nel 1922; record nuovamente battuto il giorno successivo, quando vi si superavano i 35. Le altre cinque si sarebbero susseguite fino al nove agosto. Come le “ondate,” anche i “record” di calore, battuti di routine, sono ormai perfettamente inutili. Il bollettino è di 550 vittime, calcolando gli annegamenti in laghi e fiumi dovuti alle inesperte – e fatali – ricerche di refrigerio. Sotto scacco strade ferrate, fognature vittoriane, le case a schiera, le stazioni della metropolitana e gli edifici pubblici progettati in funzione di un clima ormai estinto. Sono circa un milione le abitazioni, oltre 1.300 le scuole, 60 gli ospedali e 351 le case di cura che si trovano in aree ad alto rischio termico.

CONTEMPORANEAMENTE al convegno sul surriscaldamento revocato per surriscaldamento, il sindaco Sadiq Khan presentava Heat Ready London, il primo piano globale in assoluto della capitale in materia, mirante a climatizzare scuole, uffici e ospedali, ad ampliare l’accesso alla rete di spazi pubblici dedicati al raffreddamento e ad aumentare la disponibilità di acqua potabile pubblica. Le misure prevedono l’inverdimento urbano – l’accelerazione della copertura arborea e l’espansione degli spazi verdi per contrastare l’effetto isola di calore e la preparazione alle emergenze, con la dotazione ai pompieri di nuove tecniche antincendio e di veicoli avanzati di supporto sul terreno per combattere gli incendi boschivi, anche questi mai frequenti come quest’anno.

COSÌ, MENTRE fratellastro sole ingialliva i prati, gli orticoltori di Kew Gardens e dei Royal Parks cercavano di salvare il patrimonio arboreo storico della città. Ben sapendo che le prolungate ondate di caldo segano la vita degli alberi tradizionali, hanno iniziato a rimodellare attivamente la flora della capitale con irrigazione delle querce secolari, ma anche l’importazione di varietà mediterranee particolarmente resistenti. I parchi pubblici di Londra sono ora un laboratorio vivente per il raffreddamento urbano, alla faccia dell’insostenibile nativismo vivaistico. C’è poi la siccità nel paese che ha inventato il golf: dopo una primavera già torrida secondo gli standard, l’Inghilterra ha registrato il luglio più secco di sempre, con precipitazioni pari solo al 10% della media pluriennale per quel mese. Oltre 27 milioni di persone sono state colpite da restrizioni all’uso dell’acqua e da divieti temporanei di annaffiamento del giardino – un altro colpo feroce per il luogo che ha “inventato” l’orticoltura moderna, e dove annaffiare era assolutamente inutile.

Come in già in inverno, la capitale soffre poi di diffusa povertà energetica. I londinesi “meno abbienti” hanno subito le conseguenze più gravi del bollore, mentre un disagio stagionale diventava una grave crisi sanitaria, tempestata delle solite disuguaglianze. Se l’upper-middle class poteva rifugiarsi in ambienti climatizzati o in seconde case nei vari -shire, le comunità più povere sono rimaste in gran parte intrappolate in abitazioni trasformate in casseruole. Nelle house – vittoriane/edoardiane/georgiane – la camera da letto del secondo piano diventa inabitabile, mentre nei flat popolari di cemento i materiali poveri, arroventati, letali.

QUA E LÀ, la sudorifera veglia notturna ha pungolato l’estro: federe dei cuscini in frigorifero, dormire su asciugamani bagnati o direttamente sulle piastrelle della cucina, appendere lenzuola umide alle finestre. I più vulnerabili si lasciavano truffare a migliaia comprando finti miracolosi condizionatori progettati da ex ingegneri della Nasa generati con l’Ia su youTube. Il tutto proprio ora che il raffreddare succhia più energia del riscaldare: per tre volte l’Operatore nazionale dell’energia ha lanciato un allerta sulla disponibilità di energia elettrica con il fabbisogno climatizzante al massimo e con la rete stessa sotto pressione per il caldo intenso.

DIRE ADDIO alla fredda, umida, dickensiana, bigia, mezzoguantata Londra, insomma. All’agognato ingresso in un pub in inverno, le lenti degli occhiali che si annebbiano; ai tappeti, le moquette e alle carte da parati multistrato; alla condensa, che gocciola pigra all’interno dei vetri. Fuori, dire addio al drizzle, il vapore acqueo impalpabile. E a quel verde più tenero della pelle di un bebè alieno nei parchi. Anche la capitale britannica, una delle città nordeuropee più distinguibili per l’atavica lotta del carbone contro gli elementi, si ritrova ormai vittima di secoli di adattamento al freddo che ne hanno plasmato la cultura ancor prima che la vita materiale. Le avvisaglie si stagliavano all’orizzonte già da un ventennio, quando le prime Irish Guards, imbacuccate in lanose divise e schiacciate sotto gli iconici/fallici colbacchi di pelo e pelle d’orso, cominciavano a stramazzare al suolo svenuti durante esercitazioni e cambi della guardia estivi. Ciò che appariva come emblematica prefigurazione della caduta della monarchia e del militarismo, altro non era che quella dell’impennata delle temperature. L’altro treno alla fine del tunnel.

nella foto: Londra, bagno di sole sull’erba (un po’ ingiallita) di Greenwich Park

26 settembre 2026

Spagna: Madrid, il tetto che scotta

L’estate più calda che l’Europa ricordi è appena finita, le grandi capitali europee raccolgono i cocci di tre mesi quasi ininterrotti di ondata di calore come non si era mai registrata. Come se la sono cavata? Cosa stanno facendo per affrontare l’estate prossima, che si annuncia anche peggiore? Il 23 settembre abbiamo visto Parigi, oggi andiamo a Madrid, la settimana prossima vedremo Londra, Berlino, Roma.

di Lorenzo Pasqualini *

Le città invivibili Nove mesi di inverno "y tres de infierno", dicono del loro clima i madrileni. Ma questa volta interi quartieri popolari di mattoncini rossi, soffitti bassi e coperture catramate sono diventati forni

Nueve meses de invierno y tres de infierno. Nove mesi d’inverno e tre d’inferno. Così i madrileni hanno sempre riassunto il clima continentale della città, piantata nel cuore della Penisola Iberica, tra i vasti altopiani della Castiglia che d’estate si arroventano tingendosi di un giallo-marrone desertico. Si potrebbe trarne la conclusione che «a Madrid ha sempre fatto caldo in estate», ma la risposta, qui come in ogni altro luogo d’Europa, è netta: no, mai così caldo.

SIAMO NELL’ULTIMA settimana di settembre e a Madrid ci sono ancora più di 35 °C, e dalla fine di maggio la sensazione è di aver attraversato un’unica, interminabile ondata di calore, con valori rimasti per settimane intorno ai 40 gradi. Insopportabili anche le notti, con temperature minime che scendevano a fatica sotto i 25 gradi. All’inizio del mese l’Aemet, l’agenzia statale di meteorologia, ha certificato che l’estate 2026 è stata la più calda dal 1961, anno d’inizio della serie storica.

Questo calore estremo, oltre a causare vittime tra i più vulnerabili, ha anche favorito la propagazione degli enormi incendi che a fine luglio hanno devastato decine di migliaia di ettari a poca distanza dalla capitale, avvolgendo per giorni la città e i suoi 3,3 milioni di abitanti in un’opprimente nube di fumo.

MA COME STA affrontando Madrid questo indiscutibile aumento delle temperature? Purtroppo, ancora in modo insufficiente, e lasciando più scoperte e vulnerabili le fasce di popolazione con meno risorse economiche.

Come riportava a giugno elDiario.es, nei quartieri più poveri concentrati nella fascia sud e orientale della metropoli, come Vallecas o Carabanchel, fino al 30% della popolazione residente non poteva permettersi di rinfrescare la propria abitazione per i costi elevati dell’energia. Una differenza abissale rispetto ai quartieri più benestanti, concentrati nell’area nord.

IL CLIMATIZZATORE, che diventa così quasi un bene di lusso, è essenziale per resistere alle estati madrilene, perché la maggior parte delle case non sono adeguate. Nei quartieri periferici di Madrid l’edilizia popolare più diffusa è quella dei palazzi in ladrillo rojo, il peculiare mattoncino rosso «a vista» creato per i grandi edifici monumentali dell’architettura Neomudejar di fine Ottocento-inizio Novecento, come la celebre Plaza de Toros di Las Ventas, e poi tra gli anni Cinquanta e Novanta del secolo scorso esportato in massa – in versione economica – nei quartieri popolari e operai del sud e nella “cintura rossa” di Getafe, Leganés, Alcorcón, Móstoles o Fuenlabrada. Il mattoncino resiste bene agli estremi climatici e permette di risparmiare sul più fragile intonaco, ma accumula calore. Così in estate queste palazzine, che fanno parte del panorama urbano spagnolo da decenni, diventano dei veri forni.

A PEGGIORARE LE COSE c’è l’altezza dei soffitti, intorno ai 2,50 metri (o meno). Una scelta che permetteva di risparmiare nella costruzione e che aiutava a riscaldare gli appartamenti nei rigidi inverni madrileni, ma in estate diventa un problema. I tetti dei palazzi sono poi spesso coperti da materiali per isolare dalla pioggia che hanno colori scuri e rendono roventi i piani più alti. Così la casa, che ormai in Spagna e a Madrid ha prezzi esorbitanti (il caro affitti è diventato un’emergenza nazionale), si trasforma in una trappola di calore non adeguata al nuovo clima.

MOLTO GRAVE A MADRID è anche il problema dell’isola di calore urbana. Le grandi distese di cemento e la scarsità di aree verdi contribuiscono a far aumentare ulteriormente le temperature per l’arroventamento delle superfici. Non aiutano certe scelte urbanistiche, ancora basate su pavimentazioni di granito o asfalto. Ecco, quindi, che il bellissimo parco del Retiro, nel cuore della città, diventa un indispensabile rifugio climatico. Secondo uno studio scientifico pubblicato quest’estate, al suo interno si registrano fino a 8 °C in meno rispetto alle arroventate strade circostanti. Se si vede una mappa della città, però, questo grosso rettangolo verde rimane isolato e insufficiente, circondato da ampie estensioni costruite.

Come rimediare a questo caldo crescente e a queste disparità? Il comune di Madrid, guidato dal 2019 dal centrodestra, ha investito negli ultimi anni nel «Bosque Metropolitano», un’enorme area boschiva con 1 milione di nuovi alberi che dovrà creare una sorta di anello verde per smorzare l’effetto isola di calore intorno alla metropoli. Dall’opposizione di centrosinistra sono però arrivate molte critiche a questa amministrazione per i numerosi abbattimenti di alberi in alcune zone della città (stimati in migliaia), avvenuti negli ultimi anni per far spazio a grandi opere o per cattiva gestione.

SUL FRONTE DELLE MISURE di difesa della popolazione, poi, il comune ha presentato un piano contro il caldo che l’opposizione giudica «insufficiente»: spicca la messa a disposizione come “rifugi” di 43 mercati comunali coperti con aria condizionata (che chiudono però nelle ore centrali) e l’apertura straordinaria di centri per anziani. La formazione della sinistra ecologista all’opposizione, riunita sotto il nome di Más Madrid, ha proposto a giugno un piano più coraggioso con la creazione di una «rete di oasi climatiche». L’idea è trasformare 181 spazi pubblici già esistenti – biblioteche, centri culturali, scuole, mercati, impianti sportivi, parchi e piazze – in rifugi contro il caldo estremo, gratuiti e aperti a tutti, non solo luoghi di fuga dal calore ma anche luoghi di aggregazione e socialità.

Per quanto riguarda gli interventi sulle case, sia l’amministrazione comunale che quella regionale hanno avviato piani che incentivano la ristrutturazione per l’isolamento termico, ma ad adottarlo sono in pochi, ed è stato criticato lo scarso impatto di queste misure. Qualcosa potrebbe cambiare dopo l’annuncio a maggio, da parte del governo nazionale guidato da Pedro Sánchez, di un Piano Sociale per il Clima nel quale figurano anche importanti investimenti destinati alla riqualificazione energetica e all’isolamento termico delle abitazioni private.

ADATTARSI A QUESTA nuova situazione climatica è però urgente. Le proiezioni indicano che a metà secolo le ondate di calore a Madrid potrebbero raddoppiare e che a fine secolo si potrebbe arrivare a quasi 80 giorni di ondata di calore l’anno. I tre mesi d’inferno del proverbio saranno sempre più infernali: si spera almeno non diventino dodici.

nella foto: Madrid, vicino a Plaza Mayor, fine luglio: il termometro nel centro della città segna 45 gradi

* da il manifesto 26 settembre 2026

leggi anche: «Buffone sarai tu»: i tanti fuochi accesi di Spagna

 

Francia: L’agosto francese

  di Fabrizio Tonello *

Riscaldamento globale Stanotte è finita l’estate più calda d’Europa, come l’hanno superata le grandi capitali? A Parigi seminando piante, togliendo asfalto, pensando di imbiancare i tetti di zinco voluti da Haussmann

Siamo a Parigi, non a Timbuctù, più precisamente in rue Coriolis, dietro la gare de Lyon. Sono le 18,30 del 31 luglio e il termometro sul balcone di un appartamento segna 50,7 gradi. Gli immobili di questa strada lunga appena 450 metri sono esposti a Sudovest e davanti hanno soltanto i binari della ferrovia, quindi il sole ci batte da mezzogiorno alle nove di sera: quanto basta per arrostire le case e gli abitanti. Nel resto della città la temperatura si aggira sui 44°, qualcosa meno nelle zone verdi di cui parleremo tra un attimo.

BENVENUTI nella vague de chaleur di luglio, la terza ondata che ha colpito la Francia, la Spagna e l’Italia in questa catastrofica estate del 2026, che finisce oggi ma non sarà dimenticata tanto presto: c’è stato il record del mese di giugno più caldo mai registrato nell’Europa occidentale. Il Washington Post osservava che la temperatura media in Francia era superiore a quella del 99,02% del pianeta. Parigi aveva la stessa temperatura di Abu Dhabi (41°), Marsiglia quella di Marrakech (33 °C), Tolosa quella di Dubai (40 °C) e Bordeaux quella di Baghdad (42°). Solo che a Baghdad non ci sono gli Chateaux e i vigneti più famosi del mondo, e neppure gli incendi che quest’estate hanno devastato la Gironda.

IL 13 AGOSTO oltre 135 milioni di europei boccheggiavano a più di 35°. Tre settimane fa, a fine agosto, c’è stata la settima ondata di caldo estremo. Il bilancio provvisorio, fermo a un mese fa, era di almeno 30.000 morti in eccesso rispetto a quelli previsti, più numerosi tra gli anziani, i soggetti deboli e chi lavora all’aperto. Il bilancio finale sarà di decine di migliaia di vittime, molte di più di quelle causate dal crollo di un ghiacciaio in Nepal, il 26 agosto, ma i governi balbettano e mass media parlano solo dei “record”, come se si trattasse delle Olimpiadi.

Per fortuna dei parigini, dall’altra parte della Senna si respira meglio: a Place de Catalogne, di fianco alla gare Montparnasse, sono stati creati 4.000 m² di foresta urbana, con 470 alberi e 5.525 m² di pavimentazione permeabile all’acqua, dieci volte più di prima. La riqualificazione è costata 10 milioni di euro ma ne valeva la pena: in città, i quartieri più alberati sono da 4 a 10 ° più freschi degli altri, una differenza enorme.

L’IMPEGNO ASSUNTO da Anne Hidalgo nella campagna elettorale del 2020 era di piantare 170.000 nuovi alberi entro il 2026 . A fine agosto, il bilancio ufficiale della Ville riportava 129.542 alberi piantati dall’inizio del piano, il che portava il patrimonio complessivo di Parigi intra-muros a più a più di 200.000 alberi, oltre ai 300.000 nei due boschi vicini, il Bois de Boulogne e il Bois de Vincennes.

LA COSA PIÙ interessante fatta in questi anni sono forse i 650 km di strade con vegetazione, che hanno reso alcune zone irriconoscibili: davanti all’Hotel de Ville oggi si cammina in mezzo al verde, come si può fare anche nei 730 parchi cittadini. Perfino la gigantesca, e centrale, Place de la Concorde sarà trasformata in una piazza verde, su progetto degli architetti Philippe Prost e dell’Atelier Bruel-Delmar (salvo rivolte degli automobilisti). L’anno scorso, un referendum ha approvato con oltre il 60% dei voti la creazione di 500 nuove strade verdi. Ovunque ci sono aiuole incolte, al posto delle triste macchie di erba rasata a due centimetri di altezza: sono molto più efficaci per attenuare il calore.

LE MAPPE del Municipio censiscono oltre 1.400 luoghi freschi: 1.300 punti d’acqua, 175 fontane nebulizzanti, 140 parchi aperti 24 ore su 24, 42 piscine. Una meraviglia rispetto all’Italia, ma quest’estate non è stato sufficiente: la notte la temperatura non scendeva al di sotto dei 30 gradi, rendendo difficile, se non impossibile, il riposo notturno. Uno studio del Consiglio comunale del 2023 prevedeva, all’orizzonte 2050, tre settimane di canicola l’anno e notti tropicali: Parigi con il clima di Siviglia. Ci siamo arrivati già quest’anno.

L’amministrazione del sindaco Emmanuel Grégoire punta molto sull’eliminazione dell’asfalto per ridurre la bolla di calore urbana: almeno il 40% delle strade e piazze dovrebbero tornare permeabili, con terra e ciottoli (erano state asfaltate d’urgenza dopo il maggio 1968 per impedire ai futuri manifestanti di usare i sampietrini contro la polizia). Però ci vuole tempo e costa molto. L’obiettivo è rendere “spugnoso” il 35% del territorio entro il 2030 e il 55% entro il 2050. Se realizzato, questo solo provvedimento potrebbe diminuire la temperatura di 2-3 gradi in estate.

UN ALTRO PROBLEMA con cui la città deve misurarsi sono i tetti grigi di zinco, voluti a fine Ottocento dal barone Haussman per impedire ai riottosi parigini di bombardare con le tegole dei tetti le truppe incaricate di mantenere l’ordine (la Comune del 1871 era nella mente di tutti). Oggi, però, i tetti di zinco sono l’equivalente di un barbecue, rendendo invivibili tutte le mansarde. Si parla di dipingerne di bianco 40.000 m² per attenuare l’assorbimento dei raggi solari ma si tratta di briciole: l’intero centro di Parigi ha i tetti di zinco grigi e le Belle Arti resisteranno ferocemente a ogni tentativo di trasformare il profilo della città per ragioni climatiche.

E IL GOVERNO, in tutto questo? Le riunioni ministeriali sono state molte, le azioni concrete poche, se non la promessa di comprare nuovi aerei Canadair per combattere gli incendi. La classe politica francese ormai pensa solo alle presidenziali del 2027, i candidati si moltiplicano, e Marine Le Pen ha già proposto un “piano condizionatori” pubblico per tenere le famiglie francesi al fresco anche durante le estati più calde. In vacanza al mare non ci si va più: quest’estate il Mediterraneo stava a 30 gradi e l’Atlantico non era di molto più fresco.

nella foto: Vigili del fuoco al lavoro contro un incendio ad Arès, nel sud-ovest della Francia 

* da il manifesto - 23 agosto 2026  

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250.000 sfollati in Francia, 116.000 ettari bruciati

L'Europa brucia Cambiamento climatico: «Da qui al 2050 il territorio a rischio aumenterà del 50%».

( di Andrea Capocci da il manifesto 28 luglio 2026 )

Sono 250.000 gli sfollati a causa degli incendi nel sud-ovest francese, nei dipartimenti della Gironda e delle Lande. La situazione più grave è quella della Gironda, dove 220.000 persone hanno dovuto lasciare la propria abitazione. Chi ha potuto ha trovato rifugio da parenti e amici. Gli altri sono stati ospitati all’interno del parco delle Esposizioni di Bordeaux dove in pochi giorni è nata una cittadella di circa diecimila abitanti. Per la prefetta Sophie Brocas il loro rientro nelle case non è all’ordine del giorno: «Avverrà solo quando tutto l’incendio sarà arrestato» ha detto domenica. Il bilancio provvisorio parla di almeno 240 edifici distrutti in Gironda e 200 circa nelle Lande. La grande pineta locale adesso è ridotta a una pianura grigia.

IL ROGO IERI era definito «stabilizzato» ma in situazione «precaria» da Marc Vermeulen, direttore dipartimentale del servizio anti-incendio della Gironda. Il fuoco è iniziato per ragioni accidentali mercoledì nella pineta tra Saumos e Le Porge durante i lavori di sfoltimento della vegetazione vicino a una linea elettrica. Da lì si è spostato verso ovest, travolgendo Le Porge fino a lambire le dune costiere di Cap Ferret, e poi sabato nella direzione opposta verso il capoluogo Bordeaux e i suoi trecentomila abitanti.

Secondo il bollettino aggiornato ieri dal ministro degli Interni francese Laurent Nunez, gli ettari bruciati sono 116 mila. Quasi il doppio del record del 2022, quando erano andati in fumo 65 mila ettari. Il dispositivo messo in campo è notevole. 2.750 i pompieri mobilitati, che ieri hanno ricevuto anche la visita del presidente francese Emmanuel Macron. Ai vigili del fuoco si sono aggiunti 1.500 soldati, 1.200 poliziotti e circa 500 volontari. Portogallo, Croazia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Svezia, Slovenia e Turchia hanno messo a disposizione i loro aerei anti-incendio Canadair. Eppure finora non è bastato a fermare le fiamme e ben 88 pompieri risultano tra i feriti.

LA RICERCA delle responsabilità è già iniziata. Tre persone sono state fermate per aver acceso fuochi d’artificio e barbecue nella pineta, ma sotto accusa è soprattutto la protezione civile dopo la testimonianza di Gregory Prats, uno dei comandanti dei Canadair francesi impegnati in Gironda: «Su dodici aerei a disposizione della Francia – ha detto a Radio France – solo cinque sono funzionanti», mentre gli altri sono in riparazione. In dieci anni, il budget a disposizione della Protezione civile è raddoppiato, ha replicato la portavoce del governo Maud Bregeon. Ma il rinnovo della flotta inizierà solo nel 2028.

Assai più facile rintracciare le responsabilità indirette. «Sullo sfondo c’è il riscaldamento climatico» ha detto a France Télévisions il climatologo Philippe Drobinski.

«Da qui al 2050 i giorni di caldo estremo diventeranno cinque volte più frequenti e il territorio a rischio aumenterà del 50%». Lo scienziato ha sottolineato anche la scarsa biodiversità del territorio. «Quella che brucia in Gironda è una foresta artificiale di pini» ha fatto notare. «La monocultura e l’assenza di varietà fanno da acceleratore del fuoco. Non basterà riparare i danni, servirà adattare le foreste in modo da renderle più resilienti».

CON L’EMERGENZA ancora in corso nasce già il problema dell’indennizzo della popolazione colpita. Il ministro dell’economia Roland Lescure ha annunciato che le società assicuratrici rimborseranno le spese sostenute per l’alloggio temporaneo dalle famiglie evacuate, «indipendentemente dai danni subiti dalla loro abitazione di residenza». Dal canto suo, il ministro del commercio e dell’artigianato Serge Papin ha rassicurato le 13.000 aziende evacuate in questi giorni: «tutte avranno accesso alla cassa integrazione», ha detto ieri.

NONOSTANTE la stanchezza e la pioggia caduta tra domenica e lunedì, la lotta alle fiamme rimane a pieno regime. Le previsioni del tempo preannunciano da oggi una nuova ondata di calore, con temperature che arriveranno di nuovo vicino ai 40 gradi nella regione. Basta poco, in queste condizioni, perché il fuoco riacquisti vigore. Per tutto il pomeriggio di ieri pompieri e Canadair hanno lavorato per spegnere diversi nuovi focolai.

24 settembre 2026

PFratin

di Massimo Marino 

Quando leggo dichiarazioni e interviste di PFratin che dicono sia il ministro dell’Ambiente ( pro o contro ?) sono sempre in dubbio se strapparmi i (pochi) capelli rimasti per la disperazione o farmi una sonora risata ( non succede spesso). La domanda è sempre la stessa: ma sa, capisce di che parla, è consapevole o inconsapevole delle balle che racconta ?

” il nucleare non è un ritorno al passato: è una tecnologia vincente, che integrata con le rinnovabili può dare straordinari risultati per la nostra sicurezza energetica, verso la neutralità al 2050″

Il progetto sarebbe di riempire l’Italia di parecchie decine di centrali nucleari di taglia non piccola, per capirsi più di quella di Trino Vercellese di 50 anni fa, della quale ancora dobbiamo capire dove mettere le scorie, per avere entro il 2050 ( quando probabilmente né io ne PFratin avremo il piacere di vedere quanto sono costate ) un 10-11% di elettrico da nucleare, cioè per contribuire al 10-11% dei consumi elettrici che da 50 anni i filo nuc ( e ovviamente PFratin perchè così gli suggeriscono ) stimano in costante e forte crescita: Tranne essere smentiti da 50 anni ( i consumi, stazionari, tendono da 15 anni a scendere lentamente ).

Quando, un po’ più giovane e inesperto di oggi partecipavo ai dibattiti sul referendum del 1987 c’era sempre un ingegnere dell’Enel che dichiarava le rinnovabili ( all’epoca le alternative ) roba da figli dei fiori sognatori e il nucleare oltre che sicuro, il più pulito ed economicamente conveniente e le previsioni di consumi energetici in progressivo e forte aumento nei decenni futuri. Al referendum 21 milioni di italiani ( contro 5 ) si dichiararono contro l’ingegnere aprendo la possibilità di transizione alle rinnovabili, all’efficienza e al risparmio, che oggi si tenta ancora di ostacolare.

Oggi è realistico aumentare di 50 GW la potenza elettrica da rinnovabili entro il 2030 con dei costi di gran lunga minori. Si stima un terzo fingendo di dimenticare il decommissioning delle centrali nucleari, disperazione di tutti i paesi che si sono infilati nel tunnel nucleare 40 anni fa e malgrado le lobby sempre pronte all’assalto dei bilanci pubblici, vorrebbero uscirne. La Cina lo ha capito 20 anni prima dell’Occidente. Al referendum del 1987 l’attuale PD con altro nome era per il nucleare fino ad un mese prima del voto. Nelle ultime settimane licenziò il proprio responsabile nazionale sull’Energia ( né io ne credo i libri di storia ne ricordano più il nome ) e capovolse la propria posizione. Come si dice: meglio tardi che mai.

Oggi al Senato Azione di Calenda ha votato a favore del decreto e Italia Viva di Renzi si è astenuta ( cioè pur non essendo determinante ha ammiccato alle lobby: contate su di noi ). E tutti i giorni media di vario colore tentano di convincerci che i due sono indispensabili al campo … per (non) vincere.

Come per la TAV e per il Ponte ciò che conta è infilare il paese in opere grandi per i costi ma inutili o dannose per i conti pubblici e il futuro del paese. Per la verità finirle davvero non importa a nessuno.

Politica con la testa rivolta al passato e ai suoi rimasugli senili sopravvissuti, indifferente al futuro e alle nuove generazioni.

Della TAV, del Ponte, del Nucleare in realtà non gli frega nulla, l’importante è partecipare allo scippo delle risorse pubbliche. Finché si può.

2 settembre 2026

Fuad Beritan (Pjak): «La questione curda va risolta insieme alla democratizzazione dell’Iran»

di Tiziano Saccucci  *

dal Rohjelat - Kurdistan Iraniano  Intervista a uno dei leader del Partito per una Vita Libera in Kurdistan: «La più grande vittoria dei curdi non è restare per sempre buoni combattenti. Vogliamo che le future generazioni non siano costrette a prendere le armi»  

Fuad Beritan Membro del Consiglio di leadership del Pjak, il Partito per una Vita Libera in Kurdistan

Fuad Beritan è membro del Consiglio di leadership del Pjak, il Partito per una Vita Libera in Kurdistan. Il manifesto lo ha incontrato sulle montagne del Kurdistan per discutere del futuro del movimento curdo in Iran dopo i cambiamenti in Turchia e in Siria.


Partiamo dal Rojava. Come valuta la fine delle SDF come forza militare indipendente?

Non credo che sia la fine del Rojava. Al contrario, penso che segni la conclusione di una fase e l’inizio di un’altra. Il Rojava non si è mai ridotto alla sua dimensione militare, e non può quindi scomparire con lo scioglimento o l’integrazione delle SDF. È un’esperienza sociale, politica e democratica, nata in condizioni estremamente difficili e capace di resistere all’ISIS, alla guerra civile siriana e alle minacce regionali. Oggi le SDF hanno cessato di essere una forza militare indipendente e la loro integrazione nelle strutture dello Stato siriano è ormai in corso. Ma la questione fondamentale non è la sopravvivenza del loro nome. Il punto è capire in che modo, nella nuova Siria, verranno garantiti i diritti dei curdi, le conquiste sociali delle diverse comunità della regione, la sicurezza, la partecipazione politica e la volontà popolare. Anche gli accordi del 2026, accanto all’integrazione, hanno affrontato la questione dei diritti culturali e linguistici dei curdi, la loro partecipazione politica e il ruolo nelle amministrazioni locali. Se dunque il Rojava entra in una fase prevalentemente politica e sociale, non significa che sia stato sconfitto. Può anzi rappresentare una forma più avanzata di lotta.

Perché una parte della società curda continua a guardare con diffidenza a questi processi e considera una resa il passaggio dalla lotta armata alla politica?

È comprensibile che un popolo sottoposto per un secolo a politiche di negazione guardi con cautela alle promesse degli Stati. Non abbiamo dimenticato la lunga storia di promesse disattese. Chi chiede: «Se deponiamo le armi, che garanzie abbiamo che non torneranno a negare la nostra esistenza?» pone quindi una domanda legittima. Bisogna però distinguere tra la resa e un cambiamento dei mezzi con cui si lotta. Arrendersi significa rinunciare ai propri diritti e accettare senza condizioni ciò che impone la controparte. Se invece un movimento, dopo decenni, decide di continuare a perseguire i propri obiettivi con strumenti politici, sociali e democratici, non sta capitolando: sta spostando quella lotta su un altro terreno. Il passaggio dalla guerra alla politica democratica e agli strumenti del diritto non va letto come una sconfitta, ma come una conquista storica.

Quali sono, secondo lei, le condizioni necessarie per chiudere definitivamente il conflitto?

La vera pace non è semplicemente il silenzio delle armi. Se domani si smettesse di sparare, ma la lingua curda continuasse a essere vietata; se le persone non potessero scegliere liberamente i propri rappresentanti; se un politico venisse incarcerato per la propria identità; se non fosse garantita a tutti un’eguale partecipazione politica, quella pace non potrebbe durare. La pace richiede diritti, garanzie giuridiche, libertà politica, uguaglianza tra i cittadini e libertà di organizzarsi democraticamente. Non possiamo pensare alla sicurezza di una parte e alla libertà dell’altra. Sicurezza e libertà devono essere garantite a tutti, nello stesso momento. Per questo credo che la prossima fase della lotta curda debba puntare a consolidare la democrazia nelle istituzioni e nella società: nei parlamenti, nelle amministrazioni locali, nella società civile, nelle università, nei media e nell’economia.

Ma se un movimento depone le armi, non rischia di perdere capacità di deterrenza e potere negoziale?

Il potere non sta soltanto nelle armi. Nel XXI secolo la forza di una società dipende anche dalla sua capacità di organizzarsi, dalla legittimità di cui gode, dal peso politico, dalle reti della società civile, dall’economia, dalla cultura, dalla partecipazione delle donne e dei giovani e dalla capacità di costruire alleanze ampie. Se una società affida tutta la propria forza alle armi, finisce per limitarla. Se invece riesce a investire nella politica e nella società la stessa energia e lo stesso spirito di sacrificio, la sua capacità d’azione può moltiplicarsi. Credo quindi che oggi dovremmo cambiare la domanda che ci poniamo. Invece di domandarci: «Quanto saremo più deboli senza le armi?», dovremmo chiederci: «Come possiamo rafforzarci sul piano sociale e politico fino a non avere più bisogno delle armi per farci ascoltare?». È questo che intendo quando parlo di trasferire la forza dal terreno militare a quello politico.

Se la soluzione era la pace e la politica, allora perché avete combattuto?

È una domanda a cui bisogna rispondere con sincerità. Abbiamo forse combattuto per il semplice gusto di combattere? No. Abbiamo combattuto perché, in determinati momenti storici, veniva negata l’esistenza stessa dei curdi. La nostra lingua, la nostra identità e perfino i nostri diritti politici erano sotto attacco. In quelle condizioni, per una parte importante del movimento curdo la lotta armata è diventata uno strumento per difendere la società stessa. Migliaia di persone hanno perso la vita. È una realtà che non possiamo ignorare, ma che non dobbiamo neppure romanticizzare. Il loro sacrificio, però, non significa che le generazioni successive debbano ripetere all’infinito gli stessi metodi. Una generazione può essere costretta a combattere per sopravvivere. Quella successiva deve poter usare la politica per costruire condizioni di vita migliori. Se oggi i curdi possono parlare apertamente dei propri diritti, se la questione curda non può più essere esclusa dagli equilibri politici della regione, lo dobbiamo anche a quella resistenza storica. Per questo, a chi chiede: «Perché avete combattuto, se poi avete scelto la pace?», rispondo che la storia cambia. E quando cambiano le condizioni, è ragionevole cambiare anche gli strumenti con cui si lotta.

Cosa risponde a chi accusa il PKK, le SDF, il PJAK e più in generale il movimento curdo di tradimento?

Tradimento nei confronti di che cosa? Se per fedeltà si intende che un popolo debba restare in guerra per sempre, allora non condivido questa idea di fedeltà. Essere fedeli ai caduti non significa ripetere la loro morte. Significa fare in modo che le generazioni che verranno non siano costrette a pagare di nuovo lo stesso prezzo. Chi chiede «perché avete scelto la pace?» dovrebbe chiedersi anche: lo scopo della lotta era continuare a combattere o costruire una vita libera? Se quello era l’obiettivo, allora, quando la politica democratica offre maggiori possibilità di raggiungerlo, rifiutare quella strada potrebbe essere, questo sì, un tradimento del futuro. Io, più che di tradimento, parlerei di responsabilità storica.

Quanto considera significativa la svolta nel pensiero e nella strategia di Öcalan?

Molto. Oggi il leader Apo non chiede ai curdi di rinunciare alle proprie rivendicazioni. Dice piuttosto che deve cambiare il modo di portarle avanti: bisogna passare da una politica centrata sullo Stato e sulla guerra a una fondata sulla democrazia, sui diritti, sulla società e sulla convivenza. Non è una scelta semplice. Per un movimento che ha vissuto per decenni in condizioni di guerra, affermare che è arrivato il momento di lasciarsi alle spalle una fase segnata dalla violenza e aprirne una di costruzione democratica rappresenta un passaggio coraggioso e storico. Anche nel messaggio del febbraio 2026 ha parlato di una «fase positiva di costruzione» e della necessità di dare vita a una società democratica fondata sul diritto. non credo che questo cambiamento vada interpretato come un arretramento ideologico. Va letto piuttosto come il tentativo di trovare una forma politica adeguata al XXI secolo.

Il nazionalismo può essere ancora uno strumento adeguato per affrontare la questione curda?

Il nazionalismo ha avuto una funzione storica importante, soprattutto nei periodi in cui i popoli erano sottoposti a oppressione. Ma se per nazionalismo intendiamo l’idea che l’unica strada verso la libertà sia costruire uno Stato nazionale, credo che sia una prospettiva troppo limitata per il XXI secolo. Viviamo in un mondo in cui i confini continuano a esistere, ma molti dei processi che determinano le nostre vite — dall’economia alle migrazioni, dalla tecnologia alle crisi ambientali e sociali — li attraversano continuamente. Anche la politica curda deve quindi passare dal paradigma del XX secolo a quello del XXI. L’obiettivo non dovrebbe essere: «Escludiamo gli altri per avere finalmente un nostro Stato». L’obiettivo dovrebbe essere quello di costruire una società in cui curdi, arabi, persiani, turchi, assiri, donne, uomini, musulmani, cristiani, ezidi e tutte le altre componenti possano vivere con pari diritti. Questo non significa rinunciare all’identità curda. Al contrario, significa liberarla dai limiti di un nazionalismo troppo ristretto.

Quali differenze vede tra l’Iran, da una parte, e la Turchia e la Siria dall’altra?

In Turchia e in Siria, nonostante tutte le difficoltà, negli ultimi anni si sono aperti alcuni spazi di negoziato per ridefinire il rapporto tra i curdi e lo Stato. In Siria, il processo di integrazione delle Forze della Siria democratica nelle strutture statali è ormai nella sua fase conclusiva. In Iran, invece, non esiste ancora un quadro politico altrettanto definito. Detto questo, non credo che il futuro dell’Iran possa essere ridotto a un confronto tra «i curdi» e «lo Stato». La rivolta Jin, Jiyan, Azadî ha mostrato con chiarezza che la libertà delle donne, la questione delle diverse nazionalità, le libertà sociali e la democratizzazione dell’Iran sono questioni strettamente legate tra loro. Per questo il futuro del Rojhelat va inserito in un progetto più ampio di democratizzazione dell’Iran.

Il futuro dell’Iran deve fondarsi sull’uguaglianza, sulla libertà dei popoli e sul dialogo. Anche l’alleanza politica nata nel 2026 tra i partiti curdi iraniani mostra che le forze curde stanno cercando di tradurre la propria forza sociale in una più ampia cooperazione politica.

Con la fine della lotta armata in Turchia e i cambiamenti in Siria, il baricentro della questione curda potrebbe spostarsi verso l’Iran?

Se l’Iran continuerà con le politiche di negazione e repressione, la crisi non potrà che aggravarsi. Se invece aprirà spazi democratici, potrà superare una crisi dalle profonde radici storiche. Io, però, non vedo il futuro del Rojhelat soltanto nella guerra. Lo vedo nell’organizzazione sociale, nel ruolo delle donne e dei giovani, nella cultura e nella politica, nella costruzione di alleanze tra forze diverse e nella capacità di proporre un’alternativa democratica. Le forze curde sono pronte a svolgere un ruolo attivo e democratico nella costruzione del futuro dell’Iran. In questo processo dovranno però essere garantiti i diritti del popolo curdo e la possibilità di decidere del proprio futuro.

Qual è quindi il futuro del PJAK? Passa da un negoziato con lo Stato iraniano o dalla costruzione di un’alleanza più ampia?

Non credo che le due strade si escludano a vicenda. Se un giorno si creeranno le condizioni per affrontare democraticamente la questione curda in Iran, il negoziato sarà necessario. Ma sarà difficile risolvere la questione curda senza affrontare anche il problema più generale della democratizzazione dell’Iran. Per questo bisogna lavorare contemporaneamente su due piani: difendere i diritti del popolo curdo e costruire un’ampia alleanza tra curdi, persiani, turchi, donne, giovani, minoranze etniche e religiose e, più in generale, tutte le forze democratiche dell’Iran. Solo così la questione curda può smettere di essere trattata come un «problema di sicurezza» e diventare finalmente una «questione democratica».

Quando potrà il PJAK dire che la lotta armata ha esaurito la propria funzione e che è possibile passare ad altri strumenti?

Quando ci saranno le condizioni perché le persone possano decidere del proprio futuro senza paura. Ma c’è anche un criterio più semplice: quel momento arriverà quando la politica sarà in grado di assolvere alla funzione che in passato era affidata alle armi, cioè difendere la società e la sua esistenza, garantirne i diritti e costringere la controparte ad ascoltare la voce della popolazione. A quel punto, deporre le armi non significherà più perdere forza, ma trasferirla dal terreno militare a quello politico.

Per concludere, quale eredità vorrebbe lasciare alle future generazioni?

Non vorrei che l’eredità della nostra generazione fosse fatta soltanto di caduti, cimiteri e ricordi di guerra. Abbiamo vissuto in un’epoca in cui abbiamo dovuto combattere per il diritto di esistere, perché la nostra esistenza non fosse negata. È stato il prezzo pagato lungo il cammino verso la libertà. Ma il nostro desiderio è che le future generazioni non siano costrette a pagare lo stesso prezzo. Vogliamo che le future generazioni possano parlare la propria lingua, fare politica liberamente, vivere in una società in cui donne e uomini siano uguali, studiare nelle scuole e nelle università, partecipare alla vita politica e non essere costrette a prendere le armi per difendere la propria identità. Se la nostra generazione sarà riuscita a spostare la lotta dal campo di battaglia alla politica, dalle montagne alla società, dalla resistenza militare alla costruzione democratica, allora il sangue di tutti coloro che hanno perso la vita lungo questo cammino non resterà soltanto un ricordo del passato: avrà contribuito a costruire il ponte verso il futuro. Credo che la più grande vittoria dei curdi non sia restare per sempre dei buoni combattenti. La vera vittoria sarà diventare un popolo così libero, organizzato e democratico che nessuno possa più negarne l’esistenza e la libertà.

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* da il manifesto - 2 settembre 2026