14 aprile 2026

Ungheria: Orbán sconfitto anche dal suo sistema elettorale

di Francesco Brusa *

Ha perso il peggiore Tisza al 52,44%, Fidesz fermo al 39,14%. Affluenza record e sinistra dissolta. La dirigenza della coalizione democratica Dk si dimette

Il giorno dopo le elezioni la mappa del voto ungherese restituisce l’immagine certa e limpida di un paese che ha rifiutato in massa il leader uscente Viktor Orbán. Durante la giornata di domenica, infatti, la popolazione magiara si è recata alle urne stabilendo un’affluenza record del 79,55% (dieci punti in più delle parlamentari del 2022), con picchi nella capitale e nei distretti più occidentali ma con un’uniformità che ha abbracciato tutto il territorio. Indizio che l’opposizione di Tisza, capeggiata da Péter Magyar, è riuscita a convincere una fetta degli indecisi e dei delusi dalla politica, così come della percezione generale di questa elezione come occasione storica per un referendum definitivo sull’eredità dei sedici anni di governo del partito Fidesz (e del suo “satellite” cristiano-democratico Kdnp).

ORBÁN E I SUOI sono inciampati nello stesso meccanismo che avevano istituito per garantirsi super-maggioranze anche sulla base di uno scarto relativamente piccolo. Il voto popolare ha premiato la lista di Magyar con il 52,44% (oltre 3milioni di preferenze) mentre le forze uscenti si sono fermate al 39,14% (un crollo di circa dodici punti dalla scorsa tornata, con almeno 700mila voti persi). Ma è poi con le sfide dei candidati nei collegi uninominali – dove in molti temevano una tenuta di Fidesz, data la popolarità che ha solitamente dimostrato nelle campagne e fuori dalla capitale – che Tisza ha potuto guadagnarsi ben 136 posti in parlamento contro i 56 dell’avversario (su 199 totali). Un divario schiacciante che supera i due terzi, e che dunque consentirebbe al nuovo primo ministro di procedere con riforme costituzionali come in passato ha fatto proprio Orbán per riconfigurare l’assetto del paese in senso illiberale e “premieristico”.

SI TRATTA DI UN COMPLETO ribaltamento dei ruoli, con l’ex-partito di governo che si vede relegato alle cifre marginali delle inconcludenti opposizioni che hanno tentato di scalfire il suo potere con vari formule. Sembrerebbe anzi che Magyar abbia avuto successo laddove nel 2022 fallì Péter Márki-Zay, con una coalizione “arcobaleno” che andava dal socialiberalismo di Dk alla destra estrema di Jobbik: costruire un consenso trasversale a tutto lo spettro politico, incarnato però stavolta da una figura nuova e carismatica.

La quale, inoltre, ha avuto il vantaggio di provenire dagli ambienti di Fidesz e dunque di non essere percepita come troppo disallineata rispetto al conservatorismo di fondo che continua a far da “baricentro” rispetto al sentimento della popolazione. Allo stesso tempo il crollo verticale di Orbán (con i suoi candidati a prevalere solo in 13 distretti su 106, soprattutto nell’est al confine con l’Ucraina, con alcune competizioni anche piuttosto serrate) è il segno anche della fine inesorabile di un ciclo politico, che non ha retto l’urto della crisi economica e di una disaffezione popolare diffusa in attesa di essere incanalata dentro una piattaforma credibile.

INTANTO L’UNICO altro partito a superare la soglia di sbarramento è l’ultranazionalista Mi Hazánk (6 seggi), nato da una scissione interna a Jobbik. Nonostante il cambio di rotta storico uscito dalle urne di domenica, il parlamento ungherese si delinea comunque come una gradazione politica tutta spostata a destra – senza contare che in campo di diritti migratori Magyar pare promettere una continuità netta con il lascito di Fidesz, mentre sulle tutele per la comunità Lgbt resta comunque ambiguo. Dato il misero risultato (1%) la dirigenza della coalizione democratica-Dk ha annunciato le proprie dimissioni. «Spero che le persone di sinistra che hanno votato per Tisza non rimangano deluse», ha dichiarato la presidente Klára Dobrev. Anche il partito del cane a due code-Mkkp, soggetto nato con un approccio satirico e performativo ma che nel tempo si è imposto come esperimento capace di incidere in alcuni contesti locali, non ha raccolto alcuna percentuale rilevante.

A LIVELLO RAPPRESENTATIVO la sinistra ungherese si è dissolta nel dilemma di come rompere la propria marginalità. La più parte dei votanti ha scelto di convergere verso la speranza offerta, pur con diverse ambiguità, da Tisza: riportare le “regole del gioco” dentro una cornice democratica può essere forse l’unico punto di (ri)partenza – come di fatto ha un po’ sostenuto il sindaco progressista di Budapest, Gergely Karácsony, con il suo appoggio convinto a Magyar. Ma la strada, dato anche il torvo quadro internazionale che non cesserà di portare venti di perturbazione, è tutta in salita.

leggi anche : La nuova Ungheria di Magyar, tra qualche luce e molte ombre

*da il manifesto  14 aprile 2026

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Ungheria: «Non c’era altra scelta, non era un voto all’interno di una democrazia»

 di Marta Massa *

Dopo il voto nel centro sociale Gólya Presszó, i dubbi e la festa

 È il giorno dopo le elezioni in Ungheria. Budapest è una città calma e silenziosa dopo la notte di festeggiamenti che hanno inondato ogni piazza del centro. Le strade vengono ripulite alle prime ore del mattino, e il traffico riprende con la sua regolare quotidianità. Il primo giorno da sedici anni in cui è possibile immaginare un futuro senza Viktor Orbán al governo. Nella notte di domenica la città comincia a prenderne coscienza.

Intorno alle 21, due ore dopo la chiusura dei seggi, il primo ministro uscente concede la vittoria all’avversario Péter Magyar, leader di Tisza, e a Gólya Presszó, un centro sociale punto di riferimento per le comunità del Distretto VIII, dove il popolo di sinistra si è dato appuntamento per seguire i risultati, la stanza rimane sospesa per qualche secondo prima di esplodere in abbracci e grida di gioia. Questo momento di sospensione, riflette la percezione di gruppi di resistenza, movimenti di sinistra e di attiviste e attivisti Lgbtqia+ locali, che hanno fatto di Gólya la loro sede: per le comunità marginalizzate, Tisza non rappresenta una reale opzione e la tensione percepita è tangibile.

Ne parliamo con Sofia, attivista di Budapest e parte attiva della comunità di Gólya. «Sui giornali ungheresi stanno presentando Tisza come un’operazione di liberazione, il che è davvero ridicolo. Il ministro degli esteri designato da Tisza è Anita Orbán, ex membro di Fidesz. Lei lavorava per la Heritage Foundation, think tank noto soprattutto per aver ideato il Project 2025 di Trump. Quindi la verità è che l’opposizione è esattamente altrettanto pericolosa. Anche Péter Magyar, ha fatto parte di Fidesz per dodici anni.

Ha deciso di lasciare il partito solo a seguito di un conflitto personale, non divergenze politiche. Nessuno di noi ha alcuna speranza che Magyar porterà effettivi cambiamenti. Forse la corruzione diminuirà un po’.

Forse i media e giornali saranno leggermente più indipendenti. Posso anche immaginare che ci possano essere dei cambiamenti a livello giuridico, forse ci sarà meno violenza da parte della polizia e delle forze armate, ma in sostanza temiamo tutte e tutti che rimarrà tutto uguale. Come attivista mi aspetto davvero di continuare quello che sto facendo. Mi aspetto anche che la gente perda la speranza in Tisza dopo un po’ e questo potrebbe essere l’inizio di un cambiamento, non a livello politico, ma all’interno della società civile. Dobbiamo continuare a manifestare e supportare il dissenso pubblico».

Il clima di tensione costante che ha fatto parte della quotidianità di attiviste e attiviste ungheresi, appartiene anche al mondo del giornalismo indipendente. Per Kincso B.-Juhász, giornalista ed editrice di Mérce (giornale apertamente antifascista, in un sistema che dal 2025 criminalizza l’antifascismo), la vittoria di Tisza rappresenta rinnovate incertezze: «Personalmente, sto vivendo il primo cambiamento tangibile da quando ho iniziato la mia attività politica. Allo stesso tempo, come donna, come membro della minoranza ungherese di origine rumena e come giornalista di sinistra, sono ben consapevole che questa non è la fine della lotta delle minoranze e degli attivisti di sinistra. Credo sia difficile prevedere quale sarà la situazione per i media indipendenti dopo le elezioni. Ci sono motivi per aspettarsi un miglioramento nell’accesso alle informazioni governative.

Tuttavia, il panorama non diventerà necessariamente meno competitivo. Magyar sta anche costruendo il proprio ecosistema mediatico (Kontroll), che probabilmente rimodellerà il settore in modi nuovi. Da una prospettiva di sinistra, la situazione rimarrà complessa. Tisza è un partito di centro-destra e rimango scettica sul fatto che una formazione di queste dimensioni possa portare al tipo di cambiamento profondo e strutturale in cui molti di noi sperano. C’è stato un momento di sollievo e di festa per la fine di un’era sempre più antidemocratica, ma dobbiamo ricordare che il lavoro continua, dovremo ancora organizzarci, far sentire la nostra voce e lottare per i nostri diritti».

Preoccupazioni simili le esprime Lilla, ballerina contemporanea transgender e attivista queer che fa parte della comunità ballroom locale: «Avevo solo 9 o 10 anni quando Orbán fu eletto per la prima volta. Quando ho compiuto 18 anni il sistema di riconoscimento legale del genere è stato bloccato e non ho mai potuto cambiare il mio nome nei documenti. Da allora ho iniziato a fare attivismo. Non credo che con Tisza ci saranno grandi cambiamenti.  Se ci fosse una vera democrazia nel paese, e avessimo avuto altri partiti tra cui scegliere, avrei sicuramente scelto qualcun altro. Ma non possiamo parlare di democrazia qui adesso. Quindi temo che a lungo andare, tra un anno o due, tutto tornerà come prima. Mi sono lasciata trasportare dall’entusiasmo di questa vittoria, ma non mi rimane altro che il mio ottimismo e la mia speranza. Perché sinceramente non credo che le cose miglioreranno».

La tensione sospesa rimane su Budapest, dopo il giorno delle elezioni. Il futuro dipinto dal partito Tisza lascia dubbi e preoccupazioni concrete per attivisti locali, nell’alba di un domani che appare molto simile ai giorni precedenti.

leggi anche: «Nulla è cambiato». A Budapest l’antifascismo resta un reato

* da il manifesto 14 aprile 2026

 




Iran: «I curdi non sono il proxy di nessuno. Necessaria un’opposizione unita»

 di Tiziano Saccucci *

“ Un’opposizione iraniana democratica e inclusiva, che rappresenti tutte le identità. Stiamo lavorando in questa direzione”

Tra guerra e cessate il fuoco, mentre in Iran si riapre il confronto sull’opposizione e sui suoi possibili assetti futuri, la questione curda resta uno dei nodi irrisolti. Rıvar Abdanan, portavoce e membro del Consiglio esecutivo del Partito per la Vita Libera in Kurdistan (Pjak), ne parla al manifesto.

Durante la guerra, il presidente degli Stati uniti Trump è passato dall’incoraggiare una rivolta curda in Iran al dichiarare di voler tenere i curdi fuori dal conflitto, arrivando infine ad accusarli di aver trattenuto armi fornite loro per essere distribuite ai manifestanti. Quanto c’è di vero in queste affermazioni?

I curdi, come nazione, hanno un peso politico significativo in Medio Oriente. Non siamo il proxy di nessuno, decidiamo autonomamente come posizionarci rispetto agli sviluppi politici regionali. Come Pjak, operiamo in base a questa realtà politica e sociale del Kurdistan, interagendo con diversi attori. Ci sforziamo di mantenere relazioni positive per raggiungere i nostri obiettivi. Finora nessun governo ci ha fornito armi. Se, come sostenuto, è stata fornita assistenza a uno specifico partito curdo, non ne siamo a conoscenza e non possiamo né confermare né smentire.

Il Pjak è stato invitato all’Iran Freedom Congress di Londra, poi escluso e infine di nuovo invitato. Cosa è successo?

Inizialmente abbiamo riscontrato pratiche antidemocratiche, monopolistiche e poco trasparenti. Abbiamo denunciato la situazione e molte figure hanno assunto una posizione democratica a sostegno della nostra partecipazione al Congresso, cosa che apprezziamo. Gli organizzatori hanno infine riconsiderato il loro approccio iniziale e il principio di una partecipazione equa e democratica è stato posto come base. Consideriamo questo un passo importante.

In quell’occasione sono emerse anche notizie di disaccordi interni alla coalizione dei partiti curdi. Qual è lo stato attuale di questa coalizione?

Affronteremo gli aspetti di una questione che riguardano le dinamiche tra organizzazioni curde attraverso il meccanismo della coalizione. Così, cerchiamo di prevenire comportamenti che possano portare a divisioni. Il nostro impegno è garantire che la coalizione sia funzionale, operi con trasparenza, mantenga un atteggiamento positivo e responsabile e serva al meglio la nazione curda.

Dopo il congresso, ritiene possibile la formazione di un fronte di opposizione unito in Iran, che includa anche forze diverse dai gruppi curdi?

Un’opposizione di questo tipo rappresenta una necessità storica e un’esigenza urgente. Accoglieremmo con favore la formazione di un’opposizione iraniana democratica e inclusiva, che rappresenti tutte le identità presenti nel Paese. Stiamo lavorando in questa direzione. Auspico che le organizzazioni politiche e civili iraniane, insieme ai partiti e alle personalità indipendenti, possano muoversi verso la nascita di un’opposizione fondata sul consenso e sulla convergenza di tutte le componenti.

Dopo il cessate il fuoco, quali sono le vostre aspettative?

Indipendentemente dal fatto che il cessate il fuoco conduca a uno stallo, a una nuova escalation del conflitto, a un compromesso o alla resa della Repubblica islamica, il popolo iraniano, inclusi i curdi, continuerà a lottare per le rivendicazioni democratiche portate avanti da molti anni. Libertà, uguaglianza, giustizia sociale, autogoverno, Jin Jiyan Azadi (Donna, Vita, Libertà) e molti altri valori politici e sociali restano all’orizzonte della nostra lotta e di quella del popolo iraniano.

La possibile fine della guerra non potrebbe segnare anche la fine di una finestra di opportunità per i curdi in Iran?

I curdi e la nostra organizzazione, il Pjak, continueranno a perseguire i propri obiettivi politici, indipendentemente dal fatto che la guerra prosegua o si concluda. Proteggere l’esistenza del popolo curdo, ottenere diritti e libertà e garantire uno specifico status politico ufficiale sono questioni strategiche e vitali. In ogni circostanza, continueremo a portare avanti le nostre attività politiche per il raggiungimento di questi obiettivi.

leggi anche: Offensiva curda mai esistita. Ma lo scontro resta nell’aria

* da il manifesto - 14 aprile 2026

10 aprile 2026

«La sinistra ungherese non esiste. Il 12 aprile sarà un referendum su Orbán»

 

Intervista a  András Bozóki, professore di Scienze politiche alla Central european university di Vienna( di Davide Galluzzi da il manifesto 9 aprile 2026 )

András Bozóki, nato a Budapest, è professore presso il Dipartimento di Scienze Politiche della Central European University di Vienna. Tra i principali esponenti delle consultazioni politiche che, nel 1989, hanno portato al cambio di regime in Ungheria, è stato anche ministro della Cultura durante il secondo governo Gyurcsány, l’ultimo di centro-sinistra prima della vittoria di Viktor Orbán.

Professor Bozóki, come potremmo definire l’Ungheria di oggi, dopo sedici anni di orbanismo?
Esattamente l’opposto di quello che era prima. Dopo la svolta dell’89 nacque un sistema multipartitico, ma progressivamente la democrazia divenne più elitista e si capì che le sue radici nella società non erano profonde. Fidesz, il partito di Orbán allora all’opposizione, riuscì a trarre vantaggio da questo, dalla crisi economica del 2008-2009 e dagli errori del governo in carica, avviando un discorso populista. Le elezioni del 2010 portarono alla sconfitta del blocco liberalsocialista e a una vittoria della destra. Viktor Orbán, un leader carismatico, venne visto come un’alternativa credibile. Nel 2010 il suo programma era molto più moderato. La svolta avvenne nel 2015-2016 con la vittoria di Trump, la crisi migratoria e la Brexit. Questo diede coraggio a Orbán, che iniziò a eliminare la stampa indipendente. L’economia è stata centralizzata e l’egemonia del governo si è estesa alla sfera culturale, mentre le opposizioni sono state criminalizzate. In poche parole, Orbán ha provato a creare un regime gerarchico in cui lui e i suoi accoliti controllano tutto. Il 12 aprile sarà una sorta di referendum: volete che Orbán rimanga al potere o no?

Com’è stata possibile la scomparsa totale dell’opposizione tradizionale e del fronte progressista?

Dopo 16 anni di presenza parlamentare, il giudizio popolare su di loro è impietoso: non solo i cittadini non li ritengono più degni di fiducia, ma molti sospettano che siano partiti civetta, supportati da Orbán per mantenere l’illusione di un sistema multipartitico e democratico. Per quanto riguarda la sinistra, per smarcarsi dal passato comunista, dopo l’89 ha provato a trasformarsi in forza centrista, una sorta di “terza via” social-liberale sull’esempio di Tony Blair. Così facendo, però, ha dimenticato la solidarietà sociale, allontanandosi dalle fasce deboli della società che quindi si sono avvicinate ai partiti etno-nazionalisti. Questo, soprattutto con la crisi del 2008-2009, ha aperto le porte a Orbán e al suicidio del fronte progressista. La sinistra ungherese non esiste, oggi, come forza credibile. Ci vorranno diversi anni per uscire dall’ombra lunga del post-comunismo, dell’etno-nazionalismo e del neoliberismo.

Tornando alle elezioni, quali sono stati i temi principali di questa campagna elettorale?
Orbán ha insistito per tutta la campagna elettorale sul tema della sicurezza, della guerra e della pace e dei pericoli esterni che minacciano l’esistenza dell’Ungheria, Ucraina in primis. È stata una campagna surreale, senza contenuto politico. Inoltre, Fidesz porta avanti una battaglia contro Bruxelles e la sua presunta influenza woke, ma insiste sul voler riformare l’Ue grazie alla fazione dei Patrioti, non sull’uscita dall’Unione. Questo costante allarmismo rischia però di non smuovere i voti degli indecisi: gli ungheresi sono stufi della propaganda orbanista e delle continue fake news che rendono difficile distinguere il vero dal falso. Anche Péter Magyar insiste sul tema della pace e ha affermato che, in caso di vittoria, nessun soldato ungherese verrà inviato in Ucraina o in Iran. Ma ha anche promesso indagini sulla “mafia di Orbán” e il ritorno deciso di Budapest in Europa e nel campo occidentale.

Esiste un gap generazionale tra gli elettori? E la differenza tra città e campagna è ancora reale?

Eccome! I cittadini sotto i 40 anni, tendenzialmente, supportano Tisza, il partito di Magyar, mentre gli elettori sopra i 65 anni sono in maggioranza pro-Fidesz. Sarà quindi la fascia più popolosa, quella tra i 40 e i 65 anni a decidere il destino di queste elezioni. L’altra differenza è appunto quella tra città e campagna, dove le prime sostengono Magyar, mentre le seconde, dove si concentrano le fasce più anziane e dove vi sono sacche di povertà estrema, sono il regno di Orbán.

Con le istituzioni principali in mano a Fidesz, quali sarebbero le sfide che Tisza dovrebbe affrontare in caso di vittoria?

Il nuovo governo dovrebbe muoversi in modo molto tattico. Naturalmente le aspettative sono molto alte: Magyar non può permettersi di non fare niente per cambiare la situazione. Il nuovo governo verrebbe eletto in base alla promessa di eliminare l’autocrazia presente. Magyar sarà obbligato a un cambiamento strutturale in senso democratico perché questa è la spinta degli elettori: se dovesse fallire, il partito imploderebbe. Il modo in cui questo cambiamento avverrà, sarà questione di opportunità politica. Qualora la vittoria di Tisza dovesse essere risicata, un cambiamento radicale e immediato potrebbe portare a uno scenario da potenziale guerra civile. Il primo obiettivo per Magyar, quindi, è quello di vincere le elezioni ed eliminare il regime: la posta in gioco è molto alta.

nella foto: András Bozóki professore di Scienze politiche alla Central european university di Vienna

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Democrazia illiberale, Viktor Orbán ha costruito un sistema che sopravvive anche senza di lui

( di Andrea Fioravanti * da Linkiesta.it - 10 aprile 2026 )  

Se non conquisterà una maggioranza dei due terzi in Parlamento, Péter Magyar rischia di governare dentro un sistema modellato negli anni su misura del leader di Fidesz, dalla Corte costituzionale al recente Ufficio per la protezione della sovranità

Il 12 aprile Viktor Orbán potrebbe perdere le elezioni per la prima volta dopo sedici anni, ma questo non basterebbe a smantellare il sistema che ha costruito finora. Da quando è tornato al potere nel 2010, il premier ungherese ha reso il suo paese una perfetta democrazia illiberale. In quattro legislature, Orbán ha riscritto la costituzione, modificato la legge elettorale, ridisegnato le circoscrizioni e soprattutto collocato uomini di fiducia nei punti chiave dello Stato, dalla Corte costituzionale alla procura, dalle autorità di controllo fino agli organismi che regolano i media. Ha progressivamente ridotto gli spazi di autonomia delle istituzioni indipendenti, trasformato l’informazione in un sistema fortemente sbilanciato a favore del governo e costruito meccanismi che legano decisioni cruciali, come il bilancio, a organi non eletti ma nominati durante i suoi mandati. E gran parte di queste leggi possono essere modificate solo con il voto di due terzi del Parlamento. 

Per questo motivo non è cruciale solo capire se il suo sfidante Péter Magyar vincerà le elezioni, ma di quanto. Al momento, gli ultimi sondaggi degli istituti indipendenti mostrano un vantaggio netto di Tisza: al 56 per cento secondo il 21 Research Centre, 51 per cento secondo il Závecz Research Institute, contro il 37-38 per cento di Fidesz, il partito di Orbán. Però questo dato rileva le preferenze degli ungheresi che hanno già deciso cosa votare. La vera partita sarà convincere la quota alta di indecisi, tra il 20 e il 26 per cento. Anche così si spiega la recente visita a Budapest del vice presidente degli Stati Uniti JD Vance. Non a caso l’Ungheria è uno dei pochi paesi europei indicati nella Strategia di sicurezza nazionale americana come terreno su cui esercitare un’influenza politica diretta: insieme a Polonia, Austria e Italia. Budapest è considerata la leva per indebolire la coesione dell’Unione europea da Washington, ma anche un po’ da Mosca.

Le interferenze elettorali, palesi o nascoste, potrebbero essere più efficaci grazie alla legge elettorale approvata dal governo Orbán tra il 2011 e il 2013. Il premier ungherese non solo ha ridotto il numero dei parlamentari da 386 a 199, ma ha ridisegnato in modo asimmetrico i collegi uninominali, quelli che assegnano il seggio con un sistema secco, chi prende un voto in più vince tutto, in modo da favorire sistematicamente Fidesz. A Budapest e nelle grandi città, dove l’opposizione è più forte, i confini sono stati tracciati in modo da concentrare gli elettori anti-governativi in pochi collegi sicuri, vinti con margini ampi, oltre il 60 per cento. Mentre nelle contee come Borsod-Abaúj-Zemplén o Szabolcs-Szatmár-Bereg, nel nord-est dell’Ungheria, Fidesz ha spesso vinto con percentuali attorno al 45-50 per cento dei voti grazie alla divisione delle opposizioni. Anche nella cintura della contea di Pest, dove i collegi uniscono periferie urbane densamente popolate e aree rurali più conservatrici, la distribuzione territoriale del voto tende a favorire il partito di Orbán.

Risultato: l’opposizione spreca voti dove vince largamente, mentre Fidesz trasforma vantaggi più piccoli in molti più seggi. Il capolavoro lo si è visto nel 2018: con poco meno del 50 per cento dei voti, Fidesz ha ottenuto 91 seggi sui 106 collegi uninominali disponibili: una sovrarappresentazione enorme rispetto al consenso reale. Oltre al danno dell’uninominale c’è la beffa del proporzionale che assegna gli altri 93 seggi. Il sistema ungherese prevede un meccanismo di compensazione che include non solo i voti dei candidati sconfitti nei collegi uninominali, ma anche quelli in eccesso dei candidati vincitori, cioè i voti ottenuti oltre la soglia necessaria per battere l’avversario. In pratica, Fidesz beneficia due volte della sua forza nei territori: prima vincendo i seggi locali, poi trasformando anche i voti già sufficienti alla vittoria in ulteriori seggi proporzionali. Se ve lo state chiedendo: sì, per modificare la legge elettorale serve una maggioranza dei due terzi del Parlamento. 

In questi sedici anni di democrazia illiberale, Orbán ha nominato uomini fidati ai vertici di quasi tutti gli organi chiave dello Stato, spesso con mandati che vanno oltre il ciclo elettorale. Vale per i quindici giudici della Corte costituzionale, così come per il procuratore generale, Péter Polt, ex parlamentare di Fidesz, riconfermato nel 2019 per un mandato di nove anni. In particolare il nuovo governo dovrà fare i conti, in tutti i sensi, con il Consiglio fiscale, l’organo che deve approvare il bilancio dello Stato. Se il nuovo parlamento a maggioranza anti orbaniana non riuscirà ad approvare la finanziaria entro il 31 marzo, il presidente della Repubblica, Tamás Sulyok, eletto grazie a Fidesz, potrà sciogliere il Parlamento e indire nuove elezioni.

Anche la Corte costituzionale non sembra così neutrale. Negli anni è intervenuta più volte a favore di Orbán. L’ultimo caso è del 13 marzo, quando ha annullato una sentenza della Corte suprema ungherese, la Curia, che aveva imposto ai media pubblici ungheresi di garantire una copertura equilibrata tra i partiti durante la campagna elettorale. Secondo i giudici della Corte costituzionale, la Curia aveva introdotto un vincolo eccessivo sull’autonomia editoriale dei media pubblici e non trovava un fondamento diretto nella Costituzione. 

Oltre la ragnatela istituzionale c’è il problema dell’informazione. Negli ultimi quindici anni il panorama mediatico ungherese è stato addomesticato dal governo Orbán attraverso leggi, acquisizioni pilotate e gestione partigiana dei fondi pubblici. Centinaia tra giornali locali, televisioni, radio e siti online sono confluite nella fondazione KESMA (Central European Press and Media Foundation), creata nel 2018 e controllata da figure vicine al governo, che riunisce oltre 400 media sotto un’unica struttura. Gli investimenti statali nella pubblicità si concentrano in larga parte sui media favorevoli al governo, mentre quelli indipendenti faticano ad accedere a queste risorse, con effetti diretti sulla loro sostenibilità Le conseguenze sono particolarmente visibili fuori da Budapest. In molte aree rurali e nelle piccole città ungheresi, i giornali locali e le emittenti disponibili appartengono quasi esclusivamente al circuito pro-governativo, e l’accesso a fonti di informazione alternative è limitato.

Infine Orbán avrebbe una mina vagante in grado di ingaggiare una battaglia dopo l’altra per destabilizzare un eventuale governo Magyar. Si tratta dell’Ufficio per la protezione della sovranità, istituito nel 2024 dal governo, per indagare su presunte interferenze straniere nella politica ungherese. In pratica può esaminare l’attività di media, ONG e organizzazioni civiche accusate di ricevere fondi dall’estero o di influenzare il dibattito pubblico. Non ha poteri sanzionatori diretti, ma dispone di strumenti comunque incisivi: può richiedere documenti, raccogliere dati, avviare indagini e pubblicare rapporti ufficiali. Nei primi mesi di attività, l’ufficio ha già preso di mira alcune delle principali organizzazioni indipendenti, come il centro di giornalismo investigativo Átlátszó e Transparency International Ungheria, accusandole di operare come gruppi di pressione legati a interessi stranieri.

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Nelle campagne ungheresi dove vige il sistema Orbán. “Se non lo voti sei finito” (La Repubblica - 10 aprile 2026, di Tonia Mastrobuoni) Viaggio sulle colline al confine con la Slovenia dove in tanti denunciano intimidazioni e brogli a favore del leader magiaro ...

"Fidesz è un sistema feudale, per debellarlo Magyar dovrà conquistare la maggioranza assoluta”( La Repubblica - 10 aprile 2026, di Tonia Mastrobuoni)  Intervista a József Péter Martin, direttore esecutivo di Transparency International in Ungheria, che spiega perché lo sfidante del leader magiaro non sarà un “mini-Orbán”... 

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Chi è Peter Magyar, il principale antagonista di Orban secondo i sondaggi. (Budapest, 16 marzo 1981) è un politico, avvocato e attivista ungherese, presidente del Partito del Rispetto e della Libertà dal 22 luglio 2024. Dal 2002 al 2024 ha fatto parte del partito Fidesz e durante la sua militanza è stato uno dei collaboratori più stretti di Viktor Orban. Il 15 marzo 2024 ha annunciato la sua intenzione di fondare un nuovo partito, ponendosi all'opposizione del Fidesz-KDNP di Viktor Orbán. Decide alla fine di unirsi al semi sconosciuto Partito del Rispetto e della Libertà, diventandone leader e portando il partito alle elezioni decisive del 12 aprile 2026…. Nel febbraio 2024 il nome di Magyar Péter è tornato al centro dell'attenzione in relazione al caso di grazia di Novák Katalin riguardante Endre Kónya, coinvolto nello scandalo pedofilo di Bicske. L'ex marito dell'ex ministra della giustizia Judit Varga divenne infatti un inatteso protagonista secondario della vicenda che portò alle dimissioni di Katalin Novák. Magyar, poco dopo le dimissioni sia della Novák che della Varga, si dimise a sua volta dalle posizioni ricoperte in aziende a partecipazione statale e formulò dure critiche contro alcuni membri del governo. Nei suoi attacchi fece riferimento in particolare al ministro Rogán Antal, che secondo le sue affermazioni sarebbe in larga misura responsabile dell'erosione dello stato di diritto in Ungheria…. Il 15 marzo annunciò il lancio del suo nuovo movimento politico, "Talpra, Magyarok!" (traducibile come In piedi, ungheresi!), in un evento sull'Andrássy út, dove parlò tra l'altro di una società artificialmente divisa, di partiti di opposizione che in realtà sarebbero controllati dal governo e interessati a vantaggi economici, e dello spostamento di gran parte del patrimonio statale in fondazioni vicine al Fidesz.

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Elezioni parlamentari in Ungheria del 2022.  Per l'elezione dei membri dell'Assemblea nazionale, la legge elettorale ungherese prevede l'applicazione di un sistema elettorale misto. Nello specifico, dei 199 seggi totali:106 sono assegnati secondo un sistema maggioritario secco in collegi uninominali. I 93 seggi rimanenti, invece, sono assegnati secondo un sistema proporzionale con soglia di sbarramento, stabilita al 5% per i singoli partiti ed al 10% per le coalizioni, applicato in un unico collegio nazionale. ... l’opposizione spreca voti dove vince largamente, mentre Fidesz trasforma vantaggi più piccoli in molti più seggi. Il capolavoro lo si era visto nel 2018: con poco meno del 50 per cento dei voti, Fidesz ha ottenuto 91 seggi sui 106 collegi uninominali disponibili: una sovrarappresentazione enorme rispetto al consenso reale.  TAB

Elezioni europee 2024 -Magyar annunciò la creazione di una nuova forza politica "non aggirabile e non comprabile", presentando un programma in 12 punti. Il partito, che non era ancora formalmente costituito il 13 marzo 2024, veniva già stimato al 13% di popolarità, salito oltre il 20% il 16 marzo. Alla manifestazione iniziale parteciparono, secondo stime preliminari, oltre cinquantamila persone. Il 6 aprile 2024 convocò una manifestazione in piazza Kossuth, dove davanti a centinaia di migliaia di partecipanti annunciò la partecipazione alle elezioni europee del 9 giugno.  Il 10 aprile 2024 annunciò che avrebbe partecipato alle elezioni europee del 2024 con il partito TISZA. Alle elezioni il partito ottenne il secondo maggior numero di seggi dopo Fidesz–KDNP: con il 29,53% dei voti conquistò 7 seggi. Viene eletto eurodeputato e decide di aderire al gruppo di centro-destra del PPE    

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Ungheria, cinque i partiti in corsa nelle elezioni politiche del 12 aprile

Concorrenze rischiose nell'opposizione   ( Redazione ANSA - 7 marzo 2026)

Con la chiusura della raccolta di firme, è definitivo che saranno cinque i partiti in corsa sulle schede del voto, decisivo per il premier Viktor Orban, il 12 aprile in Ungheria. Oltre il Fidesz di Orban e il Tisza (Libertà e onore) di Peter Magyar, i due grandi partiti, anche tre più piccole formazioni hanno riuscito di raccogliere le firme necessarie: il partito di estrema destra Patria nostra (Mi hazank), un partito di sinistra, i Democratici (Dk), e un partito azionista e anti-elitario, il partito del Cane a doppia coda (Kètfarku kutyapart).
 Stando ai sondaggi, dei tre, solo gli estremisti di destra hanno una reale possibilità di passare lo sbarramento di 5%, e mandare deputati nel futuro Parlamento, dove potranno aiutare il Fidesz contro il blocco del Tisza. Invece, i candidati dei Democratici e degli azionisti faranno concorrenza nei collegi uninominali a quelli del Tisza, mettendo a rischio la vittoria dell'opposizione contro Orban. La sorte delle elezioni, con il sistema misto in vigore, si deciderà proprio nei collegi uninominali: per vincere, bisogna conquistare almeno 56-58 collegi su 106.  Magyar ha chiesto ai piccoli partiti di non concorrere per aiutare il cambio di regime, ma secondo Klara Dobrev, leader dei Democratici, senza la sinistra non si può battere Orban.