15 aprile 2021

Una transizione ecologica integrale non ha alternative

  

di Mario Agostinelli e Alfiero Grandi *

La prima presentazione del Pnrr italiano fatta dal governo Conte 2 si era sostanzialmente arenata su tre aspetti.

Primo, l’uso di parte consistente dei fondi (oltre un terzo) per interventi che avrebbero sostituito finanziamenti già previsti in precedenza dal bilancio dello Stato, diminuendo così l’impatto per il rilancio occupazionale, sociale ed economico degli interventi straordinari previsti dal Next Generation Eu della Commissione Europea.

Secondo, una gestione farraginosa, con la previsione del coinvolgimento di centinaia di tecnici, con decisioni sull’uso delle risorse in gran parte esterna alle sedi politiche naturali e cioè Governo, Regioni, Comuni. Una sorta di circolazione istituzionale extracorporea e questo ovviamente non garantiva la necessaria trasparenza delle decisioni di spesa.

Terzo, la raccolta di progetti già pronti di grandi aziende che pensavano di avere trovato finalmente la fonte per finanziare progetti di vario tipo, alcuni probabilmente utili, altri discutibili e forse negativi soprattutto per le conseguenze ambientali.

E’ evidente che se raccogli i progetti esistenti, anche selezionandoli, è difficile dare una forza politica ed economica alle scelte pubbliche. Mentre occorreva partire dai 6 capitoli e in particolare dalla transizione ambientale che è certamente il capitolo che più di ogni altro può aiutare a rendere compatibile lo sviluppo con l’ambiente, a innovare tecnologie e settori produttivi, a qualificare ed estendere una nuova occupazione di qualità. Draghi nel discorso alle Camere è sembrato consapevole dell’esigenza di mettere l’accento sulle novità, a partire dal 37% delle risorse destinato all’Italia per la transizione ecologica. Nessuna delega in bianco. Il Governo va sfidato ad essere coerente e in particolare ad esserlo i Ministri che sono preposti ad organizzare le scelte. Per ora non siamo al caro amico ma nemmeno al merito delle scelte, eppure i Ministeri stanno lavorando e a fine aprile Draghi riferirà in parlamento sulle scelte definitive che il governo proporrà alla Commissione Europea.

Per questo il Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, Laudato Sii, NOstra hanno elaborato un documento che verrà presentato il 17 aprile in videoconferenza, già disponibile sui siti delle associazioni, che vuole contribuire a scegliere con nettezza. A proporre un’idea di futuro.
Se le aspettative sui risultati del piano straordinario debbono rimettere in moto l’occupazione e l’economia dell’Italia – e debbono farlo con una forte impronta innovativa sull’ambiente, sulla ricerca, sull’innovazione – le scelte non possono che essere coraggiose e nette. E’ un’occasione unica. Cambiare e dare ragione a tutti è impossibile, occorrono dei Sì e dei No chiari e netti. Ad esempio raggiungere gli obiettivi di cessazione dell’uso del carbone e dei combustibili fossili ha bisogno di tempo, ma proprio per questo richiede di partire subito, di scegliere con coraggio ed impegno le fonti energetiche alternative. I tempi sono definiti, ad esempio entro il 2025 il carbone deve cessare di essere utilizzato, ma non è saggio proporre di continuare sotto altre forme l’uso dei combustibili fossili, come il gas per produrre energia elettrica: finiremmo con l’entrare in contraddizione con gli obiettivi europei. Sono già disponibili modalità di produzione energetica rinnovabile, combinata dall’estensione dell’uso delle rinnovabili disponibili, compreso l’eolico offshore, con sistemi di accumulazione e produzione di idrogeno da fonti rinnovabili. Certo anche la rete fondata su grandi impianti va ripensata per consentire di usufruire di una produzione diffusa nel territorio, anche incentivando l’autoconsumo.

Le dichiarazioni che stanno facendo esponenti importanti di aziende, anche a partecipazione pubblica, puntano a rinviare le scelte nel tempo, sembrano non rendersi conto che questo non solo avrebbe conseguenze sul clima, che continuerebbe nel frattempo a peggiorare, ma creerebbe un nodo irrisolvibile rinviando le scadenze previste per evitare il superamento dei limiti che possono contenere il cambiamento del clima. Colpiscono le parole di Giunti di Enipower, che ha dichiarato che per decarbonizzare (come se avessimo la possibilità di non farlo) occorrono idrogeno, cattura del CO2 e fusione nucleare: con questo schema non rispetteremo i vincoli, neppure al 2050. Infatti prendendo la palla al balzo l’Associazione italiana per il nucleare propone il nucleare da fissione come premessa da usare per arrivare (un giorno, forse) a quello da fusione. In altre parole è in corso un attacco sistematico per farsi dare i soldi del Pnrr senza cambiare la sostanza di quanto fatto sin qui e mantenendo pressoché invariate le scelte. Quindi non solo ci sono resistenze a togliere benefici incompatibili con l’ambiente, contraddittori con il finanziamento di un cambio di paradigma, ma si tenta anche di mantenere in vita fino al limite di rottura le scelte previste.

Anche in Europa in verità qualcosa non va. Il nucleare gode di un forte rilancio da parte di un gruppo di paesi, Francia in testa, per ottenere l’equiparazione del nucleare da fissione con le rinnovabili (per avere i quattrini) e candidarlo ad essere la fonte energetica per produrre idrogeno. E’ quanto di più vecchio si possa immaginare, ma è grave che il centro studi che lavora per la Commissione Europea abbia proposto di considerare il nucleare alla stregua del fotovoltaico e la stessa descrizione dei depositi di scorie come sicuri serve solo – mentendo – a giustificare la scelta del nucleare da fissione. L’Italia deve farsi sentire e bloccare questa deriva europea, non basta che ci sia il diritto per i singoli paesi a non investire nel nucleare da fissione, ci mancherebbe altro. Occorre impedire alla Commissione di scivolare sul nucleare e a quanto pare anche sugli Ogm. Occorre che entrino in campo con forza le rappresentanze dei lavoratori. Questo scontro, per ora attutito da tecnicismi velati, ha bisogno dei sindacati e dei lavoratori che rappresentano. In un futuro di scelte ambientali radicali ci sono spazi enormi per la ricerca, per investimenti innovativi, per la crescita di occupazione di qualità, in grado di compensare la caduta in altri settori. In passato troppe volte gli interessi dei lavoratori sono sembrati in contrasto con l’ambiente e le conseguenze sono state drammatiche per la vita delle popolazioni e per i lavoratori interessati, costretti in una ridotta difensiva, a volte perfino corporativa. La ferita dell’Ilva, che non ha salvato né il lavoro né l’ambiente, è ancora aperta, non è risolta e deve essere un impegno prioritario. Oggi una piattaforma netta può consentire di realizzare una nuova alleanza tra lavoro ed ambiente, in cui le condizioni di vita, la salute siano coerenti con una nuova prospettiva occupazionale. Studi hanno dimostrato che un altro futuro non è solo necessario ma possibile, anzi indispensabile. Già in passato il mondo del lavoro ha portato avanti obiettivi generali, basta pensare al sistema sanitario nazionale e di welfare. Oggi c’è una nuova fase e una nuova possibilità, per certi versi un obbligo, che è sperabile sia compresa e raccolta per evitare che il nodo degli interessi e delle rendite di posizione che vogliono conservare la situazione esistente prevalga.

Per questo il modo migliore di mettere alla prova le vere intenzioni del nuovo governo è entrare in campo, avanzare proposte, sviluppare iniziative. Per questo le associazioni hanno scritto un documento con proposte nette, forse radicali, con l’obiettivo di discuterle, di aiutare la creazione di movimenti e risposte all’altezza della sfida. Parafrasando, si potrebbe dire che la transizione ecologica è un compito troppo importante per lasciarlo al solo governo, meglio “accompagnarlo” e per maggiore sicurezza meglio prendere le iniziative necessarie.

* da il fattoquotidiano - 14 aprile 2021

vedi anche:

Cingolani presenta l’agenda della transizione ecologica: “Impegno complesso. Nei prossimi anni investimenti per 70-80 miliardi di euro”

Che cosa accadrebbe senza decarbonizzazione: “Nel 2050 ondate di calore letali per l’uomo, in pericolo colture e turismo nel Mediterraneo”

( la pubblicazione dell’intervento non comporta la condivisione integrale dei contenuti )

12 aprile 2021

L’Africa dei conflitti dimenticati, tra crisi climatica e instabilità geopolitica

 Tensioni e conflitti non smettono di lacerare il continente africano. Per comprenderne l’origine e la natura non si può far di tutta l’erba un fascio, ma bisogna tenere in considerazione la molteplicità di fattori che influenzano in modi diversi un territorio molto vasto: dagli effetti della crisi climatica, alla competizione per le risorse, agli instabili equilibri geopolitici. L’analisi di Sara de Simone, ricercatrice presso la Scuola di Studi Internazionali dell'università di Trento.

  di Sofia Belardinelli *

Tra i molti cambiamenti innescati dalla pandemia, nel 2020 si è registrata, rispetto all’anno precedente, anche una generale riduzione delle violenze e dei conflitti nel mondo. In quasi tutto il mondo, in realtà: il continente africano è stato, infatti, l’unica regione del pianeta in cui, rispetto al 2019, la violenza politica e gli scontri sono aumentati. È quanto rileva il Rapporto annuale relativo al 2020 di ACLED (Armed Conflict Location & Event Data Project), progetto che raccoglie e analizza dati sulle situazioni di crisi e sulla violenza nel mondo. «La violenza politica e le morti ad essa associate sono diminuite, nello scorso anno, sia in termini assoluti, sia in ogni regione del mondo, ad eccezione dell’Africa», si legge nelle prime pagine del Rapporto. «I conflitti di lunga data in Nigeria e nella Repubblica Democratica del Congo sono peggiorati, mentre nuovi conflitti hanno iniziato a intensificarsi e a diffondersi. Gli attori già radicati nei teatri di scontro rimangono potenti fonti di disordine, e Al Shabaab nel 2020 si attesta di nuovo tra i primi cinque gruppi armati più attivi e violenti».

L’Africa rimane, dunque, un continente “caldo”, percorso da scontri di varia natura ed entità, per comprendere i quali è necessario evitare – come avverte, in un’analisi comparsa sul quotidiano Mail&Guardian, Clionadh Raleigh, la direttrice di ACLED – le spiegazioni più superficiali e, invece, approfondire le diverse situazioni di crisi nella loro singolarità. È quanto sostiene anche Sara de Simone, dottore di ricerca in Studi Africani e Scienze Politiche e presidente della onlus “Mani Tese”, che abbiamo intervistato.

«Il continente africano – afferma de Simone – è un territorio vastissimo, che comprende realtà molto diverse tra loro: per questo motivo è difficile trattarlo come se fosse un unicum, percorso da fenomeni simili dal Mediterraneo a Città del Capo. Le regioni africane sono geograficamente, storicamente e politicamente molto diverse l’una dall’altra, motivo per cui anche i conflitti che le attraversano devono essere studiati e compresi tenendo a mente le specificità dei diversi contesti.

Ad ogni modo, credo sia possibile individuare alcuni temi abbastanza trasversali, che possono costituire una chiave per comprendere le numerose situazioni di instabilità che attraversano il continente: da una parte le problematiche ambientali, che sono da porre in relazione con le conseguenze della crisi climatica, dalle quali tutta l’Africa – vista la sua posizione geografica – è particolarmente colpita; dall’altra il tema della sicurezza, inteso nelle sue molteplici declinazioni».

La crisi climatica è un forte fattore d’instabilità per le società umane, in particolar modo nelle zone tropicali e subtropicali, dove gli effetti dell’aumento medio delle temperature e la destabilizzazione degli equilibri ecosistemici sono molto marcati. Il Rapporto annuale rilasciato dall’ISS Africa (Institute for Security Studies) per il 2020 lo afferma con chiarezza: «Gli impatti dei cambiamenti climatici hanno contribuito ad un aumento in frequenza e in intensità dei disastri naturali e hanno amplificato i problemi già esistenti circa la disponibilità di acqua e cibo soprattutto nelle zone aride», che coprono i due terzi del continente. Già l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), nel suo Rapporto del 2014, aveva individuato nel Sahel e nell’Africa tropicale occidentale dei “climate change hotspots”: queste regioni, infatti, subiranno – si legge ancora nel Report dell’ISS Africa – non solo gli effetti di un generale riscaldamento, ma anche una maggiore incidenza di eventi estremi come piogge e alluvioni, fenomeni che contribuiranno a destabilizzare ulteriormente il quadro geopolitico regionale.

«L’emergenza ambientale – spiega Sara de Simone – riguarda soprattutto la fascia del Sahel e il Corno d’Africa: queste regioni, infatti, si trovano a fronteggiare da tempo sia processi di lungo corso, frutto del cambiamento del clima, come la desertificazione, sia il ricorrere ciclico – con una frequenza crescente, negli ultimi anni – di eventi climatici estremi come siccità e alluvioni, che contribuiscono ad acuire l’insicurezza alimentare e che mettono a dura prova l’economia, principalmente di sussistenza, di queste zone. A questo quadro in peggioramento si aggiungono altri eventi disastrosi e fuori dall’ordinario altrettanto imputabili agli squilibri causati dalla crisi ambientale di origine antropica, come l’invasione di locuste verificatasi dell’estate 2020. I cambiamenti climatici rendono le regioni tropicali e subtropicali sempre meno vivibili, costringendo grandi masse di persone a spostarsi: le ondate migratorie si riversano così sui Paesi circostanti, creando una pressione demografica sulle risorse – già scarse, e in molti casi iniquamente distribuite – che causa una destabilizzazione delle zone e facilita lo scoppio di conflitti».

«Un altro tema di scontro – prosegue l’esperta – è il controllo di risorse essenziali come l’acqua: proprio la gestione di questo bene primario è al centro, ad esempio, delle attuali tensioni fra l’Etiopia e i paesi vicini (Egitto e Sudan). La prima, infatti, sta portando avanti la costruzione della Grande Diga della Rinascita Etiope (nota come GERD), che una volta ultimata sarà lo sbarramento fluviale più grande del continente. Il suo funzionamento avrà un forte impatto sullo scorrimento del Nilo azzurro, il principale affluente del Nilo: il rischio è che questa diga riduca drasticamente la portata del fiume, da cui dipende l’approvvigionamento idrico dei paesi a valle, Sudan ed Egitto, sia dal punto di vista agricolo che energetico».

Spesso accade che analisti (esterni e locali) interpretino in maniera riduttiva le cause dei conflitti, ad esempio riducendoli a questioni etniche o religiose: è proprio quanto è successo nel tristemente noto caso della guerra civile in Ruanda (1990-93), seguita dal genocidio dei Tutsi, e nella più recente guerra civile scoppiata nel 2013 in Sud Sudan. «Le motivazioni profonde dei conflitti sono, nella quasi totalità dei casi, di natura politica o economica: in altri termini, l’oggetto del contendere è l’accesso al potere o il controllo delle risorse», afferma de Simone. «L’idea secondo cui all’origine di molte guerre africane vi siano stati dissapori di origine etnica o religiosa pecca di superficialità ed è inoltre priva, in molti casi, di fondamento scientifico. Le divergenze etniche o religiose, infatti, vengono sì sfruttate per alimentare i conflitti, per accrescere, all’interno delle fazioni, meccanismi di paura e di rifiuto dell’altro e per mobilitare, in tal modo, grandi masse di popolazione; ma non sono mai la ragione principale o unica del conflitto. Ridurre i conflitti africani a questioni religiose o etniche cela un duplice pericolo: da una parte, infatti, si rischia di avallare una narrazione che depoliticizza il conflitto, depotenziandolo e, in un certo senso, normalizzandolo; dall’altra si dipingono le etnie come entità primordiali e immutabili, non come realtà sociali in costante evoluzione. Questo non può che peggiorare la radicalizzazione identitaria, e dipinge il conflitto come essenzialmente irrisolvibile, perché “radicato” nel modus vivendi delle popolazioni coinvolte. Si tratta di un’interpretazione che, se condotta da un punto di vista occidentale, pecca di etnocentrismo, ma che – forse inaspettatamente – viene portata avanti anche da esponenti delle élite locali, il cui obiettivo è spesso la depoliticizzazione del conflitto e la mobilitazione di grandi masse di persone al fine di perseguire interessi specifici, che raramente coincidono con il bene comune».

Rispetto ad una situazione di oggettiva e diffusa instabilità politica, la comunità internazionale è più volte rimasta a guardare: spesso, infatti, i conflitti in atto nel continente africano sono percepiti dai Paesi occidentali come lontani e non legati ai propri interessi, quindi non degni di un intervento tempestivo e adeguato. Ma c’è di più: a volte, infatti, il silenzio o l’inazione non sono dettati soltanto dal disinteresse. «In molti casi – rileva de Simone – i regimi al potere cercano con ogni mezzo di preservare la propria posizione, perché lasciarla costituirebbe, per essi, una perdita netta. In contesti economici deboli, infatti, detenere il controllo sulla proprietà pubblica garantisce anche la gestione e il controllo sul settore economico, e dunque l’accesso alle risorse – che spesso, nei Paesi africani, sono abbondanti, per quanto iniquamente distribuite. Negli anni, molti di questi regimi hanno imparato ad adattarsi al contesto di relazioni internazionali nelle quali sono calati, assecondando le richieste dei Paesi donatori, degli alleati e dei partner commerciali e approfittando dei benefici derivanti da questi legami a discapito del benessere del proprio Paese».

«Due questioni che, paradossalmente, hanno reso più difficile la democratizzazione dei sistemi politici dell’Africa odierna nonostante le numerose richieste dal basso, sono senza dubbio la lotta al terrorismo e il contrasto alle emigrazioni», conclude de Simone. «Si tratta di questioni molto presenti, in misura diversa e con varie sfumature, nelle regioni del Corno d’Africa e del Sahel, entrambe caratterizzate dalla presenza di gruppi terroristici locali con legami più o meno acclarati con le reti del terrorismo internazionale, e dalla presenza di corridoi migratori che dall’Africa Subsahariana conducono alle sponde del Mediterraneo. Nei Paesi di queste regioni, accade spesso che gli aiuti internazionali allo sviluppo siano vincolati ad alcune politiche interne – leggi anti-terrorismo, controllo delle frontiere – che hanno ben poco a che vedere con lo sviluppo e molto di più con un controllo securitario del territorio. Capita quindi che le leggi anti-terrorismo, la cui approvazione è fortemente richiesta dai donatori occidentali, vengano usate a scopo repressivo contro gli oppositori politici, o che il training di forze di polizia che dovrebbero pattugliare i confini si traduca in un rafforzamento di milizie armate poco controllate dai governi centrali o usate strumentalmente per garantire il controllo su territori periferici, come avvenuto ad esempio in Sudan. Una tendenza alla strumentalizzazione della sicurezza, intesa in senso lato, per chiudere spazi di democrazia e partecipazione è emersa anche nell’ultimo anno, nel corso della pandemia: l’attuazione delle misure di prevenzione dei contagi, secondo le linee guida rilasciate dall’OMS, è stata in più occasioni utilizzata come giustificazione per rimandare, o addirittura annullare, le elezioni, o per limitare fortemente il diritto di manifestare e la libertà di espressione».

* da www.micromega.net - 1 Aprile 2021 

 

7 aprile 2021

I sette pilastri del Conte 5 Stelle

di Domenico De Masi *

Nel breve arco di 41 giorni abbiamo ascoltato tre discorsi “storici”: quello di Draghi al Senato, quello di Letta all’assemblea del Pd e quello di Conte all’assemblea dei 5 Stelle.

Conte è figlio della piccola borghesia meridionale, Draghi e Letta sono figli della buona borghesia del Centro Italia. Tutti e tre hanno frequentato scuole cattoliche o azione cattolica; sono laureati in materie sociali (Economia, Scienze politiche, Giurisprudenza); sono professori universitari; vantano esperienze internazionali. Insomma, tre perfetti democristiani nel senso migliore della parola, educati sui testi classici di Weber, Keynes e Santoro-Passarelli più che di Gramsci o di Bobbio e tanto meno di Marx.

Per ironia della sorte, è a questi tre leader squisitamente moderati che risulta oggi affidata la sorte non solo della sinistra italiana, ma soprattutto di quei 15 milioni di disagiati – disoccupati, poveri, proletari, sottoproletari, neet, precari – che nei partiti di sinistra dovrebbero trovare i loro portavoce e riporre le loro speranze. Ma non è detto: anche Lenin era di famiglia borghese e laureato in Giurisprudenza.

La genesi e l’essenza del discorso di Conte hanno del paradossale come quasi tutte le vicende dei 5 Stelle. In questo caso è stato chiesto a Conte – il più acerbo dei politici italiani – nientemeno che progettare nel minor tempo possibile, prima che il suo consenso popolare evapori, un movimento-partito coerente con il prologo decennale dei 5 Stelle e tuttavia completamente nuovo. Conte si è chiuso in casa e si è cimentato in questa impresa che, a rigor di logica, avrebbe richiesto l’impegno congiunto di politologi, filosofi, economisti, sociologi ed esperti di scienze organizzative. Lui, invece, ha fatto tutto da solo, evitando persino le citazioni, con una sola eccezione riservata a Italo Calvino. Il frutto di questo concepimento solitario è un discorso di 3.150 parole, quindi più breve del discorso di Draghi (5.604 parole), molto più breve di quello di Letta (oltre 7.000 parole).Creare un nuovo soggetto politico richiede tre successive operazioni: elaborare un modello inedito di società; individuare il segmento di popolo che può essere avvantaggiato da questo modello e potenzialmente disposto a lottare per il suo trionfo; progettare una macchina organizzativa funzionale a questo trionfo. Conte prova a esporre il modello, i destinatari e l’organizzazione premettendo che non intende proporre un’operazione di marketing politico o un semplice restyling del Movimento, ma la sua rigenerazione e rifondazione.

Il suo ambizioso obiettivo è fare del neo-Movimento “un laboratorio privilegiato di idee e progetti diretti a elaborare e a realizzare un nuovo modello di sviluppo che punti non più solo a indici di crescita di produttività, ma a una nozione ampia e incisiva di prosperità. Un modello di sviluppo che realizzi condizioni effettive di benessere equo e sostenibile per tutti i membri della comunità, che declini la transizione energetica e digitale già in atto, secondo logiche e strategie mirate a ridurre le tante diseguaglianze, che sacrificano gli interessi dei più vulnerabili e fragili, delle donne, dei giovani, ma anche di tutti coloro che vivono nei vari Sud del Paese”.

Mentre il discorso di Letta guardava la società con un’ottica centrista, questo di Conte propone come obiettivo primario la riduzione delle disuguaglianze e indica le fasce più svantaggiate del Paese come suo popolo di riferimento privilegiato. Dunque colloca il neo-Movimento alla sinistra del Pd, più vicino a Bersani che a Letta. Auspica inoltre che la forza irradiante di questo neo-Movimento coinvolga in tutto il mondo altre forze politiche e altri movimenti culturali facendoli convergere su una “cultura integralmente ecologica e di giustizia sociale”.

Per creare il neo-Movimento occorre definire due punti: la sua identità politica e la sua razionalità organizzativa. Secondo Conte il modello di sviluppo e l’identità politica vanno tradotti in una proposta “solida, matura, coraggiosa, lungimirante” esposta in una Carta dei principi e dei valori. La Carta deve essere basata su sette pilastri: rispetto della persona, ecologia integrale, giustizia sociale; democrazia; legalità; etica pubblica; cittadinanza attiva. Ne discende la necessità di riscrivere i diritti digitali, quelli dei lavoratori, degli imprenditori, delle persone con disabilità, dei consumatori, partecipando al percorso comune europeo con la forza di un Paese fondatore che spinge tutta l’Unione a convergere su una “economia eco-sociale di mercato”. Dunque, opposta al neo-liberismo.

Ciò comporta anche una rivisitazione delle originarie cinque stelle e la sostituzione del linguaggio aggressivo con le “parole giuste”, pensate, calibrate, improntate al rispetto delle posizioni altrui.

Quanto all’organizzazione, per non “ricadere nei limiti della forma-partito tradizionale” Conte propone una temeraria quadratura del cerchio: salvaguardare la “esperienza leggera” del movimento e, nello stesso tempo, adottare per statuto una struttura funzionale, con un’articolazione interna che includa un dipartimento per rapporti con stranieri, un centro di formazione permanente e una rete di organi territoriali con una ripartizione inequivoca dei compiti, senza correnti, cordate e associazioni.

Il neo-Movimento deve essere inclusivo e accogliente ma intransigente sui suoi valori di onestà e di coraggio. Deve favorire forum e “piazze delle idee” per sollecitare pratiche di “attivismo civico”. Deve promuovere e perseguire la democrazia diretta, continuando ad affidare le scelte fondamentali alla piattaforma digitale ma, nello stesso tempo, deve rafforzare e migliorare l’ineliminabile democrazia rappresentativa. Le funzioni istituzionali di responsabilità vanno severamente riservate a persone oneste, competenti e capaci.

Questo impianto del documento lascia aperte alcune questioni. Il modello di società cui tende è appena sbozzato e dunque occorre mettere subito mano alla sua definizione. La struttura organizzativa, anch’essa solo abbozzata, parrebbe ispirata al vecchio e rigido paradigma dell’organizzazione funzionale, ormai accantonato dalle scienze organizzative a vantaggio di altre forme più flessibili.

Se una delle originalità sostanziali del neo-Movimento deve risiedere nella capacità di conciliare l’effervescenza emotiva dell’anima movimentista con la solidità razionale di una struttura partitica, allora occorre recuperare Di Battista e i suoi elettori, che assicurerebbero ai 5 Stelle lo smalto di quel dinamismo critico che tutti gli altri partiti hanno ormai perso.

Se l’altro aspetto originale e irrinunziabile del neo-Movimento continua a risiedere nella pratica di una democrazia diretta che solo l’impiego esperto di una piattaforma può assicurare, allora gli converrebbe non farsi scappare tutto il know-how accumulato da Rousseau e sintetizzato nel Manifesto ControVento, che offre belle e pronte le infinite opportunità della platform society, connotata dalla disintermediazione e dall’organizzazione politica distribuita.

Insomma, la galassia 5 Stelle presenta tutti i requisiti di un laboratorio politico postindustriale. Resta da capire se questi requisiti riusciranno a sommarsi tra loro o finiranno per sottrarsi a vicenda.

* su infosannio da Il Fatto Quotidiano – 7 aprile 2021