15 agosto 2026

Israele, guida alle elezioni di ottobre: le più importanti della sua storia

 Il 27 ottobre 2026 non si decide soltanto chi governa lo Stato ebraico, ma anche quale significato dare al trauma del 7 ottobre e alla guerra che ne è seguita


  ( di  Alessio Aringoli - Huffingtonpost.it - ansa ) 24 Luglio 2026

Il 27 ottobre 2026 gli israeliani non decideranno soltanto chi governerà. Dovranno scegliere quale significato dare al trauma del 7 ottobre e alla guerra che ne è seguita: ricostruire lo Stato e la sua democrazia, oppure trasformare l’emergenza in una condizione permanente di governo. Sarà una delle elezioni più importanti della storia d’Israele. Da una parte il rilancio delle istituzioni, dei contrappesi e del primato della politica sulla forza; dall’altra il progetto autoritario e di guerra permanente della coalizione di estrema destra di Benjamin Netanyahu. Il sistema elettorale israeliano, di suo, resiste sempre alle semplificazioni. Si votano liste in un unico collegio nazionale. I 120 seggi della Knesset sono distribuiti tra quelle che superano il 3,25 per cento dei voti.  Ne esce ordinariamente la fotografia caleidoscopica di una società di laici e religiosi, ebrei e arabi, metropoli, kibbutz e periferie.

 La fotografia da sola non governa. Dopo il voto serve sempre (e servirà anche stavolta) la paziente composizione politica della differenze, e l'aggregazione di almeno 61 seggi intorno a un programma e a un’idea di Paese. La maggiore novità della campagna elettorale finora è Gadi Eisenkot. Con il nuovo partito Yashar, l’ex capo di Stato maggiore contende al Likud il primato nei sondaggi. Porta autorevolezza militare, lutti familiari e un linguaggio di responsabilità istituzionale: commissione di inchiesta sul 7 ottobre, uguaglianza nel servizio, sicurezza liberata dall’idea della guerra come fine in sé.  Esisenkot rappresenta un centrismo del buon senso, fermamente orientato contro una destra radicalizzata. Non è il solo (la lista Bennett-Lapid compete per lo stesso spazio politico), ma sarà, probabilmente, il più votato. Resta da capire se questa normalità diventerà un progetto solido, o il rifugio temporaneo di chi vuole congedare per sempre Netanyahu.

Più profondo è forse l’esperimento dei Democratici di Yair Golan. L’unione fra Avodà (ovvero, i Laburisti) e Meretz ha ricomposto una frattura storica della sinistra sionista, e ha aperto il partito ai protagonisti delle mobilitazioni popolari, il grande movimento contro l’assalto alla giustizia e alla democrazia prima, per la liberazione degli ostaggi e per la fine della guerra a Gaza poi. Le primarie del 20 luglio hanno dato sostanza a questa ambizione: oltre 97.000 votanti su 112.376 iscritti. Numeri importanti per un partito, in paese delle dimensioni di Israele. Dietro Golan si sono imposti Naama Lazimi, Gilad Kariv ed Efrat Rayten. Fra i primi dieci candidati figurano protagonisti del movimento di protesta democratica, come Omri Ronen e Moshe Radman, e l’attivista araba israeliana Somaya Bashir. Non è ancora un risultato elettorale, ma è già un risultato politico. La sinistra torna a produrre partecipazione e mobilitazione di massa, e a costituire il punto di riferimento politico delle lotte sociali. 

 Anche Yair Golan viene dai vertici militari. Dall’esercito popolare, nato dalla Haganà, espressione del sionismo socialista, sono venuti spesso leader progressisti. Non perché l’uniforme renda automaticamente di sinistra. Ma forse anche perché chi conosce davvero la forza ne comprende spesso il limite. Una vittoria militare senza un obiettivo politico prepara solo la guerra successiva. Golan dovrà superare la diffidenza  generata verso la sinistra dai fallimenti del processo di pace con i palestinesi e quella ulteriore causata dallo shock del 7 ottobre. Dovrà convincere gli israeliani che un orizzonte politico per la questione palestinese non è la negazione della sicurezza, ma il suo compimento. Il programma dei Demokratim israeliani affronta anche carovita, welfare, scuola, servizi, periferie, rilanciando con forza le radici socialdemocratiche di Israele. 

 A destra, intanto, Netanyahu affronta le conseguenze anche elettorali delle proprie scelte. Per sopravvivere, il premier in carica ha infatti legittimato e "sdoganato" gli eredi politici del kahanismo, un tempo esclusi compattamente dall’ “arco costituzionale” del sionismo, perché i loro principi suprematisti e integralisti erano considerati incompatibili con quelli del sionismo, in ogni sua declinazione. Oggi invece, in particolare Otzma Yehudit, il partito di Itamar Ben-Gvir, sfida il Likud sul suo stesso elettorato. Mentre molti si domandano già che cosa ne sarà del Likud stesso, dopo Netanyahu. Il partito nato dalla corrente di minoranza di destra del sionismo, il cosidetto sionismo "revisionista" di Jabotinsky e poi di Begin, trasformato da Netanyahu in un partito quasi personale-famigliare, con la fuoriuscita di quasi tutti i suoi leader storici, avrà un futuro, e quale, dopo "Bibi"? Un interrogativo aperto, cui oggi è ancora impossibile rispondere. 

 Nel frattempo, i partiti degli ultraortodossi, i cosiddetti "haredim" (che sono due, sefardita e aschenazita), appaiono invece più isolati che mai. La guerra permanente voluta dalla coalizione di Netanyahu, di cui facevano parte, ha reso sempre più intollerabile l’esenzione degli studenti ultraortodossi dal servizio di leva. Gli ultraortodossi cercheranno certamente la maggior mobilitazione possibile del loro elettorato, ma i frutti dell'alleanza con Netanyahu appaiono avvelenati, e il rischio è l'irrilevanza. 

 Infine, il voto arabo. Ra’am e Hadash-Ta’al valgono oggi, secondo i sondaggi, almeno 10 seggi. Balad rischia invece ancora di restare sotto la soglia, mentre una ricomposizione unitaria potrebbe aumentare partecipazione e rappresentanza. I voti dei partiti arabi israeliani, numeri alla mano, possono decidere la prossima maggioranza di governo di Israele.  La questione, ovviamente, è politica oltre che aritmetica. Ra’am ha già partecipato alla coalizione Bennett-Lapid. 

 In conclusione, una considerazione, per chi osserverà il voto in Israele mosso in buona fede dalla speranza di un futuro di pace e di giustizia per la regione. Identificare Israele con il suo governo è sempre stato un errore di analisi, frutto di ignoranza in molti casi; in altri di pregiudizio; e, a volte, di vero e proprio odio verso il popolo israeliano in quanto tale. Regalare a Netanyahu il monopolio dell’identità nazionale israeliana, cancellare dall'orizzonte la società, la cultura, la politica che non hanno mai smesso di resistergli è però uno sbaglio cui in parte si può ancora rimediare.  Sostenere i progressisti israeliani oggi non è un gesto consolatorio: la loro battaglia, infatti, deciderà se Israele potrà tornare a unire sicurezza, democrazia, giustizia sociale e pace. E dal risultato di queste elezioni dipenderà una parte decisiva del futuro di tutto il Medio Oriente e del Mediterraneo.

nella foto: una donna palestinese con cittadinanza israeliana vota alle elezioni del 2022

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Jafar Farah: «Il voto palestinese è nel mirino: minacce ai seggi e ai candidati»

 ( Michele Giorgio su il manifesto - 15 agosto 2026)

Intervista Parla Jafar Farah, vicesegretario di Hadash

Storico attivista per i diritti degli arabo-israeliani, i palestinesi con cittadinanza israeliana, che rappresentano circa il 21% della popolazione di Israele, Jafar Farah è da anni direttore della ong di Haifa «Mosawa» (Uguaglianza). Nei mesi scorsi è stato nominato vicesegretario di Hadash (comunisti e progressisti), la principale forza politica degli arabo-israeliani.

Sarà il numero due, subito dopo il segretario Yusef Jabarin, sulla lista elettorale di Hadash per le legislative del 27 ottobre. Lo abbiamo intervistato nei giorni scorsi ad Haifa sul voto, sulle insidie per la minoranza palestinese e sulla mancata unità elettorale tra le forze politiche arabe in Israele. Farah avverte che, il giorno delle elezioni, la destra estrema e i coloni proveranno in vari modi a limitare l’affluenza alle urne degli elettori arabi.

Cosa si aspetta durante le elezioni, nei seggi?
Minacce da parte degli attivisti della destra più radicale, anche di coloni israeliani, contro la comunità palestinese e contro i rappresentanti del nostro e di altri partiti arabi. Prima del voto, inoltre, ci aspettiamo tentativi di impedire agli arabi di candidarsi. Perciò siamo cauti anche nelle nostre dichiarazioni su vari temi, perché useranno di tutto contro di noi. Sappiamo che ciascuno di noi ha un dossier preparato dalla destra, da usare al momento opportuno per impedirci di partecipare alle elezioni. Dobbiamo essere molto prudenti per non facilitare il gioco di chi vuole negare i nostri diritti politici.

Quali zone pensa siano più a rischio?
Credo nel Naqab (Negev, nel sud di Israele, ndr). Lì la popolazione araba è sempre più con le spalle al muro. Anche le città miste, dove vivono insieme ebrei e palestinesi, sono a rischio. Un’idea di cosa potrebbe accadere l’abbiamo avuta già nel maggio del 2021, con coloni (giunti dalla Cisgiordania, ndr) che prendevano di mira le comunità arabe nelle città miste. In più ci sono le bande criminali, armate fino ai denti, che condizionano da anni la vita nei nostri centri abitati e che potrebbero essere impiegate da qualcuno in modo massiccio in città come Haifa, Lod, Ramle e Giaffa.

Veniamo ai partiti arabi. Mesi di trattative non sono bastati a portarvi a un fronte elettorale comune, ritenuto da molti palestinesi d’Israele fondamentale per limitare le possibilità di vittoria della destra religiosa che fa capo a Netanyahu. Il suo partito andrà al voto con i progressisti di Tajammo (Balad), mentre i nazionalisti centristi che fanno capo ad Ahmad Tibi non hanno ancora deciso e il partito islamista Raam di Mansour Abbas correrà da solo e si dice pronto a unirsi a un governo formato da un esponente dell’attuale opposizione sionista anti-Netanyahu.

C’è un punto che, a mio avviso, si tende a considerare poco. I partiti arabi hanno ideologie e posizioni politiche diverse, spesso inconciliabili. A imporci l’unità sono due cose: la soglia di sbarramento e la pressione della nostra comunità. Gli elettori palestinesi ci vogliono uniti, ci chiedono un voto utile, pensano che in questo modo sia più facile contrastare le politiche più pericolose della maggioranza. In parte è vero, però le nostre differenze sono molto ampie, dal rapporto con i partiti sionisti ai temi dei diritti e della giustizia. Il partito islamista Raam è pronto a governare con i partiti sionisti, pensa che questo sia il modo per aiutare la minoranza araba in Israele. Noi, invece, non siamo affatto disposti a far parte di una maggioranza, anche dall’esterno, se non saranno realizzate le nostre condizioni, come la fine, ovunque (in Israele e nei Territori occupati, ndr), delle politiche di occupazione e di oppressione del popolo palestinese, la fine di ogni discriminazione (dentro Israele) e l’avvio di soluzioni fondate sul diritto e sull’uguaglianza.

Al momento appare assai improbabile, però cosa farete se il leader dell’opposizione Gadi Eisenkot vi chiederà l’appoggio, anche esterno, per la formazione di una nuova maggioranza, senza Netanyahu e l’estrema destra?

Il nostro sostegno a una maggioranza di governo non sarà mai scontato o automatico. Non cederemo sulle nostre condizioni.

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Il sogno dell’islamista Abbas, dalla pancia della balena al potere

( Michele Giorgio su il manifesto - 15 agosto 2026 )

Verso il voto:  Il leader di Raam lascia i partiti arabi d’Israele per rendersi appetibile alle formazioni politiche sioniste dopo le elezioni

Non pochi si domandano se Mansour Abbas, islamista e leader del partito arabo Raam, arriverà a riconoscere Israele come Stato sionista del popolo ebraico, rinunciando alla storica richiesta dei cittadini arabi di uno Stato di tutti, ebrei e non ebrei. L’interrogativo è fondato perché Abbas, per anni esponente di primo piano del movimento islamico in Israele, ha avviato una profonda trasformazione politica e ideologica che, nella sua visione, dovrà portarlo il 28 ottobre, il giorno successivo alle elezioni legislative, a diventare l’arbitro della politica israeliana, colui che, con in mano 4-5 seggi, determinerà le sorti di una possibile maggioranza alternativa a quella di Benyamin Netanyahu.

Abbas, 52 anni, di Maghar, in Galilea, figlio di genitori contadini, sa che dovrà aggirare con ancora più abilità, in una società sempre più radicalizzata a destra, il veto non scritto che esclude la partecipazione al governo di forze politiche non sioniste, ossia i partiti che rappresentano gli arabo-israeliani, i palestinesi con cittadinanza israeliana. Perciò manovra senza sosta. Dopo aver silurato la Lista unita con gli altri partiti arabo-israeliani per tenersi le mani libere, Abbas ha avviato trattative clamorose per l’ingresso in Raam di un ex capo della polizia israeliana, Yoav Segalovitz, già parlamentare del partito ebraico Yesh Atid. La scelta di Segalovitz non è stata casuale. Quando era viceministro della Sicurezza aveva promosso un piano contro la criminalità organizzata nelle comunità arabe, ottenendo risultati che Abbas considera «eccezionali». «È esattamente il modello», ha detto il leader di Raam quando gli è stato chiesto se Segalovitz corrispondesse al profilo del candidato ebreo che cercava. Un sondaggio della tv Canale 13 ha rivelato che l’ingresso dell’ex capo della polizia porterebbe Raam da cinque a sette seggi alla Knesset.

La posta in gioco, però, non sono i seggi. L’alleanza con un politico ebreo con un passato nella sicurezza serve a dare un volto profondamente nuovo al partito islamista. «Abbas è pronto ad accettare anche il servizio civile nazionale (una sorta di servizio militare senza armi, ndr) per gli arabi richiesto da Segalovitz. Se ciò accadrà, finirà in frantumi la storica opposizione araba a questa possibilità senza ottenere nulla di certo dai leader sionisti», ci dice Fares, un attivista del fronte Hadash a guida comunista.Eppure, se tra i nazionalisti palestinesi solo pronunciare il nome di Abbas è considerato blasfemo, nelle aree rurali della Galilea a maggioranza araba, tradizionaliste e conservatrici, il serbatoio di voti di Raam e del movimento islamico, la trasformazione del leader islamista guadagna consensi perché lascia intravedere una possibilità di «entrare nella stanza dei bottoni». Molti hanno già dimenticato il fallimento di Abbas di cinque anni fa. Raam, infatti, fu decisivo per la maggioranza di Naftali Bennett e Yair Lapid nel 2021, però non riuscì ad andare oltre l’appoggio esterno, mentre le promesse di sviluppo delle aree a maggioranza araba non trovarono realizzazione sul terreno.

Le prossime settimane saranno decisive. In ogni caso, la traiettoria seguita da Raam è davvero clamorosa. Un percorso che si deve alla parabola politica di Abdullah Nimr Darwish, lo sceicco di Kufr Qassem che fino alla morte, nel 2017, ha guidato tutti i passi del suo discepolo Abbas. Darwish, alla fine degli anni Settanta, fu tra i fondatori di Usrat al-Jihad, organizzazione clandestina che combinava nazionalismo palestinese e islamismo e sosteneva la lotta armata. Fu arrestato. Dopo la liberazione, Darwish abbandonò l’idea della rivoluzione islamica e della lotta armata, affermando che i musulmani non avrebbero potuto conquistare il potere in Israele e che, pertanto, dovevano imparare a vivere e agire all’interno della realtà sionista, senza rinunciare alla propria identità. «Vivere nella pancia della balena» era il suo slogan. La balena era lo Stato israeliano. La frattura arrivò nel 1996. Il movimento islamico si divise sulla partecipazione alle elezioni israeliane e sul rapporto con gli accordi di Oslo firmati da Israele e Olp. La corrente guidata da Darwish, poi conosciuta come ramo meridionale, scelse la partecipazione. Il ramo settentrionale, guidato da Raed Salah, rifiutò e sviluppò una linea più radicale, centrata sulla mobilitazione palestinese e sulla questione di Gerusalemme e della moschea di al-Aqsa. Da quella scissione sarebbe emerso Raam, fondato sull’idea di usare il voto per ottenere risorse e influenza politica. È questa la lezione che Mansour Abbas afferma di aver ricevuto dal suo maestro. A suo dire, non ha deviato dalle idee di Darwish. Piuttosto, ha portato alle estreme conseguenze il suo pragmatismo per migliorare la condizione dei cittadini arabi. Aggiunge di aver fatto della sua «jihad civile» una strategia parlamentare. La sua «wasatiyya», la «via di mezzo», sarebbe la conciliazione di principi islamici, pragmatismo politico e partecipazione democratica. Molti palestinesi d’Israele scuotono la testa e parlano di «acrobazie politiche» in nome del potere. Lo storico israeliano Ilan Pappé taglia corto. «Mansour Abbas può cambiare tutto ciò che vuole per rendersi appetibile al potere», ha detto al manifesto, «se invece cerca parità e pieno riconoscimento, allora quelli che devono cambiare sono i leader sionisti, non lui. Non faranno mai gli interessi degli arabi, piuttosto li manipoleranno».

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Sondaggi elezioni Israele: il Likud di Netanyahu al livello più basso da un anno, mentre cresce il partito di Eisenkot

(di Redazione jPost -  24 Luglio 2026 )

Secondo un sondaggio del Maariv Yashar di Eisenkot ha raggiunto il record di 23 seggi, in vantaggio di tre seggi sul Likud. Beyahad di Bennett e Lapid è a quota 17, mentre Yisrael Beytenu a quota 10. I Democratici di Yair Golan hanno mantenuto invariati 11 seggi, mentre il partito di Ben Gvir è a 8, e quello di Smotrich a 5.  Secondo un sondaggio pubblicato dal quotidiano israeliano Maariv, il Likud del Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha registrato il suo peggior risultato da giugno 2025, raggiungendo appena 20 seggi. Lo riporta tra gli altri il Jerusalem Post.

Al contrario, Yashar, guidato dall’ex capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane Gadi Eisenkot, ha guadagnato un seggio, raggiungendo il record di 23 seggi e portandosi in vantaggio di tre seggi sul Likud. Il sondaggio ha inoltre rilevato che il partito Beyahad dell’ex primo ministro Naftali Bennett ha guadagnato un seggio, arrivando a quota 17, mentre Yisrael Beytenu è salito di un seggio, raggiungendo quota 10. Dopo le primarie del partito, i Democratici di Yair Golan hanno mantenuto invariati 11 seggi.

All’interno della coalizione, Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir ha guadagnato un seggio, arrivando a otto, eguagliando i partiti ultraortodossi Shas e Giudaismo Unito della Torah, entrambi rimasti invariati. Anche il Partito Sionista Religioso di Bezalel Smotrich ha guadagnato un seggio, raggiungendo quota cinque. A seguito di questi cambiamenti, il blocco di opposizione ha perso un seggio, ma ha mantenuto la maggioranza con 61 seggi. Complessivamente, la coalizione di Netanyahu si è rafforzata, raggiungendo 49 seggi, mentre i partiti arabi sono rimasti stabili con 10 seggi.

Yesodot Israel, il partito guidato da Chili Tropper e Yoaz Hendel , non è riuscito a superare la soglia elettorale questa settimana, ottenendo solo il 2,9% dei voti. Anche Balad è rimasto al di sotto della soglia con l’1,7%, così come Blu e Bianco di Benny Gantz con l’1,6%.

La decisione di Bennett e Lapid di fondersi ha influenzato le intenzioni di voto?

Il sondaggio ha anche esaminato le intenzioni di voto degli attuali elettori di Beyahad prima della formazione dell’alleanza Bennett-Yair Lapid. Dei 17 seggi previsti per il partito, 10 provengono da persone che intendevano già votare per Naftali Bennett alle elezioni del 2026, cinque da elettori di Yesh Atid e due da elettori che avevano pianificato di sostenere altri partiti prima della formazione dell’alleanza. L’indagine ha inoltre rilevato che quasi la metà degli elettori dei partiti di opposizione sionisti, il 46%, ritiene che Bennett e Lapid dovrebbero continuare a candidarsi insieme nonostante il calo di consensi dell’alleanza nei sondaggi. Il 31% ha affermato che dovrebbero separarsi, mentre il 23% ha dichiarato di non saperlo. La maggioranza degli elettori dell’opposizione sionista, il 57%, ritiene inoltre che Tropper e Hendel dovrebbero aderire a uno dei partiti esistenti. Il 19% ha affermato che dovrebbero continuare a candidarsi come indipendenti, mentre il 24% si è dichiarato indeciso.

Secondo il sondaggio, se Tropper e Hendel si unissero a Yashar, il partito raggiungerebbe 27 seggi, pari alla forza combinata dei partiti che si presentano separatamente, ampliando ulteriormente il suo vantaggio sul Likud. Una simile mossa andrebbe a scapito di Insieme, che scenderebbe a 14 seggi, ma non altererebbe gli equilibri tra i blocchi: l’opposizione sionista manterrebbe 61 seggi, la coalizione di Netanyahu ne conserverebbe 49 e i partiti arabi resterebbero a 10.

Bennett candidato più idoneo a diventare primo ministro

Il sondaggio di Maariv ha inoltre rilevato che Bennett è in vantaggio su Netanyahu in termini di idoneità al ruolo di primo ministro, con il 45% dei consensi rispetto al 42% di Netanyahu.  Il divario è rimasto pressoché invariato rispetto al sondaggio precedente, condotto all’inizio di luglio. Eisenkot è in vantaggio su Netanyahu di sei punti percentuali, 46% contro 40%, un distacco di due punti rispetto al sondaggio precedente. Anche nel confronto diretto tra Eisenkot e Bennett il divario è rimasto sostanzialmente invariato, con Eisenkot che ha ottenuto il 38% dei consensi e Bennett il 23%.

Il sondaggio è stato condotto da Lazar Research, diretto dal Dr. Menachem Lazar, in collaborazione con il panel online Panele4ALL. Il sondaggio è stato effettuato il 22 e 23 luglio su un campione di 500 intervistati, rappresentativo della popolazione adulta israeliana di età pari o superiore a 18 anni, inclusi intervistati sia ebrei che arabi. Il margine di errore massimo del campione è stato del 4,4%.

7 agosto 2026

Turchia: Il processo di pace con il Pkk ora ha una legge quadro. Che esclude Öcalan

  ( di Murat Cinar il manifesto - 7 agosto 2026 )

«Una Turchia senza terrorismo» La proposta del governo di Ankara approda in aula: pene sospese in cambio del disarmo, ma restano fuori lo storico leader e altri 200 membri storici del Partito dei lavoratori. La questione curda torna così al centro del confronto politico


 
Dopo mesi di attesa, il governo turco ha presentato al Parlamento la “legge quadro”, ribattezzata «Una Turchia senza terrorismo», che punta a regolare il nuovo processo di pace con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). La proposta in 12 articoli, sottoscritta da 360 deputati su 592, passa ora in commissione e nell’arco di pochi giorni verrà sottoposta al voto dell’aula. L’entrata in vigore però è subordinata a una condizione precisa: il Consiglio di sicurezza nazionale dovrà certificare che il Pkk e tutte le organizzazioni collegate abbiano cessato ogni attività e completato la consegna delle armi. Solo dopo potranno essere applicate le misure previste nel testo.

LA LEGGE riguarda i i reati di costituzione o direzione dell’organizzazione, appartenenza, sostegno consapevole, propaganda, reati connessi alle attività del Pkk e finanziamento del terrorismo. Il governo evita di parlare di amnistia o di “pentimento”: la formula scelta è quella della sospensione delle indagini, dei processi e dell’esecuzione delle pene. Per i reati puniti con pene fino a 15 anni è prevista una sospensione di 5 anni; per pene superiori ai 15, compreso l’ergastolo, la sospensione sarà di 10 anni. Se nel frattempo non verranno commessi nuovi reati e saranno rispettate le condizioni previste dalla legge, il procedimento sarà archiviato oppure la pena verrà considerata estinta.

RESTANO ESCLUSI dal provvedimento gli omicidi volontari commessi nell’ambito dell’attività dell’organizzazione e i reati che, prima della riforma del codice penale del 2005, comportavano l’ergastolo aggravato. Cosa che, di fatto, impedisce al fondatore del Pkk, Abdullah Öcalan e a circa 200 membri dell’organizzazione di beneficiare della nuova normativa. Il testo istituisce inoltre un Consiglio di valutazione e coordinamento, che avrà il compito di seguire l’attuazione della legge. Parallelamente nascerà una Commissione parlamentare di monitoraggio. Tra le novità c’è anche la possibilità di rimuovere, su richiesta degli organismi competenti e previa decisione dell’autorità giudiziaria, alcune conseguenze civili e amministrative derivanti dalle condanne, come l’interdizione dai pubblici uffici. Questo punto potrebbe aprire le porte della politica parlamentare, ad alcuni membri dell’organizzazione.

LA PRESENTAZIONE della legge ha immediatamente aperto il confronto politico. Il presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan, ha parlato di «un passo destinato a liberare definitivamente la Turchia dalla minaccia del terrorismo», rafforzando l’unità nazionale e la stabilità del Paese. Diversamente Özgür Özel, leader del Yeni Parti, pur confermando il sostegno a una soluzione politica della questione curda ha criticato il fatto che il testo sia stato elaborato senza un confronto con le opposizioni. In oltre, secondo Ozul, il disarmo del Pkk dovrebbe procedere parallelamente a un processo di democratizzazione, non in una fase successiva. Così il Dem Parti, la forza parlamentare mediatrice tra lo Stato e Ocalan, che giudica positivamente la creazione di una cornice legislativa ma insiste sulla necessità di accompagnare il disarmo con riforme democratiche e maggiori garanzie sullo Stato di diritto.

ANCHE IL PKK ha accolto favorevolmente l’avvio della fase legislativa, pur criticando l’esclusione di Öcalan e degli altri dirigenti storici dal campo di applicazione della legge. Di segno opposto le reazioni delle forze nazionaliste di opposizione. L’Iyi Parti sostiene che si tratti di una concessione al Pkk, mentre Yeniden Refah Partisi chiede che un eventuale accordo di tale portata venga sottoposto a referendum.

La presentazione della legge è coincisa con una protesta nel parco Güvenpark di Ankara di alcune associazioni di veterani. invalidi e familiari dei militari caduti negli scontri con il Pkk. Nelle stesse ore, il governo ha annunciato un aumento del 25% delle indennità destinate ai grandi invalidi di guerra e nuove tutele per i militari feriti ma non riconosciuti come invalidi. Per la prima volta dopo anni, la questione curda torna così al centro del confronto parlamentare. Resta ora da capire se il nuovo impianto legislativo riuscirà a trasformare il processo di disarmo in una pace stabile o se le profonde divisioni politiche continueranno a condizionarne l’attuazione.

nella foto: Una foto di Abdullah Öcalan in piazza durante le celebrazioni del Newroz, a Istanbul

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Turchia:  Liceo italiano di Istanbul: contratto non rinnovato all’80% dei docenti che hanno scioperato

 ( di Murat Cinar su il manifesto 29 luglio 2026)

Gli ispettori del ministero turco dell’Istruzione hanno rilevato «irregolarità» amministrative

La vertenza che da mesi scuote il Liceo Italiano di Istanbul, una delle più antiche istituzioni scolastiche straniere della Turchia, è entrata in una nuova fase. Dopo 123 giorni di sciopero, finito a giugno grazie a un accordo raggiunto con la mediazione delle autorità turche, il conflitto tra la direzione della scuola e una parte consistente del corpo docente non si è chiuso. Al contrario, si è trasformato in uno scontro che coinvolge il sindacato, il ministero dell’Istruzione e la magistratura.

SECONDO il sindacato Tez-Koop-Is, alla guida della mobilitazione dei docenti – che denunciavano di venire pagati un quinto dei colleghi italiani, lavorando di più – dopo la firma dell’intesa la direzione dell’istituto avrebbe avviato una serie di provvedimenti nei confronti degli insegnanti più attivi nella protesta. Tra i casi segnalati figura quello di Özgür Dogu, da 12 anni docente e da 10 vicepreside turco della scuola, oltre a quelli di diversi insegnanti di materie umanistiche e scientifiche. «Le accuse rivolte a Dogu derivano in realtà da una serie di decisioni sbagliate prese dal preside italiano», sostiene il docente Fırat Aydın, tra i protagonisti della mobilitazione. Aydın contesta inoltre la ricostruzione della direzione sulla natura dei rapporti di lavoro dei docenti coinvolti. «Gli insegnanti turchi che lavorano qui hanno un contratto a tempo indeterminato firmato con lo Stato italiano il 13 aprile 2017. Ogni anno viene firmato anche un secondo contratto con il Ministero dell’Istruzione turco. È quest’ultimo contratto che non è stato rinnovato a 10 docenti, alcuni dei quali lavorano ininterrottamente nel liceo da 15 anni».

LETTURA respinta dalla direzione scolastica. Al manifesto, l’avvocata del liceo Hafize Özdilek dichiara che «nei confronti dei docenti in questione non è stato adottato alcun provvedimento di licenziamento, la mancata proroga è stata comunicata agli interessati attraverso notifica notarile e nel rispetto delle procedure previste dalla legge».

«È vero che i dieci docenti non sono stati licenziati, ma noi interpretiamo questa decisione come una sorta di licenziamento di gruppo», afferma Engin Çelik, dirigente di Tez-Koop-Is. «L’80% dei docenti turchi che hanno partecipato allo sciopero non ha ottenuto il rinnovo del contratto. Per noi il quadro è chiaro: si tratta di una liquidazione che, inoltre, non riconosce il sindacato come interlocutore». Secondo Çelik, la scelta rischia di svuotare di significato l’accordo raggiunto al termine dello sciopero: «Il contratto collettivo che avevamo firmato riguardava proprio quei docenti che oggi non possono più lavorare nel liceo». Nel frattempo la vicenda ha assunto una dimensione ancora più delicata a seguito dell’intervento del ministero dell’Istruzione turco. Un rapporto redatto dagli ispettori del ministero avrebbe individuato una serie di irregolarità amministrative e gestionali. Tra le contestazioni figurano presunte discriminazioni nei confronti degli insegnanti turchi nella distribuzione degli orari di lavoro, l’impiego di personale privo delle necessarie autorizzazioni, l’assegnazione di incarichi didattici a soggetti senza titolo e alcune iscrizioni di studenti ritenute non conformi alla normativa vigente.

PER AYDıN, le misure adottate dal ministero rappresentano la conseguenza di accertamenti fondati su «prove concrete». Il docente richiama inoltre la necessità di una maggiore trasparenza nella gestione dell’istituto. «Da tre anni il bilancio non viene pubblicato sul sito della scuola. Temiamo possano esserci ulteriori irregolarità». Le autorità competenti hanno disposto la revoca degli incarichi dirigenziali del preside italiano Giuseppe Finocchiaro e della vicepreside Nida Intiba. Per il sindacato si tratta della conferma delle anomalie denunciate durante e dopo lo sciopero. La legale del liceo, Özdilek, sottolinea che «la valutazione definitiva della vicenda spetterà esclusivamente agli organi giurisdizionali competenti». A oltre un anno dall’inizio della mobilitazione, il caso del Liceo Italiano di Istanbul continua dunque a interrogare non soltanto il mondo della scuola ma anche il delicato rapporto tra istituzioni educative straniere, diritto del lavoro e libertà sindacali in Turchia. Quella che sembrava essersi conclusa con un accordo dopo il più lungo sciopero della storia recente degli insegnanti delle scuole straniere del paese si è trasformata in una battaglia destinata a proseguire nelle aule dei tribunali.

nella foto: il  Liceo italiano di Istanbul

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Turchia, si scinde l’opposizione a Erdogan del Chp. Özel fonda lo Yeni Parti

( di Murat Cinar su  il manifesto 25 luglio 2026 - sintesi)

Le autorità di Ankara negli ultimi 30 giorni hanno intensificato la repressione: 26 sindaci in carcere, centinaia di amministratori indagati … L'opposizione turca si spacca con la nascita del Yeni Parti di Özgür Özel, dopo che la vecchia guardia del Chp, riconfermata da una sentenza contestata, ha espulso i riformisti. Intanto, il governo colpisce le amministrazioni locali del Chp con inchieste politiche.

5 agosto 2026

Megaprofitti di Big Oil, ora anche Trump vuole «qualcosa indietro»

 Petrolio Il presidente bacchetta le americane Chevron e Exxon, ma la guerra ha gonfiato i conti a tutti. Persino la saudita Aramco, quella più vicina al fronte bellico, registra un +43% di utili

Luigi Pandolfi su il manifesto - 5 agosto 2026

All’inizio era: «Amici petrolieri, arricchitevi!». E così è stato. La guerra contro l’Iran si è rivelata finora una miniera d’oro per i produttori di armi, le compagnie petrolifere e anche per gli speculatori che conoscevano in anticipo le mosse e le dichiarazioni di Trump. Ora, però, è lo stesso tycoon a bacchettare i petrolieri. Cosa è cambiato?

Andiamo con ordine. Nel clima di guerra a singhiozzo tra Usa e Iran, i grandi gruppi petroliferi hanno chiuso uno dei trimestri più redditizi degli ultimi anni. Chevron ha chiuso il secondo trimestre con un utile netto di 12,07 miliardi di dollari, quasi cinque volte superiore ai 2,49 miliardi dello stesso periodo del 2025 (+385%). Il fatturato, invece, è salito del 56%, raggiungendo 70,06 miliardi di dollari.

Anche ExxonMobil ha beneficiato dell’impennata dei prezzi. Secondo le anticipazioni diffuse prima della pubblicazione dei conti, l’utile trimestrale è salito a 14,53 miliardi di dollari, il 105% in più rispetto a un anno prima, con ricavi pari a 116,02 miliardi di dollari (+42%). Le due compagnie statunitensi hanno così accumulato oltre 26 miliardi di dollari di profitti in appena tre mesi.

C’entra innanzitutto il prezzo del greggio. Tra aprile e giugno il petrolio statunitense Wti ha registrato una quotazione media di 92,45 dollari al barile, il 27% in più rispetto al trimestre precedente, mentre il Brent ha viaggiato intorno ai 96 dollari, con un incremento del 45% sull’anno. Le continue escalation militari, gli stop and go di Trump, gli attacchi nel Mar Rosso e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno alimentato la corsa delle quotazioni.

Anche la raffinazione, nondimeno, ha garantito margini eccezionali grazie all’aumento del divario tra il prezzo del greggio e quello dei carburanti. L’utile della raffinazione di Chevron è balzato a 4,9 miliardi di dollari, contro i 737 milioni dello stesso trimestre del 2025. Exxon ha ottenuto 5,5 miliardi di dollari, dopo la perdita registrata all’inizio dell’anno.

Grandi affari anche per le compagnie europee: Shell ha triplicato gli utili fino a 10,82 miliardi di dollari, mentre TotalEnergies li ha più che raddoppiati, raggiungendo 5,44 miliardi. Secondo Global Witness, sei grandi compagnie europee, tra cui l’italiana Eni, hanno totalizzato 22 miliardi di dollari di profitti solo nel primo trimestre (+43%). Nella lista dei «vincitori» della guerra c’è anche il colosso saudita Aramco, che ha aumentato gli utili del 44% (32,7 miliardi di dollari), «nonostante l’interruzione senza precedenti delle forniture», ha dichiarato trionfalmente il ceo Amin H. Nasser.

Profitti extra per i petrolieri, caro carburanti per il popolo. Negli Stati Uniti il prezzo medio della benzina è arrivato addirittura a 4,11 dollari al gallone, contro meno di 3 dollari prima della guerra. Un aumento che pesa sulle classi popolari e che è finito per trasformarsi in un problema politico per The Donald, alle prese con il calo del consenso e con le elezioni di metà mandato alle porte.

Da qui il cambio di tono: «Arricchitevi, ma qualche briciola lasciatela al popolo!». «Chevron: troppi soldi. ExxonMobil: troppi soldi. Dovranno restituirne una parte al pubblico», ha dichiarato il tycoon, chiedendo anche una riduzione «immediata» dei prezzi alla pompa.

La guerra illegale sua e di Netanyahu ha generato un’enorme redistribuzione di ricchezza verso i grandi gruppi energetici. Solo dopo averne constatato gli effetti sul consenso politico, la Casa Bianca ha provato, opportunisticamente, a criticare questi extra-profitti.

Il punto, però, va oltre le polemiche contingenti. Ogni crisi internazionale, ogni conflitto, ogni interruzione delle catene di approvvigionamento si traduce ormai in una gigantesca occasione di valorizzazione del capitale per i grandi gruppi dell’energia e dell’industria militare. La guerra non è soltanto una tragedia umana e geopolitica: è sempre più un meccanismo che alimenta l’accumulazione capitalistica, trasferendo ricchezza verso chi controlla le risorse strategiche e lasciando ai cittadini il conto sotto forma di inflazione e caro energia.

nella foto: oscillazioni prezzi del petrolio alla borsa di New York

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Salasso di guerra: Meloni fa il pieno ai petrolieri

( Roberto Ciccarelli su  il manifesto - 5 agosto 2026 )

Poveri ma bellici: Tagli ai ministeri per finanziare lo sconto sul gasolio. Decreto fotocopia: riduzione di 17 centesimi, ma non sulla benzina, fino al 25 agosto. Aumentano le bollette di gas e elettricità: assicurato un altro contributo alla rendita fossile

In agosto si partirà in macchina tranquilli di farsi spennare dai petrolieri che beneficiano della guerra di Trump in Iran. Il Consiglio dei ministri ieri ha rinnovato la riduzione di 17 centesimi al litro del solo gasolio fino al 25 agosto. Sono stati stanziati altri 245 milioni di euro destinati al settore dell’autotrasporto, della logistica e della distribuzione merci. Per chi circola con un’auto a benzina, invece, nessun effimero sollievo fiscale, nonostante i prezzi medi sfiorino o superino i 2 euro al litro. I 245 milioni vanno ad aggiungersi ai circa 2,5 miliardi pubblici già versati nelle tasche dei petrolieri dal 18 marzo scorso.

LA RIDUZIONE dell’accisa sul diesel continuerà ad essere irrilevante come si è già visto nei giorni scorsi quando il prezzo finale alla pompa è tornato a salire verso i 2,10 euro al litro in modalità self-service. Gran parte del risparmio percepito dagli autotrasportatori — che hanno suscitato la viva comprensione di Meloni & co. — continuerà ad essere erosa nell’altalena delle quotazioni del petrolio.

IL RISULTATO è stato stimato dal centro studi di Confcooperative: il «caro prezzi» sarà finanziato dagli automobilisti per 1 miliardo di euro. Rispetto allo scorso anno occorreranno 22 euro in più per un pieno di diesel e 15 euro in più per la benzina. Per questa ragione si ritiene che 8,9 milioni di italiani resteranno a casa: non hanno i soldi per pagare la tassa Trump. Il miliardo di euro in più da pagare ad agosto si somma alle risorse già drenate verso la filiera energetica, senza che sia stato imposto alcun vincolo di investimento nella transizione o nella mitigazione dei prezzi.

I FONDI STANZIATI dal governo sono stati tolti, di nuovo, ai ministeri. Per altri canali sono stati sottratti ai servizi pubblici in senso ampio. «Non erano molto contenti, ma poi vedremo», ha commentato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Sono tagli lineari già fatti in uno dei precedenti decreti anti-rincari. Ed è stato bocciato l’aumento del prezzo delle sigarette per finanziare lo sconto sulla benzina. Si è trattato di un escamotage fiscale spacciato per misura sanitaria. Ora, invece, si ritagliano i servizi per arricchire i petrolieri. È il modo in cui il governo riesce a fare pace con la propria logica.

L’ESECUTIVO ha fatto un ulteriore annuncio in vista del contro-esodo di fine mese. Sabato 29 e domenica 30 agosto ci sarà il classico rientro. Gli automobilisti hanno avuto già la sicurezza di un altro salasso. Dal pulpito di Facebook la presidente del consiglio Meloni ha scritto: «Dal 25 agosto entrerà nuovamente in vigore il meccanismo delle accise mobili e valuteremo ogni eventuale ulteriore intervento. Cerchiamo di fare la nostra parte per contenere gli effetti dei rincari».

IL POMERIGGIO era però passato con il vicepremier Matteo Salvini intento a a fare le ruote di pavone con il suo velleitarismo. Dopo avere orecchiato le uscite di Trump ha recitato la solfa sui «contributi» da chiedere ai padroni del petrolio. Ma il Cdm al quale il leghista ha partecipato, insieme all’occhiuto Giorgetti, si è tenuto ben lontano dal chiedere un obolo. «Quello di Salvini è un teatrino – ha osservato Chiara Appendino del Movimento 5 Stelle – In mattinata da un cantiere chiedeva la tassazione degli extraprofitti di banche e società energetiche per tagliare le accise, in serata non ha mosso un dito a Palazzo Chigi».

OLTRE A GASOLIO E BENZINA c’è il caro del gas e dell’elettricità. Secondo l’Arera, a luglio le bollette sono salite del +9,7% per i clienti vulnerabili rispetto al mese precedente. Per il Codacons, l’aumento corrisponde a +130,7 euro a nucleo familiare. In un anno la bolletta media del gas è salita a 1.478,4 euro (per 1.100 metri cubi consumati). Sommati ai 632,6 euro della luce, il conto totale per un utente vulnerabile ha raggiunto i 2.111 euro. E senza neppure considerare tutti gli altri. «Vivono alla giornata – ha attaccato il presidente dei senatori Pd Francesco Boccia – Rincorrono le scadenze senza affrontare le cause strutturali della crisi».

SENZA UN BLOCCO dei margini speculativi, senza un tetto ai prezzi e senza un prelievo effettivo sulle rendite energetiche, la crisi viene scaricata sul reddito da lavoro e sui servizi pubblici per tutelare la rendita della filiera petrolifera.

26 luglio 2026

Adesso il governo indiano ha paura degli scarafaggi

 di Matteo Miavaldi *

Continua la protesta della Gen Z, e su Modi aleggia lo spettro di Bangladesh e Nepal

Da una settimana il governo della destra hindu presieduto da Narendra Modi sta affrontando la peggior crisi degli ultimi dodici anni, cioè da quando nel 2014 ha inaugurato un’era di predominio assoluto nel favore popolare del paese più popoloso del mondo.

Le cose sembrano essere cambiate drasticamente nelle ultime 72 ore, quando il movimento della Gen Z indiana innescato dalle manifestazioni del Cockroach janta party (Cjp, il partito popolare degli scarafaggi) è riuscito in un’impresa che solo a dieci milioni di contadini nel 2021 era riuscita: costringere l’amministrazione Modi a trattare.

All’epoca il tema del contendere era però circoscritto alle riforme imposte – e poi ritirate – al settore dell’agricoltura, mentre in questa estate del 2026 ad assediare l’esecutivo sono state centinaia di migliaia di giovani della classe media, urbanizzati, figli e figlie di un privilegio che per anni li aveva isolati dalla repressione governativa e filogovernativa indirizzata a minoranze religiose (soprattutto quella musulmana), etniche e, volendo, anche ideologiche, considerando il blocco dei «progressisti» che ha osato criticare il progetto settario di New India incoraggiato da Modi, pagandone conseguenze durissime. Dalla morte in giù, per intenderci.

Questa volta a fronteggiare il braccio violento della legge indiana è stata una generazione che ha saputo farsi scudo della propria naïveté, immortalata in reel di Instagram che rimbalzano ai quattro angoli della Terra. C’è Rhiya Ahir, modella di 27 anni, che in felpa e cappellino sotto la pioggia torrenziale di Mumbai si piazza davanti a una camionetta della polizia carica di manifestanti e per 20 minuti la blocca con la mano destra; la sinistra appoggiata al fianco, come un video di Beyoncé, come a dire «voglio vedere cosa mi fate». E c’è Bharat, un ragazzo che nei primi giorni delle proteste nel centro di Delhi si ritrova circondato da poliziotti che lo massacrano a bastonate mentre lui, senza mai cedere, urla «Maro do sir! Maro do sir!», cioè «Picchiami, signor poliziotto! Picchiami!».
Nell’India rurale una musulmana o un dalit, gli ultimi degli ultimi del sistema castale indiano, mai si spingerebbero a tanto.

La Gen Z urbana, al contrario, osa. Osa bloccare il centro di New Delhi per chiedere le dimissioni del ministro dell’educazione Dharmendra Pradhan, il volto dell’inefficienza del sistema dell’istruzione pubblica nazionale, e quando viene caricata e sgomberata dalla polizia rilancia, chiamando a raccolta via social network una moltitudine che ormai straborda: a centinaia di migliaia ieri hanno marciato nelle principali città indiane per protestare contro la violenza delle forze dell’ordine nei confronti di un movimento che ha fatto di tutto, e continua a farlo, per rimanere pacifico.

Il terrore che serpeggia nell’amministrazione Modi è tutto contenuto in un video di poco più di un minuto postato nella notte tra il 23 e il 24 luglio dal primo ministro in persona: senza fronzoli, faccione in primo piano, Modi ha ribadito urbi et orbi la volontà del suo governo di perseguire penalmente i responsabili della debacle del sistema di valutazione degli esami d’ingresso alle facoltà di medicina che hanno portato, tra le altre, almeno a 21 suicidi di studenti e studentesse.

È il terrore che anche in India possa ripetersi lo scenario che negli ultimi anni si è verificato in Nepal e Bangladesh, quando partendo da temi tutto sommato «minori» (l’uso dei social network in Nepal, le quote nell’impiego pubblico in Bangladesh) le rispettive Gen Z hanno spazzato via due governi nel giro di qualche settimana.

Per scongiurare il peggio, dopo aver bistrattato e sottovalutato il coefficiente valanga di queste mobilitazioni apartitiche (e quindi oceaniche), il governo indiano ha cambiato approccio.

Da un lato sta cercando di rompere il fronte del dissenso, ad esempio convincendo l’ingegnere e attivista dell’ambiente Sonam Wangchuk a interrompere lo sciopero della fame iniziato 26 giorni fa a sostegno della lotta degli studenti e delle studentesse: lo ha fatto ieri notte a favore di telecamera, letteralmente imboccato dal ministro della salute J. P. Nadda.

Dall’altro lato, per conto di Modi, Nadda sta cercando di trovare un accordo coi vertici degli «scarafaggi», incontrati ieri al Constitution club of India, nel centro di New Delhi, per colloqui al momento ancora non risolutivi.
Saurav Das, portavoce degli «scarafaggi», ieri ha chiarito che il movimento non arretra di un millimetro e continuerà la mobilitazione finché non otterrà le dimissioni del ministro dell’istruzione: le proteste si fermeranno 24 ore, per dare tempo al governo di far fuori il proprio ministro; in caso contrario, la mobilitazione continuerà.

Nel frattempo il governo ha annunciato di tutto: 47 funzionari della National Testing Agency licenziati in tronco, aperte indagini per individuare e punire i poliziotti violenti, trasferito il viceministro dell’istruzione, garantito risarcimento di dieci milioni di rupie a ogni famiglia di studenti e studentesse morti suicidi a causa dei «paper leak». Ma l’ultimatum degli «scarafaggi» rimane.

A questo punto, però, la «testa» di Pradhan potrebbe non essere più sufficiente. O meglio, lo sarebbe per gli «scarafaggi», ma non è detto lo sia per le centinaia di migliaia di giovani che sono in piazza da giorni e urlano slogan che vanno ben oltre le recriminazioni da «buon governo». Vogliono un’altra testa. Quella di Narendra Modi.

nella foto: manifestazione del Cockroach janta party (Cjp) a Mumbai

* da il manifesto- 25 luglio 2026

leggi anche: La meglio gioventù indiana alla prova del manganello

18 luglio 2026

Tre interventi sul clima


 Mercato del carbonio. L’inchino Ue agli   affari non basta alle aziende

 ( di Andrea Valdambrini - da il manifesto 18       luglio  2026 )

Un brutto clima Per Bruxelles i produttori di energia potranno continuare a rilasciare emissioni fino agli anni 2040, ma la riforma scontenta molti

L’Ue arriva alla riforma dell’Ets -il sistema europeo di scambio di quote di emissione, principale strumento dell’Unione per ridurre le emissioni di CO2- alle soglie della pausa estiva dell’attività istituzionale e dopo mesi di pressioni, polemiche e fronti contrapposti. Il risultato non piace a nessuno. Se è indubbio che la riforma vada incontro alle richieste dell’industria e per questo attiri severe critiche da parte di ambientalisti e sostenitori della neutralità climatica, sono proprio le lobby industriali a storcere la bocca, già pronte alla battaglia nel lungo iter legislativo dei prossimi mesi.

PRINCIPALE NOVITÀ della riforma è la riduzione della quota fissa base per la diminuzione delle emissioni. In prospettiva si passerà dall’attuale 4,3% annuo al 3,7% dopo il 2030, fino all’1,7% tra dieci anni. Ma l’alleggerimento non si ferma qui. Nel 2034 si sarebbero dovute azzerare le quote gratuite per i settori inquinanti interessati dal mercato europeo del carbonio, ma non sarà più così. L’immissione di nuove quote gratuite viene però limitata da una condizione: gli Stati dovranno usare il 50% dei proventi del mercato delle quote di CO2 per investimenti nella decarbonizzazione. Un passaggio chiave, dato che segue il principio secondo cui «ciò che viene tolto all’industria deve tornare all’industria». Lo fa notare il vicepresidente della Commissione, il macroniano Séjourné, sottolineando come gli obiettivi climatici debbano andare a braccetto con il processo di reindustrializzazione, considerato un pilastro della sovranità europea, nel lessico sempre più vicino a quello dell’Eliseo. Gli fa eco il responsabile del dossier, l’olandese Wopke Hoekstra, esponente del Ppe, che parla di conciliare obiettivi climatici ambiziosi e maggiore competitività.

PROPRIO L’IDEA della competitività e dell’attenzione alle imprese è stata il vettore che popolari e destra hanno usato per smontare i pilastri del Green Deal. Ora «la Commissione concede alle industrie una licenza per inquinare ancora più a lungo e a un costo inferiore», attaccano i Verdi europei, per i quali l’aumento del numero di quote gratuite di CO2 va in contrasto con l’incentivo agli investimenti nelle energie rinnovabili. «Chiunque mini la protezione del clima durante questa estate torrida non ha colto i segni dei tempi – ha sottolineato Michael Bloss, relatore ombra dei Verdi/Ale nella commissione Ambiente – I nostri figli ne pagheranno il prezzo, con compromessi sulla loro qualità di vita, salute e libertà». Le organizzazioni ambientaliste come il Wwf hanno sottolineato come il sistema Ets funzioni perché i suoi principali elementi si rafforzano reciprocamente. Il calo del tetto delle emissioni e un prezzo significativo della CO2 spingono insieme verso una maggiore convenienza delle rinnovabili.

L’ALLEGGERIMENTO dei vincoli ambientali in chiave business friendly è la faccia principale della medaglia, che però ha anche il suo rovescio: l’Europa, annuncia von der Leyen, sarà «il primo continente al mondo alimentato dall’elettricità». Per arrivarci, la decarbonizzazione deve affrontare lo scoglio dei prezzi dell’elettricità, che Bruxelles conta di rendere più accessibili anche rendendo più efficiente il sistema Ets. Si tratta per ora di un piano d’azione, non di una proposta legislativa vera e propria, ma la presidente della Commissione ha tenuto ad associarlo alla riforma. Il commissario all’Energia Jorgensen, danese ed esponente di uno degli ultimi governi socialisti dell’Ue, prime sull’acceleratore, quando afferma che «entro la fine dell’anno proporremo misure per eliminare gradualmente i sussidi ai combustibili fossili» a favore dell’energia da fonti rinnovabili.

LA PROPOSTA DI REVISIONE da parte dell’esecutivo europeo arriva dopo settimane di pressione politica. Pochi giorni fa Confindustria, la tedesca Bdi e la francese Medef avevano presentato un piano che chiedeva di rallentare la riduzione delle quote e rafforzare il sostegno all’industria, indicazioni in parte riprese dalla Commissione. Ma neppure questo compromesso sembra bastare, dato che Business Europe parla già di aspetti «preoccupanti» della riforma. Alla vigilia della revisione si era consumata anche una spaccatura tra i governi: i paesi nordici, con Spagna e Paesi Bassi, chiedevano di non indebolire il mercato del carbonio, mentre Italia, Polonia e diversi stati dell’Est spingevano per una modifica più profonda in nome della competitività.

nella foto: Nord Reno-Westfalia, centrale a carbone

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Aria irrespirabile a New York, clima infernale negli Stati uniti

Emergenza a Manhattan e in tante città americane per la quantità enorme e pericolosa di particolato provocato dagli incendi a nord. Catastrofe piogge in Texas, la tragedia di Camp Mystic non ha insegnato nulla

(  di Marina Catucci - da il manifesto 18 luglio 2026 )

Da mercoledì a New York si respira a fatica a causa del fumo denso arrivato dagli incendi canadesi, che ha trasformato il cielo di Manhattan in una cappa grigia e messo la città sotto allerta per la qualità dell’aria. La governatrice Kathy Hochul ha chiesto ai newyorkesi di restare in casa e, se costretti a uscire, di indossare la mascherina N95 (l’analogo della nostra FFP2, ndr), mentre la città ha iniziato a distribuirne gratuitamente. L’indice di qualità dell’aria ha toccato quota 200, il livello peggiore dal giugno 2023, quando il cielo si era tinto d’arancio e l’indice era arrivato a 480. Gli oltre 800 incendi attivi in Canada, concentrati soprattutto nell’Ontario nordoccidentale, stanno spingendo il fumo verso sud da giorni, e l’ondata di calore che ha investito la città in questi stessi giorni ha peggiorato ulteriormente la situazione, intrappolando il particolato più vicino al suolo. Le autorità avvertono che potrebbero passare settimane, forse mesi, prima che la situazione si stabilizzi davvero. Per strada sono tornate a vedersi mascherine che non si vedevano dal periodo del lockdown, ma con la logica invertita: si indossano quando si va all’aperto e si tolgono quando si entra in luoghi chiusi dove l’aria è respirabile. Se a New York le cose vanno male, altrove vanno anche peggio. A Minneapolis l’agenzia statale per il controllo dell’inquinamento ha dichiarato la categoria “maroon”, la più alta della scala per la respirabilità dell’aria, pericolosa per chiunque a prescindere dalle condizioni di salute: gli incendi che bruciano nella regione dell’Arrowhead e nella Boundary Waters Canoe Area hanno spinto il Minnesota a dichiarare lo stato di emergenza, e il governatore Tim Walz ha disposto la chiusura temporanea dell’area.

Secondo la classifica di IQAir, la piattaforma svizzera che monitora in tempo reale la qualità dell’aria nelle principali città del mondo, giovedì Detroit, Minneapolis e Chicago sono state per ore, nell’ordine, le tre città più inquinate al mondo. Il Michigan è finito sotto allerta massima, mentre in Pennsylvania l’allerta è passata da codice rosso, poco salubre per tutti, a codice viola, molto poco salubre per chiunque, un gradino sotto l’allerta massima raggiunta invece in Minnesota. Non è “soltanto” l’odore acre e pungente di bruciato, che pizzica la gola e dà fastidio agli occhi: uno studio pubblicato quest’anno stima che l’esposizione prolungata al particolato fine da fumo di incendi contribuisca a circa 24.100 morti l’anno nei 48 stati continentali. In Texas, invece, il problema non è il fumo ma l’acqua, e questa settimana è arrivata di nuovo in quantità distruttiva. Dal 13 luglio, piogge tropicali hanno scaricato oltre 500 millimetri di pioggia, provocando inondazioni improvvise lungo diversi fiumi. Il fiume Guadalupe si è alzato di oltre nove metri in poche ore, arrivando a undici metri, appena sotto il record di 12,9 metri stabilito esattamente un anno prima. Il governatore Greg Abbott ha dichiarato lo stato di emergenza, parlando di “minaccia di disastro imminente”, e ha riferito di oltre 75 interventi di soccorso in acqua e un morto accertato. La scena si ripete quasi identica a quella del luglio 2025, quando le stesse zone della Texas Hill Country sono state investite da un’alluvione che ha ucciso più di 139 persone, tra cui una ventina di bambini e animatori del campo estivo Camp Mystic, sulle rive dello stesso Guadalupe. Dopo quella tragedia, funzionari della National Oceanic and Atmospheric Administration e del National Weather Service avevano ammesso che le previsioni erano state accurate quanto possibile, ma che i tagli al personale federale avevano lasciato scoperto un problema diverso: la perdita di persone esperte che nelle ore successive agli allarmi avrebbero dovuto coordinarsi con le autorità locali.

Tre episodi diversi, ma la stessa configurazione meteorologica di fondo: un’alta pressione bloccata sul nord del paese che intrappola il fumo degli incendi vicino al suolo, e una corrente a getto anomala che al sud convoglia umidità tropicale sulle stesse zone del Texas colpite un anno fa.

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Europa: L’insostenibile ignoranza del caldo

Caldo torrido L’ondata di caldo da record che ha colpito gran parte dell’Europa occidentale a partire dal 21 giugno è stata determinata principalmente da condizioni meteorologiche intensificate dal cambiamento climatico causato dagli esseri umani. 327 milioni di persone sottoposte a condizioni che gli esperti definiscono "estreme"

( di Stella Levantesi - da il manifesto 18 luglio 2026 )

“Nessuno mi aveva mai detto che il dolore somiglia tanto alla paura”. Inizia così “Diario di un dolore” di C.S. Lewis. Il dolore arriva quatto quatto, che a volte nemmeno te ne accorgi, oppure irrompe violentemente, come uno strappo che costringe all’attenzione. A volte ci coglie impreparati, persino quando sappiamo che verrà. Eppure, il dolore può essere la fine dell’ignoranza e un ritorno alla realtà. Passiamo molto tempo nell’ignoranza, come società. C’è chi dice che il collasso climatico non esiste, chi pensa che non sia così grave oppure chi si convince che è lì, da qualche parte, in una dimensione astratta dove non ci può toccare davvero. Poi arriva il caldo. Quello estremo, infernale, opprimente. Arriva e la coltre di ignoranza si assottiglia, si vedono le cose con temporanea chiarezza. La società che ha costruito la propria esistenza sull’omissione, per un momento, si ricorda che fa caldo. C.S. Lewis non avrà avuto in mente il caldo quando parlava di paura. Nel 1961 scriveva di lutto e, probabilmente, nemmeno lui sapeva che chi dava i primi allarmi su quanto caldo avrebbe fatto nei decenni a venire, aveva già parlato.

Il fisico Edward Teller, padre della bomba all’idrogeno, per esempio, avverte i dirigenti dell’industria petrolifera che l’accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera, causato dall’attività dell’industria stessa, porterà un grave riscaldamento entro la fine del secolo. Era il 1959. C.S. Lewis non aveva ancora perso la moglie. Gli esseri umani non erano ancora andati sulla luna. Il lavoro di Rosalind Franklin, James Watson e Francis Crick aveva portato, da pochi anni, alla scoperta della struttura a doppia elica del DNA. La prima email della storia non sarebbe stata inviata per dodici anni ancora. Il World Wide Web non sarebbe stato pubblico per i trentaquattro anni successivi. Gli esseri umani non avevano il Wi-Fi, le carte di credito, il codice a barre, Chat gpt, i social media, la teoria della tettonica delle placche, le immagini di un buco nero, conoscenza del virus HIV o dell’epatite C, il vaccino per la varicella, Lucy, gli smartphone, i cavi USB, la risonanza magnetica, le parole “influencer”, “scrollare”, “cringe”, la commercializzazione della pillola anticoncezionale…gli esseri umani non avevano molte delle cose che oggi determinano la nostra società, persino la nostra quotidianità, ma alcuni scienziati sapevano già che produrre gas e petrolio avrebbe causato un’alterazione del clima globale. Non erano solo gli scienziati, erano le compagnie di combustibili fossili. Dentro le aziende, molti già sapevano che avrebbe fatto caldo. Nel 1979, uno studio interno condotto dalla compagnia di combustibili fossili ExxonMobil e contrassegnato come “confidenziale”, rivelava che un uso incontrollato dei combustibili fossili avrebbe portato a “drammatici cambiamenti climatici” entro i settantacinque anni successivi e che, per evitarlo, sarebbero stati necessari “cambiamenti radicali nei modelli di consumo energetico”. Il rapporto, redatto da Steve Knisely della Divisione di Ingegneria e Pianificazione dell’azienda, avvertiva che, a meno che non fossero stati imposti limiti alle emissioni, “si sarebbero verificati cambiamenti di temperatura evidenti intorno al 2010, quando la concentrazione avrebbe raggiunto le 400 ppm” e che “cambiamenti climatici significativi” si sarebbero verificati intorno al 2035, “quando la concentrazione si sarebbe avvicinata alle 500 ppm”. Ppm significa “parti per milione” e, in questo contesto, è un valore che indica la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera. Basta sapere che più alta è la cifra di ppm, meno è buona la notizia per noi. Oggi, il valore misurato è di circa 430ppm. Entro il 1980 esistevano previsioni scientifiche piuttosto accurate su quello che sarebbe successo mantenendo o aumentando i ritmi di produzione di carbone, gas e petrolio. La letteratura scientifica dimostrava già che ogni anno di ritardo nella decarbonizzazione da fonti fossili avrebbe comportato danni sempre più gravi. Non è necessario essere scienziati per sapere che posticipare la gestione di un problema non lo fa automaticamente scomparire. Non serve saper comprendere la scienza del clima nemmeno per sentire cosa significa vivere in un mondo in pieno collasso climatico. Il caldo si percepisce sulla propria pelle. Il sudore. La fatica. L’affanno. La stanchezza. La disidratazione. La morte. Solo in Francia, Belgio e Paesi Bassi sono stati registrati almeno 3700 decessi in eccesso a seguito dell’ondata di caldo di giugno, che ha portato le temperature oltre i 40 °C.

Ma se il caldo porta la fine dell’ignoranza, abbiamo anche alcune certezze. Negli ultimi anni ha fatto caldo come non mai. Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato. Gli ultimi tre anni (2023-2025) hanno registrato in media temperature superiori a oltre 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali (1850–1900). Gli ultimi undici anni sono stati gli anni più caldi mai registrati. Da giugno a settembre 2024 si sono contati oltre 62 mila decessi legati al caldo in tutta Europa, e l’Italia è stato il Paese con il maggior numero di vittime per il caldo - 19 mila. Farà ancora più caldo. Il clima della Terra è più sbilanciato che mai, poiché le concentrazioni di gas serra causano un continuo riscaldamento dell’atmosfera e degli oceani.

Lo dice Homer a Bart nel meme dei Simpson: “Questa è l’estate più calda della tua vita…finora!”. Nel dramma, esiste sempre una forma d’ironia. Un evento che avrebbe dovuto tenersi nel centro di Londra durante la London Climate Action Week su come il mondo può adattarsi al caldo estremo è stato annullato a causa delle alte temperature. Fa così caldo soprattutto a causa del cambiamento climatico. L’ondata di caldo da record che ha colpito gran parte dell’Europa occidentale a partire dal 21 giugno è stata determinata principalmente da condizioni meteorologiche intensificate dal cambiamento climatico causato dagli esseri umani. Circa 327 milioni di persone sono state esposte a condizioni di calore aggravate dal cambiamento climatico, per un costo di oltre 15,6 trilioni di dollari: più dell’ ottanta per cento di quelle persone sono state esposte a condizioni “estreme”.

Il cambiamento climatico è causato soprattutto dall’attività dell’industria di gas e petrolio. Se A è uguale B e B è uguale C… Il fatto più importante riguardo al riscaldamento globale, ovvero che per prevenirlo sarebbe necessaria una rapida transizione dal carbone, petrolio e gas, ha sempre rappresentato la minaccia esistenziale per l’industria di combustibili fossili, sottolinea il ricercatore Benjamin Franta in un libro sullo studio dell’ignoranza, “L’ignoranza smascherata: saggi sulla nuova scienza dell’agnotologia”. Le industrie non negavano solo il problema ma si misero a promuovere l’idea che la crisi climatica potesse essere risolta senza cambiare il sistema energetico fondato sul fossile. Ancora una volta, non serve una conoscenza approfondita della scienza del clima per sapere che se vuoi mentire, la via più semplice è nascondere, ma quella più efficace è manipolare. Chi ha interesse ad ostacolare l’azione per il clima e per la salute agisce con successo da oltre cinquant’anni. L’industria fossile, i politici, le lobby e le associazioni di categoria che fanno gli interessi del gas e del petrolio hanno orchestrato una campagna di disinformazione sul clima durata decenni al fine di manipolare i fatti della scienza ed evitare l’azione. Se il problema della crisi climatica non esiste oppure può essere risolto senza cambiare nulla del sistema energetico ed economico in cui siamo, allora la sua gravità e la sua urgenza possono essere ignorate. Eppure, l’ignoranza non viene dalla mancanza di informazioni o da un vuoto di conoscenza, ma dalla convenienza. L’ignoranza è legittimata, incoraggiata, garantita e permette alle compagnie di petrolio e gas e ai politici di continuare a guadagnare da un sistema improntato al profitto e alla crescita, a scapito della salute e delle vite delle persone e del pianeta. Se vivi nell’ignoranza, forse, avrai anche una possibilità di scappare dal dolore, ma non dal clima estremo. Il problema del caldo non è solo che uccide: quando, solo temporaneamente, recede nei mesi dopo l’estate, viene dimenticato. Come società archiviamo nuovamente il fatto che stiamo vivendo la crisi climatica. Liquidiamo il problema fino all’arrivo di altri eventi meteorologici estremi intensificati dal riscaldamento globale: le alluvioni, le tempeste tropicali, la siccità. I raccolti agricoli lapidati, il suolo eroso, i ghiacciai in recesso, l’oceano acido, le malattie infettive…

Il titolo originale di “Diario di un dolore” è “A grief observed”, “Un lutto osservato”. Osservare significa custodire. Un’altra ironia? Il dibattito pubblico è colmo di osservazioni ma le uniche cose che chi ha potere ha davvero interesse a custodire sono il profitto e l’ignoranza.

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