2 settembre 2026

Fuad Beritan (Pjak): «La questione curda va risolta insieme alla democratizzazione dell’Iran»

di Tiziano Saccucci  *

dal Rohjelat - Kurdistan Iraniano  Intervista a uno dei leader del Partito per una Vita Libera in Kurdistan: «La più grande vittoria dei curdi non è restare per sempre buoni combattenti. Vogliamo che le future generazioni non siano costrette a prendere le armi»  

Fuad Beritan Membro del Consiglio di leadership del Pjak, il Partito per una Vita Libera in Kurdistan

Fuad Beritan è membro del Consiglio di leadership del Pjak, il Partito per una Vita Libera in Kurdistan. Il manifesto lo ha incontrato sulle montagne del Kurdistan per discutere del futuro del movimento curdo in Iran dopo i cambiamenti in Turchia e in Siria.


Partiamo dal Rojava. Come valuta la fine delle SDF come forza militare indipendente?

Non credo che sia la fine del Rojava. Al contrario, penso che segni la conclusione di una fase e l’inizio di un’altra. Il Rojava non si è mai ridotto alla sua dimensione militare, e non può quindi scomparire con lo scioglimento o l’integrazione delle SDF. È un’esperienza sociale, politica e democratica, nata in condizioni estremamente difficili e capace di resistere all’ISIS, alla guerra civile siriana e alle minacce regionali. Oggi le SDF hanno cessato di essere una forza militare indipendente e la loro integrazione nelle strutture dello Stato siriano è ormai in corso. Ma la questione fondamentale non è la sopravvivenza del loro nome. Il punto è capire in che modo, nella nuova Siria, verranno garantiti i diritti dei curdi, le conquiste sociali delle diverse comunità della regione, la sicurezza, la partecipazione politica e la volontà popolare. Anche gli accordi del 2026, accanto all’integrazione, hanno affrontato la questione dei diritti culturali e linguistici dei curdi, la loro partecipazione politica e il ruolo nelle amministrazioni locali. Se dunque il Rojava entra in una fase prevalentemente politica e sociale, non significa che sia stato sconfitto. Può anzi rappresentare una forma più avanzata di lotta.

Perché una parte della società curda continua a guardare con diffidenza a questi processi e considera una resa il passaggio dalla lotta armata alla politica?

È comprensibile che un popolo sottoposto per un secolo a politiche di negazione guardi con cautela alle promesse degli Stati. Non abbiamo dimenticato la lunga storia di promesse disattese. Chi chiede: «Se deponiamo le armi, che garanzie abbiamo che non torneranno a negare la nostra esistenza?» pone quindi una domanda legittima. Bisogna però distinguere tra la resa e un cambiamento dei mezzi con cui si lotta. Arrendersi significa rinunciare ai propri diritti e accettare senza condizioni ciò che impone la controparte. Se invece un movimento, dopo decenni, decide di continuare a perseguire i propri obiettivi con strumenti politici, sociali e democratici, non sta capitolando: sta spostando quella lotta su un altro terreno. Il passaggio dalla guerra alla politica democratica e agli strumenti del diritto non va letto come una sconfitta, ma come una conquista storica.

Quali sono, secondo lei, le condizioni necessarie per chiudere definitivamente il conflitto?

La vera pace non è semplicemente il silenzio delle armi. Se domani si smettesse di sparare, ma la lingua curda continuasse a essere vietata; se le persone non potessero scegliere liberamente i propri rappresentanti; se un politico venisse incarcerato per la propria identità; se non fosse garantita a tutti un’eguale partecipazione politica, quella pace non potrebbe durare. La pace richiede diritti, garanzie giuridiche, libertà politica, uguaglianza tra i cittadini e libertà di organizzarsi democraticamente. Non possiamo pensare alla sicurezza di una parte e alla libertà dell’altra. Sicurezza e libertà devono essere garantite a tutti, nello stesso momento. Per questo credo che la prossima fase della lotta curda debba puntare a consolidare la democrazia nelle istituzioni e nella società: nei parlamenti, nelle amministrazioni locali, nella società civile, nelle università, nei media e nell’economia.

Ma se un movimento depone le armi, non rischia di perdere capacità di deterrenza e potere negoziale?

Il potere non sta soltanto nelle armi. Nel XXI secolo la forza di una società dipende anche dalla sua capacità di organizzarsi, dalla legittimità di cui gode, dal peso politico, dalle reti della società civile, dall’economia, dalla cultura, dalla partecipazione delle donne e dei giovani e dalla capacità di costruire alleanze ampie. Se una società affida tutta la propria forza alle armi, finisce per limitarla. Se invece riesce a investire nella politica e nella società la stessa energia e lo stesso spirito di sacrificio, la sua capacità d’azione può moltiplicarsi. Credo quindi che oggi dovremmo cambiare la domanda che ci poniamo. Invece di domandarci: «Quanto saremo più deboli senza le armi?», dovremmo chiederci: «Come possiamo rafforzarci sul piano sociale e politico fino a non avere più bisogno delle armi per farci ascoltare?». È questo che intendo quando parlo di trasferire la forza dal terreno militare a quello politico.

Se la soluzione era la pace e la politica, allora perché avete combattuto?

È una domanda a cui bisogna rispondere con sincerità. Abbiamo forse combattuto per il semplice gusto di combattere? No. Abbiamo combattuto perché, in determinati momenti storici, veniva negata l’esistenza stessa dei curdi. La nostra lingua, la nostra identità e perfino i nostri diritti politici erano sotto attacco. In quelle condizioni, per una parte importante del movimento curdo la lotta armata è diventata uno strumento per difendere la società stessa. Migliaia di persone hanno perso la vita. È una realtà che non possiamo ignorare, ma che non dobbiamo neppure romanticizzare. Il loro sacrificio, però, non significa che le generazioni successive debbano ripetere all’infinito gli stessi metodi. Una generazione può essere costretta a combattere per sopravvivere. Quella successiva deve poter usare la politica per costruire condizioni di vita migliori. Se oggi i curdi possono parlare apertamente dei propri diritti, se la questione curda non può più essere esclusa dagli equilibri politici della regione, lo dobbiamo anche a quella resistenza storica. Per questo, a chi chiede: «Perché avete combattuto, se poi avete scelto la pace?», rispondo che la storia cambia. E quando cambiano le condizioni, è ragionevole cambiare anche gli strumenti con cui si lotta.

Cosa risponde a chi accusa il PKK, le SDF, il PJAK e più in generale il movimento curdo di tradimento?

Tradimento nei confronti di che cosa? Se per fedeltà si intende che un popolo debba restare in guerra per sempre, allora non condivido questa idea di fedeltà. Essere fedeli ai caduti non significa ripetere la loro morte. Significa fare in modo che le generazioni che verranno non siano costrette a pagare di nuovo lo stesso prezzo. Chi chiede «perché avete scelto la pace?» dovrebbe chiedersi anche: lo scopo della lotta era continuare a combattere o costruire una vita libera? Se quello era l’obiettivo, allora, quando la politica democratica offre maggiori possibilità di raggiungerlo, rifiutare quella strada potrebbe essere, questo sì, un tradimento del futuro. Io, più che di tradimento, parlerei di responsabilità storica.

Quanto considera significativa la svolta nel pensiero e nella strategia di Öcalan?

Molto. Oggi il leader Apo non chiede ai curdi di rinunciare alle proprie rivendicazioni. Dice piuttosto che deve cambiare il modo di portarle avanti: bisogna passare da una politica centrata sullo Stato e sulla guerra a una fondata sulla democrazia, sui diritti, sulla società e sulla convivenza. Non è una scelta semplice. Per un movimento che ha vissuto per decenni in condizioni di guerra, affermare che è arrivato il momento di lasciarsi alle spalle una fase segnata dalla violenza e aprirne una di costruzione democratica rappresenta un passaggio coraggioso e storico. Anche nel messaggio del febbraio 2026 ha parlato di una «fase positiva di costruzione» e della necessità di dare vita a una società democratica fondata sul diritto. non credo che questo cambiamento vada interpretato come un arretramento ideologico. Va letto piuttosto come il tentativo di trovare una forma politica adeguata al XXI secolo.

Il nazionalismo può essere ancora uno strumento adeguato per affrontare la questione curda?

Il nazionalismo ha avuto una funzione storica importante, soprattutto nei periodi in cui i popoli erano sottoposti a oppressione. Ma se per nazionalismo intendiamo l’idea che l’unica strada verso la libertà sia costruire uno Stato nazionale, credo che sia una prospettiva troppo limitata per il XXI secolo. Viviamo in un mondo in cui i confini continuano a esistere, ma molti dei processi che determinano le nostre vite — dall’economia alle migrazioni, dalla tecnologia alle crisi ambientali e sociali — li attraversano continuamente. Anche la politica curda deve quindi passare dal paradigma del XX secolo a quello del XXI. L’obiettivo non dovrebbe essere: «Escludiamo gli altri per avere finalmente un nostro Stato». L’obiettivo dovrebbe essere quello di costruire una società in cui curdi, arabi, persiani, turchi, assiri, donne, uomini, musulmani, cristiani, ezidi e tutte le altre componenti possano vivere con pari diritti. Questo non significa rinunciare all’identità curda. Al contrario, significa liberarla dai limiti di un nazionalismo troppo ristretto.

Quali differenze vede tra l’Iran, da una parte, e la Turchia e la Siria dall’altra?

In Turchia e in Siria, nonostante tutte le difficoltà, negli ultimi anni si sono aperti alcuni spazi di negoziato per ridefinire il rapporto tra i curdi e lo Stato. In Siria, il processo di integrazione delle Forze della Siria democratica nelle strutture statali è ormai nella sua fase conclusiva. In Iran, invece, non esiste ancora un quadro politico altrettanto definito. Detto questo, non credo che il futuro dell’Iran possa essere ridotto a un confronto tra «i curdi» e «lo Stato». La rivolta Jin, Jiyan, Azadî ha mostrato con chiarezza che la libertà delle donne, la questione delle diverse nazionalità, le libertà sociali e la democratizzazione dell’Iran sono questioni strettamente legate tra loro. Per questo il futuro del Rojhelat va inserito in un progetto più ampio di democratizzazione dell’Iran.

Il futuro dell’Iran deve fondarsi sull’uguaglianza, sulla libertà dei popoli e sul dialogo. Anche l’alleanza politica nata nel 2026 tra i partiti curdi iraniani mostra che le forze curde stanno cercando di tradurre la propria forza sociale in una più ampia cooperazione politica.

Con la fine della lotta armata in Turchia e i cambiamenti in Siria, il baricentro della questione curda potrebbe spostarsi verso l’Iran?

Se l’Iran continuerà con le politiche di negazione e repressione, la crisi non potrà che aggravarsi. Se invece aprirà spazi democratici, potrà superare una crisi dalle profonde radici storiche. Io, però, non vedo il futuro del Rojhelat soltanto nella guerra. Lo vedo nell’organizzazione sociale, nel ruolo delle donne e dei giovani, nella cultura e nella politica, nella costruzione di alleanze tra forze diverse e nella capacità di proporre un’alternativa democratica. Le forze curde sono pronte a svolgere un ruolo attivo e democratico nella costruzione del futuro dell’Iran. In questo processo dovranno però essere garantiti i diritti del popolo curdo e la possibilità di decidere del proprio futuro.

Qual è quindi il futuro del PJAK? Passa da un negoziato con lo Stato iraniano o dalla costruzione di un’alleanza più ampia?

Non credo che le due strade si escludano a vicenda. Se un giorno si creeranno le condizioni per affrontare democraticamente la questione curda in Iran, il negoziato sarà necessario. Ma sarà difficile risolvere la questione curda senza affrontare anche il problema più generale della democratizzazione dell’Iran. Per questo bisogna lavorare contemporaneamente su due piani: difendere i diritti del popolo curdo e costruire un’ampia alleanza tra curdi, persiani, turchi, donne, giovani, minoranze etniche e religiose e, più in generale, tutte le forze democratiche dell’Iran. Solo così la questione curda può smettere di essere trattata come un «problema di sicurezza» e diventare finalmente una «questione democratica».

Quando potrà il PJAK dire che la lotta armata ha esaurito la propria funzione e che è possibile passare ad altri strumenti?

Quando ci saranno le condizioni perché le persone possano decidere del proprio futuro senza paura. Ma c’è anche un criterio più semplice: quel momento arriverà quando la politica sarà in grado di assolvere alla funzione che in passato era affidata alle armi, cioè difendere la società e la sua esistenza, garantirne i diritti e costringere la controparte ad ascoltare la voce della popolazione. A quel punto, deporre le armi non significherà più perdere forza, ma trasferirla dal terreno militare a quello politico.

Per concludere, quale eredità vorrebbe lasciare alle future generazioni?

Non vorrei che l’eredità della nostra generazione fosse fatta soltanto di caduti, cimiteri e ricordi di guerra. Abbiamo vissuto in un’epoca in cui abbiamo dovuto combattere per il diritto di esistere, perché la nostra esistenza non fosse negata. È stato il prezzo pagato lungo il cammino verso la libertà. Ma il nostro desiderio è che le future generazioni non siano costrette a pagare lo stesso prezzo. Vogliamo che le future generazioni possano parlare la propria lingua, fare politica liberamente, vivere in una società in cui donne e uomini siano uguali, studiare nelle scuole e nelle università, partecipare alla vita politica e non essere costrette a prendere le armi per difendere la propria identità. Se la nostra generazione sarà riuscita a spostare la lotta dal campo di battaglia alla politica, dalle montagne alla società, dalla resistenza militare alla costruzione democratica, allora il sangue di tutti coloro che hanno perso la vita lungo questo cammino non resterà soltanto un ricordo del passato: avrà contribuito a costruire il ponte verso il futuro. Credo che la più grande vittoria dei curdi non sia restare per sempre dei buoni combattenti. La vera vittoria sarà diventare un popolo così libero, organizzato e democratico che nessuno possa più negarne l’esistenza e la libertà.

leggi anche: La guerriglia sopravvive dentro la montagna

* da il manifesto - 2 settembre 2026

23 agosto 2026

E se ci occupassimo di transizione energetica e clima invece che di melonate ?

 di Massimo Marino

Sono rimasti in pochi i sinceri negazionisti climatici, infarciti di scemenze e ignoranti in assoluta buona fede. 


Resta ancora qualche imbroglione, che per scrivere qualcosa su un giornale destrorso fa finta di niente e non vede 
 lo sterminio di anziani,  boschi e foreste che bruciano, né le amate centrali nucleare fermate perché l’acqua è troppo calda e le meduse intasano i filtri degli impianti di raffreddamento, né i fiumi trasformati in paludi mefitiche, né le cime dei ghiacciai nude e spelacchiate. Figuriamoci se gli interessa che abbiamo superato i 430 ppm di CO2 ( quando ero un ragazzotto nel ’68 erano 320 ), oppure che come Italia abbiamo il penoso record nel mondo di auto per abitante ( circa 70 su 100 abitanti) ma entro alcuni anni avremo meno km di metropolitane per km² del Bangladesh.

Niente da stupirsi se i padroni del mondo (petrolio e gas, automotive, finanza, assicurazioni, armamenti, costruttori e cementificatori ) siano disposti a tutto pur di impedire, ancora per qualche decennio, di avviare una transizione planetaria che garantisca un futuro al pianeta nella seconda metà del secolo.

Alcuni anni fa mi convinsi che la battaglia culturale contro i negazionisti era solo una grande e inutile perdita di tempo, una trappola per sviare l’attenzione dai distruttori del pianeta che continuano a fare i loro sacrosanti maledetti affari e ci propongono una bella battaglia ideologica fra i realisti che difenderebbero l’economia e garantirebbero il lavoro ( oltre ai loro sacrosanti dividendi miliardari) e i catastrofisti dell’ambiente che propinerebbero irresponsabili  ideologie ecologiste. Come sempre il modo migliore per arenare un serio terreno di scontro sociale, politico e culturale è quello di aggirare gli argomenti e le ragioni, inventare due poli e scatenare la battaglia delle curve da stadio o come quella fra i galli da combattimento che finisce con piume che svolazzano da tutte le parti mentre lo scommettitore se la svigna con il malloppo.

Otto anni fa la quindicenne Greta Thumberg, ragazzina anomala e irregolare, riuscì nel miracolo che nessun partito  verde né di altro colore era stato in grado di fare, indicando all’attenzione del mondo e non solo delle giovani generazioni, la grave responsabilità che Istituzioni internazionali, Governi e Partiti avevano ( senza grandi differenze fra loro) nel permettere che una manciata di multinazionali e di autarchi straricchi e fuori di testa potessero trascinarci alla distruzione del pianeta e di tutti coloro che lo abitano nel giro di qualche decennio. Friday for Future e altre decine di sigle non tutte note e attendibili, con giovani leader nella scia di Greta, rilanciarono l’abc della protesta ambientalista,  portarono milioni e milioni di persone in piazza in centinaia di manifestazioni e appuntamenti. L’onda verde coinvolse l’intero pianeta, dai paesi africani alle metropoli dell’occidente, dall’ONU alle COP. Nel 2022 Greta Thumberg pubblicò The Climate Book, un volume di 464 pagine contenente  parecchi suoi interventi su diversi aspetti della crisi ambientale e varie decine di ottimi contributi dei principali esperti e scienziati di diverse zone del pianeta. Mi sembra umanamente il massimo che potesse fare e lo ha fatto con grande impegno.

La nostra casa è in fiamme … Non abbiamo un pianeta B … Come osate ? .. ( rivolto ai potenti del mondo e alle loro parole vuote ). Milioni di persone si riconobbero in queste rabbiose e sincere urla di protesta di una ragazzina. Ma il movimento non trovò gli interlocutori capaci di trasformare la protesta in concreti obiettivi in grado di combattere quelle istituzioni e quei gruppi di potere che facevano da muro per impedire una conversione planetaria dell’intero pianeta nel nuovo secolo che avanza. Dal 2022 i potenti che governano il mondo, con poche defezioni, capirono che non potevano permettere di essere messi da parte  e si misero ad organizzare l’armata che attraverso tutti gli strumenti possibili ( media, contaballe, lobbisti, corruzione, repressione e violenza ) imponesse la loro sopravvivenza, almeno per qualche decina di anni, il tempo di arrivare miliardari e felici al camposanto, con un parola d’ordine semplice: va tutto bene così, non c’è nulla da cambiare, non ce ne andremo mai..

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I consumi finali lordi di Energia nel 2025 in Europa (EU) sono stati pari a circa 115 Mtep ( milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) quasi costanti da alcuni anni e in lentissima  discesa, almeno fino al 2030 nelle previsioni,  rispetto ai 133 Mtep del 2010. Non è vero che i consumi energetici hanno continuato e continuano a salire,  è solo un modo per ingarbugliare le carte che poi i numeri a consuntivo non avallano.  Secondo il PNIEC del 2019  ( Piano Nazionale Integrato per l'Energia e il Clima ) tutti gli Stati europei dovrebbero definire propri obiettivi  su cinque assi ( decarbonizzazione, efficienza energetica, sviluppo del mercato interno dell’energia, ricerca e innovazione,  competitività). L’obiettivo finale al 2030 sarebbe prima di tutto quello di garantire per l’Europa il proprio contributo alla riduzione delle emissioni di climalteranti ( di fatto CO2 e metano compreso il carbone residuo) e di raggiungere circa il 40% di rinnovabili nella produzione energetica lorda totale  ( corretto di recente  al 42,5%) nel 2030. Poiché nel 2025 si è appena superato il 26% è praticamente impossibile che in meno di 5 anni si possa recuperare almeno in parte significativa i 16 pp (  punti percento) per mantenere l’impegno. Considerato che l’Europa sarebbe una delle  aree  del pianeta più virtuose, tanto più dopo la svolta nefasta data dalla seconda amministrazione Trump agli USA, gli effetti devastanti sul clima di almeno due guerre regionali di grande impatto, la evidente accelerazione della crisi climatica al di là delle previsioni in alcune aree come il bacino  del mediterraneo e l’aumento esponenziale di incendi di grande dimensione nel centro-sud Europa, nell’ovest degli USA e in  Brasile, in India e Tailandia, tutti gli obiettivi, più o meno validi ed efficaci,  che ci siamo dati negli ultimi 30 anni , dalla COP1 di Berlino nel 1995 alla COP 30 di Belem del novembre 2025 sono andati in pezzi. Per quanto continuino a raccontarci la favola che i veri inquinatori sono Cina e India, dove in realtà i consumi energetici pro capite sono molto più bassi di quelli altissimi degli USA seguita da vari paesi occidentali, gli eventi climatici degli ultimi tre mesi sono le avvisaglie di quanto ci aspetta non avendo fermato il modello energetico ereditato dal secolo scorso in tutto l’Occidente.

Mario Tozzi e Luca Mercalli ci hanno rovinato il ferragosto sostenendo che nel prossimo decennio rimpiangeremo il clima di questi tre mesi infernali. Lasciamo perdere i negazionisti e chiariamoci le idee sugli obiettivi che sono praticabili punto per punto, su chi sono i nostri veri nemici e come combatterli, come riportare la battaglia per il clima e la sopravvivenza del pianeta al centro dell’attenzione e dell’impegno.  

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Nel 2025 l’Italia ha raggiunto il pessimo record dell’immobilismo sulle rinnovabili. Fermi al 48% di rinnovabili sul totale di produzione elettrica,  pressoché un caso unico in Europa. Istallati solo 7,2 GW di nuove rinnovabili, con il fotovoltaico che ha un po' compensato la crisi dell’idroelettrico in flessione per siccità  e scarse piogge e l’eolico demonizzato da frange sociali minoritarie, più o meno spontanee, che non sapendo cosa è una centrale nucleare o a carbone o a olio combustibile sostengono che pale eoliche e campi fotovoltaici disturbano il paesaggio, l’agricoltura e il turismo. In Germania invece istallati 23 GW, in Spagna 11 GW , in Francia 8 GW. Per la verità viviamo nel più totale immobilismo energetico dal 2014-2015 quando i governi Letta e Renzi e fra gli altri  l’intoccabile coppia De Scalzi-Scaroni alle aziende energetiche, scelsero tre strade mai cambiate dai sei governi succedutisi nei 10 anni successivi: privilegiare in toto le importazioni di petrolio e gas dalla Russia, lasciare tutti gli spiragli aperti possibili sognando il ritorno al nucleare, mantenere ai margini lo sviluppo delle rinnovabili ( troppo convenienti per gli utenti finali  e per migliaia di piccole e medie imprese e meno remunerative per le grandi aziende e per l’intera trafila di trasformazione e commercializzazione del settore fossile in piena intesa con l’automotive). Così mentre alcune decine di paesi si avviavano pur moderatamente sulla  strada delle rinnovabili, fra il 2014 e il 2026 abbiamo perso il tempo prezioso che ci restava per cambiare il modello energetico dopo aver fermato con due referendum (1987 e 2011) la scelta costosa, pericolosa e fallimentare  del nucleare. Nel 2014 su una domanda energetica totale  di 79 TWh avevamo 27,1 TWh di rinnovabili. Nel 2026 prevediamo 79,9 TWh di domanda totale e 28,9 TWh di rinnovabili: praticamente immobili.

La conseguenza della  mancata conversione è nota e riassumibile in pochi dati: nel 2025 abbiamo speso 53 miliardi all’estero per importazione di combustibili fossili: di recente per lo più GNL dagli USA e petrolio da Libia, Azerbaigian e Kazakistan oltre a una quota non definita ancora dalla Russia anche attraverso triangolazioni e navi più o meno fantasma. 

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Confesso che ho visto con perplessità la nascita e le prime azioni dei nuovi gruppi di ecologismo radicale tipo  Exctinction Rebellion dal 2019 e la derivazione  successiva di Ultima generazione dal 2021. Dopo 40 anni dalla nascita dell’ecologismo politico negli anni ‘80, la moltiplicazione di decine di sigle del campo ambientalista in tutto l’Occidente europeo,  l’esperienza ( e i fallimenti)  della presenza istituzionale a tutti i livelli dei Verdi,  il contributo, alla fine tutto sommato dignitoso ma circoscritto, delle vecchie associazioni dell’ambientalismo da  Greenpeace alla  Legambiente, penso che  i flash mob nonviolenti con l’imbrattamento di monumenti e fontane, la rottura di palle verso gli automobilisti con blocchi stradali o autostradali per ricordare che abbiamo un pianeta da salvare e che i negazionisti si sbagliano, non l’ho trovato un grande contributo di novità rispetto alla evidente crisi dei movimenti ambientalisti della precedente generazione.  Un abisso comunque, sul terreno mediatico, rispetto al coraggioso impegno di Greta Thumberg dopo il quale ben altro dovevamo inventare. Anche questa fase storica mi sembra al termine e poiché “ il re è nudo”  e ( aggiungerei )  sta andando a fuoco, quello che serve è precisare gli obiettivi, che oggi non sono per niente chiari, ed avere il coraggio di farli maturare con il consenso di una larga parte della società e delle generazioni che abitano il pianeta nella prima metà di questo secolo.

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  1) A partire dal 2027 con il nuovo governo, quasi irrilevante che sia di cdx o di csx,  è necessario recuperare almeno parte del terreno perduto nelle  nuove istallazioni di rinnovabili con l’obiettivo di 12-13 GW  annui per 4 anni per un totale che a fine 2030 si avvicini ai 50GW  e con un impegno economico di almeno 25 mld totali. Il recente decreto FER del governo di agosto, approvato dall’EU, prevede un totale di 37,15 GW  e 23 mld di impegno. L‘obiettivo 50GW/25mld è assolutamente realistico e a mio parere dovrebbe essere uno dei 10 punti principali di una qualunque alleanza elettorale che voglia davvero promuovere il cambiamento del modello energetico e almeno moderare la crisi climatica.  In particolare le nuove istallazioni, così come l’impegno di spesa dovrebbero essere suddivise in parti più o meno uguali fra Fotovoltaico di piccola taglia ( sui tetti delle abitazioni ), fotovoltaico a terra, eolico di grandi dimensioni in e off-shore. Diversi studi indicano che interventi di queste dimensioni hanno un impatto irrilevante sul consumo di suolo specie agricolo, in tutte le stime di gran lunga inferiore all’1%. Dubito che lo stesso decreto del governo del 6 agosto abbia davvero un futuro con governi simili a quello attuale o degli ultimi decenni. Un cambiamento non è prevedibile senza un rapido avvicendamento  dei vertici dei quattro  enti principali su cui il governo ha una qualche influenza ( ENI, ENEL, TERNA, ARERA) i cui esponenti vedono la conversione energetica con gli occhi rivolti al secolo scorso ( petrolio, gas e nucleare) e poco rivolti agli interessi futuri delle nuove generazioni  e del clima. “ 50/25 “  potrebbe essere il fulcro dei futuri flash mob, oltre che un punto di programma elettorale, lasciando in pace questi poveretti che in qualche anfratto del Consiglio dei ministri, del Parlamento e dei Media sbandierano ancora  il negazionismo climatico per farci perdere tempo e soddisfare le richieste delle lobby.

Restano  aperti  i problemi imposti dalla criminale arroganza ( la chiamano gentilmente “speculazione “), con la quale si impone a 60 milioni di utenti un “prezzo marginale” della bolletta  energetica che di fatto corrisponde al prezzo più alto specie del mercato del gas estratto  ( che viene in buona parte stabilito da un gruppo di finanzieri in Olanda e in Texas ) e che viene attribuito all’intero mercato elettrico anche se questo è ormai per almeno il 50% prodotto con le rinnovabili che hanno costi della metà o di due terzi minori della produzione termoelettrica. Insomma ci prendono per il culo e ci rubano anche un plus di soldi. La questione, solo apparentemente complessa, è semplice: Il governo deve imporre ai soggetti economici che il prezzo abbia un rapporto ragionevole e trasparente con l’origine e i costi reali di quanto prodotto. Insomma garantire un profitto e non attuare una rapina agli utenti imbelli. Va chiarito che tutto ciò nulla centra con le accise, l’unica tassa ( sacrosanta) che finanzia sanità, trasporti e istruzione pubblica, che anche i ricchi pagano e che nel caso del gasolio forse dovrebbe essere almeno simbolicamente aumentata, non diminuita per qualche settimana. Conseguentemente, considerato che non c’è alcuna scarsità di approvvigionamenti né di gas né di petrolio, ma al massimo di  alcuni prodotti di raffinazione a basso costo, causata sull’intero pianeta solo dai bombardamenti degli impianti ( da parte di USA e Iran, e vicendevolmente da Russia e Ucraina ) non c’è nessuna giustificazione per gli extraprofitti. Tanto meno di aziende ( compreso l’automotive )  e banche,  italiane o europee, che non hanno né problemi finanziari né di approvvigionamenti ma solo della quota di dividendi, sempre in crescita, stante anche  il fatto che da Hormuz transita meno del 20% dei combustibili fossili.

2) Per quanto succeda spesso che anche sui media si confonda i consumi energetici totali con quelli elettrici, i trasporti e in particolare la mobilità urbana e aerea sono ancora pressoché totalmente attribuibili ai combustibili fossili ( gasolio, benzina, gpl e metano, kerosene).  Circa il 95% nel mondo, almeno il 90-92 % in Italia ed Europa.  In Italia il settore dei trasporti e della mobilità rappresenta circa il 33 % dei consumi finali di energia totali del Paese. Vuol dire circa 38 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (Mtep) all'anno, praticamente il settore  più energivoro in assoluto. Ad oggi la mobilità elettrica è pressoché irrilevante tanto più se, come ricordava ai suoi tempi l’AD della Fiat-Chrysler Sergio Marchionne, una gran parte delle batterie viene ancora caricata dalle produzioni termoelettriche e non da rinnovabili. Siamo un paese anomalo, con il record assoluto di auto per abitante di tutto il pianeta, quasi 70 auto ogni 100 abitanti, una follia. Si accompagna, come ovvio, all’altro record negativo: abbiamo la rete di metropolitane più miserabile del pianeta. Poco più di 250 km in totale. Per dare un idea la città di Madrid da sola ne ha 291 km. Germania, Gran Bretagna e Francia sono ben al di sopra dei 600 km. La Cina ha superato i 12mila km. Almeno il 90% di italiani non è mai salito su una metro e non ha molto chiara la abissale differenza con un autobus o un tram. Molti ambientalisti un po' retrò ritengono che “ i mezzi pubblici e collettivi”, che non so perché andrebbero contrapposti all’auto,  siano quei rottami tecnologici del secolo scorso, inquinanti, rumorosi, costosi, spesso anche scomodi e normalmente impantanati nel traffico urbano ( incroci, semafori, a volte strisce pedonali.. ) chiamati bus e tram, le cui versioni a metano ed elettriche, vanto di Sindaci che si riterrebbero di sinistra e non so perché ecologisti, a parte la manutenzione hanno costi da rapina e infatti sono costruiti, grazie anche ad  un malinteso PNRR,  per svuotare i bilanci dei Comuni. Ovviamente continueremo a usare le auto in tutti i casi e le situazioni in cui non possiamo farne a meno ma in tutte le occasioni ( rare) in cui si sono completate nuove tratte di metro gli utilizzatori reali sono stati 2 o 3 volte quelli che erano stati stimati ( vedi il caso della modesta linea 1 di Torino).

La caratteristica unica e dirompente delle metropolitane è il percorso dedicato ( cioè privo di incroci, semafori e attraversamenti pedonali ) ma anche la possibilità di carico di utenti consistente riducendo e rendendo più scorrevole  il flusso di auto. Nelle grandi metropoli è indispensabile la costruzione di una  rete ( che si estenda normalmente in quattro direzioni  e che venga circoscritta da uno o due anelli in modo da risultare il  sistema di spostamento più efficiente in tutte le direzioni ( come costi, come tempi, come inquinamento, come velocità, come stress, come socializzazione ). E’ mia opinione che l’uso  delle metro va ben al di là di quello attuale: con poche eccezioni nei 140 Comuni italiani sopra i 50mila abitanti è utile e conveniente avere almeno una linea di metro ( cioè una linea dedicata, sotterra,  sopraelevata o a raso ) che attraversi il territorio da una parte all’altra, e almeno due linee incrociate nei 45 comuni sopra i 100mila abitanti. Sono necessari in Italia almeno 1000 km di metro nuovi  per avviare seriamente la conversione della mobilità. Tutto il resto ( piedi, bici, monopattini, car sharing, car pooling,  .. ), sono attività divertenti e salutari ma, specie in Italia,  hanno un impatto insignificante sulla mobilità totale. La metro diffusa  anche ai comuni medio-piccoli  avvantaggerebbe all’incirca 22 mil di abitanti. Ipotizzando un costo di costruzione con grande approssimazione di 100-120 mld  ( 100-120 mil/km) si tratta di 10-12 mld all’anno per 10 anni. Per chi ritenesse che io sia uno squilibrato o stia sognando ( “i soldi non ci sono” direbbe il divertente Cottarelli di turno )  ricordo che nel 2025 abbiamo speso 45 mld/anno per la spesa militare al 2% del PIL secondo gli std NATO  e che dovremmo raggiungere i 113 mld/anno  ( 68 mld in più all’anno ) se volessimo arrivare al 5% del PIL come richiesto dal nostro boss di oltreatlantico. 

Soltanto degli squilibrati ( oltre ai padroni dell’automotive )  possono pensare che entro il 2035 potremo ancora aumentare le auto e gli altri mezzi simili circolanti nel mondo dagli attuali 1,7 mld  a 2,8 mld, a prescindere dalla lontana possibilità che 5-600 milioni siano del tutto o in parte elettriche (sono meno di 80 milioni oggi). In realtà ci stanno semplicemente prendendo in giro.  La verità è che il secolo dell’auto come vettore e simbolo  dominante della mobilità  è quello passato e che abbiamo ancora una decina di anni per tentare di contenere il disastro in cui ci siamo cacciati. 

Qualche parola per chi fosse preoccupato per il ridimensionamento del settore dell’auto. Gli occupati diretti nel settore automotive in Italia  sono all’incirca 170 mila ( su 10 milioni di operai totali del settore privato)  ai quali vanno aggiunti quasi altri 100mila indiretti. Nel 2000 gli addetti erano 500 mila e la loro drastica riduzione prima che al declino, già in corso, del settore  è dovuta come è noto ai processi di automazione spinta. Degli attuali addetti nel corso del 2025 parecchie decine di migliaia hanno usufruito di periodi di Cassa Integrazione parziale o totale. Soltanto Stellantis nel 2025 ha usufruito di ammortizzatori sociali vari per circa 20mila dei 36 mila addetti (62% degli addetti). Fra il 2020 e il 2024  Stellantis ha ridotto gli addetti effettivi di circa 10mila unità da 37mila a 27mila. Invece il settore delle rinnovabili e quello modestissimo della  mobilità alternativa all’auto  si avvicina già alle 100 mila unità. Il rilancio delle  rinnovabili e dei  nuovi sistemi di mobilità come proposti in questo intervento come punto centrale di una alleanza di alternativa, richiederebbero nuovi addetti in numero notevolmente al di sopra di quelli oggi coinvolti dagli  interventi di ammortizzatori sociali dell’ automotive ma sarebbero distribuiti in molte centinaia di aziende di piccola e media dimensione e impegnerebbero alla fine molto meno risorse. L’unico aspetto effettivamente negativo è che avremmo nel settore energetico e dell’automotive, una decina in meno di multimiliardari in Europa e nel mondo.  Consiglierei agli amici di AVS e soprattutto del M5S, a cominciare da quelli al Parlamento Europeo fino alla Sardegna ( che a mio parere sono deragliati fuori strada e si sono smarriti )  di lasciar perdere le richieste di sostegno al settore automotive o di riduzione delle accise e chiedere con più impegno la semplificazione legislativa e burocratica utile al rilancio delle  rinnovabili, della mobilità alternativa all’auto, oltre alla riconversione urbana e delle abitazioni con  la tutela del verde esistente. Argomento che tratterò in un successivo intervento.

 

 

15 agosto 2026

Israele, guida alle elezioni di ottobre: le più importanti della sua storia

 Il 27 ottobre 2026 non si decide soltanto chi governa lo Stato ebraico, ma anche quale significato dare al trauma del 7 ottobre e alla guerra che ne è seguita


  ( di  Alessio Aringoli - Huffingtonpost.it - ansa ) 24 Luglio 2026

Il 27 ottobre 2026 gli israeliani non decideranno soltanto chi governerà. Dovranno scegliere quale significato dare al trauma del 7 ottobre e alla guerra che ne è seguita: ricostruire lo Stato e la sua democrazia, oppure trasformare l’emergenza in una condizione permanente di governo. Sarà una delle elezioni più importanti della storia d’Israele. Da una parte il rilancio delle istituzioni, dei contrappesi e del primato della politica sulla forza; dall’altra il progetto autoritario e di guerra permanente della coalizione di estrema destra di Benjamin Netanyahu. Il sistema elettorale israeliano, di suo, resiste sempre alle semplificazioni. Si votano liste in un unico collegio nazionale. I 120 seggi della Knesset sono distribuiti tra quelle che superano il 3,25 per cento dei voti.  Ne esce ordinariamente la fotografia caleidoscopica di una società di laici e religiosi, ebrei e arabi, metropoli, kibbutz e periferie.

 La fotografia da sola non governa. Dopo il voto serve sempre (e servirà anche stavolta) la paziente composizione politica della differenze, e l'aggregazione di almeno 61 seggi intorno a un programma e a un’idea di Paese. La maggiore novità della campagna elettorale finora è Gadi Eisenkot. Con il nuovo partito Yashar, l’ex capo di Stato maggiore contende al Likud il primato nei sondaggi. Porta autorevolezza militare, lutti familiari e un linguaggio di responsabilità istituzionale: commissione di inchiesta sul 7 ottobre, uguaglianza nel servizio, sicurezza liberata dall’idea della guerra come fine in sé.  Esisenkot rappresenta un centrismo del buon senso, fermamente orientato contro una destra radicalizzata. Non è il solo (la lista Bennett-Lapid compete per lo stesso spazio politico), ma sarà, probabilmente, il più votato. Resta da capire se questa normalità diventerà un progetto solido, o il rifugio temporaneo di chi vuole congedare per sempre Netanyahu.

Più profondo è forse l’esperimento dei Democratici di Yair Golan. L’unione fra Avodà (ovvero, i Laburisti) e Meretz ha ricomposto una frattura storica della sinistra sionista, e ha aperto il partito ai protagonisti delle mobilitazioni popolari, il grande movimento contro l’assalto alla giustizia e alla democrazia prima, per la liberazione degli ostaggi e per la fine della guerra a Gaza poi. Le primarie del 20 luglio hanno dato sostanza a questa ambizione: oltre 97.000 votanti su 112.376 iscritti. Numeri importanti per un partito, in paese delle dimensioni di Israele. Dietro Golan si sono imposti Naama Lazimi, Gilad Kariv ed Efrat Rayten. Fra i primi dieci candidati figurano protagonisti del movimento di protesta democratica, come Omri Ronen e Moshe Radman, e l’attivista araba israeliana Somaya Bashir. Non è ancora un risultato elettorale, ma è già un risultato politico. La sinistra torna a produrre partecipazione e mobilitazione di massa, e a costituire il punto di riferimento politico delle lotte sociali. 

 Anche Yair Golan viene dai vertici militari. Dall’esercito popolare, nato dalla Haganà, espressione del sionismo socialista, sono venuti spesso leader progressisti. Non perché l’uniforme renda automaticamente di sinistra. Ma forse anche perché chi conosce davvero la forza ne comprende spesso il limite. Una vittoria militare senza un obiettivo politico prepara solo la guerra successiva. Golan dovrà superare la diffidenza  generata verso la sinistra dai fallimenti del processo di pace con i palestinesi e quella ulteriore causata dallo shock del 7 ottobre. Dovrà convincere gli israeliani che un orizzonte politico per la questione palestinese non è la negazione della sicurezza, ma il suo compimento. Il programma dei Demokratim israeliani affronta anche carovita, welfare, scuola, servizi, periferie, rilanciando con forza le radici socialdemocratiche di Israele. 

 A destra, intanto, Netanyahu affronta le conseguenze anche elettorali delle proprie scelte. Per sopravvivere, il premier in carica ha infatti legittimato e "sdoganato" gli eredi politici del kahanismo, un tempo esclusi compattamente dall’ “arco costituzionale” del sionismo, perché i loro principi suprematisti e integralisti erano considerati incompatibili con quelli del sionismo, in ogni sua declinazione. Oggi invece, in particolare Otzma Yehudit, il partito di Itamar Ben-Gvir, sfida il Likud sul suo stesso elettorato. Mentre molti si domandano già che cosa ne sarà del Likud stesso, dopo Netanyahu. Il partito nato dalla corrente di minoranza di destra del sionismo, il cosidetto sionismo "revisionista" di Jabotinsky e poi di Begin, trasformato da Netanyahu in un partito quasi personale-famigliare, con la fuoriuscita di quasi tutti i suoi leader storici, avrà un futuro, e quale, dopo "Bibi"? Un interrogativo aperto, cui oggi è ancora impossibile rispondere. 

 Nel frattempo, i partiti degli ultraortodossi, i cosiddetti "haredim" (che sono due, sefardita e aschenazita), appaiono invece più isolati che mai. La guerra permanente voluta dalla coalizione di Netanyahu, di cui facevano parte, ha reso sempre più intollerabile l’esenzione degli studenti ultraortodossi dal servizio di leva. Gli ultraortodossi cercheranno certamente la maggior mobilitazione possibile del loro elettorato, ma i frutti dell'alleanza con Netanyahu appaiono avvelenati, e il rischio è l'irrilevanza. 

 Infine, il voto arabo. Ra’am e Hadash-Ta’al valgono oggi, secondo i sondaggi, almeno 10 seggi. Balad rischia invece ancora di restare sotto la soglia, mentre una ricomposizione unitaria potrebbe aumentare partecipazione e rappresentanza. I voti dei partiti arabi israeliani, numeri alla mano, possono decidere la prossima maggioranza di governo di Israele.  La questione, ovviamente, è politica oltre che aritmetica. Ra’am ha già partecipato alla coalizione Bennett-Lapid. 

 In conclusione, una considerazione, per chi osserverà il voto in Israele mosso in buona fede dalla speranza di un futuro di pace e di giustizia per la regione. Identificare Israele con il suo governo è sempre stato un errore di analisi, frutto di ignoranza in molti casi; in altri di pregiudizio; e, a volte, di vero e proprio odio verso il popolo israeliano in quanto tale. Regalare a Netanyahu il monopolio dell’identità nazionale israeliana, cancellare dall'orizzonte la società, la cultura, la politica che non hanno mai smesso di resistergli è però uno sbaglio cui in parte si può ancora rimediare.  Sostenere i progressisti israeliani oggi non è un gesto consolatorio: la loro battaglia, infatti, deciderà se Israele potrà tornare a unire sicurezza, democrazia, giustizia sociale e pace. E dal risultato di queste elezioni dipenderà una parte decisiva del futuro di tutto il Medio Oriente e del Mediterraneo.

nella foto: una donna palestinese con cittadinanza israeliana vota alle elezioni del 2022

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Jafar Farah: «Il voto palestinese è nel mirino: minacce ai seggi e ai candidati»

 ( Michele Giorgio su il manifesto - 15 agosto 2026)

Intervista Parla Jafar Farah, vicesegretario di Hadash

Storico attivista per i diritti degli arabo-israeliani, i palestinesi con cittadinanza israeliana, che rappresentano circa il 21% della popolazione di Israele, Jafar Farah è da anni direttore della ong di Haifa «Mosawa» (Uguaglianza). Nei mesi scorsi è stato nominato vicesegretario di Hadash (comunisti e progressisti), la principale forza politica degli arabo-israeliani.

Sarà il numero due, subito dopo il segretario Yusef Jabarin, sulla lista elettorale di Hadash per le legislative del 27 ottobre. Lo abbiamo intervistato nei giorni scorsi ad Haifa sul voto, sulle insidie per la minoranza palestinese e sulla mancata unità elettorale tra le forze politiche arabe in Israele. Farah avverte che, il giorno delle elezioni, la destra estrema e i coloni proveranno in vari modi a limitare l’affluenza alle urne degli elettori arabi.

Cosa si aspetta durante le elezioni, nei seggi?
Minacce da parte degli attivisti della destra più radicale, anche di coloni israeliani, contro la comunità palestinese e contro i rappresentanti del nostro e di altri partiti arabi. Prima del voto, inoltre, ci aspettiamo tentativi di impedire agli arabi di candidarsi. Perciò siamo cauti anche nelle nostre dichiarazioni su vari temi, perché useranno di tutto contro di noi. Sappiamo che ciascuno di noi ha un dossier preparato dalla destra, da usare al momento opportuno per impedirci di partecipare alle elezioni. Dobbiamo essere molto prudenti per non facilitare il gioco di chi vuole negare i nostri diritti politici.

Quali zone pensa siano più a rischio?
Credo nel Naqab (Negev, nel sud di Israele, ndr). Lì la popolazione araba è sempre più con le spalle al muro. Anche le città miste, dove vivono insieme ebrei e palestinesi, sono a rischio. Un’idea di cosa potrebbe accadere l’abbiamo avuta già nel maggio del 2021, con coloni (giunti dalla Cisgiordania, ndr) che prendevano di mira le comunità arabe nelle città miste. In più ci sono le bande criminali, armate fino ai denti, che condizionano da anni la vita nei nostri centri abitati e che potrebbero essere impiegate da qualcuno in modo massiccio in città come Haifa, Lod, Ramle e Giaffa.

Veniamo ai partiti arabi. Mesi di trattative non sono bastati a portarvi a un fronte elettorale comune, ritenuto da molti palestinesi d’Israele fondamentale per limitare le possibilità di vittoria della destra religiosa che fa capo a Netanyahu. Il suo partito andrà al voto con i progressisti di Tajammo (Balad), mentre i nazionalisti centristi che fanno capo ad Ahmad Tibi non hanno ancora deciso e il partito islamista Raam di Mansour Abbas correrà da solo e si dice pronto a unirsi a un governo formato da un esponente dell’attuale opposizione sionista anti-Netanyahu.

C’è un punto che, a mio avviso, si tende a considerare poco. I partiti arabi hanno ideologie e posizioni politiche diverse, spesso inconciliabili. A imporci l’unità sono due cose: la soglia di sbarramento e la pressione della nostra comunità. Gli elettori palestinesi ci vogliono uniti, ci chiedono un voto utile, pensano che in questo modo sia più facile contrastare le politiche più pericolose della maggioranza. In parte è vero, però le nostre differenze sono molto ampie, dal rapporto con i partiti sionisti ai temi dei diritti e della giustizia. Il partito islamista Raam è pronto a governare con i partiti sionisti, pensa che questo sia il modo per aiutare la minoranza araba in Israele. Noi, invece, non siamo affatto disposti a far parte di una maggioranza, anche dall’esterno, se non saranno realizzate le nostre condizioni, come la fine, ovunque (in Israele e nei Territori occupati, ndr), delle politiche di occupazione e di oppressione del popolo palestinese, la fine di ogni discriminazione (dentro Israele) e l’avvio di soluzioni fondate sul diritto e sull’uguaglianza.

Al momento appare assai improbabile, però cosa farete se il leader dell’opposizione Gadi Eisenkot vi chiederà l’appoggio, anche esterno, per la formazione di una nuova maggioranza, senza Netanyahu e l’estrema destra?

Il nostro sostegno a una maggioranza di governo non sarà mai scontato o automatico. Non cederemo sulle nostre condizioni.

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Il sogno dell’islamista Abbas, dalla pancia della balena al potere

( Michele Giorgio su il manifesto - 15 agosto 2026 )

Verso il voto:  Il leader di Raam lascia i partiti arabi d’Israele per rendersi appetibile alle formazioni politiche sioniste dopo le elezioni

Non pochi si domandano se Mansour Abbas, islamista e leader del partito arabo Raam, arriverà a riconoscere Israele come Stato sionista del popolo ebraico, rinunciando alla storica richiesta dei cittadini arabi di uno Stato di tutti, ebrei e non ebrei. L’interrogativo è fondato perché Abbas, per anni esponente di primo piano del movimento islamico in Israele, ha avviato una profonda trasformazione politica e ideologica che, nella sua visione, dovrà portarlo il 28 ottobre, il giorno successivo alle elezioni legislative, a diventare l’arbitro della politica israeliana, colui che, con in mano 4-5 seggi, determinerà le sorti di una possibile maggioranza alternativa a quella di Benyamin Netanyahu.

Abbas, 52 anni, di Maghar, in Galilea, figlio di genitori contadini, sa che dovrà aggirare con ancora più abilità, in una società sempre più radicalizzata a destra, il veto non scritto che esclude la partecipazione al governo di forze politiche non sioniste, ossia i partiti che rappresentano gli arabo-israeliani, i palestinesi con cittadinanza israeliana. Perciò manovra senza sosta. Dopo aver silurato la Lista unita con gli altri partiti arabo-israeliani per tenersi le mani libere, Abbas ha avviato trattative clamorose per l’ingresso in Raam di un ex capo della polizia israeliana, Yoav Segalovitz, già parlamentare del partito ebraico Yesh Atid. La scelta di Segalovitz non è stata casuale. Quando era viceministro della Sicurezza aveva promosso un piano contro la criminalità organizzata nelle comunità arabe, ottenendo risultati che Abbas considera «eccezionali». «È esattamente il modello», ha detto il leader di Raam quando gli è stato chiesto se Segalovitz corrispondesse al profilo del candidato ebreo che cercava. Un sondaggio della tv Canale 13 ha rivelato che l’ingresso dell’ex capo della polizia porterebbe Raam da cinque a sette seggi alla Knesset.

La posta in gioco, però, non sono i seggi. L’alleanza con un politico ebreo con un passato nella sicurezza serve a dare un volto profondamente nuovo al partito islamista. «Abbas è pronto ad accettare anche il servizio civile nazionale (una sorta di servizio militare senza armi, ndr) per gli arabi richiesto da Segalovitz. Se ciò accadrà, finirà in frantumi la storica opposizione araba a questa possibilità senza ottenere nulla di certo dai leader sionisti», ci dice Fares, un attivista del fronte Hadash a guida comunista.Eppure, se tra i nazionalisti palestinesi solo pronunciare il nome di Abbas è considerato blasfemo, nelle aree rurali della Galilea a maggioranza araba, tradizionaliste e conservatrici, il serbatoio di voti di Raam e del movimento islamico, la trasformazione del leader islamista guadagna consensi perché lascia intravedere una possibilità di «entrare nella stanza dei bottoni». Molti hanno già dimenticato il fallimento di Abbas di cinque anni fa. Raam, infatti, fu decisivo per la maggioranza di Naftali Bennett e Yair Lapid nel 2021, però non riuscì ad andare oltre l’appoggio esterno, mentre le promesse di sviluppo delle aree a maggioranza araba non trovarono realizzazione sul terreno.

Le prossime settimane saranno decisive. In ogni caso, la traiettoria seguita da Raam è davvero clamorosa. Un percorso che si deve alla parabola politica di Abdullah Nimr Darwish, lo sceicco di Kufr Qassem che fino alla morte, nel 2017, ha guidato tutti i passi del suo discepolo Abbas. Darwish, alla fine degli anni Settanta, fu tra i fondatori di Usrat al-Jihad, organizzazione clandestina che combinava nazionalismo palestinese e islamismo e sosteneva la lotta armata. Fu arrestato. Dopo la liberazione, Darwish abbandonò l’idea della rivoluzione islamica e della lotta armata, affermando che i musulmani non avrebbero potuto conquistare il potere in Israele e che, pertanto, dovevano imparare a vivere e agire all’interno della realtà sionista, senza rinunciare alla propria identità. «Vivere nella pancia della balena» era il suo slogan. La balena era lo Stato israeliano. La frattura arrivò nel 1996. Il movimento islamico si divise sulla partecipazione alle elezioni israeliane e sul rapporto con gli accordi di Oslo firmati da Israele e Olp. La corrente guidata da Darwish, poi conosciuta come ramo meridionale, scelse la partecipazione. Il ramo settentrionale, guidato da Raed Salah, rifiutò e sviluppò una linea più radicale, centrata sulla mobilitazione palestinese e sulla questione di Gerusalemme e della moschea di al-Aqsa. Da quella scissione sarebbe emerso Raam, fondato sull’idea di usare il voto per ottenere risorse e influenza politica. È questa la lezione che Mansour Abbas afferma di aver ricevuto dal suo maestro. A suo dire, non ha deviato dalle idee di Darwish. Piuttosto, ha portato alle estreme conseguenze il suo pragmatismo per migliorare la condizione dei cittadini arabi. Aggiunge di aver fatto della sua «jihad civile» una strategia parlamentare. La sua «wasatiyya», la «via di mezzo», sarebbe la conciliazione di principi islamici, pragmatismo politico e partecipazione democratica. Molti palestinesi d’Israele scuotono la testa e parlano di «acrobazie politiche» in nome del potere. Lo storico israeliano Ilan Pappé taglia corto. «Mansour Abbas può cambiare tutto ciò che vuole per rendersi appetibile al potere», ha detto al manifesto, «se invece cerca parità e pieno riconoscimento, allora quelli che devono cambiare sono i leader sionisti, non lui. Non faranno mai gli interessi degli arabi, piuttosto li manipoleranno».

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Sondaggi elezioni Israele: il Likud di Netanyahu al livello più basso da un anno, mentre cresce il partito di Eisenkot

(di Redazione jPost -  24 Luglio 2026 )

Secondo un sondaggio del Maariv Yashar di Eisenkot ha raggiunto il record di 23 seggi, in vantaggio di tre seggi sul Likud. Beyahad di Bennett e Lapid è a quota 17, mentre Yisrael Beytenu a quota 10. I Democratici di Yair Golan hanno mantenuto invariati 11 seggi, mentre il partito di Ben Gvir è a 8, e quello di Smotrich a 5.  Secondo un sondaggio pubblicato dal quotidiano israeliano Maariv, il Likud del Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha registrato il suo peggior risultato da giugno 2025, raggiungendo appena 20 seggi. Lo riporta tra gli altri il Jerusalem Post.

Al contrario, Yashar, guidato dall’ex capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane Gadi Eisenkot, ha guadagnato un seggio, raggiungendo il record di 23 seggi e portandosi in vantaggio di tre seggi sul Likud. Il sondaggio ha inoltre rilevato che il partito Beyahad dell’ex primo ministro Naftali Bennett ha guadagnato un seggio, arrivando a quota 17, mentre Yisrael Beytenu è salito di un seggio, raggiungendo quota 10. Dopo le primarie del partito, i Democratici di Yair Golan hanno mantenuto invariati 11 seggi.

All’interno della coalizione, Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir ha guadagnato un seggio, arrivando a otto, eguagliando i partiti ultraortodossi Shas e Giudaismo Unito della Torah, entrambi rimasti invariati. Anche il Partito Sionista Religioso di Bezalel Smotrich ha guadagnato un seggio, raggiungendo quota cinque. A seguito di questi cambiamenti, il blocco di opposizione ha perso un seggio, ma ha mantenuto la maggioranza con 61 seggi. Complessivamente, la coalizione di Netanyahu si è rafforzata, raggiungendo 49 seggi, mentre i partiti arabi sono rimasti stabili con 10 seggi.

Yesodot Israel, il partito guidato da Chili Tropper e Yoaz Hendel , non è riuscito a superare la soglia elettorale questa settimana, ottenendo solo il 2,9% dei voti. Anche Balad è rimasto al di sotto della soglia con l’1,7%, così come Blu e Bianco di Benny Gantz con l’1,6%.

La decisione di Bennett e Lapid di fondersi ha influenzato le intenzioni di voto?

Il sondaggio ha anche esaminato le intenzioni di voto degli attuali elettori di Beyahad prima della formazione dell’alleanza Bennett-Yair Lapid. Dei 17 seggi previsti per il partito, 10 provengono da persone che intendevano già votare per Naftali Bennett alle elezioni del 2026, cinque da elettori di Yesh Atid e due da elettori che avevano pianificato di sostenere altri partiti prima della formazione dell’alleanza. L’indagine ha inoltre rilevato che quasi la metà degli elettori dei partiti di opposizione sionisti, il 46%, ritiene che Bennett e Lapid dovrebbero continuare a candidarsi insieme nonostante il calo di consensi dell’alleanza nei sondaggi. Il 31% ha affermato che dovrebbero separarsi, mentre il 23% ha dichiarato di non saperlo. La maggioranza degli elettori dell’opposizione sionista, il 57%, ritiene inoltre che Tropper e Hendel dovrebbero aderire a uno dei partiti esistenti. Il 19% ha affermato che dovrebbero continuare a candidarsi come indipendenti, mentre il 24% si è dichiarato indeciso.

Secondo il sondaggio, se Tropper e Hendel si unissero a Yashar, il partito raggiungerebbe 27 seggi, pari alla forza combinata dei partiti che si presentano separatamente, ampliando ulteriormente il suo vantaggio sul Likud. Una simile mossa andrebbe a scapito di Insieme, che scenderebbe a 14 seggi, ma non altererebbe gli equilibri tra i blocchi: l’opposizione sionista manterrebbe 61 seggi, la coalizione di Netanyahu ne conserverebbe 49 e i partiti arabi resterebbero a 10.

Bennett candidato più idoneo a diventare primo ministro

Il sondaggio di Maariv ha inoltre rilevato che Bennett è in vantaggio su Netanyahu in termini di idoneità al ruolo di primo ministro, con il 45% dei consensi rispetto al 42% di Netanyahu.  Il divario è rimasto pressoché invariato rispetto al sondaggio precedente, condotto all’inizio di luglio. Eisenkot è in vantaggio su Netanyahu di sei punti percentuali, 46% contro 40%, un distacco di due punti rispetto al sondaggio precedente. Anche nel confronto diretto tra Eisenkot e Bennett il divario è rimasto sostanzialmente invariato, con Eisenkot che ha ottenuto il 38% dei consensi e Bennett il 23%.

Il sondaggio è stato condotto da Lazar Research, diretto dal Dr. Menachem Lazar, in collaborazione con il panel online Panele4ALL. Il sondaggio è stato effettuato il 22 e 23 luglio su un campione di 500 intervistati, rappresentativo della popolazione adulta israeliana di età pari o superiore a 18 anni, inclusi intervistati sia ebrei che arabi. Il margine di errore massimo del campione è stato del 4,4%.