di Roberto
Livi - da il manifesto - 5 giugno 2026
Sotto
assedio: Ridurre più di 60 anni di esperienza rivoluzionaria a una semplice
«struttura mafiosa» permette alla Casa bianca di giustificare una «rifondazione
democratica» ovvero il progetto egemonico neocoloniale di Trump, che di
democratico non ha nulla…
Cuba: Raul torna in prima linea, ma gli Usa puntano alla loro Delcy
Rodriguez
di Roberto
Livi – da il manifesto - 10giugno 2026
America
latina: Entusiasmo per l'ultimo dei fratelli Castro che riappare in pubblico
per i suoi 95 anni. Ma le ormai 300 misure coercitive di Washington colpiscono
durissimo, e Marco Rubio cerca il suo uomo nell'entourage cubano: il capo del
governo Marrero risparmiato dalle sanzioni nordamericane
L’ultima
ad andarsene è stata la catena indonesiana di alberghi Archipelago
International. Proprio mentre l’Alto commissario dell’Onu per i diritti umani
Volker Türk denunciava morti di bambini, farmaci introvabili e produzione di
cibo crollata, implorando la revoca delle “severe sanzioni” degli Usa ormai
“incompatibili con i principi fondamentali del diritto internazionale”, il
gruppo indonesiano minacciato dalle nuove misure nordamericane decideva di
“restituire ai proprietari” (cioè il conglomerato economico-militare cubano
GaeSa) i sei alberghi che gestiva con il marchio Alston. Adesso
per Cuba ogni giorno sembra un colpo di grazia. E’ entrato in vigore giovedì 4
giugno l’ordine presidenziale esecutivo 14404 di Trump, la più micidiale delle
quasi 300 misure coercitive contro Cuba decise dal tycoon della Casa Bianca.
Mira a tagliare la jugulare dell’economia cubana, cioè a colpire proprio il
Gruppo Gae, guidato da militari e che, grazie alle sue manovre economiche
spesso opache, ha aiutato l’isola a resistere a più di 50 anni di blocco
economico. Le
conseguenze si sono fatte sentire subito, il settore turistico è ridotto a
macerie visto che si ritirano da Cuba le maggiori catene, le spagnole Melia,
Iberostar, la canadese Blue Diamond, ora quella indonesiana: in tutto una
cinquantina di grandi alberghi che hanno rapporti con GaeSa sono chiusi o senza
management.
Per le
stesse ragioni, Visa e Mastercard hanno deciso di mettere fine dal 6 giugno
all’operatività del sistema Swift in Cuba. Infine, è seguita una raffica di
sanzioni a tutto il vertice politico militare: i comandanti delle Forze armate
rivoluzionarie, del ministero dell’Interno, il presidente Diaz-Canel e sua
moglie, Alejandro Castro Espin, (ex?) capo dei servizi cubani e figlio di Raúl
(già incriminato dal Dipartimento di giustizia Usa) e i Cdr, Comitati di difesa
della rivoluzione. La
risposta l’hanno data venerdì sera i medesimi vertici politico-militari riuniti
nel grande teatro Karl Marx per festeggiare i 95 anni di Raúl e i 65 della
creazione del ministero dell’Interno (su modello sovietico, ovvero con proprie
truppe, anche corazzate). Il presidente Díaz-Canel nel suo discorso –
incentrato sullo slogan “Raúl es Cuba y Cuba no se toca” – ha affermato – tra
gli applausi di migliaia di ufficiali presenti- che in caso di attacco la
risposta di Cuba sarà “decidida y firme”. Speculazioni,
peraltro agitate da tempo, hanno fatto seguito alla decisione dell’agenzia
federale Usa che controlla gli asset stranieri, la Ofac, di non includere nei
personaggi cubani sanzionati il primo ministro Manuel Marrero, nè Raúl
Guillermo Rodríguez Espin, nipote di Raúl Castro.
Le
voci si riferiscono al fatto che, nelle intenzioni di Rubio, Marrero potrebbe
fare le funzioni di “una Delcy Rodríguez cubana”. Ovvero assicurare stabilità
all’isola (almeno nei primi tempi) mentre si compie il tragitto di
“avvicinamento” (ossia assoggettamento) almeno economico agli Stati uniti.
Secondo tali fonti, Marrero sarebbe disponibile a sostituire il presidente
Díaz-Canel, la cui testa sarebbe appunto la garanzia per dar vita alla
“transizione democratica” pretesa da Trump. Le
voci – una specialità dell’isola- su una possibile scelta di Marrero circolano
da varie settimane. Ex militare (ma di grado intermedio) uomo legato allo
scomparso generale Rodríguez López-Calleja (l’ex patron del Gae pigliatutto
nell’economia dell’isola), Marrero potrebbe dunque essere una carta che piace
agli ufficiali inferiori delle Fuerzas armadas revolucionarias (scherzosamente
soprannominati arroz y frijoles, riso e fagioli, in quanto non godono dei
privilegi dei generali) e che negli ultimi mesi si è speso per riforme
nell’economia e nella burocrazia (come la recente decisione di ridurre gli
organismi di governo da 27 a 21). Naturalmente
il gioco di dividere gli avversari per batterli più facilmente risale alla
notte dei tempi. Marrero anche venerdì sera era in uniforme verde olivo assieme
a Raúl, Diaz-Canel, ai generali comandanti delle Far e del Minint, al
comandante della rivoluzione Machado Ventura e a altri del vertice politico
militare. Presente, anche se come civile, era pure “Raulito”, il nipote dell’ex
presidente, anche lui non colpito da sanzioni, anzi individuato da tempo come
interlocutore da Rubio: dunque un “facilitatore”, ma con il cognome che porta,
non atto a ricoprire cariche durante la “transizione”.
Da
mesi il presidente Trump fa capire di avere un asso nella manica nella sua
ossessione di “prendersi Cuba” (con quasi trecento misure coercitive, circa una
ogni settimana di sua permanenza alla Casa bianca, il termine ossessione è
appropriato). Il tycoon ha individuato nel segretario di Stato Marco Rubio, di
famiglia cubana, la leva che può far cadere l’isola dopo quasi settant’anni di
guerra economico-commerciale. Lo scorso 20 maggio Rubio si è rivolto ai cubani
in spagnolo. E non sono mancati i commenti su “come parla bene spagnolo” e che
in fondo, se bisogna essere dipendenti da qualcuno, meglio dagli Usa che dalla
Russia. Come
ha affermato lo storico Fabio Fernández questa volta in Cuba vi sono state
orecchie disposte ad ascoltare le argomentazioni di Rubio. Ma Fernández anche
ha ricordato che una lobby favorevole agli Usa c’è sempre stata nell’isola (i
cosiddetti annessionisti), anche nell’Ottocento nelle fila di chi lottava
contro la monarchia spagnola. Ed erano i proprietari terrieri e di schiavi in
contatto con i loro pari del Sud degli States, con i Confederati schiavisti e
latifondisti. Un settore, quello annessionista cubano, che fu sconfitto dalla
gestione politica di José Martí, indipendentista e antimperialista. Il
tentativo di spacciare Rubio come un cubano de donde crece la palma (cioè
autentico, come la Guantanamera della nota canzone) non hanno certo trovato
terreno fertile. E, a sentire i commenti delle zone più popolari dell’Avana,
non ne troverà. Specialmente quelle, come il periferico quartiere di Mantilla,
dove da giorni non arriva l’acqua per mancanza di elettricità. Strangolata da
un embargo petrolifero ormai totale, l’Unione elettrica statale ieri ha
comunicato che la richiesta di elettricità alle vetuste centrali del paese
(dieci su 16 oggi ferme) sarebbe stata di 3.050 megawatt e la produzione di
soli 1.035 megawatt. Due terzi dell’isola non avranno corrente elettrica e
tutto ciò che la corrente permette, inclusa l’acqua.
nella foto:
Il presidente cubano Miguel Díaz-Canel e Raúl Guillermo Rodríguez Castro
partecipano a una manifestazione a sostegno dell'ex presidente Raúl Castro
L’Avana, Diaz-Canel prova con le riforme: «Tempo di cambiare»
di Roberto Livi - da il maanifesto - 14 giugno
2026
Cuba:
Vita disperata nell'isola, è il "momento zero" delle riserve
petrolifere. Il presidente annuncia grandi cambiamenti. Tardi, forse non troppo
Jorge
Piñon, il maggior esperto in tema petrolifero dell’Università del Texas,
avverte che per Cuba è arrivato il “momento zero” delle riserve petrolifere.
Dalla città di Holguin, la società elettrica locale conferma: non abbiamo
energia per il settore civile. Risultato: 3 ore di luce, su 40 di apagón. Gli
sforzi per sfruttare al massimo il greggio (pesante e con alte percentuali di
zolfo) prodotto nell’isola hanno dato risultati, ma insufficienti a alimentare
il Sistema di produzione di energia elettrica in modo che possa soddisfare le
necessità del paese.
CON
QUESTE PROSPETTIVE, la resistenza della popolazione è sempre più difficile. Una
gran parte di essa vive una condizione drammatica, vicina alla disperazione:
non si vede all’orizzonte una soluzione, mentre dall’esterno arriva un mix di
minacce e promesse di cambi, legati però alla resa del governo (e con esso a
ogni pretesa di sovranità nazionale). Da
settimane infatti sia il presidente Trump sia soprattutto il capo della sua
diplomazia Marco Rubio si sentono legittimati a parlare a nome del popolo
cubano. È questa la novità della tragedia in corso: il boia che si presenta
nelle vesti di salvatore. E come afferma lo storico Fabio Fernández, vi sono da
mesi in Cuba orecchie disposte a credere a tali argomenti. È quello che una
sociologa cubana ha definito «l’esternalizzazione della speranza». Un fenomeno
che capisce chi vive la quotidianità del cubano de a pie: apagones sempre più
lunghi, prezzi dei generi di prima necessità in crescita e inavvicinabili per
chi lavora nel settore statale, trasporto pubblico vicino al collasso (a Ciego
de Ávila, ormai si dà priorità «ai casi sociali sensibili») scuole e università
che funzionano a singhiozzo, spazzatura nelle strade, policlinici e ospedali
con carenza di medicinali. Di fronte a questa situazione il modello
centralizzato e burocratizzato appare incapace sia di affrontare la cause
strutturali della crisi, sia di riformarsi.
LA
GENTE DENUNCIA - sempre più apertamente - la drammatica esperienza quotidiana.
Non la catena di cause strutturali che ha portato a questa situazione: spesso
la sua complessità resta incomprensibile ai più. Le accuse contro il bloqueo
non bastano. Di fronte a una situazione che appare bloccata, la speranza si
deposita in «attori esterni». È una realtà che fa male, ma comprensibile di
fronte alla fatica quotidiana di vivere (o sopravvivere). Lo sfinimento provoca
anche una crescente tendenza al salvense quien pueda, che mina la quasi
proverbiale solidarietà del popolo cubano. Ma è una realtà che deve essere
presa in carico dalla leadership cubana: il modello primitivo della Rivoluzione
– cui si ispira l’attuale leadership cubana – non funziona più. Lo aveva
affermato anni fa lo stesso Fidel Castro («ya no sirve ni a nosotros») e nei
giorni scorsi lo ha ricordato il poeta e cantautore Silvio Rodríguez: perché
dunque ritardano tanto riforme necessarie?
INCHIESTE più o meno “indipendenti” dimostrano che gran parte della popolazione
chiede cambiamenti (economici soprattutto) ma conservando come un bene prezioso
sovranità e indipendenza. Uscire dalla crisi comporta scelte politiche che facciano
della sovranità la base reale – non solo retorica – di un potere popolare. Venerdì
il presidente Díaz- Canel ha annunciato riforme economiche che vanno in questa
direzione: «Sono tempi – ha detto – in cui bisogna cambiare». Si tratta di un
corpo di riforme economiche richieste da tempo e che tendono a dimostrare che
la leadership cubana ha recepito la necessità di riforme strutturali. A
cominciare dalla decentralizzazione dei poteri economici, con un trasferimento
reale ai municipi (dove il Poder popular è più vicino alla gente e i delegati
sono eletti direttamente), che potranno attrarre e gestire investimenti ed
esportare.
GLI
ALTRI PUNTI fondamentali sono rivolti a dare efficienza all’industria di stato
(proprietà sociale) e a sviluppare l’agricoltura e il sistema agro-industriale
(oggi le importazioni di beni di prima necessità sfiorano i due miliardi di
dollari). Infine, assai importante, è il riconoscimento di un ruolo attivo
della diaspora – specie negli Usa – naturalmente non legata alla contra
terrorista: i cubani residenti all’estero potranno investire con gli stessi
diritti degli investitori stranieri. L’annuncio che impegna in prima persona il
presidente è anche il segnale di un dibattito interno al Pcc da cui dipenderà
l’approvazione e la messa in opera di tali riforme.
SI
TRATTA DI UN COMPITO politico che interroga non solo il vertice socialista di
Cuba ma anche la sinistra internazionale. È infatti possibile attuare un
progetto di autentica e reale autodeterminazione popolare in una situazione di
asfissia – economico-finanziaria e ora anche energetica – e sotto le minacce di
un’aggressione militare? La mobilitazione internazionale deve avere l’obiettivo
di garantire la sovranità nazionale di Cuba e la legittimità delle scelte del
governo nazionale cubano: bisogna infatti avere una nazione per decidere a
livello popolare che nazione si vuole. È questo un monito che va al di là di
Cuba.
Il Parlamento europeo approva la «mozione Rubio» contro Cuba
di Manuele Bonaccorsi - da il manifesto - 20 giugno
2026
Unione
Europea e Cuba: La risoluzione condanna
solo il governo cubano, neanche una parola sull’assedio Usa
Il
bloqueo contro Cuba? Non esiste. Le minacce di sanzioni statunitensi ai paesi
Ue che commercino con L’Avana? Non pervenute. Le 32 risoluzioni dell’Onu che
definiscono illegale il sessantennale assedio contro l’isola? Mai viste. È il
contenuto della risoluzione su Cuba votata dal Parlamento Ue nella plenaria del
18 giugno, intitolata non a caso «Sulla repressione politica e la situazione
umanitaria a Cuba». Approvata con la stessa maggioranza che il giorno prima
aveva decretato l’ennesima stretta sui migranti: dai Popolari all’estrema
destra, con l’aggiunta dei liberali di Renew, ma senza Verdi e Socialisti. L’hanno
scritta a Strasburgo, ma il canovaccio è made in Miami. La colpa dell’emergenza
umanitaria è tutta del Partito comunista cubano. Le sanzioni Usa non sono
citate neppure una volta. Si usano invece le stesse parole del tycoon: uno
«stato fallito», «un’emergenza democratica». E la soluzione proposta è la
stessa di Rubio: Cuba deve ammainare la bandiera rossa e issare quella bianca,
aprire integralmente le sue porte all’economia di mercato e indire elezioni
multipartitiche. Subito. Altrimenti l’Ue – viene esplicitamente scritto nel
paragrafo 10 – potrebbe rivedere il già flebile accordo di cooperazione con
l’Avana. La
risoluzione riesce anche a cancellare la stessa normativa Ue. Il blocking
Statute, approvato nel 1999, è una direttiva che vieta a soggetti giuridici
europei di conformarsi alle sanzioni unilaterali statunitensi. Gli ultimi due
ordini esecutivi di Trump vanno nella direzione opposta: il primo, a gennaio,
prometteva sanzioni a tutti i paesi che avessero violato il blocco del
commercio di carburanti con Cuba; il secondo, varato a maggio, minacciava
ritorsioni sul mercato Usa per imprese di ogni parte del mondo che avessero
relazioni commerciali con l’Avana nei settori finanza, miniere, energia. A cui
si aggiunge le legge Helms Burton, varata da Clinton e ancora in vigore:
un’azienda non americana che abbia relazioni commerciali con imprese cubane
attive nella gestione di beni nazionalizzati può essere citata in giudizio
negli Usa. Un corpus normativo minaccioso, sanzioni secondarie che rendono l’Ue
già complice di fatto del bloqueo americano. La grave limitazione della
sovranità Ue, del suo diritto a commerciare con chiunque, è evidentemente
sfuggita all’occhio vigile dei sovranisti di Strasburgo. Il testo approvato ha
visto il voto contrario quasi compatto della sinistra. Anche gli emendamenti di
Verdi e Socialisti sono stati bocciati. Tra i pochi salvati ce n’è uno che
«condanna fermamente le violazioni dei diritti civili e politici, le detenzioni
arbitrarie, le restrizioni della libertà di espressione», etc.. La
neomaggioranza europea di destra non ha trovato alcuna difficoltà a votarla e
aggiungerla nel proprio testo.
C’è
poi il giallo di Ignazio Marino. L’esponente dei Verdi – ex chirurgo e manager
sanitario negli Usa – in un suo intervento il 19 maggio annunciava al
Parlamento di Strasburgo di volersi recare a Cuba per vedere di persona la
situazione degli ospedali: «Non possiamo permettere che le tensioni politiche
si traducano nella morte di pazienti indifesi». A Cuba Marino non è mai andato,
però ha visitato tra il 26 e il 28 maggio gli Stati uniti come componente di
una delegazione della commissione Sanità del Parlamento Ue. Marino (che risulta
attualmente consigliere della Cattolica – Tju Research, joint venture tra
l’università privata americana Jefferson e il Gemelli) al momento della
votazione sulla mozione anticastrista si astiene. Poi (ieri) comunica di aver
sbagliato e tramuta la sua preferenza in un voto contrario. Ma la “mozione
Rubio” ormai era stata approvata.
Riforme per non morire, Cuba dà la svolta e apre al mercato
di Roberto Livi - da il manifesto - 20 giugno
2026
America
latina: L’imprimatur scritto di Raul Castro, che vive sotto scorta per non fare
la fine di Maduro
È
partita la rincorsa verso la maggior riforma economica mai attuata in questo
secolo a Cuba, che dà maggior spazio agli investimenti privati, sia interni che
esteri e che apre al mercato. Il primo passo è stato l’esame del pacchetto di
176 riforme presentato la settimana scorsa dal presidente Miguel Díaz-Canel da
parte del Plenum del Comitato centrale del Pcc, riunito mercoledì in sessione
straordinaria. L’imprimatur è venuto direttamente da un messaggio inviato da
Raúl Castro, il quale ha informato di essere stato consultato e di averlo
approvato senza riserve. L’ex presidente ha esortato il dirigenti del Pcc a un
dibattito aperto, nel quale erano benvenute le critiche se espresse in un ambito
costruttivo. Ma ancor più che l’approvazione delle riforme, Castro ha esortato
il partito a una loro rapida applicazione, in sintonia e con la partecipazione
della popolazione cubana. Il messaggio – siglato da Raúl Castro – è stato
mostrato ai membri del Comitato centrale che l’hanno accolto in piedi con un
lungo applauso.
L’EX
PRESIDENTE, sotto accusa da parte del Dipartimento di giustizia degli Usa, si
trova sotto scorta in un luogo sconosciuto e ben protetto per impedire un blitz
come quello attuato dalla Delta Force lo scorso 3 gennaio per catturare il
presidente venezuelano Maduro. Il primo ministro Manuel Marrero ha messo in
chiaro che le riforme prevedono sia un’apertura agli investimenti privati
diretti, sia una decentralizzazione del sistema produttivo come pure un cambio
nel mercato delle valute: riforme che «non vanno contro i principi del
socialism cubano». Anzi ne rappresentano uno sviluppo, seguendo la famosa
indicazione di Fidel Castro che la Rivoluzione significa «cambiare tutto quello
che deve essere cambiato».
I
LAVORI DEL PLENUM si sono svolti sotto la presidenza di Díaz-Canel nel suo
duplice ruolo di capo di Stato e primo segretario del Partito comunista. Il
presidente ha convocato, come consiglieri per esaminare l’efficacia delle
riforme, un gruppo di economisti «critici e non ufficialisti», ma non legati in
alcun modo ai gruppi anticastristi radicali. Si tratta di economisti che in
passato hanno svolto un ruolo di primo piano nelle istituzioni cubane, come
Juan Triana Cordoví e Omar Overleni, ex professori universitari, e Julio
Carranza (ex esperto Onu) che da tempo si battono per riforme all’interno del
socialismo cubano. Tra le misure approvate dal Plenum vi è la decisione di
eliminare il tope, ovvero il prezzo massimo imposto dal governo per molti
generi di prima necessità. Misura questa «necessaria» per aprire la porta agli
investimenti stranieri nel settore privato cubano.
CON LA
LEGGE 117/2026 anche all’esilio cubano viene permesso di investire nell’isola:
si tratta di una svolta storica rispetto ai tempi – alla fine del secolo
scorso- quando gli emigranti (soprattutto verso gli Usa) venivano insultati con
il termine gusanos (vermi). Nel prossimo futuro, dunque, da reietti i
cubano-americani si potranno trasformare in investitori. «Qui avete la vostra
casa, la porta (dell’isola) è aperta» ha affermato il presidente Díaz-Canel nel
suo intervento al Plenum straordinario del Partito comunista. Un invito senza
precedenti alla diaspora cubana perché partecipi direttamente a far uscire Cuba
dalla drammatica crisi. La causa di tale svolta è semplice e l’ha descritta
chiaramente il presidente Díaz- Canel, affermando che «non vi è sovranità con i
piatti vuoti». Dunque il problema dell’agricoltura che non riesce ad alimentare
le mense cubane è diventato un «problema di sicurezza nazionale che richiede
misure straordinarie».
INFINE
IL PRESIDENTE ha anche annunciato una misura di cui si parlava da tempo che
prevede la mossa finale per eliminare l’egualitarismo in stile Fidel: la
Canasta basica normada, ovvero l’insieme di prodotti a prezzi calmierati
assicurati dalla libreta, cesserà di essere un bene universale (goduto anche
dai residenti stranieri) e sarà riservata a pensionati, ammalati cronici, in
sostanza alle «persone vulnerabili». A sua volta, il premier Manuel Marrero, ha
annunciato che il salario minimo sarà elevato a 3210 pesos cubani (Cup, nel
mercato informale l’euro è già al di sopra dei 750 Cup).
SI
TRATTA DI UN CORPO di riforme senza precedenti, per affrontare una situazione
di crisi senza precedenti. Un compito certo non facile (e la fatica fisica
dimostrata dal presidente nelle interviste e nei suoi interventi lo
dimostrava). Negli anni precedenti non sono mancati in Cuba gli annunci di
riforme seguiti poi da retromarce. Come ha affermato uno dei più stimati
economisti, il professor Juan Triana Cordoví , le riforme prevedono anche la
necessità di «ridisegnare il patto sociale che non ha più base per mantenersi»:
dunque una volontà politica. Perché, conclude Triana , «fare cose nuove con
mentalità vecchia non appare possibile». La discussione finale e l’approvazione
del pacchetto di riforme è stata riservata giovedì all’Assemblea nazionale del
Poder Popular convocata in riunione straordinaria proprio per affrontare
l’urgenza di una drammatica crisi indotta dallo strangolamento economico ed
energetico voluti dal presidente Trump e dal Dipartimento di Stato degli Usa.
La resistenza della popolazione è infatti arrivata al limite con apagones
quotidiani resi inevitabili dalla mancanza di combustibile per produrre energia
elettrica, e che si estendono ormai per quasi due giorni. La crisi energetica
ha risvolti sia nell’aumento dell’inflazione sia nella carenza di acqua in vari
quartieri della capitale. Una situazione che praticamente ogni notte viene
rifiutata dalla popolazione con rumorosi cacerolazos. Particolarmente forte e
generalizzata è stata giovedì la protesta a Santiago di Cuba.
IN
CONCLUSIONE le misure approvate giovedì costituiscono la maggior riforma
finanziaria, con l’approvazione di banche private, criptomonete e rimesse
controllate da canali privati. L’intero settore privato sarà normato da nuove
regole, che di fatto rendono possibile quanto prima era vietato. Il tutto, come
ha affermato il premier, non significa la fine del socialismo cubano, anzi un
suo rafforzamento per renderlo sostenibile e per migliorare la qualità della
vita della popolazione. Ora il problema urgente sarà, come ha chiesto Raúl
Castro, mettere in pratica il corpo di misure approvate con la velocità, la
profondità e il credito che esige la situazione cubana. Come afferma
l’imprenditore cubano-americano Hugo Cancio, «La parola chiave è fiducia. Gli
investimenti esteri arrivano quando vi sono le garanzie». L’altra grande
incognita è se tali riforme saranno ritenute sufficienti da Trump per togliere
o quantomeno allentare lo strangolamento economico e energetico dell’isola.
La fame era l’arma: aiuti a Cuba, Usa battuti nel World food programme
di Daniele Nalbone - da il manifesto - 30 giugno
2026
Frattura
politica e diplomatica: A Roma l'agenzia
ONU dell'assistenza alimentare (Nobel per la Pace 2020) costretta a un voto
senza precedenti. Le forti pressioni di Washington per bloccare gli aiuti
umanitari sconfitte per 29 voti contro 2
Nel
tentativo di bloccare il Piano strategico nazionale del World Food Programme
(Wfp) per Cuba, gli Stati Uniti hanno fatto saltare una delle regole non
scritte che da trent’anni governavano il funzionamento dell’agenzia delle
Nazioni Unite contro la fame. Per la prima volta dalla nascita dell’attuale
Comitato esecutivo, nel 1996, una decisione strategica non è stata approvata
per consenso, ma attraverso una votazione formale.
PUÒ
SEMBRARE un dettaglio procedurale. In realtà segna una frattura politica e
diplomatica senza precedenti. Da quando il Comitato esecutivo è stato istituito
nella sua forma attuale, le decisioni più importanti – dall’approvazione dei
bilanci ai programmi di intervento, fino ai Piani strategici nazionali – sono
sempre state adottate per consenso. Non si trattava di un obbligo previsto dal
regolamento, bensì di una prassi consolidata: prima di arrivare al voto, le
delegazioni continuavano a negoziare fino a raggiungere una posizione
condivisa. Il regolamento prevedeva comunque la possibilità di votare, ma
quella procedura era considerata l’ultima risorsa e, di fatto, non era mai
stata utilizzata.
QUELL’EQUILIBRIO
si è rotto venerdì scorso a Roma. Dopo settimane di stallo, la delegazione
statunitense ha mantenuto la propria opposizione all’approvazione del Piano
strategico nazionale per Cuba (2026–2030), impedendo che si formasse il
consenso necessario. A quel punto la presidente del Comitato esecutivo, Carla
Barroso Carneiro, ambasciatrice e rappresentante permanente del Brasile presso
le agenzie delle Nazioni Unite a Roma, ha deciso di ricorrere alla procedura
prevista dal regolamento e di sottoporre il testo al voto. Il risultato non ha
soltanto consentito l’approvazione del piano per Cuba. Ha anche infranto una
consuetudine diplomatica che aveva retto per tre decenni e aperto un precedente
destinato ad avere conseguenze che vanno oltre il caso cubano: per la prima volta
il principio del consenso, uno dei cardini informali del funzionamento del Wfp,
ha ceduto il passo alla logica del voto. Secondo fonti diplomatiche presenti
alla riunione, la delegazione statunitense ha sostenuto che il programma
avrebbe finito per sostenere direttamente il governo cubano, ribadendo la
posizione di Washington secondo cui la cooperazione internazionale con l’isola
non dovrebbe rafforzare le istituzioni statali. Una lettura respinta dalla
maggioranza dei membri del Comitato, che ha invece ritenuto prioritario
garantire la continuità degli interventi umanitari destinati alla popolazione.
L’ESITO
DEL VOTO, tenutosi a chiusura della sessione annuale, fotografa il forte
isolamento della Casa Bianca. Il piano per Cuba è stato approvato con 29 voti a
favore e soltanto 2 contrari: quelli degli Stati Uniti e del Marocco. La larga
maggioranza dei membri del Comitato, compresi diversi alleati degli Stati
Uniti, ha respinto il tentativo americano di estendere gli effetti del bloqueo
all’interno delle agenzie umanitarie. Una «vittoria clamorosa che dimostra come
Cuba non sia sola», ha commentato Jorge Luis Cepero Aguilar, rappresentante
permanente dell’isola presso le agenzie Onu a Roma, denunciando le forti
pressioni di Washington per ostacolare il documento. Da L’Avana, il ministro
degli esteri Bruno Rodríguez Parrilla ha parlato di una «vittoria schiacciante
contro i tentativi statunitensi di politicizzare l’assistenza umanitaria».
IL
PIANO APPROVATO prevede lo stanziamento di 116,4 milioni di dollari per i primi
cinque anni, a partire dal 1° luglio. Risorse vitali per un’isola stremata da
una crisi macroeconomica senza precedenti, aggravata dal bloqueo e da una
drammatica carenza di carburante ed energia elettrica. Il Wfp punta ad
assistere tra 1,2 e 1,7 milioni di cubani all’anno, concentrandosi sulle fasce
più vulnerabili: bambini nei primi mille giorni di vita, donne in gravidanza,
anziani e persone con disabilità. Più di 76 milioni di dollari saranno
destinati alla risposta rapida alle emergenze e al sostegno dei sistemi di
protezione sociale dell’isola. Altri 17 milioni finanzieranno la logistica per
fare in modo che il cibo arrivi a destinazione nonostante i blackout, mentre
una quota consistente sosterrà i piccoli produttori locali per portare prodotti
a chilometro zero nelle mense delle scuole rurali. Una goccia nel mare, ma
significativa: nel 2020 il Wfp vinse il Nobel per la pace, tra l’altro per gli
sforzi di prevenzione nei conflitti «che sfruttano la fame come arma». Proprio
il caso di Usa e Cuba.
IL
VOTO DI ROMA rappresenta un precedente politico. Dimostra non solo che la fame
non può essere usata come strumento di pressione diplomatica, ma anche che,
quando il consenso si rompe, gli Stati Uniti possono essere messi in minoranza
nelle istituzioni multilaterali.