25 settembre 2022

Elezioni, programmi, progetti. Ma una vera alternativa non c’è.

di Massimo Marino

La crisi sociale e ambientale richiede un movimento radicale che occupi il centro e offra alla maggioranza della società un programma riformatore che non hanno né destra né sinistra.

Le elezioni politiche e quanto ne seguirà nei cinque anni successivi dipendono da molti fattori, ma soprattutto da tre che hanno grande influenza sugli elettori:

* Il programma elettorale di chi si presenta. Anche se si spinge alla personalizzazione della politica forse aspirando al modello miss Italia, un modo per portare alla distrazione di massa sulle scelte che contano, il programma annunciato ha ancora un peso. Conta quanto è credibile rispetto al comportamento precedente del partito o coalizione di partiti che lo diffondono. I partiti italiani specie in questa fase presentano programmi elettorali fasulli, praticamente inattendibili. Se davvero si provasse ad attuarli in molti casi le conseguenze sarebbero disastrose.

La scarsa credibilità e fiducia è una delle cause principali dell’astensionismo.

Anche le stesse coalizioni pre-voto, inventate con il rosatellum sulla scia dei sistemi maggioritari dagli anni ‘90, sono volatili. Una presa in giro degli elettori. Il mattino dopo il voto risulteranno in gran parte archiviate.   I contaballe però, se non sono particolarmente abili tendono ad essere duramente puniti dagli elettori più arrabbiati. Che non sempre si fanno male da soli con l’astensionismo.

Mi sono convinto con il tempo che l’idea stessa delle coalizioni pre-voto in presenza di maggioritari e uninominali soprattutto, sono veri e propri raggiri consapevoli degli elettori. Di fatto non c’è un programma comune davvero definito: quello che si concorda sono i posti nel governo (che sono almeno un centinaio solo al vertice) e la salvaguardia di qualche parola d’ordine. Quindi il primo problema è quello di esprimere programmi credibili che provochino un consenso largo e coesione sociale e vengano poi attuati o almeno si provi a farlo con impegno.

In Germania le coalizioni di governo sono di tutti i colori, come è giusto che possa essere, ma nascono dopo il voto ricercando le convergenze su un programma comune di mediazione a volte approvato dopo mesi di cucitura e con il voto di approvazione degli iscritti. I Grünen, ad esempio, partecipano alle più diverse coalizioni, esclusa solo quelle con l’estrema destra, e senza accordi abbastanza chiari sul programma a volte decidono di restare all’opposizione.

** Il sistema elettorale. Ha spesso aspetti nascosti in genere non compresi da molti elettori ma rilevanti per influenzare il voto e determinare i vincitori. Si misura la sotterranea ma decisiva alternativa fra proporzionale (che tende a tutelare il voto espresso) e maggioritario (che a diversi gradi tende a condizionare o cancellare parte dei voti). L’imposizione forzosa del bipolarismo nasce dal tacito accordo fra i primi (presunti) due che tendono a cancellare il voto di tutti gli altri. È un raggiro degli elettori che però non sempre riesce e qualche volta può volgersi al suo contrario (in Italia è avvenuto nel 2018).

*** Il sistema dei media che contano. Oggi sono carta, tv e radio (e la loro proiezione sui social). Da anni in Italia sono pressoché totalmente in mano a ristrettissimi gruppi di potere, chiamati “editori impuri”. Nel nostro paese il ruolo dei media è particolarmente strabordante e arrogante ma in realtà del tutto subalterno. Arroccati su uno schema bipolare, che non esiste nella società reale, non tollerano novità e cambiamenti e quindi nessun progetto che si ponga in alternativa all’esistente. Non per nulla ci sono almeno un centinaio di esponenti dei media (quelli della prima linea del fronte) che per il ruolo di fiancheggiamento che svolgono vengono pagati quanto o più (a volte molto di più) di un parlamentare o di un ministro della Repubblica. Che siano orientati verso il CENTRO-sinistra o il CENTRO-destra ha poco rilievo. Di fatto sono i primi garanti della stabilità sostanziale del sistema e dei suoi centri di potere economico e finanziario. Naturalmente i redattori dei media sono liberi nelle loro opinioni rispetto agli editori compreso quello pubblico. Opinioni che però devono restare nel perimetro della libertà vigilata: se ne esci semplicemente ti trovi disoccupato.   

Dalle nostre parti la chiamano democrazia e libertà dell’informazione.

*

Nell’appuntamento elettorale di questi giorni questi tre aspetti (i programmi, le regole del voto, il ruolo dei media) rispetto agli ultimi decenni risultano particolarmente degradati. Non sono le nostre sventure, in parte comuni ad altri paesi, che rendono questo clima elettorale così “insano” (nel senso di Marlon Brando in Apocalipse now )

È che i diversi attori principali della saga della politica italiana, quelli che assumono il ruolo di governanti e quelli che assumono il ruolo di oppositori del momento non tollerano la possibilità che si ripresenti la situazione del marzo 2018 (e i suoi preannunci nel voto di Roma e Torino del giugno 2016). Cioè che un attore non previsto, relativamente estraneo a tutti i centri di potere (nell’economia, nelle istituzioni, nei media) occupi come primo attore la scena con la presunzione (senza averne probabilmente le forze, la cultura, l’organizzazione idonee) di modificare il canovaccio della storia che viene messo in scena da alcuni decenni, piegandolo a favore di quelli che normalmente sono le comparse di contorno ai primi attori. Le comparse si raccolgono nei poveri, nei precari, nei ceti medi declassati, ma anche in una parte della élite culturale preoccupata per il declino sociale, ambientale, corruttivo, clientelare, mafioso. Probabilmente sono più della metà della società italiana che a gradi diversi anela ad una alternativa ma non trova alcun soggetto stabilmente credibile, né nei partiti né nei movimenti organizzati della società e si disgrega quindi in mille rivoli compreso l’astensionismo elettorale. Così si diventa marginali fino a ridursi con l’astensionismo sociale ad una inconsapevole quinta colonna del conservatorismo.

La fatwa all’italiana contro i grillini è stata lanciata almeno cinque anni fa da destra e da sinistra e la condanna a morte del movimento per blasfemia sembra aver raggiunto gran parte dell’obiettivo (vedremo fino a che punto nelle settimane dopo il 25 settembre). I 5stelle sopravvissuti difficilmente saranno il partito più votato e con l’imbroglio del rosatellum ed il conseguente ricatto del voto utile saranno comunque sottorappresentati. Con questo obiettivo d'altronde avevano inventato il rosatellum.

Già cinque anni fa, nel 2017, scrivevo che non avrebbero mai permesso ai grillini di governare davvero, usando tutti i mezzi possibili.  Da parte loro questi hanno aggiunto davvero un eccesso di ingenuità e di fragilità culturale e organizzativa che hanno favorito l’autodistruzione.

Il tentativo di Conte ed un manipolo di altri, liberatisi di veleni e trasformismi, avrà più chance di ripresa tanto quanto più si accentuerà la totale autonomia dal tradizionale sistema di partiti e quanto più si avrà il coraggio di riordinare in forma meno precaria le connotazioni genetiche di nascita del Movimento e definirne una collocazione estranea agli schemi destra-sinistra. Una scelta chiara, che fino a ieri Conte e gli altri non hanno fatto. A destra e a sinistra un terzo polo al centro davvero riformatore, radicale e autonomo è uno scenario che terrorizza tutti.

Specie nella palude della politica italiana definire la propria collocazione diventa un fattore decisivo di chiarezza. Un movimento di alternativa non può che collocarsi al centro della società e delle istituzioni con un progetto di trasformazione che dia soluzione a disagi profondi che vengono da tutti i lati del sistema sociale indirizzandoli verso un futuro di convivenza solidale e di tutela e conversione ecologica. Non c’è praticamente quasi nulla di utile in quanto offrono le destre e le sinistre all’italiana per avviare davvero un percorso riformatore e di aggregazione popolare.

Un progetto di alternativa potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile da una grande maggioranza della società.

Non c’è alcun motivo di confondersi con le discutibili e confuse collocazioni a destra o a sinistra nella palude del frammentato panorama politico italiano compreso il modesto moderatismo di centro, malato di trasformismo da decenni, che di un centro radicale è geometricamente all’opposto. Attenzione: a destra, al centro, a sinistra, come oggi mediaticamente si rappresentano, si esprimono certo problemi reali che emergono dalla società, a cui di solito si dà risposte sbagliate o pericolose o nessuna risposta. A questi si affiancano problemi inesistenti o sovradimensionati utilizzati come armi di distrazione di massa. Di tutti però va tenuto conto, offrendo soluzioni più convincenti e adeguate a mantenere la coesione e la solidarietà sociale.  

In più occasioni ho sottolineato che una maggioranza disponibile al cambiamento si è manifestata come tale in varie occasioni, seppure in momenti circoscritti e in modo quasi casuale: i referendum del 2011 su acqua pubblica ed il secondo sul nucleare, il NO al referendum anti-Costituzione di Renzi del 2016, il sorprendente voto al M5S del 2018. Sono convinto che questa maggioranza riemergerebbe in modo prepotente se si tentasse davvero di demolire la carta costituzionale, ad esempio con l’aprire varchi al presidenzialismo che nel nostro paese è il modo surrettizio per demolire i fondamenti della Costituzione come è avvenuto in altri paesi europei.  Se questa maggioranza non si manifesta in modo stabile è per l’assenza di progetti e di soggetti credibili in grado di offrirne una rappresentanza istituzionale, una presenza territoriale virtuosa, una espressione programmatica e culturale capace di sintesi e di semplificazione che li renda comprensibili a tutti.

*

Comunque vadano le elezioni del 25 settembre alla distanza si presenteranno due alternative che vanno in direzioni contrapposte. La prima, quella permessa dal possibile astensionismo sociale, ha caratteristiche elitarie, autoritarie, di erosione sostanziale dei principi costituzionali che in Italia fino ad oggi sono particolarmente avanzati. Che abbia caratteristiche “di destra o di sinistra” come si sul dire, è relativamente di poco peso se ci si mette nella prospettiva della crisi ambientale galoppante e delle difficoltà dello sviluppo democratico e dei diritti sociali in varie parti del mondo. (Sono consapevole che molti non condividono questa valutazione).

Si aprirà il varco a presidenzialismi magari inizialmente nella forma di un draghismo permanente, con la disgregazione del paese attraverso malintese autonomie locali differenziate, ulteriori privatizzazioni e marginalizzazione dello Stato in tutti i settori che producono reddito e ricchezza, subalternità ad attori esterni al paese, con il diffondersi di un ineluttabile fatalismo e indifferenza sulla crisi ambientale immaginando che le élite potranno sopravvivere e i deboli crolleranno. Tutti fenomeni disgregativi in realtà già presenti in altre aree del pianeta.

L’altra alternativa è quella che porta a maturazione progetti di alternativa che poco hanno a che fare con gli attuali schieramenti, coalizioni, programmini elettorali che io presumo vengano cancellati il giorno dopo il voto ritornando alla palude precedente. Non ho dubbi che si proverà prima di tutto a tornare al draghismo con Draghi in uno dei due palazzi istituzionalmente più significativi del paese oppure con una controfigura di rincalzo a garantire, se ci riesce, una apparente continuità.  L’alternativa invece ha bisogno prima di tutto di costruire le proprie basi in modo chiaro, semplice, comprensibile e realisticamente perseguibile nel tempo aggregando attori nuovi o con alleanze di programma senza legami indissolubili che non hanno alcuna ragione di essere stabiliti.

Accenno qui a una decina di punti, alcuni non sviluppati, che mi sembrano quelli essenziali su cui fare una riflessione, consapevole che in alcuni casi non sono presenti nella comune discussione ma possono essere invece utili a risolvere alcune delle più difficili fratture presenti nella società italiana.

1)        Serve un sistema elettorale rinnovato basato su uno schema proporzionale limitato da un quorum adeguato (5% almeno) utile a consolidare un sistema di partiti stabile, che elimini sia la finzione delle coalizioni che durano un mese, sia l’invenzione di partitini inesistenti in funzione di acchiappa voti. È la prima cosa da fare, estendendolo anche alle Regioni, contrastando anche le ipotesi di finto proporzionale con premio, con la balla della stabilità, che è il modo per ritornare daccapo alle alleanze di affari, non di programmi comuni). Il proporzionale limitato, nei suoi effetti concreti, è un sistema praticamente opposto al sistema proporzionale cosiddetto puro, con quorum zero o basso, dove proliferano micropartiti gregari o inventati che non hanno in realtà alcun peso se non quello di raccogliere qualche voto in più e soddisfare una patologica vocazione narcisistica di leader modesti. Il proporzionale con quorum restituirebbe dignità alla rappresentanza (tanti voti, tanti eletti). Produrrebbe fra l’altro in poco tempo un solido partito di sinistra vero e un significativo movimento politico di stampo ecologista oggi assenti.

L’annosa questione delle preferenze o delle liste bloccate, fra le quali è arduo definire quale ha i peggiori difetti, è un aspetto di scarso peso, agitato per nascondere il vero imbroglio del rosatellum che sono  gli uninominali. La questione può essere risolta con il compromesso dell’indicazione dal partito dei primi due nomi e del lasciare a due preferenze la scelta degli altri possibili eletti. Anche la dimensione di collegi o circoscrizioni (conseguente al numero totale di seggi prefissati) ha scarso peso. Tranne che per gli aspetti clientelari o mafiosi gli eletti in parlamento si occupano del paese intero, dei rapporti con l’Europa e delle questioni internazionali e del pianeta. Per il resto esistono come tramite sui temi locali gli eletti in comuni, provincie e regioni.

2)           La Conversione ecologica dell’intero sistema sociale e produttivo sembra ormai essere la strada obbligata per permettere la sopravvivenza delle generazioni future, tutte quelle che vivranno nell’arco di questo secolo che io chiamo generazione 100. La crisi climatica porta molte istituzioni internazionali a definire obiettivi al 2030 o al 2050. Alcuni vorrebbero far finta di niente immaginando di poter rimandare le scelte oltre la metà del secolo. Ho l’impressione come altri che invece in realtà la crisi ambientale proceda ad una velocità maggiore di quella che anche i meno ottimisti immaginavano. Comunque ciò sembra avvenire nell’area del Mediterraneo. La transizione ecologica è terreno di confronto e scontro già oggi specie per i paesi che più contribuiscono all’inquinamento del pianeta (l’occidente americano e quello europeo) anche se gli effetti nefasti colpiscono per primi i paesi meno sviluppati (gran parte dell’Africa e alcune zone dell’Asia). È passata quasi inosservata nelle settimane scorse la notizia che la concentrazione di CO2 in atmosfera, arrivata attorno ai 420 ppm nella prima metà dell’anno abbia toccato di recente punte superiori a 440 ppm. Venti anni fa si dava come limite di sicurezza 350 ppm ma si dà ormai per scontato che anche con grandi interventi ci vorrebbero decenni per ridiscendere sotto i 400 ppm.                                                                                                              

3)  La lotta alla povertà e alla precarietà è l’azione principale utile per riformare e risanare la società italiana. Non siamo di fronte a malattie endemiche o effetti di un destino sfortunato. La disuguaglianza sociale che si accentua è la condizione per produrre una minoranza che si arricchisce a sfavore di una consistente maggioranza che, a differenza di qualche decennio fa, tende a impoverirsi. Ribadisco: la condizione dell’arricchimento di una minoranza è che ci sia un impoverimento di una significativa maggioranza. Quale esempio migliore del prezzo del gas che esattamente un anno fa ha iniziato a salire?

Non è una novità ovviamente ma è patologico il grado di diffusione di questo dualismo nel nostro paese negli ultimi decenni.

- Siamo l’unico paese dell’Europa dove i salari si sono fermati negli ultimi 30 anni. L’unico in cui sono addirittura scesi (circa 3%) negli ultimi dieci anni: anche sotto alla Grecia e a tutti i paesi dell’est europeo.

- Fra i maggiori paesi siamo l’unico a non avere un salario orario minimo. La proposta 5stelle già presentata da sei anni è sempre stata boicottata da tutti. Incredibilmente anche dai sindacati principali che con strampalate obiezioni ritengono di perdere ruolo. Con una certa faccia tosta PD e altri, dopo averlo boicottato fino a ieri, hanno inserito il salario minimo nel programma elettorale. Sono favorevoli in tv e contrari nelle aule delle Commissioni parlamentari. Come per il rosatellum (al rovescio ovviamente). Altro che destra e sinistra ...

- La guerra contro il reddito di cittadinanza è cosa nota. Il RDC non coinvolge comunque, per il boicottaggio della Lega, decine di migliaia di rom e di immigrati regolari e stabilizzati. Serve la residenza da almeno dieci anni, il permesso di soggiorno di lungo termine. Sono quindi di nazionalità italiana almeno l’86% dei percettori e gli altri ricevono in media non più di 500 euro al mese.   Invece di correggerne i difetti, azzerarne gli abusi o trovare altre soluzioni minime per gli esclusi, si punta a cancellare il RDC. In Germania la crisi ha portato a estendere il sussidio in questi giorni. Dopo 17 anni Hartz-IV dal gennaio 2023 sarà sostituito dal “Bürgergeld“ un vero reddito di base, che si avvicina a quello italiano, con prestazioni aumentate, minori sanzioni e meno severe, ritenendo le attuali non conformi alla loro Costituzione. I beneficiari verranno trattati con maggior "rispetto" e "dignità".

È evidente che è necessario ridurre a non più di tre i contratti di lavoro: indeterminato, determinato, occasionale. Tutti comprendenti le tutele pensionistiche e sanitarie E’ anche necessaria una legge che regoli e riduca la formazione di sigle sindacali che oggi sono più di novecento. Utili solo per abbassare e indebolire il livello della contrattazione.

3)           I migranti e l’assenza di idee. In più occasioni, in particolare qui due anni fa, ho espresso l’opinione che non c’è alcuna destra né alcuna sinistra che abbia un progetto per affrontare in qualche modo il complicato problema delle migrazioni ed in particolare l’immigrazione di irregolari e di clandestini che è la forma prevalente di entrata nel nostro paese.

Qui faccio solo una sintesi di quanto penso. La destra sarebbe quella che risolverebbe il problema (!) chiudendo i porti e le porte e aggiungendo venature di xenofobia e antirazzismo che diventano esplicite in una parte dei loro sostenitori. La sinistra sarebbe quella che risolverebbe il problema (!!) aprendo porte e porti agli immigrati di qualunque tipo e provenienza, ritenendo irrilevante che centinaia di migliaia di irregolari (almeno 700 mila dal 2015 ad oggi) entrino e si disperdano nel paese, con scarsa attenzione al loro destino prima e dopo il loro tragitto di clandestini. Le ONG che intervengono in mare per salvare barconi e persone in difficoltà confondono una azione di volontariato umanitario con un progetto, ad oggi del tutto inesistente, di soluzione a lungo termine del problema. Contribuendo forse alla fine a peggiorare la situazione.

Il risultato è l’assenza di idee. Al massimo si è arrivati a finanziamenti ambigui con l’obiettivo di ridurre l’attività degli scafisti.

Sono sempre più convinto che l’unico tentativo che valga la pena di percorrere è quello di sostituire lo Stato e l’Europa agli scafisti, aprire qualche decina di strutture a fianco di ambasciate e consolati nell’Est Europa, in Africa e in alcune zone dell’Asia, attraverso le quali organizzare corridoi umanitari e strutture di ricezione e integrazione di alcune decine di migliaia di persone, che possiamo accogliere ogni anno e addirittura ci sono necessarie, garantendo un reddito minimo provvisorio di sopravvivenza, assistenza sanitaria, istruzione e formazione di base, avvio al lavoro in tutti i settori nei quali annualmente viene richiesta questa manodopera. Si stroncherebbero così tutti i canali dei percorsi irregolari che sono oggi molto diffusi. Il più noto è quello degli stagionali clandestini, arruolati in nero dai caporali e super sfruttati, ormai dilaganti dal sud al nord in tutto il paese. Per non parlare dei percorsi organizzati verso spaccio e prostituzione.

I corridoi umanitari potrebbero dare priorità ai più disagiati (in fuga da guerre e crisi ambientali) privilegiando nuclei famigliari (che invece lo scafismo distrugge), contrastando duramente gli ingressi irregolari, la clandestinità, il super sfruttamento. Riducendo i migranti economici ed esaurendo il ruolo dello scafismo attraverso il quale non si entrerebbe nel circuito di assistenza, tutela e integrazione. Simbolicamente il primo intervento potrebbe essere lo svuotamento dei centri di detenzione libici.

I corridoi umanitari esistono già da alcuni anni, non solo in Italia, praticati solo da alcune associazioni cattoliche (Sant'Egidio, Evangelici, Valdesi) con la collaborazione del Ministero dell’interno. Fra gli ultimi interventi, che hanno già coinvolto parecchie migliaia di persone, Libano, Siria e di recente Afghanistan. L’azione diretta dello Stato svuoterebbe le vie illegali e renderebbe più realistica la possibilità di una azione di tipo europeo che coinvolga tutti i paesi disponibili della UE.

4)           - La conversione ecologica dell’intera società ed economia (punto 2) resta una dichiarazione di principio se non avvia una fase di transizione che modifica ed in alcuni casi rovescia l’attuale modello sociale, formatosi nel secolo scorso ed oggi da superare al più presto. Si tratta di un percorso probabilmente inevitabile e più lo si rallenta più le difficoltà e i costi potranno diventare pesanti. Rimandando a interventi specifici i temi dell’Istruzione per tutti e della Sanità decentrata cito in sintesi tre aree che mi sembrano le più importanti:

a) - Abitare - Le abitazioni devono diventare autosufficienti con le rinnovabili dal punto di vista dei consumi energetici (illuminazione, servizi, riscaldamento) consumando energia dalla rete solo per una piccola parte e solo in alcuni momenti del giorno. Riversando nella rete l’eventuale surplus semplificando le procedure che hanno solo la funzione di boicottaggio dell’autogestione. Le nuove costruzioni e le ristrutturazioni devono prevedere forme di recupero delle acque piovane e l’ombreggiamento estivo diffuso al fine di azzerare l’uso di condizionatori energivori estivi. Tutti gli appartamenti devono prevedere terrazzi e/o aree esterne per piccole autoproduzioni alimentari. Tutti questi accorgimenti esistono già, seppure in zone limitate, in diverse parti del pianeta.

b) - Muoversi - Bisogna superare l’idea che il vettore più naturale e principale per muoversi sia l’auto. Ciò a prescindere se abbia motore endotermico, batterie elettriche, od altri futuri improbabili sistemi di alimentazione. L’auto è un retaggio del secolo scorso che non possiamo più permetterci se non nei momenti e per gli usi per i quali è indispensabile. Dobbiamo stravolgere completamente la mobilità singola e privata con la diffusione di reti metropolitane in tutte le grandi e medie città (sopra i 100mila abitanti). Le auto elettriche sono solo un diversivo e una fonte di finanziamento statale delle multinazionali del settore attraverso gli incentivi. Anche parecchi ambientalisti son plagiati dalla singolare idea che le elettriche e l’elettrico in sé siano sostenibili. Le elettriche attuali, il cui mercato italiano negli ultimi mesi è addirittura in flessione, vanno per lo più a petrolio, gas e carbone sebbene con emissioni differite alla fonte nelle centrali. Nei prossimi dieci anni servirebbe la costruzione di un migliaio di km di rete metro in una quindicina di grandi città italiane. Ho stimato un costo di 10 mld all’anno ma i risparmi degli utenti oltre ai vantaggi ambientali, di tempo e di stress sarebbero maggiori anche pagando una tassa annuale per la libera circolazione sulla rete. Inevitabilmente alcune multinazionali distribuirebbero dividendi un po’ minori ai propri azionisti.

c) - Mangiare - Sebbene sembri singolare il primo obiettivo da raggiungere nel campo della alimentazione è quella di riequilibrare le diete degli italiani per combattere l’obesità. Il secondo obiettivo è quello di garantire una alimentazione sufficiente per tutti. Il terzo obiettivo è quello di ridurre alla metà il consumo di carni (specie quelle rosse) e ridurre, diradare, e migliorare le condizioni degli allevamenti intensivi. Nell’insieme si dovrebbe spostare la produzione di cereali di vario tipo dal consumo animale al consumo umano e avvicinare il più possibile i luoghi della produzione e quelli del consumo (io la chiamo autarchia ecologista, di solito si chiama km zero). 

*

La disgregazione del M5S che è iniziata già 5 anni fa ci insegna che non basta avere un progetto generico ed alcuni obiettivi del tutto condivisibili di tipo solidale orientati ad un cambiamento della società e auspicare un percorso di conversione ecologica.  Sono state sottovalutate le reazioni di chi è ostile e la necessità di avere un gruppo dirigente in grado di rispondere alle aggressioni dei media in modo organizzato e con propri strumenti mediatici all’altezza dello scontro. Ci si è affidati alle efficaci battute di Grillo, finché ha retto, o all’idea che con Roussou si potesse sostituire un dibattito interno meticoloso con periodiche consultazioni on line preparate da.. nulla.

E’ stato un grave errore (credo di Di Maio) cadere ingenuamente in trappole come quella di ottenere la riduzione dei parlamentari ( invece di ridurre l’indennità e contenere la riduzione del numero) senza contemporaneamente depotenziare il rosatellum. Senza l’eliminazione dei collegi uninominali, delle coalizioni prevoto e senza l’imposizione di un quorum adeguato a evitare i partitini veri o finti aggregati ai due poli, era scontato lo scenario presente: il ricatto del voto utile, il bipolarismo forzoso, la proliferazione delle piccole sigle. La scelta del “soli contro tutti” non deve essere scontata.

La frammentazione politica non può essere trascurata come fosse irrilevante: è un segnale seppure distorto della frammentazione sociale. In assenza di un forte protagonista dell’alternativa si producono aggregati numerosi, di poco peso, fallimentari, che segnalano l’insufficienza di progetti convincenti. Si ripresenta il trasformismo senza pudori, la proliferazione dei cosiddetti “cambia casacca”, il prevalere di un eccessivo personalismo e narcisismo di piccoli leader di scarso peso.

Qualche mese fa indicando la frammentazione in corso ho contato circa 30 sigle che in modi diversi si dichiarano, pur con grande confusione “alternativi”. Qualche giorno dopo è comparso un intervento che allargando il campo comprendendo l’intero centrosinistra in senso lato arrivava a contare 50 sigle. Conteremo nei prossimi giorni quante centinaia di migliaia di voti verranno dispersi da liste che non eleggeranno nessuno, o magari pochi miracolati che in Parlamento non avranno, ne potrebbero avere, alcun peso se non quello del proprio stipendio. Voti dispersi che vanno aggiunti ai 10-12 milioni di voti che negli uninominali verranno cancellati totalmente dal rosatellum. Pochi se ne rendono conto ma praticamente è come se non si avesse votato e si fosse regalato il proprio voto ad altri. 

24 settembre 2022

11 settembre 2022

Sicurezza batte welfare, c’era una volta la Svezia

Oggi al voto nell’incertezza. Gli ultimi sondaggi danno i socialdemocratici al 30%, mentre il partito di estrema destra dei “democratici svedesi” con il 21% potrebbe sorpassare per la prima volta i conservatori. La premier uscente, Magdalena Andersson, prova a giocarsi una proposta di “unità nazionale”

di Roberto Pietrobon *

C’erano una volta la socialdemocrazia svedese, Olof Palme, il welfare state più avanzato al mondo e la piena occupazione. Lontani ricordi di una Svezia che oggi al voto si presenta con molti problemi e con poche soluzioni. L’immagine del paese continua a poggiare su un equilibrio imperfetto dove lo Stato chiede, in termini di tasse e contributi ma restituisce anche, in termini di servizi e protezione sociale. In verità le diseguaglianze aumentano, mano a mano che ci si sposta, dai centri delle grandi città alle periferie o alle vaste contee della penisola.

LA MULTIETNICA e accogliente Stoccolma lascia il passo a quella dei sobborghi dove si registrano quotidiani episodi di criminalità che hanno portato a registrare nel 2021: 335 sparatorie, 112 feriti e 46 morti su una popolazione complessiva di 10 milioni di persone. Una media di 4 cittadini uccisi da arma da fuoco ogni milione di abitanti. La percentuale più alta di tutta l’Ue. Di fronte a questi dati, amplificati dai mass media e dalla politica, la vera polarizzazione nella campagna elettorale è stata tra chi proponeva la ricetta più convincente per contrastare questi fenomeni che coinvolgono, sempre di più, giovani e giovanissimi.

LA RISPOSTA di Sverigedemokraterna (democratici svedesi) è stata nel solco dell’estrema destra europea e americana indicando nei migranti le uniche cause della recrudescenza della criminalità (soprattutto giovanile) alla quale i socialdemocratici rispondono promettendo l’assunzione di 50 mila nuovi poliziotti entro il 2034 e norme più severe contro l’abbandono scolastico. I temi legati alla sicurezza hanno, quindi, dominato buona parte del dibattito politico tanto da polarizzare l’opinione pubblica sui due partiti: i socialdemocratici al 30% e i “democratici svedesi” al 21%. Dati registrati venerdì che, se confermati, rappresenterebbero un evento storico con il sorpasso dell’estrema destra sui conservatori, dati al 17%. L’ultimo sondaggio vede i due blocchi di centro sinistra e centro destra sostanzialmente alla pari con un vantaggio di qualche decimale e un solo deputato a favore di socialdemocratici, Partito della sinistra (8%), centristi (7,1%) e Verdi (4,5%) mentre, dall’altra parte, oltre ai conservatori e all’estrema destra i democristiani sarebbero al 5,9% e i liberali a 5,2%.

Lunedì la premier uscente, Magdalena Andersson, ha provato a giocarsi una proposta di “unità nazionale” con stanziamenti straordinari a favore delle imprese per fare fronte ai rincari delle bollette, determinati dagli aumenti sul mercato dell’energia più che dall’interruzione del gas russo. La Svezia importa da Mosca circa il 2% del fabbisogno nazionale, avendo tre centrali nucleari attive e molteplici impianti di produzione da energie rinnovabili oltre a quella proveniente dalla vicina Norvegia. La mossa della leader socialdemocratica le ha permesso un piccolo recupero senza, però, nessun indebolimento dell’estrema destra.

A SPOSTARE il dibattito sulle cause dell’aumento della criminalità giovanile ci ha provato, invece, il Vänsterpartiet (partito della sinistra) guidato dalla giovane e radicale Nooshi Dadgostar. Nooshi da quando ha assunto la leadership di V ha deciso di abbandonare lo storico atteggiamento subalterno alla socialdemocrazia incalzando, da sinistra, il governo a partire dal tema degli affitti sociali che, lo scorso anno, gli diedero molta visibilità e consenso. Consenso che la giovane leader di origine curdo iraniane ha giocato in campagna elettorale focalizzandosi sul superamento della “scuola di mercato” indicata come causa della divisione di classe tra le giovani generazioni e anche dei fenomeni di criminalità giovanile.

Anche i socialdemocratici hanno deciso, dopo anni di adesione acritica a quell’impianto, di promettere una revisione della legge del ’92. Scelta dettata, però, più dagli scandali finanziari che hanno interessato le scuole private piuttosto che dal modello educativo che hanno prodotto. Gli scenari ad oggi potrebbero quindi essere diversi: da una vittoria risicata di uno dei due schieramenti a una grande coalizione tra socialdemocratici e moderati. Tutte ipotesi che dovranno fare i conti con le urne che chiuderanno questa sera.

nella foto: Stoccolma, poliziotti davanti ai manifesti di Ulf Kristersson (Partito dei moderati) e Magdalena Andersson (socialdemocratici)

* da il manifesto – 11 settembre 2022

10 settembre 2022

Assalto al bilancio: spese militari per 12,5 miliardi

 Effetti collaterali:  Dallo scioglimento della camere presentati oltre 20 programmi di riarmo

di Emanuele Giordana *

Se la pace brilla per assenza nei programmi elettorali, le spese militari al contrario brillano, crisi o non crisi di governo, per presenza nei lavori parlamentari.
Lo denuncia in dettaglio l’Osservatorio Milex sulle spese militari italiane che ha diffuso una nota in cui si spiega che, dallo scioglimento delle Camere il 21 luglio scorso, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha sottoposto all’esame del parlamento oltre venti programmi di riarmo per un investimento totale pluriennale per le prime fasi confermate che supera i 12,5 miliardi di euro.
L’onere complessivo delle successive fasi dei programmi, già prefigurate ma non ancora sottoposte a voto, potrebbe superare i 22 miliardi di euro nel corso degli anni di vita dei vari progetti. Queste decisioni, che impegnano fondi su futuri vari bilanci dello Stato, scrive Milex nella nota, sono proposte e discusse con un esecutivo che dovrebbe solo garantire il “disbrigo degli affari correnti” in attesa delle elezioni.


«Evidentemente – commenta sarcastico Francesco Vignarca di Rete pace disarmo – la frase ‘disbrigo degli affari correnti’ si applica diversamente a seconda del tema. Ed è un nodo politico direi, se un parlamento che non fa nulla viene convocato velocemente (ieri ndr) per portare a casa almeno una parte di questi 12 miliardi. Aggiungo che, come accade dall’agosto 2021, siamo in presenza di programmi che, se approvati tutti, porterebbero a una spesa, spalmata su diversi anni, di quasi 30 miliardi. E vorrei aggiungere infine che in Commissione Difesa tutto è sempre stato approvato all’unanimità: non c’è mai stato un solo parlamentare che si sia opposto…».
Gli esempi sono numerosi. Cinque programmi (scudo antimissile, armamento droni Predator, elicotteri Carabinieri, sistemi di ricognizione aerea, razzi anticarro) per una spesa complessiva pluriennale di quasi un miliardo sono stati presentati al parlamento il 26 luglio e approvati velocemente (e all’unanimità) dalle Commissioni Difesa di Senato e Camera rispettivamente il 2 e 3 agosto. Altri sei programmi (nuovi pattugliatori e cacciamine della Marina, ammodernamento degli elicotteri per la Marina, missili antiaerei, ammodernamento di cacciatorpediniere per la Marina e carri armati per l’Esercito) per una spesa complessiva pluriennale di oltre 6 miliardi sono stati presentati dal Ministero tra il 3 e il 10 agosto e calendarizzati per l’esame in commissione Difesa della Camera a partire da ieri.
Ulteriori dieci programmi (elicotteri d’addestramento, gestione droni, navi anfibie per la Marina, radiotrasmissioni, satelliti spia, bazooka, un sistema di piattaforma stratosferica, droni di sorveglianza, potenziamento di capacità per brigata tattica, nuovi carri armati leggeri) per una spesa totale pluriennale di oltre 5,5 miliardi sono infine stati inviati al parlamento dal ministro il 1 settembre anche se non è chiaro – conclude la nota di Milex sulla lista della spesa – se le competenti Commissioni parlamentari arriveranno a calendarizzare i pareri (obbligatori) su questi atti dell’esecutivo nei pochi giorni di vita che separano la XVIII legislatura dalla sua fine.
Non è finita. Sempre Milex ricorda che si deve aggiungere anche una richiesta per l’ammodernamento e rinnovamento di un sistema satellitare Sicral3 presentata l’11 luglio (345 milioni di euro) e che nel 2022 sono stati votati (sempre all’unanimità) pareri positivi per programmi d’armamento presentati nel 2021 ma discussi nell’anno successivo per un controvalore totale approvato di quasi 4 miliardi. Su nessuno di questi dossier il parlamento ha mai ritenuto di dover sentire anche le campagne della società civile italiana che si oppongono al riarmo che ci ritroveremo, quale che ne sia il colore, anche nella prossima legislatura.

*   da il manifesto - 10 settembre 2022

8 settembre 2022

La Germania non crede più che il mercato favorisca la democrazia

di Pierre Haski *

In settimana la ministra degli esteri tedesca, l’ecologista Annalena Baerbock, ha rimesso in discussione uno dei princìpi cardine della diplomazia del suo paese: wandel durch handel, ovvero il cambiamento attraverso il mercato. In altri termini si tratta dell’idea secondo cui gli scambi economici favorirebbero la democrazia e la pace. Due esempi pratici sono la Russia e la Cina, paesi con cui la Germania ha tessuto legami economici molto stretti e con cui si trova oggi in contrasto.

In un discorso pronunciato davanti agli ambasciatori tedeschi riuniti a Berlino, Baerbock ha dichiarato che “l’interdipendenza economica comporta diversi rischi. Il commercio non è automaticamente seguito da cambiamenti democratici”.

Fredda ironia
È una svolta che pone la Germania davanti alla sfida di ridefinire il suo ruolo nel mondo e le sue relazioni internazionali. Una situazione non semplice.

A provocare questa presa di coscienza, evidentemente, è il gas russo. Il 24 febbraio scorso, giorno dell’invasione russa dell’Ucraina, è stato anche il giorno di un doloroso risveglio per la Germania. Fino alla fine Berlino ha difeso il Nord stream 2, il gasdotto russo che non entrerà mai in funzione. Alla fine Mosca ha chiuso anche i rubinetti del Nord stream 1. In un video pubblicato sui social network il gigante Gazprom ha ironizzato su un’Europa che avrà freddo a causa della sua opposizione alla Russia.


La rottura con la Russia avviene nel dolore della guerra in Ucraina

La Germania, dunque, rivaluta radicalmente la sua politica economica internazionale dopo essersi ritrovata dipendente dalla Russia per l’energia e dalla Cina per il suo immenso mercato. Se alle grandi case automobilistiche o ai produttori di macchine utensili tedeschi si togliesse il mercato cinese scoppierebbe una crisi di grande portata. Per oltre due decenni l’industria tedesca è stata un partner chiave dell’ascesa economica cinese. Il risveglio, in questo caso, è arrivato con il tentativo cinese di fare man bassa sul gioiello della robotica Kuka, quando l’inverso sarebbe impossibile. Non è facile trarre le conclusioni di questa presa di coscienza. La rottura con la Russia avviene nel dolore della guerra in Ucraina e nella necessità di trovare nuove fonti di energia. Berlino non aveva più scelta.

Con la Cina la situazione è più complessa, perché parliamo di miliardi di euro di investimenti e scambi con un paese considerato dalla Germania e dall’Europa sempre più come un “rivale sistemico”, per usare una formula della Commissione europea. La Cina, soprattutto, è impegnata politicamente al fianco della Russia nella crisi ucraina.

La Germania, al pari della Francia, continua a coltivare la speranza di poter trattare con Cina e Russia separatamente. La settimana scorsa Emmanuel Macron ha dichiarato di non voler prendere posizione nella guerra fredda sino-americana. La Germania condivide questa scelta: il futuro ci dirà quanto sia realistica. Di sicuro l’illusione secondo cui il commercio dovrebbe ammorbidire i costumi politici è scomparsa, e con essa una certa idea di globalizzazione, uccisa dal covid, dall’invasione dell’Ucraina e dalla svolta totalitaria dei regimi che speravamo potessero intraprendere il cammino della democrazia.

nella foto: Shanghai, 6 novembre 2018. Lo stand della Kuka alla China international import expo. (Ding Ting, Xinhua/Zuma Wire/Ansa)

* fonte France Inter, Francia -   da internazionale .it 7 settembre 2022

( traduzione di Andrea Sparacino)

1 settembre 2022

Stagionali sfruttati, Catalfo (M5S): “Il Pd oggi parla di salario minimo ma ha bocciato la nostra proposta in Senato”

di Marta Vigneri - tpi.it *

 “L’inchiesta sugli stagionali sfruttati in Salento è agghiacciante, per ciò che riguarda le condizioni di lavoro, il numero delle ore lavorate, la tipologia di offerta, il salario, l’assenza di un potere contrattuale e di sicurezza sul lavoro. Ci fa vedere uno spaccato preoccupante, che dimostra che non è vero che non ci siano lavori stagionali in Italia. Come vediamo dai dati dell’osservatorio Inps i lavoratori stagionali piuttosto che diminuire sono aumentati: lo scorso anno sono stati 260mila in più del 2018, quando il reddito di cittadinanza non esisteva, e da gennaio a maggio 2022 si è registrata una crescita del 60 per cento rispetto allo stesso periodo del 2021″: così Nunzia Catalfo, ex ministra del Lavoro nel governo Conte II e senatrice del M5S, commenta l’inchiesta di Tpi realizzata da Massimiliano Andreetta e Sara Giudice, che mostra lo sfruttamento a cui sono sottoposti i lavoratori stagionali in cerca di un impiego estivo in Salento, costretti a coprire doppi turni per un arco complessivo di 18 ore nella cucina di un ristorante, 7 giorni su 7, senza diritto al riposo settimanale, per tre euro l’ora e senza contratto.

Catalfo è la prima firmataria della proposta di legge sul salario minimo depositata in Senato ad aprile del 2021 ma infine bloccata in Commissione Lavoro. “La proposta è rimasta ferma in Commissione lavoro per anni, anche dopo aver ripreso la discussione a dicembre. Che alcuni partiti, come il Pd, la inseriscano oggi nel programma elettorale quando si è avuta la possibilità di metterla in atto, mi lascia più che perplessa, perché le vere intenzioni si dimostrano con i fatti”, osserva la ex ministra e coordinatrice del Comitato per le politiche del lavoro del M5S, che non è candidata per un seggio in Parlamento per via della regola del doppio mandato.

“Noi avevamo la possibilità di poterla dibattere ampiamente in commissione e approvare, eliminando il problema dei salari, diminuiti in Italia negli ultimi 30 anni come certificato dall’Ocse, mentre in tutti gli altri Paesi dell’Ue sono aumentati. Come dimostra la vostra inchiesta, avere un salario di 3 euro e 50 vuol dire essere schiavi. Utilizzo un termine forte, ma il salario deve consentire di vivere una vita dignitosa, il datore deve versare i giusti contributi. Poi si può fare tanto anche per le imprese a livello di cuneo fiscale, incentivi e detassazione degli incrementi retributivi derivanti dai rinnovi dei contratti, elementi presenti anche nel disegno di legge che avevo depositato, ma il dato di fatto è che tutti i partiti non hanno voluto intervenire”, spiega Catalfo.

A presentare emendamenti soppressivi di alcune parti del disegno di legge, compresa quella che fissava la soglia minima a nove euro, sono stati non solo i partiti di centrodestra, ma anche il Pd, che nel programma elettorale presentato in vista delle prossime elezioni ha invece inserito il salario minimo legale tra le proposte. “Anche se verbalmente sembrava si fosse trovato un accordo, negli emendamenti presentati dal Pd c’era la richiesta di soppressione di elementi importanti, compresa la soglia minima – spiega Catalfo – Ma se non la si vuole allora il risultato sono 3,50 euro l’ora. È questa una soglia dignitosa, soprattutto per quelle forze politiche che poi inseriscono il salario minimo nel programma elettorale? Parlare della proposta ora, dopo che si è avuto tutto il tempo di discuterne nel merito, vuol dire semplicemente fare campagna elettorale, perché le cose se si vogliono fare si fanno, e non avremmo avuto uno spaccato vergognoso come quello dell’inchiesta se si fosse andato avanti nella discussione”.

“Le condizioni svelate dall’inchiesta – continua la senatrice M5S – sono vergognose, non di un Paese in cui si parla di welfare, diritto del lavoro, nuove tecnologie. È una cosa che mi fa paura, e ci sono state denunce simili anche da parte di altri lavoratori, quindi la realtà dell’inchiesta non è un caso isolato”. Ancora una volta la narrazione sul reddito di cittadinanza, che vede la misura come un ostacolo alla ricerca di lavoro da parte di percettori che preferiscono ricevere l’indennità mensile piuttosto che accettare un’offerta, risulta fuorviante.

Non è che gli stagionali non accettano il lavoro a causa del reddito, ma a causa delle condizioni offerte e della precarizzazione del lavoro, un tema che tra l’altro faceva anche parte dei nove punti presentati a Draghi da Giuseppe Conte. Ma ci è stato detto di no. Non ci si rende conto che tutto questo va contro le stesse imprese italiane, perché avere lavoratori a basso reddito vuol dire avere cittadini con basso potere d’acquisto, con un impatto negativo sull’economia stessa, il Pil interno e la domanda aggregata, un circolo vizioso da cui bisogna uscire, da cui tutti gli altri Paesi dell’Ue sono usciti. Un tema che tocca l’economia e i diritti“, conclude.

Video: https://www.youtube.com/watch?v=NbwafPUNlQM&t=876s

* da tpi.it del 31 agosto 2022

30 agosto 2022

Crisi climatica, il cambiamento parte dalle scuole

 

di Guido Viale *

Riusciranno le 100mila firma raccolte da Repubblica in calce alla “lettera-appello degli scienziati alla politica” perché prenda atto della gravità della crisi climatica a spostare in prima pagina, e tutti i giorni, dal ghetto redazionale di Green&Blue, gli articoli sulle cause della scomparsa del Po, dello scioglimento dei ghiacci, degli incendi di metà delle foreste del pianeta, delle ondate di calore che si alternano ad alluvioni devastanti, ecc.? E quand’anche quelle firme facessero l’effetto cercato, chi mai si occuperà di realizzarla, la conversione ecologica? La fantomatica agenda Draghi, fatta di guerre, armi, gas e Grandi Opere? Cingolani, che pensa solo ai gassificatori e ad allungare la vita della Ferrari? Il ministro Giovannini, alfiere dello “sviluppo sostenibile” con Alta Velocità e nuove autostrade (e ora anche con il Ponte sullo Stretto)? Oppure “l’agenda Meloni”: Dio, patria e famiglia? Quella sì che ci metterà al sicuro dal disastro!

Basta pensarci per capire che senza una radicale sostituzione di tutta la classe dirigente presente e in arrivo – non solo in Italia, ma in tutto il mondo – non ci si schioderà dalla deriva che ci sta portando alla catastrofe. Ma chi può mai prendere il posto di un establishment bollito in tutte le sue versioni?

Una nuova classe dirigente

Un candidato c’è. Sono le nuove generazioni sotto i cui piedi la Terra brucia, si dissecca, si dissesta, preparando loro, nel migliore dei casi, una vita d’inferno. Che se ne siano accorte lo dimostra, prima e soprattutto dopo la comparsa di Greta, il movimento Fridays for Future e gli altri movimenti fratelli. Ma per formarsi come nuova classe dirigente nei tempi stretti che rimangono, non basta manifestare, protestare, appellarsi alla “Scienza”. Occorre sperimentare e cominciare a praticare delle vere alternative. A partire da dove il movimento è nato con gli scioperi del venerdì.

Le scuole sono punti nevralgici di ogni possibile ricomposizione di una comunità di umani, di territori e di altri esseri viventi alleati per salvaguardare i rapporti reciproci che li tengono in vita. Le scuole dovrebbero essere i luoghi deputati a trasmettere tra le generazioni saperi frutto di decenni, secoli e millenni di esperienze. Ma la generazione presente, quella adulta, sta dimostrando ben poca attenzione per quello che le succede intorno. Ha imparato ben poco dalle generazioni precedenti (relegandolo nelle soffitte di un’Accademia fine a se stessa) e non ha quasi più niente da trasmettere alle nuove generazioni, se non tecniche avulse dalla consapevolezza delle conseguenze della loro applicazione.

Nuove generazioni: Davide contro Golia

Per questo è nelle scuole, innanzitutto, che occorre invertire rotta: fare sì che siano le nuove generazioni – quelle che hanno capito o capiscono che ne va del futuro di tutti – a trasmettere alle generazioni precedenti questa loro consapevolezza. Promuovendo un cambio radicale dei programmi scolastici; delle pratiche didattiche; dei rapporti tra allievi e docenti; di quelli tra interno (alla scuola) ed esterno (innanzitutto le rispettive famiglie); di quelli tra vita quotidiana e istituzioni. E soprattutto del rapporto tra gli esseri umani e il resto del mondo: alla scoperta del fatto che siamo parte di questo mondo, ma anche che il resto del mondo fa parte di noi. E poi battersi, perché la scuola sia aperta a tutti, tutto il giorno, abbia pannelli solari, pompe di calore, coibentazione dei muri, orti didattici nelle pertinenze. Perché sia di esempio per tutti.

E’ dalle scuole che deve iniziare l’abbandono di quella cultura antropocentrica che ha dominato gli ultimi secoli in Europa e poi nel mondo e delle attività che ne sono conseguite: quelle che con l’avvento dell’Antropocene stanno portando all’estinzione la specie umana e non solo.

Un compito da Davide contro Golia, ma gli attivisti di Fridays for Future e i loro compagni di mobilitazione devono avere il coraggio di farsi Davide contro il Golia di un sistema di dominio che fino ad ora ha irriso – o solo finto di prendere sul serio, il che è ancora peggio – la loro irrilevanza, la loro “minore età”, la loro “incompetenza”. Loro sì, invece, che sanno il da farsi … E’ già successo in un non lontano passato che un confronto del genere si verificasse, sconvolgendo per qualche tempo i saperi e i poteri costituiti, ma quel compito non è riuscito ad arrivare a buon fine. Ora però il tempo stringe e “non c’è alternativa”.

Le scuole possono diventare un punto di accumulo delle forze necessarie a invertire l’attuale deriva, per poi riverberarsi, anche attraverso un salutare shock nelle famiglie, sui quartieri, sul territorio, sulle aziende, sulle fabbriche, sulle istituzioni. Non si può pretendere che le classi dominanti e i governi alle loro dipendenze cambino completamente le loro stupide agende senza che i veri interessati a questo cambiamento dimostrino di essere capaci di farlo loro: per lo meno nel loro ambiente naturale, che è la scuola. Una scuola aperta, dove ci sia posto per tutte le persone di buona volontà ecologica.

* dal blog - 12 agosto 2022

28 agosto 2022

Caro energia, altro che transizione ecologica: le utility dei servizi puntano ai dividendi

 di Dario Balotta *

Il cda di A2A ha proposto, come gli anni passati, all’assemblea lauti dividendi di € 0,0904 per azione, che per il Comune di Brescia significano circa € 73.000.00, per il Comune di Milano circa € 73.000.000, per i privati – compresi i fondi – circa € 146.000.000. Un totale di circa € 292.000.000 a fronte di utili netti di € 504.000.000 per il 2021. 

I I ricavi in salita del 33% per Enel e del 69% per A2A resi noti in questi giorni evidenziano che tutto il settore energetico (produzione e distribuzione) da Eni ed Edison, Hera ed Acea e Snam godono di ottima salute. Se il governo cerca di tassare (con un misero 10%) gli extra profitti delle aziende energetiche per compensare i rincari, i due produttori controllati da società pubbliche (A2A ed Enel) hanno già deciso di far passare all’incasso i loro azionisti prima di eventuali interventi regolatori del governo, che è anche il titolare delle concessioni.

Forse è arrivato il momento che come per le concessioni di aeroporti, Sea di Milano e Adr di Fiumicino, e delle autostrade il governo definisca un modello di regole che corregga queste distorsioni. Se un solo tetto agli utili potrebbe essere eccessivamente lesivo degli interessi delle aziende, allora stabilisca un price cup concordato all’inizio del periodo concessorio o della convenzione con le aziende. Le tariffe devono tener conto della produttività, dell’innovazione di processo e di prodotto e spingere agli investimenti piuttosto che alla rendita. Il price cup avrebbe effetti di ammodernamento di tutto il settore dei servizi italiano, oggi tra i meno efficienti d’Europa. I dividendi sono dovuti invece alla continua crescita dei prezzi dell’energia, che incide negativamente sul reddito delle famiglie, sui conti delle imprese e sulla crescita dell’inflazione.

Enel ed A2a sono i principali gestori degli impianti idroelettrici italiani, affidati in concessione dallo Stato e da tempo ammortizzati, che contribuiscono a generare gli ingenti extraprofitti delle due aziende. A2A fa sapere che l’incremento degli utili a 540 milioni non è derivato solo dalla maggiore redditività delle rinnovabili, venduta allo stesso prezzo di quella più costosa generata da petrolio e gas, ma anche da “l’ottimo andamento del mercato dei servizi di dispacciamento”, cioè dei servizi di trasmissione e distribuzione di energia a Milano – in particolare acquistati da Terna (il gestore della rete distributiva) per il mantenimento del bilanciamento dei flussi energetici sulla rete.

Anche il teleriscaldamento ha prodotto enormi introiti per A2A, poiché si è verificata una crescita significativa dei prezzi del servizio allineata all’incremento delle quotazioni del gas naturale. L’Arera (Authority dell’energia) ha deciso di aprire un’inchiesta su questo fenomeno ritenuto ingiustificato, perché il servizio di teleriscaldamento è erogato in regime di monopolio “da un unico esercente verticalmente integrato”. A2A gestisce la maggior rete di teleriscaldamento nazionale di cui 700 km a Brescia e 200 km a Milano, il cui calore è generato al 70% dalla combustione dei rifiuti e solo il 30% dal metano. Calore che essendo prodotto dai rifiuti permette ricavi sia per l’energia prodotta che per il costoso incenerimento dei rifiuti.

A2A si dice pronta per la riattivazione della centrale a carbone di Monfalcone e a sospendere le forniture alle industrie energivore. Anziché mettere in campo ogni alternativa ed accelerare gli investimenti nelle rinnovabili per allontanare questa prospettiva, la multiutility si mette subito a disposizione del governo. Prima gli utili, i dividendi, poi l’emergenza con il ritorno al passato. Altro che transizione ecologica.

·        *  esperto di trasporti e ambiente - da FQ 26 marzo 2022

leggi anche: Ripresa e caro energia fanno bene ai bilanci dei produttori. Nel 2021 volano i ricavi e i profitti di Enel ed A2a

Germania: Caro energia, come è andato il biglietto da 9 euro: un tedesco su 5 ha sostituito l’auto col treno

 Pregi e difetti della misura La misura pensata per aiutare le famiglie tedesche ad affrontare la crisi energetica ed economica è iniziata a giugno e scadrà con la fine di agosto: è stato un successo in termini quantitativi, con 21 milioni di ticket venduti solo nel primo mese e un +56% in più di viaggi in treno rispetto al 2019. I problemi invece riguardano il costo dell'investimento - quasi 4 miliardi - e l'inefficienza delle infrastrutture di fronte a un grande afflusso di utenti. Ma a Berlino e Amburgo i presidenti dei Länder già valutano una proroga, almeno fino a dicembre

di Daniele Fiori  *

Il cancelliere tedesco Olaf Scholz lo ha definito “una delle migliori idee che abbiamo avuto”. Per tre mesi la Germania ha sperimentato il 9-Euro-Ticket, un biglietto mensile a 9 euro per poter viaggiare sulle reti di trasporto pubblico regionali e locali. Una misura pensata per aiutare le famiglie tedesche ad affrontare la crisi energetica ed economica innescata dall’invasione russa dell’Ucraina, puntando al contempo a incentivare l’utilizzo di treni e bus al posto dell’auto. Con la fine di agosto, però, i tre mesi di prova sono terminati: il governo ora si interroga su come proseguire in questa direzione. Da un lato ci sono i costi dell’iniziativa – circa 3,7 miliardi totali, di cui 2,5 dalle casse federali – e le lacune emerse nelle infrastrutture tedesche, che necessiterebbero di ulteriori investimenti. D’altra parte, però, ci sono i dati che dimostrano quale sia stato l’impatto della misura sulle abitudini dei tedeschi: l’Associazione delle compagnie di trasporto tedesche (VDV) ha comunicato che solo nel mese di giugno sono stati venduti 21 milioni di biglietti. Mentre da un sondaggio YouGov condotto per l’agenzia dpa emerge che un tedesco su cinque (il 18%) ha dichiarato di aver completamente sostituito la propria auto con il trasporto pubblico locale.

Il sondaggio – Il biglietto da 9 euro scade mercoledì prossimo, 31 agosto. Un drastico ritorno alla normalità: da giugno, infatti, i passeggeri hanno potuto utilizzare tutti i trasporti locali in Germania per un mese per nove euro. La misura faceva parte di un pacchetto di aiuti approvato dal governo tedesco per contrastare il forte aumento dei prezzi dell’energia, contribuendo a far calare l’utilizzo delle vetture private, visto il costo della benzina. Secondo la rilevazione di YouGov, circa il 31% degli adulti ha affermato di aver utilizzato frequentemente il biglietto promozionale su percorsi che altrimenti avrebbero svolto in auto. Un ulteriore 18% ha dichiarato appunto di aver sostituito l’auto con bus o treni. Un altro 22% ha utilizzato il biglietto scontato solo di rado su percorsi dove altrimenti avrebbe viaggiato in auto. Non è comunque chiaro l’impatto a lungo termine della campagna per i trasporti pubblici. Circa il 18% degli intervistati ha dichiarato a YouGov di voler utilizzare autobus e treni più spesso in futuro, ma il 22% non pensa di farlo. La maggioranza – il 55% – desidera farlo solo se un biglietto con un prezzo simile sarà nuovamente disponibile.

I pregi – L’Associazione delle compagnie di trasporto tedesche ha comunicati che 21 milioni di biglietti sono stati venduti a giugno e 17 milioni a luglio. Inoltre, ci sono dieci milioni di abbonati che hanno pagato solo nove euro al mese invece del prezzo normale. I calcoli dell’Ufficio federale di statistica dimostrano che nei primi giorni dopo l’introduzione del biglietto a 9 euro, a giugno, ci sono stati fino al 56% in più di viaggi in treno rispetto al 2019, l’ultimo anno pre-pandemia. E la frequenza di utilizzo, calcolata sui dati dei telefoni cellulari, non è diminuita a luglio e neanche nelle prime tre settimane di agosto. Inoltre, il 9-Euro-Ticket ha centrato l’obiettivo di essere un “vero vantaggio” in particolare per le famiglie più povere: questo è quanto sostiene Ulrich Schneider, direttore generale del Paritätischer Wohlfahrtsverband (associazione che si batte per la parità nel welfare). Molti hanno potuto “fare una gita al mare o in montagna per la prima volta dopo tanto tempo”, ha sottolineato alla Zdf. “Erano viaggi che hanno a che fare con i bisogni primari dell’esistenza umana. Vale a dire mobilità e contatti sociali“, ha aggiunto Schneider.

Le criticità – Uno studio del Centro aerospaziale tedesco (DLR) fa emergere infatti come le persone abbiano utilizzato la nuova opportunità soprattutto per viaggi di piacere, in particolare nel fine settimana (il 60%), mentre solo una piccola parte (il 18%) ha deciso di utilizzare il biglietto a 9 euro per recarsi sul posto di lavoro. Una tendenza confermata anche dal sondaggio di YouGov: metà degli intervistati ha spiegato di avere utilizzato il biglietto mensile principalmente per viaggi privati, mentre poco meno di un quarto lo ha sfruttato principalmente per andare in ufficio. L’utilizzo relativamente basso del biglietto a 9 euro da parte dei pendolari è uno degli argomenti utilizzati da chi in Germania ritiene che la misura non porti a un concreto vantaggio. Ma le vere criticità riguardano due aspetti. In primis, il costo della misura: i trasporti sono competenza dei Länder, le cui casse però sono già state spremute nel corso degli ultimi due anni per via della pandemia. Il successo in termini di vendite da solo non basta, l’investimento resta oneroso: poco meno di 4 miliardi per soli tre mesi. Inoltre, la grande affluenza su treni e bus ha fatto emergere un altro problema: lo stato delle infrastrutture tedesche. Molti convogli devono essere rinnovati, per non parlare dei mezzi su gomma che dovranno essere sostituiti con veicoli meno impattanti dal punto di vista ambientale. Inoltre, come altri settori della sua economia, la Germania fatica anche a reclutare nuovo personale per le ferrovie.

Le iniziative – Per questi motivi il governo federale si è preso del tempo per valutare come riproporre la misura, probabilmente a partire da inizio 2023. Si valuta un prezzo calmierato ma più alto rispetto ai 9 euro: i Verdi propongono 29 euro al mese per il trasporto regionale e 49 per quello nazionale, mentre i liberali di Fdp vorrebbero fermarsi a 69 euro mensili per muoversi all’interno di un Land. In mezzo il cancelliere Scholz e la sua Spd, che spinge per la misura. In particolare a livello locale: Franziska Giffey, presidente dello Stato di Berlino, ha già proposto agli alleati – Verdi e Linke – una proroga del biglietto scontato fino a dicembre almeno nella capitale. Il prezzo deve essere ancora discusso, l’obiettivo è aiutare le famiglie meno abbienti a muoversi in città in modo economico. Anche ad Amburgo, Land amministrato dai socialdemocratici in coalizione con i Verdi, si ragiona sulla possibilità di una proroga del biglietto da 9 euro: per riuscirci, però, servono i contributi dello Stato centrale. Intanto oggi nella stessa Amburgo e in altre città della Germania, come Magonza, centinaia di cittadini hanno organizzato una prima manifestazione a sostegno della proroga della misura: “9-Euro-Ticket-Weiterfahren” è lo slogan che ha riunito Fridays for Future, associazioni ambientaliste come Greenpeace e le organizzazioni giovanili di Verdi, Spd e Linke.

·  FQ 28 agosto 2022

21 agosto 2022

Elezioni 2022: contro la ''clanizzazione'' della politica si candida Roberto Scarpinato

 Il magistrato è stato cercato dal M5S di Conte il quale gli ha assicurato la centralità della lotta antimafia

(intervista da Antimafia Duemila - 19agosto 2022 )

L’ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato sarà capolista del Movimento 5 Stelle in Calabria e Sicilia (collegio 1) per il Senato.
Intervistato da Giuseppe Pipitone il magistrato ha spiegato la ragioni della sua discesa in campo: "Il primo è che nel gennaio scorso ho cessato di essere un magistrato a seguito del mio pensionamento e ho quindi riacquistato un diritto prima incompatibile con il mio ruolo. Il secondo è la consapevolezza che se tu non ti occupi della politica, la politica si occupa comunque di te".
"Non avevo mai ricevuto proposte da alcun altro partito - ha continuato - E a dire il vero non sono io che ho scelto i 5 Stelle, ma loro che hanno scelto me, proponendomi una candidatura. Per me si è trattato di una scelta difficile e sofferta". "Una parte di me aveva bisogno di pace e tranquillità, ma alla fine ha prevalso l’altra parte, quella che ha fatto propria la lezione degli antichi greci": "se la Polis si ammala, se la democrazia avvizzisce, se la prepotenza si autolegittima rivestendosi della forza della legge, se l’ingiustizia sociale diventa normalità quotidiana e se non hai l’anima del prepotente o del servo, non vi sono vie di uscita e di salvezza individuali".
Scarpinato ha inoltre voluto specificare che manterrà comunque la sua indipendenza: "Mi consideravo come un candidato indipendente e che, quindi, mi riservavo il diritto di esprimere sempre le mie idee e di manifestare il mio eventuale dissenso da scelte che non dovessi condividere. L’indipendenza ha segnato tutta la mia pregressa carriera di magistrato e mi è rimasta cucita nell’anima. Una indipendenza che è garanzia che la funzione pubblica – magistrato ieri, forse parlamentare domani – viene esercitata nell’esclusivo interesse e al servizio dei cittadini, facendo barriera insormontabile a interessi e pressioni di gruppi di interesse".
Rispondendo alle domande di Giuseppe Pipitone, l'ex procuratore generale di Palermo ha detto che il leader del M5S Giuseppe Conte gli ha assicurato che "la questione mafia, cancellata in questa campagna elettorale dall’agenda degli altri partiti, sarebbe rimasta invece centrale in quella dei 5 Stelle, come del resto dimostra sia il fatto che la scuola di formazione politica del Movimento è stata inaugurata a Palermo con un seminario sul tema dei rapporti tra mafia e politica proprio mentre altri celebravano il ritorno in campo di Dell’Utri e Cuffaro o restavano silenti, sia l’impegno profuso dai 5 stelle in Parlamento per mettere a punto una riforma dell’ergastolo ostativo che scongiurasse il rischio di una fuoriuscita dal carcere di pericolosi boss mafiosi".

Le accuse a Scarpinato
I detrattori di Scarpinato - ha ricordato Salvo Palazzolo in un’intervista su 'Repubblica' - hanno detto che la candidatura dell’ex pg palermitano è “la prova che le inchieste svolte dal magistrato Scarpinato erano orientate politicamente".
"Mi pare una accusa puerile - ha risposto il magistrato - tenuto conto che tutte le inchieste che ho svolto sui rapporti tra mafia e politica, mafia ed istituzioni sono antecedenti alla fondazione del Movimento Cinque Stelle. Si tratta della stessa accusa rivolta a Falcone dopo che arrestò i cugini Nino ed Ignazio Salvo, esponenti di punta della potentissima  borghesia mafiosa del tempo. Un'accusa ripetuta  costantemente contro tutti i magistrati che nel corso della storia della Repubblica hanno svolto indagini e celebrato processi a carico di esponenti di vertice del sistema politico ed economico. I veri magistrati politicizzati sono altri. Quelli che fanno carriera proprio perché si guardano bene dal portare avanti indagini e processi sgraditi al modo del potere".  

La Patria del Gattopardo
Durante l'intervista il magistrato ha parlato anche di una regressione della politica che "alcuni politologi definiscono come il ritorno della clanizzazione della politica". "Il moderno stato costituzionale - ha continuato - nasce dal superamento dei clan, cioè dei gruppi di potere locali che prima si contendevano a proprio esclusivo vantaggio le risorse dei territori. Oggi, venuti meno i grandi progetti collettivi, la contesa politica reale rischia di regredire a competizione tra clan sociali, gruppi di interesse, ristrette oligarchie interessate solo a spartirsi le risorse collettive".
Secondo Scarpinato questa situazione è dovuta ad una pluralità di concause, "alcune endogene legate cioè alla storia nazionale, altre esogene dovute a fattori di carattere internazionale. Quanto alle cause nazionali, basti ricordare che lo Stato italiano è sorto con molto ritardo rispetto ad altri stati europei, e, anche per questo motivo, ha sempre sofferto una fragilità strutturale. Ancora più fragile è la nostra democrazia, sempre a rischio di involuzione autoritaria".
Involuzioni spesso accompagnate da fatti di sangue come la strage "politico mafiosa" di Portella della Ginestra fino ad arrivare a quelle del 1992 - '93.
"Questi e altri eventi - ha continuato sul 'Fatto' dimostrano che nel nostro paese la lotta politica si è svolta su un duplice livello. Al livello palese e legalitario delle competizioni elettorali, della dialettica parlamentare e istituzionale, delle manifestazioni di piazza, si è intrecciato il livello occulto di una lotta politica condotta dietro le quinte dalle componenti più retrive delle classi dirigenti da sempre tenacemente ostili alla Costituzione e che non hanno esitato a mettere in campo la violenza stragista, nonché l’alleanza con le mafie ed altri specialisti della violenza, per condizionare a proprio vantaggio il gioco politico e per sabotare l’evoluzione democratica del Paese".
"È in corso un inquietante processo di restaurazione del passato di cui si colgono tanti segnali. Nella patria del Gattopardo, il passato rilegittimato e giustificato, un passato di convivenza tra Stato e mafia, un passato di occulte transazioni tra Stato legalitario e Stato occulto, un passato di rimozioni e di amnistia permanente tramite amnesia collettiva, sta tornando ad essere la cifra del presente e del futuro". Alla luce di questo quadro è logico che la questione giustizia è diventata centrale per quanto riguarda la sopravvivenza della stessa democrazia.


È noto che nell'anno in corso si sono verificati fatti gravissimi come il ritorno in campo di alcuni protagonisti della politica" condannati "per collusione con la mafia e per altri gravi reati. Si celebra nelle aule del Senato la memoria di vertici dei Servizi Segreti, come il generale Gianadelio Maletti, condannato per avere depistato le indagini sulla strage di Piazza Fontana. Si normalizza la cultura dell’omertà giustificando come motivazione eticamente condivisibile la scelta di non collaborare con lo Stato dei mafiosi stragisti irriducibili e depositari di segreti scottanti che chiamano in causa i complici eccellenti delle stragi del ’92 e ’93, autorizzando così con la riforma dell’ergastolo ostativo la loro fuoriuscita dal carcere solo alla condizione che sia provato che hanno deposto definitivamente le armi. Si approvano leggi che riportando indietro l’orologio della storia ai tempi del primo Novecento, ripristinano il trionfo della gerarchia nella magistratura e introducono surrettiziamente forme di controllo e di condizionamento della politica sull’attività giudiziaria".

Fonte: ilfattoquotidiano.it e palermo.repubblica.it