7 marzo 2021

Germania: «Achtung», il programma Spd è di sinistra

 Germania. Nelle 48 pagine del candidato cancelliere Olaf Scholz per le elezioni del prossimo 26 settembre: salario minimo a 12 euro, reddito di cittadinanza e patrimoniale per i super-ricchi

di  Sebastiano Canetta*

Salario minimo di 12 euro l’ora, patrimoniale per i super-ricchi e sostituzione del famigerato sistema di sussidi «Hartz IV» con un vero reddito di cittadinanza. Ma anche blocco degli sfratti nelle aree soffocate dalla speculazione immobiliare, asili e scuole elementari gratuiti, economia sostenibile, fine del debito-zero e pure della libertà di sfrecciare senza limiti nelle autostrade.

In 48 pagine la Spd riassume il programma del candidato cancelliere Olaf Scholz per le elezioni del prossimo 26 settembre, e dopo un decennio di “liberal-socialismo” rappresenta la bozza di un autentico piano di sinistra, a tratti perfino concorrenziale con la Linke e i Verdi. La Germania «sociale, digitale e climaticamente neutrale» immaginata ieri a Berlino dal ministro delle Finanze Scholz non appare esattamente su misura della lobby del made in Germany, almeno sulla carta.

A partire dal clamoroso ritorno della sovrattassa (sospesa dal 1996) del 3% per i redditi superiori a 250mila euro annui, i cui introiti dovranno essere «destinati a finanziare lo stato sociale e la politica climatica». Per proseguire con la storica abolizione dell’«Hartz IV»: la controversa riforma voluta dall’ex cancelliere Gerhard Schröder, utilizzata per istituzionalizzare lo sfruttamento con i mini-job. «Ora serve un vero e proprio reddito di cittadinanza con una soglia sufficiente per vivere dignitosamente e permettere alle persone di partecipare in modo attivo alla società» si legge nel programma elettorale. Non spariranno i non pochi obblighi legati all’erogazione del sussidio, ma per la prima volta i socialdemocratici stabiliscono di «cancellare le sanzioni per chi non rispetta le regole, che non hanno senso e non sono dignitose».

Una decisa sterzata politica: procede in parallelo con la fine del tabù dello Schwarze Null (il pareggio di bilancio previsto dalla legge) peraltro abbondantemente seppellito dalla pioggia di miliardi statali erogati per salvare l’economia dagli effetti del coronavirus. Ma nelle 48 pagine presentate ieri dalla Spd spicca anche il miglioramento del sistema sanitario che, nonostante la propaganda, continua a rivelarsi come modello tutt’altro che proverbiale: «Bisogna assicurare a tutti i cittadini l’accesso paritario alle cure mediche e si deve porre fine prima possibile all’orientamento al profitto delle strutture ospedaliere». Fa il paio con il nuovo sussidio per i figli da ricalibrare in base al reddito delle famiglie e con la riforma delle pensioni (ancora minori nei Land dell’Est rispetto all’Ovest), oltre al «diritto digitale» secondo cui lo Stato deve garantire la fornitura domestica minima di gigabite.

Nel piano Spd sono inoltre previsti i pannelli solari obbligatori per tutti gli edifici pubblici, l’inedito limite di velocità di 130 km all’ora sulle autobahn e il congelamento dei canoni di affitto nelle «zone con con mercato immobiliare ristretto». Infine l’aspirante-cancelliere Scholz apre la porta anche all’ipotesi del trasporto pubblico gratuito.

* da il manifesto – 3 marzo 2021 - nella foto: Olaf Scholz   

La Germania ferma l’atomo e accelera sulle rinnovabili

di Sebastiano Canetta *

Dallo spegnimento definitivo del nucleare allo storico sorpasso delle rinnovabili sul fossile raggiunto il mese scorso. La doppia svolta della Germania che in dieci anni ha rivoluzionato il proprio programma energetico, anche se impiegherà almeno un decennio per centrare la sostenibilità ambientale e altri trent’anni per il target delle emissioni zero. In ogni caso a Berlino la nuova era è cominciata, all’insegna del gas, mentre lo Stato ha già investito ben 12 miliardi sulla futura frontiera dell’idrogeno.

LA RETROMARCIA. Dieci anni fa, tre mesi dopo il disastro di Fukushima, il secondo governo Merkel annunciava ufficialmente che la Germania avrebbe chiuso tutte le centrali atomiche entro il 31 dicembre 2022. Una svolta epocale per la cancelliera democristiana, fino ad allora tutt’altro che antinuclearista né troppo preoccupata per i continui incidenti negli impianti tedeschi. L’anno prima, infatti, aveva dato il via libera al prolungamento della vita dei reattori condannati alla scadenza dei parametri tecnici di sicurezza, esattamente come richiesto dalla lobby dell’atomo.

Il 14 marzo 2011, però, Mutti aveva cambiato idea. Nelle 48 ore intercorse fra l’edizione straordinaria del Tg giapponese dell’11 marzo e la prima seduta utile del governo per votare lo stop di 3 mesi per le 7 centrali più vecchie e la chiusura immediata di Krümmel: l’impianto nucleare costruito negli Anni Ottanta sulle rive all’Elba alle porte di Amburgo (la sua città natale) con il famigerato record di guasti. La moratoria venne certificata dalla Commissione tecnica per la sicurezza dei reattori e dalla neonata Commissione etica per il nucleare sicuro, quindi la cancelliera il 6 luglio firmò l’atto che sanciva l’uscita definitiva dal programma atomico.

Ma l’exit di Merkel coincise, anche e soprattutto, con la vittoria del movimento antinuclearista nato alla fine degli Anni Settanta con il Sole che ride e culminato nella fondazione del partito dei Verdi. Nell’estate 2000 proprio il governo rosso-verde guidato dal cancelliere Schröder varò l’Accordo tra il governo e le società di approvvigionamento che prevedeva di chiudere la centrale di Stade nel 2003, quella di Obrighen nel 2005, più l’obbligo per i gestori degli altri impianti al rifornimento minimo di combustibile nucleare: da quel momento verrà contingentato fino al taglio totale. Senza fissare la data di chiusura delle centrali, il governo calcolò che le barre atomiche si sarebbero esaurite al massimo nel lustro 2015-2020. La vita dei sette impianti operativi, in realtà, finirà il 31 dicembre 2022 e coinciderà con l’inizio della decomissioning che si preannuncia lunga, costosa, e tecnicamente problematica. Ma la svolta era conclusa.

IL SORPASSO. Il 30 dicembre scorso diventa pubblico il rapporto energetico dell’Istituto Fraunhofer con i dati del decennio successivo all’abbandono del nucleare. Da un totale di 53 Terawattora prodotti da fonti alternative del 2002 (con la quota di fossile pari a 459 Twh) si è passati a 245 Twh dell’anno scorso, segnando il clamoroso sorpasso rispetto alle centrali convenzionali che hanno immesso in rete solo 240 Twh. Rispetto al dodici mesi fa il solare è aumentato dell’1,2%, l’eolico del 2,5%, e la produzione da biomassa quasi dell’1%. Non sono numeri eccezionali e risentono pesantemente del lockdown che ha fatto crollare i consumi, ma il Fraunhofer non fa sconti al governo evidenziando la crescita troppo lenta così come il mancato raggiungimento dell’obiettivo del 50% di produzione dalle rinnovabili. Comunque, per effetto del Covid-19, Berlino l’anno scorso ha ridotto il consumo di olii minerali del 12% (anche grazie al dimezzamento del carburante per gli aerei) mentre l’utilizzo di gas è calato del 3,4% per effetto della minore domanda di industria, commercio e servizi, non compensato dall’aumento del mercato domestico.

LA TRANSIZIONE INCOMPLETA. Tuttavia ancora non basta: nel 2020 la Germania ha importato il 36% di energia in più rispetto al 2019, mentre il colosso Uniper fa sapere che (nonostante l’uscita dal carbone prevista per il 2030) la sua centrale Datteln 4, entrata in servizio lo scorso maggio, resterà accesa fino al 2038. «Mancano 150 chilometri alla conclusione del gasdotto Nord Stream sul Baltico per cui stiamo eliminando il carbone ma gradualmente. In futuro la Germania avrà bisogno di stock sempre più crescenti di gas» riassume Andreas Schierenbeck, Ceo di Uniper che gestisce l’impianto a carbone pulito «progettato per consumare meno CO2».In realtà, come spiegano gli attivisti di Greenpeace e Bund, «la maggiore efficienza di Datteln 4 porta a far funzionare la centrale più spesso a pieno carico con il risultato di produrre più emissioni». Per questo il ministero dell’Ambiente è stato costretto a confermare la previsione di crescita del CO2 fino al 2038. E per lo stesso motivo i maggiori sforzi del governo sono già rivolti all’idrogeno da produrre con fonti sostenibili. Un target tecnicamente quasi a portata di mano, ma davvero ancora troppo lontano.

* da il manifesto – 12 gennaio 2021

Germania: Un rifugiato al Bundestag: Alaows corre con i Verdi. E potrebbe vincere

 Germania. Dalla Siria alla Germania attraverso la rotta balcanica: arrivato nel 2015 Tareq, avvocato 31enne, si è impegnato al fianco degli altri profughi e ora si candida al parlamento

di Sebastiano Canetta *

Da profugo della guerra in Siria a candidato al Bundestag alle elezioni federali del prossimo settembre. È la stupefacente parabola di Tareq Alaows, 31 anni, approdato in Germania cinque anni fa all’apice dell’emergenza migranti e ora pronto a sbarcare in parlamento nelle liste dei Verdi del Nordreno-Vestfalia. Il più clamoroso esempio del Wir schaffen das (Ce la facciamo) scandito nel 2015 dalla cancelliera Angela Merkel, che secondo i «think-tanker» dell’informazione mainstream le sarebbe dovuto costare le dimissioni nel giro di pochi mesi.

UN LUSTRO DOPO emerge la prova fattuale dell’integrazione al massimo livello civile, sociale e istituzionale. «Voglio essere la prima persona al Bundestag fuggita dalla Siria in grado di dare politicamente voce alle centinaia di migliaia di profughi costretti a scappare dalla guerra ora residenti in Germania», riassume Alaows nel video di presentazione sul suo account Twitter. Laureato in legge dopo il corso di studi all’Università di Aleppo, Tareq ha raggiunto il confine della Bundesrepublik nel luglio 2015 camminando per otto settimane lungo la famigerata rotta balcanica. Ha imparato il tedesco in meno di sei mesi mentre viveva nella palestra di una scuola a Bochum, prima di risultare due anni fa tra i co-fondatori di Seebrück, il cartello che riunisce le ong impegnate nel ponte umanitario a sostegno dei rifugiati, non solo siriani. «Il Nordreno-Vestfalia è la mia casa, proprio qui ho iniziato la mia attività politica», sottolinea Alaows. Anche se in realtà il suo impegno in favore dei profughi era già cominciato in Siria con le manifestazioni per la pace subito dopo lo scoppio della guerra civile ed era continuato con la raccolta di aiuti per la Mezzaluna Rossa.

Martedì mattina ha lanciato ufficialmente la sua candidatura (per il mandato diretto) alle elezioni nazionali previste per il 26 settembre come rappresentante dei Verdi del distretto di Oberhausen, dopo avere richiesto la cittadinanza tedesca. L’ultimo miglio della strada percorsa seguendo il suo unico obiettivo: «Tutto ciò che volevo quando sono scappato dalla Siria era la possibilità di condurre una vita in modo dignitoso e soprattutto in sicurezza», spiega Alaows nell’intervista al Tagesspiegel.

Per questo già pochi mesi dopo essere arrivato nella Ruhr, «inorridito dalle condizioni dei profughi», aveva contribuito alla nascita dell’associazione Refugee Strike Bochum, con l’obiettivo di migliorare gli alloggi nei centri-migranti dal punto di vista materiale e sotto il profilo della partecipazione democratica. Poi è diventato assistente sociale mettendo a frutto gli studi giuridici e ha iniziato a offrire vere e proprie consulenze legali ai rifugiati. Oggi Alaows è un politico dei Verdi a tutto tondo. A fianco ai diritti dei migranti insegue la svolta climatica connettendo la battaglia in favore dell’ambiente con l’emergenza umanitaria globale permanente. «La crisi climatica aggraverà ulteriormente la condizione di donne e uomini nel sud del mondo. Ecco perché una politica climatica equa deve necessariamente essere incardinata sui rifugiati e sui motivi alla base delle grandi migrazioni». Se verrà eletto – evento tutt’altro che improbabile dato che i Verdi viaggiano stabilmente tra il 18 e il 20% nei sondaggi – promette di incarnare «la voce di tutti i profughi in Germania».

AL DI LÀ DEL RISULTATO del voto in autunno è impossibile non registrare le conseguenze politiche a lungo termine della crisi umanitaria di cinque anni fa. La Repubblica federale, alla fine, è riuscita ad accogliere 1,9 milioni di migranti senza che si verificasse il collasso politico auspicato dai sovranisti e pronosticato dai liberal. Nel 2021 il fascio-populismo di Alternative für Deutschland vale appena il 7% nelle urne, come certifica la fotografia demoscopica pubblicata dall’istituto Forsa due giorni fa.

* da il manifesto - 4 marzo 2021

6 marzo 2021

Ambiente e Conversione ecologica

 
di  Associazione Laudato  Si' ( ottobre 2020) *

È sbagliato oltreché impossibile separare ambiente e società; sono due cose inestricabilmente connesse. Per questo, le misure di tutela dell’ambiente sono al tempo stesso misure di tutela della convivenza; in particolare della parte della popolazione maggiormente colpita dalle conseguenze della crisi ambientale: è il nucleo della conversione ecologica.

Il tempo a disposizione, prima che la crisi climatica raggiunga il punto di irreversibilità (tipping point), sta scadendo. Non si sa che cosa verrà dopo, ma si sa che la vita sarà peggiore e più difficile per (quasi) tutti. Per questo occorre focalizzarsi non solo sulla mitigazione (fermare o ritardare i fattori della crisi ambientale) ma anche e soprattutto sull’adattamento(rendere meno difficile e più accettabile la vita in condizioni estreme).

Un green deal non può essere affidato solo né in via prioritaria a meccanismi di mercato, ancorché “guidati” (come quelli istituiti dai protocolli di Kyoto, dimostratisi fallimentari): cioè a incentivi, sia “a fondo perduto” che mediante crediti a tassi agevolati. Occorre in via prioritaria introdurre dei divieti, anche dilazionati nel tempo, o introdurre delle penalizzazioni, come la tassazione aggiuntiva dei fossili o la soppressione degli incentivi in vigore: tutte misure che vanno però sostenute con forme di accompagnamento, mirate su specifiche categorie o gruppi sociali, tese ad attenuarne, compensarne o invertirne gli effetti negativi, o a indurli ad adottare soluzioni alternative. Al sostegno di queste misure dovrebbe essere destinata la maggioranza dei fondi mobilitati, con un ricorso decrescente agli incentivi a singoli progetti (cioè ai grandi gruppi) e la loro destinazione a programmi di conversione che investano tutto il tessuto sociale in forme programmate a tutti i livelli istituzionali. 

I settori portanti della conversione ecologica, tutti tra loro interconnessi, sono, secondo noi: 

  1. Energia
  2. Alimentazione e agricoltura
  3. Centralità del vivente e del rapporto con la natura
  4. Centri urbani
  5. Gestione delle risorse

Legenda:Per facilitare l’orientamento e un successivo approfondimento delle misure proposte dai contributi inoltrati, al di là delle scadenze immediate, proponiamo di suddividerli in quattro categorie generali: 

  1. Obiettivi e finalità di carattere generale proposte più come misure di orientamento che come proposte immediate; 
  2. Misure che potrebbero costituire i contenuti positivi di un programma di governo, ma che oggi si possono presentare solo come rivendicazioni e obiettivi di mobilitazione; 
  3. Misure di interdizione che, oltre che sotto forma di rivendicazioni, possono costituire l’oggetto di mobilitazioni specifiche, peraltro in molti casi già in corso; 
  4. Misure che hanno un’immediata rilevanza progettuale, suscettibili di un’attivazione anche a livello solo locale, purché sostenute da una prospettiva di generalizzazione garantita dalla loro replicabilità.

1. Energia

Per quanto riguarda la politica energetica, consideriamo prioritari i seguenti obiettivi, classificati secondo la ripartizione proposta: 

a) Rivedere il Pniec (Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima) pubblicato nel gennaio scorso che prevede di mantenere una quota fossile elevata nella produzione di elettricità e che punta sul metano sia a livello territoriale sia nel campo dei trasporti. 

Praticare una pluralità di soluzioni che conseguano, con riconversioni e piani specifici in ogni territorio, l’obbiettivo espresso dal Parlamento Europeo che indica per il 2030 un target di riduzione dei gas serra del 60% rispetto ai livelli del 1990, e ciò a seguito dello stop al carbone entro il 2025 e in vista di una definitiva decarbonizzazione del modello energetico, che anticipi la scadenza del 2050.

b) Sostenere l'elaborazione di una strategia nazionale per l'idrogeno favorendone l'impiego nelle filiere in cui risulta più difficile la decarbonizzazione (siderurgia, chimica, trasporto pesante, ecc.) e scartando ogni tipo di opzione favorevole all'impiego di idrogeno prodotto da fonti fossili e di idrogeno “blu”. 

Ridisegnare e riconvertire la mobilità. Fare del trasporto pubblico l'architrave di un sistema di mobilità sostenibile. Per tutti i veicoli va velocizzato il passaggio all'elettrico e, successivamente, all'idrogeno, nel quadro di una progressiva riduzione del ricorso all'auto di proprietà individuale, per sostituirlo con sistemi di trasporto collettivo, sia di massa sia personalizzato, comunque alimentato da fonti di energia rinnovabile. L'indicazione per il phase out dei veicoli a benzina e diesel non deve andare oltre il 2030.

c) Imporre da subito una tassa sul contenuto di carbonio dei beni e servizi prodotti o importati. L’ammontare del prelievo può risultare neutrale perché, una volta incassato, verrebbe ridistribuito come dividendo alla popolazione e in maggior misura alle persone indigenti che consumano meno: lo si potrebbe definire un “reddito di cittadinanza ecologico”. 

Abrogare il meccanismo di proroga automatica delle concessioni a estrarre gas e petrolio sia in mare sia su terra ferma. Bloccare senza indennizzo tutti i progetti di potenziamento del ricorso al fossile in corso di realizzazione o in programma: gasdotti, gassificatori, CCS, raffinerie, centrali termiche: sono destinati a rivelarsi stranded costs.

d) Diffondere su tutto il territorio una cultura energetica concreta dell’efficienza e delle fonti rinnovabili tra loro integrate in sistemi misti e distribuiti, escludendo o riducendo al minimo il ruolo dei grandi gruppi inevitabilmente interessati a protrarre in varie forme il ricorso al fossile nelle più diverse forme. Una democrazia energetica in un sistema decentrato prevede la nascita e la crescita di Comunità Energetiche Rinnovabili e la predisposizione di schemi di Autoconsumo Collettivo. I due strumenti costituiscono, in coerenza con gli obiettivi di decarbonizzazione, una delle modalità di organizzazione che i cittadini possono adottare dal basso per rispondere in modo collettivo a bisogni energetici e sociali riconosciuti come prioritari dal contesto abitativo o dalla comunità in cui vivono. Mettere in grado i cittadini e i responsabili di enti e imprese di valorizzare le opportunità offerte dalla tecnologia e dalla normativa. Oggi sia nelle abitazioni civili che nelle piccole imprese e nelle amministrazioni di piccoli centri urbani (ma spesso anche di quelli grandi) l’utilizzo delle tecnologie e degli eventuali incentivi correlati è assolutamente casuale: li utilizza chi viene a conoscenza della loro esistenza, ne sa valutare la convenienza, ha le risorse per sostenerne il costo iniziale o per trasferirlo alle banche, riesce a svicolare tra le molte pratiche burocratiche. Per lo più il sostegno a una o tutte queste funzioni è fornito dalla ditta fornitrice o installatrice, ciascuna esclusivamente per le opere di sua competenza: installazione di pannelli solari, pompe di calore, impianti minieolici, utilizzo di biomassa, cambio degli infissi, cappotto termico, ottimizzazione delle apparecchiature e degli impianti esistenti. Tutti questi interventi invece andrebbero presi in considerazione insieme, perché sono interdipendenti. Per questo occorre che vengano messi a disposizione dei Comuni, o delle unioni (di fatto o di diritto) di piccoli comuni i fondi necessari a finanziare una grande campagna di check-up energetici su tutto il territorio nazionale, reclutando, formando e impegnando teams misti per competenze (elettriche, elettroniche, idrauliche, edili, sociali: queste indispensabili per entrare in contatto nel migliore dei modi con l’utenza, qualsiasi essa sia) autorizzate a visitare sistematicamente tutti gli edifici e gli impianti produttivi al di sotto di una data soglia e tenute a redigere, con il concorso di uno o più responsabili dell’impresa, dell’ente, del condominio o dello stabile, se esistenti e disposti a collaborare – se no, anche senza -e per ciascun punto visitato un progetto dettagliato di ottimizzazione dei consumi e di conversione degli impianti, anche aggregando utenze vicine o connesse e proponendo le relative modalità di gestione. Il progetto dovrà essere corredato da un preventivo di massima dei costi, delle possibili fonti di finanziamento (molti interventi, se aggregano un numero sufficiente di utenze, sono finanziabili in modalità Esco) e/o degli incentivi utilizzabili, dei tempi di rientro dell’investimento e dalla indicazione ditte in grado di effettuare il/gli interventi proposti: ditte che dovranno aver prima sottoscritto una convenzione con il Comune per garantire economicità del prezzo e qualità del lavoro. Il tempo di costituzione, formazione e collaudo di questi team non dovrebbe superare i sei mesi, la maggioranza dei check-up dovrebbe essere portata a termine in non più dei successivi due anni e il personale impiegato dovrebbe venir previsto in ragione di almeno un addetto ogni 500 abitanti, per un totale di circa 120.000 assunzioni (più, ovviamente, il personale addetto alla formazione e al coordinamento dei teams, che può essere in gran parte attinto da università e centri di ricerca): una vera e propria leva di giovani laureati e diplomati che avrebbe ampia possibilità in seguito di essere impiegata in attività di direzione dei lavori, aggiornamento e installazione di nuovi impianti, senza tema di essere dimessi a lavori conclusi. 

2. Alimentazione e agricoltura 

Occorre promuovere una radicale conversione dei consumi alimentari in direzione di una drastica riduzione del consumo di carne e dei suoi derivati, di grassi e zucchri, di prodotti coltivati o trattati con fertilizzanti, pesticidi e conservanti sintetici.   

A questo scopo vanno finanziati, promossi e messi in campo team multidisciplinari (medico, nutrizionista, agronomo, economista e sociologo) per assistere i centri di consumo collettivo (mense aziendali e non, ristoranti, negozi alimentari che lo richiedono), ma soprattutto le famiglie e le associazioni civiche (facendo capo in questo caso alle scuole, aperte al pubblico di pomeriggio o sera per sedute periodiche di educazione alimentare). 

In questo percorso, si deve prestare particolare attenzione all’assistenza ai GAS (Gruppi di acquisto solidale) per mettere a loro disposizione, se richieste, competenze di ordine contabile, informatico, nutrizionale, agronomico ed eventualmente strutture di magazzinaggio, favorendo la trasmissione dell’esperienza dei GAS consolidati a quelli in difficoltà o in via di formazione. Anche in questo caso, occorre coprire tutto il territorio e la popolazione italiana con un impiego di personale in ragione di almeno un addetto ogni 2000 abitanti, per un totale di 30.000 neodiplomati e neolaureati (più gli addetti alla formazione e al coordinamento) per un periodo di quattro mesi per il reclutamento e la formazione e di due anni di esercizio pieno, con ampia possibilità di venir impiegati in seguito nella ulteriore qualificazione del settore. 

La stessa opportunità va offerta agli agricoltori e alle imprese agricole interessate o che hanno necessità di riconvertirsi verso un’alimentazione più sana (soprattutto se impegnati nell’allevamento o nell’industria della carne e dei suoi derivati o in coltivazioni e trattamenti che dipendono dall’impiego di supporti e additivi sintetici). L’obiettivo prioritario è la conversione dell’agricoltura a un assetto sostenibile finalizzato prioritariamente a un’alimentazione più sana, senza trascurare le altre attività che possono fungere da sostegno alla transizione.  

Poiché in questo campo è fondamentale la promozione della multifunzionalità delle imprese (produzione di cibo, di legname, di biogas e altre risorse energetiche, di tutela della biodiversità e degli assetti idrogeologici, di offerta turistica e di educazione alla natura), la composizione dei team di accompagnamento sarà necessariamente più complessa e il periodo del suo impiego più lungo.  

Un investimento consistente va destinato alla rivitalizzazione e riqualificazione delle aree interne sia in campo agricolo che nel recupero e utilizzo di edifici abbandonati. Si tratta di un’occasione straordinaria per promuovere l’inserimento sociale e lavorativo di migranti e di giovani interessati a un ritorno alla terra, contestualmente alla promozione di imprese e cooperative per la definizione e la gestione dei progetti. La misura dovrebbe essere sostenuta commisurando l’entità dei fondi allocati a ogni regione o a ogni comune al numero dei lavoratori migranti impiegati: in questo modo si scatenerebbe una competizione tra enti locali per accaparrarseli in vece di una guerra per respingerli.

3.Recupero della centralità del vivente e del rapporto con la natura

Poiché la pandemia ci ha colpiti anche a causa della distruzione di habitat e dello squilibrio tra specie, negli obiettivi legati al Recovery Fund deve entrare a pieno titolo il discorso sul vivente, che si riverbera nelle pratiche di tutela dei diritti animali e recupero di una cultura che ci veda parte di un ecosistema, (ri)scoprendo la convivenza con le forme animali e vegetali che co-abitano tanto il pianeta quanto i territori e le città in cui viviamo e lavoriamo. 

Occorre ridurre con operazioni di educazione e comunicazione la portata dell'allevamento intensivo, incentivando produzioni cruelty free e garantendo controlli sul benessere animale
Obiettivo primario, in un mondo dove le specie si riducono vertiginosamente, sono l’abolizione della caccia e l’istituzione di percorsi protetti per le migrazioni degli uccelli e della fauna selvatica, congiungendo aree boschive ridotte e lontane l'una dall'altra, spesso separate da barriere inaccessibili come autostrade e grandi opere, sul modello del corridoio ecologico costruito in Germania sulla terra di nessuno dell’ex Cortina di ferro, o dell’Ecodotto dei Paesi Bassi.
La campagna deve tornare a fare capolino nelle città, con la creazione di passaggi protetti che consentano il ritorno di una certa vita selvatica, come è accaduto nel periodo del lockdown. Abbiamo bisogno di riportare la vita delle specie animali e vegetali anche nelle città, favorendo in particolare la nidificazione degli uccelli e la tutela delle api. 
Occorre imporre una reale protezione delle specie a rischio di estinzione e proibire abbattimenti e riduzione in prigionia della fauna ritenuta pericolosa (dobbiamo imparare a convivere nella separazione degli spazi, non radere al suolo ciò che ci disturba).
Occorre, introdurre nelle scuole una (ri)educazione alla convivenza con la natura e pretendere il diritto alla coabitazione con la bellezza della natura anche nelle periferie.

4.Centri urbani

Il principale obiettivo da perseguire per rendere sostenibili e vivibili città e centri abitati è la loro restituzione alla vita dei bambini, che va considerata la misura dei risultati perseguiti e raggiunti. Il principale mezzo per conseguire questo obiettivo è la drastica riduzione, fino all’azzeramento, del numero di auto private in circolazione. Questa misura avrà conseguenze positive anche sulla qualità dell’aria; infatti, l’auto elettrica non costituisce un’alternativa a quella convenzionale, perché l’80 per cento del particolato prodotto dal traffico è dovuto all’attrito dei freni e degli pneumatici. Questo obiettivo va definito e annunciato in modo esplicito a qualsiasi livello istituzionale venga adottato, in modo da scaglionare nel tempo – di almeno una sindacatura – le misure per realizzarlo; e anche per prevenire l’acquisto di una nuova auto a chi sa già che entro breve non potrà più usarla. 
Va finanziato in modo sostanziale il potenziamento del trasporto pubblico locale di linea, con mezzi ecologici, affiancandolo e integrandolo con l’istituzione di servizi a domanda, di mobilità flessibile (car sharing, car pooling aziendale, city logistic, cioè sistema urbano di distribuzione delle merci) e di mobilità dolce (bicicletta e monopattini, pedonalizzazione e allargamento dei marciapiedi), negoziando con ognuna delle categorie per le quali l’uso dell’auto in città è uno strumento di lavoro indispensabile delle soluzioni alternative praticabili e finanziariamente sostenute. 
Queste misure dovranno essere affiancate da una riconversione urbanistica che blocchi il consumo e l’ulteriore impermeabilizzazione del suolo, destinandolo al verde, e che preveda, nelle città medio-grandi, la redistribuzione e l’incentivazione del trasferimento di servizi pubblici e privati (compresa la creazione di strutture locali di coworking e di lavoro a distanza) in funzione della creazione delle cosiddette Aree 15, dove tutti i servizi sono raggiungibili in non più di 15 minuti a piedi. E’ ovvio che la riduzione e l’azzeramento del traffico privato dovrà essere accompagnato dalla moltiplicazione di aree pedonali e delle Zone 30, da una restrizione delle carreggiate stradali e delle vie percorribili con auto private, ma soprattutto da una introduzione graduale del divieto di sosta a bordo strada, liberando così dal traffico e dall’ingombro la carreggiata stradale, cosa sufficiente a raddoppiare, a parità di mezzi, personale e consumi (meno stop and go) la capacità dei servizi pubblici.
Il secondo risultato da perseguire per rendere vivibili i centri urbani è la moltiplicazione del verde con piantumazioni (e non solo aiuole) ovunque ci siano spazi adatti e la destinazione di aree libere di una certa consistenza a orti urbani, da affidare, sia individualmente che collettivamente, agli abitanti locali, sostenendone, se necessario, la produzione sia con la dotazione di una strumentazione e un’assistenza tecnica adeguata che con il suo acquisto da parte delle mense pubbliche. I Comuni devono essere messi finanziariamente in grado di vincolare le aree private non costruite e di rinunciare a valorizzare economicamente quelle in proprio possesso.

La gestione dei rifiuti urbani (del cittadino) e speciali (delle imprese) va affrontata alla fonte, con i criteri dell’economia circolare, che non è solo il recupero e il riciclo di quanto viene scartato, ma la progettazione, la realizzazione e la vendita di prodotti concepiti in modo tale da non produrre scarti che non siano facilmente identificabili e riciclabili, sia nella fase della produzione – dalla materia prima al prodotto finito – e della circolazione (imballaggi), che in quelle del loro uso e della loro dismissione. Per i servizi di nettezza urbana si tratta di promuovere e finanziare il potenziamento delle raccolte differenziate (allargando la gamma degli articoli raccolti in modo differenziato, i sistemi porta a porta e la tariffazione puntuale), ma anche le attività di recupero dei beni durevoli dismessi. Per le imprese, viceversa, che sono responsabili degli scarti prodotti dalle rispettive lavorazioni, si tratta di penalizzare l’obsolescenza programmata dei beni durevoli, di vietare tutti gli ostacoli oggi frapposti alla loro manutenzione, di promuovere, incentivandole, le imprese e le attività di manutenzione e di riparazione, di sostenere l’adozione di approcci fondati sull’ecodesign e di promuovere e finanziare l’interconnessione tra gli scarti di un’impresa e gli input delle altre attraverso attività di ricerca e di assistenza alle imprese specifiche per ogni area produttiva del paese.

E' ovvio che qui si entra nel tema della riconversione del sistema industriale e che tutte le misure proposte devono affrontare i problemi occupazionali ad essa connesse, garantendo a tutti un reddito di base adeguato e assistendo ciascuno nella ricerca di una nuova collocazione. In negativo, va messo in conto un drastico ridimensionamento dell’industria automobilistica e di tutti i servizi ad essa connessi. In positivo, va vista l’enorme richiesta di manodopera, a tutti i livelli di qualificazione, generata dalla produzione, installazione e manutenzione di sistemi di efficientamento energetico e di generazione di elettricità, calore e condizionamento da fonti rinnovabili; dalla produzione di mezzi di trasporto collettivi o condivisi e dei servizi ad essi connessi; da un potenziamento della bellezza dei territori che può richiamare un turismo positivo, non di rapina; da un diverso sistema di produzione e di consumo del cibo; da un fiorire di attività educative, didattiche, formative e comunicative che favoriscano il passaggio all’ecologia integrale.

 * Contributo al dibattito di Società della Cura – 24 ottobre 2020

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