di Maysoon Majidi *
La guerra grande: Nata una nuova coalizione nel Kurdistan iraniano
Mentre gli attacchi militari degli Stati uniti e di Israele contro obiettivi in Iran sono entrati nel loro quinto giorno e l’organizzazione di monitoraggio della rete NetBlocks ha annunciato il prosieguo del blocco totale di internet, sono state diffuse notizie di violente esplosioni in due basi militari nelle regioni del Kurdistan iraniano (Rojhelat). Secondo questi rapporti, la caserma dell’esercito della Repubblica islamica nella città di Baneh e la base dei pasdaran denominata Jundollah a Sardasht, sarebbero state completamente distrutte. Fonti locali affermano che la base Jundollah era utilizzata esclusivamente per reprimere le proteste in Kurdistan e per contrastare i partiti politici curdi.
ORGANIZZAZIONI per i diritti umani riferiscono che almeno 120 membri delle forze governative e 15 civili sono stati uccisi in 18 città della regione del Rojhelat. A causa del blocco di internet non è possibile verificare in modo indipendente questi dati, ma fonti locali stimano che il numero dei feriti superi le duemila persone. Secondo altre segnalazioni, numerosi membri dei pasdaran sono stati dispiegati nelle città di confine e alloggiati in scuole e moschee.
È in questo contesto che la stampa statunitense, a partire dalla Cnn, pubblica le voci di fonti governative Usa secondo cui la Cia starebbe lavorando all’«arruolamento» di gruppi curdi in Iran per fomentare una sollevazione popolare. Le forze curde hanno subito smentito le indiscrezioni, seguite ieri dalla Casa bianca: le voci di armi ai curdi per accendere una rivolta «sono completamente false e non dovrebbero essere scritte».
Di certo c’è la telefonata di Donald Trump, due giorni fa, ai due principali partiti del Kurdistan in Iraq, Kdp e Puk: se i dettagli della conversazione non sono noti, il contatto sembra indicare un possibile sostegno all’intervento in aree curde. E di certo c’è anche il nuovo sviluppo politico in Rojhelat che rientra pienamente nella fase di mobilitazione precedente alla guerra: i cinque principali partiti politici curdi hanno annunciato a fine febbraio, la formazione della «Coalizione delle forze politiche del Kurdistan iraniano». L’alleanza è nata dopo una fase di dialogo e attività sul campo svolte nell’ambito del «Centro di dialogo per la cooperazione».
NE FANNO PARTE realtà molto diverse tra loro, per storia e per ispirazione politica: il Partito della Libertà del Kurdistan (Pak), Komala dei Lavoratori del Kurdistan, il Partito per la Vita Libera del Kurdistan (Pjak), il Partito Democratico del Kurdistan Iraniano e l’Organizzazione Khabat del Kurdistan iraniano. Ieri ha aderito anche lo storico movimento Komala. Insieme, dichiarano che l’obiettivo della coalizione è l’«unità e la lotta comune» per espandere il movimento politico curdo in Iran, rafforzare il ruolo del Kurdistan nelle dinamiche politiche del paese, garantire i diritti e le libertà della popolazione del Kurdistan e partecipare attivamente alla ridefinizione del futuro dell’Iran.
La coalizione ha anche espresso il proprio sostegno alle proteste nazionali contro la Repubblica islamica, sottolineando la necessità di coordinamento e cooperazione politica e sul campo tra i partiti e le organizzazioni civili del Kurdistan iraniano e le altre forze politiche e civili del paese. Una collaborazione ambiziosa a parole, che agli occhi dei firmatari deve basarsi su tre principi fondamentali: il riconoscimento dei diritti dei popoli, l’accettazione della democrazia e il rifiuto di qualsiasi forma di dittatura. Infine, si ribadisce l’impegno alla tutela dell’ambiente, la realizzazione della giustizia sociale, la garanzia dell’uguaglianza tra donne e uomini, il consolidamento di elezioni libere e trasparenti, la tutela dei diritti fondamentali di tutte le diversità nazionali e religiose in Kurdistan e l’istituzionalizzazione di un sistema di gestione democratica nel Kurdistan iraniano.
Ma soprattutto l’instaurazione di un sistema democratico e laico in Iran, capace di garantire i diritti dei popoli e dei seguaci delle diverse religioni e confessioni, costituisce una responsabilità fondamentale della coalizione. Di fatto è una dichiarazione politica forte in un momento di conflitto come quello attuale: tra gli obiettivi comuni dichiarati c’è il superamento della Repubblica islamica, la realizzazione del diritto all’autodeterminazione del popolo curdo e la creazione di un’istituzione nazionale e democratica fondata sulla volontà politica del popolo curdo nel Kurdistan iraniano.
Dopo la formazione dell’alleanza, alcuni gruppi vicini al figlio dell’ultimo scià, Reza Pahlavi, hanno accusato i sei partiti di «separatismo». In risposta, la Coalizione ha definito tali accuse «deboli e infondate», aggiungendo che non impediranno la prosecuzione delle rivendicazioni politiche del popolo curdo e, al contrario, rafforzeranno la determinazione delle forze democratiche nella lotta contro ogni forma di dittatura.
UNA RISPOSTA INDIRETTA è arrivata anche dalla Repubblica islamica: negli ultimi tre giorni sono state segnalate anche operazioni missilistiche della Repubblica islamica contro alcune basi di questi partiti nel Kurdistan iracheno. Non solo: ieri, forze militari iraniane sarebbero entrate nel territorio vicino per neutralizzare l’eventuale minaccia.
nella foto: Combattenti del Pjak a Qandil
leggi anche: Il dilemma turco: da un rivale debole può nascere il caos
* da il manifesto - 5 marzo 2026


