10 aprile 2026

«La sinistra ungherese non esiste. Il 12 aprile sarà un referendum su Orbán»

 

Intervista a  András Bozóki, professore di Scienze politiche alla Central european university di Vienna( di Davide Galluzzi da il manifesto 9 aprile 2026 )

András Bozóki, nato a Budapest, è professore presso il Dipartimento di Scienze Politiche della Central European University di Vienna. Tra i principali esponenti delle consultazioni politiche che, nel 1989, hanno portato al cambio di regime in Ungheria, è stato anche ministro della Cultura durante il secondo governo Gyurcsány, l’ultimo di centro-sinistra prima della vittoria di Viktor Orbán.

Professor Bozóki, come potremmo definire l’Ungheria di oggi, dopo sedici anni di orbanismo?
Esattamente l’opposto di quello che era prima. Dopo la svolta dell’89 nacque un sistema multipartitico, ma progressivamente la democrazia divenne più elitista e si capì che le sue radici nella società non erano profonde. Fidesz, il partito di Orbán allora all’opposizione, riuscì a trarre vantaggio da questo, dalla crisi economica del 2008-2009 e dagli errori del governo in carica, avviando un discorso populista. Le elezioni del 2010 portarono alla sconfitta del blocco liberalsocialista e a una vittoria della destra. Viktor Orbán, un leader carismatico, venne visto come un’alternativa credibile. Nel 2010 il suo programma era molto più moderato. La svolta avvenne nel 2015-2016 con la vittoria di Trump, la crisi migratoria e la Brexit. Questo diede coraggio a Orbán, che iniziò a eliminare la stampa indipendente. L’economia è stata centralizzata e l’egemonia del governo si è estesa alla sfera culturale, mentre le opposizioni sono state criminalizzate. In poche parole, Orbán ha provato a creare un regime gerarchico in cui lui e i suoi accoliti controllano tutto. Il 12 aprile sarà una sorta di referendum: volete che Orbán rimanga al potere o no?

Com’è stata possibile la scomparsa totale dell’opposizione tradizionale e del fronte progressista?

Dopo 16 anni di presenza parlamentare, il giudizio popolare su di loro è impietoso: non solo i cittadini non li ritengono più degni di fiducia, ma molti sospettano che siano partiti civetta, supportati da Orbán per mantenere l’illusione di un sistema multipartitico e democratico. Per quanto riguarda la sinistra, per smarcarsi dal passato comunista, dopo l’89 ha provato a trasformarsi in forza centrista, una sorta di “terza via” social-liberale sull’esempio di Tony Blair. Così facendo, però, ha dimenticato la solidarietà sociale, allontanandosi dalle fasce deboli della società che quindi si sono avvicinate ai partiti etno-nazionalisti. Questo, soprattutto con la crisi del 2008-2009, ha aperto le porte a Orbán e al suicidio del fronte progressista. La sinistra ungherese non esiste, oggi, come forza credibile. Ci vorranno diversi anni per uscire dall’ombra lunga del post-comunismo, dell’etno-nazionalismo e del neoliberismo.

Tornando alle elezioni, quali sono stati i temi principali di questa campagna elettorale?
Orbán ha insistito per tutta la campagna elettorale sul tema della sicurezza, della guerra e della pace e dei pericoli esterni che minacciano l’esistenza dell’Ungheria, Ucraina in primis. È stata una campagna surreale, senza contenuto politico. Inoltre, Fidesz porta avanti una battaglia contro Bruxelles e la sua presunta influenza woke, ma insiste sul voler riformare l’Ue grazie alla fazione dei Patrioti, non sull’uscita dall’Unione. Questo costante allarmismo rischia però di non smuovere i voti degli indecisi: gli ungheresi sono stufi della propaganda orbanista e delle continue fake news che rendono difficile distinguere il vero dal falso. Anche Péter Magyar insiste sul tema della pace e ha affermato che, in caso di vittoria, nessun soldato ungherese verrà inviato in Ucraina o in Iran. Ma ha anche promesso indagini sulla “mafia di Orbán” e il ritorno deciso di Budapest in Europa e nel campo occidentale.

Esiste un gap generazionale tra gli elettori? E la differenza tra città e campagna è ancora reale?

Eccome! I cittadini sotto i 40 anni, tendenzialmente, supportano Tisza, il partito di Magyar, mentre gli elettori sopra i 65 anni sono in maggioranza pro-Fidesz. Sarà quindi la fascia più popolosa, quella tra i 40 e i 65 anni a decidere il destino di queste elezioni. L’altra differenza è appunto quella tra città e campagna, dove le prime sostengono Magyar, mentre le seconde, dove si concentrano le fasce più anziane e dove vi sono sacche di povertà estrema, sono il regno di Orbán.

Con le istituzioni principali in mano a Fidesz, quali sarebbero le sfide che Tisza dovrebbe affrontare in caso di vittoria?

Il nuovo governo dovrebbe muoversi in modo molto tattico. Naturalmente le aspettative sono molto alte: Magyar non può permettersi di non fare niente per cambiare la situazione. Il nuovo governo verrebbe eletto in base alla promessa di eliminare l’autocrazia presente. Magyar sarà obbligato a un cambiamento strutturale in senso democratico perché questa è la spinta degli elettori: se dovesse fallire, il partito imploderebbe. Il modo in cui questo cambiamento avverrà, sarà questione di opportunità politica. Qualora la vittoria di Tisza dovesse essere risicata, un cambiamento radicale e immediato potrebbe portare a uno scenario da potenziale guerra civile. Il primo obiettivo per Magyar, quindi, è quello di vincere le elezioni ed eliminare il regime: la posta in gioco è molto alta.

nella foto: András Bozóki professore di Scienze politiche alla Central european university di Vienna

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Democrazia illiberale, Viktor Orbán ha costruito un sistema che sopravvive anche senza di lui

( di Andrea Fioravanti * da Linkiesta.it - 10 aprile 2026 )  

Se non conquisterà una maggioranza dei due terzi in Parlamento, Péter Magyar rischia di governare dentro un sistema modellato negli anni su misura del leader di Fidesz, dalla Corte costituzionale al recente Ufficio per la protezione della sovranità

Il 12 aprile Viktor Orbán potrebbe perdere le elezioni per la prima volta dopo sedici anni, ma questo non basterebbe a smantellare il sistema che ha costruito finora. Da quando è tornato al potere nel 2010, il premier ungherese ha reso il suo paese una perfetta democrazia illiberale. In quattro legislature, Orbán ha riscritto la costituzione, modificato la legge elettorale, ridisegnato le circoscrizioni e soprattutto collocato uomini di fiducia nei punti chiave dello Stato, dalla Corte costituzionale alla procura, dalle autorità di controllo fino agli organismi che regolano i media. Ha progressivamente ridotto gli spazi di autonomia delle istituzioni indipendenti, trasformato l’informazione in un sistema fortemente sbilanciato a favore del governo e costruito meccanismi che legano decisioni cruciali, come il bilancio, a organi non eletti ma nominati durante i suoi mandati. E gran parte di queste leggi possono essere modificate solo con il voto di due terzi del Parlamento. 

Per questo motivo non è cruciale solo capire se il suo sfidante Péter Magyar vincerà le elezioni, ma di quanto. Al momento, gli ultimi sondaggi degli istituti indipendenti mostrano un vantaggio netto di Tisza: al 56 per cento secondo il 21 Research Centre, 51 per cento secondo il Závecz Research Institute, contro il 37-38 per cento di Fidesz, il partito di Orbán. Però questo dato rileva le preferenze degli ungheresi che hanno già deciso cosa votare. La vera partita sarà convincere la quota alta di indecisi, tra il 20 e il 26 per cento. Anche così si spiega la recente visita a Budapest del vice presidente degli Stati Uniti JD Vance. Non a caso l’Ungheria è uno dei pochi paesi europei indicati nella Strategia di sicurezza nazionale americana come terreno su cui esercitare un’influenza politica diretta: insieme a Polonia, Austria e Italia. Budapest è considerata la leva per indebolire la coesione dell’Unione europea da Washington, ma anche un po’ da Mosca.

Le interferenze elettorali, palesi o nascoste, potrebbero essere più efficaci grazie alla legge elettorale approvata dal governo Orbán tra il 2011 e il 2013. Il premier ungherese non solo ha ridotto il numero dei parlamentari da 386 a 199, ma ha ridisegnato in modo asimmetrico i collegi uninominali, quelli che assegnano il seggio con un sistema secco, chi prende un voto in più vince tutto, in modo da favorire sistematicamente Fidesz. A Budapest e nelle grandi città, dove l’opposizione è più forte, i confini sono stati tracciati in modo da concentrare gli elettori anti-governativi in pochi collegi sicuri, vinti con margini ampi, oltre il 60 per cento. Mentre nelle contee come Borsod-Abaúj-Zemplén o Szabolcs-Szatmár-Bereg, nel nord-est dell’Ungheria, Fidesz ha spesso vinto con percentuali attorno al 45-50 per cento dei voti grazie alla divisione delle opposizioni. Anche nella cintura della contea di Pest, dove i collegi uniscono periferie urbane densamente popolate e aree rurali più conservatrici, la distribuzione territoriale del voto tende a favorire il partito di Orbán.

Risultato: l’opposizione spreca voti dove vince largamente, mentre Fidesz trasforma vantaggi più piccoli in molti più seggi. Il capolavoro lo si è visto nel 2018: con poco meno del 50 per cento dei voti, Fidesz ha ottenuto 91 seggi sui 106 collegi uninominali disponibili: una sovrarappresentazione enorme rispetto al consenso reale. Oltre al danno dell’uninominale c’è la beffa del proporzionale che assegna gli altri 93 seggi. Il sistema ungherese prevede un meccanismo di compensazione che include non solo i voti dei candidati sconfitti nei collegi uninominali, ma anche quelli in eccesso dei candidati vincitori, cioè i voti ottenuti oltre la soglia necessaria per battere l’avversario. In pratica, Fidesz beneficia due volte della sua forza nei territori: prima vincendo i seggi locali, poi trasformando anche i voti già sufficienti alla vittoria in ulteriori seggi proporzionali. Se ve lo state chiedendo: sì, per modificare la legge elettorale serve una maggioranza dei due terzi del Parlamento. 

In questi sedici anni di democrazia illiberale, Orbán ha nominato uomini fidati ai vertici di quasi tutti gli organi chiave dello Stato, spesso con mandati che vanno oltre il ciclo elettorale. Vale per i quindici giudici della Corte costituzionale, così come per il procuratore generale, Péter Polt, ex parlamentare di Fidesz, riconfermato nel 2019 per un mandato di nove anni. In particolare il nuovo governo dovrà fare i conti, in tutti i sensi, con il Consiglio fiscale, l’organo che deve approvare il bilancio dello Stato. Se il nuovo parlamento a maggioranza anti orbaniana non riuscirà ad approvare la finanziaria entro il 31 marzo, il presidente della Repubblica, Tamás Sulyok, eletto grazie a Fidesz, potrà sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni.

Anche la Corte costituzionale non sembra così neutrale. Negli anni è intervenuta più volte a favore di Orbán. L’ultimo caso è del 13 marzo, quando ha annullato una sentenza della Corte suprema ungherese, la Curia, che aveva imposto ai media pubblici ungheresi di garantire una copertura equilibrata tra i partiti durante la campagna elettorale. Secondo i giudici della Corte costituzionale, la Curia aveva introdotto un vincolo eccessivo sull’autonomia editoriale dei media pubblici e non trovava un fondamento diretto nella Costituzione. 

Oltre la ragnatela istituzionale c’è il problema dell’informazione. Negli ultimi quindici anni il panorama mediatico ungherese è stato addomesticato dal governo Orbán attraverso leggi, acquisizioni pilotate e gestione partigiana dei fondi pubblici. Centinaia tra giornali locali, televisioni, radio e siti online sono confluite nella fondazione KESMA (Central European Press and Media Foundation), creata nel 2018 e controllata da figure vicine al governo, che riunisce oltre 400 media sotto un’unica struttura. Gli investimenti statali nella pubblicità si concentrano in larga parte sui media favorevoli al governo, mentre quelli indipendenti faticano ad accedere a queste risorse, con effetti diretti sulla loro sostenibilità Le conseguenze sono particolarmente visibili fuori da Budapest. In molte aree rurali e nelle piccole città ungheresi, i giornali locali e le emittenti disponibili appartengono quasi esclusivamente al circuito pro-governativo, e l’accesso a fonti di informazione alternative è limitato.

Infine Orbán avrebbe una mina vagante in grado di ingaggiare una battaglia dopo l’altra per destabilizzare un eventuale governo Magyar. Si tratta dell’Ufficio per la protezione della sovranità, istituito nel 2024 dal governo, per indagare su presunte interferenze straniere nella politica ungherese. In pratica può esaminare l’attività di media, ONG e organizzazioni civiche accusate di ricevere fondi dall’estero o di influenzare il dibattito pubblico. Non ha poteri sanzionatori diretti, ma dispone di strumenti comunque incisivi: può richiedere documenti, raccogliere dati, avviare indagini e pubblicare rapporti ufficiali. Nei primi mesi di attività, l’ufficio ha già preso di mira alcune delle principali organizzazioni indipendenti, come il centro di giornalismo investigativo Átlátszó e Transparency International Ungheria, accusandole di operare come gruppi di pressione legati a interessi stranieri.

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Nelle campagne ungheresi dove vige il sistema Orbán. “Se non lo voti sei finito” (La Repubblica - 10 aprile 2026, di Tonia Mastrobuoni) Viaggio sulle colline al confine con la Slovenia dove in tanti denunciano intimidazioni e brogli a favore del leader magiaro ...

"Fidesz è un sistema feudale, per debellarlo Magyar dovrà conquistare la maggioranza assoluta”( La Repubblica - 10 aprile 2026, di Tonia Mastrobuoni)  Intervista a József Péter Martin, direttore esecutivo di Transparency International in Ungheria, che spiega perché lo sfidante del leader magiaro non sarà un “mini-Orbán”... 

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Chi è Peter Magyar, il principale antagonista di Orban secondo i sondaggi. (Budapest, 16 marzo 1981) è un politico, avvocato e attivista ungherese, presidente del Partito del Rispetto e della Libertà dal 22 luglio 2024. Dal 2002 al 2024 ha fatto parte del partito Fidesz e durante la sua militanza è stato uno dei collaboratori più stretti di Viktor Orban. Il 15 marzo 2024 ha annunciato la sua intenzione di fondare un nuovo partito, ponendosi all'opposizione del Fidesz-KDNP di Viktor Orbán. Decide alla fine di unirsi al semi sconosciuto Partito del Rispetto e della Libertà, diventandone leader e portando il partito alle elezioni decisive del 12 aprile 2026…. Nel febbraio 2024 il nome di Magyar Péter è tornato al centro dell'attenzione in relazione al caso di grazia di Novák Katalin riguardante Endre Kónya, coinvolto nello scandalo pedofilo di Bicske. L'ex marito dell'ex ministra della giustizia Judit Varga divenne infatti un inatteso protagonista secondario della vicenda che portò alle dimissioni di Katalin Novák. Magyar, poco dopo le dimissioni sia della Novák che della Varga, si dimise a sua volta dalle posizioni ricoperte in aziende a partecipazione statale e formulò dure critiche contro alcuni membri del governo. Nei suoi attacchi fece riferimento in particolare al ministro Rogán Antal, che secondo le sue affermazioni sarebbe in larga misura responsabile dell'erosione dello stato di diritto in Ungheria…. Il 15 marzo annunciò il lancio del suo nuovo movimento politico, "Talpra, Magyarok!" (traducibile come In piedi, ungheresi!), in un evento sull'Andrássy út, dove parlò tra l'altro di una società artificialmente divisa, di partiti di opposizione che in realtà sarebbero controllati dal governo e interessati a vantaggi economici, e dello spostamento di gran parte del patrimonio statale in fondazioni vicine al Fidesz.

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Elezioni parlamentari in Ungheria del 2022.  Per l'elezione dei membri dell'Assemblea nazionale, la legge elettorale ungherese prevede l'applicazione di un sistema elettorale misto. Nello specifico, dei 199 seggi totali:106 sono assegnati secondo un sistema maggioritario secco in collegi uninominali. I 93 seggi rimanenti, invece, sono assegnati secondo un sistema proporzionale con soglia di sbarramento, stabilita al 5% per i singoli partiti ed al 10% per le coalizioni, applicato in un unico collegio nazionale. ... l’opposizione spreca voti dove vince largamente, mentre Fidesz trasforma vantaggi più piccoli in molti più seggi. Il capolavoro lo si era visto nel 2018: con poco meno del 50 per cento dei voti, Fidesz ha ottenuto 91 seggi sui 106 collegi uninominali disponibili: una sovrarappresentazione enorme rispetto al consenso reale.  TAB

Elezioni europee 2024 -Magyar annunciò la creazione di una nuova forza politica "non aggirabile e non comprabile", presentando un programma in 12 punti. Il partito, che non era ancora formalmente costituito il 13 marzo 2024, veniva già stimato al 13% di popolarità, salito oltre il 20% il 16 marzo. Alla manifestazione iniziale parteciparono, secondo stime preliminari, oltre cinquantamila persone. Il 6 aprile 2024 convocò una manifestazione in piazza Kossuth, dove davanti a centinaia di migliaia di partecipanti annunciò la partecipazione alle elezioni europee del 9 giugno.  Il 10 aprile 2024 annunciò che avrebbe partecipato alle elezioni europee del 2024 con il partito TISZA. Alle elezioni il partito ottenne il secondo maggior numero di seggi dopo Fidesz–KDNP: con il 29,53% dei voti conquistò 7 seggi. Viene eletto eurodeputato e decide di aderire al gruppo di centro-destra del PPE    

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Ungheria, cinque i partiti in corsa nelle elezioni politiche del 12 aprile

Concorrenze rischiose nell'opposizione   ( Redazione ANSA - 7 marzo 2026)

Con la chiusura della raccolta di firme, è definitivo che saranno cinque i partiti in corsa sulle schede del voto, decisivo per il premier Viktor Orban, il 12 aprile in Ungheria. Oltre il Fidesz di Orban e il Tisza (Libertà e onore) di Peter Magyar, i due grandi partiti, anche tre più piccole formazioni hanno riuscito di raccogliere le firme necessarie: il partito di estrema destra Patria nostra (Mi hazank), un partito di sinistra, i Democratici (Dk), e un partito azionista e anti-elitario, il partito del Cane a doppia coda (Kètfarku kutyapart).
 Stando ai sondaggi, dei tre, solo gli estremisti di destra hanno una reale possibilità di passare lo sbarramento di 5%, e mandare deputati nel futuro Parlamento, dove potranno aiutare il Fidesz contro il blocco del Tisza. Invece, i candidati dei Democratici e degli azionisti faranno concorrenza nei collegi uninominali a quelli del Tisza, mettendo a rischio la vittoria dell'opposizione contro Orban. La sorte delle elezioni, con il sistema misto in vigore, si deciderà proprio nei collegi uninominali: per vincere, bisogna conquistare almeno 56-58 collegi su 106.  Magyar ha chiesto ai piccoli partiti di non concorrere per aiutare il cambio di regime, ma secondo Klara Dobrev, leader dei Democratici, senza la sinistra non si può battere Orban.

 

 

 

 

 

 

8 aprile 2026

Turchia: crepe nel processo di Istanbul: i «pentiti» tradiscono l’accusa

di Murat Cinar *

400 imputati, tra loro il sindaco Imamoglu. I primi «testimoni» fanno un passo indietro ma la guerra all’opposizione non si ferma

Nel quindicesimo giorno del processo sul Municipio di Istanbul, 18 dei 107 imputati detenuti sono stati scarcerati, tra cui ex collaboratori del sindaco Ekrem Imamoglu. Nessuna libertà provvisoria per lo stesso sindaco e per gli altri del partito repubblicano Chp come Sahan e Çalık, accusati di corruzione. Imamoglu ha definito il processo «politico» e la detenzione un «atto di oppressione», chiedendo il rilascio di tutti. Gli imputati detenuti sono ora 89.

LE FONDAMENTA giudiziarie del maxi-processo che riprende oggi contro il comune metropolitano di Istanbul iniziano a mostrare segni di cedimento. Il procedimento, che coinvolge 407 imputati e rappresenta uno dei più vasti contenziosi giudiziari recenti contro un’amministrazione locale in Turchia, è oggi attraversato da una dinamica che rischia di comprometterne l’impianto accusatorio: il ritiro delle testimonianze da parte di alcuni «pentiti». Al centro della vicenda c’è il sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, accusato di essere il presunto «fondatore e leader» di un’organizzazione criminale. Le imputazioni, dalla corruzione alla manipolazione degli appalti fino al riciclaggio, si basano in larga parte sulle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, le stesse che da oltre un anno tengono in carcere il candidato presidenziale del Chp. Oggi però queste testimonianze vengono rimesse in discussione: due figure chiave, Vedat Sahin e Murat Kapki, hanno ritirato le loro deposizioni. I loro legali parlano di pressioni e promesse implicite di scarcerazione. Sahin denuncia di essere stato indirizzato dagli inquirenti; Kapki ammette di aver accusato falsamente l’amministrazione Imamoglu, arrivando a contraddirsi su punti centrali come l’assegnazione degli spazi pubblicitari.

RITRATTAZIONI che colpiscono il cuore dell’impianto accusatorio, costruito in gran parte su queste testimonianze all’interno di un dossier della procura di quasi quattromila pagine. Le implicazioni si sono estese anche oltre Istanbul negli ultimi giorni, coinvolgendo altri amministratori locali appartenenti al partito Chp. A Bursa, il 31 marzo, un’indagine parallela ha portato all’arresto di 55 persone, tra cui il sindaco Mustafa Bozbey, con accuse simili: corruzione, irregolarità urbanistiche e appartenenza a un’organizzazione criminale. Anche qui, per la procura, funzionari e amministratori avrebbero concesso vantaggi edilizi in cambio di tangenti.

UNO SCHEMA ANALOGO emerge a Usak, dove il sindaco Özkan Yalım, il 30 marzo, è stato coinvolto in un’inchiesta per corruzione, estorsione e turbativa d’asta. Le accuse parlano di un sistema di tangenti legato agli appalti pubblici, con presunti trasferimenti di denaro mascherati da donazioni e benefici societari destinati a familiari. Il filo rosso che unisce questi procedimenti è proprio l’uso estensivo delle testimonianze dei «pentiti» come pilastro dell’accusa. Il loro progressivo ritiro, oggi, apre interrogativi non solo sulla tenuta dei singoli processi, ma anche sulle modalità con cui vengono costruite le indagini.

IL LEADER del Partito Popolare della Repubblica (Chp), Özgür Özel, ha denunciato presunte irregolarità nelle indagini, chiedendo trasparenza e sfidando apertamente la magistratura: «Sarà il popolo a vedere chi dice la verità». Inoltre, Özel, durante una conferenza stampa del primo aprile, ha invitato la coalizione di governo a rifare le elezioni amministrative nei municipi in cui i sindaci sono stati sospesi o arrestati. Secondo la legge elettorale in Turchia, non sono previste elezioni anticipate o straordinarie per le amministrazioni locali; tuttavia, Özel avanza questa proposta radicale per esercitare una pressione elettorale sul governo, con l’intento di anticipare anche le elezioni politiche. E non ha nascosto l’intenzione del suo partito di utilizzare l’articolo 78 della Costituzione, che apre alla possibilità di elezioni anticipate in alcune zone dove, a causa di dimissioni o decessi, manca del tutto la rappresentanza parlamentare. Basterebbero venti dimissioni nel Chp per poter parlare seriamente di elezioni parziali anticipate.

OGGI IN TURCHIA si assiste a una nuova evoluzione del più ampio impianto giudiziario attuato contro il principale partito d’opposizione. I capi d’imputazione vengono messi in discussione dopo il ritiro di due testimonianze estremamente rilevanti, mentre altri due importanti sindaci si trovano dietro le sbarre. Contemporaneamente, numerosi sondaggi collocano ormai il Chp sopra la soglia del 33%, lasciando in seconda posizione il principale partito di governo, l’Akp di Recep Tayyip Erdogan, e in quarta posizione il suo alleato Mhp.

nella foto: protesta contro l'incarcerazione del sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu

* da il manifesto - 7 aprile 2026

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Imamoglu alla sbarra, a processo il futuro della democrazia

 di Murat Cinar - il manifesto  - 10 marzo 2026

Il processo Prima udienza contro l’amministrazione di Istanbul 402 imputati: la Procura ha chiesto condanne per 2.400 anni

All’interno del carcere speciale di Silivri, nel comune metropolitano di Istanbul, si è svolta ieri la prima udienza del più grande processo contro un’amministrazione locale nella storia della Repubblica di Turchia: 402 imputati, tra cui 107 detenuti, con Ekrem Imamoglu, sindaco di Istanbul e candidato alla presidenza per la principale forza d’opposizione, il Partito popolare della Repubblica (Chp), come figura centrale. Nel maxi-processo contro l’amministrazione di Istanbul, la Procura ha chiesto condanne per un totale di 2.400 anni di carcere per i 402 imputati, sulla base di un capo di imputazione di 4.000 pagine che accusa Imamoglu e gli altri di corruzione, appartenenza a un’organizzazione criminale e abuso d’ufficio. Le indagini, le inchieste e gli arresti sono partiti nel mese di marzo del 2025, meno di un anno dopo la seconda vittoria elettorale di Imamoglu contro il partito del presidente della Repubblica, a Istanbul. Tra gli imputati non ci sono solo sindaci e consiglieri del Chp, ma anche i loro familiari e vari imprenditori.

L’AULA, TRASFORMATA in una fortezza, ha ospitato una scena surreale: Imamoglu, appena entrato, ha cercato di salutare i presenti, ma il presidente del collegio giudicante ha subito interrotto ogni tentativo di dialogo, arrivando a fargli chiudere il microfono. «Non avete il diritto di trattarci così», ha gridato Imamoglu, mentre la tensione cresceva. La richiesta di rimozione del giudice, avanzata dagli avvocati della difesa, è stata respinta con la motivazione che avrebbe «prolungato inutilmente» il processo. Successivamente, il collegio giudicante, di fronte alle proteste, ha abbandonato l’aula, lasciando Imamoglu a urlare: «Voi non siete venuti qui per giudicare, ma per fuggire!» (dalle responsabilità legali e etiche). Il leader del Chp, Özgür Özel, presente in aula, non ha usato mezzi termini: «Mi sono vergognato come cittadino. Tre giudici con undici anni di esperienza totale, incapaci di gestire un fascicolo di 4.000 pagine!». Le sue parole, pronunciate dopo l’udienza, sono costate una denuncia per “offesa alla corte”: la Procura di Bakırköy ha aperto un’indagine d’ufficio contro di lui, dimostrando che in Turchia, oggi, anche criticare un giudice può diventare un reato. Özel ha attaccato il collegio giudicante definendolo «un gruppo di inesperti, scelti solo per compiacere Erdogan che ha trasformato la giustizia in uno strumento di vendetta politica». Mentre a Silivri infuriava la battaglia legale, a Ankara, Recep Tayyip Erdogan ha liquidato le critiche dell’opposizione con il solito disprezzo: «L’opposizione non ha una visione, solo insulti. Sono incapaci di gestire anche i loro elettori».

IL PROCESSO CONTRO Imamoglu presenta gravi anomalie procedurali e contraddizioni. Le presunte frodi, quantificate tra i 250 e i 560 miliardi di lire turche, risultano del tutto sproporzionate rispetto al bilancio comunale di 564 miliardi del 2025, come sottolineato dagli avvocati della difesa. Inoltre, dichiarazioni di testimoni anonimi, usate per giustificare arresti e detenzioni, sono state poi ritirate dal fascicolo prima dell’inizio del processo, senza però revocare le misure cautelari. Infine, il capovolgimento delle responsabilità è evidente: pagamenti già avviati da precedenti amministrazioni vengono ora addebitati a Imamoglu e ai sindaci del Chp, in un chiaro tentativo di criminalizzare retroattivamente l’operato dell’opposizione. Inoltre, nel processo a Imamoglu, “pentiti” come Ertan Yıldız e Aziz Ihsan Aktas, poi smentitisi a vicenda, hanno rilasciato dichiarazioni contro l’imputato su media legati organicamente al governo centrale. A peggiorare il quadro, l’attuale ministro della Giustizia Akın Gürlek, ex procuratore capo di Istanbul, ha guidato l’inchiesta divulgando dettagli ai media vicini all’Akp, il partito di Erdogan, violando la riservatezza. Un conflitto di interessi che minaccia la credibilità del processo. Come ha scritto il politologo Onur Alp Yılmaz su Medyascope, «Imamoglu non è solo un imputato: è il simbolo di una democrazia in bilico». Secondo Yılmaz, la sua capacità di parlare alla società, di essere credibile, ha rotto il monopolio di Erdogan. «Il problema non è Imamoglu – scrive Yılmaz – ma il futuro della democrazia in Turchia. Questo processo non è contro un sindaco, ma contro l’idea stessa che il potere possa essere contestato».

L’UDIENZA È STATA aggiornata a domani, 10 marzo, alle 10, mentre la zona attorno al carcere di massima sicurezza di Silivri rimane interdetta al pubblico: il prefetto di Istanbul ha infatti vietato a tempo indeterminato qualsiasi forma di protesta, trasformando l’area in una fortezza blindata.

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Il dilemma turco: da un rivale debole può nascere il caos

 di Murat Cinar - il manifesto 5 marzo 2026

Sarà lunga L’equilibrio impossibile tra ambizioni egemoniche e gli effetti di un crollo della Repubblica islamica: migrazioni e rivendicazioni curde. La presenza di basi Nato rende Ankara un potenziale bersaglio: ieri abbattuto un missile

Mentre infuria la guerra tra Iran, Stati uniti e Israele dopo l’aggressione lanciata sabato da Washington e Tel Aviv, la Turchia si trova stretta tra la difesa della propria sovranità e il rischio di essere coinvolta in un conflitto regionale dalle conseguenze imprevedibili. Il ministero della difesa turco ha annunciato ieri di aver intercettato e abbattuto un razzo iraniano nei cieli di Hatay grazie ai sistemi di difesa Nato nel Mediterraneo orientale. La complessa relazione tra Turchia e Iran torna al centro del dibattito regionale. Il presidente Erdogan ha sottolineato, in diverse occasioni, che senza diplomazia la regione rischia di essere travolta da «una grande tempesta» e descritto il coinvolgimento Usa come frutto delle politiche di Tel Aviv, mentre il ministro degli esteri, Hakan Fidan, ha condannato gli attacchi iraniani alle infrastrutture strategiche statunitensi nella regione e specificato che il suo governo è ancora disponibile per lavorare come mediatore tra le parti.

LA TURCHIA ospita alcune delle basi militari più strategiche della Nato, tra cui la base aerea di Incirlik, dove sono dislocati migliaia di militari statunitensi e una serie di bombe nucleari. Questa presenza rende il Paese un nodale punto di riferimento per le operazioni occidentali in Medio Oriente, ma anche un potenziale bersaglio in caso di escalation. Negli ultimi giorni, la domanda «l’Iran attaccherebbe la Turchia?» è emersa con forza nei media locali, soprattutto dopo lo smantellamento di una cellula spionistica iraniana (a fine gennaio) che stava conducendo attività di ricognizione su Incirlik e pianificando attacchi. L’ex ministro della difesa turco e attuale presidente della Commissione parlamentare per la Sicurezza nazionale, Hulusi Akar, ha dichiarato: «Nella base di Incirlik tutto è sotto il controllo della Turchia e siamo pronti a difenderci ma non siamo intenzionati a entrare in guerra. È necessaria la via diplomatica». Secondo il giornalista Fehim Tastekin, la Turchia non può opporsi frontalmente agli attacchi contro l’Iran per due motivi: «Primo, la sua posizione nei confronti degli Usa è debole. Erdogan ha aspettative da Trump, dalla questione delle Forze democratiche in Siria alle sanzioni per gli S-400, fino al caso Halkbank, e non vuole tensioni con Washington – ci spiega – Secondo, i paesi del Golfo, con cui la Turchia sta cercando di migliorare i rapporti, si aspettano che Ankara prenda una posizione chiara contro l’Iran». Inoltre le politiche regionali di Turchia e Iran, aggiunge Tastekin, sono state spesso in conflitto o competizione, soprattutto dopo il 2003 in Iraq e dal 2011 in Siria, dove i due paesi si sono trovati su fronti opposti. «Tuttavia, i confini tra i due paesi sono stabili da 300 anni, un fatto che ha creato una sensibilità reciproca: Ankara e Teheran competono, ma rispettano i confini dell’altro. I rapporti commerciali sono cruciali e la posizione turca di resistenza alle sanzioni contro l’Iran è preziosa per Teheran. Da una parte, Ankara vorrebbe un Iran che rinunci alle sue ambizioni regionali; dall’altra, teme che un’operazione di cambio di regime possa frammentare il paese, con conseguenze imprevedibili anche per la Turchia».

Non è solo la minaccia iraniana a preoccupare Ankara. Negli ultimi giorni alcuni media statunitensi hanno diffuso voci su un possibile accordo tra Washington e forze curde iraniane per operazioni terrestri contro l’Iran. Sebbene queste voci non siano state confermate dagli Stati uniti e siano state smentite dalle stesse milizie curde, che hanno dichiarato di non voler schierarsi né con Washington né con Teheran, la Turchia osserva con preoccupazione crescente questa eventualità.

ANKARA TEME uno scenario simile a Siria o Iraq: un vuoto di potere post-conflitto che potrebbe alimentare rivendicazioni autonomiste nelle aree curde al confine. A ciò si aggiunge il rischio di un’ondata migratoria forzata: se gli scontri si estendessero alle regioni iraniane confinanti con la Turchia, migliaia di civili potrebbero cercare rifugio oltre frontiera, mettendo a dura prova un sistema già sotto pressione. Infine, Ankara teme che un protagonismo curdo in Iran, eventualmente sostenuto dall’amministrazione curda irachena o dal Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), possa minare gli sforzi turchi nel processo di pace interno, che punta allo smantellamento definitivo del Pkk e alla stabilizzazione delle regioni sud-orientali.

Per la Turchia, insomma, anche una semplice ipotesi di coinvolgimento curdo nel conflitto rappresenta una minaccia strategica su più fronti. «Da una parte, non vuole un Iran troppo potente – conclude Tastekin – Dall’altra teme che il suo collasso possa portare caos, migrazioni e un rafforzamento delle milizie curde. Per questo, Ankara cerca di mantenere un equilibrio impossibile tra diplomazia, interessi economici e alleanze strategiche».

 

1 aprile 2026

Dopo l’astensionismo e il referendum c’è solo la democrazia partecipata

di Massimo Marino

Un sospiro di sollievo sì, ma mi guardo bene dal pensare che siano decisivi per il paese  i risultati del referendum che non migliorava nulla della Giustizia. Ho votato NO  senza entusiasmi riconoscendo una priorità:  la Costituzione e l’autonomia della magistratura non si toccano.

L’eccitazione dilaga e testardamente è bene concentrarsi sugli obiettivi che  vale la pena sostenere. Perché di un progetto o un programma comune per l’alternativa, al momento non c’è traccia.

Trovo malsana l’idea che un ristretto gruppo di leader chiusi in una stanza per qualche settimana si mettano a discutere di come fare le primarie. Cacciari e la Bindi  primi fra tanti, hanno indicato l’ovvio: che oggi senza progetto comune lasciarli soli a parlare di primarie e di leader  si farebbero solo male.

Non ci sono proposte per l’astensionismo, neppure una proposta per la legge elettorale, non si capisce su quali obiettivi si dovrebbe costruire una coalizione. E’ un film già visto e non finisce bene. Si dovrebbe parlare invece di alcune priorità:

- politica salariale e precarietà - cioè reddito di sopravvivenza, salario minimo, salario medio, legge sulla rappresentanza sindacale.

- migranti - uscendo dal binomio fallimentare fra razzismo e ong andrebbero  gestiti dallo Stato corridoi di entrata, percorsi di integrazione e garanzie di sicurezza dei cittadini.

-  sviluppo delle rinnovabili e transizione energetica - rimuoviamo il sabotaggio alle rinnovabili  in discesa nel 2025 mentre salgono in tutta Europa, invece di  straparlare di cento piccoli reattori nucleari che non faremo mai mentre continuiamo a garantire superprofitti per gas, petrolio e carbone. Non sono temi da accantonare visto che si sta anche per rinnovare gli Amministratori di vertice delle Società energetiche (Eni, Enel, Terna ). Figure che per le scelte energetiche e l’economia contano quanto un Ministro.

- mobilità - dopo il secolo passato dell’automotive  come mezzo di trasporto privato ed individuale dovremmo cominciare a considerare l’auto residuale. Ci servono con urgenza reti di metropolitane in tutte le grandi e medie città. E’ ora di  immaginare una mobilità su quattro vettori autonomi e indipendenti fra loro : a piedi, in bici, sulle metro connesse con le ferrovie, e solo quando è indispensabile utilizzare su strade e autostrade  le auto prevalentemente elettriche con  batterie caricate da rinnovabili. E’ una conversione fattibile in uno o due decenni e i vantaggi economici e ambientali sarebbero enormi.

Sono quattro questioni decisive, quelle su cui si costruiscono le fondamenta di un progetto. Ho chiaro cosa ne pensano quelli che  stanno  governando ma non conosco le opinioni delle opposizioni.

L’esperienza tormentata degli ultimi cinque  governi ( Renzi, Gentiloni, Conte I° e II°, Draghi ) ci ha portato a regalare per la prima volta  l’Italia ad un penoso aggregato di destra-centro unico in Europa.

Servirebbe  che un folto gruppo di persone a titolo diverso, di diverse parti della società (associazioni, comitati studenteschi, sindacati, ordini e consulte, esponenti di cultura, scienza, salute, scuola e università, magistratura, esponenti di forze armate e ordine pubblico ) insieme ai rappresentanti dei tre principali partiti antagonisti al cdx provassero a trovare il compromesso giusto. E’ un impegno lungo e tortuoso il cui esito positivo non va dato per scontato. Intendo giusto per la gran parte della società, non per questo o quel partito o gruppo di interesse potenziale vincitore del momento. Mi sembra diffusa l’opinione che dopo la valanga astensionista e un referendum salvavita,  incombendo una minoranza pericolosa che ci governa solo grazie ad una legge elettorale truffaldina, solo una grande svolta di democrazia partecipata sia in grado di garantire il cambiamento.

La tentazione di trovare scorciatoie affrettate ragionando di primarie la ritengo un errore fatale anche se la coalizione al governo arrivasse ad una improbabile imminente autodistruzione. Costruita la sintesi di un programma comune che chiederebbe alcuni mesi di lavoro tutti coloro che formalmente la sottoscrivono avrebbero titolo, se necessario, a scegliere nelle primarie, o in altre forme meno divisive, un ristretto gruppo di garanti del programma  comune e fra questi, se necessario, un leader responsabile dell’alleanza.

Andrebbe valutata la possibilità sul piano delle regole elettorali che il programma e la coalizione possano liberamente formarsi anche dopo e non solo prima del voto. Si tratta di proporre a decine di milioni di persone una svolta storica, indicativa forse anche per altri paesi dell’occidente messi male come noi.   

Fra i tanti, con qualche presunzione indico alcuni  temi e alcuni punti di vista che mi sembrano le fondamenta decisive per avviare il percorso.

1)             Astensionismo: chiarire le cause e i rimedi  - Dell’ astensionismo se ne parla giusto per qualche giorno dopo il voto ma neanche si fanno i conti giusti. Ho preso l’abitudine di misurarlo facendo i conti al contrario: quanti sono i votanti reali di quelli che sono stati eletti ? Sottraggo quindi dal totale gli astenuti rimasti a casa, i superastenuti che sono andati al seggio mettendo scheda bianca o nulla ( singolare che vengano considerati votanti). Infine quelli che hanno votato liste che, in gran parte prevedibilmente dato il sistema vigente, non hanno eletto nessuno. Questi ultimi, voti a perdere, sono sorprendentemente tanti: sono stati 3,3 milioni alle politiche del 2022, 2,6 mil.  alle europee del 2024,  nelle ultime sette Regioni rinnovate 515mila.

Ricordo che  tutti i risultati sono sempre influenzati dai sistemi elettorali con cui si ha a che fare. Le politiche del 2022 non le ha vinte il destra-centro che rappresenta  meno del 24% degli elettori ma il rosatellum, l’ennesima truffa maggioritaria in particolare per la parte di collegi uninominali (in assenza di proposte parte della opposizione è in tale stato di pericolosa confusione che li vorrebbe mantenere). Se si fosse votato con le regole del proporzionale solo corrette con la soglia di sbarramento del 5% probabilmente governerebbe oggi l’attuale opposizione. Sono almeno una decina le varianti maggioritarie in uso nel nostro paese anche se incomprensibili ai più. Tutte orientate a correttivi antiproporzionali e a stimolare un forzato bipolarismo in un paese che per fortuna non lo è per niente. Di fatto si annullano e si capovolgono di segno  alcuni milioni di voti (in genere 2-3 ). Fa eccezione il voto per le Europee le cui regole di base (proporzionale con soglia al 4% in 5 grandi collegi), guarda caso, non sono nostre.

Come esempio per farmi capire  indico i risultati che ho calcolato sull’insieme delle sette Regioni che sono andate al voto nell’arco di 4 mesi a fine 2025, incredibilmente in tre diversi appuntamenti. Sono poco  conosciuti e  sorprendenti. L’elettorato coinvolto era pari a 19,2 milioni di votanti, più di un terzo dei 51 mil totali del paese: di questi  10,3 mil. si sono astenuti, 229 mila hanno votato bianca o nulla, 515 mila hanno votato un candidato presidente le cui liste (una o più ) non hanno eletto nessuno. I voti dati a candidati Presidenti che hanno ottenuto qualche seggio sono stati 8,1 mil. cioè il 42,2%. Quindi quasi 58 elettori su 100 non hanno votato nessun candidato Presidente significativo ( praticamente l’unica figura messa davvero in risalto durante la campagna elettorale).  Delle 101 liste presentate nelle 7 Regioni 37 non hanno eletto nessuno. Le 64 liste che hanno avuto eletti sono  state votate da 5,1 mil di elettori pari al 26,8 %. Quindi  più di 73 elettori su 100 non hanno votato nessuna delle  liste che hanno avuto eletti ( ho rifatto i conti due volte perché non ci credevo). I circa 320 consiglieri regionali eletti quindi tutti insieme hanno avuto il voto di meno di 27 elettori su 100.

Sono dati che peggiorano  quelli delle elezioni politiche del 2022 con  24,6 mil di voti efficaci su 51 (48%)  e ben 3.3 mil che hanno votato liste a perdere oltre a 1,4 mil di bianche e nulle e 22,6 mil di astenuti ufficiali. Peggio alle europee del 2024 con 20,7 mil di voti ottenuti dalle  sei liste che hanno avuto eletti ( 40,3 %) e la dispersione di 2,6 mil di voti ( Azione, +Europa, Rifondazione e altri, Sud chiama Nord e altri minori.. ) .  

Il referendum, con 28,3 mil di votanti, circa 3,5 in più delle politiche del 2022 e circa 5,5 in più delle europee del 2024 ha visto ancora una consistente astensione di 23,1 mil. di elettori ( 45 elettori  su 100). E’ evidente che i votanti del referendum comunque non coincidono affatto con quelli che fino ad oggi sostengono il CDX e il CSX, specie per la consistente  presenza di giovani ( intendendo quelli sotto i 30 anni ) e di una parte degli astenuti abituali. Ricordo che in contemporanea al referendum si sono svolte in Veneto due elezioni supplettive per sostituire due Parlamentari. Il CDX ha stravinto come al solito in Veneto, con un astensionismo più alto rispetto al contemporaneo voto referendario.

Per contenere davvero l’astensionismo gli unici strumenti “procedurali” di un qualche peso sono due:

1) promuovere almeno l’apertura di un Seggio polivalente in ogni provincia dove chiunque possa votare a distanza dalla propria residenza. Meglio con l’anticipo di un giorno e la confluenza online ad un seggio ministeriale specie per le elezioni politiche ed europee, ma soprattutto:

2) definire un vero Election Day, una unica data fissa all’anno ( ad esempio fra il 25 aprile e l’1 maggio)  per qualunque tipo di scadenza elettorale locale, nazionale o referendaria. Inizialmente con cadenza annuale e successivamente con cadenza biennale compatibile con le elezioni europee.  Anche se del tutto comprensibili hanno scarso peso le proteste di qualche fuorisede che chiede di poter votare nella città in cui risiede come ha fatto la studentessa  Veronica a Roma davanti al Ministero. Alle ultime europee con un decreto, in parte svuotato dal governo, hanno votato fuori sede meno di 70mila studenti. In realtà oltre ai circa 5,5 mil di residenti stabili all’estero ( di cui vota oggi 1 su 4) i fuori sede provvisori (studenti e lavoratori) sono quasi 5 milioni.

L’ astensionismo totale è ormai stabilmente sopra ai 25 dei 50 milioni di elettori. Guarda caso tende a diminuire solo in presenza di appuntamenti aggregati come avvenuto nel settembre 2020 con il referendum sulla riduzione dei parlamentari promosso insieme a varie scadenze amministrative. L’istituzione di un vero Election Day ( si vota quindi solo ogni due anni raggruppando insieme qualunque tipo di voto e sempre nello stesso giorno dell’anno ) è quindi una battaglia di rilievo primario per la democrazia e la partecipazione che cambierebbe totalmente l’Italia. Resta il rilevante astensionismo “militante” di elettori che al momento per protesta hanno abbandonato delusi  i partiti di riferimento che non avrebbero mantenuto gli impegni presi. Valuto che siano almeno 5 milioni (specie nell’area di sinistra ma soprattutto nell’area più radicale e delusa del vecchio  M5Stelle).

2)             Riconquistare la democrazia partecipata del  proporzionale e smontare la truffa maggioritaria - E’ singolare che a destra ( ma anche a sinistra ) sia circolata l’idea di copiare il disastroso  sistema di voto delle Regionali anche per le Politiche. Alcuni hanno aggiunto il  francesismo, chissà perché, del doppio turno. Idee farlocche a cui si è ispirata però  la proposta golpista del CDX, immagino con il contributo del solito guastatore Calderoli : indicazione prevoto del Presidente del Consiglio di coalizione  seppure fuori scheda (un modo surrettizio per abituare gli elettori quasi inconsapevoli al presidenzialismo, visto che il progetto del Premierato sembra ormai sfumato entro il 2027 ), premio del 55% dei seggi alla lista  più alta sopra il 40% o altrimenti un secondo  turno a due come per le Comunali. La proposta viene definita “ proporzionale con premio” che ovviamente non esiste, un invenzione per gli allocchi perché se c’è un premio non c’è proporzionale ma la solita truffa maggioritaria con cui si annullano parte dei voti.

In nome di una finta stabilità si ripescano nefaste regole presenti in mezza Europa dal cui fallimento emerge invece l’instabilità ( vedi Francia e Gran Bretagna come esempi) e la mancanza di credibilità di molti  leader e partiti.   Fallimento che per il momento contribuisce al lievitare di movimenti di destra estrema. Insomma: si fa un inconfessabile lavoro di cesello per contenere la partecipazione al voto e torcerne la proporzionalità. Il gioco è che in pratica con il 20-25% di votanti effettivi si può prendere tutto, compresa l’elezione del Presidente della Repubblica. Di fatto è in corso da tempo in vari paesi dell’Occidente la fuoriuscita dai regimi democratici e costituzionali degli ultimi 80 anni.

La  costrizione a logiche bipolari, sempre accarezzata anche a sinistra, degenera nell’abbandono dei sistemi proporzionali, restringe la partecipazione, porta all’autoritarismo con il prevalere di sistemi personalistici e dittatoriali.

Mi sono convinto da tempo che l’unica utile e accettabile correzione ai sistemi elettorali che devono essere  totalmente ed esclusivamente  proporzionali sia il limite necessario di una soglia di sbarramento consistente (non meno del 5% ). E’ un limite, praticato da tempo in Germania, che impedisce una inaccettabile frammentazione, spinge, questo sì, alla formazione di aggregazioni stabili e rappresentative e quindi alla stabilità del sistema ed al rispetto della rappresentatività dei seggi ottenuti. Anche qui si fa grande confusione parlando impropriamente di “proporzionale puro” ( che è invece quello senza quorum o con quorum minimo ). Solo una soglia ad almeno il 5%  cambia lo scenario e garantisce stabilità. Rende ininfluenti le dilaganti liste finte, inventate  o improvvisate, usate come gregari acchiappa voti da partiti consunti e  spinge ad aggregazioni stabili. Che le  regole del sistema proporzionale tedesco o delle elezioni europee favoriscano vera stabilità ne  è l’ennesima conferma l’ordinata evoluzione del voto recente  in vari Lander tedeschi e negli stessi giorni  il contrasto con il pasticcio e la confusione che uno strampalato sistema maggioritario a due turni  sta  producendo nelle amministrative a Parigi e in Francia.

In Italia il quorum prevalente nelle Regioni e Comuni, è del 3%. Anche alla Camera se  una coalizione raggiunge il 10% le liste sotto il 3% non hanno eletti ma dall’1% il voto viene conteggiato nella coalizione. L’ambiguità della  soglia bassa  è difficilmente percepita dai comuni elettori. Piace ai grandi partiti che reclutano gregari ma anche ai piccolissimi che vivacchiano aspirando al “ proporzionale puro “ o ad una poltroncina in seconda fila dai vincenti. Il quorum basso scoraggia il formarsi di nuove forze stabili. Accompagnato dalla possibilità delle preferenze apre il varco nelle coalizioni  a gruppi clientelari organizzati e facilita le infiltrazioni mafiose nelle liste a tutti i livelli, dalle amministrative alle politiche. Per questo ritengo che gli aspetti negativi della introduzione delle preferenze siano prevalenti su quelli positivi e che un buon compromesso possa essere di bloccare i primi due candidati come diritto-dovere del partito a indicare i propri leader locali e lasciare due preferenze libere per gli altri eventuali eletti della lista.

3)             Le alleanze si fanno su un programma comune, ascoltando i movimenti sociali e poi rispettando gli impegni.

La costruzione  di una alleanza politica  non può essere prodotta dalle contorsioni a cui costringe una regola elettorale malsana ne dalla presunta convenienza personale di gruppi ristretti di eletti o di aspiranti all’elezione. Le coalizioni prima del voto, tanto più quando sono spinte dall’aspirazione a vincere il premio dei posti più che dall’ impegno ad attuare un programma comune senza conoscere il mandato che gli elettori daranno ad ognuno dei protagonisti, sono un degenerazione che viene da lontano ( la metà degli anni ’90 ). Sembra ormai “ una scelta naturale”, ma non lo è affatto.

Il paese più grande e rilevante dell’Europa, la Germania, insieme al proporzionale limitato da  una soglia di sbarramento ragionevole, vede la costruzione della coalizione e del programma di governo dopo il voto ( a tutti i livelli, dalle Legislative ai Lander, ai Comuni ) attraverso accordi ben definiti, a volte dopo varie settimane di confronto fra i protagonisti e poi approvati dai sostenitori. Ed è il paese del mondo con la minore frammentazione e la maggiore stabilità.

Insomma quello che da 30 anni ci raccontano sulla stabilità ( a destra e spesso a sinistra ) sono solo balle.

Va chiarito che neppure un movimento politico che ambisce a costruire una alternativa ha il ruolo di rappresentare le ragioni di un gruppo sociale ristretto, ad esempio quello dei più precari o diseredati,  o quello a difesa  dei migranti che a tutti i costi cercano un approdo migliore, oppure  una causa nobile come quella della tutela ambientale minacciata dalla  crisi climatica. Tanto meno di rappresentare solo una élite economica o qualche ristretto centro di potere dietro le quinte della scena.   Dal mio punto di vista la costruzione di una alleanza politica ha l’obiettivo di conquistare una larga convergenza e un largo consenso nell’intera società nella quale però si tutelino le ragioni dei più precari, la convivenza e l’integrazione dei migranti avvenga tutelando sicurezza e reciproca tolleranza, la necessaria conversione ambientale ed energetica abbia un peso adeguato nelle scelte generali dei protagonisti costruttori della alleanza perché riguarda i destini delle generazioni future. Il compito dell’alleanza è quello di riunire e rappresentare diversi gruppi sociali, generazioni e culture diverse, in una comune convivenza garantendo libertà, tolleranza etnica e religiosa, tutela ambientale e giustizia sociale. Se questo impegno nei suoi aspetti concreti di programma comune  si conferma e produce  un largo consenso l’alleanza vale la pena di essere tentata, anche prima del voto, altrimenti no.

Un comitato od una associazione di scopo può promuovere l’obiettivo della decarbonizzazione, tutelare la sopravvivenza dei palestinesi, garantire la vocazione alla pace come bene supremo. Non necessariamente i protagonisti devono o possono farsi carico del percorso, degli strumenti, dei tempi, delle risorse e dei costi per attuare questi obiettivi e farlo garantendosi il consenso e il sostegno di larga parte della società.

Sono i partiti e i movimenti politici, specie quelli che aspirano al cambiamento, che dovrebbero servire a questo. I cittadini devono aver chiaro quali sono gli obiettivi, comprendere come funzionano i sistemi elettorali, possibilmente uguali ad ogni livello  perché oggi il 99% degli italiani almeno non è in grado di capire la conseguenza di ogni variante. E pretendere che gli impegni presi vengano, per quanto possibile, mantenuti.    

20 marzo 2026

Che cosa dice la nuova legge sulle etnie in Cina voluta da Xi Jinping

Milano (AsiaNews/Agenzie) - Approvata oggi dall'Assemblea Nazionale del Popolo eleva al rango di norma il pensiero del presidente sulla "sinicizzazione" dei 56 gruppi ufficialmente riconosciuti. L'identità Han definita come il "tronco", le altre culture paragonate a "rami o foglie". Lezioni in putonghua, il cinese standard, fin dall'età prescolare. I timori di tibetani, uiguri e mongoli che temodo di vedere ulteriormente repressa la propria identità.

– Nella giornata conclusiva delle “Due sessioni” a Pechino l’Assemblea Nazionale del Popolo - l’organismo legislativo del sistema politico cinese – ha approvato la “Legge per la promozione dell’unità e del progresso etnico”, un provvedimento fortissimamente voluto dal presidente Xi Jinping che mira a trasformare in norma giuridica l’idea della “sinicizzazione” delle minoranze etniche cinesi.

Sulla carta, questa legge afferma di mirare a favorire l’integrazione tra i 56 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti, dominati dall’etnia Han, attraverso politiche legate all’istruzione e all’edilizia abitativa. Secondo molti critici, tuttavia, la normativa rischia di allontanare le persone dalla propria lingua e cultura. Ad esempio il provvedimento stabilisce che tutti i bambini debbano essere istruiti in mandarino prima dell’asilo e fino alla fine delle scuole superiori. In precedenza, gli studenti potevano seguire gran parte del programma scolastico nella propria lingua madre, come il tibetano, l’uiguro o il mongolo.

Gli Han rappresentano oltre il 90% dei circa 1,4 miliardi di abitanti della Cina. Pechino è da tempo accusata di limitare i diritti delle minoranze etniche in regioni come Tibet, Xinjiang e Mongolia Interna, imponendo l’assimilazione con la forza.

La visione di Xi sull’argomento si articola in dodici principi fondamentali, noti come i “Dodici doveri”. Tra questi spiccano la necessità di costruire un forte senso di comunità nazionale, definita con l’espressione chiave Zhonghua minzu (华民族), la promozione di una “casa spirituale condivisa” e l’incoraggiamento di maggiori interazioni e integrazione tra i diversi gruppi etnici. La dottrina interpreta le questioni etniche ponendo un forte accento sulla sicurezza nazionale, sottolineando il dovere di tutti i gruppi di proteggere l’unità dello Stato e la stabilità sociale.

Un altro elemento centrale è il concetto delle “quattro relazioni”, che descrivono il rapporto tra la cultura dominante han e le culture delle minoranze. Secondo questa visione, la cultura cinese centrale rappresenta il “tronco” dell’albero, mentre le culture etniche sono paragonate a “rami e foglie”. Solo con radici profonde e un tronco forte - ha dichiarato Xi in un importante discorso del 2021 su questo tema - i rami possono prosperare.

La nuova legge è concepita come una normativa fondamentale nel campo delle politiche etniche. Come spesso accade con leggi di questo tipo in Cina, il testo non stabilisce regole dettagliate o sanzioni precise, ma contiene soprattutto dichiarazioni di principio e linee guida politiche rivolte a un’ampia gamma di attori statali e sociali. Tuttavia il suo significato non è solo simbolico: inserendo la dottrina di Xi nel sistema giuridico, la legge le conferirà una base legale più solida e potrà giustificare future politiche governative in materia.

Il testo include un lungo preambolo narrativo di oltre 800 caratteri, una struttura presente solo in pochissime leggi cinesi, come quelle relative all’autonomia etnica regionale e agli statuti speciali di Hong Kong e Macao. Questo preambolo propone una narrazione storica secondo cui i diversi gruppi etnici della Cina, attraverso oltre cinquemila anni di storia condivisa, hanno costruito uno Stato multietnico unificato. Secondo questa visione, nonostante le aggressioni straniere a partire dal XIX secolo, queste comunità sarebbero riuscite a preservare una civiltà comune. Il testo attribuisce dunque al Partito Comunista il merito di aver guidato tutti i gruppi etnici verso l’indipendenza e l’uguaglianza, sviluppando un modello “con caratteristiche cinesi” per affrontare le questioni etniche.

Uno dei concetti più ricorrenti nella legge è quello di “coscienza della comunità della nazione cinese”, che compare decine di volte nel testo e viene definito come il fondamento dell’unità etnica. Il documento invita tutte le istituzioni pubbliche e private, nonché i cittadini, a contribuire alla costruzione di questa identità nazionale condivisa.

Diversi capitoli delineano le modalità con cui il governo intende raggiungere questi obiettivi. Un primo ambito riguarda l’educazione e la cultura. La legge promuove l’identificazione dei cittadini con la patria, la nazione cinese, la cultura tradizionale e il Partito Comunista attraverso programmi di educazione patriottica, la diffusione della cultura nazionale e la promozione dei simboli culturali cinesi.

Grande attenzione è dedicata anche alla lingua. Il testo rafforza l’uso del putonghua, il cinese standard, stabilendo ad esempio che i bambini in età prescolare debbano acquisirne la padronanza e che, negli spazi pubblici, i caratteri cinesi debbano avere maggiore visibilità rispetto alle scritture delle minoranze quando entrambe sono presenti.

Un altro obiettivo della legge è favorire una maggiore integrazione sociale e territoriale tra gruppi etnici. I governi locali vengono incoraggiati a creare comunità “interconnesse”, dove persone di diverse etnie possano vivere, studiare e lavorare insieme. Sono previste inoltre politiche per facilitare la mobilità della popolazione, gli scambi educativi e la cooperazione tra regioni.

La legge affronta anche lo sviluppo economico delle regioni etniche e di confine, collegandolo a obiettivi strategici nazionali come la sicurezza delle frontiere, delle risorse energetiche e dell’approvvigionamento alimentare. Allo stesso tempo - in un’altra sezione molto esposta ad essere utilizzata per abusi di potere nei confronti delle minoranze - promuove la trasformazione di alcune tradizioni considerate “obsolete”, con l’intento di favorire una “cultura civica più moderna”.

Quanto ai meccanismi di applicazione, i cittadini stessi vengono invitati a segnalare comportamenti che minacciano l’unità etnica e le autorità potranno intervenire per fermare la diffusione di contenuti online ritenuti discriminatori o divisivi. Tuttavia la legge non introduce nuove pene specifiche: eventuali sanzioni verranno applicate secondo altre norme già esistenti.

Infine - in un altro passaggio estremamente delicato - la legge afferma la giurisdizione di Pechino anche su organizzazioni o individui stranieri che “compiano atti diretti contro la Repubblica Popolare Cinese che minano l’unità e il progresso etnico o provocano divisioni etniche”.

 * da Lanterne Rosse ( newsletter di asianews.it sulla Cina -asia dell’est ) 12 marzo 2026

AsiaNews è un'agenzia di informazione promossa dai missionari del Pime, il Pontificio Istituto Missioni Estere.