Il 27 ottobre 2026 non
si decide soltanto chi governa lo Stato ebraico, ma anche quale significato
dare al trauma del 7 ottobre e alla guerra che ne è seguita
( di
Alessio
Aringoli - Huffingtonpost.it - ansa ) 24 Luglio 2026
Il 27 ottobre 2026 gli
israeliani non decideranno soltanto chi governerà. Dovranno scegliere quale
significato dare al trauma del 7 ottobre e alla guerra che ne è seguita:
ricostruire lo Stato e la sua democrazia, oppure trasformare l’emergenza in una
condizione permanente di governo. Sarà una delle elezioni più importanti
della storia d’Israele. Da una parte il rilancio delle istituzioni, dei
contrappesi e del primato della politica sulla forza; dall’altra il progetto
autoritario e di guerra permanente della coalizione di estrema destra di
Benjamin Netanyahu. Il sistema elettorale israeliano, di suo, resiste sempre
alle semplificazioni. Si votano liste in un unico collegio nazionale. I 120
seggi della Knesset sono distribuiti tra quelle che superano il 3,25 per cento
dei voti. Ne esce ordinariamente la fotografia caleidoscopica di una
società di laici e religiosi, ebrei e arabi, metropoli, kibbutz e periferie.
La fotografia da
sola non governa. Dopo il voto serve sempre (e servirà anche stavolta) la
paziente composizione politica della differenze, e l'aggregazione di almeno 61
seggi intorno a un programma e a un’idea di Paese. La maggiore novità della
campagna elettorale finora è Gadi Eisenkot. Con il nuovo partito Yashar, l’ex
capo di Stato maggiore contende al Likud il primato nei sondaggi. Porta
autorevolezza militare, lutti familiari e un linguaggio di responsabilità
istituzionale: commissione di inchiesta sul 7 ottobre, uguaglianza nel
servizio, sicurezza liberata dall’idea della guerra come fine in sé. Esisenkot
rappresenta un centrismo del buon senso, fermamente orientato contro una destra
radicalizzata. Non è il solo (la lista Bennett-Lapid compete per lo stesso
spazio politico), ma sarà, probabilmente, il più votato. Resta da capire se
questa normalità diventerà un progetto solido, o il rifugio temporaneo di chi
vuole congedare per sempre Netanyahu.
Più profondo è forse
l’esperimento dei Democratici di Yair Golan. L’unione fra Avodà (ovvero, i
Laburisti) e Meretz ha ricomposto una frattura storica della sinistra sionista,
e ha aperto il partito ai protagonisti delle mobilitazioni popolari, il grande
movimento contro l’assalto alla giustizia e alla democrazia prima, per la
liberazione degli ostaggi e per la fine della guerra a Gaza poi. Le primarie
del 20 luglio hanno dato sostanza a questa ambizione: oltre 97.000 votanti su
112.376 iscritti. Numeri importanti per un partito, in paese delle dimensioni
di Israele. Dietro Golan si sono imposti Naama Lazimi, Gilad Kariv ed Efrat
Rayten. Fra i primi dieci candidati figurano protagonisti del movimento di
protesta democratica, come Omri Ronen e Moshe Radman, e l’attivista araba
israeliana Somaya Bashir. Non è ancora un risultato elettorale, ma è già un
risultato politico. La sinistra torna a produrre partecipazione e mobilitazione
di massa, e a costituire il punto di riferimento politico delle lotte
sociali.
Anche Yair Golan
viene dai vertici militari. Dall’esercito popolare, nato dalla Haganà,
espressione del sionismo socialista, sono venuti spesso leader progressisti.
Non perché l’uniforme renda automaticamente di sinistra. Ma forse anche perché
chi conosce davvero la forza ne comprende spesso il limite. Una vittoria
militare senza un obiettivo politico prepara solo la guerra successiva. Golan
dovrà superare la diffidenza generata verso la sinistra dai fallimenti
del processo di pace con i palestinesi e quella ulteriore causata dallo shock
del 7 ottobre. Dovrà convincere gli israeliani che un orizzonte politico per la
questione palestinese non è la negazione della sicurezza, ma il suo compimento.
Il programma dei Demokratim israeliani affronta anche carovita, welfare,
scuola, servizi, periferie, rilanciando con forza le radici socialdemocratiche
di Israele.
A destra,
intanto, Netanyahu affronta le conseguenze anche elettorali delle proprie
scelte. Per sopravvivere, il premier in carica ha infatti legittimato e
"sdoganato" gli eredi politici del kahanismo, un tempo esclusi
compattamente dall’ “arco costituzionale” del sionismo, perché i loro principi
suprematisti e integralisti erano considerati incompatibili con quelli del
sionismo, in ogni sua declinazione. Oggi invece, in particolare Otzma Yehudit,
il partito di Itamar Ben-Gvir, sfida il Likud sul suo stesso
elettorato. Mentre molti si domandano già che cosa ne sarà del Likud
stesso, dopo Netanyahu. Il partito nato dalla corrente di minoranza di destra
del sionismo, il cosidetto sionismo "revisionista" di Jabotinsky e
poi di Begin, trasformato da Netanyahu in un partito quasi
personale-famigliare, con la fuoriuscita di quasi tutti i suoi leader storici,
avrà un futuro, e quale, dopo "Bibi"? Un interrogativo aperto, cui
oggi è ancora impossibile rispondere.
Nel frattempo, i
partiti degli ultraortodossi, i cosiddetti "haredim" (che sono due,
sefardita e aschenazita), appaiono invece più isolati che mai. La guerra
permanente voluta dalla coalizione di Netanyahu, di cui facevano parte, ha reso
sempre più intollerabile l’esenzione degli studenti ultraortodossi dal servizio
di leva. Gli ultraortodossi cercheranno certamente la maggior mobilitazione
possibile del loro elettorato, ma i frutti dell'alleanza con Netanyahu appaiono
avvelenati, e il rischio è l'irrilevanza.
Infine, il voto
arabo. Ra’am e Hadash-Ta’al valgono oggi, secondo i sondaggi, almeno 10 seggi.
Balad rischia invece ancora di restare sotto la soglia, mentre una
ricomposizione unitaria potrebbe aumentare partecipazione e
rappresentanza. I voti dei partiti arabi israeliani, numeri alla mano,
possono decidere la prossima maggioranza di governo di Israele. La
questione, ovviamente, è politica oltre che aritmetica. Ra’am ha già
partecipato alla coalizione Bennett-Lapid.
In conclusione,
una considerazione, per chi osserverà il voto in Israele mosso in buona fede
dalla speranza di un futuro di pace e di giustizia per la
regione. Identificare Israele con il suo governo è sempre stato un errore
di analisi, frutto di ignoranza in molti casi; in altri di pregiudizio; e, a
volte, di vero e proprio odio verso il popolo israeliano in quanto tale.
Regalare a Netanyahu il monopolio dell’identità nazionale israeliana,
cancellare dall'orizzonte la società, la cultura, la politica che non hanno mai
smesso di resistergli è però uno sbaglio cui in parte si può ancora
rimediare. Sostenere i progressisti israeliani oggi non è un gesto
consolatorio: la loro battaglia, infatti, deciderà se Israele potrà tornare a
unire sicurezza, democrazia, giustizia sociale e pace. E dal risultato di
queste elezioni dipenderà una parte decisiva del futuro di tutto il Medio
Oriente e del Mediterraneo.
nella foto: una donna
palestinese con cittadinanza israeliana vota alle elezioni del 2022
*
Jafar Farah: «Il voto
palestinese è nel mirino: minacce ai seggi e ai candidati»
( Michele Giorgio su il manifesto - 15 agosto
2026)
Intervista Parla
Jafar Farah, vicesegretario di Hadash
Storico attivista per
i diritti degli arabo-israeliani, i palestinesi con cittadinanza israeliana,
che rappresentano circa il 21% della popolazione di Israele, Jafar Farah è da
anni direttore della ong di Haifa «Mosawa» (Uguaglianza). Nei mesi scorsi è stato
nominato vicesegretario di Hadash (comunisti e progressisti), la principale
forza politica degli arabo-israeliani.
Sarà il numero due,
subito dopo il segretario Yusef Jabarin, sulla lista elettorale di Hadash per
le legislative del 27 ottobre. Lo abbiamo intervistato nei giorni scorsi ad
Haifa sul voto, sulle insidie per la minoranza palestinese e sulla mancata
unità elettorale tra le forze politiche arabe in Israele. Farah avverte che, il
giorno delle elezioni, la destra estrema e i coloni proveranno in vari modi a
limitare l’affluenza alle urne degli elettori arabi.
Cosa si aspetta durante le elezioni, nei
seggi?
Minacce da parte degli attivisti della destra più radicale, anche di coloni
israeliani, contro la comunità palestinese e contro i rappresentanti del nostro
e di altri partiti arabi. Prima del voto, inoltre, ci aspettiamo tentativi di
impedire agli arabi di candidarsi. Perciò siamo cauti anche nelle nostre
dichiarazioni su vari temi, perché useranno di tutto contro di noi. Sappiamo
che ciascuno di noi ha un dossier preparato dalla destra, da usare al momento
opportuno per impedirci di partecipare alle elezioni. Dobbiamo essere molto
prudenti per non facilitare il gioco di chi vuole negare i nostri diritti
politici.
Quali zone pensa siano più a rischio?
Credo nel Naqab (Negev, nel sud di Israele, ndr). Lì la popolazione araba è
sempre più con le spalle al muro. Anche le città miste, dove vivono insieme
ebrei e palestinesi, sono a rischio. Un’idea di cosa potrebbe accadere
l’abbiamo avuta già nel maggio del 2021, con coloni (giunti dalla Cisgiordania,
ndr) che prendevano di mira le comunità arabe nelle città miste. In più ci sono
le bande criminali, armate fino ai denti, che condizionano da anni la vita nei
nostri centri abitati e che potrebbero essere impiegate da qualcuno in modo
massiccio in città come Haifa, Lod, Ramle e Giaffa.
Veniamo ai partiti
arabi. Mesi di trattative non sono bastati a portarvi a un fronte elettorale
comune, ritenuto da molti palestinesi d’Israele fondamentale per limitare le
possibilità di vittoria della destra religiosa che fa capo a Netanyahu. Il suo
partito andrà al voto con i progressisti di Tajammo (Balad), mentre i
nazionalisti centristi che fanno capo ad Ahmad Tibi non hanno ancora deciso e
il partito islamista Raam di Mansour Abbas correrà da solo e si dice pronto a unirsi
a un governo formato da un esponente dell’attuale opposizione sionista
anti-Netanyahu.
C’è un punto che, a
mio avviso, si tende a considerare poco. I partiti arabi hanno ideologie e
posizioni politiche diverse, spesso inconciliabili. A imporci l’unità sono due
cose: la soglia di sbarramento e la pressione della nostra comunità. Gli
elettori palestinesi ci vogliono uniti, ci chiedono un voto utile, pensano che
in questo modo sia più facile contrastare le politiche più pericolose della
maggioranza. In parte è vero, però le nostre differenze sono molto ampie, dal
rapporto con i partiti sionisti ai temi dei diritti e della giustizia. Il
partito islamista Raam è pronto a governare con i partiti sionisti, pensa che
questo sia il modo per aiutare la minoranza araba in Israele. Noi, invece, non
siamo affatto disposti a far parte di una maggioranza, anche dall’esterno, se
non saranno realizzate le nostre condizioni, come la fine, ovunque (in Israele
e nei Territori occupati, ndr), delle politiche di occupazione e di oppressione
del popolo palestinese, la fine di ogni discriminazione (dentro Israele) e
l’avvio di soluzioni fondate sul diritto e sull’uguaglianza.
Al momento appare
assai improbabile, però cosa farete se il leader dell’opposizione Gadi Eisenkot
vi chiederà l’appoggio, anche esterno, per la formazione di una nuova
maggioranza, senza Netanyahu e l’estrema destra?
Il nostro sostegno a
una maggioranza di governo non sarà mai scontato o automatico. Non cederemo
sulle nostre condizioni.
*
Il sogno
dell’islamista Abbas, dalla pancia della balena al potere
( Michele Giorgio su
il manifesto - 15 agosto 2026 )
Verso il voto: Il leader di Raam lascia i partiti arabi
d’Israele per rendersi appetibile alle formazioni politiche sioniste dopo le
elezioni
Non pochi si domandano
se Mansour Abbas, islamista e leader del partito arabo Raam, arriverà a
riconoscere Israele come Stato sionista del popolo ebraico, rinunciando alla
storica richiesta dei cittadini arabi di uno Stato di tutti, ebrei e non ebrei.
L’interrogativo è fondato perché Abbas, per anni esponente di primo piano del
movimento islamico in Israele, ha avviato una profonda trasformazione politica
e ideologica che, nella sua visione, dovrà portarlo il 28 ottobre, il giorno
successivo alle elezioni legislative, a diventare l’arbitro della politica
israeliana, colui che, con in mano 4-5 seggi, determinerà le sorti di una
possibile maggioranza alternativa a quella di Benyamin Netanyahu.
Abbas, 52 anni, di
Maghar, in Galilea, figlio di genitori contadini, sa che dovrà aggirare con
ancora più abilità, in una società sempre più radicalizzata a destra, il veto
non scritto che esclude la partecipazione al governo di forze politiche non
sioniste, ossia i partiti che rappresentano gli arabo-israeliani, i palestinesi
con cittadinanza israeliana. Perciò manovra senza sosta. Dopo aver silurato la
Lista unita con gli altri partiti arabo-israeliani per tenersi le mani libere,
Abbas ha avviato trattative clamorose per l’ingresso in Raam di un ex capo
della polizia israeliana, Yoav Segalovitz, già parlamentare del partito ebraico
Yesh Atid. La scelta di Segalovitz non è stata casuale. Quando era viceministro
della Sicurezza aveva promosso un piano contro la criminalità organizzata nelle
comunità arabe, ottenendo risultati che Abbas considera «eccezionali». «È
esattamente il modello», ha detto il leader di Raam quando gli è stato chiesto
se Segalovitz corrispondesse al profilo del candidato ebreo che cercava. Un
sondaggio della tv Canale 13 ha rivelato che l’ingresso dell’ex capo della
polizia porterebbe Raam da cinque a sette seggi alla Knesset.
La posta in gioco,
però, non sono i seggi. L’alleanza con un politico ebreo con un passato nella
sicurezza serve a dare un volto profondamente nuovo al partito islamista.
«Abbas è pronto ad accettare anche il servizio civile nazionale (una sorta di
servizio militare senza armi, ndr) per gli arabi richiesto da Segalovitz. Se
ciò accadrà, finirà in frantumi la storica opposizione araba a questa
possibilità senza ottenere nulla di certo dai leader sionisti», ci dice Fares,
un attivista del fronte Hadash a guida comunista.Eppure, se tra i nazionalisti
palestinesi solo pronunciare il nome di Abbas è considerato blasfemo, nelle
aree rurali della Galilea a maggioranza araba, tradizionaliste e conservatrici,
il serbatoio di voti di Raam e del movimento islamico, la trasformazione del
leader islamista guadagna consensi perché lascia intravedere una possibilità di
«entrare nella stanza dei bottoni». Molti hanno già dimenticato il fallimento
di Abbas di cinque anni fa. Raam, infatti, fu decisivo per la maggioranza di
Naftali Bennett e Yair Lapid nel 2021, però non riuscì ad andare oltre
l’appoggio esterno, mentre le promesse di sviluppo delle aree a maggioranza
araba non trovarono realizzazione sul terreno.
Le prossime settimane
saranno decisive. In ogni caso, la traiettoria seguita da Raam è davvero
clamorosa. Un percorso che si deve alla parabola politica di Abdullah Nimr
Darwish, lo sceicco di Kufr Qassem che fino alla morte, nel 2017, ha guidato
tutti i passi del suo discepolo Abbas. Darwish, alla fine degli anni Settanta,
fu tra i fondatori di Usrat al-Jihad, organizzazione clandestina che combinava
nazionalismo palestinese e islamismo e sosteneva la lotta armata. Fu arrestato.
Dopo la liberazione, Darwish abbandonò l’idea della rivoluzione islamica e
della lotta armata, affermando che i musulmani non avrebbero potuto conquistare
il potere in Israele e che, pertanto, dovevano imparare a vivere e agire
all’interno della realtà sionista, senza rinunciare alla propria identità.
«Vivere nella pancia della balena» era il suo slogan. La balena era lo Stato
israeliano. La frattura arrivò nel 1996. Il movimento islamico si divise sulla
partecipazione alle elezioni israeliane e sul rapporto con gli accordi di Oslo
firmati da Israele e Olp. La corrente guidata da Darwish, poi conosciuta come
ramo meridionale, scelse la partecipazione. Il ramo settentrionale, guidato da
Raed Salah, rifiutò e sviluppò una linea più radicale, centrata sulla
mobilitazione palestinese e sulla questione di Gerusalemme e della moschea di
al-Aqsa. Da quella scissione sarebbe emerso Raam, fondato sull’idea di usare il
voto per ottenere risorse e influenza politica. È questa la lezione che Mansour
Abbas afferma di aver ricevuto dal suo maestro. A suo dire, non ha deviato
dalle idee di Darwish. Piuttosto, ha portato alle estreme conseguenze il suo pragmatismo
per migliorare la condizione dei cittadini arabi. Aggiunge di aver fatto della
sua «jihad civile» una strategia parlamentare. La sua «wasatiyya», la «via di
mezzo», sarebbe la conciliazione di principi islamici, pragmatismo politico e
partecipazione democratica. Molti palestinesi d’Israele scuotono la testa e
parlano di «acrobazie politiche» in nome del potere. Lo storico israeliano Ilan
Pappé taglia corto. «Mansour Abbas può cambiare tutto ciò che vuole per
rendersi appetibile al potere», ha detto al manifesto, «se invece cerca
parità e pieno riconoscimento, allora quelli che devono cambiare sono i leader
sionisti, non lui. Non faranno mai gli interessi degli arabi, piuttosto li
manipoleranno».
*
Sondaggi elezioni
Israele: il Likud di Netanyahu al livello più basso da un anno, mentre cresce
il partito di Eisenkot
(di Redazione jPost
- 24 Luglio 2026 )
Secondo un sondaggio
del Maariv Yashar di Eisenkot ha raggiunto il record di 23 seggi, in
vantaggio di tre seggi sul Likud. Beyahad di Bennett e Lapid è a
quota 17, mentre Yisrael Beytenu a quota 10. I Democratici di Yair
Golan hanno mantenuto invariati 11 seggi, mentre il partito di Ben Gvir è
a 8, e quello di Smotrich a 5. Secondo
un sondaggio pubblicato dal quotidiano israeliano Maariv, il Likud
del Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha registrato il suo peggior
risultato da giugno 2025, raggiungendo appena 20 seggi. Lo riporta tra gli
altri il Jerusalem Post.
Al contrario, Yashar, guidato dall’ex capo di stato maggiore delle Forze
di Difesa Israeliane Gadi Eisenkot, ha guadagnato un seggio, raggiungendo il
record di 23 seggi e portandosi in vantaggio di tre seggi sul Likud. Il
sondaggio ha inoltre rilevato che il partito Beyahad dell’ex primo
ministro Naftali Bennett ha guadagnato un seggio, arrivando a quota 17, mentre
Yisrael Beytenu è salito di un seggio, raggiungendo quota 10. Dopo le primarie
del partito, i Democratici di Yair Golan hanno mantenuto invariati 11
seggi.
All’interno della
coalizione, Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir ha guadagnato un seggio, arrivando
a otto, eguagliando i partiti ultraortodossi Shas e Giudaismo Unito della
Torah, entrambi rimasti invariati. Anche il Partito Sionista Religioso di
Bezalel Smotrich ha guadagnato un seggio, raggiungendo quota cinque. A seguito
di questi cambiamenti, il blocco di opposizione ha perso un seggio, ma ha
mantenuto la maggioranza con 61 seggi. Complessivamente, la coalizione di
Netanyahu si è rafforzata, raggiungendo 49 seggi, mentre i partiti arabi sono
rimasti stabili con 10 seggi.
Yesodot Israel, il
partito guidato da Chili Tropper e Yoaz Hendel , non è riuscito a
superare la soglia elettorale questa settimana, ottenendo solo il 2,9% dei
voti. Anche Balad è rimasto al di sotto della soglia con l’1,7%, così come Blu
e Bianco di Benny Gantz con l’1,6%.
La decisione di
Bennett e Lapid di fondersi ha influenzato le intenzioni di voto?
Il sondaggio ha anche
esaminato le intenzioni di voto degli attuali elettori di Beyahad prima della
formazione dell’alleanza Bennett-Yair Lapid. Dei 17 seggi previsti per il
partito, 10 provengono da persone che intendevano già votare per Naftali
Bennett alle elezioni del 2026, cinque da elettori di Yesh Atid e due da
elettori che avevano pianificato di sostenere altri partiti prima della
formazione dell’alleanza. L’indagine ha inoltre rilevato che quasi la metà
degli elettori dei partiti di opposizione sionisti, il 46%, ritiene che Bennett
e Lapid dovrebbero continuare a candidarsi insieme nonostante il calo di
consensi dell’alleanza nei sondaggi. Il 31% ha affermato che dovrebbero
separarsi, mentre il 23% ha dichiarato di non saperlo. La maggioranza degli
elettori dell’opposizione sionista, il 57%, ritiene inoltre che Tropper e
Hendel dovrebbero aderire a uno dei partiti esistenti. Il 19% ha affermato che
dovrebbero continuare a candidarsi come indipendenti, mentre il 24% si è
dichiarato indeciso.
Secondo il sondaggio,
se Tropper e Hendel si unissero a Yashar, il partito raggiungerebbe 27 seggi,
pari alla forza combinata dei partiti che si presentano separatamente,
ampliando ulteriormente il suo vantaggio sul Likud. Una simile mossa andrebbe a
scapito di Insieme, che scenderebbe a 14 seggi, ma non altererebbe gli
equilibri tra i blocchi: l’opposizione sionista manterrebbe 61 seggi, la
coalizione di Netanyahu ne conserverebbe 49 e i partiti arabi resterebbero a
10.
Bennett candidato più
idoneo a diventare primo ministro
Il sondaggio di
Maariv ha inoltre rilevato che Bennett è in vantaggio su Netanyahu in
termini di idoneità al ruolo di primo ministro, con il 45% dei consensi
rispetto al 42% di Netanyahu. Il divario
è rimasto pressoché invariato rispetto al sondaggio precedente, condotto
all’inizio di luglio. Eisenkot è in vantaggio su Netanyahu di sei punti
percentuali, 46% contro 40%, un distacco di due punti rispetto al sondaggio
precedente. Anche nel confronto diretto tra Eisenkot e Bennett il divario è
rimasto sostanzialmente invariato, con Eisenkot che ha ottenuto il 38% dei
consensi e Bennett il 23%.
Il sondaggio è stato
condotto da Lazar Research, diretto dal Dr. Menachem Lazar, in collaborazione
con il panel online Panele4ALL. Il sondaggio è stato effettuato il 22 e 23
luglio su un campione di 500 intervistati, rappresentativo della popolazione
adulta israeliana di età pari o superiore a 18 anni, inclusi intervistati sia
ebrei che arabi. Il margine di errore massimo del campione è stato del 4,4%.