4 luglio 2026

Le balle di Rubio su Cuba

 di Roberto Livi   - da il manifesto - 5 giugno 2026 

Sotto assedio: Ridurre più di 60 anni di esperienza rivoluzionaria a una semplice «struttura mafiosa» permette alla Casa bianca di giustificare una «rifondazione democratica» ovvero il progetto egemonico neocoloniale di Trump, che di democratico non ha nulla…

 

 

Cuba: Raul torna in prima linea, ma gli Usa puntano alla loro Delcy Rodriguez

di Roberto Livi – da il manifesto - 10giugno 2026

America latina: Entusiasmo per l'ultimo dei fratelli Castro che riappare in pubblico per i suoi 95 anni. Ma le ormai 300 misure coercitive di Washington colpiscono durissimo, e Marco Rubio cerca il suo uomo nell'entourage cubano: il capo del governo Marrero risparmiato dalle sanzioni nordamericane

L’ultima ad andarsene è stata la catena indonesiana di alberghi Archipelago International. Proprio mentre l’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani Volker Türk denunciava morti di bambini, farmaci introvabili e produzione di cibo crollata, implorando la revoca delle “severe sanzioni” degli Usa ormai “incompatibili con i principi fondamentali del diritto internazionale”, il gruppo indonesiano minacciato dalle nuove misure nordamericane decideva di “restituire ai proprietari” (cioè il conglomerato economico-militare cubano GaeSa) i sei alberghi che gestiva con il marchio Alston. Adesso per Cuba ogni giorno sembra un colpo di grazia. E’ entrato in vigore giovedì 4 giugno l’ordine presidenziale esecutivo 14404 di Trump, la più micidiale delle quasi 300 misure coercitive contro Cuba decise dal tycoon della Casa Bianca. Mira a tagliare la jugulare dell’economia cubana, cioè a colpire proprio il Gruppo Gae, guidato da militari e che, grazie alle sue manovre economiche spesso opache, ha aiutato l’isola a resistere a più di 50 anni di blocco economico. Le conseguenze si sono fatte sentire subito, il settore turistico è ridotto a macerie visto che si ritirano da Cuba le maggiori catene, le spagnole Melia, Iberostar, la canadese Blue Diamond, ora quella indonesiana: in tutto una cinquantina di grandi alberghi che hanno rapporti con GaeSa sono chiusi o senza management.

Per le stesse ragioni, Visa e Mastercard hanno deciso di mettere fine dal 6 giugno all’operatività del sistema Swift in Cuba. Infine, è seguita una raffica di sanzioni a tutto il vertice politico militare: i comandanti delle Forze armate rivoluzionarie, del ministero dell’Interno, il presidente Diaz-Canel e sua moglie, Alejandro Castro Espin, (ex?) capo dei servizi cubani e figlio di Raúl (già incriminato dal Dipartimento di giustizia Usa) e i Cdr, Comitati di difesa della rivoluzione. La risposta l’hanno data venerdì sera i medesimi vertici politico-militari riuniti nel grande teatro Karl Marx per festeggiare i 95 anni di Raúl e i 65 della creazione del ministero dell’Interno (su modello sovietico, ovvero con proprie truppe, anche corazzate). Il presidente Díaz-Canel nel suo discorso – incentrato sullo slogan “Raúl es Cuba y Cuba no se toca” – ha affermato – tra gli applausi di migliaia di ufficiali presenti- che in caso di attacco la risposta di Cuba sarà “decidida y firme”. Speculazioni, peraltro agitate da tempo, hanno fatto seguito alla decisione dell’agenzia federale Usa che controlla gli asset stranieri, la Ofac, di non includere nei personaggi cubani sanzionati il primo ministro Manuel Marrero, nè Raúl Guillermo Rodríguez Espin, nipote di Raúl Castro.

Le voci si riferiscono al fatto che, nelle intenzioni di Rubio, Marrero potrebbe fare le funzioni di “una Delcy Rodríguez cubana”. Ovvero assicurare stabilità all’isola (almeno nei primi tempi) mentre si compie il tragitto di “avvicinamento” (ossia assoggettamento) almeno economico agli Stati uniti. Secondo tali fonti, Marrero sarebbe disponibile a sostituire il presidente Díaz-Canel, la cui testa sarebbe appunto la garanzia per dar vita alla “transizione democratica” pretesa da Trump. Le voci – una specialità dell’isola- su una possibile scelta di Marrero circolano da varie settimane. Ex militare (ma di grado intermedio) uomo legato allo scomparso generale Rodríguez López-Calleja (l’ex patron del Gae pigliatutto nell’economia dell’isola), Marrero potrebbe dunque essere una carta che piace agli ufficiali inferiori delle Fuerzas armadas revolucionarias (scherzosamente soprannominati arroz y frijoles, riso e fagioli, in quanto non godono dei privilegi dei generali) e che negli ultimi mesi si è speso per riforme nell’economia e nella burocrazia (come la recente decisione di ridurre gli organismi di governo da 27 a 21). Naturalmente il gioco di dividere gli avversari per batterli più facilmente risale alla notte dei tempi. Marrero anche venerdì sera era in uniforme verde olivo assieme a Raúl, Diaz-Canel, ai generali comandanti delle Far e del Minint, al comandante della rivoluzione Machado Ventura e a altri del vertice politico militare. Presente, anche se come civile, era pure “Raulito”, il nipote dell’ex presidente, anche lui non colpito da sanzioni, anzi individuato da tempo come interlocutore da Rubio: dunque un “facilitatore”, ma con il cognome che porta, non atto a ricoprire cariche durante la “transizione”.

Da mesi il presidente Trump fa capire di avere un asso nella manica nella sua ossessione di “prendersi Cuba” (con quasi trecento misure coercitive, circa una ogni settimana di sua permanenza alla Casa bianca, il termine ossessione è appropriato). Il tycoon ha individuato nel segretario di Stato Marco Rubio, di famiglia cubana, la leva che può far cadere l’isola dopo quasi settant’anni di guerra economico-commerciale. Lo scorso 20 maggio Rubio si è rivolto ai cubani in spagnolo. E non sono mancati i commenti su “come parla bene spagnolo” e che in fondo, se bisogna essere dipendenti da qualcuno, meglio dagli Usa che dalla Russia. Come ha affermato lo storico Fabio Fernández questa volta in Cuba vi sono state orecchie disposte ad ascoltare le argomentazioni di Rubio. Ma Fernández anche ha ricordato che una lobby favorevole agli Usa c’è sempre stata nell’isola (i cosiddetti annessionisti), anche nell’Ottocento nelle fila di chi lottava contro la monarchia spagnola. Ed erano i proprietari terrieri e di schiavi in contatto con i loro pari del Sud degli States, con i Confederati schiavisti e latifondisti. Un settore, quello annessionista cubano, che fu sconfitto dalla gestione politica di José Martí, indipendentista e antimperialista. Il tentativo di spacciare Rubio come un cubano de donde crece la palma (cioè autentico, come la Guantanamera della nota canzone) non hanno certo trovato terreno fertile. E, a sentire i commenti delle zone più popolari dell’Avana, non ne troverà. Specialmente quelle, come il periferico quartiere di Mantilla, dove da giorni non arriva l’acqua per mancanza di elettricità. Strangolata da un embargo petrolifero ormai totale, l’Unione elettrica statale ieri ha comunicato che la richiesta di elettricità alle vetuste centrali del paese (dieci su 16 oggi ferme) sarebbe stata di 3.050 megawatt e la produzione di soli 1.035 megawatt. Due terzi dell’isola non avranno corrente elettrica e tutto ciò che la corrente permette, inclusa l’acqua.

nella foto: Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel e Raúl Guillermo Rodríguez Castro partecipano a una manifestazione a sostegno dell'ex presidente Raúl Castro

 L’Avana, Diaz-Canel prova con le riforme: «Tempo di cambiare»

 di Roberto Livi - da il maanifesto - 14 giugno 2026

Cuba: Vita disperata nell'isola, è il "momento zero" delle riserve petrolifere. Il presidente annuncia grandi cambiamenti. Tardi, forse non troppo

Jorge Piñon, il maggior esperto in tema petrolifero dell’Università del Texas, avverte che per Cuba è arrivato il “momento zero” delle riserve petrolifere. Dalla città di Holguin, la società elettrica locale conferma: non abbiamo energia per il settore civile. Risultato: 3 ore di luce, su 40 di apagón. Gli sforzi per sfruttare al massimo il greggio (pesante e con alte percentuali di zolfo) prodotto nell’isola hanno dato risultati, ma insufficienti a alimentare il Sistema di produzione di energia elettrica in modo che possa soddisfare le necessità del paese.

CON QUESTE PROSPETTIVE, la resistenza della popolazione è sempre più difficile. Una gran parte di essa vive una condizione drammatica, vicina alla disperazione: non si vede all’orizzonte una soluzione, mentre dall’esterno arriva un mix di minacce e promesse di cambi, legati però alla resa del governo (e con esso a ogni pretesa di sovranità nazionale). Da settimane infatti sia il presidente Trump sia soprattutto il capo della sua diplomazia Marco Rubio si sentono legittimati a parlare a nome del popolo cubano. È questa la novità della tragedia in corso: il boia che si presenta nelle vesti di salvatore. E come afferma lo storico Fabio Fernández, vi sono da mesi in Cuba orecchie disposte a credere a tali argomenti. È quello che una sociologa cubana ha definito «l’esternalizzazione della speranza». Un fenomeno che capisce chi vive la quotidianità del cubano de a pie: apagones sempre più lunghi, prezzi dei generi di prima necessità in crescita e inavvicinabili per chi lavora nel settore statale, trasporto pubblico vicino al collasso (a Ciego de Ávila, ormai si dà priorità «ai casi sociali sensibili») scuole e università che funzionano a singhiozzo, spazzatura nelle strade, policlinici e ospedali con carenza di medicinali. Di fronte a questa situazione il modello centralizzato e burocratizzato appare incapace sia di affrontare la cause strutturali della crisi, sia di riformarsi.

LA GENTE DENUNCIA - sempre più apertamente - la drammatica esperienza quotidiana. Non la catena di cause strutturali che ha portato a questa situazione: spesso la sua complessità resta incomprensibile ai più. Le accuse contro il bloqueo non bastano. Di fronte a una situazione che appare bloccata, la speranza si deposita in «attori esterni». È una realtà che fa male, ma comprensibile di fronte alla fatica quotidiana di vivere (o sopravvivere). Lo sfinimento provoca anche una crescente tendenza al salvense quien pueda, che mina la quasi proverbiale solidarietà del popolo cubano. Ma è una realtà che deve essere presa in carico dalla leadership cubana: il modello primitivo della Rivoluzione – cui si ispira l’attuale leadership cubana – non funziona più. Lo aveva affermato anni fa lo stesso Fidel Castro («ya no sirve ni a nosotros») e nei giorni scorsi lo ha ricordato il poeta e cantautore Silvio Rodríguez: perché dunque ritardano tanto riforme necessarie?

INCHIESTE  più o meno “indipendenti”  dimostrano che gran parte della popolazione chiede cambiamenti (economici soprattutto) ma conservando come un bene prezioso sovranità e indipendenza. Uscire dalla crisi comporta scelte politiche che facciano della sovranità la base reale – non solo retorica – di un potere popolare. Venerdì il presidente Díaz- Canel ha annunciato riforme economiche che vanno in questa direzione: «Sono tempi – ha detto – in cui bisogna cambiare». Si tratta di un corpo di riforme economiche richieste da tempo e che tendono a dimostrare che la leadership cubana ha recepito la necessità di riforme strutturali. A cominciare dalla decentralizzazione dei poteri economici, con un trasferimento reale ai municipi (dove il Poder popular è più vicino alla gente e i delegati sono eletti direttamente), che potranno attrarre e gestire investimenti ed esportare.

GLI ALTRI PUNTI fondamentali sono rivolti a dare efficienza all’industria di stato (proprietà sociale) e a sviluppare l’agricoltura e il sistema agro-industriale (oggi le importazioni di beni di prima necessità sfiorano i due miliardi di dollari). Infine, assai importante, è il riconoscimento di un ruolo attivo della diaspora – specie negli Usa – naturalmente non legata alla contra terrorista: i cubani residenti all’estero potranno investire con gli stessi diritti degli investitori stranieri. L’annuncio che impegna in prima persona il presidente è anche il segnale di un dibattito interno al Pcc da cui dipenderà l’approvazione e la messa in opera di tali riforme.

SI TRATTA DI UN COMPITO politico che interroga non solo il vertice socialista di Cuba ma anche la sinistra internazionale. È infatti possibile attuare un progetto di autentica e reale autodeterminazione popolare in una situazione di asfissia – economico-finanziaria e ora anche energetica – e sotto le minacce di un’aggressione militare? La mobilitazione internazionale deve avere l’obiettivo di garantire la sovranità nazionale di Cuba e la legittimità delle scelte del governo nazionale cubano: bisogna infatti avere una nazione per decidere a livello popolare che nazione si vuole. È questo un monito che va al di là di Cuba.

Il Parlamento europeo approva la «mozione Rubio» contro Cuba

 di Manuele Bonaccorsi - da il manifesto - 20 giugno 2026

Unione Europea e Cuba:  La risoluzione condanna solo il governo cubano, neanche una parola sull’assedio Usa

Il bloqueo contro Cuba? Non esiste. Le minacce di sanzioni statunitensi ai paesi Ue che commercino con L’Avana? Non pervenute. Le 32 risoluzioni dell’Onu che definiscono illegale il sessantennale assedio contro l’isola? Mai viste. È il contenuto della risoluzione su Cuba votata dal Parlamento Ue nella plenaria del 18 giugno, intitolata non a caso «Sulla repressione politica e la situazione umanitaria a Cuba». Approvata con la stessa maggioranza che il giorno prima aveva decretato l’ennesima stretta sui migranti: dai Popolari all’estrema destra, con l’aggiunta dei liberali di Renew, ma senza Verdi e Socialisti. L’hanno scritta a Strasburgo, ma il canovaccio è made in Miami. La colpa dell’emergenza umanitaria è tutta del Partito comunista cubano. Le sanzioni Usa non sono citate neppure una volta. Si usano invece le stesse parole del tycoon: uno «stato fallito», «un’emergenza democratica». E la soluzione proposta è la stessa di Rubio: Cuba deve ammainare la bandiera rossa e issare quella bianca, aprire integralmente le sue porte all’economia di mercato e indire elezioni multipartitiche. Subito. Altrimenti l’Ue – viene esplicitamente scritto nel paragrafo 10 – potrebbe rivedere il già flebile accordo di cooperazione con l’Avana. La risoluzione riesce anche a cancellare la stessa normativa Ue. Il blocking Statute, approvato nel 1999, è una direttiva che vieta a soggetti giuridici europei di conformarsi alle sanzioni unilaterali statunitensi. Gli ultimi due ordini esecutivi di Trump vanno nella direzione opposta: il primo, a gennaio, prometteva sanzioni a tutti i paesi che avessero violato il blocco del commercio di carburanti con Cuba; il secondo, varato a maggio, minacciava ritorsioni sul mercato Usa per imprese di ogni parte del mondo che avessero relazioni commerciali con l’Avana nei settori finanza, miniere, energia. A cui si aggiunge le legge Helms Burton, varata da Clinton e ancora in vigore: un’azienda non americana che abbia relazioni commerciali con imprese cubane attive nella gestione di beni nazionalizzati può essere citata in giudizio negli Usa. Un corpus normativo minaccioso, sanzioni secondarie che rendono l’Ue già complice di fatto del bloqueo americano. La grave limitazione della sovranità Ue, del suo diritto a commerciare con chiunque, è evidentemente sfuggita all’occhio vigile dei sovranisti di Strasburgo. Il testo approvato ha visto il voto contrario quasi compatto della sinistra. Anche gli emendamenti di Verdi e Socialisti sono stati bocciati. Tra i pochi salvati ce n’è uno che «condanna fermamente le violazioni dei diritti civili e politici, le detenzioni arbitrarie, le restrizioni della libertà di espressione», etc.. La neomaggioranza europea di destra non ha trovato alcuna difficoltà a votarla e aggiungerla nel proprio testo.

C’è poi il giallo di Ignazio Marino. L’esponente dei Verdi – ex chirurgo e manager sanitario negli Usa – in un suo intervento il 19 maggio annunciava al Parlamento di Strasburgo di volersi recare a Cuba per vedere di persona la situazione degli ospedali: «Non possiamo permettere che le tensioni politiche si traducano nella morte di pazienti indifesi». A Cuba Marino non è mai andato, però ha visitato tra il 26 e il 28 maggio gli Stati uniti come componente di una delegazione della commissione Sanità del Parlamento Ue. Marino (che risulta attualmente consigliere della Cattolica – Tju Research, joint venture tra l’università privata americana Jefferson e il Gemelli) al momento della votazione sulla mozione anticastrista si astiene. Poi (ieri) comunica di aver sbagliato e tramuta la sua preferenza in un voto contrario. Ma la “mozione Rubio” ormai era stata approvata.

Riforme per non morire, Cuba dà la svolta e apre al mercato

 di Roberto Livi - da il manifesto - 20 giugno 2026

America latina: L’imprimatur scritto di Raul Castro, che vive sotto scorta per non fare la fine di Maduro

È partita la rincorsa verso la maggior riforma economica mai attuata in questo secolo a Cuba, che dà maggior spazio agli investimenti privati, sia interni che esteri e che apre al mercato. Il primo passo è stato l’esame del pacchetto di 176 riforme presentato la settimana scorsa dal presidente Miguel Díaz-Canel da parte del Plenum del Comitato centrale del Pcc, riunito mercoledì in sessione straordinaria. L’imprimatur è venuto direttamente da un messaggio inviato da Raúl Castro, il quale ha informato di essere stato consultato e di averlo approvato senza riserve. L’ex presidente ha esortato il dirigenti del Pcc a un dibattito aperto, nel quale erano benvenute le critiche se espresse in un ambito costruttivo. Ma ancor più che l’approvazione delle riforme, Castro ha esortato il partito a una loro rapida applicazione, in sintonia e con la partecipazione della popolazione cubana. Il messaggio – siglato da Raúl Castro – è stato mostrato ai membri del Comitato centrale che l’hanno accolto in piedi con un lungo applauso.

L’EX PRESIDENTE, sotto accusa da parte del Dipartimento di giustizia degli Usa, si trova sotto scorta in un luogo sconosciuto e ben protetto per impedire un blitz come quello attuato dalla Delta Force lo scorso 3 gennaio per catturare il presidente venezuelano Maduro. Il primo ministro Manuel Marrero ha messo in chiaro che le riforme prevedono sia un’apertura agli investimenti privati diretti, sia una decentralizzazione del sistema produttivo come pure un cambio nel mercato delle valute: riforme che «non vanno contro i principi del socialism cubano». Anzi ne rappresentano uno sviluppo, seguendo la famosa indicazione di Fidel Castro che la Rivoluzione significa «cambiare tutto quello che deve essere cambiato».

I LAVORI DEL PLENUM si sono svolti sotto la presidenza di Díaz-Canel nel suo duplice ruolo di capo di Stato e primo segretario del Partito comunista. Il presidente ha convocato, come consiglieri per esaminare l’efficacia delle riforme, un gruppo di economisti «critici e non ufficialisti», ma non legati in alcun modo ai gruppi anticastristi radicali. Si tratta di economisti che in passato hanno svolto un ruolo di primo piano nelle istituzioni cubane, come Juan Triana Cordoví e Omar Overleni, ex professori universitari, e Julio Carranza (ex esperto Onu) che da tempo si battono per riforme all’interno del socialismo cubano. Tra le misure approvate dal Plenum vi è la decisione di eliminare il tope, ovvero il prezzo massimo imposto dal governo per molti generi di prima necessità. Misura questa «necessaria» per aprire la porta agli investimenti stranieri nel settore privato cubano.

CON LA LEGGE 117/2026 anche all’esilio cubano viene permesso di investire nell’isola: si tratta di una svolta storica rispetto ai tempi – alla fine del secolo scorso- quando gli emigranti (soprattutto verso gli Usa) venivano insultati con il termine gusanos (vermi). Nel prossimo futuro, dunque, da reietti i cubano-americani si potranno trasformare in investitori. «Qui avete la vostra casa, la porta (dell’isola) è aperta» ha affermato il presidente Díaz-Canel nel suo intervento al Plenum straordinario del Partito comunista. Un invito senza precedenti alla diaspora cubana perché partecipi direttamente a far uscire Cuba dalla drammatica crisi. La causa di tale svolta è semplice e l’ha descritta chiaramente il presidente Díaz- Canel, affermando che «non vi è sovranità con i piatti vuoti». Dunque il problema dell’agricoltura che non riesce ad alimentare le mense cubane è diventato un «problema di sicurezza nazionale che richiede misure straordinarie».

INFINE IL PRESIDENTE ha anche annunciato una misura di cui si parlava da tempo che prevede la mossa finale per eliminare l’egualitarismo in stile Fidel: la Canasta basica normada, ovvero l’insieme di prodotti a prezzi calmierati assicurati dalla libreta, cesserà di essere un bene universale (goduto anche dai residenti stranieri) e sarà riservata a pensionati, ammalati cronici, in sostanza alle «persone vulnerabili». A sua volta, il premier Manuel Marrero, ha annunciato che il salario minimo sarà elevato a 3210 pesos cubani (Cup, nel mercato informale l’euro è già al di sopra dei 750 Cup).

SI TRATTA DI UN CORPO di riforme senza precedenti, per affrontare una situazione di crisi senza precedenti. Un compito certo non facile (e la fatica fisica dimostrata dal presidente nelle interviste e nei suoi interventi lo dimostrava). Negli anni precedenti non sono mancati in Cuba gli annunci di riforme seguiti poi da retromarce. Come ha affermato uno dei più stimati economisti, il professor Juan Triana Cordoví , le riforme prevedono anche la necessità di «ridisegnare il patto sociale che non ha più base per mantenersi»: dunque una volontà politica. Perché, conclude Triana , «fare cose nuove con mentalità vecchia non appare possibile». La discussione finale e l’approvazione del pacchetto di riforme è stata riservata giovedì all’Assemblea nazionale del Poder Popular convocata in riunione straordinaria proprio per affrontare l’urgenza di una drammatica crisi indotta dallo strangolamento economico ed energetico voluti dal presidente Trump e dal Dipartimento di Stato degli Usa. La resistenza della popolazione è infatti arrivata al limite con apagones quotidiani resi inevitabili dalla mancanza di combustibile per produrre energia elettrica, e che si estendono ormai per quasi due giorni. La crisi energetica ha risvolti sia nell’aumento dell’inflazione sia nella carenza di acqua in vari quartieri della capitale. Una situazione che praticamente ogni notte viene rifiutata dalla popolazione con rumorosi cacerolazos. Particolarmente forte e generalizzata è stata giovedì la protesta a Santiago di Cuba.

IN CONCLUSIONE le misure approvate giovedì costituiscono la maggior riforma finanziaria, con l’approvazione di banche private, criptomonete e rimesse controllate da canali privati. L’intero settore privato sarà normato da nuove regole, che di fatto rendono possibile quanto prima era vietato. Il tutto, come ha affermato il premier, non significa la fine del socialismo cubano, anzi un suo rafforzamento per renderlo sostenibile e per migliorare la qualità della vita della popolazione. Ora il problema urgente sarà, come ha chiesto Raúl Castro, mettere in pratica il corpo di misure approvate con la velocità, la profondità e il credito che esige la situazione cubana. Come afferma l’imprenditore cubano-americano Hugo Cancio, «La parola chiave è fiducia. Gli investimenti esteri arrivano quando vi sono le garanzie». L’altra grande incognita è se tali riforme saranno ritenute sufficienti da Trump per togliere o quantomeno allentare lo strangolamento economico e energetico dell’isola.

 La fame era l’arma: aiuti a Cuba, Usa battuti nel World food programme

di Daniele Nalbone  - da il manifesto - 30 giugno 2026

Frattura politica e diplomatica:  A Roma l'agenzia ONU dell'assistenza alimentare (Nobel per la Pace 2020) costretta a un voto senza precedenti. Le forti pressioni di Washington per bloccare gli aiuti umanitari sconfitte per 29 voti contro 2

Nel tentativo di bloccare il Piano strategico nazionale del World Food Programme (Wfp) per Cuba, gli Stati Uniti hanno fatto saltare una delle regole non scritte che da trent’anni governavano il funzionamento dell’agenzia delle Nazioni Unite contro la fame. Per la prima volta dalla nascita dell’attuale Comitato esecutivo, nel 1996, una decisione strategica non è stata approvata per consenso, ma attraverso una votazione formale.

PUÒ SEMBRARE un dettaglio procedurale. In realtà segna una frattura politica e diplomatica senza precedenti. Da quando il Comitato esecutivo è stato istituito nella sua forma attuale, le decisioni più importanti – dall’approvazione dei bilanci ai programmi di intervento, fino ai Piani strategici nazionali – sono sempre state adottate per consenso. Non si trattava di un obbligo previsto dal regolamento, bensì di una prassi consolidata: prima di arrivare al voto, le delegazioni continuavano a negoziare fino a raggiungere una posizione condivisa. Il regolamento prevedeva comunque la possibilità di votare, ma quella procedura era considerata l’ultima risorsa e, di fatto, non era mai stata utilizzata.

QUELL’EQUILIBRIO si è rotto venerdì scorso a Roma. Dopo settimane di stallo, la delegazione statunitense ha mantenuto la propria opposizione all’approvazione del Piano strategico nazionale per Cuba (2026–2030), impedendo che si formasse il consenso necessario. A quel punto la presidente del Comitato esecutivo, Carla Barroso Carneiro, ambasciatrice e rappresentante permanente del Brasile presso le agenzie delle Nazioni Unite a Roma, ha deciso di ricorrere alla procedura prevista dal regolamento e di sottoporre il testo al voto. Il risultato non ha soltanto consentito l’approvazione del piano per Cuba. Ha anche infranto una consuetudine diplomatica che aveva retto per tre decenni e aperto un precedente destinato ad avere conseguenze che vanno oltre il caso cubano: per la prima volta il principio del consenso, uno dei cardini informali del funzionamento del Wfp, ha ceduto il passo alla logica del voto. Secondo fonti diplomatiche presenti alla riunione, la delegazione statunitense ha sostenuto che il programma avrebbe finito per sostenere direttamente il governo cubano, ribadendo la posizione di Washington secondo cui la cooperazione internazionale con l’isola non dovrebbe rafforzare le istituzioni statali. Una lettura respinta dalla maggioranza dei membri del Comitato, che ha invece ritenuto prioritario garantire la continuità degli interventi umanitari destinati alla popolazione.

L’ESITO DEL VOTO, tenutosi a chiusura della sessione annuale, fotografa il forte isolamento della Casa Bianca. Il piano per Cuba è stato approvato con 29 voti a favore e soltanto 2 contrari: quelli degli Stati Uniti e del Marocco. La larga maggioranza dei membri del Comitato, compresi diversi alleati degli Stati Uniti, ha respinto il tentativo americano di estendere gli effetti del bloqueo all’interno delle agenzie umanitarie. Una «vittoria clamorosa che dimostra come Cuba non sia sola», ha commentato Jorge Luis Cepero Aguilar, rappresentante permanente dell’isola presso le agenzie Onu a Roma, denunciando le forti pressioni di Washington per ostacolare il documento. Da L’Avana, il ministro degli esteri Bruno Rodríguez Parrilla ha parlato di una «vittoria schiacciante contro i tentativi statunitensi di politicizzare l’assistenza umanitaria».

IL PIANO APPROVATO prevede lo stanziamento di 116,4 milioni di dollari per i primi cinque anni, a partire dal 1° luglio. Risorse vitali per un’isola stremata da una crisi macroeconomica senza precedenti, aggravata dal bloqueo e da una drammatica carenza di carburante ed energia elettrica. Il Wfp punta ad assistere tra 1,2 e 1,7 milioni di cubani all’anno, concentrandosi sulle fasce più vulnerabili: bambini nei primi mille giorni di vita, donne in gravidanza, anziani e persone con disabilità. Più di 76 milioni di dollari saranno destinati alla risposta rapida alle emergenze e al sostegno dei sistemi di protezione sociale dell’isola. Altri 17 milioni finanzieranno la logistica per fare in modo che il cibo arrivi a destinazione nonostante i blackout, mentre una quota consistente sosterrà i piccoli produttori locali per portare prodotti a chilometro zero nelle mense delle scuole rurali. Una goccia nel mare, ma significativa: nel 2020 il Wfp vinse il Nobel per la pace, tra l’altro per gli sforzi di prevenzione nei conflitti «che sfruttano la fame come arma». Proprio il caso di Usa e Cuba.

IL VOTO DI ROMA rappresenta un precedente politico. Dimostra non solo che la fame non può essere usata come strumento di pressione diplomatica, ma anche che, quando il consenso si rompe, gli Stati Uniti possono essere messi in minoranza nelle istituzioni multilaterali.

 

25 giugno 2026

USA: Mamdani innesca l’onda socialista a New York e oltre

 

 di  Marina Catucci *

New York:  La vittoria dei "suoi" candidati alle primarie locali

Le primarie democratiche di martedì notte a New York non sono state una semplice tornata elettorale, ma la prova che il movimento socialista americano, dopo l’elezione di Zohran Mamdani a sindaco, non si è fermato: si è allargato, consolidato, e continua a vincere.

Il dato più clamoroso arriva dal 13° distretto congressuale, di Manhattan e Bronx, dove Darializa Avila Chevalier, organizzatrice comunitaria di 32 anni sostenuta dai Democratic Socialists of America (Dsa), ha battuto il deputato uscente Adriano Espaillat, in carica da cinque mandati, primo congressista dominicano-americano della storia Usa.

Nel 7° distretto Claire Valdez, deputata statale ed ex dirigente del capitolo newyorchese del Dsa, ha sconfitto Antonio Reynoso, presidente di Brooklyn, sostenuto dalla deputata uscente centrista Nydia Velázquez e dal Working Families Party.

Nel 10° distretto, tra Lower Manhattan e Brooklyn, ha vinto Brad Lander, ex assessore comunale ed ex revisore dei conti della città. Aveva corso anche come sindaco nel 2025 spalleggiandosi con lo stesso Mamdani, che lo ha ora appoggiato in questa corsa per il Congresso contro il deputato uscente Dan Goldman, che aveva partecipato all’impeachment di Trump. Lander ha vinto con quasi il 66% dei voti, in una campagna costruita anche sul tema dei migranti. A New York l’ex assessore è conosciuto e amato per essere in prima fila nella difesa dei cittadini immigrati finiti nel mirino di Ice sin dall’inizio di questa amministrazione Trump. A causa del suo impegno è stato arrestato all’interno del tribunale dell’immigrazione di 26 Federal Plaza, e non per questo ha interrotto la sua battaglia.

Alla festa per la vittoria del primo sindaco di New York musulmano e socialista, qualche mese fa, aveva detto al manifesto che «l’elezione di Mamdani è un’opportunità di lavorare insieme per costruire una città che i newyorkesi possano permettersi, dove tutti sono i benvenuti, e dove si può resistere a Donald Trump».

ANCORA più significativa è una vittoria che arriva da fuori New York City: a Syracuse, il candidato Dsa Maurice “Mo” Brown ha battuto il deputato democratico centrista Bill Magnarelli, in carica da 28 anni, un ribaltamento che dimostra come l’onda socialista riesca a sfondare anche lontano dalla città.

Tre vittorie su tre, dunque, per i candidati appoggiati personalmente da Mamdani, che ha scelto di schierarsi apertamente contro l’establishment democratico, inclusi due parlamentari in carica.
Sotto la soglia del Congresso, l’onda si fa ancora più larga. Nello stato di New York ci sono oggi 14 cariche pubbliche di rilievo legate al Dsa: oltre al sindaco Mamdani, 4 seggi nel Consiglio Comunale e 9 parlamentari ad Albany.

Con i risultati di ieri, i candidati Dsa hanno vinto in 7 casi su 8 nella corsa alla legislatura statale, portando la delegazione socialista ad Albany ad almeno 15 seggi dal prossimo anno.

NEW YORK non è un caso isolato: la settimana scorsa la democratica socialista Janeese Lewis George ha vinto le primarie per sindaca di Washington DC, ed è la grande favorita per le elezioni di novembre. La sua amministrazione si prospetta in rotta di collisione con Trump, che ha già minacciato di mettere la città sotto controllo federale in caso di sindaco socialista.

A LOS ANGELES, la consigliera comunale Dsa Nithya Raman è passata al turno decisivo nella corsa a sindaco, mentre i consiglieri uscenti Eunisses Hernandez e Hugo Soto-Martinez sono stati riconfermati. In Pennsylvania, il deputato statale Chris Rabb ha vinto le primarie nel 3° distretto di Philadelphia, candidato in pole position per diventare il secondo membro del Congresso sostenuto a livello nazionale dal Dsa.
In questo ciclo elettorale i candidati del “Team Dsa” sono coinvolti in 133 corse: 14 vittorie erano state già acquisite prima della notte di ieri, 91 candidati sono ancora in corsa. Numeri che disegnano un movimento che si muove ormai su tre livelli, comunale, statale e federale, in contemporanea.

DIVENTA sempre più difficile minimizzare, sostenendo che le vittorie a New York, Washington e Los Angeles siano il prodotto di contesti urbani specifici, irripetibili nel resto del Paese. I numeri raccontano qualcosa di più di una serie di exploit isolati: il socialismo democratico non sta più solo sondando il terreno nel Partito Democratico, lo ha già sfondato, ed è una rottura con cui la dirigenza del partito dovrà confrontarsi, che le piaccia o no. Le vittorie sono uscite dai centri urbani e arrivate anche in zone rurali e periferiche dove, fino a pochi anni fa, anche solo nominare la parola socialismo sembrava fantascienza.

Resta il fatto che la città che ha prodotto Wall Street ha eletto un sindaco socialista, e mesi dopo quell’elezione l’onda non si è ritirata: si è alzata, e nei quartier generali della notte elettorale le vittorie sono state festeggiate cantando Solidarity Forever, lo storico inno del movimento sindacale.

nella foto: Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, festeggia con Brad Lander

* da il manifesto - 25 giugno 2026

19 giugno 2026

Albania, la protesta dei fenicotteri si prende le piazze


di  Shendi Veli *

La protesta: Senza una leadership e senza un orientamento politico netto, la Gen Z ridà voce alla democrazia: «Il governo dia le dimissioni»

 È iniziata come un vicenda locale. A metà maggio un gruppo di residenti inferociti si raduna davanti alle reti di un cantiere nel cuore di una riserva naturale. Un mese dopo quello che sta accadendo in Albania viene paragonato, per rilevanza, alle proteste che, tra il 1990 e il 1991, fecero crollare le pareti già logore del regime comunista. Non è detto che il movimento popolare di oggi, che si è autoproclamato «la rivoluzione dei fenicotteri», riuscirà a far cadere il governo in carica, o a impedire la costruzione di abitazioni di lusso nella laguna incontaminata a nord di Valona. Ma certo è che una mobilitazione così ampia non si vedeva da molti anni. Chi scende in piazza a Tirana da oltre due settimane sembra saperlo: «Stiamo facendo la storia» si legge sui cartelli.

«LE RIVOLTE del 1990 iniziarono come proteste di natura economica: mancava il cibo, mancava l’elettricità. Ma era anche un pretesto per attaccare la dittatura. In questo sì, vedo una similitudine con l’attualità. La difesa dell’ambiente oggi è solo il motore di manifestazioni che nascono da un malcontento verso la classe politica». A pensarla così è Edmond Budina, regista e scrittore albanese, protagonista nei primi Novanta delle proteste che inflissero il colpo di grazia al regime totalitario. «Il contesto internazionale è importante – spiega – allora era caduto il muro di Berlino, oggi c’è la reputazione di Trump che gioca un ruolo mediatico, ma bisogna stare attenti a non leggere queste piazze come anti Usa». La massa di persone che ostinata si riversa in strada, d’altronde, non si presta a facili letture. Ogni giorno alle sei del pomeriggio (diventate le sette ora che il caldo inizia a mordere) la folla si raduna nella piazza principale della capitale, Sheshi Skënderbej. Arrivano vecchi e bambini ma soprattutto giovani, consapevoli che la lotta oggi è anche, soprattutto, comunicazione. Meme, simboli, cartelli, frasi scritte con il pennarello. Rabbia e ironia si mescolano in una profusione di segni. Tirana vuole parlare, ma cosa sta dicendo?

«LA PROTESTA è priva di una leadership riconoscibile. La stragrande maggioranza è composta da cittadini senza una chiara appartenenza politica. Ci sono anche gruppi politici e sociali organizzati, ovviamente. Forze di sinistra, ambientalisti, liberali, conservatori, nazionalisti. Tutti concordano su un punto: le fine politica di Rama e anche del suo oppositore, Sali Berisha» sostiene Arlind Qori, docente all’Università di Tirana e leader della formazione di sinistra, movimento Bashke (Insieme). «Per noi è centrale la critica all’oligarchia economica. Per le associazioni green la tutela dell’ambiente. Per i liberali i diritti individuali. Per i conservatori la questione nazionale. Ma c’è un riconoscimento reciproco: i punti di convergenza tengono insieme le persone». Talmente tanto che per cercare di separarle il governo sta giocando tutte le sue carte. Prima le allusioni su agenti esteri che infiltrerebbero le proteste con l’Albania sotto attacco mediatico di una «guerra ibrida». Poi l’ammonimento: «State facendo scappare i turisti». La risposta è stata immediata e inequivocabilmente targata “Gen Z”. La Flamingo revolution è stata messa su Google e una pioggia di recensioni entusiaste e messaggi di solidarietà da tutto il mondo ha collocato subito l’evento in cima alle attrazioni turistiche del paese.

LA GENERAZIONE ZETA non è la sola protagonista della piazza ma ne tiene le redini comunicative. Le bandiere con il teschio della saga di One Piece e la consapevolezza di vivere in un presente segnato dalle ingiustizie si intravedono facilmente nei video e nelle foto che raccontano le piazze. Una lingua diversa ma in qualche modo affine a quella dei ragazzi e delle ragazze in Nepal, Marocco, Perù, Kenya e anche in Italia nella grande fiumana per Gaza. La dimensione globale è nutrita da un altro fattore: la rivoluzione dei fenicotteri ha contagiato la diaspora albanese. «Firenze è stata la prima, sono seguite Bologna, Milano, Roma, Genova, Padova, Bruxelles, Berlino, Londra, New York e via così. Siamo scesi in piazza non solo per sostenere chi manifesta in patria, ma perché il modello di sviluppo basato su turismo sfrenato e privatizzazione del patrimonio pubblico riguarda anche i luoghi dove viviamo oggi, riguarda tutti», racconta Senka Madja, attivista per i diritti umani e sindacalista. «È stato bello sentire le persone raccontare i motivi che le hanno spinte a emigrare. In un certo senso la nostra vita all’estero è l’incarnazione della cattiva gestione del paese in questi ultimi trent’anni» continua Senka.

IL MICROFONO APERTO alla fine dei cortei è una caratteristica anche delle piazze albanesi, a prendere parola non sono solo attivisti con esperienza di piazza ma persone comuni di tutte le età. Quasi tutti iniziano raccontando la loro storia, spinti da un’urgenza di parlare e parlarsi, dopo un silenzio durato troppo a lungo. «Il 20 febbraio del 1991 qualcuno lanciò l’idea di andare a protestare nella piazza principale e la folla partì. Era il caso, la polizia ci attaccava, noi lanciavamo mattoni. Una volta arrivati sotto al busto in marmo del dittatore Enver Hoxha provammo a legarlo con una corda e a tirare. Ancora oggi, dopo tanti anni, non mi spiego come sia venuto giù così facilmente»: si conclude con un irrisolto il flusso di ricordi del regista Edmond Budina.

leggi anche:  L’Albania delle piazze non vende l’anima

*  da il manifesto - 18 giugno 2026

7 maggio 2026

USA: In Indiana, i «cadaveri» dei nemici di Trump. Nuove mappe per cancellare il voto nero

  di Giovanna Branca *

Alle primarie vincono i candidati repubblicani sostenuti dal presidente. Il Tennessee eliminerà l’unico distretto a maggioranza democratica

Lo scorso dicembre ben 21 senatori repubblicani dell’Indiana hanno votato contro una nuova mappa elettorale che – con il mid term il prossimo novembre – avrebbe dato al partito repubblicano altri due seggi alla Camera federale. Donald Trump aveva minacciato di vendicarsi ancor prima del voto: «Qualunque repubblicano voti contro questo importante redistricting (l’intervento per ridisegnare i seggi elettorali, ndr), con un impatto potenziale sull’America tutta, dovrà affrontare le primarie».

COSÌ È STATO: otto dei senatori “ribelli” dovevano affrontare la rielezione, e Trump ha sostenuto ben sette dei loro oppositori alle primarie. Dando prova, con il voto di martedì, di avere ancora una saldissima presa su ciò che resta del partito repubblicano: cinque dei candidati che hanno avuto il suo endorsement hanno vinto, in alcuni casi stravinto, una sfida è ancora «too close to call» e solo uno ha perso. La prova, se ce ne fosse bisogno, che il Gop – come scrive Perry Bacon su The New Republic – «è ancora un culto di Donald Trump».

Spencer Deery, il senatore la cui sfida con il candidato trumpista è ancora aperta, aveva detto al New York Times che «a essere in ballo è la possibilità, per i parlamentari dell’Indiana, di essere liberi di ascoltare i loro elettori e governare lo stato senza interferenze esterne da parte di enormi finanziamenti occulti». Più dei soldi indirizzati agli sfidanti sostenuti da Trump, e più delle sorti dell’indipendenza statuale dell’Indiana, la prova di forza di Donald Trump in quello stato getta un’ombra ulteriore sul disfacimento della democrazia americana, che in questi giorni si manifesta nelle corse al redistricting negli stati rossi all’indomani della sentenza della Corte suprema che ha sventrato il Voting Rights Act del 1965 e dato il via libera al ridisegno razzista dei seggi elettorali.

Se infatti – come nota ancora Bacon – il fatto che il Gop si riveli ancora un culto di Trump è una buona notizia per il mid term, dato che l’impopolarità di Trump non potrà che danneggiare i suoi candidati, la sua presa inscalfibile sul partito ormai solo nominalmente repubblicano ha l’effetto di raggelare qualunque tentativo di opporre resistenza alla sua amministrazione autoritaria. I “cadaveri” dei suoi nemici in Indiana ne sono l’ennesima prova.

IL PROSSIMO 20 maggio, intanto, il parlamento del Mississippi è chiamato a votare la sua nuova mappa elettorale, con cui dopo la sentenza della Corte suprema lo stato del sud con la più ampia percentuale (il 38%) popolazione afroamericana di tutti gli Usa si prepara a cancellare il suo unico distretto a maggioranza nera. Il rappresentante di quel distretto a Washington è il deputato Bennie Thompson, il presidente – durante l’amministrazione Biden – della Commissione d’inchiesta sul tentato golpe del 6 gennaio 2021, dunque un nemico personale del presidente Trump. È simbolico anche il luogo dove si terrà il voto: non l’attuale Campidoglio del Mississippi ma quello dell’epoca della segregazione razziale, e dove è stata votata la secessione dall’Unione nel 1861. Safia Malin dell’organizzazione per i diritti civili One Voice Mississippi ha detto al Guardian: «Sembra quasi un tentativo deliberato e crudele» di «ricordarci del nostro passato», naturalmente «collegato alla riconquista della piena cittadinanza» per la popolazione nera.

LO STESSO ACCADE in Tennessee: è di ieri la notizia che il voto nero – anche lì concentrato in un unico distretto, a fronte di una popolazione afroamericana che raggiunge il 17% del totale in base all’ultimo censimento – verrà diluito in tre nuovi distretti nella mappa elettorale proposta ieri dai repubblicani dello stato. Se – o meglio quando – questa mappa verrà approvata dalla legislatura locale, l’effetto sarà di cancellare l’unico seggio democratico espresso dal Tennessee, radicato nella città a maggioranza nera di Memphis. Nuove mappe in arrivo anche in Louisiana (dove il governatore Jeff Landry ha sospeso le primarie per dare tempo alla legislatura di disegnare i nuovi distretti), South Carolina e Alabama, a cui è stato impedito da una corte federale di fare redistricting fino al nuovo censimento del 2030, ma che sta cercando di ottenere un annullamento di quella sentenza. «La Storia – ha detto ieri il senatore democratico del Tennessee Taumesh Akbari ai suoi colleghi repubblicani – non giudicherà con clemenza ciò che avete fatto».

leggi anche: America, come si smantella una democrazia

*   (  da il manifesto - 7 maggio 2026 )

23 aprile 2026

Italia ferma su rinnovabili e transizioni: un ritardo che pesa sulle bollette

 di Giacomo Talignani *

Italia in ritardo con le energia rinnovabili resta dipendente dal gas 

A che punto siamo nella lotta alle emissioni? Perché non riusciamo a smarcarsi dalla dipendenza energetica? Lo racconta il nuovo report di Italy for Climate di Fondazione Sviluppo Sostenibile. “53 miliardi di euro solo per importare combustibili fossili”

Fa male, viste le enormi potenzialità del nostro Paese, osservare sempre la stessa fotografia: l’Italia potrebbe essere un grande hub delle rinnovabili in Europa, invece è ferma. Tutto intorno, altre realtà come Spagna, Germania ma anche Francia, al contrario avanzano: sia nelle nuove installazioni sia nell’elettrificazione (anche nell’auto) mentre noi, tra comunità energetiche arenate nella sabbia della burocrazia, territori che si oppongono a eolico e solare e promesse future (come il nucleare), restiamo quasi immobili. Questo, in sostanza, è il quadro che esce dal settimo rapporto di Italy for Climate di Fondazione Sviluppo Sostenibile che traccia, attraverso i dati del 2025, dieci indicatori che permettono di comprendere come l’Italia sta affrontando la transizione energetica, quali sfide si ritrova davanti e anche qual è il nostro contributo nella lotta alla crisi climatica.

Un Paese in “stand-by”

Secondo il report, nonostante segnali incoraggianti come la crescita del solare, l'Italia appare “in stand-by mentre il mondo si trasforma intorno a lei: le rinnovabili frenano, le emissioni non calano e, nel frattempo, la dipendenza energetica cambia faccia — con l’arrivo degli Usa tra gnl e petrolio — creando rischi nuovi, non solo climatici ma anche geopolitici. Se il Paese non è fermo, sicuramente non sta accelerando: la crisi climatica diventa così anche una crisi di sicurezza nazionale” sottolineano da Italy for Climate.

Andrea Barbabella, coordinatore di Italy for Climate, sottolinea che questa inerzia ha un prezzo misurabile. Sono “53 i miliardi di euro usciti dal Paese nel solo 2025 per importare combustibili fossili” dice. Nel frattempo, mentre la Germania lo scorso anno installava 23 GW di nuove rinnovabili, da noi sono state appena 7,2 GW, un dato in calo rispetto al 2024 che - fra i 10 “key trend sul clima” - racconta bene alcune delle sfide irrisolte che abbiamo di fronte.

Per Italy for Climate, sono infatti i dati a parlare. Ecco quelli principali del rapporto che Green&Blue ha visionato in anteprima

Crisi climatica: 13,5 °C è la temperatura media registrata nel 2025 in Italia. Secondo i dati dello European Severe Weather Database, gli eventi estremi registrati nel 2025 sono stati quasi 2.500, in calo rispetto all’anno precedente e il terzo valore più alto dal 2019.

Emissioni di gas serra: +0,2% è la lieve crescita stimata da Ispra, classificando il 2025 come un ulteriore anno perso per la decarbonizzazione del Paese.

Rinnovabili elettriche: +7,2 GW è la potenza installata dei nuovi impianti rinnovabili registrata nel 2025, in calo rispetto al 2024. L’Italia è ancora fanalino di coda in UE: la Germania ha installato oltre 23 GW, la Spagna quasi 11 GW, la Francia 8 GW.

Solare: +25% è la crescita di produzione elettrica da fotovoltaico nel 2025, un record che ha permesso di compensare il calo drastico dell’idroelettrico. La produzione elettrica da rinnovabili nel complesso è rimasta sostanzialmente stabile e quindi ancora nel 2025 l’Italia si è fermata a circa il 48% della produzione totale, ad un passo dal superamento delle fonti fossili.

Dipendenza energetica: 74% è la dipendenza dell’Italia dalle importazioni di energia di combustibili fossili, fra le più alte in UE. La dipendenza energetica si sta riducendo, grazie alle rinnovabili, ma nel 2025 ha subito una battuta di arresto. Tutta questa dipendenza dai fossili ci è costata, secondo le stime dell’Unem, 53 miliardi di euro solo nel 2025.

Gas: 32% è la quota di fabbisogno di gas che abbiamo coperto con il gnl, il gas in forma liquida, diventato in pochi anni un asset chiave per la nostra dipendenza da questo combustibile fossile (10 anni fa il suo contributo era sotto al 10%). Solo nel 2025 l’import è cresciuto del 42%, soprattutto da parte degli USA da cui abbiamo importato circa 10 miliardi di metri cubi, la metà di tutto il gnl consumato.

Petrolio: 7 barili al secondo è il petrolio che abbiamo consumato per i trasporti nel 2025. Dopo la pandemia, i consumi di petrolio hanno smesso di ridursi e sono oggi a livelli più alti di 35 anni fa. “I trasporti restano uno dei settori su cui la decarbonizzazione sta procedendo più lentamente e questo sta avendo oggi un impatto diretto anche sui rischi legati alla nostra dipendenza energetica per questa fonte, legata soprattutto a Libia, Azerbaigian, Kazakistan e Arabia Saudita e USA” ricorda il report.

Carbone: 1% è il contributo del carbone alla domanda di elettricità nel 2025, un picco storico che segna la auspicata fine della fonte di energia più climalterante e più inquinante.

Elettrificazione: 6,2% è la quota di immatricolazioni delle auto elettriche nel 2025, cresciute molto nel 2025 (+46%) dopo il rallentamento del 2024. Il dato 2025 resta infatti ancora ben lontano dal 17% di media UE o dal 20% di Francia e Germania.

Storage: 884.338 è il numero di sistemi di accumulo associati ad impianti fotovoltaici esistenti in Italia a fine 2025, erano appena 75 mila nel 2021, prima del conflitto Russia-Ucraina. “È un dato particolarmente importante non solo perché le batterie consentono di compensare la non programmabilità del fotovoltaico, ma anche perché quando sono associate direttamente a un impianto di generazione da fotovoltaico massimizzano anche il risparmio economico per le famiglie e le imprese. Complessivamente si tratta di 5,5 GW di potenza installata di batterie, addirittura superiore a quella della tecnologia storica di accumulo in Italia, i pompaggi idroelettrici fermi a 4,4 GW di potenza installata. Proprio dai pompaggi arriva purtroppo la nota dolente: nel 2025 hanno contribuito al soddisfacimento della domanda con 1,6 TWh, leggermente meglio dell’anno precedente ma ancora lontanissimo dai reali potenziali di questa tecnologia, che a inizio del nuovo millennio era arrivata a superare i 7 TWh di produzione”.

* da la Repubblica - 21 aprile 2026

14 aprile 2026

Ungheria: Orbán sconfitto anche dal suo sistema elettorale

di Francesco Brusa *

Ha perso il peggiore Tisza al 52,44%, Fidesz fermo al 39,14%. Affluenza record e sinistra dissolta. La dirigenza della coalizione democratica Dk si dimette

Il giorno dopo le elezioni la mappa del voto ungherese restituisce l’immagine certa e limpida di un paese che ha rifiutato in massa il leader uscente Viktor Orbán. Durante la giornata di domenica, infatti, la popolazione magiara si è recata alle urne stabilendo un’affluenza record del 79,55% (dieci punti in più delle parlamentari del 2022), con picchi nella capitale e nei distretti più occidentali ma con un’uniformità che ha abbracciato tutto il territorio. Indizio che l’opposizione di Tisza, capeggiata da Péter Magyar, è riuscita a convincere una fetta degli indecisi e dei delusi dalla politica, così come della percezione generale di questa elezione come occasione storica per un referendum definitivo sull’eredità dei sedici anni di governo del partito Fidesz (e del suo “satellite” cristiano-democratico Kdnp).

ORBÁN E I SUOI sono inciampati nello stesso meccanismo che avevano istituito per garantirsi super-maggioranze anche sulla base di uno scarto relativamente piccolo. Il voto popolare ha premiato la lista di Magyar con il 52,44% (oltre 3milioni di preferenze) mentre le forze uscenti si sono fermate al 39,14% (un crollo di circa dodici punti dalla scorsa tornata, con almeno 700mila voti persi). Ma è poi con le sfide dei candidati nei collegi uninominali – dove in molti temevano una tenuta di Fidesz, data la popolarità che ha solitamente dimostrato nelle campagne e fuori dalla capitale – che Tisza ha potuto guadagnarsi ben 136 posti in parlamento contro i 56 dell’avversario (su 199 totali). Un divario schiacciante che supera i due terzi, e che dunque consentirebbe al nuovo primo ministro di procedere con riforme costituzionali come in passato ha fatto proprio Orbán per riconfigurare l’assetto del paese in senso illiberale e “premieristico”.

SI TRATTA DI UN COMPLETO ribaltamento dei ruoli, con l’ex-partito di governo che si vede relegato alle cifre marginali delle inconcludenti opposizioni che hanno tentato di scalfire il suo potere con vari formule. Sembrerebbe anzi che Magyar abbia avuto successo laddove nel 2022 fallì Péter Márki-Zay, con una coalizione “arcobaleno” che andava dal socialiberalismo di Dk alla destra estrema di Jobbik: costruire un consenso trasversale a tutto lo spettro politico, incarnato però stavolta da una figura nuova e carismatica.

La quale, inoltre, ha avuto il vantaggio di provenire dagli ambienti di Fidesz e dunque di non essere percepita come troppo disallineata rispetto al conservatorismo di fondo che continua a far da “baricentro” rispetto al sentimento della popolazione. Allo stesso tempo il crollo verticale di Orbán (con i suoi candidati a prevalere solo in 13 distretti su 106, soprattutto nell’est al confine con l’Ucraina, con alcune competizioni anche piuttosto serrate) è il segno anche della fine inesorabile di un ciclo politico, che non ha retto l’urto della crisi economica e di una disaffezione popolare diffusa in attesa di essere incanalata dentro una piattaforma credibile.

INTANTO L’UNICO altro partito a superare la soglia di sbarramento è l’ultranazionalista Mi Hazánk (6 seggi), nato da una scissione interna a Jobbik. Nonostante il cambio di rotta storico uscito dalle urne di domenica, il parlamento ungherese si delinea comunque come una gradazione politica tutta spostata a destra – senza contare che in campo di diritti migratori Magyar pare promettere una continuità netta con il lascito di Fidesz, mentre sulle tutele per la comunità Lgbt resta comunque ambiguo. Dato il misero risultato (1%) la dirigenza della coalizione democratica-Dk ha annunciato le proprie dimissioni. «Spero che le persone di sinistra che hanno votato per Tisza non rimangano deluse», ha dichiarato la presidente Klára Dobrev. Anche il partito del cane a due code-Mkkp, soggetto nato con un approccio satirico e performativo ma che nel tempo si è imposto come esperimento capace di incidere in alcuni contesti locali, non ha raccolto alcuna percentuale rilevante.

A LIVELLO RAPPRESENTATIVO la sinistra ungherese si è dissolta nel dilemma di come rompere la propria marginalità. La più parte dei votanti ha scelto di convergere verso la speranza offerta, pur con diverse ambiguità, da Tisza: riportare le “regole del gioco” dentro una cornice democratica può essere forse l’unico punto di (ri)partenza – come di fatto ha un po’ sostenuto il sindaco progressista di Budapest, Gergely Karácsony, con il suo appoggio convinto a Magyar. Ma la strada, dato anche il torvo quadro internazionale che non cesserà di portare venti di perturbazione, è tutta in salita.

leggi anche : La nuova Ungheria di Magyar, tra qualche luce e molte ombre

*da il manifesto  14 aprile 2026

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Ungheria: «Non c’era altra scelta, non era un voto all’interno di una democrazia»

 di Marta Massa *

Dopo il voto nel centro sociale Gólya Presszó, i dubbi e la festa

 È il giorno dopo le elezioni in Ungheria. Budapest è una città calma e silenziosa dopo la notte di festeggiamenti che hanno inondato ogni piazza del centro. Le strade vengono ripulite alle prime ore del mattino, e il traffico riprende con la sua regolare quotidianità. Il primo giorno da sedici anni in cui è possibile immaginare un futuro senza Viktor Orbán al governo. Nella notte di domenica la città comincia a prenderne coscienza.

Intorno alle 21, due ore dopo la chiusura dei seggi, il primo ministro uscente concede la vittoria all’avversario Péter Magyar, leader di Tisza, e a Gólya Presszó, un centro sociale punto di riferimento per le comunità del Distretto VIII, dove il popolo di sinistra si è dato appuntamento per seguire i risultati, la stanza rimane sospesa per qualche secondo prima di esplodere in abbracci e grida di gioia. Questo momento di sospensione, riflette la percezione di gruppi di resistenza, movimenti di sinistra e di attiviste e attivisti Lgbtqia+ locali, che hanno fatto di Gólya la loro sede: per le comunità marginalizzate, Tisza non rappresenta una reale opzione e la tensione percepita è tangibile.

Ne parliamo con Sofia, attivista di Budapest e parte attiva della comunità di Gólya. «Sui giornali ungheresi stanno presentando Tisza come un’operazione di liberazione, il che è davvero ridicolo. Il ministro degli esteri designato da Tisza è Anita Orbán, ex membro di Fidesz. Lei lavorava per la Heritage Foundation, think tank noto soprattutto per aver ideato il Project 2025 di Trump. Quindi la verità è che l’opposizione è esattamente altrettanto pericolosa. Anche Péter Magyar, ha fatto parte di Fidesz per dodici anni.

Ha deciso di lasciare il partito solo a seguito di un conflitto personale, non divergenze politiche. Nessuno di noi ha alcuna speranza che Magyar porterà effettivi cambiamenti. Forse la corruzione diminuirà un po’.

Forse i media e giornali saranno leggermente più indipendenti. Posso anche immaginare che ci possano essere dei cambiamenti a livello giuridico, forse ci sarà meno violenza da parte della polizia e delle forze armate, ma in sostanza temiamo tutte e tutti che rimarrà tutto uguale. Come attivista mi aspetto davvero di continuare quello che sto facendo. Mi aspetto anche che la gente perda la speranza in Tisza dopo un po’ e questo potrebbe essere l’inizio di un cambiamento, non a livello politico, ma all’interno della società civile. Dobbiamo continuare a manifestare e supportare il dissenso pubblico».

Il clima di tensione costante che ha fatto parte della quotidianità di attiviste e attiviste ungheresi, appartiene anche al mondo del giornalismo indipendente. Per Kincso B.-Juhász, giornalista ed editrice di Mérce (giornale apertamente antifascista, in un sistema che dal 2025 criminalizza l’antifascismo), la vittoria di Tisza rappresenta rinnovate incertezze: «Personalmente, sto vivendo il primo cambiamento tangibile da quando ho iniziato la mia attività politica. Allo stesso tempo, come donna, come membro della minoranza ungherese di origine rumena e come giornalista di sinistra, sono ben consapevole che questa non è la fine della lotta delle minoranze e degli attivisti di sinistra. Credo sia difficile prevedere quale sarà la situazione per i media indipendenti dopo le elezioni. Ci sono motivi per aspettarsi un miglioramento nell’accesso alle informazioni governative.

Tuttavia, il panorama non diventerà necessariamente meno competitivo. Magyar sta anche costruendo il proprio ecosistema mediatico (Kontroll), che probabilmente rimodellerà il settore in modi nuovi. Da una prospettiva di sinistra, la situazione rimarrà complessa. Tisza è un partito di centro-destra e rimango scettica sul fatto che una formazione di queste dimensioni possa portare al tipo di cambiamento profondo e strutturale in cui molti di noi sperano. C’è stato un momento di sollievo e di festa per la fine di un’era sempre più antidemocratica, ma dobbiamo ricordare che il lavoro continua, dovremo ancora organizzarci, far sentire la nostra voce e lottare per i nostri diritti».

Preoccupazioni simili le esprime Lilla, ballerina contemporanea transgender e attivista queer che fa parte della comunità ballroom locale: «Avevo solo 9 o 10 anni quando Orbán fu eletto per la prima volta. Quando ho compiuto 18 anni il sistema di riconoscimento legale del genere è stato bloccato e non ho mai potuto cambiare il mio nome nei documenti. Da allora ho iniziato a fare attivismo. Non credo che con Tisza ci saranno grandi cambiamenti.  Se ci fosse una vera democrazia nel paese, e avessimo avuto altri partiti tra cui scegliere, avrei sicuramente scelto qualcun altro. Ma non possiamo parlare di democrazia qui adesso. Quindi temo che a lungo andare, tra un anno o due, tutto tornerà come prima. Mi sono lasciata trasportare dall’entusiasmo di questa vittoria, ma non mi rimane altro che il mio ottimismo e la mia speranza. Perché sinceramente non credo che le cose miglioreranno».

La tensione sospesa rimane su Budapest, dopo il giorno delle elezioni. Il futuro dipinto dal partito Tisza lascia dubbi e preoccupazioni concrete per attivisti locali, nell’alba di un domani che appare molto simile ai giorni precedenti.

leggi anche: «Nulla è cambiato». A Budapest l’antifascismo resta un reato

* da il manifesto 14 aprile 2026