12 febbraio 2026

La protesta e la violenza

 di Rino Malinconico *

Fu indubbiamente il bisogno di umanità a spingere i nuovi ribelli del Sessantotto alla lotta. La qual cosa rendeva obiettivamente difficile alle varie articolazioni del potere (ammesso che avessero voluto avviare un dialogo con gli studenti) trovare un qualche “ragionevole” punto di intesa col movimento. Le richieste che venivano dalle università, e poi dai quartieri e dalle stesse fabbriche, anche quando erano tecnicamente “ragionevoli”, non lo erano mai sul piano politico, perché rimandavano inevitabilmente a ulteriori e più radicali rivendicazioni. In realtà, facevano tutt’uno con la critica frontale al capitalismo, alla cultura borghese e allo Stato repressivo. Del resto, il carattere rivoluzionario dei contenuti si accompagnava a una estrema durezza delle forme di lotta. In Francia, come è noto, il Sessantotto inaugurò i sequestri dei capi nelle fabbriche – sequestri di massa, fatti a viso aperto dagli operai stessi nel corso dei cortei interni agli stabilimenti -, nonché le barricate nelle strade, a partire dal 3 maggio del 1968. Ma anche in Germania il movimento si caratterizzò per le azioni militanti di piazza e per una forte capacità di fronteggiare cariche e idranti.

Una data significativa era già stata quella del 2 giugno del 1967, con l’ampia mobilitazione dei giovani contro la visita dello Scià di Persia Reza Pahlawi, uno degli alleati più fedeli degli Usa, a capo di uno dei regimi più autoritari del tempo. Negli scontri che accompagnarono i cortei cadde a Berlino, colpito a morte dalla polizia, lo studente Benno Ohnesorg. In effetti, l’incidenza della SDS crebbe impetuosamente proprio dopo il giugno del ’67. Ai funerali di Ohnesorg dell’8 giugno parteciparono non meno di 15.000 persone, e circa 7000 lo accompagnarono, con una impressionante marcia silenziosa, il giorno dopo al cimitero di Hannover, dove risiedeva la famiglia. E subito dopo, sempre a Hannover, si tenne il Congresso su Università e democrazia. Condizioni e organizzazioni della resistenza, una fondamentale assemblea-fiume che durò un’intera giornata con la partecipazione di oltre 5.000 persone tra studenti, professori e cittadini. Il tema della discussione era costituito dal senso delle proteste studentesche e quel dibattito fu abbastanza presto riportato in Italia dalla meritoria rivista Quaderni Piacentini (n. 33, febbraio 1968).

In quella sede Jürgen Habermas, docente di sociologia e riconosciuto esponente della cosiddetta Scuola di Francoforte, sostenne sì la positività delle proteste studentesche, ma circoscrisse la loro funzione, sul piano storico, all’ambito dello “stimolo democratico” nei confronti dell’insieme della società e delle istituzioni tedesche: In sostanza, il compito dell’opposizione studentesca era ed è nella Germania occidentale di compensare la mancanza di prospettiva teorica, di sensibilità di fronte a manipolazioni e persecuzioni, la mancanza di radicalità nell’interpretare e praticare la nostra Costituzione democratica basata sullo stato sociale di diritto, la mancanza di preveggenza e fantasia politica – appunto la mancanza di una politica illuminata nelle sue intenzioni, leale nei suoi mezzi, progressiva nelle sue interpretazioni ed azioni.

Habermas spostò poi l’attenzione sui metodi di lotta del movimento studentesco, sull’uso delle azioni di forza e sul tema della violenza, chiamando direttamente in causa colui che già la stampa indicava come il leader del movimento, e cioè il berlinese Rudi Dutschke, accusandolo di proporre “un’ideologia volontaristica, che nel 1848 si sarebbe chiamato socialismo utopico, e che nelle condizioni attuali credo di aver ragioni a chiamare fascismo di sinistra”. Il tono del discorso era scopertamente provocatorio: “Vorrei che mi si chiarisse se [Dutschke] provoca intenzionalmente la violenza manifesta secondo il meccanismo calcolato che è inerente a tale violenza, e precisamente in modo da includere il rischio che degli uomini siano fisicamente colpiti…”. Il filosofo sapeva di toccare un punto delicato della storia del movimento operaio, ma riteneva assolutamente indispensabile che sul nodo della violenza il movimento facesse una chiara autocritica: Possiamo discutere sul ruolo progressivo della violenza … C’è un ruolo progressivo della violenza e la distinzione analitica tra violenza progressiva e reazionaria ha un suo senso appunto per l’analisi. Ma io ritengo che in una situazione né oggettivamente rivoluzionaria, né analoga a quella post-rivoluzionaria … la violenza spontanea deve essere sostituita dalla pianificazione politica. Le regole formali, contro le quali qui scendete in campo con tanto calore, dovrebbero essere piuttosto realizzate, e non già messe fuori gioco.

Il primo a rispondere a Habermas sull’uso studentesco della “violenza”, termine quanto mai ambiguo, poiché si trattava di semplici occupazioni di edifici, di cortei non autorizzati e di azioni dimostrative contro oggetti e luoghi simbolici del potere, fu Hans Jürgen Krahl, che da Francoforte proveniva: Sono davvero i pomodori a provocare la violenza oppure non è piuttosto l’apparato statale iperburocratizzantesi che costringe gli studenti alla provocazione in quanto la loro opposizione contro un potere esecutivo tecnologicamente molto equipaggiato, che devono affrontare con mani nude, li costringe oggettivamente al comportamento di popoli primitivi? Io direi quindi che l’assalto brutale e sanguinoso dell’apparato statale della violenza scatenata e mobilitabile ogni momento contro gli studenti è possibile solo perché gli studenti non sono organizzati e reagiscono caoticamente … Io direi allora, dato che non siamo armati materialmente, che dobbiamo trovare forme ritualizzate del conflitto, della provocazione, e per mezzo loro mostrare davanti al pubblico nelle strade, in modo dimostrativo, una non-violenza non solo idealistica, ma materialmente manifesta. Da parte sua, Rudi Dutschke richiamò l’attenzione sull’obiettiva modifica della relazione tradizionale tra teoria e prassi. Nell’epoca di Marx si poteva sostenere, con una certa legittimità, che se il pensiero rivoluzionario penetrava nella realtà, e la realtà faceva proprio quel pensiero, la rivoluzione diventava fatto reale. Ma nel tardo-capitalismo le cose stavano diversamente, in quanto i presupposti materiali per ciò che Marx indicava come passaggio dalla preistoria alla storia erano già tutti contenuti nella realtà: Gli sviluppi delle forze produttive hanno raggiunto il punto in cui l’eliminazione della fame, della guerra e del dominio è diventata materialmente possibile. Tutto dipende dalla volontà cosciente degli uomini, dal fatto che essi facciano finalmente con coscienza la storia che comunque hanno sempre prodotto. Cioè, professor Habermas, il suo oggettivismo senza concetto colpisce a morte il soggetto da emancipare.

In effetti, era proprio il concetto di essere umano quello che la visione di Habermas espungeva dalla scena; e questo gli impediva di vedere ciò che agli occhi degli studenti era divenuto evidente, ovvero la stessa, inedita duplicità dell’istituzione universitaria, che, da un lato, era strettamente funzionale alla scientificizzazione del processo produttivo tipica del tardo-capitalismo, e, dall’altro, funzionava come indispensabile punto di partenza della possibile politicizzazione antiautoritaria. Si trattava di una duplicità piuttosto generalizzata nell’epoca del capitalismo avanzato, “caratterizzata dal fatto che permette al padrone di portare a spasso il cane e allo stesso modo mette anche la strada a disposizione delle proteste contro il Vietnam e canalizza la protesta”. In altre parole, concludeva Dutschke, diveniva indispensabile “una nuova definizione dell’attività soggettiva, ed è per questo che si critica l’oggettivismo che continua ad aver fiducia in un processo emancipativo che si realizzi spontaneamente e naturalmente. Io non ho questa fiducia, io confido solo nelle attività concrete di uomini inseriti nella prassi e non in un processo anonimo”. Ed era proprio questo che il Movimento testimoniava con la sua stessa esistenza e la sua concreta pratica politica: Ci è diventato chiaro che le regole del gioco stabilite da questa democrazia non razionale non sono le nostre, e che punto di partenza della politicizzazione degli studenti doveva essere la cosciente violazione da parte nostra di tali regole … [poiché] il rischiaramento razionale senza azione diventa fin troppo facilmente consumo, così come l’azione senza elaborazione razionale della problematica si trasforma in irrazionalità. Il dominio razionale della situazione di conflitto nella società implica costitutivamente l’azione.

nella foto: Torino, 31 gennaio 2026

* da comune-info.net - 5 febbraio 2026

E se ci liberassimo della “virilità guerriera”?

 di Lea Melandri *

Rispondere alla violenza con la violenza ha lo stesso significato, e purtroppo gli stessi effetti, della massima latina, tornata purtroppo di attualità: “Si vis pacem, para bellum”. Ed è quello che sta accadendo dopo la manifestazione di Torino come protesta per la chiusura del centro sociale Askatasuna.

Se è vero che a trasformare una protesta pacifica in uno scontro con la polizia contano molto le misure repressive di un governo di estrema destra, con nostalgie di regime, chi ha un lungo percorso politico alle spalle, sa che scelte di questo genere si ripetono con la ritualità propria soltanto di stereotipi arcaici, tanto più duraturi quanto meno indagati. Tale è la “virilità guerriera”, a cui purtroppo cominciano a guardare con interesse anche le donne. Se anziché fermarsi a contrapposizioni note, come “guerra e pace”, “buoni e cattivi”, “caos e ordine”, “paura e sicurezza”, si cominciasse invece a riflettere sull' ”agire politico”, su quanto si porta dietro di una idea di società e di governo del mondo rimasta per millenni appannaggio di una comunità storica di uomini, forse non sarebbe più così difficile prospettarsi un reale cambiamento.

Le prime e più gravi conseguenze negative di quanto avvenuto a Torino sono quelle che scoraggiano la prospettiva, già apparsa come “reale e possibile” nelle manifestazioni per Gaza e oggi a Minneapolis contro l’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement), il braccio armato di Trump: una società civile capace di una “resistenza” non violenta, che occupa instancabilmente le strade e le piazze di tutto il mondo per giorni e mesi.

Le guerre tra popoli e le guerre civili, in un momento in cui si sta assistendo a grandi conquiste della coscienza storica, come il legame, che c’è sempre stato, tra tutte le forme di dominio – sessismo, classismo, razzismo, distruzione della natura, ecc.-, rischiano di innescare un cammino inverso di resa al già noto.

*  da comune-info.net: Nella foto Torino, 31 dicembre

11 febbraio 2026

Siria, c’è l’accordo tra Sdf e Damasco: più equo ma fragile

 di Tiziano Saccucci *

Una normalizzazione vigilata. Il governo recupera sovranità e risorse, il nord-est preserva alcuni spazi politici e istituzionali

Una settimana fa, a Mazloum Abdi, a Damasco, era stata offerta una sola opzione: la resa. Ora il governo siriano e le Forze della Siria democratica (Sdf) annunciano un cessate il fuoco permanente e un accordo articolato in quattro fasi che parla di «integrazione graduale» militare, amministrativa e civile. Il cambio di scenario è reale, ma non nasce da una miracolosa convergenza politica né da un’improvvisa benevolenza del potere centrale. Il passo indietro di Damasco è il risultato di una scelta precisa: non cedere.

LA MOBILITAZIONE generale nel Rojava, la dimostrazione di consenso popolare e il sostegno dei curdi fuori dalla Siria hanno reso impraticabile per Damasco l’opzione militare, costringendo a riaprire il negoziato su basi molto diverse da quelle del 18 gennaio, quando chiedeva la dissoluzione dell’esperienza del nord-est. La prima fase sancisce un cessate il fuoco «permanente e completo» su tutti i fronti e il mantenimento, da parte delle Sdf, della responsabilità sulla protezione delle prigioni di Daesh. Damasco riconosce implicitamente che, senza Sdf, la gestione del dossier jihadista non è sostenibile. È previsto l’ingresso di forze del ministero degli interni a Qamishlo e Heseke, definito «simbolico» e temporaneo: forze governative dovranno supervisionare l’integrazione delle Asayish nel ministero, per poi ritirarsi. Il testo formalizza la creazione di una divisione del ministero della difesa per la provincia di Heseke, in cui le Sdf confluiranno sotto forma di tre brigate. Inoltre, a Kobane verrà formata un’ulteriore brigata da affiliare a una delle divisioni di Aleppo, oggi dominate da fazioni del Syrian National Army (Sna), milizie sotto influenza turca che fino a ieri combattevano contro le Sdf. La 76ª divisione coincide di fatto con la Divisione Hamza, sottoposta a sanzioni internazionali per crimini di guerra ad Afrin, Serekaniye, Girê Spî e, più di recente, sulla costa siriana.

NELLA PRIMA VERSIONE dell’intesa, un’assenza aveva destato particolare allarme: quella delle Ypj. La dichiarazione di Ilham Ahmed, responsabile delle relazioni estere dell’Amministrazione autonoma, chiarisce ora che le Unità di protezione delle donne sono considerate «una forza all’interno delle Sdf» e verranno incluse nelle brigate. Resta un nodo da sciogliere: l’esercito siriano non prevede presenza femminile e difficilmente può assorbire un’esperienza che è insieme militare e ideologica. Sul piano civile, entro dieci giorni, il governo assumerà il controllo dei giacimenti petroliferi e l’aeroporto di Qamishlo passerà all’Autorità per l’aviazione civile. Entro un mese, Damasco riprenderà la gestione di tutte le istituzioni autonome nella provincia di Heseke, unificandole con quelle statali e regolarizzando il personale. Anche i valichi di frontiera rientrano sotto controllo statale: una squadra della Direzione generale dei varchi terrestri verrà dispiegata a Semalka e Nusaybin. Secondo Ilham Ahmed, però, il personale resterà locale e il valico di Semalka continuerà a operare.

IN CAMBIO l’accordo contiene concessioni non marginali: il riconoscimento ufficiale dei titoli di studio rilasciati dall’Amministrazione autonoma, la licenza per organizzazioni culturali, media e della società civile, e l’impegno a discutere l’educazione curda con il ministero dell’istruzione. Le istituzioni della Daanes, sottolinea Ahmed, continueranno a operare con il sistema di co-presidenza. L’accordo è garantito da Stati uniti e Francia. Washington parla di «tappa storica» verso l’unità della Siria, mentre Emmanuel Macron ribadisce il sostegno a «una Siria sovrana, unita e rispettosa di tutte le sue componenti». Il segnale politicamente decisivo, tuttavia, resta quello di Ankara. Poche ore prima dell’annuncio, il ministro degli esteri Fidan dichiarava che la Turchia avrebbe sostenuto «qualsiasi accordo raggiunto dalle parti». Traduzione: l’accordo passa perché ha già ottenuto il via libera turco. Le affermazioni di Ilham Ahmed su un ritiro turco dalle aree occupate, se confermate, rappresenterebbero un mutamento radicale e aprirebbero al ritorno degli sfollati di Afrin, Sheikh Maqsoud e Serekaniye.

L’ACCORDO è più equo dei precedenti, ma fragile. Più che una riconciliazione, è una normalizzazione vigilata, in cui Damasco recupera risorse e sovranità formale mentre la Daanes cerca di preservare spazi politici e istituzionali. Il suo esito dipenderà da una variabile decisiva: quanto spazio la Siria che verrà sarà disposta a concedere a chi, in questi anni, si è rifiutato di scomparire.

nella foto: Il presidente ad interim della Siria Ahmad al-Sharaa, a destra, stringe la mano a Mazloum Abdi, comandante delle SDF

* da il manifesto 31 gennaio 2026

 leggi anche : Il bavaglio della Turchia alla questione curda

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Dopo il Rojava ora rischia Suweida, equilibrio fragile tra Damasco e drusi

 di Michele Giorgio *

Galvanizzato dalle operazioni contro le Sdf, Al-Sharaa sfrutta il consenso globale sull’«unità». Tel Aviv allarga ancora la zona cuscinetto imposta oltre il Golan occupato

Il 27 gennaio, Mustafa Al Bakour, governatore del distretto di Suweida, ha lanciato un’iniziativa intitolata «Verso un futuro sicuro per Suweida». Un piano a tutti gli effetti che, a suo dire, punta alla risoluzione completa della crisi tra Damasco e la comunità drusa nel sud del paese «spostando il confronto dalla strada alle aule di giustizia e smantellando l’arma più pericolosa, ossia l’idea che non vi sia una via d’uscita politica». I presunti buoni propositi di Al Bakour si sono subito scontrati con la realtà sul terreno.

Galvanizzate dalla recente avanzata dell’esercito e delle milizie alleate contro le Sdf e l’Autonomia curda nella regione nord-orientale del paese, le forze governative e l’ala più estrema del regime di Ahmed Al Sharaa (Al Julani) appaiono sempre più orientate a regolare i conti nel sud del paese, come è avvenuto nel nord. A frenarle è la certezza di un intervento militare di Israele. Sfruttando la crisi interna siriana dopo i massacri di drusi dello scorso luglio nella provincia di Suweida, il governo Netanyahu ha imposto una zona interdetta all’esercito siriano che parte dalle Alture del Golan occupate e arriva fino alle porte di Damasco.

La tensione nel sud è tornata a salire. Scontri a fuoco con feriti tra le forze di sicurezza governative e la Guardia nazionale fondata lo scorso agosto dallo sceicco e leader druso Hikmat al-Hijri sono avvenuti nelle campagne occidentali della provincia. Colpi di mortaio sono caduti su Al Mazraa, raffiche di mitra e droni hanno colpito i quartieri alla periferia di Suweida. Combattimenti con un morto e tre feriti si sono registrati nel villaggio di Al-Majdal. Spari e raffiche hanno scandito il passare dei giorni in diverse località. Sul terreno, in realtà, è cambiato ben poco: i governativi da tempo controllano più di trenta villaggi nella campagna occidentale di Suweida, mentre la Guardia nazionale ha piena autorità sul centro del governatorato. Determinanti saranno le posizioni che adotterà Washington. A Damasco ritengono che, così come è accaduto con i curdi, e prima di loro con gli alawiti sulla costa mediterranea, gli Usa potrebbero abbandonare anche i drusi al loro destino e impedire una reazione israeliana. Difficilmente gli sviluppi andrebbero in quella direzione.

Intanto pressioni e tensioni aumentano giorno dopo giorno. I media vicini ad Al Julani esortano all’azione muscolare dopo le operazioni dell’esercito siriano che hanno contribuito a disegnare nel nord una nuova geografia politica le cui ripercussioni non resteranno limitate alle Sdf. Il politologo Hamza Al-Muhaimid, vicino al governo di Damasco, ha detto alla stampa araba che «certi dirigenti drusi» protagonisti a Suweida (lo sceicco Al Hijri) devono essere riportati alla realtà perché, sino a oggi, hanno sfruttato circostanze interne ed esterne (Israele) per ottenere vantaggi politici. Al-Muhaimid afferma che «queste circostanze sono cambiate e il sostegno internazionale è ora chiaramente rivolto a Damasco e all’unità del territorio siriano». In sostanza, senza citarla, il politologo chiede di chiudere in un cassetto la «Roadmap in Suweida» — sponsorizzata da Stati Uniti e Giordania e che assegna un’autonomia di fatto alla regione drusa e prevede un’inchiesta sui massacri di luglio — se le soluzioni politiche nella provincia si rivelassero impossibili.

In questo clima di incertezza, non sorprende che, mentre il mese scorso al Hijri, in un’intervista senza precedenti a un giornale israeliano, chiedeva la piena indipendenza dei drusi siriani con la protezione dello Stato ebraico, a Suweida sia scesa in campo la «Terza corrente», un’iniziativa di accademici e intellettuali che dice «di voler salvare la società drusa». Secondo alcuni, la «Terza corrente» non sarebbe altro che una creazione di Damasco per affermare che al Hijri non ha il 90% dei consensi nella comunità drusa, come vanno sbandierando i suoi sostenitori. Chiamato in causa, Israele nel sud continua a fare ciò che vuole incurante dei negoziati che porta avanti con Damasco. Ieri Tel Aviv ha comunicato che le sue forze hanno condotto un’operazione durante la notte, prendendo di mira un presunto deposito di armi della Jamaa al Islamiya a Beit Jinn, un villaggio a ridosso del Golan occupato già attaccato da Israele a fine novembre (almeno 14 morti). Sempre ieri i soldati israeliani hanno preso il controllo e allestito posti di blocco sulle strade che collegano le città di Al-Muallaqa e Ghadir Al-Bustan, nella campagna di Quneitra. Poi hanno arrestato tre giovani a Jabata al-Khashab e un ragazzino mentre pascolava le pecore.

* da il manifesto – 11 febbraio 2026

 

7 febbraio 2026

Il referendum rischia di slittare ad aprile

 di Mario Di Vito *

Falsa partenza La Cassazione ammette il nuovo quesito proposto dai 15 cittadini promotori della raccolta popolare delle firme

Con un provvedimento senza precedenti e che si addentra in territori inesplorati, l’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione riapre la partita del referendum costituzionale sulla giustizia: il quesito proposto dal comitato dei 15 cittadini che in poche settimane hanno raccolto oltre 500.000 firme è stato dichiarato valido. E questo avrà effetto anche sulla data, che dovrà slittare in avanti rispetto al 22 e 23 marzo deciso dal consiglio dei ministri alla fine di dicembre e subito decretato dal presidente della Repubblica Mattarella.

LA CASSAZIONE ha ritenuto che l’ordinanza di novembre dell’ufficio centrale (quella relativa al quesito del parlamentari) non ha consumato il potere di altri soggetti di richiedere in autonomia un referendum. Il motivo è molto semplice, in realtà: non esistono disposizioni di rango costituzionale né di legge ordinaria su cui fondare un limite che sarebbe soltanto un ostacolo all’esercizio dei propri diritti (stabiliti dall’articolo 138 della Carta) da parte, ad esempio, di 500.000 cittadini che presentano le loro firme. Tutto ciò, ad ogni buon conto, non contrasta con quanto stabilito sempre dall’Ufficio centrale lo scorso novembre, da considerare come giudicato «rebus sic stantibus»: l’ammissione era legittima, ma è stata superata. E dunque, con la riformulazione del quesito dovrà ripartire l’intero iter. Il consiglio dei ministri dovrà produrre una nuova delibera e il capo dello stato un nuovo decreto.

LA DIFFERENZA tra il quesito del comitato dei 15 e quello dei parlamentari consiste nel fatto che, in quello ammesso ieri, sono indicati esplicitamente i sette articoli della Costituzione che cambieranno in caso di vittoria del Sì. Un particolare non irrilevante nonché, peraltro, obbligatorio secondo la legge che regola le consultazioni referendarie, la 352 del 1970. Per la Cassazione questa precisazione serve a rendere la partecipazione al referendum più consapevole.

È COSÌ CHE LA PALLA ORA TORNA nelle mani del governo. La questione, proprio perché priva di precedenti, è assai complicata: riconvocare un consiglio dei ministri e fissare una nuova data vorrebbe dire necessariamente far slittare in avanti la data del voto. Servono almeno 50 giorni e non più di 70.

Se i ministri, per improbabile ipotesi, dovessero essere convocati oggi a palazzo Chigi, la prima finestra aperta sarebbe domenica 29 e lunedì 30 marzo. Da tenere presente che la settimana successiva è Pasqua, dunque l’ipotesi meno inverosimile potrebbe essere il 12 e il 13 o il 19 e il 20 aprile, dando per scontato che il governo farà di tutto per non andare alle urne il 26, sull’onda della festa della Liberazione.

CI SAREBBE, FORSE, un’altra possibilità per Meloni: correggere in consiglio dei ministri il quesito deciso a dicembre e lasciare intatta la data. Ma a questo punto il Comitato dei 15, asceso al rango di potere dello stato in quanto riconosciuto «promotore» dalla Cassazione, avanzerebbe di certo un conflitto d’attribuzione davanti alla Corte costituzionale per poter sfruttare tutti i termini previsti dalla legge e dalla Costituzione.

NON È DA ESCLUDERE una soluzione spuria: l’ufficio centrale della Cassazione potrebbe convocare tutti i comitati promotori – quelli dei parlamentari e quello dei 15 – per proporre una mediazione. Il problema, però, è che in questo caso il quesito proposto dai parlamentari (senza riferimento agli articoli della Costituzione) era sbagliato, e tale resta anche se a novembre aveva passato il vaglio del Palazzaccio. Quella che si andrà a votare, infatti, è una legge «di revisione costituzionale» e dunque, a differenza delle «leggi costituzionali», vige l’obbligo di indicare con precisione gli articoli che cambieranno.

UN BEL REBUS, assolutamente inatteso per il governo e per la maggioranza, che credevano di aver chiuso la partita la settimana scorsa, quando il Tar del Lazio aveva bocciato la richiesta del comitato dei 15 di spostare in avanti la data del referendum, visto che era stata fissata prima della scadenza dei tre mesi dall’ok della Cassazione, così come sarebbe previsto dalla legge. I giudici amministrativi avevano dato ragione all’esecutivo, apprezzando però diverse parti del ricorso firmato dagli avvocati Pietro Adami e Carlo Contaldi La Grotteria.

UNA VITTORIA CLAMOROSA per i giuristi guidati dal portavoce Carlo Guglielmi, che avevano lavorato al quesito e che, poco prima di Natale (e molto prima che le maggiori organizzazioni che ora sostengono il No si muovessero per dare una mano), sono andati in Cassazione muniti del loro certificato elettorale per chiedere di poter raccogliere le firme per il referendum costituzionale.

* da il manifesto – 7 febbraio 2026

24 gennaio 2026

Eolico e fotovoltaico producono più energia elettrica delle fonti fossili: lo storico sorpasso in Ue

In cinque anni la loro quota è cresciuta dal 20% al 30%. In Italia l'energia ottenuta dal sole ha compensato il fisiologico calo dell'idroelettrico (dopo il boom del 2024)

In modo forse lento, ma inesorabile, la transizione energetica va avanti. Secondo un rapporto pubblicato oggi da Ember, un think tank indipendente specializzato in temi ambientali, per la prima volta nella storia dell'Unione europea l'energia elettrica prodotta da eolico e fotovoltaico ha superato quella garantita dalle fonti fossili. Nel dettaglio sole e vento hanno prodotto il 30% dell'elettricità contro il 29% di quella ottenuta con l'utilizzo di carbone, gas e altri combustibili. 

I numeri, nel dettaglio

Nel 2025 eolico e solare hanno superato i fossili in 14 dei 27 Paesi. In cinque anni la loro quota nella produzione elettrica Ue è cresciuta dal 20% (2020) al 30% (2025), mentre i fossili sono scesi dal 37% al 29%. Idroelettrico e nucleare sono rimasti stabili o in lieve calo. Il sorpasso di eolico e solare sui fossili nel 2025 è dovuto soprattutto al solare, cresciuto più di un quinto (+20,1%) per il quarto anno consecutivo e balzato al 13% della produzione di elettricità Ue nel 2025, un nuovo record positivo, superando carbone e idroelettrico.

Nel 2025, la produzione elettrica da solare è cresciuta in ogni paese dell’Ue rispetto al 2024 grazie soprattutto a nuove installazioni. Il solare ha fornito oltre un quinto dell’elettricità prodotta in Ungheria, Cipro, Grecia, Spagna e Paesi Bassi. In Italia, la generazione solare ha raggiunto il 17% della produzione elettrica. Le rinnovabili hanno generato il 48% dell’elettricità Ue nonostante condizioni meteo atipiche che hanno causato un calo dell’idroelettrico, del 12%, e dell’eolico, del 2%, ma hanno favorito il solare. L’eolico resta la seconda fonte elettrica Ue, al 17%, e ha prodotto più elettricità del gas.

Come vanno le cose in Italia?

Secondo i dati di Terna, la società che gestisce la rete di trasmissione nazionale, nel 2025 i consumi elettrici italiani sono stati pari a 311,3 TWh, un valore sostanzialmente equivalente a quello del 2024. Nel 2025 le fonti rinnovabili hanno coperto il 41% della domanda, rispetto al 42% del 2024. 

Un dato che sembra in controtendenza rispetto al report di Ember e che tuttavia ha una spiegazione. Se infatti è vero che nell'anno appena trascorso la produzione fotovoltaica ha fatto segnare numeri senza precedenti, dall'altro la produzione idroelettrica è tornata ai livelli standard con una riduzione del 21,2%. Un calo fisiologico dopo lo straordinario incremento del 2024. Più contenuta la diminuzione della fonte eolica (-3,3%), mentre è sostanzialmente stabile la fonte geotermica (-0,3%). 

A crescere, come accennato sopra, è invece l'energia prodotta da fonti fotovoltaiche che è cresciuta del 25,1% e ha raggiunto il nuovo record storico arrivando a superare i 44 TWh con un picco nel mese di giugno di 5,7 TWh (+35,6% rispetto al giugno 2024). Tale incremento (+8.892 GWh) è dovuto sia al contributo positivo dell’aumento di capacità in esercizio (+6.636 GWh) sia ad un maggiore irraggiamento (+2.256 GWh).


da www.europa.today.it – 22 gennaio 2026