7 maggio 2021

I «brillanti» risultati dei fanatici del Pil

 Covid19. Quindici mesi di pandemia dovrebbero essere sufficienti per fare un bilancio sull'efficacia delle misure messe in campo per affrontarla e sulla visione di società che le ha determina

di Marco Bersani *

Quindici mesi di pandemia dovrebbero essere sufficienti per fare un bilancio sull’efficacia delle misure messe in campo per affrontarla e sulla visione di società che le ha determinate. Anche per dare un significato agli oltre 120.000 morti (ad oggi) che nel nostro Paese si sono verificati.

L’impostazione che ha guidato la strategia per affrontare la crisi pandemica nel nostro Paese -e in molti altri- è stata quella della “mitigazione”, oggi ribattezzata da Draghi del “rischio calcolato”.

Di fatto, una visione della società fanaticamente orientata sul PIL, che ha comportato misure di forti restrizioni delle libertà personali, di compressione dei diritti delle fasce non produttive della popolazione (la chiusura delle scuole) e la chiusura di tutte le attività economiche in qualche modo legate al tempo libero delle persone, allo scopo di tenere continuativamente aperte tutte le attività industriali e commerciali (mai chiuse anche durante il primo lockdown) per cercare di attenuare il crollo del Pil, da decenni assurto a simbolo divino del benessere sociale.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la generazione anziana è stata falcidiata, l’infanzia e l’adolescenza sono state sottoposte a traumi i cui effetti si misureranno solo nei prossimi anni, la povertà e la precarietà sono aumentate esponenzialmente, mentre la pandemia è ben lungi dall’essere sotto controllo.

Questo disastroso bilancio sanitario e sociale è riuscito a raggiungere l’obiettivo desiderato da Confindustria e dai suoi alfieri governativi?
Nient’affatto, perché anche l’economia è a rotoli e il crollo del Pil sfiora il 9%. Si poteva fare altrimenti? C’è chi lo ha fatto e i risultati sono inequivocabili.

Non parliamo qui -anche se prima o poi andrà pure fatto- di paesi (Cuba, Vietnam, Taiwan, Cina etc.) dove lo Stato, invece di porsi al servizio dell’economia di mercato, ha deciso di esercitare un ruolo diretto nel contrasto alla pandemia, con risultati fondamentali dal punto di vista del contenimento della stessa e della tutela della salute dei propri abitanti. Perché la discussione si arenerebbe subito sul tema dell’autoritarismo o meno di questi paesi.

Facciamo invece il confronto tra la strategia scelta dall’Italia e da molti altri e quella di quei paesi che, in contesti economici e politici simili, hanno invece scelto l’opzione “Covid free”, senza badare agli immediati interessi delle imprese e delle lobby finanziarie.

La rivista Lancet ha appena pubblicato uno studio che ha messo a confronto i paesi OCSE, all’interno dei quali Australia, Corea del Sud, Islanda, Giappone e Nuova Zelanda hanno adottato la strategia “Covid free” rispetto a tutti gli altri che hanno preferito la cosiddetta strategia di mitigazione.

Lo studio fa emergere tre dati inequivocabili:

* la salute pubblica, che dimostra come i decessi per milione di abitante nei paesi “Covid free” siano stati di 25 volte inferiori a quelli registrati nel gruppo degli altri paesi;


* l’economia (qui “casca l’asino”), che vede la crescita del Pil dei paesi “Covid free” tornata ai livelli pre-pandemia già nel gennaio 2021, mentre permane negativa per il gruppo degli altri Paesi;


* le restrizioni alle libertà personali e sociali, che comprova come le misure di blocco rapide, utilizzate dai paesi “Covid free” siano state molto più brevi di quelle adottate dal gruppo degli altri Paesi.

La conclusione è evidente: i Paesi che hanno messo al primo posto la tutela della salute e, su questo obiettivo, hanno costruito una sorta di patto sociale con i propri cittadini, sono riusciti a tutelare la vita dei propri abitanti e, contemporaneamente, hanno evitato il crollo del sistema economico e l’adozione di una prolungata restrizione delle libertà personali e sociali.

Viceversa, i Paesi che hanno orientato le loro scelte sulle immediate esigenze dettate dal mercato e dai grandi interessi economici non possono che constatare il proprio fallimento su tutti e tre i versanti.
Continuiamo ad essere certi di essere nelle mani del “governo dei migliori”?

*di  Attac Italia – da il manifesto del   6 maggio 2021

3 maggio 2021

Dieci anni fa l’uccisione di Osama bin Laden, Ahmed Rashid: “Un successo per gli Usa, ma hanno perso la guerra. I talebani, veri nemici dell’Afghanistan, sono più forti di prima”

 Lo scrittore e storico esperto di conflitto afghano ripercorre, parlando a Ilfattoquotidiano.it, gli eventi scaturiti dall'operazione che portò alla morte del leader di al-Qaeda e principale responsabile degli attacchi dell'11 settembre. Eliminato il nemico pubblico numero uno, però, Washington non è riuscita ad avviare quel processo di pacificazione che avrebbe garantito la sicurezza della popolazione locale ed evitato che il Paese si trasformasse in un rifugio sicuro per le organizzazioni terroristiche

di Gianni Rosini *   

“Stanotte posso riferire alla gente d’America e al mondo che gli Stati Uniti hanno portato a termine un’operazione in cui è stato ucciso Osama Bin Laden“. La sera del 1 maggio 2011, le parole di Barack Obama sono entrate con determinazione nella vita di tutti gli americani. Dalla Casa Bianca, il presidente stava annunciando che alle 1 di mattina del 2 maggio, in Pakistan, una forze d’élite dei Navy Seal, il cosiddetto Team Six, aveva fatto irruzione in un complesso di Abbottabad, in Pakistan, e ucciso colui che dieci anni fa aveva inferto il colpo più doloroso al cuore della nazione più potente al mondo. Lo Sceicco del Terrore, colui che aveva ordinato gli attentati dell’11 settembre 2001 non c’era più, il nemico pubblico numero uno era stato definitivamente eliminato. Oggi, dice a Ilfattoquotidiano.it lo scrittore e storico esperto di conflitto afghano, Ahmed Rashid, quell’operazione rimane un successo solo per Washington: “Non lo ammetteranno facilmente, ma con il ritiro delle truppe Nato questa guerra è stata una sconfitta anche per gli americani. E il vero nemico del popolo afghano è ancora lì, più forte di prima, e si chiama Taliban“.

L’operazione di Abbottabad nella quale è stato ucciso Osama bin Laden rappresentò un punto di svolta nella guerra al terrorismo lanciata dagli Stati Uniti dopo l’11 settembre. Cosa è cambiato da quel giorno nelle strategie americane? E come gli afghani hanno iniziato a guardare al loro futuro?
In quel periodo, l’America era già ostaggio del crescente razzismo, delle rivendicazioni da parte della destra estremista e di azioni violente nei confronti della popolazione afroamericana e asiatica. Questi gruppi volevano e vogliono destabilizzare il sistema politico e prendere il controllo. E questo ha influito anche sulle strategie americane in Afghanistan. Dalla morte di bin Laden, sia americani che afghani hanno iniziato a guardare in prospettiva al ritiro delle truppe straniere dal Paese. Da quel momento, la popolazione locale ha temuto che ogni passo in avanti portasse al ritiro delle truppe americane e sia Trump che Biden hanno spinto in quella direzione. E questa prospettiva ha rappresentato uno choc per gli afghani che hanno dovuto e dovranno affrontare il pericolo rappresentato da questa scelta. Da un punto di vista militare si è assistito soprattutto a una riconquista di territori da parte dei Taliban, raggiunta anche con l’uccisione di altri afghani. È una guerra civile ed è questo che spaventa la popolazione.

Crede che proprio la popolazione afghana sia la più spaventata dal ritiro delle truppe Nato dal Paese?
Sì, credo che in molti siamo veramente spaventati da questo. Tanti giovani che hanno ricevuto una buona educazione stanno fuggendo illegalmente dal Paese e credo che quando il ritiro sarà effettivo assisteremo a un’altra crisi umanitaria, con molte persone in fuga.

Annunciando il ritiro delle truppe, Joe Biden ha dichiarato che “non possiamo aspettare sperando in un altro finale” della guerra. Vede in queste parole l’ammissione della sconfitta?
Credo che gli americani si guarderanno bene dal definirla così, ma nei fatti è una sconfitta militare. Uno dei motivi per cui i Taliban sono così restii ad accettare dei negoziati è che al loro interno esiste un’anima che ritiene gli americani gli sconfitti di questa guerra e quindi si approcciano ai colloqui da vincitori. Questo mette in pericolo il processo di pace.

Torniamo al giorno dell’annuncio dell’uccisione di Osama bin Laden. Ovviamente l’amministrazione Obama l’ha presentata come una grande vittoria nella guerra al terrorismo. Mi interessa però il punto di vista degli afghani. Come l’hanno vissuta? È stato uno choc sapere che colui che, in qualche modo, aveva portato le truppe straniere nel loro Paese non c’era più?
Credo che il vero choc sia stato scoprire che bin Laden si nascondeva in Pakistan. Per il governo afghano e per le forze di sicurezza, sapere che i Taliban erano così importanti in Pakistan rappresentava un grave pericolo. Per la popolazione afghana il colpo da incassare non è stata la morte di bin Laden in sé, ma l’intensificarsi della guerra civile e delle azioni terroristiche che sono seguite nel loro Paese. Per gli americani può essere stato un successo, ma per gli afghani no perché le persone che ogni giorno uccidono la loro gente erano e sono ancora lì. E sono i Taliban. Quindi questo anniversario è importante per gli Usa, ma non per gli afghani che, invece, sperano che i Taliban rinuncino alla guerra.

Magari è stato il Pakistan a dover fornire delle spiegazioni agli Usa e ai Paesi Nato sul fatto che bin Laden fosse nascosto nel loro Paese.
Ovviamente c’erano persone in Pakistan che sapevano che bin Laden si stava nascondendo lì. Il problema è che non ci sono informazioni pubbliche su chi fosse al corrente di questo. Se lo erano i servizi d’intelligence, i militari, partiti estremisti. È questo ciò che potrebbero dirci Pakistan o Stati Uniti, ossia chi sapeva di bin Laden, chi lo nascondeva. Per rimanere nascosto così a lungo, sicuramente doveva avere dei solidi contatti. Ma questa è una storia che imbarazza il Pakistan e gli Stati Uniti ed è il motivo per cui non la conosciamo.

Dopo la morte di bin Laden è cambiato qualcosa nella mentalità dei gruppi estremisti dell’area? Tra i gruppi terroristici questo evento ha cambiato in qualche modo le carte in tavola?
Direi di no perché, in fondo, bin Laden non era una figura importante per i gruppi locali, per i loro scopi. Abbiamo registrato ancora più attacchi da parte dei Taliban afghani, più attacchi da parte dei Taliban pakistani, abbiamo assistito ad azioni di gruppi estremisti dell’Asia Centrale e a offensive sempre più violente di formazioni tipo Lashkar-e Taiba, anche in Kashmir. Tutti questi gruppi sono ancora lì.

Dopo la morte di bin Laden, uno degli obiettivi dei governi stranieri impegnati nel conflitto è stato quello di promuovere un accordo tra i principali attori locali. Mi riferisco ovviamente ai Taliban, al governo di Kabul, ma anche ai numerosi signori della guerra. È una strategia che è fallita?
Finora è fallita, attendiamo di vedere come si svilupperanno anche i colloqui in Turchia (ai quali, per il momento, il gruppo fondato dal Mullah Omar si è rifiutato di partecipare, ndr). Al momento i Taliban non stanno dando alcuna concessione al governo.

In quegli anni, sia con la campagna militare in Afghanistan e, successivamente, con quella in Iraq, gli Stati Uniti avevano introdotto il concetto di “esportazione della democrazia”. Vedendo come sono finiti questi due conflitti, è giusto dire che quello si è rivelato un modello fallimentare?
Sfortunatamente la democrazia ha compiuto diversi passi indietro. Non abbiamo ancora visto niente di positivo nascere da quella strategia. Hanno fallito.

Quali sono, secondo lei, i maggiori rischi per la popolazione afghana e per il governo di Kabul a pochi mesi dal ritiro delle truppe Nato?
Credo ci sia un rischio enorme che i Taliban cerchino una soluzione militare, prendendo il controllo dell’Afghanistan e ottenendo così pieni poteri. Questo sarebbe terribile per la popolazione.

* da ilfattoquotidiano - 2 maggio 2021

1 maggio 2021

L’ambientalismo italiano boccia il PNRR: “Occasione imperdibile, eppure rischiamo di sprecarla”

 WWF, Greenpeace, Legambiente, Kyoto Club e Transport & Environment (T&E): "Il piano di Ripresa italiana di 248 miliardi non è un piano significativo per il clima; non riesce a identificare nei settori della decarbonizzazione il volano per la ripresa economica sostenibile e non è incisivo nell’allocazione delle risorse e nelle riforme per innovare i settori pilastro della decarbonizzazione"

da Redazione ecodallecitta.it – 30 aprile 2021

Il piano di Ripresa italiana di 248 miliardi (191 da Recovery, 31 da fondo complementare e ulteriori 26 miliardi per la realizzazione di opere specifiche) non è un piano significativo per il clima; non riesce a identificare nei settori della decarbonizzazione il volano per la ripresa economica sostenibile e non è incisivo nell’allocazione delle risorse e nelle riforme per innovare i settori pilastro della decarbonizzazione: questo il giudizio della organizzazioni ambientaliste WWF, Greenpeace, Legambiente, Kyoto Club e Transport & Environment (T&E).

“Il PNRR dovrebbe rappresentare il momento della visione e delle scelte, con la decarbonizzazione come fulcro della svolta e occasione di rilancio economico e nuova occupazione – scrivono le organizzazioni – : eppure molto viene lasciato ai progetti successivi, con una strategia opaca e ampi margini di discrezionalità che rendono difficile perseguire con decisione il percorso verso l’azzeramento delle emissioni di carbonio. Inoltre, si preferisce dare spazio a vettori energetici dal futuro ancora non definito e sul lungo periodo, come l’idrogeno verde – l’idrogeno deve essere verde anche nel quadro europeo- invece di puntare decisamente sulle fonti rinnovabili, sull’efficienza energetica in tutti i settori, sull’elettrificazione dei trasporti, con numeri che appaiono solo un contentino”.

“Quando si valuta un piano da quasi 250 miliardi non ha solo valore quello che c’è, ma anche quello che manca e che faticherà a trovare uno spazio nei bilanci e nelle riforme dei prossimi anni – spiegano gli ambientalisti – Rischiamo di rimanere fuori dalla grande trasformazione in atto e diventare un Paese irrilevante dal punto di vista industriale. Le risorse classificabili come ‘verdi’ appaiono marginali nella transizione energetica e scollegate da una strategia climatica. Le spese, anche quando indirizzate nei settori giusti, non rispondono a valutazioni di impatto e criteri di efficacia rispetto agli obiettivi”.

Le organizzazioni rilevano anche:

  • La mancanza di una governance che metta in relazione le misure con gli obiettivi climatici, in termini di spesa, impatto e monitoraggio. Si sottolinea come il significativo budget del piano per l’alta velocità è assegnato e monitorato dal Ministero dell’economia e delle finanze che è il proprietario unico di Ferrovie dello Stato.
  • La mancanza di una proposta di riforma della fiscalità che assicuri l’eliminazione dei sussidi ambientalmente dannosi alle fonti fossili e contestualmente identifichi nei principi di fiscalità ambientale i pilastri per la riforma fiscale da inserire nella legge delega prevista per luglio.
  • La mancanza di una proposta per la finanza verde come leva per lo sviluppo del Paese, connesso alle risorse del PNRR che includa trasparenza, rendicontazione e l’adozione di una lista d’esclusione al finanziamento di infrastrutture per tutte le fonti fossili, secondo le best practices internazionali, per le agenzie pubbliche CDP, SACE ed Invitalia.

Infine, WWF, Greenpeace, Legambiente, Kyoto Club e Transport & Environment (T&E) sottolineano che il PNRR indica un obiettivo di decarbonizzazione per l’Italia al 2030 del 51% senza che questo appartenga in alcun modo a strategie o policy nazionali pubbliche e concordate a livello europeo o internazionale.

SCHEDA CON DETTAGLIO DELL’ANALISI DEL PROVVEDIMENTO:

Il budget dedicato alla rivoluzione verde prevede 59,33 dal PNRR a cui si aggiungono 9,12 del fondo complementare per un totale di 68,45.

È una spesa significativa. Vediamo quanto e se è efficace rispetto ai pilastri centrali della decarbonizzazione come descritte nelle flagship delle raccomandazioni della Commissione:

Rinnovabili

Il contenuto più rilevante del PNRR è la proposta di riforma del sistema delle autorizzazioni, potenziamento di investimenti privati, incentivazione di meccanismi di accumulo ed incentivazione di investimenti pubblico privati, sulla cui voce, però non viene identificato budget. Speriamo sia la volta buona e non l’ennesima promessa perché è 10 anni che le rinnovabili sono al palo in Italia.

Per mantenere la traiettoria di decarbonizzazione, l’Italia deve incrementare lo sviluppo delle rinnovabili per circa 6000MW anno. Lo stesso Ministero Transizione Ecologica ambisce ad una penetrazione delle FER al 72% al 2030 rispetto al 35% attuale. Tuttavia il PNRR prevede risorse per soli 4000 MW, per le comunità energetiche e l’agri-voltaico, per tutta la durata del Piano. In entrambi i casi non sono previste riforme sulla regolazione e la fiscalità energetica che permetterebbero di trasformare l’incentivo in una politica di sviluppo. Solo 200 MW con 0,68Mld sono destinati per lo sviluppo di rinnovabili incluso l’eolico off-shore.

Manca la mobilitazione degli investimenti privati ed in particolare del comparto industriale.

Il piano fa riferimento unicamente ai tetti delle aziende agricole per 4,3 kmq. E le industrie, e le imprese, i capannoni industriali, le aree dismesse, le aree degradate, i 9000 kmq di aree industriali? Mancano risorse e strumenti per attivare questi potenziali a partire dagli strumenti fiscali.

Accumuli (stoccaggio energia rinnovabile)

Le fonti rinnovabili non sono necessariamente intermittenti e non prevedibili: basta stoccare l’energia nelle ore di punta e utilizzarla quando serve, attraverso le batterie e altri sistemi di accumulo. Così non ci sarebbe alcun bisogno delle fonti fossili, nemmeno del gas. Il PNRR è incerto nello sviluppo degli accumuli elettrochimici, per cui c’è solo una voce di 1Mld da spartire con lo sviluppo delle tecnologie rinnovabili. È assente lo sviluppo del pompaggio idroelettrico, non incluso né nel budget, né nelle riforme né nelle proposte di regolazione e di strumenti di finanza per incrementarne la capacità. Eppure il Piano Nazionale Energia e Clima (PNIEC), nella sua versione non ancora aggiornata, identifica un obiettivo di 10 GW di nuovi accumuli al 2030. Non è visibile un contributo sostanziale dal PNRR a tale obiettivo.

Più significativo l’impegno per lo sviluppo dell’idrogeno, 3,64Mld. Tuttavia scompare l’etichettatura ‘verde’ dalla definizione dell’idrogeno e questo introduce qualche ambiguità rispetto alla possibilità di produrre idrogeno blu, soprattutto nel settore della chimica. L’idrogeno va usato solo nei settori in cui è effettivamente necessario, e deve essere ricavato con fonti rinnovabili, su questo bisogna scegliere.

Efficienza energetica

Il totale sull’efficienza energetica stanziato è di 22,26 Mld di cui 15,54 da PNRR e 6,72 da fondo complementare. Circa 20 Mld sono indirizzati all’efficienza energetica negli edifici attraverso la copertura dell’ecobonus 110%. Nulla è dedicato all’efficienza nell’industria nonostante l’immenso potenziale di risparmio ed i benefici economici associati. Al sistema produttivo vengono allocati 31 Mld senza citare l’energia e l’efficienza. Affidarsi unicamente al 110% significa solo edilizia e rinunciare a fare leva sugli investimenti privati soffocando le possibilità espansive della strategia e le possibilità di decarbonizzare i nostri consumi. Il meccanismo ha noti limiti come la richiesta di miglioramento di solo 2 classi energetiche invece di più stringenti obiettivi di reale efficienza. Si continua a incentivare anche tecnologia fossile quali le caldaie a gas.

Il 110% include l’edilizia popolare ma il meccanismo non assicura l’efficientamento di questo settore che richiede da solo investimenti per 15-20 Mld. Drasticamente tagliato il budget per le scuole da 6,42 Mld a 0,8 Mld. 3,9Mld sono rintracciabili nel budget di ristrutturazione dell’edilizia scolastica senza però porre l’efficienza energetica come obiettivo prioritario.

È importante sottolineare che le risorse investite in efficienza energetica nel settore pubblico permettono di ridurre la spesa energetica futura, restituendo al paese, ad al suo insostenibile debito, i soldi disponibili con il PNRR. Peccato il PNRR non abbia colto questa occasione.

Trasporti

In materia di trasporti il Piano Draghi fallisce sia nel mettere l’Italia sulla strada giusta per centrare gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 del settore, sia nell’avviare la green and just transition del settore automotive italiano, in crisi già da prima della pandemia e soprattutto per mancanza di innovazione.

Il piano manca completamente l’obiettivo di sviluppo della mobilità elettrica, misura cruciale per la decarbonizzazione dei trasporti. In totale controtendenza rispetto ai principali stati membri, vi dedica meno dell’1% del fondo, contro oltre il 25% circa della Germania ed il 10% della Spagna. Solo €0,74 miliardi vengono destinati al dispiegamento di 21.355 punti di ricarica, sui 3,4 milioni di infrastrutture (tra pubbliche e private) necessarie per rispettare l’obiettivo previsto dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima di 6 milioni di auto elettriche al 2030. Obiettivo, peraltro, che sarà difficile centrare vista l’assenza nel Piano di altre misure abilitanti.

Per lo sviluppo della catena di valore della mobilità elettrica viene stanziato solo mezzo miliardo di euro alle batterie, insufficiente per assicurare un ruolo al nostro paese nella rivoluzione elettrica del trasporto su strada, esponendo il Paese a gravi ripercussioni economiche e sociali. Parte della strategia italiana per la mobilità, al contrario, contempla la garanzia di SACE-CDP a FCA per 6,3Mld di prestito senza alcuna condizionalità rispetto alla transizione elettrica per effetto del decreto liquidità del 2020. Unica risorsa per lo sviluppo della mobilità elettrica nel PNRR deriverebbe delle smart grid (3,6Mld), che prevedono il rafforzamento della rete elettrica urbana.

Il PNRR non ha una visione per le città, responsabili della maggior parte delle emissioni di CO2 e degli inquinanti locali. Esse dovrebbero essere le protagoniste di un nuovo sviluppo resiliente e sostenibile, con al centro i trasporti che vengono invece “liquidati” con soli 8,58 miliardi. Una dotazione insufficiente per colmare il deficit italiano di investimenti sul trasporto rapido di massa, al rinnovo della flotta bus e treni e allo sviluppo della ciclabilità.  Si punta alla realizzazione di soli 85 km di reti tramviarie, 120 km di filovie, 11km di metro, 1820 km di ciclabili (di cui soli 560 km a livello urbano) e 3360 nuovi bus, dove peraltro la vaga descrizione di “bus a basse emissioni” non dà alcuna garanzia di acquisti “verdi”. Per attuare i Piani Urbani della Mobilità Sostenibile, già approvati e in attesa di fondi per essere realizzati, e dare una svolta alla mobilità sostenibile italiana servirebbero invece almeno 150km di reti tranviare, 5.000km di ciclabili urbane e 10.000km di ciclabili extra-urbane, almeno 15.000 nuovi autobus elettrici.

I fondi si concentrano sulle grandi opere con circa 13 miliardi destinati all’Alta velocità Ferroviaria su 24,77 miliardi dedicati a nuove ferrovie, in aggiunta ai quali sono stati annunciati dal Presidente Draghi, ulteriori miliardi per la super alta velocità Salerno – Reggio Calabria, impegnati dall’ulteriore fondo per investimenti di 26 miliardi. Solo 9,53 miliardi (7,8mld da Recovery e 1,73 da fondo complementare) sono destinati ai nodi metropolitani e alle ferrovie regionali del Paese dove gravitano milioni di cittadine e cittadini ogni giorno.  

Economia circolare

Le risorse classificate come economia circolare sono unicamente indirizzate al trattamento dei rifiuti, incluso il trattamento chimico che per alcuni processi risulta potenzialmente dannoso per l’ambiente. La componente del rifiuto è solo una parte dell’economia circolare che include il design, la realizzazione del prodotto, la ricerca di nuovi materiali ad impatto zero e completamente riciclabili. Queste parti dell’economia circolare più significative per la decarbonizzazione e per lo sviluppo dell’industria e delle PMI italiane non sono incluse nel Piano.

Agricoltura

Il comparto agricolo è il grande assente dalla “transizione verde”, in particolare la zootecnia intensiva. Da un lato non sono previsti investimenti e misure concrete per ridurre il numero dei capi allevati, passaggio necessario per mitigare realmente gli impatti ambientali del settore, dall’altro viene dato ampio spazio allo sviluppo del biometano, una tecnologia che potrebbe contribuire alla decarbonizzazione, ma che in assenza di una politica agricola orientata alla riduzione dei capi allevati, rischia addirittura di provocarne l’aumento. Con relative conseguenze su ambiente e salute, soprattutto in aree già fortemente colpite dagli impatti del settore zootecnico intensivo. Ricordiamo, ad esempio, che le grandi quantità di ammoniaca provenienti dagli allevamenti intensivi li classificano come seconda causa di formazione di polveri sottili in Italia.

Nessun investimento per incrementare la superficie agricola dedicata all’agricoltura biologica – come peraltro indicato anche dalla strategia europea Farm to Fork – o di investimenti in agroecologia per ridurre gli impatti del settore agricolo e creare valore aggiunto alle produzioni nazionali. Puntando unicamente sull’agricoltura di precisione, il settore non può compiere la transizione necessaria dato che non è questo l’obiettivo dell’agricoltura di precisione, ma quello di una “gestione aziendale” finalizzata ad una molteplicità di scopi, come l’aumento dell’efficienza produttiva ed economica, che solo in alcuni casi possono essere accompagnati anche da benefici ambientali. L’agricoltura di precisione, inoltre, si basa su livelli tecnologici che rischiano di mettere ancora più in difficoltà le piccole aziende.

( la pubblicazione dell'intervento non comporta la totale condivisione dei contenuti)