di Massimo Marino
Sono rimasti in pochi
i sinceri negazionisti climatici, infarciti di scemenze e ignoranti in assoluta
buona fede.
Resta ancora qualche
imbroglione, che per scrivere qualcosa su un giornale destrorso fa finta di
niente e non vede né lo sterminio di anziani, né boschi e foreste che bruciano,
né le amate centrali nucleare fermate perché l’acqua è troppo calda e le meduse
intasano i filtri degli impianti di raffreddamento, né i fiumi trasformati in
paludi mefitiche, né le cime dei ghiacciai nude e spelacchiate. Figuriamoci se
gli interessa che abbiamo superato i 430 ppm di CO2 ( quando ero un ragazzotto
nel ’68 erano 320 ), oppure che come Italia abbiamo il penoso record nel mondo
di auto per abitante ( circa 70 su 100 abitanti) ma entro alcuni anni avremo
meno km di metropolitane per km² del Bangladesh.
Niente da stupirsi se
i padroni del mondo (petrolio e gas, automotive, finanza, assicurazioni,
armamenti, costruttori e cementificatori ) siano disposti a tutto pur di
impedire, ancora per qualche decennio, di avviare una transizione planetaria
che garantisca un futuro al pianeta nella seconda metà del secolo.
Alcuni anni fa mi
convinsi che la battaglia culturale contro i negazionisti era solo una grande
e inutile perdita di tempo, una trappola per sviare l’attenzione dai
distruttori del pianeta che continuano a fare i loro sacrosanti maledetti
affari e ci propongono una bella battaglia ideologica fra i realisti che difenderebbero
l’economia e garantirebbero il lavoro ( oltre ai loro sacrosanti dividendi
miliardari) e i catastrofisti dell’ambiente che propinerebbero
irresponsabili ideologie ecologiste.
Come sempre il modo migliore per arenare un serio terreno di scontro sociale, politico
e culturale è quello di aggirare gli argomenti e le ragioni, inventare due poli
e scatenare la battaglia delle curve da stadio o come quella fra i galli da
combattimento che finisce con piume che svolazzano da tutte le parti mentre lo
scommettitore se la svigna con il malloppo.
Otto anni fa la
quindicenne Greta Thumberg, ragazzina anomala e irregolare, riuscì nel miracolo
che nessun partito né verde né di altro colore era stato in grado di fare,
indicando all’attenzione del mondo e non solo delle giovani generazioni, la
grave responsabilità che Istituzioni internazionali, Governi e Partiti avevano (
senza grandi differenze fra loro) nel permettere che una manciata di
multinazionali e di autarchi straricchi e fuori di testa potessero trascinarci
alla distruzione del pianeta e di tutti coloro che lo abitano nel giro di
qualche decennio. Friday for Future e altre decine di sigle non tutte note e
attendibili, con giovani leader nella scia di Greta, rilanciarono l’abc della
protesta ambientalista, portarono
milioni e milioni di persone in piazza in centinaia di manifestazioni e
appuntamenti. L’onda verde coinvolse l’intero pianeta, dai paesi africani alle
metropoli dell’occidente, dall’ONU alle COP. Nel 2022 Greta Thumberg pubblicò The
Climate Book, un volume di 464 pagine contenente parecchi suoi interventi su diversi aspetti
della crisi ambientale e varie decine di ottimi contributi dei principali
esperti e scienziati di diverse zone del pianeta. Mi sembra umanamente il
massimo che potesse fare e lo ha fatto con grande impegno.
La nostra casa è in
fiamme … Non abbiamo un pianeta B … Come osate ? .. ( rivolto ai
potenti del mondo e alle loro parole vuote ). Milioni di persone si riconobbero
in queste rabbiose e sincere urla di protesta di una ragazzina. Ma il
movimento non trovò gli interlocutori capaci di trasformare la protesta in
concreti obiettivi in grado di combattere quelle istituzioni e quei gruppi di
potere che facevano da muro per impedire una conversione planetaria dell’intero
pianeta nel nuovo secolo che avanza. Dal 2022 i potenti che governano il mondo,
con poche defezioni, capirono che non potevano permettere di essere messi da
parte e si misero ad organizzare
l’armata che attraverso tutti gli strumenti possibili ( media, contaballe, lobbisti, corruzione, repressione e violenza )
imponesse la loro sopravvivenza, almeno per qualche decina di anni, il tempo di
arrivare miliardari e felici al camposanto, con un parola d’ordine semplice: va
tutto bene così, non c’è nulla da cambiare, non ce ne andremo mai..
*
I consumi finali lordi
di Energia nel 2025 in Europa (EU) sono stati pari a circa 115 Mtep ( milioni
di tonnellate equivalenti di petrolio) quasi costanti da alcuni anni e in
lentissima discesa, almeno fino al 2030
nelle previsioni, rispetto ai 133 Mtep
del 2010. Non è vero che i consumi energetici hanno continuato e continuano a
salire, è solo un modo per ingarbugliare
le carte che poi i numeri a consuntivo non avallano. Secondo il PNIEC del 2019 ( Piano Nazionale Integrato per l'Energia e
il Clima ) tutti gli Stati europei dovrebbero definire propri obiettivi su cinque assi ( decarbonizzazione, efficienza
energetica, sviluppo del mercato interno dell’energia, ricerca e
innovazione, competitività). L’obiettivo
finale al 2030 sarebbe prima di tutto quello di garantire per l’Europa il
proprio contributo alla riduzione delle emissioni di climalteranti ( di fatto
CO2 e metano compreso il carbone residuo) e di raggiungere circa il 40% di
rinnovabili nella produzione energetica lorda totale ( corretto di recente al 42,5%) nel 2030. Poiché nel 2025 si
è appena superato il 26% è praticamente impossibile che in meno di 5
anni si possa recuperare almeno in parte significativa i 16 pp ( punti percento) per mantenere l’impegno.
Considerato che l’Europa sarebbe una delle
aree del pianeta più virtuose,
tanto più dopo la svolta nefasta data dalla seconda amministrazione Trump agli
USA, gli effetti devastanti sul clima di almeno due guerre regionali di grande
impatto, la evidente accelerazione della crisi climatica al di là delle
previsioni in alcune aree come il bacino
del mediterraneo e l’aumento esponenziale di incendi di grande
dimensione nel centro-sud Europa, nell’ovest degli USA e in Brasile, in India e Tailandia, tutti gli
obiettivi, più o meno validi ed efficaci,
che ci siamo dati negli ultimi 30 anni , dalla COP1 di Berlino nel 1995
alla COP 30 di Belem del novembre 2025 sono andati in pezzi. Per quanto
continuino a raccontarci la favola che i veri inquinatori sono Cina e India,
dove in realtà i consumi energetici pro capite sono molto più bassi di quelli altissimi
degli USA seguita da vari paesi occidentali, gli eventi climatici degli ultimi
tre mesi sono le avvisaglie di quanto ci aspetta non avendo fermato il modello
energetico ereditato dal secolo scorso in tutto l’Occidente.
Mario Tozzi e Luca
Mercalli ci hanno rovinato il ferragosto sostenendo che nel prossimo decennio
rimpiangeremo il clima di questi tre mesi infernali. Lasciamo perdere i
negazionisti e chiariamoci le idee sugli obiettivi che sono praticabili punto
per punto, su chi sono i nostri veri nemici e come combatterli, come riportare
la battaglia per il clima e la sopravvivenza del pianeta al centro
dell’attenzione e dell’impegno.
*
Nel 2025 l’Italia ha
raggiunto il pessimo record dell’immobilismo sulle rinnovabili. Fermi al
48% di rinnovabili sul totale di produzione elettrica, pressoché un caso unico in Europa. Istallati
solo 7,2 GW di nuove rinnovabili, con il fotovoltaico che ha un po' compensato
la crisi dell’idroelettrico in flessione per siccità e scarse piogge e l’eolico demonizzato da
frange sociali minoritarie, più o meno spontanee, che non sapendo cosa è una
centrale nucleare o a carbone o a olio combustibile sostengono che pale eoliche
e campi fotovoltaici disturbano il paesaggio, l’agricoltura e il turismo. In
Germania invece istallati 23 GW, in Spagna 11 GW , in Francia 8
GW. Per la verità viviamo nel più totale immobilismo energetico dal
2014-2015 quando i governi Letta e Renzi e fra gli altri l’intoccabile coppia De Scalzi-Scaroni alle
aziende energetiche, scelsero tre strade mai cambiate dai sei governi
succedutisi nei 10 anni successivi: privilegiare in toto le importazioni di
petrolio e gas dalla Russia, lasciare tutti gli spiragli aperti possibili sognando
il ritorno al nucleare, mantenere ai margini lo sviluppo delle rinnovabili (
troppo convenienti per gli utenti finali e per migliaia di piccole e medie imprese e meno
remunerative per le grandi aziende e per l’intera trafila di trasformazione e
commercializzazione del settore fossile in piena intesa con l’automotive). Così
mentre alcune decine di paesi si avviavano pur moderatamente sulla strada delle rinnovabili, fra il 2014 e il
2026 abbiamo perso il tempo prezioso che ci restava per cambiare il modello
energetico dopo aver fermato con due referendum (1987 e 2011) la scelta costosa,
pericolosa e fallimentare del nucleare.
Nel 2014 su una domanda energetica totale di 79 TWh avevamo 27,1 TWh di rinnovabili. Nel
2026 prevediamo 79,9 TWh di domanda totale e 28,9 TWh di rinnovabili: praticamente
immobili.
La conseguenza della mancata conversione è nota e riassumibile in
pochi dati: nel 2025 abbiamo speso 53 miliardi all’estero per
importazione di combustibili fossili: di recente per lo più GNL dagli USA e
petrolio da Libia, Azerbaigian e Kazakistan oltre a una quota non definita ancora
dalla Russia anche attraverso triangolazioni e navi più o meno fantasma.
*
Confesso che ho visto
con perplessità la nascita e le prime azioni dei nuovi gruppi di ecologismo
radicale tipo Exctinction Rebellion
dal 2019 e la derivazione successiva di Ultima
generazione dal 2021. Dopo 40 anni dalla nascita dell’ecologismo politico
negli anni ‘80, la moltiplicazione di decine di sigle del campo ambientalista
in tutto l’Occidente europeo,
l’esperienza ( e i fallimenti)
della presenza istituzionale a tutti i livelli dei Verdi, il contributo, alla fine tutto sommato
dignitoso ma circoscritto, delle vecchie associazioni dell’ambientalismo
da Greenpeace alla Legambiente, penso che i flash mob nonviolenti con l’imbrattamento di
monumenti e fontane, la rottura di palle verso gli automobilisti con blocchi
stradali o autostradali per ricordare che abbiamo un pianeta da salvare e che i
negazionisti si sbagliano, non l’ho trovato un grande contributo di novità rispetto
alla evidente crisi dei movimenti ambientalisti della precedente
generazione. Un abisso comunque, sul
terreno mediatico, rispetto al coraggioso impegno di Greta Thumberg dopo il
quale ben altro dovevamo inventare. Anche questa fase storica mi sembra al
termine e poiché “ il re è nudo” e (
aggiungerei ) sta andando a fuoco,
quello che serve è precisare gli obiettivi, che oggi non sono per niente
chiari, ed avere il coraggio di farli maturare con il consenso di una larga
parte della società e delle generazioni che abitano il pianeta nella prima metà
di questo secolo.
*
1) A partire dal 2027 con il nuovo governo,
quasi irrilevante che sia di cdx o di csx,
è necessario recuperare almeno parte del terreno perduto nelle nuove istallazioni di rinnovabili con
l’obiettivo di 12-13 GW annui per
4 anni per un totale che a fine 2030 si avvicini ai 50GW e con un impegno economico di almeno 25
mld totali. Il recente decreto FER del governo di agosto, approvato dall’EU,
prevede un totale di 37,15 GW e 23
mld di impegno. L‘obiettivo 50GW/25mld è assolutamente realistico
e a mio parere dovrebbe essere uno dei 10 punti principali di una
qualunque alleanza elettorale che voglia davvero promuovere il
cambiamento del modello energetico e almeno moderare la crisi climatica. In particolare le nuove istallazioni, così
come l’impegno di spesa dovrebbero essere suddivise in parti più o meno
uguali fra Fotovoltaico di piccola taglia ( sui tetti delle abitazioni ),
fotovoltaico a terra, eolico di grandi dimensioni in e off-shore. Diversi studi
indicano che interventi di queste dimensioni hanno un impatto irrilevante sul
consumo di suolo specie agricolo, in tutte le stime di gran lunga inferiore
all’1%. Dubito che lo stesso decreto del governo del 6 agosto abbia
davvero un futuro con governi simili a quello attuale o degli ultimi decenni.
Un cambiamento non è prevedibile senza un rapido avvicendamento dei vertici dei quattro enti principali su cui il governo ha una
qualche influenza ( ENI, ENEL, TERNA, ARERA) i cui esponenti vedono la
conversione energetica con gli occhi rivolti al secolo scorso ( petrolio, gas e
nucleare) e poco rivolti agli interessi futuri delle nuove generazioni e del clima. “ 50/25 “ potrebbe essere il fulcro dei futuri flash mob,
oltre che un punto di programma elettorale, lasciando in pace questi poveretti
che in qualche anfratto del Consiglio dei ministri, del Parlamento e dei Media
sbandierano ancora il negazionismo
climatico per farci perdere tempo e soddisfare le richieste delle lobby.
Restano aperti
i problemi imposti dalla criminale arroganza ( la chiamano gentilmente “speculazione “), con
la quale si impone a 60 milioni di utenti un “prezzo marginale” della
bolletta energetica che di fatto
corrisponde al prezzo più alto specie del mercato del gas estratto ( che viene in buona parte stabilito da un
gruppo di finanzieri in Olanda e in Texas ) e che viene attribuito all’intero
mercato elettrico anche se questo è ormai per almeno il 50% prodotto con le
rinnovabili che hanno costi della metà o di due terzi minori della produzione
termoelettrica. Insomma ci prendono per il culo e ci rubano anche un plus di
soldi. La questione, solo apparentemente complessa, è semplice: Il governo deve
imporre ai soggetti economici che il prezzo abbia un rapporto ragionevole e
trasparente con l’origine e i costi reali di quanto prodotto. Insomma
garantire un profitto e non attuare una rapina agli utenti imbelli. Va
chiarito che tutto ciò nulla centra con le accise, l’unica tassa ( sacrosanta) che
finanzia sanità, trasporti e istruzione pubblica, che anche i ricchi pagano e
che nel caso del gasolio forse dovrebbe essere almeno simbolicamente aumentata,
non diminuita per qualche settimana. Conseguentemente, considerato che non c’è
alcuna scarsità di approvvigionamenti né di gas né di petrolio, ma al massimo
di alcuni prodotti di raffinazione a
basso costo, causata sull’intero pianeta solo dai bombardamenti degli impianti
( da parte di USA e Iran, e vicendevolmente da Russia e Ucraina ) non c’è
nessuna giustificazione per gli extraprofitti. Tanto meno di aziende (
compreso l’automotive ) e banche, italiane o europee, che non hanno né problemi
finanziari né di approvvigionamenti ma solo della quota di dividendi, sempre in
crescita, stante anche il fatto che da
Hormuz transita meno del 20% dei combustibili fossili.
2) Per quanto succeda
spesso che anche sui media si confonda i consumi energetici totali con quelli
elettrici, i trasporti e in particolare la mobilità urbana e aerea sono ancora
pressoché totalmente attribuibili ai combustibili fossili ( gasolio, benzina,
gpl e metano, kerosene). Circa il 95%
nel mondo, almeno il 90-92 % in Italia ed Europa. In Italia il settore dei trasporti e della
mobilità rappresenta circa il 33 % dei consumi finali di energia totali
del Paese. Vuol dire circa 38 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio
(Mtep) all'anno, praticamente il settore più energivoro in assoluto. Ad oggi la
mobilità elettrica è pressoché irrilevante tanto più se, come ricordava ai suoi
tempi l’AD della Fiat-Chrysler Sergio Marchionne, una gran parte delle batterie
viene ancora caricata dalle produzioni termoelettriche e non da rinnovabili. Siamo
un paese anomalo, con il record assoluto di auto per abitante di tutto il
pianeta, quasi 70 auto ogni 100 abitanti, una follia. Si accompagna,
come ovvio, all’altro record negativo: abbiamo la rete di metropolitane più
miserabile del pianeta. Poco più di 250 km in totale. Per dare un
idea la città di Madrid da sola ne ha 291 km. Germania, Gran Bretagna e
Francia sono ben al di sopra dei 600 km. La Cina ha superato i 12mila
km. Almeno il 90% di italiani non è mai salito su una metro e non
ha molto chiara la abissale differenza con un autobus o un tram. Molti
ambientalisti un po' retrò ritengono che “ i mezzi pubblici e collettivi”, che non
so perché andrebbero contrapposti all’auto,
siano quei rottami tecnologici del secolo scorso, inquinanti, rumorosi,
costosi, spesso anche scomodi e normalmente impantanati nel traffico urbano (
incroci, semafori, a volte strisce pedonali.. ) chiamati bus e tram, le cui
versioni a metano ed elettriche, vanto di Sindaci che si riterrebbero di
sinistra e non so perché ecologisti, a parte la manutenzione hanno costi da
rapina e infatti sono costruiti, grazie anche ad un malinteso PNRR, per svuotare i bilanci dei Comuni. Ovviamente
continueremo a usare le auto in tutti i casi e le situazioni in cui non
possiamo farne a meno ma in tutte le occasioni ( rare) in cui si sono
completate nuove tratte di metro gli utilizzatori reali sono stati 2 o 3 volte
quelli che erano stati stimati ( vedi il caso della modesta linea 1 di Torino).
La caratteristica unica
e dirompente delle metropolitane è il percorso dedicato ( cioè privo
di incroci, semafori e attraversamenti pedonali ) ma anche la possibilità di
carico di utenti consistente riducendo e rendendo più scorrevole il flusso di auto. Nelle grandi metropoli è
indispensabile la costruzione di una rete ( che si estenda normalmente in quattro
direzioni e che venga circoscritta da
uno o due anelli in modo da risultare il
sistema di spostamento più efficiente in tutte le direzioni ( come
costi, come tempi, come inquinamento, come velocità, come stress, come
socializzazione ). E’ mia opinione che l’uso delle metro va ben al di là di quello attuale:
con poche eccezioni nei 140 Comuni italiani sopra i 50mila abitanti è utile
e conveniente avere almeno una linea di metro ( cioè una linea dedicata,
sotterra, sopraelevata o a raso )
che attraversi il territorio da una parte all’altra, e almeno due linee
incrociate nei 45 comuni sopra i 100mila abitanti. Sono necessari in Italia
almeno 1000 km di metro nuovi per
avviare seriamente la conversione della mobilità. Tutto il resto ( piedi, bici,
monopattini, car sharing, car pooling, .. ), sono attività divertenti e salutari ma,
specie in Italia, hanno un impatto
insignificante sulla mobilità totale. La metro diffusa anche ai comuni medio-piccoli avvantaggerebbe all’incirca 22 mil di
abitanti. Ipotizzando un costo di costruzione con grande approssimazione di 100-120
mld ( 100-120 mil/km) si tratta di 10-12
mld all’anno per 10 anni. Per chi ritenesse che io sia uno squilibrato o
stia sognando ( “i soldi non ci sono” direbbe il divertente Cottarelli di turno
) ricordo che nel 2025 abbiamo speso 45
mld/anno per la spesa militare al 2% del PIL secondo gli std NATO e che dovremmo raggiungere i 113 mld/anno ( 68 mld in più all’anno ) se
volessimo arrivare al 5% del PIL come richiesto dal nostro boss di oltreatlantico.
*
Soltanto degli
squilibrati ( oltre ai padroni dell’automotive ) possono pensare che entro il 2035 potremo
ancora aumentare le auto e gli altri mezzi simili circolanti nel mondo dagli
attuali 1,7 mld a 2,8 mld, a prescindere
dalla lontana possibilità che 5-600 milioni siano del tutto o in parte
elettriche (sono meno di 80 milioni oggi). In realtà ci stanno semplicemente
prendendo in giro. La verità è che il
secolo dell’auto come vettore e simbolo dominante della mobilità è quello passato e che abbiamo ancora una
decina di anni per tentare di contenere il disastro in cui ci siamo
cacciati.
Qualche parola per chi
fosse preoccupato per il ridimensionamento del settore dell’auto. Gli occupati
diretti nel settore automotive in Italia sono all’incirca 170 mila ( su 10
milioni di operai totali del settore privato)
ai quali vanno aggiunti quasi altri 100mila indiretti. Nel 2000
gli addetti erano 500 mila e la loro drastica riduzione prima che al
declino, già in corso, del settore è
dovuta come è noto ai processi di automazione spinta. Degli attuali addetti nel
corso del 2025 parecchie decine di migliaia hanno usufruito di periodi di Cassa
Integrazione parziale o totale. Soltanto Stellantis nel 2025 ha usufruito di
ammortizzatori sociali vari per circa 20mila dei 36 mila addetti (62% degli
addetti). Fra il 2020 e il 2024 Stellantis
ha ridotto gli addetti effettivi di circa 10mila unità da 37mila a 27mila.
Invece il settore delle rinnovabili e quello modestissimo della mobilità alternativa all’auto si avvicina già alle 100 mila unità. Il
rilancio delle rinnovabili e dei nuovi sistemi di mobilità come proposti in
questo intervento come punto centrale di una alleanza di alternativa, richiederebbero
nuovi addetti in numero notevolmente al di sopra di quelli oggi coinvolti
dagli interventi di ammortizzatori
sociali dell’ automotive ma sarebbero distribuiti in molte centinaia di aziende
di piccola e media dimensione e impegnerebbero alla fine molto meno risorse. L’unico
aspetto effettivamente negativo è che avremmo nel settore energetico e
dell’automotive, una decina in meno di multimiliardari in Europa e nel
mondo. Consiglierei agli amici di AVS e
soprattutto del M5S, a cominciare da quelli al Parlamento Europeo fino alla
Sardegna ( che a mio parere sono deragliati fuori strada e si sono smarriti ) di lasciar perdere le richieste di sostegno al
settore automotive o di riduzione delle accise e chiedere con più impegno la
semplificazione legislativa e burocratica utile al rilancio delle rinnovabili, della mobilità alternativa
all’auto, oltre alla riconversione urbana e delle abitazioni con la tutela del verde esistente. Argomento che
tratterò in un successivo intervento.