20 giugno 2022

Colombia, il risultato del ballottaggio: Gustavo Petro trionfa. È la prima volta della sinistra

di Rocco Cotroneo *

Al ballottaggio il candidato del Pacto Historico ha battuto il miliardario Rodolfo Hernàndez con tre punti di vantaggio. Novità assoluta anche l’afrocolombiana Francia Màrquez alla vicepresidenza. 

Petro ha mitigato le posizioni negli ultimi tempi, anche per respingere le accuse di chavismo e antiamericanismo, ma propone una discontinuità netta anche sul fronte internazionale. La proposta di un patto di unità nazionale per governare con forze esterne alla sua coalizione, una necessità perché la sinistra resta comunque in forte minoranza nel Parlamento

Svolta storica in Colombia. Per la prima volta il paese sudamericano avrà un presidente di sinistra: Gustavo Petro, 62 anni, lontane origini italiane e una gioventù da guerrigliero nella selva, governerà per i prossimi quattro anni grazie alla netta vittoria al ballottaggio sul rivale Rodolfo Hernàndez. Cambia tutto dunque in una terra segnata da problemi atavici (violenza politica, illegalità diffusa e narcotraffico), ma che sul fronte elettorale ha sempre preferito oscillare tra alternative tranquille di centro-destra e destra, e senza mai mettere in discussione l'alleanza di ferro con gli Stati Uniti.

CHI È GUSTAVO PETRO - Petro non è un outsider. È stato senatore, sindaco di Bogotà ed era al terzo tentativo di arrivare alla presidenza, ma stavolta ha vinto grazie alla capacità di mettere insieme forze da sempre ai margini dei palazzi del potere, come i movimenti sociali, le istanze ambientaliste, l'antimilitarismo e le minoranze.

Una coalizione che ha voluto chiamare “Pacto Historico”. La sua compagna di ticket, la prossima vicepresidente Francia Màrquez, è un afrocolombiana che rappresenta un'altra novità assoluta. Mai una donna nera ha occupato una carica così alta. I due rappresentano la Colombia meticcia delle due coste, pacifica e caraibica, mentre il potere politico è stato appannaggio per decenni dell' élite bianca degli altopiani, tra Bogotà e Medellìn.

UNA VITTORIA NETTA - Quella che era stata presentata come una finale al fotofinish in realtà è stata una vittoria di Petro abbastanza netta, oltre tre punti percentuali di distacco. Il rivale Hernàndez, arrivato al secondo turno a sorpresa scalzando la destra tradizionale, aveva portato avanti un messaggio antisistema e monotematico sulla corruzione, con alcune trovate fin troppo eccessive per un anziano miliardario, come i balletti su TikTok, ma non ha fermato la voglia di cambiamento rappresentata dalla nuova sinistra. Petro ha mitigato le posizioni negli ultimi tempi, anche per respingere le accuse di chavismo e antiamericanismo, ma propone comunque una discontinuità netta anche sul fronte internazionale. Vuole porre fine alla guerra fredda con il vicino Venezuela (i due paesi sono praticamente senza relazioni diplomatiche), anche perché la Colombia è stata invasa da due milioni di profughi dal regime di Maduro; e soprattutto vuole rivedere alcuni capisaldi del rapporto con gli Stati Uniti, soprattutto in materia di lotta al narcotraffico, paradigmi che datano dai tempi di Reagan e che nessun governante colombiano ha mai messo in discussione. Allo stesso tempo ha proposto un patto di unità nazionale, per governare con forze esterne alla sua coalizione, una necessità perché la sinistra è in forte minoranza nel parlamento.

«Oggi è un giorno di festa per il popolo – è stata la sua prima dichiarazione – Perché questa è la prima vittoria popolare: possano tante sofferenze essere attutite dalla gioia che oggi inonda il cuore della Patria».

nella foto: Gustavo Petro e Francia Marquez festeggiano davanti ai sostenitori dopo aver vinto il ballottaggio presidenziale a Bogotà, in Colombia (AP)

* da domani.it - 20 giugno 2022

2 giugno 2022

Germania: le elezioni nei Lander di Schleswig-Holstein ( 8 maggio) e Nordreno-Vestfalia (15 maggio) premiano CDU e Grünen e mettono in crisi Scholz e la SPD


di Massimo Marino *

Schleswig-Holstein: Il successo della CDU in Schleswig-Holstein e la riconferma del presidente uscente cristiano-democratico Daniel Günther è un duro colpo per la SPD

Il primo successo della nuova CDU di Friedrich Merz arriva nel piccolo Land tedesco dello Schleswig-Holstein, nel nord della Germania, e il merito è attribuito al presidente uscente che si è ricandidato alla guida della regione, Daniel Günther che incarna nel partito e fra gli elettori  l'anima di centrosinistra. Il successo dei conservatori, che raggiungono un record di voti a livello federale, si aggiunge alla storica debacle  dei socialdemocratici, col peggiore risultato mai avuto nel profondo Nord. Vari commentatori indicano anche le difficoltà del cancelliere Olaf Scholz, crollato nei consensi a livello federale per la gestione non convincente di parte tedesca alla guerra in Ucraina come cause dell’insuccesso.

Secondo le proiezioni pubblicate dalla tv ZDF, la CDU ha ottenuto il 42,4% dei consensi (+10,4 rispetto al 2017); i socialdemocratici di Thomas Losse Müller hanno invece preso soltanto il 15,6% delle preferenze (-11,6); i verdi (Grünen)  hanno ottenuto un buon 17,9% (+5). Anche i liberali perdono terreno con il 6,8% (-4,7). L'ultradestra di AFD sarebbe fuori dal parlamentino regionale col 4,4% (-1,5).

Un enorme segnale di fiducia secondo Günther, sia personale che alla coalizione cosiddetta "giamaica", con verdi e liberali.

Delusione inaspettata dei socialdemocratici: " non ci aspettavamo un esito elettorale del genere", ha commentato la copresidente del partito Saskia Esken, puntando alla risalita nelle elezioni del prossimo weekend, quando si voterà nel Nordreno -Vestfalia, fiduciosa che il loro candidato Thomas Kutschaty sarà il prossimo ministro presidente del Land.

"Ci sono due vincitori, Daniel Günther e i verdi", ha invece commentato soddisfatto il vicecancelliere Robert Habeck, un verde che viene proprio dal Land di Kiel, che governava prima di entrare nell'esecutivo di governo a Berlino come ministro dell'Economia e del Clima.

 

Nordreno-Vestfalia: Nella regione più popolosa della Germania la CDU ottiene la sua seconda vittoria regionale nell’arco di una settimana, con un buon risultato anche dei verdi ed un nuovo pesante insuccesso dei socialdemocratici tedeschi che mette in ballo anche il cancelliere Olaf Scholz, molto presente nelle ultime settimane, proprio per cercare di recuperare la sconfitta della settimana precedente. I risultati nella regione di Düsseldorf premiano in particolare con un ottimo risultato i Verdi e ridimensionano i Liberali e la destra di AFD.

Stando alle prime proiezioni della Zdf, la CDU ha ottenuto il 35,4% (+2,4), l’SPD il 27,2% (-4,0), i Grünen hanno raggiunto il loro record locale col 18,2% (+11,8), i liberali sono franati al 5,5% (-7,1) e l’ultradestra di AFD è calata al 5,5% (-1,9). Debacle della Linke (sinistra) che ha preso solo il 2,1% (-2,8).

Contemporaneamente alle elezioni locali il 16 maggio la Germania ha annunciato il voto contro il nucleare nella tassonomia verde Ue cioè il no a  includere l’atomo tra le fonti per la transizione ecologica suggerito da Macron . «Le centrali atomiche non sono sostenibili sia perché non si possono escludere incidenti con effetti su vasta scala, sia perché resta irrisolto il problema di come, dove e per quanto tempo stoccare le scorie tossiche».  è la netta, inequivocabile, posizione della Coalizione Semaforo. La Germania quindi chiederà formalmente al Consiglio europeo oggi a guida francese, di opporsi al documento sulla tassonomia predisposto dalla Commissione. «Se il Consiglio, oppure l’Europarlamento che si esprimerà a luglio, solleveranno obiezioni sull’atto, allora sarà possibile impedirne l’entrata in vigore» Per questo obiettivo, tuttavia, servirà l’appoggio di 20 Stati UE.

* note sintetiche tratte  da rainews, ilsole24ore, ilpost e altri - 31 maggio 2022

 

3 maggio 2022

Francia: Unione a sinistra, accordo tra Verdi e Mélenchon

 VERSO LE ELEZIONI. Nupes è la novità della politica francese in vista delle legislative del 12 e 19 giugno. Comunisti vicini al sì, difficile la trattativa con il Partito socialista che teme di scomparire

di Anna Maria Merlo *

Si chiama Nupes la novità della politica francese, che alcuni già definiscono «storica», Nouvelle Union Populaire écologiste et sociale: la sinistra, a marce forzate in pochi giorni, sta costruendo un fronte unito per le legislative del 12 e 19 giugno, dietro la France Insoumise (Fi), che con Jean-Luc Mélenchon e l’Union populaire ha ottenuto il 22% dei voti al primo turno della presidenziale, grazie allo scatto del «voto utile» (che ha mancato però l’obiettivo di escludere l’estrema destra dal ballottaggio) e ora chiede «eleggetemi primo ministro» per imporre a Emmanuel Macron una «coabitazione».

AL CORTEO PARIGINO del primo maggio, anche se mancavano alcuni leader presenti in manifestazioni di altre città, c’è stata una prima immagine di unità, tra Fi, Europa-Ecologia, Ps, Npa, Pcf. È l’immagine di una ricomposizione della scena politica francese, dopo il crollo delle forze tradizionali (il Pcf da anni, il Ps adesso è ridotto all’osso), la difficoltà per i Verdi di incarnare la nuova forza trainante a sinistra e l’emergenza come capofila della Fi. Se ci sarà un accordo ampio, il 7 maggio dovrebbe venire organizzato un lancio solenne del Nupes. Contemporaneamente, anche i sindacati cercano l’unità, contro la minaccia di una riforma delle pensioni che potrebbe alzare l’età a 65 anni.

Per il momento, in vista delle legislative un accordo è stato firmato dopo giorni di trattative tra Fi e Europa-Ecologia. La base dell’accordo è molto vicina al programma di Mélenchon: salario minimo a 1.400 euro (oggi è un po’ inferiore a 1.300), pensione a 60 anni, blocco dei prezzi per i beni di prima necessità, pianificazione ecologica, riforma istituzionale per la VI Repubblica. Ma ci sono due altri punti, più controversi: sul nucleare, il testo firmato da Fi e Europa-Ecologia si limita a evocare un’uscita da questa forma di energia e la fine della costruzione di nuove centrali, mentre sulla questione europea, vero punto di attrito, i Verdi hanno accettato l’ipotesi della «disobbedienza» ai Trattati, nel caso in cui questi impediscano di mettere in opera il programma di governo. Il testo precisa che la «disobbedienza» evidentemente non riguarda il rispetto dello stato di diritto (è lo strappo di Ungheria e Polonia), ma è relativo alle regole economiche e di bilancio (il Fiscal Compact, le norme della concorrenza, l’orientamento liberista e produttivista, a cominciare dalla Pac, la politica agricola).

LE QUESTIONI INTERNAZIONALI, la posizione sull’Ucraina, sono state messe da parte, con la scusa che è dominio del presidente e non del governo. L’accordo, che ha anche una parte pratica sulla ripartizione delle circoscrizioni, è stato raggiunto nella notte del 1° maggio e approvato all’80% dal Consiglio Federale di Europa-Ecologia. A Europa-Ecologia sarebbero state promesse 100 candidature, una trentina favorevoli per eleggere un deputato. I Verdi, che partono da zero, sperano così di ottenere un gruppo parlamentare, con i conseguenti finanziamenti pubblici. «Abbiamo dato a tutti la possibilità di avere un gruppo» afferma Mélenchon, che punta a un accordo ampio, «possiamo vincere se non facciamo gli imbecilli, con discussioni che durano più a lungo di quanto la natura umana possa sopportare». Tra gli elettori Verdi, c’è qualche malumore, una parte pensa che l’azione militante, le manifestazioni, siano più efficaci della cucina elettorale.

IERI NOTTE, dalle ore 22, sono riprese le discussioni con il Pcf. «Il nucleare – il Pcf è favorevole – non è nell’intesa», ha affermato il segretario Fabien Roussel. I Radicali di sinistra (un piccolo partito, cui aveva aderito l’ex ministra della Giustizia Christiane Taubira) rifiutano l’alleanza. Con il Ps ci sono ancora alti e bassi. I socialisti sono spaccati.

La direzione di Olivier Faure approva l’intesa con Fi, ma la vecchia guardia si oppone: per François Hollande c’è un rischio di «scomparsa» del Ps, la potente presidente della regione Occitanie, Carole Delga, è contraria e ha già cominciato a stilare le liste dei candidati Ps per le legislative, anche la sindaca di Parigi ed ex candidata sfortunata alle presidenziali, Anne Hidalgo, non vede favorevolmente l’intesa con Fi (preferirebbe una coalizione Ps-Pcf-Verdi, che già governa la capitale).

IL PS STA SUBENDO attacchi a destra e a sinistra: c’è un’ala della Lrem composta da ex socialisti (riuniti nel gruppo Territoires de progrès), e attorno a una nuova recluta, il socialista storico sindaco di Dijon, François Rebsamen, si è formata la Federazione progressista, tutti dentro la galassia di Macron.

* da il manifesto 3 maggio 2022


Manovre verso il «terzo turno», Mélenchon lavora all’Unione

Il governo Castex dovrebbe dimettersi, al più tardi all’inizio della prossima settimana, poi Macron nominerà un governo temporaneo, fino alle legislative del 12 e il 19 giugno. Intanto il ministro delle Finanze Le Maire lancia la bomba: riforma delle pensioni subito ( Anna Maria Merlo)

Il primo viaggio di Emmanuel Macron sarà a Berlino – e forse a Kyiv con Scholz – per discutere la risposta alla guerra in Ucraina. Il 9 maggio, il presidente francese sarà a Strasburgo, con un intervento all’Europarlamento per la fine della Conferenza sull’avvenire dell’Europa. Nel frattempo, La République en Marche (Lrem) deve pensare alle legislative del 12 e 19 giugno, per confermare la maggioranza.

Il Rassemblement national e La France Insoumise si preparano anch’esse al “terzo turno”, sperando entrambi di imporre una “coabitazione” al neo-eletto presidente. L’elettorato di Macron si è consolidato, ma l’idea di costruire un “grande centro” non convince: l’alleato MoDem non intende fondersi, mentre molti ambiziosi, come l’ex primo ministro Edouard Philippe che già pensa alle presidenziali del 2027, hanno fondato dei mini-partiti che intendono mantenere con una certa indipendenza. All’estrema destra, ci sono frizioni tra il Rassemblement national e Reconquête! di Eric Zemmour, un’alleanza è lontana: nel 2017, malgrado la presenza al ballottaggio di Le Pen, il partito di estrema destra, isolato, ha vinto solo 8 seggi all’Assemblée nationale. La destra dei Républicains sta esplodendo, dopo il crollo della candidata Pécresse sotto il 5%, cresce la corsa dei notabili verso Macron.

A sinistra, sono già in corso le trattative per un’unione sotto l’ala della France Insoumise e del suo programma. «Eleggetemi primo ministro» chiede Jean-Luc Mélenchon agli elettori. C’è fretta, l’Union populaire ha convocato una convenzione per le candidature nelle 577 circoscrizioni già il 7 maggio. Europa-Ecologia tratta, come il Pcf e l’Npa, mentre è previsto oggi un incontro con i socialisti, esclusi in primo momento, e la France Insoumise. Non è facile accettare che non ci siano liste Europa-Ecologia, Pcf, forse Ps, se La France Insoumise non intende integrare punti dei loro programmi, mentre restano profonde divisioni, dall’Europa alla politica internazionale, tra posizioni di sinistra giudicate «irriconciliabili» e che nella campagna elettorale hanno dato luogo ad attacchi molto duri.

Il governo Castex dovrebbe dimettersi, al più tardi all’inizio della prossima settimana. Macron nominerà un governo temporaneo, fino alle legislative: girano già dei nomi, dai ministri Julien Denormandie (Agricoltura) a Elisabeth Borne (Lavoro), ma non sono escluse sorprese, come nel passato sotto Macron. Il nuovo primo ministro avrà l’incarico di coordinare una «pianificazione ecologica», come promesso in campagna elettorale, una mano tesa agli ambientalisti, un’iniziativa pescata nel programma di Mélenchon.

Mélenchon: «Siamo con i gilet e per il sovranismo, ma del popolo»

La principale preoccupazione espressa dall’elettorato popolare, che non ha votato Macron, è stata il potere d’acquisto: sono in preparazione vari interventi a breve, per indicizzare pensioni e salari sull’inflazione, per confermare il tetto all’aumento del gas, è allo studio un nuovo dispositivo sul prezzo della benzina, che potrebbe essere destinato ai grandi utilizzatori in difficoltà. Potrebbe venir erogato un “assegno alimentare”, mentre aumenti di salario temporanei verrebbero esentati dai contributi.

Dopo la rivolta dei gilet gialli, è chiaro a tutti che non è possibile far passare delle leggi ecologiste senza delle misure di protezione per le classi popolari. Per questo, Macron insiste sulla carbon tax ai confini dell’Europa, che concilierebbe misure verdi con la difesa degli interessi degli europei. Per l’autunno, sono previste proposte su scuola e sanità. Ma ieri è di nuovo ripartita la polemica sulle pensioni. Il ministro delle Finanze, Bruno Le Maire, che insiste sul fatto che c’è stato «un voto di adesione» sul programma di Macron, ha affermato che il governo potrebbe ricorrere al 49.3, cioè a una decisione per decreto, in fretta, per imporre un aumento progressivo (4 mesi l’anno) dell’età pensionabile, per arrivare nel 2028 a 64 anni. Una bomba, che risuona come una clamorosa smentita degli impegni presi da Macron sul «dialogo» necessario con le parti sociali e la società civile, che farà gonfiare i cortei del primo maggio.

29 aprile 2022

Egitto: El Sisi la centrale nucleare la costruisce con i russi

 GUERRA IN UCRAINA. Incurante delle sanzioni americane ed europee contro Putin, l'Egitto conferma la costruzione del suo primo impianto atomico con i finanziamenti e l'aiuto di Mosca.

di Michele Giorgio *

Joe Biden lavora a nuove sanzioni contro la Russia e ne chiede il rispetto. Ma non riesce ad ottenere l’isolamento totale di Mosca, anche da parte di paesi stretti alleati di Washington. A cominciare da quelli del Medio Oriente e del Nordafrica. Uno di questi è l’Egitto di Abdel Fattah el Sisi – che non ha mai digerito la linea nella regione dell’Amministrazione Usa in carica – che mantiene ben saldi i rapporti con il Cremlino. Il 17 aprile una delegazione russa ad alto livello ha visitato la centrale nucleare in costruzione di Dabaa in Egitto. Ne facevano parte dirigenti e tecnici dell’impianto chimico di Novosibirsk e della TVEL Fuel Company guidati da Alexander Lokshin, vicedirettore generale di Rosatom, la compagnia statale russa dell’energia atomica.

Ad accompagnare i delegati russi c’era Amjad al Wakil, capo dell’Autorità egiziana per le centrali nucleari. Al Wakil ha confermato a giornali locali che la costruzione dell’impianto di Dabaa procede senza intoppi in coordinamento con i russi e che l’Egitto avrà, nei tempi programmati, la sua prima centrale atomica per la produzione di energia elettrica. Lokshin da parte sua ha assicurato che saranno fatti «i passi necessari per portare a termine i compiti prefissati». L’accordo per la costruzione della centrale a Dabaa nel governatorato di Marsa Matrouh – quattro reattori con una capacità di 4.800 megawatt – risale al 2015. Sono già state scavate le basi di contenimento del primo reattore e non appena arriverà il via libera della commissione egiziana per la sicurezza nucleare, i lavori riprenderanno a pieno ritmo.

L’attacco russo all’Ucraina è stato un fulmine a ciel sereno in Africa e Medio Oriente dove la penetrazione russa, a tutti i livelli, è stata intensa negli ultimi dieci anni. Nelle capitali di non pochi paesi poveri o in via di sviluppo, è salita l’ansia per la possibile interruzione di progetti, spesso di infrastrutture civili, avviati con Mosca. La recente visita della delegazione russa in Egitto ha avuto lo scopo anche di smentire chi aveva paventato la sospensione della costruzione della centrale di Dabaa a causa delle sanzioni occidentali contro il governo russo, che è il principale finanziatore del progetto. Aderire alle sanzioni Usa ed europee contro la Russia per l’Egitto significherebbe rinunciare a un’opportunità molto favorevole. Il costo totale della centrale è di 30 miliardi di dollari e il Cairo godrà di un prestito agevolato garantito dalla Federazione Russa di 25 miliardi, che comincerà a restituire solo a partire dal 2029. Il completamento dell’impianto ora è diventato più importante per il Cairo che già deve fare i conti con la diminuzione di forniture di grano russo e ucraino a basso costo e lo stop all’arrivo di turisti russi, da anni i principali frequentatori dei resort del Sinai. Ogni giorno di ritardo nella realizzazione della centrale significheranno per l’Egitto la perdita di due milioni di dollari per la mancata vendita di energia all’estero. La telefonata del 9 marzo tra Abdel Fattah el Sisi e Vladimir Putin è perciò servita a confermare che a Dabaa le cose andranno come previsto.

Altrettanto rilevanti sono le relazioni tra i due paesi per l’istruzione superiore. L’ambasciatore russo al Cairo, Georgy Borisenko, il 23 marzo ha assicurato che le porte delle università russe resteranno aperte per i giovani egiziani. Americani ed europei non capiscono quanto sia importante per africani e arabi avere accesso alle università russe, buone e a basso costo, in alternativa a quelle occidentali raggiungibili solo da una élite.

* da il manifesto - 29 aprile 2022

leggi ancheEgitto, critica il governo: arrestata una giornalista

È stata arrestata giovedì la giornalista egiziana Safaa al-Korbigi e di lei non si sa più nulla. La denuncia arriva dall’Egyptian Network for Human Rights e dai tanti che sui social chiedono conto della sua sparizione. Al-Korbigi lavora per Radio and Television Magazine, di proprietà statale, ed è nota per le sue critiche al governo per le pessime condizioni socio-economiche della popolazione. Intanto, pochi giorni fa è stata condannata a tre anni di prigione in appello (erano dieci in primo grado) e una multa di quasi 11mila dollari l’influencer di TikTok Haneen Hossam per «traffico di esseri umani»: aveva postato un video in cui spiegava come guadagnare soldi con video online. Per le autorità un invito al sesso online a pagamento.

 

23 aprile 2022

Presidenziali in Francia: “L’impressione è dover scegliere fra la peste e il colera”

di Massimo Marino 

Una battuta davvero cattiva ma efficace, pronunciata da una ragazza al primo voto di un quartiere popolare parigino, riassume lo spirito con il quale molti francesi si sentono di fronte alla scadenza elettorale che si conclude domani con il ballottaggio fra i primi due votati al primo turno: Macron e Le Pen.


Non so quanto consapevolmente la nostra ragazza ha sfiorato la vera malattia che rende esangue la Francia e purtroppo molti alti paesi dell’Occidente “democratico”: i sistemi maggioritari, ancor più quelli a doppio turno, peggio quelli di tipo presidenziale, di cui quello francese è fra i peggiori. Ultimamente, a seguito della riforma che ha avvicinato le legislative alle presidenziali e che quindi si svolgeranno già il prossimo giugno, si parla addirittura di iperpresidenzialismo, anche se formalmente la Francia sarebbe una Repubblica semipresidenziale dove però il Presidente direttamente eletto ( il sogno di Meloni e forse di Salvini ) oltre alla politica estera ed alla difesa, gestisce di fatto tutta la politica interna forzando e controllando con relativa facilità l’attività legislativa del Parlamento e mettendo del tutto in ombra la figura del Presidente del Consiglio che ha da tempo un ruolo molto marginale. (quanti italiani sanno che si chiama Jean Castex ?)

Per comprendere quanto il Presidenzialismo, specie con i leader che passa il convento di questa epoca storica, sia un fiore appassito anche in Francia, tanto da spingere pure i vescovi francesi a sostenere che l’astensionismo è accettabile, è bene ricordare qualche numero che i nostri media si guardano bene dal mostrarci  ( ma molti giornalisti che fanno i commenti sulla Francia i numeri veri neppure li conoscono ).

Gli elettori attuali delle Presidenziali sono 48,747 milioni ed hanno potuto scegliere al primo turno fra 12 candidati (quelli che sono stati in grado di raccogliere a loro sostegno 500 firme di parlamentari, consiglieri regionali e comunali in carica). La frammentazione si è accentuata rispetto al 2017 quando i candidati erano stati 11. Molte presenze sono quasi simboliche : 8 su 12 non hanno neanche raggiunto il 5%, 3 di questi neanche il 3%. Nel 2017 6 su 11 non avevano raggiunto almeno il 5% e di questi 5 su 11 erano rimasti sotto il 3%.

Le astensioni al primo turno sono ancora aumentate e i dati ufficiali non calcolano bianche e nulle che sono sempre 800-900 mila.

Macron ha ottenuto 9,783 mil. di voti, esattamente il 20% del totale degli elettori abilitati al voto. La Le Pen ha ottenuto 8,133 mil. di voti, il 16,7% del totale.

Il terzo, escluso dal ballottaggio, è il candidato di alcune parti della sinistra che ha ottenuto 7,712 mil. di voti, il 15,8 % del totale. Cioè se avesse ottenuto 200mila voti in più e la Le Pen altrettanti in meno sarebbe andato al ballottaggio con Macron. E molti commentatori sussurrano sottovoce che avrebbe avuto molte più chance della Le Pen di battere Macron. Per dare l’idea un altro candidato, il verde Jadot, ha preso 1,627 mil di voti malgrado fosse chiaro che la sfida vera era a due o al massimo a tre.

E’ possibile avallare un sistema così bizzarro?

Per essere più chiari: come in un lancio di dadi questo sistema demenziale comporterebbe che 200mila voti spostati potrebbero cambiare 15 giorni dopo il nome del Presidente francese, di certo stravolgerebbero del tutto i risultati delle successive legislative per 5 anni, capovolgerebbero la politica interna ed estera della Francia (che sarebbe molto diversa fra Macron e Melenchon) e verosimilmente influenzerebbe molto quella dell’intera Unione Europea. Tutto questo per astrusi marchingegni elettorali inventati per rendere impossibili veri cambiamenti (qui la volontà degli elettori è davvero resa difficile ad esprimersi). Si può scegliere così la persona che ha di fatto tutti i poteri in Francia ?

Il ballottaggio di domani sarà quindi fra il Presidente uscente (alcuni sostengono sia il più odiato e più lontano dal suo popolo dell’intera Europa, spesso considerato il Renzi della Francia) che non è stato votato da esattamente 80 su 100 dei francesi e la signora Le Pen non votata da 83,3 su 100 dei francesi.

Nel 2017 i due sfidanti avevano ottenuto risultati quasi uguali al primo turno con il non voto rispettivamente di 81,8 e di 83,9 elettori su 100. Al ballottaggio Macron aveva prevalso su Le Pen con 20,743 contro 10,638 mil di voti ottenendo quindi il voto “forzato” di non più di 44 elettori su 100. Malgrado la costrizione al voto ben 56 francesi su 100 non lo hanno comunque votando rifiutando di scegliere fra “la peste e il colera “.

Non entro qui nel merito delle diverse posizioni politiche fra Le Pen e Macron. Non è il tema di questo breve intervento a due mesi dalle legislative. Quelle concrete dei due personaggi, fuori dalle sceneggiate mediatiche, a mio parere sono entrambe decisamente pericolose per l’Europa. Neppure entro nel merito delle responsabilità e dei limiti storici, gravi e sembra incurabili, delle forze che dovrebbero e potrebbero promuovere una alternativa solidale ed ecologica in uno dei paesi più importanti del continente europeo.  Noto solo che un paese che per tre anni è stato travolto dalle manifestazioni dei gilets jaunes, poi da quelle sulla riforma delle pensioni, infine dai movimenti per il clima, grazie anche ad un sistema elettorale e politico ottuso e immobile risulta dopo cinque anni del tutto immutato e irriformabile.

E’ un fatto che se non si mette in discussione, in modo preminente e radicale, il carattere insopportabile dei sistemi elettorali truffaldini che ci circondano qualunque offerta politica di alternativa risulta del tutto insignificante e impraticabile.  

                                                                   sabato 23 aprile 2022 

22 aprile 2022

Elezioni: Contro la Colombia di Petro si scatena la peggiore destra

  Il presidente Duque guida gli attacchi contro il candidato della sinistra al voto del 29 maggio. Il leader di Pacto Histórico costretto a rinunciare alla sua alleata storica, la senatrice Córdoba, sotto inchiesta per legami con le Farc

di Claudia Fanti *

Per scongiurare la vittoria di Gustavo Petro alle presidenziali del 29 maggio in Colombia, le forze conservatrici sono pronte a tutto. Dopo i brogli elettorali che hanno segnato le parlamentari del 14 marzo scorso, senza peraltro impedire la vittoria della sua coalizione, il Pacto Histórico, le destre hanno scatenato una delle campagne più sporche di cui si abbia memoria.

UNA STRATEGIA portata avanti con la benedizione del presidente Iván Duque che, malgrado la sua carica dovrebbe impedirgli di interferire nella campagna elettorale, non perde occasione per attaccare il candidato di sinistra, senza nominarlo.

Come quando, ricordando la propria devozione alla Vergine di Chiquinquirá, patrona della Colombia, si è detto sicuro della sua protezione «affinché la nostra democrazia non cada negli artigli della demagogia e del populismo».

Così, dal primo febbraio al 13 aprile, un discorso su tre di Duque – secondo il calcolo del sito di notizie La Silla Vacía – ha avuto come bersaglio una delle proposte della campagna di Petro, a cominciare da quella di una moratoria dello sfruttamento degli idrocarburi: «Forse non sanno, quanti promuovono queste idee, che questo settore rappresenta la maggiore fonte di attrazione dei capitali esteri, di royalty e di imposte».

Stessa sorte per le proposte del candidato di sinistra di rivedere le concessioni minerarie, di sciogliere la Esmad (lo Squadrone mobile antisommossa della polizia colombiana tristemente celebre per le sue violazioni dei diritti umani), di modificare il sistema delle pensioni per renderlo a maggioranza pubblica, di riformare il sistema di salute.

MA È STATA LA VISITA di suo fratello Juan Fernando ad alcuni detenuti rinchiusi nel carcere La Picota, l’8 aprile, a scatenare la più violenta offensiva contro il candidato del Pacto Histórico. P

oco importa si trattasse di una visita della Comisión Intereclesial de Justicia y Paz incaricata di accertare il rispetto dei diritti umani nelle carceri: le destre ne hanno approfittato per accusare Petro di negoziare uno sconto di pena per i politici condannati per corruzione in cambio di voti.

E tanto più furibondi sono stati gli attacchi quando Petro si è richiamato al concetto di perdono sociale di Jacques Derrida, benché non volesse certo proporre riduzioni di pena per i corrotti, indulti o amnistie, bensì indicare nella riconciliazione la via per sanare le ferite provocate dalle molteplici tragedie sofferte dal paese.

«IL PERDONO SOCIALE – ha spiegato su Twitter – non è impunità, è giustizia riparativa. Non è occultamento, è un processo di verità storica. Non è né giuridico, né divino, è il perdono terreno della cittadinanza. Non lo ordina il presidente, ma la società».

Eppure, per tutta la settimana, Petro ha dovuto ripetere in tutte le salse che «non c’è mai stata un’offerta di riduzione di pena né mai ci sarà».

Il polverone sollevato dalla visita del fratello a La Picota ha avuto, però, anche un’altra conseguenza: indurre Petro a chiedere alla senatrice e sua alleata storica

di fare un passo indietro in attesa di risolvere i problemi giudiziari in cui è coinvolta.

Una decisione dolorosa per il candidato presidenziale, che aveva voluto con sé a tutti i costi la senatrice, nota per aver mediato tra le Farc e il govero Uribe a favore della liberazione di politici sequestrati dalla guerriglia, ma accusata dalla Procura di aver tratto benefici economici e politici dai suoi vincoli con Hugo Chávez e con i comandanti delle Farc, oltre che di aver presentato a Maduro l’imprenditore colombiano Alex Saab, ora detenuto negli Stati Uniti per corruzione.

BENCHÉ CÓRDOBA abbia sempre negato ogni accusa, un’eventuale condanna giudiziaria nelle prossime settimane sarebbe stata per la campagna di Petro un colpo troppo duro.

nella foto:  Francia Marquez abbraccia Gustavo Petro

* da il manifesto 22 aprile 2022

 

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Colombia, Gustavo Petro favorito per la presidenza. Risultato storico per la sinistra

AMERICA LATINA. Doppio appuntamento elettorale: primarie e rinnovo del Congresso. Per la prima volta in vent'anni il protagonista non è l'ex narcopresidente Álvaro Uribe

( di Claudia Fanti – il manifesto 16 marzo 2022)

È iniziata nel migliore dei modi la corsa di Gustavo Petro alla presidenza della Colombia. Il doppio appuntamento elettorale di domenica scorsa – per il rinnovo del Congresso e per la definizione dei candidati alle presidenziali del 29 maggio – è stato un successo, per lui e per la sinistra. Alle primarie presidenziali, Petro si è infatti affermato non solo come il candidato ufficiale della sua coalizione, il Pacto Histórico, con oltre l’80% di preferenze, ma anche, con 4 milioni e mezzo di voti, come quello più votato in assoluto, incassando mezzo milione di voti in più di quelli che l’attuale presidente Iván Duque era riuscito a raccogliere nelle primarie del 2018.

NESSUN DUBBIO quindi che sia lui il favorito alle elezioni del 29 maggio, quando dovrà vedersela con Sergio Fajardo, vincitore delle primarie della coalizione Centro Esperanza, con circa 720mila voti, e soprattutto con l’ex sindaco di Medellín Fico Gutiérrez, che, con più di 2 milioni di preferenze, ha trionfato in quelle della coalizione di destra, Equipo por Colombia, oltre che con alcuni candidati che non hanno concorso alle primarie, come Ingrid Betancourt, la leader e fondatrice del Partido Verde Oxígeno sequestrata dalle Farc nel 2002.

Sono state anche le prime elezioni dopo 20 anni che non hanno avuto come protagonista l’ex narcopresidente Álvaro Uribe, il quale ha rinunciato a candidarsi al Congresso dopo essere risultato, nel 2018, il senatore più votato della storia del Paese con oltre 860mila preferenze.

CHE L’URIBISMO, rimasto escluso dalle primarie, sia ormai sul viale del tramonto lo ha indicato del resto il magro risultato delle legislative, in cui ha visto ridursi di molto la sua pattuglia parlamentare – dai 19 senatori e 32 deputati del 2018 ai 14 e 16, rispettivamente, di oggi -, passando dal primo al quinto posto al Senato e dal primo al quarto posto alla Camera. Un risultato su cui ha pesato indubbiamente l’infimo livello di consensi nei confronti del “subpresidente”, come il popolo colombiano ha ribattezzato Duque per la sua dipendenza dal leader della destra più estrema e guarrafondaia: è lui uno dei grandi sconfitti della giornata, pagando la totale chiusura alle rivendicazioni portate avanti dalla rivolta sociale, la sconfessione completa degli accordi di pace del 2016, la continuità del genocidio politico.

E non è un caso che Oscar Zuluaga, il candidato del Centro Democrático fondato da Uribe, abbia già annunciato il ritiro dalle presidenziali, garantendo, in funzione anti-Petro, il proprio appoggio a Gutiérrez, il nuovo volto della destra colombiana.

A festeggiare il risultato delle elezioni, in cui non sono mancate irregolarità e violenze, è comunque, oltre a Petro, tutto il Pacto Histórico, risultato la forza principale tanto al Senato (con poco più del 14% dei voti) quanto alla Camera dei deputati. Ma per quanto si tratti del miglior risultato del progressismo nella storia del paese, il Pacto Histórico, con i suoi 16 senatori e 25 deputati, resta comunque una forza di minoranza all’interno di un Parlamento estremamente frammentato. Con la conseguente necessità per Petro, nel caso in cui sia lui a vincere le presidenziali, di negoziare con altre forze politiche. Non per niente il leader progressista, nel suo discorso dopo la vittoria, ha invitato il Partido Verde, il Partido Liberal e persino i «conservatori con etica» a dare vita «a un grande fronte ampio e democratico».

SORRIDE in particolare, all’interno della coalizione progressista, la grande rivelazione di queste elezioni: la leader afrocolombiana e Premio Goldman (il Nobel per l’ambiente) 2018 Francia Márquez, che, con il suo slogan «Io sono perché noi siamo», ispirato all’etica tradizionale sudafricana Ubuntu, è giunta seconda dietro a Petro con ben 781mila voti, più di quelli ricevuti dal vincitore delle primarie del centro Sergio Fajardo.

 

 

16 aprile 2022

Francia verso il ballottaggio, l’incognita studenti, ecologisti e insoumise

 PRESIDENZIALI. «Né con Le Pen, né con Macron»: occupate le università, Sorbona compresa. Oggi il risultato della consultazione online di Mélenchon

di Anna Maria Merlo *

Oggi, molte manifestazioni sono organizzate in Francia contro l’estrema destra, che è sulla soglia del potere (a Parigi, partirà nel primo pomeriggio un corteo da Place de la Nation). Mentre già dai giorni scorsi ci sono stati dei movimenti nelle università, trenta ore di occupazione alla Sorbonne, l’università di Censier è chiusa fino al 23 aprile, giorno della fine del secondo semestre e vigilia del ballottaggio. A Sciences Po, ci sono stati scontri con l’estrema destra, poi gli gli studenti che hanno bloccato il sito della rue Saint-Guillaume sono stati “sloggiati”. Ma non ci sarà una mobilitazione simile a vent’anni fa, quando Jean-Marie Le Pen era arrivato al secondo turno, suscitando sorpresa e un ampio rigetto (Jacques Chirac fu poi eletto con l’82%). La posizione «né Macron né Le Pen» è stata difesa nell’occupazione della Sorbonne, con l’equiparazione tra «la distruzione sistematica della gioventù» di Macron e la «politica razzista, xenofoba, anti-sociale» di Le Pen. Ma non tutti sono d’accordo, a cominciare dalla Fage, la principale organizzazione degli studenti.

OGGI ALLE ORE 20, la France Insoumise rivelerà il risultato della consultazione social, tra i 310mila militanti, per sapere cosa fare del 22% dei voti che Jean-Luc Mélenchon ha ottenuto al primo turno: astensione, voto Macron oppure voto Le Pen, anche se il leader ha chiesto «nessun voto per l’estrema destra»). Mélenchon, intanto, prepara le legislative di giugno: ieri, ha scritto a Pcf, Europa Ecologia e Npa, per invitarli a raggiungere le liste dell’Union populaire, in un programma di «avvenire in comune» redatto sulla base del suo al primo turno delle presidenziali. Nessuna lettera, invece, al Ps (e a Lutte Ouvriere), i socialisti, crollati sotto il 2% e che senza alleanze rischiano di sparire dall’Assemblée nationale, contestano a Mélenchon le posizioni sulla laicità, che trovano sia poco difesa, e sulla geopolitica, in particolare il rifiuto delle sanzioni alla Russia e l’invio di armi all’Ucraina in nome di una scelta di «non allineati».

La direzione dell’Union populaire cammina sulle uova, mentre il Pcf ieri ha invitato a «non confondere un avversario con una nemica» ed Europa Ecologia ha ripetuto l’indicazione per un voto Macron. Clémentine Autain, deputata insoumise afferma che non c’è «eguaglianza tra il progetto di estrema destra e quello della macronia, che peraltro abbiamo combattuto con determinazione, Marine Le Pen è molto liberista, ma si dà arie sociali, con la preferenza nazionale molte famiglie cadranno nella povertà». Mentre Manuel Bompard, che è stato direttore di campagna di Mélenchon, è molto meno chiaro, ieri ha affermato che «effettivamente, il programma di Emmanuel Macron e il suo bilancio sono talmente insopportabili che capisco chi dice che forse bisogna usare la scheda Le Pen per batterlo, ma dico loro che non credo sia una buona decisione, perché il programma di Marine Le Pen sulle questioni sociali non è molto lontano da quello di Macron».

QUESTA ESTREMA prudenza segnala che sarà molto difficile ricostruire il “fronte repubblicano” contro l’estrema destra, del resto Macron stesso dice che non esiste più e che Le Pen deve essere contestata «proposta contro proposta». Adesso, è Le Pen che cerca un “fronte” comune “anti-Macron” e tende la mano ai voti dell’Unione populaire, parla di «voto popolare» nazionale contro «l’élite» europeista, insiste sul tasto che le ha dato il successo al primo turno – il potere d’acquisto delle classi popolari – ma ricomincia a parlare di immigrazione.

Oggi, ci sarà un chiarimento sul fronte di quella che viene considerata la prima preoccupazione dei francesi, e dei giovani in particolare: la lotta contro il riscaldamento climatico. È il tema del comizio di Macon a Marsiglia. Il presidente uscente ha già spiegato che non riprenderà le posizioni dei suoi avversari, il verde Jadot e Mélenchon, ma che alcune proposte potranno essere prese in considerazione, nel quadro di un’«ecologia di progresso», che comprende la «sobrietà» ma non la «decrescenza». Secondo il Reseau Action Climat, «nessuno è all’altezza» della sfida climatica, «ma il programma di Emmanuel Macron, impreciso e incompleto, ci fa stagnare, mentre quello di Marine Le Pen, vuoto e pericoloso, ci fa indietreggiare». Per Clément Sénéchal di Greenpeace France, la scelta è tra «un cinico e una scettica». Le Pen vuole uscire dal Green Deal della Ue.


nella foto: Parigi, centinaia di studenti occupano un’ala dell’Università della Sorbona

* da il manifesto - 16 aprile 2022

15 aprile 2022

Otto anni fa il gas russo ci liberò dalla dipendenza dall’Africa

 L’esecutivo festeggia l’accordo con l’Algeria per l’aumento delle forniture di gas. Però nel 2014, a cavallo fra i governi Letta e Renzi, usammo Gazprom come assicurazione contro il Maghreb. Chi allora ha voluto quegli accordi, adesso chiede di rompere con Mosca.

di Sergio Giraldo * 

È ormai comunemente accettata l’idea che la crisi ucraina attuale di queste settimane affondi le sue radici nelle ferite lasciate aperte in maniera incauta nel 2013-14, allorché dai disordini di piazza Majdán si arrivò in pochi mesi all’annessione della Crimea da parte della Russia. Oggi, con l’invasione dell’Ucraina decisa da Vladimir Putin, la priorità dell’Europa è diventata sostituire il gas russo a tutti i costi e nel più breve tempo possibile, ma otto anni fa la situazione era assai diversa. Il 23 maggio 2014, infatti, la Reuters riportava con enfasi la notizia che Eni aveva siglato un importante accordo con Gazprom (il monopolista russo del gas) per la revisione dei prezzi dei contratti pluriennali di fornitura di gas.

L’accordo era effettivamente importante perché permetteva a Eni di sganciarsi dalla classica formula di indicizzazione del prezzo a un paniere di greggi, che la stava penalizzando da anni. Dal 2011 infatti il prezzo del petrolio era rimasto costantemente sopra i 100 dollari al barile, mentre il prezzo del gas nel nascente mercato europeo mostrava valori assai più bassi. Eni, quindi, comprava il gas a prezzo (relativamente) alto e lo rivendeva poi sul mercato a prezzo (relativamente) basso, incamerando perdite consistenti. Il processo di rinegoziazione, lungo e faticoso, era teso a legare il prezzo del gas acquistato al nascente mercato spot europeo Ttf (all’epoca mediamente più basso anche se più volatile), separando così il prezzo del gas da quello del petrolio. Eni ottenne la revisione proprio pochi giorni dopo che la Crimea con un controverso referendum aveva deciso per l’annessione alla Russia. Poi, come spesso capita nei mercati, dall’estate 2014 i prezzi del petrolio subirono un tracollo lungo due anni, sino a raggiungere il minimo attorno ai 28 dollari al barile, per cui la forbice tra i due prezzi quasi si annullò, ma la rinegoziazione portò comunque i vantaggi sperati, anche per il mercato italiano nel suo complesso. Era molto importante per Eni riuscire in questo tentativo, anche perché nel frattempo gli altri Paesi fornitori di gas su cui contava l’Italia, Algeria e Libia, non se la passavano affatto bene. Dopo la fine violenta del regime di Muammar Gheddafi in Libia, con l’avvio di una complicata guerra civile che dura tuttora, il Paese era diventato impraticabile, le attività economiche erano a rischio e le forniture di gas procedevano a singhiozzo. L’Algeria aveva vissuto la repressione dei disordini della Primavera araba del 2012, ma il vero shock fu l’attacco terroristico di In Aménas nel gennaio 2013. Un commando di 32 terroristi di Al Qaeda assaltò il giacimento di gas algerino di Tigantourine, gestito dall’inglese Bp e dalla norvegese Statoil, sequestrando e tenendo in ostaggio oltre 700 persone tra lavoratori locali, stranieri e guardie private. Dopo quattro giorni di assedio, l’azione delle forze di sicurezza liberò il campo, ma alla fine si contarono 29 morti tra i terroristi e 40 tra gli ostaggi, dipendenti delle compagnie petrolifere (tra cui dieci giapponesi, cinque norvegesi e cinque inglesi). Lo shock fu enorme e rallentò seriamente qualunque tipo di attività economica straniera nel Paese. Un anno dopo, nel gennaio 2014, si verificò una interruzione molto consistente (-80%) dei flussi di gas dall’Algeria verso l’Italia, cosa che ovviamente mise in allarme tutto il sistema gas italiano. Venne fuori che il gas proveniente dall’Algeria mostrava dei tassi di umidità molto al di fuori dalla norma, dunque era necessario rallentarne l’arrivo e miscelarlo con altro gas per «asciugarlo». La situazione tornò alla normalità, ma l’episodio pose più di un’ombra sull’affidabilità del fornitore algerino, oltre che sulla qualità del gas estratto.

Oggi la spirale del tempo, beffardamente, ci ha riportato molto vicini a dove eravamo otto anni fa, ma, come in un negativo fotografico, tutto è ribaltato. Nel febbraio 2014, dopo piazza Majdán, Enrico Letta da presidente del Consiglio (ancora per pochi giorni) trovò il tempo di scrivere al Corriere della Sera un’accorata lettera per giustificare la propria presenza all’inaugurazione dei giochi olimpici invernali in Russia, ospite di Vladimir Putin («Perché ho deciso di essere a Sochi»). Ebbene, si tratta dello stresso Enrico Letta che oggi è tra i più accaniti sostenitori dell’applicazione alla Russia della madre di tutte le sanzioni, cioè il blocco delle importazioni di gas e petrolio da parte dell’Europa. Nel maggio 2014, a Crimea annessa, fummo ben contenti che la rinegoziazione di Eni con la russa Gazprom fosse andata a buon fine, perché Libia e Algeria non ci davano sufficienti garanzie. Oggi invece, avendo deciso di fare a meno del gas siberiano, mezzo governo italiano si presenta ad Algeri per chiedere un po’ più di gas, s’il vous plait, abbandonando in qualche archivio profondo dubbi e perplessità sull’urbanità, per così dire, della controparte. Le capriole in politica non sono certo cosa nuova, anzi. Occorre però essere avvertiti del fatto che, dopo la centesima giravolta, si rischia di perdere il senso dell’orientamento e forse anche il senso del limite.

* da laverita.info – 13 aprile 2022

«Femministe criminali»: le donne turche trascinate in tribunale

 La procura di Istanbul chiede la messa al bando della storica piattaforma We Will Stop Femicide per «atti contro la morale». Domani manifestazione di protesta. Intanto nel paese gli uomini uccidono una donna al giorno e l'Akp di Erdogan progetta riduzioni di pena

di Chiara Cruciati *    

Solo a marzo in Turchia uomini hanno ucciso 25 donne. Più della metà tra le mura domestiche. Nel 2021 ne hanno ammazzate 339, praticamente una al giorno. A tenere il conto, da 12 anni, dei femminicidi commessi in Turchia, a denunciare sparizioni forzate, a guidare le donne nei procedimenti penali e a occuparsi delle vittime di abusi e violenze è We Will Stop Femicide Platform.

ASSOCIAZIONE BATTAGLIERA, in prima linea contro le (volute) disfunzioni dello Stato turco in materia, anima delle proteste di piazza e della battaglia seguita all’uscita, nel luglio 2021, di Ankara dalla Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne, ora quella piattaforma rischia di chiudere. Per decisione di un giudice. La procura di Istanbul, ieri, ha formalmente accusato il movimento femminista di «agire contro la legge e la moralità», trascinandolo in tribunale. Quell’accusa è il cappello, l’ombrello a una serie di sotto-accuse che vanno da «disintegrazione della struttura familiare ignorando il concetto di famiglia» a «compromissione della famiglia mascherandola per difesa dei diritti delle donne» fino a «forte sospetto di crimine» (sic – dopotutto per la Convenzione di Istanbul il governo turco parlò di «normalizzazione dell’omosessualità»).

NESSUNA PROVA APPARENTE ma tutte buone ragioni, agli occhi della procura, per metterlo al bando. Una guerra alle donne sotto altra forma, a cui la piattaforma ha reagito immediatamente con un comunicato: «Sappiamo che non cammineremo mai da sole di fronte a simili attacchi alla nostra lotta giusta. Facciamo appello a tutte le donne, le persone Lgbtqi+ e ai cittadini che sostengono la battaglia delle donne perché si uniscano a noi contro questa denuncia». «Abbiamo cominciato il nostro viaggio 12 anni fa – continua la nota – Abbiamo svelato la verità dietro femminicidi sospetti. Abbiamo ottenuto leggi sulle donne. Con i dati pubblicati ogni mese, abbiamo mostrato che combattiamo per la vita. Questa denuncia non è un attacco solo alla nostra lotta, è un attacco all’intero sistema democratico». Sui social la risposta è arrivata, in tanti – tra loro politici e intellettuali – hanno preso parola a difesa di We Will Stop Femicide. E domani a Istanbul si scenderà in piazza a Kadikoy, una protesta che – visti i precedenti – si immagina già tesa: da anni le manifestazioni femministe sono occasione di sfoggio della violenza della polizia, con barricate, manganelli e cannoni ad acqua.

A DARNE RIPROVA è stata ieri la notizia che 40 donne, detenute l’8 marzo proprio a Kadikoy dove stavano per imbarcarsi in direzione di Taksim e la marcia femminista, sono state incriminate per «partecipazione a manifestazione illegale disarmata» e per «mancata dispersione nonostante gli avvisi». Secondo quanto riportato da Women’s Defence Network, nell’incriminazione si scrive che la marcia (40 donne che stavano raggiungendo un battello) avrebbe bloccato veicoli e pedoni. Nel mirino anche i contenuti dei loro cartelli: «Creiamo un mondo femminista», «Resisti con la rivolta femminista», «Non stare in silenzio, le lesbiche esistono». Agenti antisommossa, ha aggiunto l’associazione, «hanno circondato le donne e non le hanno nemmeno fatte salire a bordo». È in tale contesto di repressione che cade il tentativo di silenziare la piattaforma femminista. Che intanto continua a pubblicare i numeri che imbarazzano il governo: nel 2021 sono state uccise in Turchia almeno 339 donne, 96 sono state stuprate (dati relativi alle sole denunce sporte), 772 costrette a prostituirsi. In 20 casi di femminicidio, l’uomo era sottoposto a ordini restrittivi.

A MARZO IL PARTITO del presidente Erdogan, Akp, ha inviato al parlamento un disegno di legge contro la violenza sulle donne, aspramente criticato dai movimenti femministi. Tra le proposte, una riduzione della sentenza per l’uomo che mostra rimorso e un incremento nel caso sia il coniuge, senza prevedere lo stesso nel caso di fidanzati o ex. Nessuna solida riforma né riferimenti all’eguaglianza di genere, aveva commentato Fidan Ataselim di We Will Stop Femicide: «Di recente, una donna è stata accoltellata a morte per non aver accettato una proposta di matrimonio. La Corte suprema ha ridotto la sentenza di primo grado dicendo che se avesse accettato sarebbe ancora viva. I giudici stanno già riducendo le sentenze, è inaccettabile»

* da il manifesto 14 aprile 2022   - nella foto: 8 marzo a Istambul