
Intervista a András Bozóki, professore di Scienze politiche
alla Central european university di Vienna( di Davide Galluzzi
da il manifesto 9 aprile 2026 )
András Bozóki, nato a
Budapest, è professore presso il Dipartimento di Scienze Politiche della
Central European University di Vienna. Tra i principali esponenti delle
consultazioni politiche che, nel 1989, hanno portato al cambio di regime in
Ungheria, è stato anche ministro della Cultura durante il secondo governo
Gyurcsány, l’ultimo di centro-sinistra prima della vittoria di Viktor Orbán.
Professor Bozóki, come
potremmo definire l’Ungheria di oggi, dopo sedici anni di orbanismo?
Esattamente l’opposto di quello che era prima. Dopo la svolta dell’89 nacque un
sistema multipartitico, ma progressivamente la democrazia divenne più elitista
e si capì che le sue radici nella società non erano profonde. Fidesz, il
partito di Orbán allora all’opposizione, riuscì a trarre vantaggio da questo,
dalla crisi economica del 2008-2009 e dagli errori del governo in carica,
avviando un discorso populista. Le elezioni del 2010 portarono alla sconfitta
del blocco liberalsocialista e a una vittoria della destra. Viktor Orbán, un
leader carismatico, venne visto come un’alternativa credibile. Nel 2010 il suo
programma era molto più moderato. La svolta avvenne nel 2015-2016 con la
vittoria di Trump, la crisi migratoria e la Brexit. Questo diede coraggio a
Orbán, che iniziò a eliminare la stampa indipendente. L’economia è stata
centralizzata e l’egemonia del governo si è estesa alla sfera culturale, mentre
le opposizioni sono state criminalizzate. In poche parole, Orbán ha provato a
creare un regime gerarchico in cui lui e i suoi accoliti controllano tutto. Il
12 aprile sarà una sorta di referendum: volete che Orbán rimanga al potere o
no?
Com’è stata possibile
la scomparsa totale dell’opposizione tradizionale e del fronte progressista?
Dopo 16 anni di
presenza parlamentare, il giudizio popolare su di loro è impietoso: non solo i
cittadini non li ritengono più degni di fiducia, ma molti sospettano che siano
partiti civetta, supportati da Orbán per mantenere l’illusione di un sistema
multipartitico e democratico. Per quanto riguarda la sinistra, per smarcarsi
dal passato comunista, dopo l’89 ha provato a trasformarsi in forza centrista,
una sorta di “terza via” social-liberale sull’esempio di Tony Blair. Così
facendo, però, ha dimenticato la solidarietà sociale, allontanandosi dalle
fasce deboli della società che quindi si sono avvicinate ai partiti
etno-nazionalisti. Questo, soprattutto con la crisi del 2008-2009, ha aperto le
porte a Orbán e al suicidio del fronte progressista. La sinistra ungherese non
esiste, oggi, come forza credibile. Ci vorranno diversi anni per uscire
dall’ombra lunga del post-comunismo, dell’etno-nazionalismo e del neoliberismo.
Tornando alle
elezioni, quali sono stati i temi principali di questa campagna elettorale?
Orbán ha insistito per tutta la campagna elettorale sul tema della sicurezza,
della guerra e della pace e dei pericoli esterni che minacciano l’esistenza
dell’Ungheria, Ucraina in primis. È stata una campagna surreale, senza
contenuto politico. Inoltre, Fidesz porta avanti una battaglia contro Bruxelles
e la sua presunta influenza woke, ma insiste sul voler riformare l’Ue grazie
alla fazione dei Patrioti, non sull’uscita dall’Unione. Questo costante
allarmismo rischia però di non smuovere i voti degli indecisi: gli ungheresi
sono stufi della propaganda orbanista e delle continue fake news che rendono
difficile distinguere il vero dal falso. Anche Péter Magyar insiste sul tema
della pace e ha affermato che, in caso di vittoria, nessun soldato ungherese
verrà inviato in Ucraina o in Iran. Ma ha anche promesso indagini sulla “mafia
di Orbán” e il ritorno deciso di Budapest in Europa e nel campo occidentale.
Esiste un gap
generazionale tra gli elettori? E la differenza tra città e campagna è ancora
reale?
Eccome! I cittadini
sotto i 40 anni, tendenzialmente, supportano Tisza, il partito di Magyar,
mentre gli elettori sopra i 65 anni sono in maggioranza pro-Fidesz. Sarà quindi
la fascia più popolosa, quella tra i 40 e i 65 anni a decidere il destino di
queste elezioni. L’altra differenza è appunto quella tra città e campagna, dove
le prime sostengono Magyar, mentre le seconde, dove si concentrano le fasce più
anziane e dove vi sono sacche di povertà estrema, sono il regno di Orbán.
Con le istituzioni
principali in mano a Fidesz, quali sarebbero le sfide che Tisza dovrebbe
affrontare in caso di vittoria?
Il nuovo governo
dovrebbe muoversi in modo molto tattico. Naturalmente le aspettative sono molto
alte: Magyar non può permettersi di non fare niente per cambiare la situazione.
Il nuovo governo verrebbe eletto in base alla promessa di eliminare l’autocrazia
presente. Magyar sarà obbligato a un cambiamento strutturale in senso
democratico perché questa è la spinta degli elettori: se dovesse fallire, il
partito imploderebbe. Il modo in cui questo cambiamento avverrà, sarà questione
di opportunità politica. Qualora la vittoria di Tisza dovesse essere risicata,
un cambiamento radicale e immediato potrebbe portare a uno scenario da
potenziale guerra civile. Il primo obiettivo per Magyar, quindi, è quello di
vincere le elezioni ed eliminare il regime: la posta in gioco è molto alta.
nella foto: András
Bozóki professore di Scienze politiche alla Central european university di
Vienna
*
Democrazia illiberale, Viktor
Orbán ha costruito un sistema che sopravvive anche senza di lui
( di Andrea Fioravanti
* da Linkiesta.it - 10 aprile 2026 )
Se non conquisterà una
maggioranza dei due terzi in Parlamento, Péter Magyar rischia di governare
dentro un sistema modellato negli anni su misura del leader di Fidesz, dalla
Corte costituzionale al recente Ufficio per la protezione della sovranità
Il 12 aprile Viktor Orbán
potrebbe perdere le elezioni per la prima volta dopo sedici anni, ma questo non
basterebbe a smantellare il sistema che ha costruito finora. Da quando è
tornato al potere nel 2010, il premier ungherese ha reso il suo paese una perfetta
democrazia illiberale. In quattro legislature, Orbán ha riscritto la
costituzione, modificato la legge elettorale, ridisegnato le circoscrizioni e
soprattutto collocato uomini di fiducia nei punti chiave dello Stato, dalla
Corte costituzionale alla procura, dalle autorità di controllo fino agli
organismi che regolano i media. Ha progressivamente ridotto gli spazi di
autonomia delle istituzioni indipendenti, trasformato l’informazione in un
sistema fortemente sbilanciato a favore del governo e costruito meccanismi che
legano decisioni cruciali, come il bilancio, a organi non eletti ma nominati
durante i suoi mandati. E gran parte di queste leggi possono essere modificate
solo con il voto di due terzi del Parlamento.
Per questo motivo non è
cruciale solo capire se il suo sfidante Péter Magyar vincerà le elezioni, ma di
quanto. Al momento, gli ultimi sondaggi degli istituti indipendenti mostrano un
vantaggio netto di Tisza: al 56 per cento secondo il 21 Research Centre, 51 per
cento secondo il Závecz Research Institute, contro il 37-38 per cento di
Fidesz, il partito di Orbán. Però questo dato rileva le preferenze degli
ungheresi che hanno già deciso cosa votare. La vera partita sarà convincere la
quota alta di indecisi, tra il 20 e il 26 per cento. Anche così si spiega la
recente visita a Budapest del vice presidente degli Stati Uniti JD Vance. Non a
caso l’Ungheria è uno dei pochi paesi europei indicati nella Strategia di sicurezza nazionale americana
come terreno su cui esercitare un’influenza politica diretta: insieme a
Polonia, Austria e Italia. Budapest è considerata la leva per indebolire la
coesione dell’Unione europea da Washington, ma anche un po’ da Mosca.
Le interferenze elettorali,
palesi o nascoste, potrebbero essere più efficaci grazie alla legge elettorale
approvata dal governo Orbán tra il 2011 e il 2013. Il premier ungherese non
solo ha ridotto il numero dei parlamentari da 386 a 199, ma ha ridisegnato in
modo asimmetrico i collegi uninominali, quelli che assegnano il seggio con un
sistema secco, chi prende un voto in più vince tutto, in modo da favorire
sistematicamente Fidesz. A Budapest e nelle grandi città, dove l’opposizione è
più forte, i confini sono stati tracciati in modo da concentrare gli elettori
anti-governativi in pochi collegi sicuri, vinti con margini ampi, oltre il 60
per cento. Mentre nelle contee come Borsod-Abaúj-Zemplén o
Szabolcs-Szatmár-Bereg, nel nord-est dell’Ungheria, Fidesz ha spesso vinto con
percentuali attorno al 45-50 per cento dei voti grazie alla divisione delle
opposizioni. Anche nella cintura della contea di Pest, dove i collegi uniscono
periferie urbane densamente popolate e aree rurali più conservatrici, la distribuzione
territoriale del voto tende a favorire il partito di Orbán.
Risultato: l’opposizione
spreca voti dove vince largamente, mentre Fidesz trasforma vantaggi più piccoli
in molti più seggi. Il capolavoro lo si è visto nel 2018: con poco meno del 50
per cento dei voti, Fidesz ha ottenuto 91 seggi sui 106 collegi uninominali
disponibili: una sovrarappresentazione enorme rispetto al consenso reale. Oltre
al danno dell’uninominale c’è la beffa del proporzionale che assegna gli altri
93 seggi. Il sistema ungherese prevede un meccanismo di compensazione che
include non solo i voti dei candidati sconfitti nei collegi uninominali, ma
anche quelli in eccesso dei candidati vincitori, cioè i voti ottenuti oltre la
soglia necessaria per battere l’avversario. In pratica, Fidesz beneficia due
volte della sua forza nei territori: prima vincendo i seggi locali, poi
trasformando anche i voti già sufficienti alla vittoria in ulteriori seggi
proporzionali. Se ve lo state chiedendo: sì, per modificare la legge elettorale
serve una maggioranza dei due terzi del Parlamento.
In questi sedici anni di
democrazia illiberale, Orbán ha nominato uomini fidati ai vertici di quasi
tutti gli organi chiave dello Stato, spesso con mandati che vanno oltre il
ciclo elettorale. Vale per i quindici giudici della Corte costituzionale, così come
per il procuratore generale, Péter Polt, ex parlamentare di Fidesz,
riconfermato nel 2019 per un mandato di nove anni. In particolare il nuovo
governo dovrà fare i conti, in tutti i sensi, con il Consiglio fiscale,
l’organo che deve approvare il bilancio dello Stato. Se il nuovo parlamento a
maggioranza anti orbaniana non riuscirà ad approvare la finanziaria entro il 31
marzo, il presidente della Repubblica, Tamás Sulyok, eletto grazie a Fidesz,
potrà sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni.
Anche la Corte
costituzionale non sembra così neutrale. Negli anni è intervenuta più volte a
favore di Orbán. L’ultimo caso è del 13 marzo, quando ha annullato una sentenza
della Corte suprema ungherese, la Curia, che aveva imposto ai media pubblici
ungheresi di garantire una copertura equilibrata tra i partiti durante la
campagna elettorale. Secondo i giudici della Corte costituzionale, la Curia
aveva introdotto un vincolo eccessivo sull’autonomia editoriale dei media
pubblici e non trovava un fondamento diretto nella Costituzione.
Oltre la ragnatela
istituzionale c’è il problema dell’informazione. Negli ultimi quindici anni il
panorama mediatico ungherese è stato addomesticato dal governo Orbán attraverso
leggi, acquisizioni pilotate e gestione partigiana dei fondi pubblici. Centinaia
tra giornali locali, televisioni, radio e siti online sono confluite nella
fondazione KESMA (Central European Press and Media Foundation), creata nel 2018
e controllata da figure vicine al governo, che riunisce oltre 400 media sotto
un’unica struttura. Gli investimenti statali nella pubblicità si concentrano in
larga parte sui media favorevoli al governo, mentre quelli indipendenti
faticano ad accedere a queste risorse, con effetti diretti sulla loro
sostenibilità Le conseguenze sono particolarmente visibili fuori da Budapest.
In molte aree rurali e nelle piccole città ungheresi, i giornali locali e le
emittenti disponibili appartengono quasi esclusivamente al circuito
pro-governativo, e l’accesso a fonti di informazione alternative è limitato.
Infine Orbán avrebbe una
mina vagante in grado di ingaggiare una battaglia dopo l’altra per
destabilizzare un eventuale governo Magyar. Si tratta dell’Ufficio per la
protezione della sovranità, istituito nel 2024 dal governo, per indagare su
presunte interferenze straniere nella politica ungherese. In pratica può
esaminare l’attività di media, ONG e organizzazioni civiche accusate di
ricevere fondi dall’estero o di influenzare il dibattito pubblico. Non ha
poteri sanzionatori diretti, ma dispone di strumenti comunque incisivi: può
richiedere documenti, raccogliere dati, avviare indagini e pubblicare rapporti
ufficiali. Nei primi mesi di attività, l’ufficio ha già preso di mira alcune
delle principali organizzazioni indipendenti, come il centro di giornalismo
investigativo Átlátszó e Transparency International Ungheria, accusandole di
operare come gruppi di pressione legati a interessi stranieri.
*
Nelle campagne
ungheresi dove vige il sistema Orbán. “Se non lo voti sei finito” (La Repubblica - 10 aprile
2026, di Tonia
Mastrobuoni) Viaggio sulle colline al confine con la Slovenia dove in tanti
denunciano intimidazioni e brogli a favore del leader magiaro ...
"Fidesz è un
sistema feudale, per debellarlo Magyar dovrà conquistare la maggioranza
assoluta”(
La Repubblica - 10 aprile 2026, di Tonia Mastrobuoni) Intervista a József
Péter Martin, direttore esecutivo di Transparency International in Ungheria,
che spiega perché lo sfidante del leader magiaro non sarà un “mini-Orbán”...
*
Chi è Peter Magyar, il principale antagonista di Orban secondo i sondaggi. (Budapest,
16 marzo 1981) è un politico,
avvocato
e attivista
ungherese,
presidente del Partito del Rispetto e
della Libertà dal 22 luglio 2024. Dal 2002
al 2024 ha fatto parte del partito Fidesz e
durante la sua militanza è stato uno dei collaboratori più stretti di Viktor Orban. Il 15 marzo 2024 ha annunciato la sua intenzione di fondare un nuovo partito,
ponendosi all'opposizione del Fidesz-KDNP di Viktor Orbán. Decide alla fine di unirsi al semi
sconosciuto Partito del Rispetto e
della Libertà, diventandone leader e portando il partito alle
elezioni decisive del 12 aprile 2026…. Nel febbraio 2024 il nome di Magyar
Péter è tornato al centro dell'attenzione in relazione al caso di grazia di
Novák Katalin riguardante Endre Kónya, coinvolto nello scandalo pedofilo di
Bicske. L'ex marito dell'ex ministra della giustizia Judit Varga divenne
infatti un inatteso protagonista secondario della vicenda che portò alle
dimissioni di Katalin Novák. Magyar, poco dopo le dimissioni sia della
Novák che della Varga, si dimise a sua volta dalle posizioni ricoperte in
aziende a partecipazione statale e formulò dure critiche contro alcuni membri
del governo. Nei suoi attacchi fece riferimento in particolare al ministro
Rogán Antal, che secondo le sue affermazioni sarebbe in larga misura
responsabile dell'erosione dello stato di diritto in Ungheria…. Il 15 marzo
annunciò il lancio del suo nuovo movimento politico, "Talpra,
Magyarok!" (traducibile come In piedi, ungheresi!), in un evento
sull'Andrássy út, dove parlò tra l'altro di una società artificialmente divisa,
di partiti di opposizione che in realtà sarebbero controllati dal governo e
interessati a vantaggi economici, e dello spostamento di gran parte del
patrimonio statale in fondazioni vicine al Fidesz.
*
Elezioni parlamentari in
Ungheria del 2022. Per l'elezione dei membri dell'Assemblea nazionale, la legge elettorale
ungherese prevede l'applicazione di un sistema elettorale misto. Nello specifico, dei 199 seggi
totali:106 sono assegnati secondo un sistema maggioritario secco in collegi uninominali. I 93 seggi rimanenti, invece, sono
assegnati secondo un sistema proporzionale con soglia di sbarramento, stabilita al 5% per i singoli
partiti ed al 10% per le coalizioni, applicato in un unico collegio
nazionale. ... l’opposizione spreca
voti dove vince largamente, mentre Fidesz trasforma vantaggi più piccoli in
molti più seggi. Il capolavoro lo si era visto nel 2018: con poco meno del 50 per
cento dei voti, Fidesz ha ottenuto 91 seggi sui 106 collegi uninominali disponibili:
una sovrarappresentazione enorme rispetto al consenso reale. TAB

Elezioni europee 2024 -Magyar annunciò la
creazione di una nuova forza politica "non aggirabile e non
comprabile", presentando un programma in 12 punti. Il partito, che non era
ancora formalmente costituito il 13 marzo 2024, veniva già stimato al 13% di
popolarità, salito oltre il 20% il 16 marzo. Alla manifestazione iniziale
parteciparono, secondo stime preliminari, oltre cinquantamila persone. Il 6
aprile 2024 convocò una manifestazione in piazza Kossuth, dove davanti a
centinaia di migliaia di partecipanti annunciò la partecipazione alle elezioni
europee del 9 giugno. Il 10 aprile 2024 annunciò
che avrebbe partecipato alle elezioni europee del 2024 con il partito TISZA. Alle
elezioni il partito ottenne il secondo maggior numero di seggi dopo
Fidesz–KDNP: con il 29,53% dei voti conquistò 7 seggi. Viene eletto
eurodeputato e decide di aderire al gruppo di centro-destra del PPE
TAB
Ungheria, cinque i partiti
in corsa nelle elezioni politiche del 12 aprile
Concorrenze rischiose
nell'opposizione ( Redazione ANSA - 7 marzo 2026)
Con la chiusura della
raccolta di firme, è definitivo che saranno cinque i partiti in corsa sulle
schede del voto, decisivo per il premier Viktor Orban, il 12 aprile in
Ungheria. Oltre il Fidesz di Orban e il Tisza (Libertà e onore) di Peter
Magyar, i due grandi partiti, anche tre più piccole formazioni hanno riuscito
di raccogliere le firme necessarie: il partito di estrema destra Patria nostra
(Mi hazank), un partito di sinistra, i Democratici (Dk), e un partito azionista
e anti-elitario, il partito del Cane a doppia coda (Kètfarku kutyapart).
Stando ai sondaggi, dei tre, solo gli estremisti di destra
hanno una reale possibilità di passare lo sbarramento di 5%, e mandare deputati
nel futuro Parlamento, dove potranno aiutare il Fidesz contro il blocco del
Tisza. Invece, i candidati dei Democratici e degli azionisti faranno
concorrenza nei collegi uninominali a quelli del Tisza, mettendo a rischio la vittoria
dell'opposizione contro Orban. La sorte delle elezioni, con il sistema misto in
vigore, si deciderà proprio nei collegi uninominali: per vincere, bisogna
conquistare almeno 56-58 collegi su 106. Magyar ha chiesto ai piccoli partiti di non
concorrere per aiutare il cambio di regime, ma secondo Klara Dobrev, leader dei
Democratici, senza la sinistra non si può battere Orban.