21 settembre 2023

Germania: Tornano i Fridays for Future. A Berlino alleati del sindacato

Clima. Sciopero globale, nella capitale tedesca 30mila in piazza: più soldi ai lavoratori dei trasporti. Naufragato l’asse con Ultima generazione, ma al corteo si sfila insieme

 di Sebastiano Canetta *

Sono scesi nuovamente in piazza in oltre 250 città del mondo per chiedere ai governi di fermare il ciclo dell’energia fossile che sta devastando sempre più il pianeta. Ma questa volta lo «Sciopero per il Clima» organizzato dagli attivisti del Fridays For Future restituisce il salto politico destinato a cambiare il volto del movimento così distinto e distante da Ultima Generazione.

UNA NOVITÀ CLAMOROSA ben visibile nel corso della mega-manifestazione di Berlino, ancora una volta capitale della protesta ambientalista evolutasi di pari passo con la crisi economico-sociale. «Bus e treni invece di auto e camion» è il consueto slogan scandito a piena voce dai 30 mila partecipanti alla demo tedesca, eppure l’inedito messaggio lanciato ieri sotto alla Porta di Brandeburgo dalla leader tedesca del Fff, Luisa Neubauer, è molto più sonoro.

«Non ci sarà alcuna svolta sul clima se prima non valorizziamo i lavoratori del trasporto pubblico. Sono due nodi legati indissolubilmente. Dobbiamo pagare equamente le persone impiegate nella nostra rete di mobilità perché danno un contributo decisivo alla qualità della nostra vita» sottolinea tra gli applausi la 27enne portavoce ufficiale del movimento annunciando la storica alleanza con il sindacato dei dipendenti dei servizi Ver.di. Dunque, salari migliori «altrimenti paralizziamo il Paese» è il titolo della petizione comune condivisa dalle decine di migliaia di attivisti Fff e dai quasi due milioni di iscritti all’organizzazione che in Germania rappresenta il settore cui è affidata la svolta ecologica.

«Mentre i politici dimostrano di essere sempre più divisi sulla crisi e le sue soluzioni noi ci stiamo mettendo insieme per superare le divisioni sociali. Oggi siamo scesi in piazza accanto al sindacato e d’ora in poi diremo chiaramente che protezione del clima significa giustizia sociale»; è la prova della saldatura inimmaginabile fino a ieri.

Casomai, in tutta Europa, c’era chi scommetteva sul possibile asse fra il Fff e Ultima Generazione che invece è naufragato ancor prima di nascere. «Da sempre siamo contrari ai blocchi stradali perché non portano ad alcun risultato, anzi» ha tenuto a precisare Neubauer. Ciò non ha impedito ieri la partecipazione degli attivisti che occupano gli incroci, come dimostrano i loro striscioni arancioni comparsi tra i cordoni della manifestazione inclusiva e pacifica quanto lontanissima dai leader dei partiti rinchiusi nei ministeri-chiave non solo della transizione ecologica.

SPICCANO I POLITICI Verdi colpevoli di «non fare nulla per il cambiamento, come il resto della coalizione. Hanno insabbiato tutte le loro rimanenti ambizioni in materia ambientale» è la pesante critica del Fff alla seconda forza politica del governo Scholz (a cui peraltro è iscritta anche Luisa Neubauer) che aveva promesso mobilità sostenibile e fine delle fonti fossili sia prima che dopo la guerra in Ucraina.

In ogni caso tra le priorità pratiche per il FFF rimangono i soldi. Anche se i molti banchetti per le offerte volontarie, a forma di barili di petrolio, ieri a Berlino hanno incassato «più di quanto ci aspettavamo», almeno così rivela la giovanissima responsabile della raccolta-fondi imprescindibile per continuare le attività future.

Come nello scorso «Sciopero per il Clima» alla dimostrazione si sono uniti decine di artisti e note personalità della scena pubblica tedesca, come lo scrittore Düzen Tekkal e il comico Abdul Kader Chahin.

DAL PALCO AFFACCIATO sul parco del Tiergarten, in occasione del comizio finale, hanno chiesto al cancelliere Olaf Scholz di attuare subito due misure drastiche per combattere il cambiamento climatico: limite di velocità di 120 km all’ora in autostrada (osteggiato dai liberali di Fdp) e fine degli investimenti in nuove arterie sull’esempio del Brandeburgo che in futuro farà solo manutenzione delle vie esistenti investendo il resto unicamente nei bus e nelle piste ciclabili.

Non è di sicuro la linea incarnata dal ministro dei Trasporti, Volker Wissing, del partito liberale. «Il suo piano di sviluppo prevede il via libera alla costruzione di 10mila chilometri di nuove strade» ricordano i manifestanti mentre sfilano sotto le finestre del suo dicastero.

* da il manifesto - 20 settembre 2023

5 settembre 2023

«Il nucleare è un cavallo morto»: in Germania mai più

Germania. Nove mesi dopo la chiusura dell’ultima centrale il cancelliere Olaf Scholz pronuncia la sentenza di morte definitiva per l’energia atomica

di Sebastiano Canetta *  

«Il nucleare è un cavallo morto». Nove mesi dopo la chiusura dell’ultima centrale il cancelliere Olaf Scholz pronuncia la sentenza di morte definitiva per l’energia atomica in Germania. «Non tornerà mai più» è la promessa alla radio pubblica Deutschlandfunk, supportata dai dati incontrovertibili che dimostrano come il Paese più industrializzato d’Europa abbia perfettamente digerito lo storico “phase out”, al contrario di quanto pronosticavano i nuclearisti.

Il mix energetico tedesco nei primi sei mesi del 2023, appena certificato dall’Istituto Fraunhofer di Monaco, restituisce la generazione di watt da fonti rinnovabili ormai a quota 57,7% (era il 51,8% nello stesso periodo del 2022) con il drastico calo della produzione da lignite (- 21%), carbone fossile (- 23%) e gas naturale (- 4%).

Insomma, dati alla mano, Berlino ha completato il distacco dall’atomo con successo. Anche se rimangono le accuse di «autolesionismo» e «suicidio economico» dei liberali di Fdp e dell’estrema destra di Alternative für Deutschland, gli unici rimasti a difendere l’atomo morto ma non definitivamente sepolto.

Rimane sotto terra, lontanissima dai riflettori, la tossica eredità del programma nucleare civile tedesco avviato in pompa magna negli anni Sessanta e chiuso nel 2011 da Angela Merkel all’indomani del disastro di Fukushima, dopo anni di proteste degli ambientalisti del Sole che Ride.

Il lascito alle generazioni future sono tonnellate di metri cubi di scarti altamente radioattivi stivati «temporaneamente» da decenni nelle miniere fra la Bassa Sassonia e il Brandeburgo. In ambiente tutt’altro che sicuro, vista la fretta del governo federale di trovare il famigerato «Endlager» (il deposito finale) entro il 2030: un buco sotto terra «profondo almeno un chilometro con tenuta stagna per minimo un milione di anni» come si legge nell’inquietante relazione tecnica presentata dagli esperti ai governatori dei 16 Land.
Solo su questo d’ora in poi in Germania verterà il dibattito sul nucleare, con buona pace del ministro Christian Lindner, segretario di Fdp e falco delle finanze perfettamente consapevole che al di là degli annunci i margini per il ritorno dell’atomo sono pari a zero: mancano investitori e compagnie di assicurazione disposti a sobbarcarsi impianti che in media funzionano poco più di metà anno, la cui vita tecnica viene prorogata d’ufficio per rientrare dei costi faraonici.

In altre parole senza più aiuti pubblici il nucleare non ha l’energia per stare in piedi, è il sottotesto del cancelliere Scholz (che ieri ha messo sui social una buffa foto con benda da pirata a causa di un incidente), pronto a sottolineare come «anche volendo chiunque oggi volesse costruire centrali nucleari avrebbe bisogno come minimo di tre lustri per farlo e dovrebbe spendere dai 15 ai 20 miliardi ciascuna».

Dal punto di vista del business come puntare su un ronzino, anzi un «cavallo morto» che non corre più nemmeno a Parigi, come evidenzia la ripetuta esportazione di energia tedesca verso la rete francese colpita da continue interruzioni.

* da il manifesto - 5 settembre 2023

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Perché il nucleare pulito è una chimera

Energia. Mentre la Germania spegneva le sue centrali atomiche, l’Italia ha partecipato da «osservatore» a un meeting dei paesi nuclearisti

 di Gruppo di ricerca Energia per l'Italia *  ( 27 aprile 2023 )

Il 15 aprile la Germania ha spento i suoi ultimi tre reattori nucleari ancora in funzione (Isar 2, Emsland e Neckarwestheim), con quattro mesi di ritardo rispetto alla scadenza originaria. Lo stop è giunto a conclusione di un percorso che ha portato la Germania ad abbandonare l’opzione nucleare fin dopo il grave incidente di Fukushima e a privilegiare la produzione elettrica da fonti rinnovabili: nel primo trimestre del 2023, queste hanno infatti coperto il 51% del fabbisogno di energia elettrica contro un risicato 4% del nucleare. L’obiettivo al 2030 è ancora più ambizioso: ottenere un mix energetico composto per l’80% da rinnovabili.

A Parigi, pochi giorni prima, l’Italia invece si univa, in qualità di osservatore, assieme a Belgio e Olanda, ai paesi appartenenti all’Alleanza Nucleare, che concordavano «sulla necessità di un quadro industriale e finanziario favorevole per i progetti nucleari», sottolineando l’importanza dei piccoli reattori modulari che, come scritto nel comunicato finale, «possono contribuire, insieme alle grandi centrali nucleari, al raggiungimento degli obiettivi climatici dell’Ue e alla sicurezza energetica, sviluppando competenze e indipendenza tecnologica». Secondo fonti governative, l’Italia non avrebbe sottoscritto alcun documento, ma l’aver partecipato alla riunione resta pur sempre un fatto politicamente significativo e coerente con quanto dichiarato dalla Presidente Meloni al termine del Consiglio Europeo del 24 marzo.

L’ITALIA SI AGGANCIA AL TRENO del cosiddetto nucleare pulito e sicuro, seguendo il miraggio della produzione di energia elettrica da fusione nucleare. Tanto ottimismo appare fuori luogo: produrre energia dalla fusione nucleare è tutt’altro che facile.Realizzare il processo di fusione nucleare è stato paragonato a mettere il sole in bottiglia, sicuramente una frase d’effetto, capace di colpire la fantasia del pubblico, che però nasconde cosa in realtà ciò significhi. Allora, vale la pena confrontare quello che davvero avviene nel nucleo del sole a 150 milioni di km da noi rispetto a quanto possiamo disporre noi sulla piccola Terra che gli ruota attorno. All’interno della nostra stella c’è un plasma di protoni che, a quattro per volta, grazie a temperatura e pressioni elevatissime (16 milioni di gradi centigradi e 500 miliardi di atmosfere) fondono per dare un nucleo di elio, con un difetto di massa di 0,007, che si traduce in un’enorme quantità di energia secondo la famosa formula di Einstein E = mc2.

Poiché queste estreme condizioni non possono essere riprodotte, nei laboratori terrestri più avanzati si cerca di ovviare all’impossibile replicabilità del processo di fusione solare, imitandone solo il principio. Si ricorre, infatti, ai nuclei di due isotopi dell’idrogeno – il deuterio e il trizio – che, però, non hanno alcuna voglia di fondersi perché, essendo entrambi carichi positivamente, si respingono violentemente. Tuttavia, se si riesce in qualche modo a portarli a contatto, entra in gioco una forza nucleare attrattiva che agisce solo a cortissimo raggio, ma che è molto più intensa della repulsione elettromagnetica: i due nuclei fondono con la formazione di un nucleo di elio (He), l’espulsione di un neutrone e l’emissione di una grandissima quantità di energia che si manifesta sotto forma di calore. Il problema è che, al fine di costringere i nuclei di deuterio e trizio a scontrarsi per poi incollarsi, occorre mantenere confinato il tutto per il tempo necessario a produrre la fusione.

PER OTTENERE CIÒ SI UTILIZZANO principalmente due approcci. Uno si basa sul confinamento magnetico del plasma caldissimo formato dai nuclei di deuterio e trizio: un campo magnetico potentissimo generato dall’esterno costringe questi nuclei a muoversi lungo traiettorie circolari in modo che, giro dopo giro, acquistano l’energia necessaria per dare il processo di fusione. La difficoltà è che il campo magnetico deve essere intensissimo e per mantenerlo tale ci vogliono dei magneti superconduttori che devono lavorare a temperature molto basse (-268 °C). L’altro approccio è quello basato sul confinamento inerziale che consiste nel bombardare con dei potentissimi impulsi laser un piccolo contenitore in cui è presente una miscela solidificata (in quanto freddissima) di deuterio e trizio: si verifica così una intensissima compressione che fa salire contestualmente la pressione e la temperatura (fino a una sessantina di milioni di gradi), tanto da innescare la fusione.

IL PRIMO APPROCCIO È QUELLO che si sta affrontando a Cadarache in Francia da parte di un folto gruppo di paesi, compresi Usa, Ue, Cina e India, noto come il progetto Iter. La dice lunga il fatto che sono già stati spesi 20 miliardi di euro senza essere ancora riusciti a produrre quantità di energia maggiori di quelle utilizzate.

PRESSO LA NATIONAL IGNITION FACILITY (NIF) del Laurence Livermore National Laboratory in California (Usa) si sta invece studiando il secondo approccio. Il 13 dicembre dello scorso anno i giornali di tutto il mondo hanno riportato con grande enfasi che il NIF ha ottenuto un importante risultato: l’energia di 192 laser focalizzata su una sferetta (pellet) contenente deuterio e trizio ha indotto in pochi nanosecondi la loro fusione, generando una quantità di energia (3,15 MJ) leggermente maggiore a quella iniettata dai laser nella sferetta (2,05 MJ).

La cosa passata sotto silenzio è che i 192 laser hanno consumato circa 400 MJ, ai quali va aggiunta l’energia richiesta dalle altre apparecchiature costruite e utilizzate per preparare e seguire l’esperimento. Oltre a vincere la sfida energetica (produrre più energia di quella consumata), per generare energia su scala commerciale si deve vincere un’altra sfida praticamente impossibile: modificare l’apparecchiatura per far sì che produca energia non per una piccolissima frazione di secondo, ma in modo continuo. La maggioranza degli esperti concorda sul fatto che con questo metodo così complicato è impossibile generare elettricità a costi commerciali competitivi. C’è allora il dubbio che i laboratori di ricerca, per assicurarsi gli ingenti finanziamenti pubblici necessari, cercano di vendere ai decisori e ai cittadini i risultati conseguiti come successi strepitosi e, anche, che la competizione presente da decenni tra confinamento magnetico e confinamento inerziale spinge a dimostrare di essere i più bravi. Resta sullo sfondo l’inquietante spettro militare, perché il compito primario del NIF non è quello di studiare la fusione per ottenere energia, ma di sfruttarla a fini bellici.

LA FUSIONE NUCLEARE HA MOLTI ALTRI MA. Il primo riguarda il fatto che, indipendentemente dal modo con cui verrà ottenuto questo processo (ammesso che ci si riesca), occorre disporre dei due isotopi dell’idrogeno. Mentre il deuterio è abbastanza abbondante, il trizio è molto raro (è radioattivo e decade con un tempo di dimezzamento di soli 12 anni). Quindi, problema non da poco, ci si imbarca in un’impresa titanica sapendo già in partenza che manca la materia prima. Chi lavora nel settore dice che il trizio potrà essere ottenuto in situ bombardando con neutroni il litio 6, cosa che però aggiunge complessità a complessità.

UN ULTERIORE MA È CONNESSO alla radioattività che i neutroni prodotti nella fusione inducono nei materiali che li assorbono, il che vuol dire che la struttura stessa del reattore diventa radioattiva e che, in fase di dismissione, crea scorie. Anche se in questo caso i tempi di decadimento degli isotopi radioattivi non sono così lunghi come quelli creati dalla fissione, è un falso in atto pubblico definire il nucleare da fusione una tecnologia pulita, perché lascia comunque il problema della difficile gestione delle scorie.

C’È POI UN GROSSO MA LEGATO al confinamento magnetico e, in particolare, al fatto che i superconduttori devono essere raffreddati a elio liquido, un gas molto raro e sicuramente non sufficiente per la gestione dei futuri reattori a fusione dal momento che già ora sta scarseggiando. Qualcuno teme addirittura che a breve non sarà più possibile utilizzare la tecnica Nmr, così importante nella ricerca scientifica e, soprattutto, in ambito diagnostico, proprio perché usa come liquido di raffreddamento l’elio.

LA STORIA DELLA FUSIONE NUCLEARE, dagli anni Cinquanta a oggi, dimostra che questa tecnologia non riuscirà a produrre elettricità a bassi costi e in modo attendibile in un futuro ragionevolmente vicino. Nonostante ciò, l’11 marzo di quest’anno, i giornali hanno riportato che Eni vuole puntare tutto sulla fusione nucleare«perché – ha detto l’ad Claudo Descalzi – permette di ottenere energia pulita, inesauribile e sicura per tutti: una vera rivoluzione capace di superare le diseguaglianze fra le nazioni e di favorire la pace». Questa affermazione lascia alquanto perplessi dal momento non si capisce come i paesi poveri potranno accedere a una tecnologia così sofisticata e costosa.

Descalzi ha poi aggiunto che nel 2025 sarà pronto un impianto pilota a confinamento magnetico in grado di ottenere elettricità dalla fusione e che nel 2030 sarà operativa la prima centrale industriale basata su questa tecnologia. Sembra che all’improvviso e velocemente verranno risolti i tanti problemi incontrati dagli scienziati che lavorano nel settore da decenni: un vero miracolo! C’è il dubbio, non tanto remoto, che questa sia un’ulteriore mossa di Eni per sottrarre risorse alle già mature ed efficienti tecnologie del fotovoltaico e dell’eolico.

* coordinato dal professor Vincenzo Balzani

30 agosto 2023

A che punto è la muraglia di alberi per frenare il deserto in Africa


 

 

 

 

 

di Gianluca Schinaia *

I deserti avanzano in tutto il mondo, mettendo a repentaglio agricoltura e sicurezza alimentare. E il progetto di una cintura verde per frenare il Sahel, avviato nel 2007, è appena al 20% del suo avanzamento

Caldo e siccità: due fenomeni correlati, ormai sempre più presenti in cronaca e non solo come aggiornamenti di meteo o scienza. Eppure la CopP15, la conferenza delle parti delle Nazioni Unite dedicata alla lotta contro la desertificazione, “è stata la Cenerentola di tutte le Cop, ricevendo meno attenzione e mezzi delle sue controparti. Per troppo tempo, la desertificazione e la siccità sono state considerate problemi dell'Africa”. Non è l’opinione di un attivista ma del presidente della Cop15 sulla desertificazione Alain-Richard Donwahi, che Wired ha intervistato. Quello che era un problema erroneamente considerato come regionale, secondo Donwahi, adesso è chiaro e pericoloso per tutti: “La desertificazione si sta diffondendo in tutto il mondo. Con l'estate, molti Paesi temono gravi episodi di siccità e scarsità d'acqua che potrebbero avere un impatto significativo sull'agricoltura e sulla sicurezza alimentare”. Perché la desertificazione e la siccità sono fenomeni accelerati o indotti dal surriscaldamento globale che impattano su tanti aspetti della vita umana.

Il continente si scalda a una velocità doppia rispetto alla media. Accelerano anche le energie verdi, la cui produzione supera quella da fonti fossili nel 2022

La siccità riguarda il 40% dei terrestri

Secondo le Nazioni Unite la siccità è “il degrado dei terreni nelle aree aride, semi-aride e sub-umide secche, dovuto a una serie di fattori diversi, tra cui le variazioni climatiche e le attività umane". Le aree degradate rappresentano una cifra stimata tra il 10 e il 15% dell’intera superficie terrestre, dove vive oltre il 40% della popolazione mondiale. E se pensiamo allo stress idrico, ovvero la carenza di acqua in certe aree del Pianeta, questo problema ormai riguarda un terzo della popolazione mondiale. Ciò che preoccupa è che la siccità e la desertificazione seguano avanzando: dal 2000 sono aumentate di circa il 30% le aree aride del pianeta. E tra il 1979 e il 2019 si possono stimare circa 650mila morti a causa della siccità nel mondo. Nessuno può dirsi escluso: nel prossimo futuro saranno 190 le nazioni che soffriranno qualche effetto a causa di siccità e devastazione. In sintesi estrema, succederà in tutto il mondo, considerando che sulla Terra sono registrate 194 nazioni.

La soluzione della Great Green Wall

Il cuore pulsante del processo di desertificazione più impattante al mondo è nel Sahel. La soluzione che si sta cercando è il progetto della Grande Muraglia Verde, guidato dall’Unione africana con il supporto delle più importanti organizzazioni intergovernative al mondo. Si tratta di una sorta di cintura alberata progettata per attraversare in orizzontale il continente africano. Dovrebbe costare circa 33 miliardi di dollari e al 2021 ne erano stati investiti 14: obiettivo realizzare entro il 2030 una linea di foreste con un'estensione di circa 8mila chilometri di lunghezza e 15 chilometri di larghezza. La cintura attraverserà 11 nazioni africane, dal Senegal e dalla Mauritania fino a Gibuti, e si propone di contrastare la degradazione ambientale e la povertà della regione, partendo dal miglioramento delle condizioni climatiche e ambientali dell’intera area.

Sì, la Grande Muraglia Verde è parte della soluzione, perché contribuirà a combattere la desertificazione e il cambiamento climatico: è un progetto molto importante, non solo per l'Africa, ma per il mondo intero. Ma questa iniziativa non riguarda solo la creazione di foreste, bensì anche lo sviluppo di ecosistemi virtuosi per le comunità locali. La Grande Muraglia Verde comprende diversi progetti guidati dalle comunità, in particolare nel campo dell'agricoltura rigenerativa"

Alain-Richard Donwahi, presidente Cop15 sulla desertificazione

Questi progetti aumenteranno la sicurezza alimentare e l'accesso all'occupazione, elementi essenziali per preservare la sicurezza, la stabilità politica ed evitare massicce ondate migratorie. Per quanto avveniristico, tarato sulle soluzioni rigenerative delle nature based solutions e ambizioso, il successo del progetto non è affatto scontato e anche Donwahi ammette che ci sono ritardi sensibili sulla roadmap: “Dobbiamo fare di più e in fretta. Solo il 20% dell'intera iniziativa è stato realizzato dal suo lancio ufficiale nel 2007. Se vogliamo completarla come previsto, entro il 2030, dobbiamo trovare più risorse, più fondi e destinarli ai progetti giusti. Abbiamo anche bisogno che i Paesi coinvolti inseriscano questa iniziativa nei loro piani di sviluppo nazionali e nei loro bilanci annuali, in modo che i fondi siano dedicati a far progredire la Grande Muraglia Verde e a sostenere le comunità”.

Frenare le migrazioni climatiche

Supportare la rigenerazione di Paesi che oggi soffrono la siccità a livello ambientale per crescere socialmente ed economicamente. E così allentare anche la portata del fiume carsico di migranti che dalle sponde del Nord Africa si riversano in Europa, con le conclusioni drammatiche che racconta la cronaca. Le migrazioni climatiche saranno sempre più impattanti nei flussi di persone a livello mondiale. E saranno siccità e desertificazione, che implicano problemi gravi di approvvigionamento idrico, a spingere ulteriormente questi flussi: “È un dato di fatto: la siccità è in aumento. Non solo in Africa, ma in tutto il mondo.

Negli ultimi 20 anni, abbiamo assistito a un aumento del 29% degli episodi di siccità e prevediamo che oltre 190 Paesi saranno più esposti alla siccità nei prossimi decenni. A causa di questi fenomeni, oltre 200 milioni di persone potrebbero essere costrette a lasciare le loro case e a migrare entro il 2050”.

Alain-Richard Donwahi, presidente CopP15 sulla desertificazione

Per questo secondo il presidente della Cop15 i Paesi europei dovrebbero accelerare la realizzazione dei propri impegni ambientali nell’ottica realizzativa della Grande Muraglia Verde. Lo stesso impegno che devono riversare tutte le nazioni che hanno sottoscritto gli Accordi di Parigi: la mitigazione passa innanzitutto dalla transizione ecologica dell’economia mondiale. E dal rispetto degli impegni presi e sottoscritti.

nella foto: Mucche nel deserto del Sahel, Poncho/Getty Images

* da www.wired.it  19 agosto 2023

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La riforestazione ha un impatto su ambiente, società ed economia

 di Giovanni Beber *

Sostenibilità

Andrea Bianchi è un botanico tropicale che lavora nell’ambito del progetto Udzungwa corridor limited, finanziato da un fondo nord-americano e che prevede le riforestazione di una zona centromeridionale dei monti dell’Arco orientale, in Tanzania. Ha iniziato a occuparsi del progetto nel 2021 e da allora seleziona le specie di piante da reinserire nel territorio. A Buone Notizie ha raccontato perché il progetto può avere un impatto non solo sull’ambiente, ma anche a livello sociale ed economico per le comunità locali.

La deforestazione in Tanzania affonda le radici nel colonialismo

Secondo il report sulla deforestazione nel 2022 stilato dall’Università del Maryland, l’Africa ha perso circa 3,6 milioni di ettari di copertura arborea, tra cui circa 800mila ettari di foreste tropicali primarie, cioè quelle che non sono state finora coinvolte da attività agricole o industriali.

Andrea racconta che “le cause della deforestazione sono molteplici. Ad oggi, la causa principale è l’aumento della popolazione, che ha reso necessario ampliare la superficie di terreni coltivabili. Il taglio del legname permette inoltre agli abitanti di produrre carbone, fondamentale in Tanzania per produrre energia. Ma il processo di deforestazione è iniziato già quando il Paese era colonia tedesca e inglese, legato al commercio di legnami tropicali”.

In tal senso, il progetto di riforestazione è stato pensato per avere una durata di trent’anni. In questo lasso di tempo l’obiettivo principale è proprio quello di lavorare con le comunità locali, affinché attraverso la riforestazione gli abitanti del luogo possano accedere ad un lavoro a lungo termine e uscire dalla condizione di povertà in cui si trovano. Riforestazione, educazione a una vita in sintonia con la foresta e miglioramento delle qualità di vita delle popolazioni locali vanno quindi a braccetto.

Riforestare richiede tempo, ma i primi risultati sono già visibili

Il progetto è operativo nella zona tra il Parco nazionale dei monti Udzungwa e la Riserva forestale di Udzungwa Scarp. È un’area di 75 chilometri quadrati, che una volta riforestata permetterà di rimuovere 5,5 milioni di tonnellate di CO2 dall’atmosfera e restaurare l’ecosistema animale e vegetale in uno dei più importanti hotspot di biodiversità del mondo, che ospita quindi almeno 1.500 specie di piante endemiche.

Andrea si occupa della scelta delle specie, un passaggio cruciale, se si considera che la Tanzania ha una flora estremamente ricca, con più di diecimila di piante e circa 1500 specie di alberi. Per un confronto, un simile numero di specie è tra il doppio e il triplo della flora italiana, già estremamente ricca.

Andrea spiega che la selezione è un’operazione molto delicata, perché vanno individuate le specie corrette sia per l’altitudine che per la piovosità, in particolar modo per le specie ad areale ristretto. Questo significa che alcune piante possono stare soltanto in porzioni di territorio molto piccole, a volte singole vallate o addirittura solo su una montagna”.

Inoltre, dopo avere selezionato le singole piante, è necessario scegliere attentamente il mix di specie che si va a piantumare. Una volta selezionate, la parte più importante e difficile è quella della raccolta dei semi. Nonostante le varie difficoltà che la riforestazione richiede e la visione a lungo termine del progetto, Andrea sostiene che i risultati si iniziano già a intravvedere. “Le prime piantine che abbiamo messo a dimora un anno e mezzo fa sono già più alte di me. In quello che era un ambiente desolato, adesso sono già presenti piante alte due metri e mezzo, e alcune di queste crescono di due metri all’anno. Fra dieci nelle zone più favorevoli sarà cresciuto un bosco vero e proprio”.

Il monitoraggio migliora il lavoro e rende replicabile l’operazione

Il monitoraggio della crescita delle piante è cruciale, perché permette di osservare e selezionare le specie più idonee alla riforestazione. A partire dall’osservazione dei dati raccolti, Andrea e il resto del team modificano la percentuale di specie che piantano l’anno successivo.

Inoltre, una volta validati, i dati sulla riforestazione possono essere inseriti nella piattaforma AirImpact, pensata per mettere in connessione tra loro imprenditori, ONG e altri enti che vogliono iniziare un progetto simile. La piattaforma, sviluppata nel 2018 all’interno di un altro progetto in cui opera Andrea, aiuterà nella scelta delle specie e può essere uno strumento di confronto per monitoraggi futuri.

Gli effetti positivi della riforestazione sulle comunità e l’ambiente

Il progetto di riforestazione prevede anche una parte di sensibilizzazione delle comunità sull’importanza della foresta, della biodiversità e sul ritorno delle specie animali nella zona. Il contratto stipulato con le comunità locali concede loro di tagliare il 3% degli alberi all’anno, alla fine dei trent’anni di progetto.

“Questa percentuale, che può sembrare molto bassa, corrisponde a circa 30 alberi per ettaro. Questa sarà sufficiente a dare agli abitanti un introito fino a migliaia di euro per ettaro. Il tutto in una gestione sostenibile della foresta, che passerà dalla scelta oculata delle piante da tagliare, evitando il disboscamento a tappeto”, spiega Andrea. Dell’educazione a una gestione circolare della foresta si occupa una ragazza tanzaniana, che promuove anche la parità di genere e l’accesso al lavoro a tutti.

Inoltre, il progetto avrà esiti positivi dal punto di vista di conservazione della biodiversità molto alti. La zona riforestata fungerà da corridoio ecologico tra le due aree protette del Parco nazionale dei monti Udzungwa e la Riserva forestale di Udzungwa Scarp. Mettendo in comunicazione le due aree animali come elefanti, leopardi e bufali che si sono estinti localmente in una delle due foreste potranno ritornarci.

nella foto: Comunità locali tanzaniane al lavoro in uno dei vivai ( Andrea Bianchi )

* da www.buonenotizie.it - 22 agosto 2023