di Tiziano Saccucci *
dal Rohjelat - Kurdistan Iraniano
Intervista a uno dei leader del
Partito per una Vita Libera in Kurdistan: «La più grande vittoria dei curdi non
è restare per sempre buoni combattenti. Vogliamo che le future generazioni non
siano costrette a prendere le armi»
Fuad
Beritan Membro del Consiglio di leadership del Pjak, il Partito per una
Vita Libera in Kurdistan
Fuad Beritan è membro del
Consiglio di leadership del Pjak, il Partito per una Vita Libera in Kurdistan.
Il manifesto lo ha incontrato sulle montagne del Kurdistan per discutere del
futuro del movimento curdo in Iran dopo i cambiamenti in Turchia e in Siria.
Partiamo dal Rojava. Come
valuta la fine delle SDF come forza militare indipendente?
Non credo che sia la fine del
Rojava. Al contrario, penso che segni la conclusione di una fase e l’inizio di
un’altra. Il Rojava non si è mai ridotto alla sua dimensione militare, e non
può quindi scomparire con lo scioglimento o l’integrazione delle SDF. È
un’esperienza sociale, politica e democratica, nata in condizioni estremamente
difficili e capace di resistere all’ISIS, alla guerra civile siriana e alle
minacce regionali. Oggi le SDF hanno cessato di essere una forza militare
indipendente e la loro integrazione nelle strutture dello Stato siriano è ormai
in corso. Ma la questione fondamentale non è la sopravvivenza del loro nome. Il
punto è capire in che modo, nella nuova Siria, verranno garantiti i diritti dei
curdi, le conquiste sociali delle diverse comunità della regione, la sicurezza,
la partecipazione politica e la volontà popolare. Anche gli accordi del 2026,
accanto all’integrazione, hanno affrontato la questione dei diritti culturali e
linguistici dei curdi, la loro partecipazione politica e il ruolo nelle
amministrazioni locali. Se dunque il Rojava entra in una fase prevalentemente
politica e sociale, non significa che sia stato sconfitto. Può anzi
rappresentare una forma più avanzata di lotta.
Perché una parte della
società curda continua a guardare con diffidenza a questi processi e considera
una resa il passaggio dalla lotta armata alla politica?
È comprensibile che un popolo
sottoposto per un secolo a politiche di negazione guardi con cautela alle
promesse degli Stati. Non abbiamo dimenticato la lunga storia di promesse
disattese. Chi chiede: «Se deponiamo le armi, che garanzie abbiamo che non torneranno
a negare la nostra esistenza?» pone quindi una domanda legittima. Bisogna però
distinguere tra la resa e un cambiamento dei mezzi con cui si lotta. Arrendersi
significa rinunciare ai propri diritti e accettare senza condizioni ciò che
impone la controparte. Se invece un movimento, dopo decenni, decide di
continuare a perseguire i propri obiettivi con strumenti politici, sociali e
democratici, non sta capitolando: sta spostando quella lotta su un altro
terreno. Il passaggio dalla guerra alla politica democratica e agli strumenti
del diritto non va letto come una sconfitta, ma come una conquista storica.
Quali sono, secondo lei, le
condizioni necessarie per chiudere definitivamente il conflitto?
La vera pace non è
semplicemente il silenzio delle armi. Se domani si smettesse di sparare, ma la
lingua curda continuasse a essere vietata; se le persone non potessero
scegliere liberamente i propri rappresentanti; se un politico venisse
incarcerato per la propria identità; se non fosse garantita a tutti un’eguale
partecipazione politica, quella pace non potrebbe durare. La pace richiede
diritti, garanzie giuridiche, libertà politica, uguaglianza tra i cittadini e
libertà di organizzarsi democraticamente. Non possiamo pensare alla sicurezza
di una parte e alla libertà dell’altra. Sicurezza e libertà devono essere garantite
a tutti, nello stesso momento. Per questo credo che la prossima fase della
lotta curda debba puntare a consolidare la democrazia nelle istituzioni e nella
società: nei parlamenti, nelle amministrazioni locali, nella società civile,
nelle università, nei media e nell’economia.
Ma se un movimento depone le
armi, non rischia di perdere capacità di deterrenza e potere negoziale?
Il potere non sta soltanto
nelle armi. Nel XXI secolo la forza di una società dipende anche dalla sua
capacità di organizzarsi, dalla legittimità di cui gode, dal peso politico,
dalle reti della società civile, dall’economia, dalla cultura, dalla partecipazione
delle donne e dei giovani e dalla capacità di costruire alleanze ampie. Se una
società affida tutta la propria forza alle armi, finisce per limitarla. Se
invece riesce a investire nella politica e nella società la stessa energia e lo
stesso spirito di sacrificio, la sua capacità d’azione può moltiplicarsi. Credo
quindi che oggi dovremmo cambiare la domanda che ci poniamo. Invece di
domandarci: «Quanto saremo più deboli senza le armi?», dovremmo chiederci:
«Come possiamo rafforzarci sul piano sociale e politico fino a non avere più
bisogno delle armi per farci ascoltare?». È questo che intendo quando parlo di
trasferire la forza dal terreno militare a quello politico.
Se la soluzione era la pace e
la politica, allora perché avete combattuto?
È una domanda a cui bisogna
rispondere con sincerità. Abbiamo forse combattuto per il semplice gusto di
combattere? No. Abbiamo combattuto perché, in determinati momenti storici,
veniva negata l’esistenza stessa dei curdi. La nostra lingua, la nostra identità
e perfino i nostri diritti politici erano sotto attacco. In quelle condizioni,
per una parte importante del movimento curdo la lotta armata è diventata uno
strumento per difendere la società stessa. Migliaia di persone hanno perso la
vita. È una realtà che non possiamo ignorare, ma che non dobbiamo neppure
romanticizzare. Il loro sacrificio, però, non significa che le generazioni
successive debbano ripetere all’infinito gli stessi metodi. Una generazione può
essere costretta a combattere per sopravvivere. Quella successiva deve poter
usare la politica per costruire condizioni di vita migliori. Se oggi i curdi
possono parlare apertamente dei propri diritti, se la questione curda non può
più essere esclusa dagli equilibri politici della regione, lo dobbiamo anche a
quella resistenza storica. Per questo, a chi chiede: «Perché avete combattuto,
se poi avete scelto la pace?», rispondo che la storia cambia. E quando cambiano
le condizioni, è ragionevole cambiare anche gli strumenti con cui si lotta.
Cosa risponde a chi accusa il
PKK, le SDF, il PJAK e più in generale il movimento curdo di tradimento?
Tradimento nei confronti di
che cosa? Se per fedeltà si intende che un popolo debba restare in guerra per
sempre, allora non condivido questa idea di fedeltà. Essere fedeli ai caduti
non significa ripetere la loro morte. Significa fare in modo che le generazioni
che verranno non siano costrette a pagare di nuovo lo stesso prezzo. Chi chiede
«perché avete scelto la pace?» dovrebbe chiedersi anche: lo scopo della lotta
era continuare a combattere o costruire una vita libera? Se quello era
l’obiettivo, allora, quando la politica democratica offre maggiori possibilità
di raggiungerlo, rifiutare quella strada potrebbe essere, questo sì, un
tradimento del futuro. Io, più che di tradimento, parlerei di responsabilità
storica.
Quanto considera
significativa la svolta nel pensiero e nella strategia di Öcalan?
Molto. Oggi il leader Apo non
chiede ai curdi di rinunciare alle proprie rivendicazioni. Dice piuttosto che
deve cambiare il modo di portarle avanti: bisogna passare da una politica
centrata sullo Stato e sulla guerra a una fondata sulla democrazia, sui diritti,
sulla società e sulla convivenza. Non è una scelta semplice. Per un movimento
che ha vissuto per decenni in condizioni di guerra, affermare che è arrivato il
momento di lasciarsi alle spalle una fase segnata dalla violenza e aprirne una
di costruzione democratica rappresenta un passaggio coraggioso e storico. Anche
nel messaggio del febbraio 2026 ha parlato di una «fase positiva di
costruzione» e della necessità di dare vita a una società democratica fondata
sul diritto. non credo che questo cambiamento vada interpretato come un
arretramento ideologico. Va letto piuttosto come il tentativo di trovare una
forma politica adeguata al XXI secolo.
Il nazionalismo può essere
ancora uno strumento adeguato per affrontare la questione curda?
Il nazionalismo ha avuto una
funzione storica importante, soprattutto nei periodi in cui i popoli erano
sottoposti a oppressione. Ma se per nazionalismo intendiamo l’idea che l’unica
strada verso la libertà sia costruire uno Stato nazionale, credo che sia una
prospettiva troppo limitata per il XXI secolo. Viviamo in un mondo in cui i
confini continuano a esistere, ma molti dei processi che determinano le nostre
vite — dall’economia alle migrazioni, dalla tecnologia alle crisi ambientali e
sociali — li attraversano continuamente. Anche la politica curda deve quindi
passare dal paradigma del XX secolo a quello del XXI. L’obiettivo non dovrebbe
essere: «Escludiamo gli altri per avere finalmente un nostro Stato».
L’obiettivo dovrebbe essere quello di costruire una società in cui curdi,
arabi, persiani, turchi, assiri, donne, uomini, musulmani, cristiani, ezidi e
tutte le altre componenti possano vivere con pari diritti. Questo non significa
rinunciare all’identità curda. Al contrario, significa liberarla dai limiti di
un nazionalismo troppo ristretto.
Quali differenze vede tra
l’Iran, da una parte, e la Turchia e la Siria dall’altra?
In Turchia e in Siria,
nonostante tutte le difficoltà, negli ultimi anni si sono aperti alcuni spazi
di negoziato per ridefinire il rapporto tra i curdi e lo Stato. In Siria, il
processo di integrazione delle Forze della Siria democratica nelle strutture
statali è ormai nella sua fase conclusiva. In Iran, invece, non esiste ancora
un quadro politico altrettanto definito. Detto questo, non credo che il futuro
dell’Iran possa essere ridotto a un confronto tra «i curdi» e «lo Stato». La
rivolta Jin, Jiyan, Azadî ha mostrato con chiarezza che la libertà delle donne,
la questione delle diverse nazionalità, le libertà sociali e la
democratizzazione dell’Iran sono questioni strettamente legate tra loro. Per
questo il futuro del Rojhelat va inserito in un progetto più ampio di
democratizzazione dell’Iran.
Il futuro dell’Iran deve
fondarsi sull’uguaglianza, sulla libertà dei popoli e sul dialogo. Anche
l’alleanza politica nata nel 2026 tra i partiti curdi iraniani mostra che le
forze curde stanno cercando di tradurre la propria forza sociale in una più ampia
cooperazione politica.
Con la fine della lotta
armata in Turchia e i cambiamenti in Siria, il baricentro della questione curda
potrebbe spostarsi verso l’Iran?
Se l’Iran continuerà con le
politiche di negazione e repressione, la crisi non potrà che aggravarsi. Se
invece aprirà spazi democratici, potrà superare una crisi dalle profonde radici
storiche. Io, però, non vedo il futuro del Rojhelat soltanto nella guerra. Lo
vedo nell’organizzazione sociale, nel ruolo delle donne e dei giovani, nella
cultura e nella politica, nella costruzione di alleanze tra forze diverse e
nella capacità di proporre un’alternativa democratica. Le forze curde sono
pronte a svolgere un ruolo attivo e democratico nella costruzione del futuro
dell’Iran. In questo processo dovranno però essere garantiti i diritti del
popolo curdo e la possibilità di decidere del proprio futuro.
Qual è quindi il futuro del
PJAK? Passa da un negoziato con lo Stato iraniano o dalla costruzione di
un’alleanza più ampia?
Non credo che le due strade
si escludano a vicenda. Se un giorno si creeranno le condizioni per affrontare
democraticamente la questione curda in Iran, il negoziato sarà necessario. Ma
sarà difficile risolvere la questione curda senza affrontare anche il problema
più generale della democratizzazione dell’Iran. Per questo bisogna lavorare
contemporaneamente su due piani: difendere i diritti del popolo curdo e
costruire un’ampia alleanza tra curdi, persiani, turchi, donne, giovani,
minoranze etniche e religiose e, più in generale, tutte le forze democratiche
dell’Iran. Solo così la questione curda può smettere di essere trattata come un
«problema di sicurezza» e diventare finalmente una «questione democratica».
Quando potrà il PJAK dire che
la lotta armata ha esaurito la propria funzione e che è possibile passare ad
altri strumenti?
Quando ci saranno le
condizioni perché le persone possano decidere del proprio futuro senza paura.
Ma c’è anche un criterio più semplice: quel momento arriverà quando la politica
sarà in grado di assolvere alla funzione che in passato era affidata alle armi,
cioè difendere la società e la sua esistenza, garantirne i diritti e
costringere la controparte ad ascoltare la voce della popolazione. A quel
punto, deporre le armi non significherà più perdere forza, ma trasferirla dal
terreno militare a quello politico.
Per concludere, quale eredità
vorrebbe lasciare alle future generazioni?
Non vorrei che l’eredità
della nostra generazione fosse fatta soltanto di caduti, cimiteri e ricordi di
guerra. Abbiamo vissuto in un’epoca in cui abbiamo dovuto combattere per il
diritto di esistere, perché la nostra esistenza non fosse negata. È stato il
prezzo pagato lungo il cammino verso la libertà. Ma il nostro desiderio è che
le future generazioni non siano costrette a pagare lo stesso prezzo. Vogliamo
che le future generazioni possano parlare la propria lingua, fare politica
liberamente, vivere in una società in cui donne e uomini siano uguali, studiare
nelle scuole e nelle università, partecipare alla vita politica e non essere
costrette a prendere le armi per difendere la propria identità. Se la nostra
generazione sarà riuscita a spostare la lotta dal campo di battaglia alla
politica, dalle montagne alla società, dalla resistenza militare alla
costruzione democratica, allora il sangue di tutti coloro che hanno perso la
vita lungo questo cammino non resterà soltanto un ricordo del passato: avrà contribuito
a costruire il ponte verso il futuro. Credo che la più grande vittoria dei
curdi non sia restare per sempre dei buoni combattenti. La vera vittoria sarà
diventare un popolo così libero, organizzato e democratico che nessuno possa
più negarne l’esistenza e la libertà.
leggi anche: La guerriglia sopravvive
dentro la montagna
* da il manifesto - 2 settembre
2026