26 settembre 2026

Spagna: Madrid, il tetto che scotta

L’estate più calda che l’Europa ricordi è appena finita, le grandi capitali europee raccolgono i cocci di tre mesi quasi ininterrotti di ondata di calore come non si era mai registrata. Come se la sono cavata? Cosa stanno facendo per affrontare l’estate prossima, che si annuncia anche peggiore? Il 23 settembre abbiamo visto Parigi, oggi andiamo a Madrid, la settimana prossima vedremo Londra, Berlino, Roma.

di Lorenzo Pasqualini *

Le città invivibili Nove mesi di inverno "y tres de infierno", dicono del loro clima i madrileni. Ma questa volta interi quartieri popolari di mattoncini rossi, soffitti bassi e coperture catramate sono diventati forni

Nueve meses de invierno y tres de infierno. Nove mesi d’inverno e tre d’inferno. Così i madrileni hanno sempre riassunto il clima continentale della città, piantata nel cuore della Penisola Iberica, tra i vasti altopiani della Castiglia che d’estate si arroventano tingendosi di un giallo-marrone desertico. Si potrebbe trarne la conclusione che «a Madrid ha sempre fatto caldo in estate», ma la risposta, qui come in ogni altro luogo d’Europa, è netta: no, mai così caldo.

SIAMO NELL’ULTIMA settimana di settembre e a Madrid ci sono ancora più di 35 °C, e dalla fine di maggio la sensazione è di aver attraversato un’unica, interminabile ondata di calore, con valori rimasti per settimane intorno ai 40 gradi. Insopportabili anche le notti, con temperature minime che scendevano a fatica sotto i 25 gradi. All’inizio del mese l’Aemet, l’agenzia statale di meteorologia, ha certificato che l’estate 2026 è stata la più calda dal 1961, anno d’inizio della serie storica.

Questo calore estremo, oltre a causare vittime tra i più vulnerabili, ha anche favorito la propagazione degli enormi incendi che a fine luglio hanno devastato decine di migliaia di ettari a poca distanza dalla capitale, avvolgendo per giorni la città e i suoi 3,3 milioni di abitanti in un’opprimente nube di fumo.

MA COME STA affrontando Madrid questo indiscutibile aumento delle temperature? Purtroppo, ancora in modo insufficiente, e lasciando più scoperte e vulnerabili le fasce di popolazione con meno risorse economiche.

Come riportava a giugno elDiario.es, nei quartieri più poveri concentrati nella fascia sud e orientale della metropoli, come Vallecas o Carabanchel, fino al 30% della popolazione residente non poteva permettersi di rinfrescare la propria abitazione per i costi elevati dell’energia. Una differenza abissale rispetto ai quartieri più benestanti, concentrati nell’area nord.

IL CLIMATIZZATORE, che diventa così quasi un bene di lusso, è essenziale per resistere alle estati madrilene, perché la maggior parte delle case non sono adeguate. Nei quartieri periferici di Madrid l’edilizia popolare più diffusa è quella dei palazzi in ladrillo rojo, il peculiare mattoncino rosso «a vista» creato per i grandi edifici monumentali dell’architettura Neomudejar di fine Ottocento-inizio Novecento, come la celebre Plaza de Toros di Las Ventas, e poi tra gli anni Cinquanta e Novanta del secolo scorso esportato in massa – in versione economica – nei quartieri popolari e operai del sud e nella “cintura rossa” di Getafe, Leganés, Alcorcón, Móstoles o Fuenlabrada. Il mattoncino resiste bene agli estremi climatici e permette di risparmiare sul più fragile intonaco, ma accumula calore. Così in estate queste palazzine, che fanno parte del panorama urbano spagnolo da decenni, diventano dei veri forni.

A PEGGIORARE LE COSE c’è l’altezza dei soffitti, intorno ai 2,50 metri (o meno). Una scelta che permetteva di risparmiare nella costruzione e che aiutava a riscaldare gli appartamenti nei rigidi inverni madrileni, ma in estate diventa un problema. I tetti dei palazzi sono poi spesso coperti da materiali per isolare dalla pioggia che hanno colori scuri e rendono roventi i piani più alti. Così la casa, che ormai in Spagna e a Madrid ha prezzi esorbitanti (il caro affitti è diventato un’emergenza nazionale), si trasforma in una trappola di calore non adeguata al nuovo clima.

MOLTO GRAVE A MADRID è anche il problema dell’isola di calore urbana. Le grandi distese di cemento e la scarsità di aree verdi contribuiscono a far aumentare ulteriormente le temperature per l’arroventamento delle superfici. Non aiutano certe scelte urbanistiche, ancora basate su pavimentazioni di granito o asfalto. Ecco, quindi, che il bellissimo parco del Retiro, nel cuore della città, diventa un indispensabile rifugio climatico. Secondo uno studio scientifico pubblicato quest’estate, al suo interno si registrano fino a 8 °C in meno rispetto alle arroventate strade circostanti. Se si vede una mappa della città, però, questo grosso rettangolo verde rimane isolato e insufficiente, circondato da ampie estensioni costruite.

Come rimediare a questo caldo crescente e a queste disparità? Il comune di Madrid, guidato dal 2019 dal centrodestra, ha investito negli ultimi anni nel «Bosque Metropolitano», un’enorme area boschiva con 1 milione di nuovi alberi che dovrà creare una sorta di anello verde per smorzare l’effetto isola di calore intorno alla metropoli. Dall’opposizione di centrosinistra sono però arrivate molte critiche a questa amministrazione per i numerosi abbattimenti di alberi in alcune zone della città (stimati in migliaia), avvenuti negli ultimi anni per far spazio a grandi opere o per cattiva gestione.

SUL FRONTE DELLE MISURE di difesa della popolazione, poi, il comune ha presentato un piano contro il caldo che l’opposizione giudica «insufficiente»: spicca la messa a disposizione come “rifugi” di 43 mercati comunali coperti con aria condizionata (che chiudono però nelle ore centrali) e l’apertura straordinaria di centri per anziani. La formazione della sinistra ecologista all’opposizione, riunita sotto il nome di Más Madrid, ha proposto a giugno un piano più coraggioso con la creazione di una «rete di oasi climatiche». L’idea è trasformare 181 spazi pubblici già esistenti – biblioteche, centri culturali, scuole, mercati, impianti sportivi, parchi e piazze – in rifugi contro il caldo estremo, gratuiti e aperti a tutti, non solo luoghi di fuga dal calore ma anche luoghi di aggregazione e socialità.

Per quanto riguarda gli interventi sulle case, sia l’amministrazione comunale che quella regionale hanno avviato piani che incentivano la ristrutturazione per l’isolamento termico, ma ad adottarlo sono in pochi, ed è stato criticato lo scarso impatto di queste misure. Qualcosa potrebbe cambiare dopo l’annuncio a maggio, da parte del governo nazionale guidato da Pedro Sánchez, di un Piano Sociale per il Clima nel quale figurano anche importanti investimenti destinati alla riqualificazione energetica e all’isolamento termico delle abitazioni private.

ADATTARSI A QUESTA nuova situazione climatica è però urgente. Le proiezioni indicano che a metà secolo le ondate di calore a Madrid potrebbero raddoppiare e che a fine secolo si potrebbe arrivare a quasi 80 giorni di ondata di calore l’anno. I tre mesi d’inferno del proverbio saranno sempre più infernali: si spera almeno non diventino dodici.

nella foto: Madrid, vicino a Plaza Mayor, fine luglio: il termometro nel centro della città segna 45 gradi

* da il manifesto 26 settembre 2026

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Francia: L’agosto francese

  di Fabrizio Tonello *

Riscaldamento globale Stanotte è finita l’estate più calda d’Europa, come l’hanno superata le grandi capitali? A Parigi seminando piante, togliendo asfalto, pensando di imbiancare i tetti di zinco voluti da Haussmann

Siamo a Parigi, non a Timbuctù, più precisamente in rue Coriolis, dietro la gare de Lyon. Sono le 18,30 del 31 luglio e il termometro sul balcone di un appartamento segna 50,7 gradi. Gli immobili di questa strada lunga appena 450 metri sono esposti a Sudovest e davanti hanno soltanto i binari della ferrovia, quindi il sole ci batte da mezzogiorno alle nove di sera: quanto basta per arrostire le case e gli abitanti. Nel resto della città la temperatura si aggira sui 44°, qualcosa meno nelle zone verdi di cui parleremo tra un attimo.

BENVENUTI nella vague de chaleur di luglio, la terza ondata che ha colpito la Francia, la Spagna e l’Italia in questa catastrofica estate del 2026, che finisce oggi ma non sarà dimenticata tanto presto: c’è stato il record del mese di giugno più caldo mai registrato nell’Europa occidentale. Il Washington Post osservava che la temperatura media in Francia era superiore a quella del 99,02% del pianeta. Parigi aveva la stessa temperatura di Abu Dhabi (41°), Marsiglia quella di Marrakech (33 °C), Tolosa quella di Dubai (40 °C) e Bordeaux quella di Baghdad (42°). Solo che a Baghdad non ci sono gli Chateaux e i vigneti più famosi del mondo, e neppure gli incendi che quest’estate hanno devastato la Gironda.

IL 13 AGOSTO oltre 135 milioni di europei boccheggiavano a più di 35°. Tre settimane fa, a fine agosto, c’è stata la settima ondata di caldo estremo. Il bilancio provvisorio, fermo a un mese fa, era di almeno 30.000 morti in eccesso rispetto a quelli previsti, più numerosi tra gli anziani, i soggetti deboli e chi lavora all’aperto. Il bilancio finale sarà di decine di migliaia di vittime, molte di più di quelle causate dal crollo di un ghiacciaio in Nepal, il 26 agosto, ma i governi balbettano e mass media parlano solo dei “record”, come se si trattasse delle Olimpiadi.

Per fortuna dei parigini, dall’altra parte della Senna si respira meglio: a Place de Catalogne, di fianco alla gare Montparnasse, sono stati creati 4.000 m² di foresta urbana, con 470 alberi e 5.525 m² di pavimentazione permeabile all’acqua, dieci volte più di prima. La riqualificazione è costata 10 milioni di euro ma ne valeva la pena: in città, i quartieri più alberati sono da 4 a 10 ° più freschi degli altri, una differenza enorme.

L’IMPEGNO ASSUNTO da Anne Hidalgo nella campagna elettorale del 2020 era di piantare 170.000 nuovi alberi entro il 2026 . A fine agosto, il bilancio ufficiale della Ville riportava 129.542 alberi piantati dall’inizio del piano, il che portava il patrimonio complessivo di Parigi intra-muros a più a più di 200.000 alberi, oltre ai 300.000 nei due boschi vicini, il Bois de Boulogne e il Bois de Vincennes.

LA COSA PIÙ interessante fatta in questi anni sono forse i 650 km di strade con vegetazione, che hanno reso alcune zone irriconoscibili: davanti all’Hotel de Ville oggi si cammina in mezzo al verde, come si può fare anche nei 730 parchi cittadini. Perfino la gigantesca, e centrale, Place de la Concorde sarà trasformata in una piazza verde, su progetto degli architetti Philippe Prost e dell’Atelier Bruel-Delmar (salvo rivolte degli automobilisti). L’anno scorso, un referendum ha approvato con oltre il 60% dei voti la creazione di 500 nuove strade verdi. Ovunque ci sono aiuole incolte, al posto delle triste macchie di erba rasata a due centimetri di altezza: sono molto più efficaci per attenuare il calore.

LE MAPPE del Municipio censiscono oltre 1.400 luoghi freschi: 1.300 punti d’acqua, 175 fontane nebulizzanti, 140 parchi aperti 24 ore su 24, 42 piscine. Una meraviglia rispetto all’Italia, ma quest’estate non è stato sufficiente: la notte la temperatura non scendeva al di sotto dei 30 gradi, rendendo difficile, se non impossibile, il riposo notturno. Uno studio del Consiglio comunale del 2023 prevedeva, all’orizzonte 2050, tre settimane di canicola l’anno e notti tropicali: Parigi con il clima di Siviglia. Ci siamo arrivati già quest’anno.

L’amministrazione del sindaco Emmanuel Grégoire punta molto sull’eliminazione dell’asfalto per ridurre la bolla di calore urbana: almeno il 40% delle strade e piazze dovrebbero tornare permeabili, con terra e ciottoli (erano state asfaltate d’urgenza dopo il maggio 1968 per impedire ai futuri manifestanti di usare i sampietrini contro la polizia). Però ci vuole tempo e costa molto. L’obiettivo è rendere “spugnoso” il 35% del territorio entro il 2030 e il 55% entro il 2050. Se realizzato, questo solo provvedimento potrebbe diminuire la temperatura di 2-3 gradi in estate.

UN ALTRO PROBLEMA con cui la città deve misurarsi sono i tetti grigi di zinco, voluti a fine Ottocento dal barone Haussman per impedire ai riottosi parigini di bombardare con le tegole dei tetti le truppe incaricate di mantenere l’ordine (la Comune del 1871 era nella mente di tutti). Oggi, però, i tetti di zinco sono l’equivalente di un barbecue, rendendo invivibili tutte le mansarde. Si parla di dipingerne di bianco 40.000 m² per attenuare l’assorbimento dei raggi solari ma si tratta di briciole: l’intero centro di Parigi ha i tetti di zinco grigi e le Belle Arti resisteranno ferocemente a ogni tentativo di trasformare il profilo della città per ragioni climatiche.

E IL GOVERNO, in tutto questo? Le riunioni ministeriali sono state molte, le azioni concrete poche, se non la promessa di comprare nuovi aerei Canadair per combattere gli incendi. La classe politica francese ormai pensa solo alle presidenziali del 2027, i candidati si moltiplicano, e Marine Le Pen ha già proposto un “piano condizionatori” pubblico per tenere le famiglie francesi al fresco anche durante le estati più calde. In vacanza al mare non ci si va più: quest’estate il Mediterraneo stava a 30 gradi e l’Atlantico non era di molto più fresco.

nella foto: Vigili del fuoco al lavoro contro un incendio ad Arès, nel sud-ovest della Francia 

* da il manifesto - 23 agosto 2026  

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250.000 sfollati in Francia, 116.000 ettari bruciati

L'Europa brucia Cambiamento climatico: «Da qui al 2050 il territorio a rischio aumenterà del 50%».

( di Andrea Capocci da il manifesto 28 luglio 2026 )

Sono 250.000 gli sfollati a causa degli incendi nel sud-ovest francese, nei dipartimenti della Gironda e delle Lande. La situazione più grave è quella della Gironda, dove 220.000 persone hanno dovuto lasciare la propria abitazione. Chi ha potuto ha trovato rifugio da parenti e amici. Gli altri sono stati ospitati all’interno del parco delle Esposizioni di Bordeaux dove in pochi giorni è nata una cittadella di circa diecimila abitanti. Per la prefetta Sophie Brocas il loro rientro nelle case non è all’ordine del giorno: «Avverrà solo quando tutto l’incendio sarà arrestato» ha detto domenica. Il bilancio provvisorio parla di almeno 240 edifici distrutti in Gironda e 200 circa nelle Lande. La grande pineta locale adesso è ridotta a una pianura grigia.

IL ROGO IERI era definito «stabilizzato» ma in situazione «precaria» da Marc Vermeulen, direttore dipartimentale del servizio anti-incendio della Gironda. Il fuoco è iniziato per ragioni accidentali mercoledì nella pineta tra Saumos e Le Porge durante i lavori di sfoltimento della vegetazione vicino a una linea elettrica. Da lì si è spostato verso ovest, travolgendo Le Porge fino a lambire le dune costiere di Cap Ferret, e poi sabato nella direzione opposta verso il capoluogo Bordeaux e i suoi trecentomila abitanti.

Secondo il bollettino aggiornato ieri dal ministro degli Interni francese Laurent Nunez, gli ettari bruciati sono 116 mila. Quasi il doppio del record del 2022, quando erano andati in fumo 65 mila ettari. Il dispositivo messo in campo è notevole. 2.750 i pompieri mobilitati, che ieri hanno ricevuto anche la visita del presidente francese Emmanuel Macron. Ai vigili del fuoco si sono aggiunti 1.500 soldati, 1.200 poliziotti e circa 500 volontari. Portogallo, Croazia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Svezia, Slovenia e Turchia hanno messo a disposizione i loro aerei anti-incendio Canadair. Eppure finora non è bastato a fermare le fiamme e ben 88 pompieri risultano tra i feriti.

LA RICERCA delle responsabilità è già iniziata. Tre persone sono state fermate per aver acceso fuochi d’artificio e barbecue nella pineta, ma sotto accusa è soprattutto la protezione civile dopo la testimonianza di Gregory Prats, uno dei comandanti dei Canadair francesi impegnati in Gironda: «Su dodici aerei a disposizione della Francia – ha detto a Radio France – solo cinque sono funzionanti», mentre gli altri sono in riparazione. In dieci anni, il budget a disposizione della Protezione civile è raddoppiato, ha replicato la portavoce del governo Maud Bregeon. Ma il rinnovo della flotta inizierà solo nel 2028.

Assai più facile rintracciare le responsabilità indirette. «Sullo sfondo c’è il riscaldamento climatico» ha detto a France Télévisions il climatologo Philippe Drobinski.

«Da qui al 2050 i giorni di caldo estremo diventeranno cinque volte più frequenti e il territorio a rischio aumenterà del 50%». Lo scienziato ha sottolineato anche la scarsa biodiversità del territorio. «Quella che brucia in Gironda è una foresta artificiale di pini» ha fatto notare. «La monocultura e l’assenza di varietà fanno da acceleratore del fuoco. Non basterà riparare i danni, servirà adattare le foreste in modo da renderle più resilienti».

CON L’EMERGENZA ancora in corso nasce già il problema dell’indennizzo della popolazione colpita. Il ministro dell’economia Roland Lescure ha annunciato che le società assicuratrici rimborseranno le spese sostenute per l’alloggio temporaneo dalle famiglie evacuate, «indipendentemente dai danni subiti dalla loro abitazione di residenza». Dal canto suo, il ministro del commercio e dell’artigianato Serge Papin ha rassicurato le 13.000 aziende evacuate in questi giorni: «tutte avranno accesso alla cassa integrazione», ha detto ieri.

NONOSTANTE la stanchezza e la pioggia caduta tra domenica e lunedì, la lotta alle fiamme rimane a pieno regime. Le previsioni del tempo preannunciano da oggi una nuova ondata di calore, con temperature che arriveranno di nuovo vicino ai 40 gradi nella regione. Basta poco, in queste condizioni, perché il fuoco riacquisti vigore. Per tutto il pomeriggio di ieri pompieri e Canadair hanno lavorato per spegnere diversi nuovi focolai.

24 settembre 2026

PFratin

di Massimo Marino 

Quando leggo dichiarazioni e interviste di PFratin che dicono sia il ministro dell’Ambiente ( pro o contro ?) sono sempre in dubbio se strapparmi i (pochi) capelli rimasti per la disperazione o farmi una sonora risata ( non succede spesso). La domanda è sempre la stessa: ma sa, capisce di che parla, è consapevole o inconsapevole delle balle che racconta ?

” il nucleare non è un ritorno al passato: è una tecnologia vincente, che integrata con le rinnovabili può dare straordinari risultati per la nostra sicurezza energetica, verso la neutralità al 2050″

Il progetto sarebbe di riempire l’Italia di parecchie decine di centrali nucleari di taglia non piccola, per capirsi più di quella di Trino Vercellese di 50 anni fa, della quale ancora dobbiamo capire dove mettere le scorie, per avere entro il 2050 ( quando probabilmente né io ne PFratin avremo il piacere di vedere quanto sono costate ) un 10-11% di elettrico da nucleare, cioè per contribuire al 10-11% dei consumi elettrici che da 50 anni i filo nuc ( e ovviamente PFratin perchè così gli suggeriscono ) stimano in costante e forte crescita: Tranne essere smentiti da 50 anni ( i consumi, stazionari, tendono da 15 anni a scendere lentamente ).

Quando, un po’ più giovane e inesperto di oggi partecipavo ai dibattiti sul referendum del 1987 c’era sempre un ingegnere dell’Enel che dichiarava le rinnovabili ( all’epoca le alternative ) roba da figli dei fiori sognatori e il nucleare oltre che sicuro, il più pulito ed economicamente conveniente e le previsioni di consumi energetici in progressivo e forte aumento nei decenni futuri. Al referendum 21 milioni di italiani ( contro 5 ) si dichiararono contro l’ingegnere aprendo la possibilità di transizione alle rinnovabili, all’efficienza e al risparmio, che oggi si tenta ancora di ostacolare.

Oggi è realistico aumentare di 50 GW la potenza elettrica da rinnovabili entro il 2030 con dei costi di gran lunga minori. Si stima un terzo fingendo di dimenticare il decommissioning delle centrali nucleari, disperazione di tutti i paesi che si sono infilati nel tunnel nucleare 40 anni fa e malgrado le lobby sempre pronte all’assalto dei bilanci pubblici, vorrebbero uscirne. La Cina lo ha capito 20 anni prima dell’Occidente. Al referendum del 1987 l’attuale PD con altro nome era per il nucleare fino ad un mese prima del voto. Nelle ultime settimane licenziò il proprio responsabile nazionale sull’Energia ( né io ne credo i libri di storia ne ricordano più il nome ) e capovolse la propria posizione. Come si dice: meglio tardi che mai.

Oggi al Senato Azione di Calenda ha votato a favore del decreto e Italia Viva di Renzi si è astenuta ( cioè pur non essendo determinante ha ammiccato alle lobby: contate su di noi ). E tutti i giorni media di vario colore tentano di convincerci che i due sono indispensabili al campo … per (non) vincere.

Come per la TAV e per il Ponte ciò che conta è infilare il paese in opere grandi per i costi ma inutili o dannose per i conti pubblici e il futuro del paese. Per la verità finirle davvero non importa a nessuno.

Politica con la testa rivolta al passato e ai suoi rimasugli senili sopravvissuti, indifferente al futuro e alle nuove generazioni.

Della TAV, del Ponte, del Nucleare in realtà non gli frega nulla, l’importante è partecipare allo scippo delle risorse pubbliche. Finché si può.

2 settembre 2026

Fuad Beritan (Pjak): «La questione curda va risolta insieme alla democratizzazione dell’Iran»

di Tiziano Saccucci  *

dal Rohjelat - Kurdistan Iraniano  Intervista a uno dei leader del Partito per una Vita Libera in Kurdistan: «La più grande vittoria dei curdi non è restare per sempre buoni combattenti. Vogliamo che le future generazioni non siano costrette a prendere le armi»  

Fuad Beritan Membro del Consiglio di leadership del Pjak, il Partito per una Vita Libera in Kurdistan

Fuad Beritan è membro del Consiglio di leadership del Pjak, il Partito per una Vita Libera in Kurdistan. Il manifesto lo ha incontrato sulle montagne del Kurdistan per discutere del futuro del movimento curdo in Iran dopo i cambiamenti in Turchia e in Siria.


Partiamo dal Rojava. Come valuta la fine delle SDF come forza militare indipendente?

Non credo che sia la fine del Rojava. Al contrario, penso che segni la conclusione di una fase e l’inizio di un’altra. Il Rojava non si è mai ridotto alla sua dimensione militare, e non può quindi scomparire con lo scioglimento o l’integrazione delle SDF. È un’esperienza sociale, politica e democratica, nata in condizioni estremamente difficili e capace di resistere all’ISIS, alla guerra civile siriana e alle minacce regionali. Oggi le SDF hanno cessato di essere una forza militare indipendente e la loro integrazione nelle strutture dello Stato siriano è ormai in corso. Ma la questione fondamentale non è la sopravvivenza del loro nome. Il punto è capire in che modo, nella nuova Siria, verranno garantiti i diritti dei curdi, le conquiste sociali delle diverse comunità della regione, la sicurezza, la partecipazione politica e la volontà popolare. Anche gli accordi del 2026, accanto all’integrazione, hanno affrontato la questione dei diritti culturali e linguistici dei curdi, la loro partecipazione politica e il ruolo nelle amministrazioni locali. Se dunque il Rojava entra in una fase prevalentemente politica e sociale, non significa che sia stato sconfitto. Può anzi rappresentare una forma più avanzata di lotta.

Perché una parte della società curda continua a guardare con diffidenza a questi processi e considera una resa il passaggio dalla lotta armata alla politica?

È comprensibile che un popolo sottoposto per un secolo a politiche di negazione guardi con cautela alle promesse degli Stati. Non abbiamo dimenticato la lunga storia di promesse disattese. Chi chiede: «Se deponiamo le armi, che garanzie abbiamo che non torneranno a negare la nostra esistenza?» pone quindi una domanda legittima. Bisogna però distinguere tra la resa e un cambiamento dei mezzi con cui si lotta. Arrendersi significa rinunciare ai propri diritti e accettare senza condizioni ciò che impone la controparte. Se invece un movimento, dopo decenni, decide di continuare a perseguire i propri obiettivi con strumenti politici, sociali e democratici, non sta capitolando: sta spostando quella lotta su un altro terreno. Il passaggio dalla guerra alla politica democratica e agli strumenti del diritto non va letto come una sconfitta, ma come una conquista storica.

Quali sono, secondo lei, le condizioni necessarie per chiudere definitivamente il conflitto?

La vera pace non è semplicemente il silenzio delle armi. Se domani si smettesse di sparare, ma la lingua curda continuasse a essere vietata; se le persone non potessero scegliere liberamente i propri rappresentanti; se un politico venisse incarcerato per la propria identità; se non fosse garantita a tutti un’eguale partecipazione politica, quella pace non potrebbe durare. La pace richiede diritti, garanzie giuridiche, libertà politica, uguaglianza tra i cittadini e libertà di organizzarsi democraticamente. Non possiamo pensare alla sicurezza di una parte e alla libertà dell’altra. Sicurezza e libertà devono essere garantite a tutti, nello stesso momento. Per questo credo che la prossima fase della lotta curda debba puntare a consolidare la democrazia nelle istituzioni e nella società: nei parlamenti, nelle amministrazioni locali, nella società civile, nelle università, nei media e nell’economia.

Ma se un movimento depone le armi, non rischia di perdere capacità di deterrenza e potere negoziale?

Il potere non sta soltanto nelle armi. Nel XXI secolo la forza di una società dipende anche dalla sua capacità di organizzarsi, dalla legittimità di cui gode, dal peso politico, dalle reti della società civile, dall’economia, dalla cultura, dalla partecipazione delle donne e dei giovani e dalla capacità di costruire alleanze ampie. Se una società affida tutta la propria forza alle armi, finisce per limitarla. Se invece riesce a investire nella politica e nella società la stessa energia e lo stesso spirito di sacrificio, la sua capacità d’azione può moltiplicarsi. Credo quindi che oggi dovremmo cambiare la domanda che ci poniamo. Invece di domandarci: «Quanto saremo più deboli senza le armi?», dovremmo chiederci: «Come possiamo rafforzarci sul piano sociale e politico fino a non avere più bisogno delle armi per farci ascoltare?». È questo che intendo quando parlo di trasferire la forza dal terreno militare a quello politico.

Se la soluzione era la pace e la politica, allora perché avete combattuto?

È una domanda a cui bisogna rispondere con sincerità. Abbiamo forse combattuto per il semplice gusto di combattere? No. Abbiamo combattuto perché, in determinati momenti storici, veniva negata l’esistenza stessa dei curdi. La nostra lingua, la nostra identità e perfino i nostri diritti politici erano sotto attacco. In quelle condizioni, per una parte importante del movimento curdo la lotta armata è diventata uno strumento per difendere la società stessa. Migliaia di persone hanno perso la vita. È una realtà che non possiamo ignorare, ma che non dobbiamo neppure romanticizzare. Il loro sacrificio, però, non significa che le generazioni successive debbano ripetere all’infinito gli stessi metodi. Una generazione può essere costretta a combattere per sopravvivere. Quella successiva deve poter usare la politica per costruire condizioni di vita migliori. Se oggi i curdi possono parlare apertamente dei propri diritti, se la questione curda non può più essere esclusa dagli equilibri politici della regione, lo dobbiamo anche a quella resistenza storica. Per questo, a chi chiede: «Perché avete combattuto, se poi avete scelto la pace?», rispondo che la storia cambia. E quando cambiano le condizioni, è ragionevole cambiare anche gli strumenti con cui si lotta.

Cosa risponde a chi accusa il PKK, le SDF, il PJAK e più in generale il movimento curdo di tradimento?

Tradimento nei confronti di che cosa? Se per fedeltà si intende che un popolo debba restare in guerra per sempre, allora non condivido questa idea di fedeltà. Essere fedeli ai caduti non significa ripetere la loro morte. Significa fare in modo che le generazioni che verranno non siano costrette a pagare di nuovo lo stesso prezzo. Chi chiede «perché avete scelto la pace?» dovrebbe chiedersi anche: lo scopo della lotta era continuare a combattere o costruire una vita libera? Se quello era l’obiettivo, allora, quando la politica democratica offre maggiori possibilità di raggiungerlo, rifiutare quella strada potrebbe essere, questo sì, un tradimento del futuro. Io, più che di tradimento, parlerei di responsabilità storica.

Quanto considera significativa la svolta nel pensiero e nella strategia di Öcalan?

Molto. Oggi il leader Apo non chiede ai curdi di rinunciare alle proprie rivendicazioni. Dice piuttosto che deve cambiare il modo di portarle avanti: bisogna passare da una politica centrata sullo Stato e sulla guerra a una fondata sulla democrazia, sui diritti, sulla società e sulla convivenza. Non è una scelta semplice. Per un movimento che ha vissuto per decenni in condizioni di guerra, affermare che è arrivato il momento di lasciarsi alle spalle una fase segnata dalla violenza e aprirne una di costruzione democratica rappresenta un passaggio coraggioso e storico. Anche nel messaggio del febbraio 2026 ha parlato di una «fase positiva di costruzione» e della necessità di dare vita a una società democratica fondata sul diritto. non credo che questo cambiamento vada interpretato come un arretramento ideologico. Va letto piuttosto come il tentativo di trovare una forma politica adeguata al XXI secolo.

Il nazionalismo può essere ancora uno strumento adeguato per affrontare la questione curda?

Il nazionalismo ha avuto una funzione storica importante, soprattutto nei periodi in cui i popoli erano sottoposti a oppressione. Ma se per nazionalismo intendiamo l’idea che l’unica strada verso la libertà sia costruire uno Stato nazionale, credo che sia una prospettiva troppo limitata per il XXI secolo. Viviamo in un mondo in cui i confini continuano a esistere, ma molti dei processi che determinano le nostre vite — dall’economia alle migrazioni, dalla tecnologia alle crisi ambientali e sociali — li attraversano continuamente. Anche la politica curda deve quindi passare dal paradigma del XX secolo a quello del XXI. L’obiettivo non dovrebbe essere: «Escludiamo gli altri per avere finalmente un nostro Stato». L’obiettivo dovrebbe essere quello di costruire una società in cui curdi, arabi, persiani, turchi, assiri, donne, uomini, musulmani, cristiani, ezidi e tutte le altre componenti possano vivere con pari diritti. Questo non significa rinunciare all’identità curda. Al contrario, significa liberarla dai limiti di un nazionalismo troppo ristretto.

Quali differenze vede tra l’Iran, da una parte, e la Turchia e la Siria dall’altra?

In Turchia e in Siria, nonostante tutte le difficoltà, negli ultimi anni si sono aperti alcuni spazi di negoziato per ridefinire il rapporto tra i curdi e lo Stato. In Siria, il processo di integrazione delle Forze della Siria democratica nelle strutture statali è ormai nella sua fase conclusiva. In Iran, invece, non esiste ancora un quadro politico altrettanto definito. Detto questo, non credo che il futuro dell’Iran possa essere ridotto a un confronto tra «i curdi» e «lo Stato». La rivolta Jin, Jiyan, Azadî ha mostrato con chiarezza che la libertà delle donne, la questione delle diverse nazionalità, le libertà sociali e la democratizzazione dell’Iran sono questioni strettamente legate tra loro. Per questo il futuro del Rojhelat va inserito in un progetto più ampio di democratizzazione dell’Iran.

Il futuro dell’Iran deve fondarsi sull’uguaglianza, sulla libertà dei popoli e sul dialogo. Anche l’alleanza politica nata nel 2026 tra i partiti curdi iraniani mostra che le forze curde stanno cercando di tradurre la propria forza sociale in una più ampia cooperazione politica.

Con la fine della lotta armata in Turchia e i cambiamenti in Siria, il baricentro della questione curda potrebbe spostarsi verso l’Iran?

Se l’Iran continuerà con le politiche di negazione e repressione, la crisi non potrà che aggravarsi. Se invece aprirà spazi democratici, potrà superare una crisi dalle profonde radici storiche. Io, però, non vedo il futuro del Rojhelat soltanto nella guerra. Lo vedo nell’organizzazione sociale, nel ruolo delle donne e dei giovani, nella cultura e nella politica, nella costruzione di alleanze tra forze diverse e nella capacità di proporre un’alternativa democratica. Le forze curde sono pronte a svolgere un ruolo attivo e democratico nella costruzione del futuro dell’Iran. In questo processo dovranno però essere garantiti i diritti del popolo curdo e la possibilità di decidere del proprio futuro.

Qual è quindi il futuro del PJAK? Passa da un negoziato con lo Stato iraniano o dalla costruzione di un’alleanza più ampia?

Non credo che le due strade si escludano a vicenda. Se un giorno si creeranno le condizioni per affrontare democraticamente la questione curda in Iran, il negoziato sarà necessario. Ma sarà difficile risolvere la questione curda senza affrontare anche il problema più generale della democratizzazione dell’Iran. Per questo bisogna lavorare contemporaneamente su due piani: difendere i diritti del popolo curdo e costruire un’ampia alleanza tra curdi, persiani, turchi, donne, giovani, minoranze etniche e religiose e, più in generale, tutte le forze democratiche dell’Iran. Solo così la questione curda può smettere di essere trattata come un «problema di sicurezza» e diventare finalmente una «questione democratica».

Quando potrà il PJAK dire che la lotta armata ha esaurito la propria funzione e che è possibile passare ad altri strumenti?

Quando ci saranno le condizioni perché le persone possano decidere del proprio futuro senza paura. Ma c’è anche un criterio più semplice: quel momento arriverà quando la politica sarà in grado di assolvere alla funzione che in passato era affidata alle armi, cioè difendere la società e la sua esistenza, garantirne i diritti e costringere la controparte ad ascoltare la voce della popolazione. A quel punto, deporre le armi non significherà più perdere forza, ma trasferirla dal terreno militare a quello politico.

Per concludere, quale eredità vorrebbe lasciare alle future generazioni?

Non vorrei che l’eredità della nostra generazione fosse fatta soltanto di caduti, cimiteri e ricordi di guerra. Abbiamo vissuto in un’epoca in cui abbiamo dovuto combattere per il diritto di esistere, perché la nostra esistenza non fosse negata. È stato il prezzo pagato lungo il cammino verso la libertà. Ma il nostro desiderio è che le future generazioni non siano costrette a pagare lo stesso prezzo. Vogliamo che le future generazioni possano parlare la propria lingua, fare politica liberamente, vivere in una società in cui donne e uomini siano uguali, studiare nelle scuole e nelle università, partecipare alla vita politica e non essere costrette a prendere le armi per difendere la propria identità. Se la nostra generazione sarà riuscita a spostare la lotta dal campo di battaglia alla politica, dalle montagne alla società, dalla resistenza militare alla costruzione democratica, allora il sangue di tutti coloro che hanno perso la vita lungo questo cammino non resterà soltanto un ricordo del passato: avrà contribuito a costruire il ponte verso il futuro. Credo che la più grande vittoria dei curdi non sia restare per sempre dei buoni combattenti. La vera vittoria sarà diventare un popolo così libero, organizzato e democratico che nessuno possa più negarne l’esistenza e la libertà.

leggi anche: La guerriglia sopravvive dentro la montagna

* da il manifesto - 2 settembre 2026

23 agosto 2026

E se ci occupassimo di transizione energetica e clima invece che di melonate ?

 di Massimo Marino

Sono rimasti in pochi i sinceri negazionisti climatici, infarciti di scemenze e ignoranti in assoluta buona fede. 


Resta ancora qualche imbroglione, che per scrivere qualcosa su un giornale destrorso fa finta di niente e non vede 
né lo sterminio di anziani, né boschi e foreste che bruciano, né le amate centrali nucleare fermate perché l’acqua è troppo calda e le meduse intasano i filtri degli impianti di raffreddamento, né i fiumi trasformati in paludi mefitiche, né le cime dei ghiacciai nude e spelacchiate. Figuriamoci se gli interessa che abbiamo superato i 430 ppm di CO2 ( quando ero un ragazzotto nel ’68 erano 320 ), oppure che come Italia abbiamo il penoso record nel mondo di auto per abitante ( circa 70 su 100 abitanti) ma entro alcuni anni avremo meno km di metropolitane per km² del Bangladesh.

Niente da stupirsi se i padroni del mondo (petrolio e gas, automotive, finanza, assicurazioni, armamenti, costruttori e cementificatori ) siano disposti a tutto pur di impedire, ancora per qualche decennio, di avviare una transizione planetaria che garantisca un futuro al pianeta nella seconda metà del secolo.

Alcuni anni fa mi convinsi che la battaglia culturale contro i negazionisti era solo una grande e inutile perdita di tempo, una trappola per sviare l’attenzione dai distruttori del pianeta che continuano a fare i loro sacrosanti maledetti affari e ci propongono una bella battaglia ideologica fra i realisti che difenderebbero l’economia e garantirebbero il lavoro ( oltre ai loro sacrosanti dividendi miliardari) e i catastrofisti dell’ambiente che propinerebbero irresponsabili  ideologie ecologiste. Come sempre il modo migliore per arenare un serio terreno di scontro sociale, politico e culturale è quello di aggirare gli argomenti e le ragioni, inventare due poli e scatenare la battaglia delle curve da stadio o come quella fra i galli da combattimento che finisce con piume che svolazzano da tutte le parti mentre lo scommettitore se la svigna con il malloppo.

Otto anni fa la quindicenne Greta Thumberg, ragazzina anomala e irregolare, riuscì nel miracolo che nessun partito né verde né di altro colore era stato in grado di fare, indicando all’attenzione del mondo e non solo delle giovani generazioni, la grave responsabilità che Istituzioni internazionali, Governi e Partiti avevano ( senza grandi differenze fra loro) nel permettere che una manciata di multinazionali e di autarchi straricchi e fuori di testa potessero trascinarci alla distruzione del pianeta e di tutti coloro che lo abitano nel giro di qualche decennio. Friday for Future e altre decine di sigle non tutte note e attendibili, con giovani leader nella scia di Greta, rilanciarono l’abc della protesta ambientalista,  portarono milioni e milioni di persone in piazza in centinaia di manifestazioni e appuntamenti. L’onda verde coinvolse l’intero pianeta, dai paesi africani alle metropoli dell’occidente, dall’ONU alle COP. Nel 2022 Greta Thumberg pubblicò The Climate Book, un volume di 464 pagine contenente  parecchi suoi interventi su diversi aspetti della crisi ambientale e varie decine di ottimi contributi dei principali esperti e scienziati di diverse zone del pianeta. Mi sembra umanamente il massimo che potesse fare e lo ha fatto con grande impegno.

La nostra casa è in fiamme … Non abbiamo un pianeta B … Come osate ? .. ( rivolto ai potenti del mondo e alle loro parole vuote ). Milioni di persone si riconobbero in queste rabbiose e sincere urla di protesta di una ragazzina. Ma il movimento non trovò gli interlocutori capaci di trasformare la protesta in concreti obiettivi in grado di combattere quelle istituzioni e quei gruppi di potere che facevano da muro per impedire una conversione planetaria dell’intero pianeta nel nuovo secolo che avanza. Dal 2022 i potenti che governano il mondo, con poche defezioni, capirono che non potevano permettere di essere messi da parte  e si misero ad organizzare l’armata che attraverso tutti gli strumenti possibili ( media, contaballe, lobbisti, corruzione, repressione e violenza ) imponesse la loro sopravvivenza, almeno per qualche decina di anni, il tempo di arrivare miliardari e felici al camposanto, con un parola d’ordine semplice: va tutto bene così, non c’è nulla da cambiare, non ce ne andremo mai..

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I consumi finali lordi di Energia nel 2025 in Europa (EU) sono stati pari a circa 115 Mtep ( milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) quasi costanti da alcuni anni e in lentissima  discesa, almeno fino al 2030 nelle previsioni,  rispetto ai 133 Mtep del 2010. Non è vero che i consumi energetici hanno continuato e continuano a salire,  è solo un modo per ingarbugliare le carte che poi i numeri a consuntivo non avallano.  Secondo il PNIEC del 2019  ( Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima ) tutti gli Stati europei dovrebbero definire propri obiettivi  su cinque assi ( decarbonizzazione, efficienza energetica, sviluppo del mercato interno dell’energia, ricerca e innovazione,  competitività). L’obiettivo finale al 2030 sarebbe prima di tutto quello di garantire per l’Europa il proprio contributo alla riduzione delle emissioni di climalteranti ( di fatto CO2 e metano compreso il carbone residuo) e di raggiungere circa il 40% di rinnovabili nella produzione energetica lorda totale  ( corretto di recente  al 42,5%) nel 2030. Poiché nel 2025 si è appena superato il 26% è praticamente impossibile che in meno di 5 anni si possa recuperare almeno in parte significativa i 16 pp (  punti percento) per mantenere l’impegno. Considerato che l’Europa sarebbe una delle  aree  del pianeta più virtuose, tanto più dopo la svolta nefasta data dalla seconda amministrazione Trump agli USA, gli effetti devastanti sul clima di almeno due guerre regionali di grande impatto, la evidente accelerazione della crisi climatica al di là delle previsioni in alcune aree come il bacino  del mediterraneo e l’aumento esponenziale di incendi di grande dimensione nel centro-sud Europa, nell’ovest degli USA e in  Brasile, in India e Tailandia, tutti gli obiettivi, più o meno validi ed efficaci,  che ci siamo dati negli ultimi 30 anni , dalla COP1 di Berlino nel 1995 alla COP 30 di Belem del novembre 2025 sono andati in pezzi. Per quanto continuino a raccontarci la favola che i veri inquinatori sono Cina e India, dove in realtà i consumi energetici pro capite sono molto più bassi di quelli altissimi degli USA seguita da vari paesi occidentali, gli eventi climatici degli ultimi tre mesi sono le avvisaglie di quanto ci aspetta non avendo fermato il modello energetico ereditato dal secolo scorso in tutto l’Occidente.

Mario Tozzi e Luca Mercalli ci hanno rovinato il ferragosto sostenendo che nel prossimo decennio rimpiangeremo il clima di questi tre mesi infernali. Lasciamo perdere i negazionisti e chiariamoci le idee sugli obiettivi che sono praticabili punto per punto, su chi sono i nostri veri nemici e come combatterli, come riportare la battaglia per il clima e la sopravvivenza del pianeta al centro dell’attenzione e dell’impegno.  

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Nel 2025 l’Italia ha raggiunto il pessimo record dell’immobilismo sulle rinnovabili. Fermi al 48% di rinnovabili sul totale di produzione elettrica,  pressoché un caso unico in Europa. Istallati solo 7,2 GW di nuove rinnovabili, con il fotovoltaico che ha un po' compensato la crisi dell’idroelettrico in flessione per siccità  e scarse piogge e l’eolico demonizzato da frange sociali minoritarie, più o meno spontanee, che non sapendo cosa è una centrale nucleare o a carbone o a olio combustibile sostengono che pale eoliche e campi fotovoltaici disturbano il paesaggio, l’agricoltura e il turismo. In Germania invece istallati 23 GW, in Spagna 11 GW , in Francia 8 GW. Per la verità viviamo nel più totale immobilismo energetico dal 2014-2015 quando i governi Letta e Renzi e fra gli altri  l’intoccabile coppia De Scalzi-Scaroni alle aziende energetiche, scelsero tre strade mai cambiate dai sei governi succedutisi nei 10 anni successivi: privilegiare in toto le importazioni di petrolio e gas dalla Russia, lasciare tutti gli spiragli aperti possibili sognando il ritorno al nucleare, mantenere ai margini lo sviluppo delle rinnovabili ( troppo convenienti per gli utenti finali  e per migliaia di piccole e medie imprese e meno remunerative per le grandi aziende e per l’intera trafila di trasformazione e commercializzazione del settore fossile in piena intesa con l’automotive). Così mentre alcune decine di paesi si avviavano pur moderatamente sulla  strada delle rinnovabili, fra il 2014 e il 2026 abbiamo perso il tempo prezioso che ci restava per cambiare il modello energetico dopo aver fermato con due referendum (1987 e 2011) la scelta costosa, pericolosa e fallimentare  del nucleare. Nel 2014 su una domanda energetica totale  di 79 TWh avevamo 27,1 TWh di rinnovabili. Nel 2026 prevediamo 79,9 TWh di domanda totale e 28,9 TWh di rinnovabili: praticamente immobili.

La conseguenza della  mancata conversione è nota e riassumibile in pochi dati: nel 2025 abbiamo speso 53 miliardi all’estero per importazione di combustibili fossili: di recente per lo più GNL dagli USA e petrolio da Libia, Azerbaigian e Kazakistan oltre a una quota non definita ancora dalla Russia anche attraverso triangolazioni e navi più o meno fantasma. 

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Confesso che ho visto con perplessità la nascita e le prime azioni dei nuovi gruppi di ecologismo radicale tipo  Exctinction Rebellion dal 2019 e la derivazione  successiva di Ultima generazione dal 2021. Dopo 40 anni dalla nascita dell’ecologismo politico negli anni ‘80, la moltiplicazione di decine di sigle del campo ambientalista in tutto l’Occidente europeo,  l’esperienza ( e i fallimenti)  della presenza istituzionale a tutti i livelli dei Verdi,  il contributo, alla fine tutto sommato dignitoso ma circoscritto, delle vecchie associazioni dell’ambientalismo da  Greenpeace alla  Legambiente, penso che  i flash mob nonviolenti con l’imbrattamento di monumenti e fontane, la rottura di palle verso gli automobilisti con blocchi stradali o autostradali per ricordare che abbiamo un pianeta da salvare e che i negazionisti si sbagliano, non l’ho trovato un grande contributo di novità rispetto alla evidente crisi dei movimenti ambientalisti della precedente generazione.  Un abisso comunque, sul terreno mediatico, rispetto al coraggioso impegno di Greta Thumberg dopo il quale ben altro dovevamo inventare. Anche questa fase storica mi sembra al termine e poiché “ il re è nudo”  e ( aggiungerei )  sta andando a fuoco, quello che serve è precisare gli obiettivi, che oggi non sono per niente chiari, ed avere il coraggio di farli maturare con il consenso di una larga parte della società e delle generazioni che abitano il pianeta nella prima metà di questo secolo.

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  1) A partire dal 2027 con il nuovo governo, quasi irrilevante che sia di cdx o di csx,  è necessario recuperare almeno parte del terreno perduto nelle  nuove istallazioni di rinnovabili con l’obiettivo di 12-13 GW  annui per 4 anni per un totale che a fine 2030 si avvicini ai 50GW  e con un impegno economico di almeno 25 mld totali. Il recente decreto FER del governo di agosto, approvato dall’EU, prevede un totale di 37,15 GW  e 23 mld di impegno. L‘obiettivo 50GW/25mld è assolutamente realistico e a mio parere dovrebbe essere uno dei 10 punti principali di una qualunque alleanza elettorale che voglia davvero promuovere il cambiamento del modello energetico e almeno moderare la crisi climatica.  In particolare le nuove istallazioni, così come l’impegno di spesa dovrebbero essere suddivise in parti più o meno uguali fra Fotovoltaico di piccola taglia ( sui tetti delle abitazioni ), fotovoltaico a terra, eolico di grandi dimensioni in e off-shore. Diversi studi indicano che interventi di queste dimensioni hanno un impatto irrilevante sul consumo di suolo specie agricolo, in tutte le stime di gran lunga inferiore all’1%. Dubito che lo stesso decreto del governo del 6 agosto abbia davvero un futuro con governi simili a quello attuale o degli ultimi decenni. Un cambiamento non è prevedibile senza un rapido avvicendamento  dei vertici dei quattro  enti principali su cui il governo ha una qualche influenza ( ENI, ENEL, TERNA, ARERA) i cui esponenti vedono la conversione energetica con gli occhi rivolti al secolo scorso ( petrolio, gas e nucleare) e poco rivolti agli interessi futuri delle nuove generazioni  e del clima. “ 50/25 “  potrebbe essere il fulcro dei futuri flash mob, oltre che un punto di programma elettorale, lasciando in pace questi poveretti che in qualche anfratto del Consiglio dei ministri, del Parlamento e dei Media sbandierano ancora  il negazionismo climatico per farci perdere tempo e soddisfare le richieste delle lobby.

Restano  aperti  i problemi imposti dalla criminale arroganza ( la chiamano gentilmente “speculazione “), con la quale si impone a 60 milioni di utenti un “prezzo marginale” della bolletta  energetica che di fatto corrisponde al prezzo più alto specie del mercato del gas estratto  ( che viene in buona parte stabilito da un gruppo di finanzieri in Olanda e in Texas ) e che viene attribuito all’intero mercato elettrico anche se questo è ormai per almeno il 50% prodotto con le rinnovabili che hanno costi della metà o di due terzi minori della produzione termoelettrica. Insomma ci prendono per il culo e ci rubano anche un plus di soldi. La questione, solo apparentemente complessa, è semplice: Il governo deve imporre ai soggetti economici che il prezzo abbia un rapporto ragionevole e trasparente con l’origine e i costi reali di quanto prodotto. Insomma garantire un profitto e non attuare una rapina agli utenti imbelli. Va chiarito che tutto ciò nulla centra con le accise, l’unica tassa ( sacrosanta) che finanzia sanità, trasporti e istruzione pubblica, che anche i ricchi pagano e che nel caso del gasolio forse dovrebbe essere almeno simbolicamente aumentata, non diminuita per qualche settimana. Conseguentemente, considerato che non c’è alcuna scarsità di approvvigionamenti né di gas né di petrolio, ma al massimo di  alcuni prodotti di raffinazione a basso costo, causata sull’intero pianeta solo dai bombardamenti degli impianti ( da parte di USA e Iran, e vicendevolmente da Russia e Ucraina ) non c’è nessuna giustificazione per gli extraprofitti. Tanto meno di aziende ( compreso l’automotive )  e banche,  italiane o europee, che non hanno né problemi finanziari né di approvvigionamenti ma solo della quota di dividendi, sempre in crescita, stante anche  il fatto che da Hormuz transita meno del 20% dei combustibili fossili.

2) Per quanto succeda spesso che anche sui media si confonda i consumi energetici totali con quelli elettrici, i trasporti e in particolare la mobilità urbana e aerea sono ancora pressoché totalmente attribuibili ai combustibili fossili ( gasolio, benzina, gpl e metano, kerosene).  Circa il 95% nel mondo, almeno il 90-92 % in Italia ed Europa.  In Italia il settore dei trasporti e della mobilità rappresenta circa il 33 % dei consumi finali di energia totali del Paese. Vuol dire circa 38 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (Mtep) all'anno, praticamente il settore  più energivoro in assoluto. Ad oggi la mobilità elettrica è pressoché irrilevante tanto più se, come ricordava ai suoi tempi l’AD della Fiat-Chrysler Sergio Marchionne, una gran parte delle batterie viene ancora caricata dalle produzioni termoelettriche e non da rinnovabili. Siamo un paese anomalo, con il record assoluto di auto per abitante di tutto il pianeta, quasi 70 auto ogni 100 abitanti, una follia. Si accompagna, come ovvio, all’altro record negativo: abbiamo la rete di metropolitane più miserabile del pianeta. Poco più di 250 km in totale. Per dare un idea la città di Madrid da sola ne ha 291 km. Germania, Gran Bretagna e Francia sono ben al di sopra dei 600 km. La Cina ha superato i 12mila km. Almeno il 90% di italiani non è mai salito su una metro e non ha molto chiara la abissale differenza con un autobus o un tram. Molti ambientalisti un po' retrò ritengono che “ i mezzi pubblici e collettivi”, che non so perché andrebbero contrapposti all’auto,  siano quei rottami tecnologici del secolo scorso, inquinanti, rumorosi, costosi, spesso anche scomodi e normalmente impantanati nel traffico urbano ( incroci, semafori, a volte strisce pedonali.. ) chiamati bus e tram, le cui versioni a metano ed elettriche, vanto di Sindaci che si riterrebbero di sinistra e non so perché ecologisti, a parte la manutenzione hanno costi da rapina e infatti sono costruiti, grazie anche ad  un malinteso PNRR,  per svuotare i bilanci dei Comuni. Ovviamente continueremo a usare le auto in tutti i casi e le situazioni in cui non possiamo farne a meno ma in tutte le occasioni ( rare) in cui si sono completate nuove tratte di metro gli utilizzatori reali sono stati 2 o 3 volte quelli che erano stati stimati ( vedi il caso della modesta linea 1 di Torino).

La caratteristica unica e dirompente delle metropolitane è il percorso dedicato ( cioè privo di incroci, semafori e attraversamenti pedonali ) ma anche la possibilità di carico di utenti consistente riducendo e rendendo più scorrevole  il flusso di auto. Nelle grandi metropoli è indispensabile la costruzione di una  rete ( che si estenda normalmente in quattro direzioni  e che venga circoscritta da uno o due anelli in modo da risultare il  sistema di spostamento più efficiente in tutte le direzioni ( come costi, come tempi, come inquinamento, come velocità, come stress, come socializzazione ). E’ mia opinione che l’uso  delle metro va ben al di là di quello attuale: con poche eccezioni nei 140 Comuni italiani sopra i 50mila abitanti è utile e conveniente avere almeno una linea di metro ( cioè una linea dedicata, sotterra,  sopraelevata o a raso ) che attraversi il territorio da una parte all’altra, e almeno due linee incrociate nei 45 comuni sopra i 100mila abitanti. Sono necessari in Italia almeno 1000 km di metro nuovi  per avviare seriamente la conversione della mobilità. Tutto il resto ( piedi, bici, monopattini, car sharing, car pooling,  .. ), sono attività divertenti e salutari ma, specie in Italia,  hanno un impatto insignificante sulla mobilità totale. La metro diffusa  anche ai comuni medio-piccoli  avvantaggerebbe all’incirca 22 mil di abitanti. Ipotizzando un costo di costruzione con grande approssimazione di 100-120 mld  ( 100-120 mil/km) si tratta di 10-12 mld all’anno per 10 anni. Per chi ritenesse che io sia uno squilibrato o stia sognando ( “i soldi non ci sono” direbbe il divertente Cottarelli di turno )  ricordo che nel 2025 abbiamo speso 45 mld/anno per la spesa militare al 2% del PIL secondo gli std NATO  e che dovremmo raggiungere i 113 mld/anno  ( 68 mld in più all’anno ) se volessimo arrivare al 5% del PIL come richiesto dal nostro boss di oltreatlantico. 

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Soltanto degli squilibrati ( oltre ai padroni dell’automotive )  possono pensare che entro il 2035 potremo ancora aumentare le auto e gli altri mezzi simili circolanti nel mondo dagli attuali 1,7 mld  a 2,8 mld, a prescindere dalla lontana possibilità che 5-600 milioni siano del tutto o in parte elettriche (sono meno di 80 milioni oggi). In realtà ci stanno semplicemente prendendo in giro.  La verità è che il secolo dell’auto come vettore e simbolo  dominante della mobilità  è quello passato e che abbiamo ancora una decina di anni per tentare di contenere il disastro in cui ci siamo cacciati. 

Qualche parola per chi fosse preoccupato per il ridimensionamento del settore dell’auto. Gli occupati diretti nel settore automotive in Italia  sono all’incirca 170 mila ( su 10 milioni di operai totali del settore privato)  ai quali vanno aggiunti quasi altri 100mila indiretti. Nel 2000 gli addetti erano 500 mila e la loro drastica riduzione prima che al declino, già in corso, del settore  è dovuta come è noto ai processi di automazione spinta. Degli attuali addetti nel corso del 2025 parecchie decine di migliaia hanno usufruito di periodi di Cassa Integrazione parziale o totale. Soltanto Stellantis nel 2025 ha usufruito di ammortizzatori sociali vari per circa 20mila dei 36 mila addetti (62% degli addetti). Fra il 2020 e il 2024  Stellantis ha ridotto gli addetti effettivi di circa 10mila unità da 37mila a 27mila. Invece il settore delle rinnovabili e quello modestissimo della  mobilità alternativa all’auto  si avvicina già alle 100 mila unità. Il rilancio delle  rinnovabili e dei  nuovi sistemi di mobilità come proposti in questo intervento come punto centrale di una alleanza di alternativa, richiederebbero nuovi addetti in numero notevolmente al di sopra di quelli oggi coinvolti dagli  interventi di ammortizzatori sociali dell’ automotive ma sarebbero distribuiti in molte centinaia di aziende di piccola e media dimensione e impegnerebbero alla fine molto meno risorse. L’unico aspetto effettivamente negativo è che avremmo nel settore energetico e dell’automotive, una decina in meno di multimiliardari in Europa e nel mondo.  Consiglierei agli amici di AVS e soprattutto del M5S, a cominciare da quelli al Parlamento Europeo fino alla Sardegna ( che a mio parere sono deragliati fuori strada e si sono smarriti )  di lasciar perdere le richieste di sostegno al settore automotive o di riduzione delle accise e chiedere con più impegno la semplificazione legislativa e burocratica utile al rilancio delle  rinnovabili, della mobilità alternativa all’auto, oltre alla riconversione urbana e delle abitazioni con  la tutela del verde esistente. Argomento che tratterò in un successivo intervento.