8 maggio 2024

A che punto è l’Europa con la transizione ecologica?

Nel 2023 l’Ue ha raggiunto traguardi incoraggianti: il calo delle emissioni di CO2 (8%) e l’incremento della produzione di energia rinnovabile (17 gigawatt per le turbine eoliche e 56 per i pannelli solari). Tuttavia, non è ancora abbastanza

  di Antonio Zoccano *

Nel 2023, la transizione ecologica in Europa ha raggiunto un traguardo importante. Secondo Crea - Center for Research on Energy and Clean Airle emissioni di CO2 sono diminuite dell’8% rispetto all’anno precedente: si tratta del calo più importante registrato dopo il lockdown del 2020. Ciò è stato possibile, tra le varia cause, grazie all’incremento della produzione di energia pulita: lo scorso anno l’Unione ha raggiunto livelli record per le installazioni di impianti fotovoltaici, eolici (17 gigawatt di nuove turbine eoliche e di 56 gigawatt di pannelli solari).

Inoltre, a dare grande supporto alla transizione green è anche l’Eu Ets (Exchange Trade System) Carbon System: un sistema di scambio di quote di emissioni avviato nel 2005 con l’obiettivo di incentivare la riduzione di gas serra prodotti dai principali attori inquinanti; in questo modo, le imprese possono acquistare quote di emissione, limitate da un tetto massimo fissato dall’Ue. Circa il 45% delle emissioni europee è regolato dall’Ets e, lo scorso anno, l’Ue ha istituito un secondo Ets per includere alcuni settori precedentemente esclusi entro il 2027. Tuttavia, questa tipologia di Ets prevede una clausola che abbassa notevolmente il prezzo delle quote qualora questo superasse i 45 euro per tonnellata nei primi 3 anni.

Il sistema, fulcro del programma europeo Fit for 55 (che prevede prima la contrazione delle emissioni del 55% entro il 2030, rispetto al 1990, per raggiungere successivamente l’obiettivo zero emissioni entro il 2050), ha già prodotto importanti risultati, avendo contribuito nella riduzione del 47% dei gas serra prodotti da impianti elettrici e industriali dal 2005.

Secondo la Commissione Europea, la produzione di anidride carbonica regolamentata dall’Eu Ets è calata del 15,5% rispetto l’anno precedente. Il settore dove si è registrato il maggiore calo è quello energetico (-24% rispetto al 2022), mentre nelle industrie ad alta intensità energetica l’incremento di efficienza nella produzione metallurgica e di cemento ha contribuito alla contrazione del 7% delle emissioni. Questo calo si è registrato in un periodo di continuo ribasso dei prezzi delle quote di scambio, che hanno raggiunto il minimo a febbraio 2024 (quando si è toccata la soglia dei 50 euro).

E intanto, cresce la produzione di rinnovabili. Come osserva il rapporto annuale del think tank indipendente Emberl’energia elettrica eolica prodotta in Ue ha superato per la prima volta quella ricavata dal gas fossile raggiungendo quota 18% (+13% in un anno); il mix eolico-fotovoltaico ha raggiunto il 27%. Tra i casi più virtuosi figurano la Germania, che ha prodotto 141 TWh da pale e turbine eoliche, la Danimarca, che produce il 58% dell’elettricità proprio sfruttando il vento, e la Svezia, che vanta il livello pro-capite più elevato.

Ma la strada è ancora lunga. Come osserva l’Eea nel suo ultimo report Trend and Emissions 2023, l’Unione Europea ha visto calare le sue emissioni nette del 31% nel periodo 1990-2022. Tuttavia, si stima che le politiche d’oggi ridurranno la produzione di gas serra entro il 2030 solo del 43%, dato inferiore rispetto all’obiettivo ambizioso del 55%. Il traguardo sarebbe più vicino se venissero implementate le politiche pianificate, non ancora attuate (si arriverebbe alla riduzione del 48%). Tuttavia, ancora non sarebbe sufficiente.

Secondo l’ottavo rapporto sullo Stato energetico dell’Unione, infatti, occorre triplicare la velocità con cui ridurre le emissioni rispetto a quanto fatto in precedenza per adempiere ai propri obiettivi climatici. Inoltre, le imminenti elezioni europee e le proteste degli agricoltori stanno causando non pochi problemi all’approvazione e all’attuazione delle politiche del Green Deal. Su tutti, spiccano il veto alla Legge sul Ripristino della Natura da parte del Consiglio dell’Unione Europea, e il taglio da parte del Consiglio di vincoli ambientali nell’erogazione di sussidi all’agricoltura, responsabile dell’11% delle emissioni europee. Lo stesso settore agricolo, che ha ridotto il proprio impatto ambientale, negli ultimi anni ha visto rallentare il tasso di decarbonizzazione.

Inoltre, nel settore dei trasporti la decarbonizzazione non si è affatto concretizzata. Secondo la Commissione Europea, infatti, il trasporto aereo ha visto un incremento delle emissioni del 10% circa rispetto al 2022, complice la ripresa del settore a seguito della forte contrazione avvenuta durante il periodo pandemico. Nell’industria automobilistica, invece, l’Eca (Corte dei conti europea) ha recentemente dichiarato che le emissioni reali del settore non sono calate nell’ultimo decennio; i produttori hanno sfruttato lacune nei requisiti dei test di laboratorio, creando così un divario enorme con le emissioni reali, cioè quelle dei veicoli su strada. Solo dopo il Dieselgate, che coinvolse Volkswagen nel 2015, sono stati implementati nuovi test di laboratorio, più realistici; tuttavia, il divario tra laboratorio e guida reale è rimasto elevato. Si stima che le emissioni dei veicoli a diesel sia rimasto costante, mentre sono calate leggermente per le auto a benzina (-4,6%).

Dunque, l’Europa sta compiendo importanti sforzi verso la decarbonizzazione e la transizione energetica. Tuttavia, per adempiere agli obiettivi fissati servirà maggiore impegno. E l’interesse è elevatissimo, perché l’Europa è il continente che si sta riscaldando più rapidamente a livello globale. E le conseguenze sono già ben visibili, sia sul piano sociale che su quello economico.

* da www.lasvolta.it - 6 maggio 2024

5 maggio 2024

G7 per l’ambiente: in una Torino militarizzata i ministri fissano obiettivi inverosimili

di Stefano Baudino *

Si è ufficialmente concluso il G7 Ambiente, Energia e Clima di Venaria Reale, alle porte di Torino, con la firma dei Paesi più industrializzati del mondo – e dunque più lontani dal raggiungimento di obiettivi di natura ambientale – di un documento finale in cui, tra le altre cose, si manifesta addirittura l’impegno di “eliminare progressivamente la generazione di energia a carbone” entro il 2035. Un’intenzione che, specie alla luce delle performance tutt’altro che encomiabili degli ultimi anni da parte degli attori in gioco sulla questione ambientale, profuma di farsa, e che viene formalizzata nel contesto di un evento andato in scena in un clima di forte repressione, come abitualmente avviene quando vanno in scena proteste e contestazioni. Durante le mobilitazioni, infatti, hanno avuto luogo a più riprese scontri tra la polizia e i manifestanti – respinti con idranti, lacrimogeni e manganelli –, che hanno provocato diversi feriti.

Approfondendo le risultanze del G7 alla luce dell’attuale stato delle cose, si possono ben discernere gli slogan politico-mediatici che hanno accompagnato il summit e gli impegni concretamente assunti dai rappresentanti dei Paesi coinvolti. Nel documento firmato dai ministri riunitisi al G7, ribattezzato “Carta di Venaria”, si legge infatti testualmente: “Ci impegniamo […] a eliminare gradualmente l’attuale produzione di energia da carbone nei nostri sistemi energetici durante la prima metà del 2030 o in una tempistica coerente con il mantenimento di un limite di aumento della temperatura di 1,5°C a portata di mano, in linea con i percorsi net-zero dei paesi”. Una clausola, quest’ultima, passata in sordina, ma tutt’altro che secondaria, che spianerà la strada a Giappone e Germania – i Paesi più restii a intraprendere azioni concrete su questo versante, come dimostra il fatto che nel 2023 hanno ricavato rispettivamente il 30% e il 26% dell’energia elettrica proprio dal carbone – per l’allungamenti dei tempi. A questo proposito, giova ricordare quanto appena attestato dall’istituto di scienza e politica climatica Climate Analytics, che ha evidenziato come “nessuno dei membri del G7” sia “sulla buona strada per raggiungere i propri obiettivi di riduzione delle emissioni” – riduzione fissata a un valore compreso tra il 19 e il 33% entro il 2030 rispetto ai livelli del 2019 -, che “non sono ancora collettivamente allineati a 1,5°C”. Tra gli altri obiettivi, la Carta menziona anche l’accelerazione dell’attuazione del “Piano in cinque punti per la sicurezza dei minerali critici”, l’istituzione di una Coalizione del G7 per l’acqua finalizzata ad affrontare la crisi idrica globale, una transizione giusta verso l’energia pulita nei paesi in via di sviluppo e l’avvio del nucleare di nuova generazione.

È però impossibile parlare del G7 di Venaria senza soffermarsi sulle grandi proteste dei gruppi ambientalisti che l’hanno segnato, che – per l’ennesima volta – sono state soffocate da una vigorosa azione repressiva da parte delle forze dell’ordine. Le mobilitazioni avevano avuto inizio nei giorni precedenti all’inizio del meeting. Tutto è partito sabato 27 aprile con le tensioni nei pressi del cantiere di San Didero, in Val di Susa, tra il Movimento No TAV e le forze dell’ordine, che hanno bloccato l’autostrada e fatto ingente uso di lacrimogeni e idranti. Il giorno dopo, un migliaio di persone hanno rimpinguato un corteo che ha marciato per le strade di Venaria, occupando anche la tangenziale, bloccando per breve tempo il traffico e fermandosi poi in piazza Vittorio Veneto, dove è stato realizzato un falò con la bandiera americana e le gigantografie dei leader del G7. Alcuni membri di uno dei gruppi in prima linea nelle proteste, Extinction Rebellion, lunedì hanno messo in atto un’azione dimostrativa, salendo sul tetto del dipartimento universitario di Biologia che si affaccia su piazza Carlo Emanuele II (meglio nota come Piazza Carlina), dove sorge uno degli hotel che ospitava le delegazioni che hanno partecipato al G7. Prima di essere portati via di peso dalla polizia, gli attivisti hanno esposto uno striscione con la scritta “The king is nake, G7 is a scam” (“Il re è nudo, il G7 è una presa in giro”). In serata, a Torino si sono verificati forti disordini tra i collettivi studenteschi in protesta e le forze dell’ordine, che per non fare procedere i manifestanti piazza Carlina ha utilizzato idranti, manganelli e lacrimogeni. Mentre si contano alcuni agenti contusi, il bilancio dei collettivi parla di una decina di feriti, tra cui alcuni minorenni, e uno di loro ricoverato per una frattura al naso dopo essere stato colpito da un lacrimogeno. Dovrà essere operato.

Per quanto attiene alle politiche del nostro Paese, il tradimento degli impegni ambientali è già un dato di fatto. In barba a quanto promesso nel 2021 in occasione della 26esima Conferenza delle parti sul clima (Cop26) di Glasgow, nel gennaio 2023 l’Italia ha infatti messo nero su bianco l’impegno che la vedrà continuare a erogare sussidi pubblici al comparto dei combustibili fossili. Il documento, reso pubblico il 20 marzo dello scorso anno sui portali online della coalizione internazionale Export finance for future (E3F), di cui fa parte anche l’Italia, sancisce infatti che il governo guidato da Giorgia Meloni proseguirà almeno fino al 2028 a finanziare progetti concernenti estrazione e trasporto di carbone, petrolio e gas all’estero. Il ruolo cardine è del SACE, ente assicuratore controllato dal ministero dell’Economia e primo finanziatore a livello europeo (sesto a livello globale) per il sostegno pubblico alle fonti fossili, che tra il 2016 e il 2021 ha emesso garanzie per più di 13,7 miliardi di euro verso tali settori. Nei primi sei mesi del 2023, l’Italia ha investito 1,2 miliardi di dollari di sussidi pubblici per i combustibili fossili, una somma così cospicua da collocarla seconda al mondo, dietro soltanto dall’investimento da 1,5 miliardi di dollari degli Stati Uniti.

* da lindipendente.online - 2 maggio 2024

29 aprile 2024

Shimon Adaf, lo sguardo manicheo sulla guerra

INTERVISTA. Parla il poeta, scrittore e musicista israeliano. «Dopo il 7 ottobre le mie opinioni non sono cambiate, né la mia posizione sulla questione palestinese. Credo nella convivenza in uno spazio multinazionale e multireligioso »

di Olga Dalia Padoa * 

A più di sei mesi dal 7 ottobre Shimon Adaf, poeta, scrittore e musicista israeliano nato da una famiglia di origine marocchina a Sderot, una delle città sfollate nel sud di Israele all’inizio della guerra a Gaza, non accetta di dover «continuare a vivere sempre in guerra», e allo stesso tempo è deluso dall’ostilità dei partiti progressisti europei. Secondo Adaf, la criminalizzazione dello Stato ebraico «alimenta la retorica della destra israeliana, già convinta che tutto il mondo sia contro di noi; per non parlare della destra mondiale che spesso usa Israele in maniera strumentale per portare avanti i propri obiettivi».

Come vive questa situazione la sinistra israeliana, con le accuse di genocidio e gli studenti universitari in piazza che chiedono il boicottaggio?

La sinistra israeliana ha sempre fatto riferimento ai movimenti progressisti e liberali di tutto il mondo, ma ora la sensazione è che ci abbiano lasciati soli: è come se ci fosse una rimozione totale delle perdite israeliane ed esistessero solo quelle palestinesi. Ciò ovviamente non significa che le critiche a Israele non siano legittime, ma ignorare il fatto che la gente di qui sia stata uccisa e bruciata nelle proprie case, non riconoscere la sofferenza degli ostaggi, delle donne violentate, mi sembra disumano – nella stessa misura in cui sono disumane le azioni di Israele in questa guerra.

Come giudica la polarizzazione che si è creata nel dibattito pubblico sul conflitto in Medio oriente?
Siamo pervasi da un pensiero dicotomico, hollywoodiano, in cui l’impero del male conquista una minoranza mansueta e pacifica, e noi spettatori ci identifichiamo con i guerrieri per la libertà. Ma fatta eccezione per casi molto particolari, questo non è mai avvenuto nel corso della storia. È una fantasia in cui l’Occidente continua a cullarsi, forse per liberarsi dei sensi di colpa dovuti al suo passato colonialista. A mio parere la questione è invece di tipo pratico. Se cominciamo ad andare indietro nel tempo, concentrandosi sulla questione di chi abbia più diritti su questa terra anziché su come trovare una soluzione, non si arriva da nessuna parte. E il prisma del colonialismo non aiuta a capire quello che succede qui, perché è una situazione molto più complessa: non sono le colonie francesi in Algeria, né quelle inglesi in India. Gli ebrei che sono arrivati 60, 80 o 100 anni fa qui non sono gli emissari di un impero immaginario, e non hanno un luogo in cui tornare.

È un tema che affronta anche nel suo ultimo racconto, in cui parla di una famiglia sfollata di Sderot che torna nel proprio appartamento e che si sforza di non guardare nella crepa che si è creata con questa guerra. Solo una bambina ha il coraggio di voler capire cosa sta succedendo. Perché?
Ho scelto il punto di vista di una bambina perché penso che nei bambini ci sia un senso della giustizia istintivo, a volte anche selvaggio, che pretende il rispetto delle regole, dei principi, del prossimo. Gli esuli descritti nel mio racconto sono gli israeliani sfollati dalle proprie case ma anche i profughi di Gaza, sono tutti coloro che sono stati colpiti da quest’inferno. Gli adulti spesso usano molte scuse e sovrastrutture per non comportarsi in modo etico, ma non si può dire che ci sia una giustizia per una popolazione che vive sotto occupazione e un’altra per la popolazione occupante.

Cosa pensa delle proteste e delle manifestazioni contro Netanyahu che si susseguono ogni settimana?
Ironicamente, il tentativo di Netanyahu di manomettere il sistema politico e giudiziario ci ha insegnato che non si può separare la concezione economica da quella politica, quella securitaria da quella nazionalista: fanno parte dello stesso continuum. Proprio durante l’anno della cosiddetta “riforma giudiziaria” sono stato coinvolto in un progetto presso l’Istituto Vanleer di Gerusalemme sul tema del post-capitalismo: ci siamo dati la libertà di immaginare una società post-nazionalista e post-capitalista in Medio Oriente. Un ordine sociale, culturale ed economico in cui il principio di cittadinanza prescinde dall’appartenenza nazionale o religiosa. In questo momento sembrerebbe un orizzonte utopico o addirittura messianico, ma l’immaginazione precorre sempre la realtà, e il ruolo della letteratura e dell’arte è imprescindibile.

Gli israeliani sono disillusi sulla possibilità di siglare una pace con la leadership palestinese?
Molti dicono di essere stati ingenui, credendo che la pace fosse possibile. Ma se gli si chiede, «Allora cosa è possibile? Qual è la soluzione?» non trovano una risposta. Tutta la concezione politica del centro-destra consiste nel creare un ristagno, sostenendo che in assenza di una soluzione non si può fare altro che tirare avanti, continuare a risolvere piccole o grandi crisi. Ed è una sensazione è molto diffusa. Ma allora cosa facciamo, accettiamo di vivere in guerra per sempre? Io questo non lo concepisco.

Cosa è cambiato in lei dopo lo shock del 7 ottobre?

Le mie opinioni non sono cambiate, così come la mia posizione riguardo alla questione palestinese. Credo nella convivenza in uno spazio multinazionale e multireligioso. Non sono ingenuo a riguardo. Si tratta di un processo lungo e pieno di sfide. Ciò che invece mi ha deluso sono le teorie politiche degli ultimi decenni. Il fatto che si traducano molto facilmente in dogmatismo omicida a destra e a sinistra dimostra che non sono più in grado di descrivere la realtà e tanto meno di apportarvi un miglioramento.

* da il manifesto - 29 aprile 2024

28 aprile 2024

Elettori: segnali di fumo dalla Basilicata

di Massimo Marino

Se c’è un aspetto positivo nella trafila di continue elezioni locali ogni due mesi, è che si comprende sempre meglio il pensiero degli elettori, travisato dalla litania di chiacchiere, sondaggi, previsioni pre e post voto che ci sommerge. I risultati di Sardegna, Abruzzo e adesso Basilicata risultano incomprensibili se ci fermiamo solo ai commenti dei media.

Dunque vediamo dai numeri veri cosa emerge dai risultati della Basilicata, che sono particolarmente significativi.

1)           Incredibilmente con la Basilicata le astensioni continuano ad aumentare: rispetto alle regionali  del 2019 sono ancora aumentate di ben 4 punti. Per i Presidenti i votanti non sono il 49,8% ( che comprende anche bianche e nulle ) ma 47,60% contro 51,49 del 2019 (-3,9%) cioè 282mila nel 2024 vs 296mila del 2019. Quindi altri 20mila votanti in meno considerato che allora c’erano 5mila votanti totali in più. Per le Liste sono il 46,50% contro 50,40 (13 liste vs 14 nel 2019 ). Cioè 53 elettori su 100 (contro 49 del 2019), non hanno votato per nessuno. Un dato davvero impressionante, che sovrasta tutte le chiacchiere su chi ha vinto e chi ha perso.

2)           Vi do una notizia: il CDX ( o se preferite il destra-centro dei soliti tre + listarelle di contorno ) ha perso voti, più di 10 mila (112mila nel 2024 contro 122mila del 2019 ). Grazie solo al sistema elettorale, non agli elettori, ha vinto quindi il “campo largo di CDX “ con i nuovi alleati di Calenda (Azione con 19 mila voti) e Renzi (Orgoglio Lucano con 18mila voti ). Da notare che i due da soli in Sardegna con Soru, altro diversamente PD, non avevano eletto nessuno e “ il campo giusto”, come lo ha chiamato Conte, ha vinto.

In Basilicata è rilevante in Azione il successo personale di Marcello Pittella (7200 preferenze oggi, 8800 nel 2019 ) fino a 5 anni fa Presidente della Regione come esponente di punta del PD, ( partito che fino ad allora aveva sempre governato la Basilicata negli ultimi decenni ), messo un po' di lato per qualche problema con la Giustizia.

Così il neo vincitore Bardi II ha vinto con 153mila voti contro 114mila voti del piddino Marrese  (CSX + 5stelle). Il Bardi I del 2019 aveva vinto con 125mila voti. In pratica con 283mila votanti e 286mila a casa i 38mila voti di Calenda/Renzi ( su 568mila elettori totali sono il 6 % ) grazie al sistema elettorale  sono risultati determinanti per dare al vincitore il 60% dei 20 seggi.

3)           La conclusione apparente che sembra  ovvia ma è sbagliata, è quindi quella che gli orfani di un PD “ piglia tutto e combina nulla” si ostinano a riproporre sulle varie reti dei media con crescente difficoltà di ragionamento: con questi sistemi elettorali ( quello delle Regioni, a turno unico, è il più aberrante)  chi fa il campo più largo  vincerebbe ( e chi se ne frega di cambiare qualcosa di serio). Peccato che non è così e la Sardegna lo smentisce: chi decide davvero sono le sterminate divisioni dell’astensionismo, in particolare di “ astensionisti militanti ” che a mio parere in Italia sono almeno un quarto del totale degli astensionisti ( cioè 5-6 milioni di elettori).

Il caso Sardegna, se ce ne era bisogno,  sembrerebbe proprio indicarci che non è così semplice. Il campo più largo o più stretto è solo un illusione ottica per gli allocchi. Milioni di elettori, delusi, incazzati o disperati, moderatamente ormai qualunquisti e a modo loro populisti non si concedono più a nessuno dei soliti noti. Non votano a destra (per fortuna), non votano a sinistra, se non sentono odore di novità vere non votano neppure 5stelle come hanno fatto in massa  fino al 2018. Da questo punto di vista “il campo giusto” di Conte mi è sembrato particolarmente azzeccato anche se non mi è chiaro quanti e quanto nel gruppo dirigente dei 5stelle hanno capito fino in fondo i segnali di fumo degli elettori e le conseguenze che ne derivano. L’idea che ci voglia una Alessandra Todde e il metodo sardo per vincere ad ogni appuntamento elettorale ( seppure oggi  per un pelo) fa impazzire tutti. Per primo l’intero CDX che ha ben chiaro di essere una minoranza di sbruffoni che sopravvive e vince  confidando sulla volontà prevalente nel PD di raggiungere l’obiettivo della eliminazione dei residui 5stelle, l’unica cosa che unisce tutte le sue componenti interne e i suoi fiancheggiatori nei media.

4) Invece di modificare gli indecenti sistemi elettorali del rosatellum e dei suoi fratellini nelle Regioni e nei Comuni, anche il PD e i suoi gregari ( verdi, sinistra, radicali ) dalla estinzione definitiva del grillismo immaginano di riprendere un po' di ossigeno per  respirare. Per governare quando e con chi non è dato sapere.

Penso da  tempo che la formuletta per produrre una alternativa nel nostro paese sia ormai quella del proporzionale con soglia alta che porti al 20/20/10 (20% al PD, 20% a 5stelle o suo successore, 10% ai rossoverdi o verdirossi  (che è quello che potenzialmente si esprime nella società italiana ma è soffocato da sistemi elettorali e leader sciagurati ).

Se continuiamo a stare invece dentro l’attuale schema di gioco, una visione miope ed autolesionista dei gruppi dirigenti ma drammatica per il paese,  a me sembra evidente che ci terremo la Meloni, e la schiera di suoi alleati vecchi e nuovi che compongono il CDX, per i prossimi 15-20 anni. Le imminenti elezioni europee sembrano confermare il mio lagnoso pessimismo visto che si rischia che ben 5 liste, nessuna di centrodestra, possano restare sotto il quorum del 4% (AVS di Fratoianni/Bonelli, Azione di Calenda, Stati uniti di Europa di Renzi/Bonino, Pace e Terra di Santoro, Libertà di Cateno De Luca e altri ).

*

Non si può affidare a piccoli manipoli di portatori di voti i destini del paese, consegnarsi a piccoli gruppi rappresentanti di grandi interessi privati e a volte anche pubblici, simulando che tutto sia normale gioco democratico. Visto che ormai stabilmente questo schema lascia fuori più della metà degli elettori a gradi diversi estranei ad un gioco evidentemente truccato che esclude qualunque vero progetto di cambiamento. Per la verità ci sarebbe da chiedersi cosa sarebbe cambiato in Basilicata se invece di un CDX allargato avesse vinto un CSX annacquato dagli amici di Renzi e Calenda. Sarebbe davvero bastato l’eventuale cambio di faccia del Presidente per offrire (ad esempio sulla sanità, sull’assetto energetico, sulla mobilità, sulla precarietà ) una alternativa alla Regione ?

Confermo quanto ho più volte sostenuto: almeno al momento non c’è nessuna onda nera ne vento di destra nel nostro paese. Ci sono ovvi rimescolamenti interni ma continua a governare una minoranza che vince per mancanza di alternative convincenti che portano ad una anomala valanga di astensioni. Il CDX ha avuto il voto di 24 elettori su 100 alle Politiche del settembre 2022  e stragoverna solo grazie ai collegi uninominali inventati dal rosatellum piddino. Il Bardi II della Basilicata governerà con il voto di 22 elettori su 100 delle liste di CDX che diventano 27 su 100 con i voti del duo Renzi/Calenda.

Per comprendere i segnali di fumo che il popolo delle astensioni invia è necessario comprendere la condizione ed il ruolo del M5Stelle. Sono convinto che oggi i sondaggi sovrastimino di molto, al contrario del passato, il voto attuale previsto per i 5stelle. La Basilicata conferma la mia convinzione. I 4 sondaggi ufficiali nella Regione davano ai 5stelle  il 9,8/16/15,9/11 %. Dopo mesi di controversie e l’accettazione alla fine per sfinimento del candidato proposto dal PD, i 5stelle hanno ottenuto il 7,7 % ( 20mila voti contro i 58mila delle regionali del 2019 e i 139mila delle Politiche del 2018 ). 

Al contrario degli altri partiti, che per lo più si presentano e vengono finanziati  come aggregati portatori di interessi ristretti ma ben rappresentati e sostenuti dai media e da storici apparati organizzati, garanti della sostanziale immobilità dei rapporti di forza nella società, il M5Stelle conserva ancora una potenziale enorme elasticità nella rappresentanza ( in particolare nelle periferie, nel precariato, fra i giovani elettori, fra le donne). Questa può variare facilmente dal 5 % al 30% a seconda del territorio, della credibilità delle figure, degli obiettivi, delle alleanze e del percorso preelettorale  che determinano il grado di partecipazione o astensione in ogni scadenza. Detto in sintesi un M5Stelle in funzione di gregario in più al PD come altri, senza garanzie sulle persone, i ruoli e gli impegni che si mettono in corsa, ha scarso interesse fra molti elettori. Questi non dimenticano facilmente il deludente approdo al governo Draghi, il trasformismo e la scissione Di Maio, il ruolo di guastatori di Renzi, Calenda e buona parte del PD. Hanno abbandonato in massa i 5stelle ma in gran parte non hanno cambiato voto e si rifugiano in un deluso spazio di astensionismo militante.

Se oggi non abbiamo il Salario minimo come nel resto di Europa, un decente Reddito di Cittadinanza rivisitato e controllato, l’avvio di una credibile ed accettabile Transizione ambientale, una Giustizia giusta ed efficiente, molti hanno chiaro che non dipende certo dalla Meloni che ha solo seguito e potenziato l’onda di ostilità di altri verso qualunque percorso riformatore di alternativa sociale e ambientale.     

Il M5Stelle nella versione 2.0 di Conte viene a volte accusato di trasformismo perché avrebbe governato prima con la Lega poi con il PD. Accecati dalla vetusta logica bipolare, dove due poli dovrebbero giustificare la propria esistenza simulando uno scontro per rappresentare in gran parte gli stessi interessi, sostenendo le stesse regole elettorali in un paese che è tutto tranne che bipolare, l’esistenza dei 5stelle spariglia le carte. Nessuno si sognerebbe in Germania di accusare di trasformismo i Verdi o i Socialdemocratici che governano normalmente  con interlocutori diversi il paese e i singoli  Lander a seconda dei rapporti di forza, indicati prima dagli elettori, proponendo dopo un programma vero di legislatura di compromesso con una perfetta rappresentanza proporzionale e fenomeni di trasformismo molto rari. 

Vivo in una Regione dove la Giunta regionale di cdx e quella del capoluogo di csx potrebbero senza grandi difficoltà unirsi, tanto è difficile percepirne le differenze sulle questioni decisive ( clima, sanità, trasporti, precarietà, trasparenza). Ne sanno qualcosa i tanti comitati e movimenti che trovano ben pochi  interlocutori nelle istituzioni locali. E che le istituzioni contino nella vita delle persone me lo ricorda anche una singolare notizia uscita pochi giorni dopo il voto della Basilicata: secondo l’ undicesima edizione del Rapporto sul Benessere equo e sostenibile di ISTAT (Bes)  l’ aspettativa di vita in buona salute è di 14 anni in meno in Basilicata ( e in Calabria)  rispetto a Bolzano.  

leggi anche: Sardegna, Abruzzo ed altri animali fantastici

16 aprile 2024

Attenti al metano: la responsabilità dell’industria estrattiva è stata a lungo sottovalutata

 di Renzo Rosso *

Sappiamo che il metano (CH4) è un gas serra molto più attivo dell’anidride carbonica, come si legge perfino nel primo capitolo di un testo elementare pubblicato esattamente 30 anni fa in tema di effetto serra. Si sa da sempre che il metano è molesto: ogni molecola di CH4 intrappola il calore terrestre 28 volte meglio di una molecola di CO2. Sul lungo periodo, il CH4 è perfino assai più attivo: 34 volte più efficace su un orizzonte centennale. La presenza del metano in atmosfera può anche influenzare altri gas serra, come l’ozono, il vapore acqueo e la stessa anidride carbonica.







 






Mentre le concentrazioni di metano nell’aria sono circa 200 volte inferiori a quelle dell’anidride carbonica, al metano viene imputato almeno un terzo del riscaldamento globale di origine antropica dall’inizio della rivoluzione industriale. Anche se si tratta di una sostanza presente in natura, oltre la metà del metano atmosferico è dovuto ad attività umane. Solo per i due quinti ha origini naturali, prodotto soprattutto dalle zone umide e dagli incendi; mentre i tre quinti sono di origine antropica. E, negli ultimi due secoli, le concentrazioni di metano nell’aria sono più che raddoppiate.

Il rapporto del Comitato Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (Ipcc) pubblicato nel 2014 attribuiva più del 70 percento delle emissioni antropogeniche alle città. Poiché le città di tutto il mondo continuano a crescere, gli abitanti delle città venivano ritenuti i maggiori e crescenti responsabili delle emissioni. Per mitigare il cambiamento climatico, scienziati e politici ritenevano indispensabile stimare le emissioni urbane con maggiore precisione, individuare le loro fonti in modo affidabile e agire di conseguenza. Si è scoperto dopo che, almeno nell’Unione Europea, la metà delle emissioni di metano è legata all’agricoltura.

In realtà, la responsabilità dell’industria estrattiva è stata a lungo sottovalutata e, forse, sottostimata. Un nuovo studio, pubblicato di recente su Nature, rivela che l’estrazione e la successiva lavorazione dei combustibili fossili emettono molto più metano di quanto si credesse, almeno negli Stati Uniti. Lo studio ha tracciato le emissioni di metano da giacimenti di petrolio e gas, gasdotti e impianti di trattamento in sei regioni di produzione dei combustibili fossili negli Stati Uniti. Questi risultati si aggiungono al numero crescente di verifiche che indicano le emissioni di metano molto maggiori di quanto creduto.

Sia attraverso misure da remoto, sia tramite stime locali per le fonti troppo piccole da essere rilevabili dall’alto, lo studio rivela che le aree esaminate emettono circa 6,2 milioni di tonnellate di metano all’anno, pari al tre percento della produzione totale di combustibili fossili in quei siti. Tutto ciò comporta circa un miliardo di dollari in perdite per le industrie della filiera dei combustibili fossili, che hanno finanziato la ricerca. E vale una gran bella fetta delle emissioni totali di metano degli Stati Uniti.

Le fonti di emissione sono molteplici e variegate. Innanzitutto, ci sono le torce di combustione dei campi petroliferi, che hanno lo scopo di bruciare il gas in eccesso e ridurre gli inquinanti contenuti nel gas stesso, ma permettono invece una abbondante fuoriuscita di gas incombusti. Ma tutta la filiera di approvvigionamento fa acqua (anzi, gas) da tutte le parti, dalle valvole di rilascio della pressione nei pozzi alle infrastrutture intermedie. Più della metà delle perdite è dovuta alle centrali di compressione, agli impianti di trattamento del gas e ai gasdotti. Rimediarvi sarà parecchio complesso e costoso.

La riduzione di queste emissioni è l’obiettivo del Global Methane Pledge, firmato da più di 150 paesi che hanno accettato di ridurre le emissioni di metano del 30 percento entro il 2030. Tra i campioni di questo sforzo ci sono proprio gli Stati Uniti che, con le nuove norme in vigore dal prossimo maggio, mirano a tagliare 58 milioni di tonnellate di emissioni di metano nei prossimi 15 anni. È un obiettivo assai arduo da raggiungere se, come rivelano questi studi, l’industria nazionale del petrolio e del gas emette tre volte più metano di quanto oggi stimato ufficialmente. E il costo delle perdite di gas sale a 9,3 miliardi di dollari all’anno se si considerano gli effetti sul riscaldamento globale e la qualità dell’aria.

Se l’entità delle perdite industriali registrata negli Stati Uniti fosse trasferibile a livello mondiale, come peraltro verosimile, l’attuale quadro sulle fonti di emissione del metano andrebbe rivisto. Nel 2023, la domanda petrolifera globale ha proseguito nel suo trend di crescita arrivando a toccare i 102 milioni di barili al giorno, con un aumento del 2 e mezzo per cento rispetto all’anno precedente. È uno degli aumenti più elevati degli ultimi 50 anni. E nel 2023 l’industria petrolifera degli Stati Uniti ha battuto ogni record produttivo grazie al fracking e alle piattaforme off-shore (vedi figura 1).

* docente di Costruzioni idrauliche e marittime e Idrologia a Milano

da il fattoquotidiano.it - 16 aprile 2024

13 marzo 2024

Sardegna, Abruzzo ed altri animali fantastici

 di Massimo Marino

Siete sicuri  di conoscere chi ha vinto le elezioni in Sardegna, perché ha vinto, cosa ha vinto ? E in Abruzzo com’è che una coalizione più larga ha perso ? Ancora una volta un sistema di voto demenziale nel quale gli elettori attivi rimasti cercano di esprimere la propria scelta, ha colpito ancora ( e forse questa volta ci è andata bene ).

 Proviamo a fare un po' di luce ( e gli scongiuri sul futuro della Sardegna e dell’Abruzzo).

CHI HA VINTO

- In Sardegna secondo le regole della legge elettorale regionale ( modificate di recente dal Consiglio uscente) ha vinto la candidata Presidente Alessandra Todde per circa 1600 voti in più del secondo candidato su 1.447.753  aventi diritto al voto. I due candidati di fatto erano pressoché alla pari ma le 10 liste che  hanno sostenuta la Todde si divideranno il 60% dei seggi ( cioè 36 su 60 ). Poiché la coalizione di 5 liste a sostegno di Soru non ha raggiunto il 10% non avrà eletti ( singolare !)  e quindi le 9 liste a sostegno di Truzzu avranno tutti gli altri 24 seggi ( ri-singolare ! ) .

Preciso: se fossi stato sardo avrei votato anch’io Todde e i 5stelle, non avrei trovato alternative. La Todde è persona seria ma con soli tre anni di esperienza politica in prima linea. Il sistema elettorale bislacco ha prodotto un Consiglio con 60 eletti di 16 liste diverse. ( Ma l’introduzione del maggioritario e delle coalizioni pre-voto in varie forme nel corso degli ultimi decenni non doveva contenere la frammentazione ? ).

Sul vento che cambia e i media  che inventano animali fantastici io andrei  molto cauto. Al momento l’unico vento serio è quello riguardante pale eoliche e rinnovabili su cui le associazioni ambientaliste sarde chiedono l’abbandono di carbone e olio combustibile, l’aggiramento del gas e la transizione rapida alle rinnovabili. Una bella scommessa l’isola verde indicata anche dalla Todde e dai 10 alleati nel documento programmatico di 203 pagine della coalizione. Spero sinceramente che se la cavi: si comincerà a capire  fra 1-2 anni.

In termini di voti Todde ha ottenuto circa  332.000 voti ( cioè il 22,9 % del totale aventi diritto). Truzzu ne ha ottenuti all’incirca 1600 in meno ( neanche un decimale in meno del 22,9% ). Il terzo ( Soru ) circa 63.000.

Le 10 liste di Todde ( due delle quali, Sardegna20venti e Fortza Paris, nelle precedenti elezioni del 2019 erano nella coalizione di cdx ) hanno ottenuto circa 291.000 voti. I 36 seggi della maggioranza sono ripartiti fra 8 liste ( 12 al PD , altri 11 sommando M5S e lista civica Todde, 4 agli ecosinistri di AVS, 9 ad altre 4 liste). 

Le 9 liste di Truzzu hanno ottenuto circa 329.000 voti ( circa 38.000 voti in più di quelle di Todde) . I 24 seggi sono ripartiti fra 8 liste (7 a FdI , 3 a Forza Italia, 2 alla Lega, altri 12 ad altre 5 liste ) .

- Nelle precedenti elezioni regionali del 2019 ( vinte dal CDX con Solinas ) i candidati presidenti erano 7 invece di 4 e le liste in totale una in meno (24 invece di 25 ) Il candidato del tradizionale CSX (Zedda) aveva perso con circa 251 mila voti e quello del M5S con  85.000. La somma dei due ( 336mila)  è stata in realtà superiore ai voti ottenuti adesso da Todde (4mila in più ).. Altri 4 candidati avevano ottenuto in totale circa 60 .000 voti ( vicini ai 63mila ottenuti adesso da Soru) e nessun eletto. Il vincente Solinas aveva ottenuto 364.000  voti cioè il 24,8 % del totale aventi diritto che erano 1.470.404 ( Solinas quindi ottenne  circa 32 mila voti in più di Todde e di Truzzu ).

- Nelle elezioni politiche del settembre 2022 in Sardegna erano presenti 14 liste in totale. Con riferimento alla Camera dei deputati gli aventi diritto erano 1.342.551 . Quattro liste erano assimilabili agli attuali sostenitori di Todde e ottennero circa  325mila  voti. Fra queste il M5S con 149mila voti, il PD con 127mila, AVS con 36mila. 

Insomma capire chi ha vinto e il vento che tira mi sembra questione da prendere con prudenza. Io vedo una situazione di prevalente  immobilità e pochissimi cambiamenti di rilievo.

Nel successivo voto in Abruzzo il risultato mi è  sembrato più chiaro. Il campo largo di CSX , che più largo non si può, smentisce un altro animale fantastico che aleggia da tempo: “più siamo uniti più vinciamo” ( sicuri? con Renzi e Calenda più alcuni multisimboli ingombranti e senza voti ? ).

Sul tema condivido Travaglio di ieri ( qui ) : “ Il sistema bipolare e maggioritario dell’elezione diretta a turno unico dei presidenti di Regione – o di qua o di là – espelle dalle urne gli elettori che non vogliono farsi ingabbiare in due ammucchiate: infatti in Sardegna e in Abruzzo il 48%, ( in realtà il 51% )  un elettore su due, non ha votato “ . In effetti se fossi stato abruzzese mi sarei chiesto: ma che ci azzeccano questi con il M5S e il vento di cambiamento?  Si dimentica che il partito dell’astensionismo militante è di gran lunga il più numeroso  e parecchio prevenuto ed alla fine è quello che determina quale minoranza  vince.  

Il campo largo è ideato come un panino:  all’esterno da una parte si mette una fetta di Renzi/Calenda/Magi, dall’altra di 5Stelle ed ecosinistri, in mezzo una bella fetta di salame  PD. La speranza è che nel turbine di incerti sapori si scelga per prudenza di mangiare solo la fetta di salame in mezzo e scartare il resto. Così l’immobilismo è garantito. E’ la versione aggiornata per necessità del partito a vocazione maggioritaria, l’animale fantastico di Veltroni che ai paninari ( gli elettori) non è piaciuto per niente e lo ha portato alla disoccupazione..

Anche qui condivido  Travaglio: “ .. meglio il proporzionale, che coinvolge tutti i cittadini. L’ubriacatura bipolare del berlusconismo è finita nel 2013 con l’avvento dei 5 Stelle, malgrado i tentativi renziani di riesumarne il cadavere (puniti dagli elettori) e l’operazione Draghi per livellare tutti i partiti su un unico programma, la sua fantomatica Agenda (bocciata dagli elettori). La politica è fatica, mediazione, compromesso fra istanze e interessi diversi e incomprimibili in due blocchi .. Prima che metà degli elettori abbandoni stabilmente i seggi, è il caso di prenderne atto e tornare al proporzionale, anche con uno sbarramento fino al 5% che costringa i partitini simili a unirsi, e con la preferenza unica che impedisca le doppiette e le triplette mafiose e clientelari da Prima Repubblica…”

L’ASTENSIONISMO E L’ELECTION DAY

Il risultato in Sardegna ha assunto come prevedibile una crescente importanza, vera o presunta, con l’avvicinarsi del voto. Con l’ovvia  aspettativa di avere una maggiore affluenza.  La realtà invece, come spesso avviene, ha tradito il fantasioso  argomentare dei media. L’astensionismo ( compreso come è logico le bianche e le nulle ) ha ancora ridotto il voto attivo al 50,4 % per i presidenti e 47,2% per le 25 liste presenti. Alle regionali del 2019 erano rispettivamente il 51,8% per i presidenti e 48,6 % per le 24 liste. In mezzo, alle politiche del settembre 2022, i votanti sono stati il 51,06 %. A questi andrebbero aggiunti gli estimatori del voto a perdere, quello verso liste che, con le regole attuali  hanno probabilità di successo vicino a zero. In Italia il voto a perdere arriva almeno a 1,5-2 milioni di voti e tocca pochissimo il CDX.

L’astensionismo continua seppure lentamente ad aumentare ancora, segnale evidente che nell’insieme non si percepivano dirompenti novità ( buone o cattive che fossero). Alle politiche precedenti del 2013 e 2018 il successo dei 5stelle e le forti aspettative avevano portato invece ad una tenuta  della partecipazione sopra il 70%. I dati ( confermati anche in Abruzzo ) indicano quindi che al momento l’astensionismo si sta consolidando: almeno 50-51 elettori su 100 non vedono ragioni per andare a votare.  Ho più volte espresso l’opinione che per almeno la metà si tratti di “astensionismo militante” cioè di elettori per niente “ spoliticizzati”  ne “sonnambuli” ma invece  delusi da loro  precedenti  riferimenti, in tanti casi ex militanti provati dai tanti fallimenti dei loro referenti e leader ( i sondaggisti chiamano tutti, sbagliando, “voto d’opinione”) .  Per gli altri invece, quelli che hanno oggettive difficoltà a recarsi al voto, non si prendono iniziative innovative  per rendere più facile la partecipazione, specie ai fuori sede. Io scarterei la strada del voto per posta ( poco efficace e pericoloso ). Meglio attivare un seggio speciale in ogni capoluogo di provincia ( quindi un centinaio ) anticipando in questi apertura e chiusura di un giorno e inviando subito i risultati, attraverso un nodo centrale,  ai singoli Comuni.

Si è parlato  di election day ( finto) poiché con le Europee di giugno avremo  anche la Regione Piemonte e il primo turno di molti  Comuni ( fra cui 27 capoluoghi di Provincia ). In realtà prima in Aprile avremo la Basilicata e questo inverno l’Umbria ( conoscete un altro paese al mondo dove si vota 5-6 volte nello stesso anno ? ). In aggiunta resta in sospeso il destino di più di 100 provincie dove si vorrebbe ripristinare il vecchio sistema di voto primario entro l’anno. Ma non sarebbe il caso di dimezzare le nuove Provincie proliferate in modo irragionevole per due decenni  e cominciare lì a reintrodurre un proporzionale con quorum al 5%  per impedire l’esplosione di molte centinaia di liste ? Solo il padreterno sa quale altro astruso marchingegno inventeranno per le Provincie nell’unico paese del mondo dove pur con sistemi a base maggioritaria e forzosamente bipolari ci sono ormai decine e decine di liste, con più di dieci sistemi elettorali diversi e almeno 50 elettori su 100 che non votano.

L’unica cosa da invidiare e copiare del sistema di voto americano ( il resto è demenziale)  è la concentrazione di tutto il voto sempre nella stessa data di novembre ogni 4 anni, al quale lì hanno aggiunto, sempre in novembre,  il voto di mezzo termine a metà percorso per complicarsi la vita. Io  aggiungerei invece la soglia del 5% alla tedesca in tutti i tipi di votazioni dai Comuni al Parlamento. Gradualmente potremmo introdurre il voto di qualunque tipo ( compresi eventuali referendum) sempre nella stessa data   dell’anno  concentrando ogni  4 anni  la scadenza delle Politiche seguite a metà percorso dalle Europee. In pratica voteremmo ogni 24 mesi con un enorme semplificazione di costi, maggiore propensione a fondersi in soggetti politici  stabili con minore frammentazione e con maggiore chiarezza sui programmi. Avremmo comunque almeno  7-8 partiti garanti del pluralismo ma con maggiore stabilità e serietà.

Invece abbiamo una  permanente campagna elettorale dove si inventano ogni due mesi fantasiosi appuntamenti decisivi, convergenze, irreali proposte preelettorali, giravolte e cambi di regole e di casacca che sono ormai la caratteristica dilagante della misera politica all’italiana. 

Ad aprile si ricomincia con la Basilicata. 

13 marzo 2024

Torniamo al proporzionale

 

di Marco Travaglio *

Sull’Abruzzo ripetiamo quello che avevamo detto della Sardegna e di tutte le altre consultazioni locali: le elezioni regionali riflettono la situazione del posto. La maggioranza degli abruzzesi non era schifata dai suoi governanti di destra quanto quella dei sardi. Le tante liste pro Marsilio hanno attirato più voti di quelle pro D’Amico. Che non era innovativo e portatore di esperienza e di narrazione appassionanti e trasversali quanto Alessandra Todde. E gran parte degli elettori 5 Stelle, vedendo dietro di lui il vecchio ras pidino Luciano D’Alfonso, hanno preferito astenersi. Tantopiù che, diversamente dalla Sardegna, il campo progressista andava fino a Calenda e perfino a Renzi.

L’unica lezione “nazionale” che possono trarre Schlein, Conte e gli altri oppositori del governo Meloni è che quest’idea messianica del campo larghissimo non porta voti larghissimi. Con coalizioni eterogenee buone per votare “contro”, ma non per costruire un governo credibile, i voti non si guadagnano, ma si perdono.

Il sistema bipolare e maggioritario dell’elezione diretta a turno unico dei presidenti di Regione – o di qua o di là – espelle dalle urne gli elettori che non vogliono farsi ingabbiare in due ammucchiate: infatti in Sardegna e in Abruzzo il 48%, un elettore su due, non ha votato. Meglio il doppio turno dei comuni, più rispettoso delle differenze.

Ancor meglio il proporzionale, che coinvolge tutti i cittadini. L’ubriacatura bipolare del berlusconismo è finita nel 2013 con l’avvento dei 5 Stelle, malgrado i tentativi renziani di riesumarne il cadavere (puniti dagli elettori) e l’operazione Draghi per livellare tutti i partiti su un unico programma, la sua fantomatica Agenda (bocciata dagli elettori). La politica è fatica, mediazione, compromesso fra istanze e interessi diversi e incomprimibili in due blocchi, specie in un Paese individualista e sfaccettato come l’Italia. Prima che metà degli elettori abbandoni stabilmente i seggi, è il caso di prenderne atto e tornare al proporzionale, anche con uno sbarramento fino al 5% che costringa i partitini simili a unirsi, e con la preferenza unica che impedisca le doppiette e le triplette mafiose e clientelari da Prima Repubblica.

Dovrebbero proporlo Pd e 5Stelle, che fra l’altro ne avrebbero la maggior convenienza e dovrebbero abbandonare l’idea mefitica e mortifera dell’“alleanza strutturale”, di qui all’eternità e “a prescindere”. E potrebbero incrociare gli interessi di Lega e FI, tutt’altro che ansiosi di farsi fagocitare dalla Meloni, nonché delle forze di centro e di sinistra. L’unico modo per recuperare gli astenuti, oltre alla buona politica, è esaltare le diversità e le differenze non solo nelle parole, ma anche nelle urne. E poi allearsi con chi è più vicino, o meno lontano.

* da  Il Fatto quotidiano - 12 marzo 2024

8 marzo 2024

Haiti precipita nel caos

Dal 29 febbraio ad Haiti, il paese più povero delle Americhe, gli attacchi delle bande armate che controllano intere regioni e gran parte della capitale Port-au-Prince si sono intensificati. In pochi giorni i gruppi criminali hanno assaltato un’accademia di polizia e alcune infrastrutture chiave, come il porto e l’aeroporto internazionale Toussaint-Louverture. Tutti i voli nazionali e internazionali sono stati sospesi a causa degli attacchi e di ripetuti tentativi di fare irruzione nelle piste. Nella notte tra il 2 e il 3 marzo le bande criminali sono entrate nei due penitenziari più grandi del paese, quello nazionale e la prigione di Croix-des-Bouqets, facendo evadere migliaia di detenuti. Né il governo né l’amministrazione penitenziaria di Haiti hanno comunicato il numero preciso dei prigionieri rimasti. Ma alcuni giornalisti che la mattina dopo gli attacchi hanno visitato il penitenziario nazionale hanno riferito che nelle celle c’erano solo un centinaio di persone, tra cui diciassette ex soldati colombiani accusati dell’omicidio del presidente Jovenel Moïse, ucciso a luglio del 2021 nella sua casa di Port-au-Prince. E nelle strade intorno alla prigione almeno dieci cadaveri.

Dopo gli attacchi alle prigioni il governo haitiano ha dichiarato lo stato d’emergenza e un coprifuoco per permettere alle forze di sicurezza, già decimate, di riprendere il controllo della situazione e arginare la violenza delle bande criminali. Da tempo ad Haiti la polizia non è in grado di garantire l’ordine: si stima che ci siano solo diecimila agenti in servizio quando secondo le Nazioni Unite ne servirebbero almeno 26mila. Sempre secondo le Nazioni Unite nel 2023 le bande criminali sono state responsabili dell’uccisione di quattromila persone e del rapimento di altre tremila. Sono numeri altissimi per un paese di undici milioni di abitanti. Sono aumentate anche le violenze sessuali, metà degli haitiani non ha da mangiare a sufficienza e ci sono circa 200mila sfollati interni. L’elettricità, l’acqua potabile e le raccolta dei rifiuti funzionano poco e male, con conseguenze sanitarie molto gravi. La popolazione vive nel terrore, spesso è costretta a barricarsi in casa. L’economia informale, che è fondamentale per il paese, è completamente paralizzata, le scuole hanno chiuso e gli ospedali sono difficili da raggiungere. Mentre la violenza delle bande si intensificava, il primo ministro Ariel Henry (che avrebbe dovuto dimettersi all’inizio di febbraio) si trovava a Nairobi, in Kenya, per discutere con il presidente William Ruto un accordo per inviare una forza di sicurezza multinazionale ad Haiti. Anche se non ha il divieto di rientrare nel paese, scrive il quotidiano Le Nouvelliste, di ritorno dalla visita ufficiale in Kenya il 5 marzo Henry è stato costretto ad atterrare a Puerto Rico dopo aver cercato inutilmente di fermarsi nella Repubblica Dominicana. Il governo di Santo Domingo ha infatti imposto il divieto di volo tra i due paesi, che condividono l’isola di Hispaniola. Lo stesso giorno il leader criminale Jimmy Chérizier, soprannominato Barbecue, ha detto in un’intervista alla stampa che se “il primo ministro non si dimetterà e se la comunità internazionale continuerà a sostenerlo, andremo dritti verso una guerra civile e un genocidio”. Il 6 marzo il quotidiano statunitense Miami Herald ha rivelato che mentre era in volo Henry avrebbe ricevuto un messaggio dal dipartimento di stato di Washington che lo invitava a dimettersi e ad accettare un governo di transizione che porti il paese verso nuove elezioni. Ad Haiti non ci sono elezioni dal 2016 e da quasi un anno non c’è più nessun rappresentante eletto. Secondo il giornale, “si tratta di una svolta che in pochi si aspettavano, visto che la Casa Bianca finora aveva sempre respinto le dimissioni di Henry”. Della situazione di Haiti abbiamo parlato anche in questa puntata del podcast il Mondo.           

 Nella foto: Port-au-Prince, 29 febbraio 2024. (Odelyn Joseph, Ap/LaPresse)

Da Sudamericana -newsletter sull’America Latina a cura di Camilla Desideri su internazionale.it - 8 marzo 2024  

 


 

 

 

 

 

 




 

 


 



12 febbraio 2024

La rivolta dei trattori. Di chi è la colpa?

(di Francesca Basso e Milena Gabanelli - corriere.it - 12 febbraio 2024 )

Le proteste cominciate in gennaio in Germania si sono allargate a macchia d’olio al resto d’Europa: FranciaBelgioOlandaSpagnaPortogallo. E poi sono arrivate quelle italiane: hanno puntato su Roma ma sono arrivate fino a Sanremo. Un malcontento diffuso anche in RomaniaPoloniaUngheriaBulgariaSlovacchia. Ci sono ragioni che accomunano le proteste degli agricoltori europei, ci sono ragioni nazionali, e altre difficili da attribuire a qualcuno.

Il Green Deal diluito

Vengono contestate le soluzioni ambientali individuate da Bruxelles per tagliare entro il 2030 le emissioni di CO2 del 55% rispetto al 1990 e raggiungere la neutralità climatica entro il 2050: tutti i settori vi devono contribuire. Il primo motivo di scontro è stato l’aggiornamento della direttiva sulle emissioni industriali, che ha l’obiettivo di prevenire e ridurre l’inquinamento provocato dai grandi impianti, compresi quelli zootecnici: «la stalla deve comportarsi come una fabbrica, con tutti gli adempimenti sulla sostenibilità». Il mondo agricolo si è messo di traverso e nell’accordo finale raggiunto il 28 novembre scorso gli allevamenti intensivi di bovini sono stati stralciati dal testo. Il secondo è la legge sul ripristino della natura, proposta dalla Commissione Ue il 22 giugno 2022, per riparare almeno il 20% delle superfici terrestri e marine dell’Ue che versano in cattive condizioni. Per il comparto agricolo chiedeva di portare dall’attuale 4% fino ad almeno il 10% la superficie di terreno agricolo da non coltivare entro il 2030 (ma era a discrezione degli Stati indicare la percentuale ). Lo scopo è favorire la riproduzione della fauna e degli insetti impollinatori (api, coleotteri, sirfidi, falene, farfalle e vespe). Senza impollinazione è a rischio la crescita delle piante e la sicurezza alimentare. Per gli agricoltori il provvedimento metteva invece a rischio la produttività dell’Ue. Questa parte è stata stralciata dal testo finale nel novembre scorso. Il Parlamento Ue ha invece rigettato il 22 novembre il regolamento che puntava a dimezzare l’uso dei pesticidi entro il 2030, a favore di metodi alternativi. Una misura necessaria a proteggere la fertilità dei terreni, la salute dei coltivatori e la salubrità dei prodotti, ma gli agricoltori l’hanno contestata in tutte le sedi, e il 6 febbraio la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ne ha annunciato il ritiro. Sempre il 6 febbraio la Commissione Ue ha anche annunciato i nuovi obiettivi climatici Ue al 2040, che prevedono un taglio del 90% delle emissioni rispetto al 1990, ma ha evitato di indicare quel 30% per l’agricoltura che invece era presenti in una bozza iniziale.


 

Mercosur e prodotti ucraini

L’accordo di libero scambio con il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) è da sempre nel mirino del mondo agricolo europeo, in particolare francese, che teme l’impatto delle importazioni. Pochi giorni fa la Commissione ha ammesso che non ci sono le condizioni per chiudere il negoziato. Poi c’è la questione dei cereali ucraini diretti in Africa. Chiuso il porto di Odessa è stato aperto un corridoio di transito via terra. Il problema è che alcuni container si fermano sui mercati polacchi, ungheresi, francesi, italiani. Il grano ucraino già costa meno, in più l’abbondanza di prodotto fa calare i prezzi. Un danno per i produttori di cereali, ma un vantaggio per gli allevatori che comprano il mangime a un prezzo più basso (che tuttavia si sono uniti alle proteste). Il 31 gennaio scorso l’Ue, per proteggere le produzioni agricole comunitarie di cereali ha introdotto un meccanismo di salvaguardia rafforzata sulle importazioni dall’Ucraina di prodotti a dazio zero, ed è previsto un «freno di emergenza» anche per il pollame, uova e zucchero.

La burocrazia della Pac

La Politica agricola comune (Pac) esiste dal 1962 per aiutare i contadini, stabilizzare i prezzi e garantire la sicurezza alimentare. Nel corso degli anni ha subito molti cambiamenti, ma la svolta cruciale è del 2023: per l’erogazione dei fondi occorre una maggiore attenzione alla questione climatica, anche perché gli agricoltori, causa siccità e alluvioni, sono i primi a pagarne il prezzo. Oggi la Pac vale un terzo del bilancio dell’Ue: per il periodo 2021-2027 si tratta di 386,6 miliardi più 8 miliardi provenienti da Next Generation Eu per aiutare le zone rurali a realizzare la transizione verde e digitale. Di quei fondi 270 miliardi sono per il sostegno al reddito degli agricoltori. All’Italia andranno 37,1 miliardi, alla Francia 64,8, alla Germania 42,5, alla Spagna 45,5 e cosi via. Per ottenere questi fondi occorre rispettare le condizionalità sull’uso di fitofarmaci, terreni a riposo ecc. Il problema per i piccoli agricoltori è la burocrazia lunga e gravosa. Critica accolta: entro il 26 febbraio la presidente von der Leyen presenterà al Consiglio Agricoltura delle proposte per ridurre gli oneri amministrativi. Inoltre la Commissione ha proposto di congelare per un altro anno l’obbligo di mettere a riposo almeno il 4% delle superfici coltivate per poter ottenere gli aiuti Ue previsti dalla PAC.

Richieste nazionali

Oltre alle proteste contro le politiche Ue, dove gli agricoltori hanno portato a casa diversi risultati, ci sono quelle contro i governi nazionali. In Germania a innescare la miccia è stato lo stop al «diesel calmierato» per i trattori (su cui poi il governo ha fatto una parziale marcia indietro). In Francia non vogliono gli aumenti delle imposte sul gasolio agricolo e sanzioni alle imprese che non rispettano la «legge Egalim», che regola e protegge il guadagno degli agricoltori nei confronti della grande distribuzione. Il nuovo premier Gabriel Attal ha promesso dieci misure con effetto immediato, tra cui semplificazioni amministrative per aiutare le piccole imprese a ricevere prima gli indennizzi dalle calamità naturali, e «clausole specchio» negli accordi di libero scambio (i prodotti agricoli importati devono soddisfare gli stessi standard di produzione europei). In Olanda il malcontento è iniziato nel 2022 quando il governo Rutte decise un piano di abbattimento dei capi di allevamento del 30% per ridurre le emissioni. In Belgio i contadini valloni chiedono l’adeguamento all’inflazione e la compensazione economica per tutti i vincoli.

Le richieste in Italia

Gli agricoltori italiani, oltre alle questioni comuni a tutti i Paesi Ue, pressoché tutte superate, si sono diretti in massa su Roma. Per chiedere cosa? Prezzi più giusti all’origine. L’ortofrutta, per esempio, quando arriva sullo scaffale del supermercato ha avuto un ricarico del 300% rispetto alla miseria pagata al produttore. Non solo: quando troviamo un prodotto in offerta lo sconto viene fatto pagare sempre al produttore.

Lo hanno fatto i piccoli coltivatori di mele della Val di Non: si sono consorziati e il prezzo di vendita alla Gdo (grande distribuzione organizzata) lo decidono loro. Altro discorso sono le aste al ribasso: la Gdo decide il prezzo iniziale e chi fa il ribasso maggiore entra sullo scaffale. Una pratica sleale stoppata da una nuova direttiva europea, ma che andrebbe potenziata. Un altro tema caldo è la redistribuzione dei fondi Pac. Dei circa 37 miliardi che arrivano nel nostro Paese spalmati su 7 anni, una quota è destinata ai campi coltivati. Da decenni il regolamento europeo parla chiaro: i fondi devono essere assegnati equamente. Tutti i Paesi si sono adeguati tranne l’Italia, dove un ettaro di terreno seminato al Sud riceve meno fondi rispetto a quello del NordPer riequilibrare bisogna togliere agli agricoltori del Nord, che ovviamente si oppongono. L’inadempienza però ci espone alla procedura di infrazione. Infine il coro che da ogni parte si leva : «tasse troppo alte». Vediamo.

Irpef sul reddito agricolo

Le imprese agricole individuali e a conduzione familiare hanno sempre pagato l’Irpef sui redditi dominicali e agrari definiti dal catasto in base alla superficie e al tipo di coltura dichiarata. Si tratta di importi modesti proprio perché non calcolati sui redditi reali. Nel 2016 il governo Renzi, con la legge n. 232 decide l’esenzione totale dell’Irpef. Prorogata poi dai governi successivi fino al 31.12.2023. Nella categoria ci sono i produttori di vino e i vivai che non hanno redditi risicati all’osso. A partire da quest’anno il governo Meloni ha deciso di non prorogare, scatenando la rabbia degli agricoltori. Ma quanto pesa sulle loro tasche? Dalla relazione tecnica alla legge di bilancio 2022 sappiamo che un anno di esenzione Irpef impatta sulle casse dello Stato per 127,7 milioni di euro, più 9,4 di addizionali regionali e 3,6 comunali. Totale 140,7 milioni di euro. Considerando che dai dati Istat le imprese agricole individuali e a conduzione familiare sono 1.059.204, vuol dire che in media dovrebbero pagare di tasse ognuna, all’anno 132,9 euro. Dal loro punto di vista sono troppi. E infatti la premier ci ha ripensato. In tutti i Paesi Ue gli agricoltori pagano le tasse in base ai loro redditi reali.

Redditi in crescita

Se si esclude il 2020, quando c’è stata una battuta d’arresto a causa del Covid, a partire dal 2013 il reddito medio per agricoltore nella Ue è cresciuto. Nel 2021, secondo i dati della RICA (rete d’informazione contabile agricola), ammontava a 28.800 euro. Dentro c’è un 10% di aziende agricole con un reddito superiore a 61.500 euro e un 10% fatica a raggiungere il pareggio (con in media meno di 800 euro per lavoratore). Tra i Paesi Ue ci sono differenze significative: Danimarca, Germania nord-occidentale, Olanda e Francia settentrionale vantano i redditi per lavoratore più elevati mentre in Romania, Slovenia, Croazia e Polonia orientale sono più bassi. In Italia la media arriva a 36 mila, con le regioni del Nord a quota 40 mila.

Gli aiuti straordinari

Nel periodo 2014-2023 Bruxelles ha stanziato 500 milioni per aiutare i produttori di frutta e verdura fresca colpiti dal divieto russo sulle importazioni dall’Ue; 800 milioni per stabilizzare il mercato lattiero-caseario e sostenere il reddito complessivo degli agricoltori per far fronte alle perturbazioni del mercato; 450 milioni per sostenere il settore vitivinicolo di fronte agli impatti del Covid e alle sanzioni commerciali; 500 milioni per sostenere i produttori più colpiti dalle gravi conseguenze della guerra in Ucraina e 156 milioni per gli agricoltori di Bulgaria, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia, i paesi più colpiti dall’aumento delle importazioni di cereali e semi oleosi dall’Ucraina; 330 milioni per gli agricoltori di 22 Paesi che hanno visto aumentare i costi di produzione e subito l’impatto di eventi meteorologici estremi.

Il dialogo mancato

Le ragioni di un malessere così diffuso sono tante e complesse, ma è troppo facile dire che tutte le colpe sono da addossare alle politiche europee o ai singoli governi.

La politica, che ora sta strumentalizzando le proteste in corso, dovrebbe invece mettere in campo le competenze migliori per trovare soluzioni praticabili. Significa conoscere il settore e confrontarsi con esso. Lo ha riconosciuto anche la presidente von der Leyen: «Per andare avanti sono necessari più dialogo e un approccio diverso». Poi però tutti devono fare la loro parte e non dire solo dei «no».                

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