di Francesco Brusa *
Ha perso il peggiore Tisza al 52,44%, Fidesz fermo al 39,14%. Affluenza record e sinistra dissolta. La dirigenza della coalizione democratica Dk si dimette
Il giorno dopo le elezioni la mappa del voto ungherese restituisce l’immagine certa e limpida di un paese che ha rifiutato in massa il leader uscente Viktor Orbán. Durante la giornata di domenica, infatti, la popolazione magiara si è recata alle urne stabilendo un’affluenza record del 79,55% (dieci punti in più delle parlamentari del 2022), con picchi nella capitale e nei distretti più occidentali ma con un’uniformità che ha abbracciato tutto il territorio. Indizio che l’opposizione di Tisza, capeggiata da Péter Magyar, è riuscita a convincere una fetta degli indecisi e dei delusi dalla politica, così come della percezione generale di questa elezione come occasione storica per un referendum definitivo sull’eredità dei sedici anni di governo del partito Fidesz (e del suo “satellite” cristiano-democratico Kdnp).
ORBÁN E I SUOI sono inciampati nello stesso meccanismo che avevano istituito per garantirsi super-maggioranze anche sulla base di uno scarto relativamente piccolo. Il voto popolare ha premiato la lista di Magyar con il 52,44% (oltre 3milioni di preferenze) mentre le forze uscenti si sono fermate al 39,14% (un crollo di circa dodici punti dalla scorsa tornata, con almeno 700mila voti persi). Ma è poi con le sfide dei candidati nei collegi uninominali – dove in molti temevano una tenuta di Fidesz, data la popolarità che ha solitamente dimostrato nelle campagne e fuori dalla capitale – che Tisza ha potuto guadagnarsi ben 136 posti in parlamento contro i 56 dell’avversario (su 199 totali). Un divario schiacciante che supera i due terzi, e che dunque consentirebbe al nuovo primo ministro di procedere con riforme costituzionali come in passato ha fatto proprio Orbán per riconfigurare l’assetto del paese in senso illiberale e “premieristico”.
SI TRATTA DI UN COMPLETO ribaltamento dei ruoli, con l’ex-partito di governo che si vede relegato alle cifre marginali delle inconcludenti opposizioni che hanno tentato di scalfire il suo potere con vari formule. Sembrerebbe anzi che Magyar abbia avuto successo laddove nel 2022 fallì Péter Márki-Zay, con una coalizione “arcobaleno” che andava dal socialiberalismo di Dk alla destra estrema di Jobbik: costruire un consenso trasversale a tutto lo spettro politico, incarnato però stavolta da una figura nuova e carismatica.
La quale, inoltre, ha avuto il vantaggio di provenire dagli ambienti di Fidesz e dunque di non essere percepita come troppo disallineata rispetto al conservatorismo di fondo che continua a far da “baricentro” rispetto al sentimento della popolazione. Allo stesso tempo il crollo verticale di Orbán (con i suoi candidati a prevalere solo in 13 distretti su 106, soprattutto nell’est al confine con l’Ucraina, con alcune competizioni anche piuttosto serrate) è il segno anche della fine inesorabile di un ciclo politico, che non ha retto l’urto della crisi economica e di una disaffezione popolare diffusa in attesa di essere incanalata dentro una piattaforma credibile.
INTANTO L’UNICO altro partito a superare la soglia di sbarramento è l’ultranazionalista Mi Hazánk (6 seggi), nato da una scissione interna a Jobbik. Nonostante il cambio di rotta storico uscito dalle urne di domenica, il parlamento ungherese si delinea comunque come una gradazione politica tutta spostata a destra – senza contare che in campo di diritti migratori Magyar pare promettere una continuità netta con il lascito di Fidesz, mentre sulle tutele per la comunità Lgbt resta comunque ambiguo. Dato il misero risultato (1%) la dirigenza della coalizione democratica-Dk ha annunciato le proprie dimissioni. «Spero che le persone di sinistra che hanno votato per Tisza non rimangano deluse», ha dichiarato la presidente Klára Dobrev. Anche il partito del cane a due code-Mkkp, soggetto nato con un approccio satirico e performativo ma che nel tempo si è imposto come esperimento capace di incidere in alcuni contesti locali, non ha raccolto alcuna percentuale rilevante.
A LIVELLO RAPPRESENTATIVO la sinistra ungherese si è dissolta nel dilemma di come rompere la propria marginalità. La più parte dei votanti ha scelto di convergere verso la speranza offerta, pur con diverse ambiguità, da Tisza: riportare le “regole del gioco” dentro una cornice democratica può essere forse l’unico punto di (ri)partenza – come di fatto ha un po’ sostenuto il sindaco progressista di Budapest, Gergely Karácsony, con il suo appoggio convinto a Magyar. Ma la strada, dato anche il torvo quadro internazionale che non cesserà di portare venti di perturbazione, è tutta in salita.
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*da il manifesto 14 aprile 2026
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Ungheria: «Non c’era altra scelta, non era un voto all’interno di una democrazia»
di Marta Massa *
Dopo il voto nel centro sociale Gólya Presszó, i dubbi e la festa
È il giorno dopo le elezioni in Ungheria. Budapest è una città calma e silenziosa dopo la notte di festeggiamenti che hanno inondato ogni piazza del centro. Le strade vengono ripulite alle prime ore del mattino, e il traffico riprende con la sua regolare quotidianità. Il primo giorno da sedici anni in cui è possibile immaginare un futuro senza Viktor Orbán al governo. Nella notte di domenica la città comincia a prenderne coscienza.
Intorno alle 21, due ore dopo la chiusura dei seggi, il primo ministro uscente concede la vittoria all’avversario Péter Magyar, leader di Tisza, e a Gólya Presszó, un centro sociale punto di riferimento per le comunità del Distretto VIII, dove il popolo di sinistra si è dato appuntamento per seguire i risultati, la stanza rimane sospesa per qualche secondo prima di esplodere in abbracci e grida di gioia. Questo momento di sospensione, riflette la percezione di gruppi di resistenza, movimenti di sinistra e di attiviste e attivisti Lgbtqia+ locali, che hanno fatto di Gólya la loro sede: per le comunità marginalizzate, Tisza non rappresenta una reale opzione e la tensione percepita è tangibile.
Ne parliamo con Sofia, attivista di Budapest e parte attiva della comunità di Gólya. «Sui giornali ungheresi stanno presentando Tisza come un’operazione di liberazione, il che è davvero ridicolo. Il ministro degli esteri designato da Tisza è Anita Orbán, ex membro di Fidesz. Lei lavorava per la Heritage Foundation, think tank noto soprattutto per aver ideato il Project 2025 di Trump. Quindi la verità è che l’opposizione è esattamente altrettanto pericolosa. Anche Péter Magyar, ha fatto parte di Fidesz per dodici anni.
Ha deciso di lasciare il partito solo a seguito di un conflitto personale, non divergenze politiche. Nessuno di noi ha alcuna speranza che Magyar porterà effettivi cambiamenti. Forse la corruzione diminuirà un po’.
Forse i media e giornali saranno leggermente più indipendenti. Posso anche immaginare che ci possano essere dei cambiamenti a livello giuridico, forse ci sarà meno violenza da parte della polizia e delle forze armate, ma in sostanza temiamo tutte e tutti che rimarrà tutto uguale. Come attivista mi aspetto davvero di continuare quello che sto facendo. Mi aspetto anche che la gente perda la speranza in Tisza dopo un po’ e questo potrebbe essere l’inizio di un cambiamento, non a livello politico, ma all’interno della società civile. Dobbiamo continuare a manifestare e supportare il dissenso pubblico».
Il clima di tensione costante che ha fatto parte della quotidianità di attiviste e attiviste ungheresi, appartiene anche al mondo del giornalismo indipendente. Per Kincso B.-Juhász, giornalista ed editrice di Mérce (giornale apertamente antifascista, in un sistema che dal 2025 criminalizza l’antifascismo), la vittoria di Tisza rappresenta rinnovate incertezze: «Personalmente, sto vivendo il primo cambiamento tangibile da quando ho iniziato la mia attività politica. Allo stesso tempo, come donna, come membro della minoranza ungherese di origine rumena e come giornalista di sinistra, sono ben consapevole che questa non è la fine della lotta delle minoranze e degli attivisti di sinistra. Credo sia difficile prevedere quale sarà la situazione per i media indipendenti dopo le elezioni. Ci sono motivi per aspettarsi un miglioramento nell’accesso alle informazioni governative.
Tuttavia, il panorama non diventerà necessariamente meno competitivo. Magyar sta anche costruendo il proprio ecosistema mediatico (Kontroll), che probabilmente rimodellerà il settore in modi nuovi. Da una prospettiva di sinistra, la situazione rimarrà complessa. Tisza è un partito di centro-destra e rimango scettica sul fatto che una formazione di queste dimensioni possa portare al tipo di cambiamento profondo e strutturale in cui molti di noi sperano. C’è stato un momento di sollievo e di festa per la fine di un’era sempre più antidemocratica, ma dobbiamo ricordare che il lavoro continua, dovremo ancora organizzarci, far sentire la nostra voce e lottare per i nostri diritti».
Preoccupazioni simili le esprime Lilla, ballerina contemporanea transgender e attivista queer che fa parte della comunità ballroom locale: «Avevo solo 9 o 10 anni quando Orbán fu eletto per la prima volta. Quando ho compiuto 18 anni il sistema di riconoscimento legale del genere è stato bloccato e non ho mai potuto cambiare il mio nome nei documenti. Da allora ho iniziato a fare attivismo. Non credo che con Tisza ci saranno grandi cambiamenti. Se ci fosse una vera democrazia nel paese, e avessimo avuto altri partiti tra cui scegliere, avrei sicuramente scelto qualcun altro. Ma non possiamo parlare di democrazia qui adesso. Quindi temo che a lungo andare, tra un anno o due, tutto tornerà come prima. Mi sono lasciata trasportare dall’entusiasmo di questa vittoria, ma non mi rimane altro che il mio ottimismo e la mia speranza. Perché sinceramente non credo che le cose miglioreranno».
La tensione sospesa rimane su Budapest, dopo il giorno delle elezioni. Il futuro dipinto dal partito Tisza lascia dubbi e preoccupazioni concrete per attivisti locali, nell’alba di un domani che appare molto simile ai giorni precedenti.
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* da il manifesto 14 aprile 2026





