5 agosto 2026

Megaprofitti di Big Oil, ora anche Trump vuole «qualcosa indietro»

 Petrolio Il presidente bacchetta le americane Chevron e Exxon, ma la guerra ha gonfiato i conti a tutti. Persino la saudita Aramco, quella più vicina al fronte bellico, registra un +43% di utili

Luigi Pandolfi su il manifesto - 5 agosto 2026

All’inizio era: «Amici petrolieri, arricchitevi!». E così è stato. La guerra contro l’Iran si è rivelata finora una miniera d’oro per i produttori di armi, le compagnie petrolifere e anche per gli speculatori che conoscevano in anticipo le mosse e le dichiarazioni di Trump. Ora, però, è lo stesso tycoon a bacchettare i petrolieri. Cosa è cambiato?

Andiamo con ordine. Nel clima di guerra a singhiozzo tra Usa e Iran, i grandi gruppi petroliferi hanno chiuso uno dei trimestri più redditizi degli ultimi anni. Chevron ha chiuso il secondo trimestre con un utile netto di 12,07 miliardi di dollari, quasi cinque volte superiore ai 2,49 miliardi dello stesso periodo del 2025 (+385%). Il fatturato, invece, è salito del 56%, raggiungendo 70,06 miliardi di dollari.

Anche ExxonMobil ha beneficiato dell’impennata dei prezzi. Secondo le anticipazioni diffuse prima della pubblicazione dei conti, l’utile trimestrale è salito a 14,53 miliardi di dollari, il 105% in più rispetto a un anno prima, con ricavi pari a 116,02 miliardi di dollari (+42%). Le due compagnie statunitensi hanno così accumulato oltre 26 miliardi di dollari di profitti in appena tre mesi.

C’entra innanzitutto il prezzo del greggio. Tra aprile e giugno il petrolio statunitense Wti ha registrato una quotazione media di 92,45 dollari al barile, il 27% in più rispetto al trimestre precedente, mentre il Brent ha viaggiato intorno ai 96 dollari, con un incremento del 45% sull’anno. Le continue escalation militari, gli stop and go di Trump, gli attacchi nel Mar Rosso e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno alimentato la corsa delle quotazioni.

Anche la raffinazione, nondimeno, ha garantito margini eccezionali grazie all’aumento del divario tra il prezzo del greggio e quello dei carburanti. L’utile della raffinazione di Chevron è balzato a 4,9 miliardi di dollari, contro i 737 milioni dello stesso trimestre del 2025. Exxon ha ottenuto 5,5 miliardi di dollari, dopo la perdita registrata all’inizio dell’anno.

Grandi affari anche per le compagnie europee: Shell ha triplicato gli utili fino a 10,82 miliardi di dollari, mentre TotalEnergies li ha più che raddoppiati, raggiungendo 5,44 miliardi. Secondo Global Witness, sei grandi compagnie europee, tra cui l’italiana Eni, hanno totalizzato 22 miliardi di dollari di profitti solo nel primo trimestre (+43%). Nella lista dei «vincitori» della guerra c’è anche il colosso saudita Aramco, che ha aumentato gli utili del 44% (32,7 miliardi di dollari), «nonostante l’interruzione senza precedenti delle forniture», ha dichiarato trionfalmente il ceo Amin H. Nasser.

Profitti extra per i petrolieri, caro carburanti per il popolo. Negli Stati Uniti il prezzo medio della benzina è arrivato addirittura a 4,11 dollari al gallone, contro meno di 3 dollari prima della guerra. Un aumento che pesa sulle classi popolari e che è finito per trasformarsi in un problema politico per The Donald, alle prese con il calo del consenso e con le elezioni di metà mandato alle porte.

Da qui il cambio di tono: «Arricchitevi, ma qualche briciola lasciatela al popolo!». «Chevron: troppi soldi. ExxonMobil: troppi soldi. Dovranno restituirne una parte al pubblico», ha dichiarato il tycoon, chiedendo anche una riduzione «immediata» dei prezzi alla pompa.

La guerra illegale sua e di Netanyahu ha generato un’enorme redistribuzione di ricchezza verso i grandi gruppi energetici. Solo dopo averne constatato gli effetti sul consenso politico, la Casa Bianca ha provato, opportunisticamente, a criticare questi extra-profitti.

Il punto, però, va oltre le polemiche contingenti. Ogni crisi internazionale, ogni conflitto, ogni interruzione delle catene di approvvigionamento si traduce ormai in una gigantesca occasione di valorizzazione del capitale per i grandi gruppi dell’energia e dell’industria militare. La guerra non è soltanto una tragedia umana e geopolitica: è sempre più un meccanismo che alimenta l’accumulazione capitalistica, trasferendo ricchezza verso chi controlla le risorse strategiche e lasciando ai cittadini il conto sotto forma di inflazione e caro energia.

nella foto: oscillazioni prezzi del petrolio alla borsa di New York

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Salasso di guerra: Meloni fa il pieno ai petrolieri

( Roberto Ciccarelli su  il manifesto - 5 agosto 2026 )

Poveri ma bellici: Tagli ai ministeri per finanziare lo sconto sul gasolio. Decreto fotocopia: riduzione di 17 centesimi, ma non sulla benzina, fino al 25 agosto. Aumentano le bollette di gas e elettricità: assicurato un altro contributo alla rendita fossile

In agosto si partirà in macchina tranquilli di farsi spennare dai petrolieri che beneficiano della guerra di Trump in Iran. Il Consiglio dei ministri ieri ha rinnovato la riduzione di 17 centesimi al litro del solo gasolio fino al 25 agosto. Sono stati stanziati altri 245 milioni di euro destinati al settore dell’autotrasporto, della logistica e della distribuzione merci. Per chi circola con un’auto a benzina, invece, nessun effimero sollievo fiscale, nonostante i prezzi medi sfiorino o superino i 2 euro al litro. I 245 milioni vanno ad aggiungersi ai circa 2,5 miliardi pubblici già versati nelle tasche dei petrolieri dal 18 marzo scorso.

LA RIDUZIONE dell’accisa sul diesel continuerà ad essere irrilevante come si è già visto nei giorni scorsi quando il prezzo finale alla pompa è tornato a salire verso i 2,10 euro al litro in modalità self-service. Gran parte del risparmio percepito dagli autotrasportatori — che hanno suscitato la viva comprensione di Meloni & co. — continuerà ad essere erosa nell’altalena delle quotazioni del petrolio.

IL RISULTATO è stato stimato dal centro studi di Confcooperative: il «caro prezzi» sarà finanziato dagli automobilisti per 1 miliardo di euro. Rispetto allo scorso anno occorreranno 22 euro in più per un pieno di diesel e 15 euro in più per la benzina. Per questa ragione si ritiene che 8,9 milioni di italiani resteranno a casa: non hanno i soldi per pagare la tassa Trump. Il miliardo di euro in più da pagare ad agosto si somma alle risorse già drenate verso la filiera energetica, senza che sia stato imposto alcun vincolo di investimento nella transizione o nella mitigazione dei prezzi.

I FONDI STANZIATI dal governo sono stati tolti, di nuovo, ai ministeri. Per altri canali sono stati sottratti ai servizi pubblici in senso ampio. «Non erano molto contenti, ma poi vedremo», ha commentato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Sono tagli lineari già fatti in uno dei precedenti decreti anti-rincari. Ed è stato bocciato l’aumento del prezzo delle sigarette per finanziare lo sconto sulla benzina. Si è trattato di un escamotage fiscale spacciato per misura sanitaria. Ora, invece, si ritagliano i servizi per arricchire i petrolieri. È il modo in cui il governo riesce a fare pace con la propria logica.

L’ESECUTIVO ha fatto un ulteriore annuncio in vista del contro-esodo di fine mese. Sabato 29 e domenica 30 agosto ci sarà il classico rientro. Gli automobilisti hanno avuto già la sicurezza di un altro salasso. Dal pulpito di Facebook la presidente del consiglio Meloni ha scritto: «Dal 25 agosto entrerà nuovamente in vigore il meccanismo delle accise mobili e valuteremo ogni eventuale ulteriore intervento. Cerchiamo di fare la nostra parte per contenere gli effetti dei rincari».

IL POMERIGGIO era però passato con il vicepremier Matteo Salvini intento a a fare le ruote di pavone con il suo velleitarismo. Dopo avere orecchiato le uscite di Trump ha recitato la solfa sui «contributi» da chiedere ai padroni del petrolio. Ma il Cdm al quale il leghista ha partecipato, insieme all’occhiuto Giorgetti, si è tenuto ben lontano dal chiedere un obolo. «Quello di Salvini è un teatrino – ha osservato Chiara Appendino del Movimento 5 Stelle – In mattinata da un cantiere chiedeva la tassazione degli extraprofitti di banche e società energetiche per tagliare le accise, in serata non ha mosso un dito a Palazzo Chigi».

OLTRE A GASOLIO E BENZINA c’è il caro del gas e dell’elettricità. Secondo l’Arera, a luglio le bollette sono salite del +9,7% per i clienti vulnerabili rispetto al mese precedente. Per il Codacons, l’aumento corrisponde a +130,7 euro a nucleo familiare. In un anno la bolletta media del gas è salita a 1.478,4 euro (per 1.100 metri cubi consumati). Sommati ai 632,6 euro della luce, il conto totale per un utente vulnerabile ha raggiunto i 2.111 euro. E senza neppure considerare tutti gli altri. «Vivono alla giornata – ha attaccato il presidente dei senatori Pd Francesco Boccia – Rincorrono le scadenze senza affrontare le cause strutturali della crisi».

SENZA UN BLOCCO dei margini speculativi, senza un tetto ai prezzi e senza un prelievo effettivo sulle rendite energetiche, la crisi viene scaricata sul reddito da lavoro e sui servizi pubblici per tutelare la rendita della filiera petrolifera.

26 luglio 2026

Adesso il governo indiano ha paura degli scarafaggi

 di Matteo Miavaldi *

Continua la protesta della Gen Z, e su Modi aleggia lo spettro di Bangladesh e Nepal

Da una settimana il governo della destra hindu presieduto da Narendra Modi sta affrontando la peggior crisi degli ultimi dodici anni, cioè da quando nel 2014 ha inaugurato un’era di predominio assoluto nel favore popolare del paese più popoloso del mondo.

Le cose sembrano essere cambiate drasticamente nelle ultime 72 ore, quando il movimento della Gen Z indiana innescato dalle manifestazioni del Cockroach janta party (Cjp, il partito popolare degli scarafaggi) è riuscito in un’impresa che solo a dieci milioni di contadini nel 2021 era riuscita: costringere l’amministrazione Modi a trattare.

All’epoca il tema del contendere era però circoscritto alle riforme imposte – e poi ritirate – al settore dell’agricoltura, mentre in questa estate del 2026 ad assediare l’esecutivo sono state centinaia di migliaia di giovani della classe media, urbanizzati, figli e figlie di un privilegio che per anni li aveva isolati dalla repressione governativa e filogovernativa indirizzata a minoranze religiose (soprattutto quella musulmana), etniche e, volendo, anche ideologiche, considerando il blocco dei «progressisti» che ha osato criticare il progetto settario di New India incoraggiato da Modi, pagandone conseguenze durissime. Dalla morte in giù, per intenderci.

Questa volta a fronteggiare il braccio violento della legge indiana è stata una generazione che ha saputo farsi scudo della propria naïveté, immortalata in reel di Instagram che rimbalzano ai quattro angoli della Terra. C’è Rhiya Ahir, modella di 27 anni, che in felpa e cappellino sotto la pioggia torrenziale di Mumbai si piazza davanti a una camionetta della polizia carica di manifestanti e per 20 minuti la blocca con la mano destra; la sinistra appoggiata al fianco, come un video di Beyoncé, come a dire «voglio vedere cosa mi fate». E c’è Bharat, un ragazzo che nei primi giorni delle proteste nel centro di Delhi si ritrova circondato da poliziotti che lo massacrano a bastonate mentre lui, senza mai cedere, urla «Maro do sir! Maro do sir!», cioè «Picchiami, signor poliziotto! Picchiami!».
Nell’India rurale una musulmana o un dalit, gli ultimi degli ultimi del sistema castale indiano, mai si spingerebbero a tanto.

La Gen Z urbana, al contrario, osa. Osa bloccare il centro di New Delhi per chiedere le dimissioni del ministro dell’educazione Dharmendra Pradhan, il volto dell’inefficienza del sistema dell’istruzione pubblica nazionale, e quando viene caricata e sgomberata dalla polizia rilancia, chiamando a raccolta via social network una moltitudine che ormai straborda: a centinaia di migliaia ieri hanno marciato nelle principali città indiane per protestare contro la violenza delle forze dell’ordine nei confronti di un movimento che ha fatto di tutto, e continua a farlo, per rimanere pacifico.

Il terrore che serpeggia nell’amministrazione Modi è tutto contenuto in un video di poco più di un minuto postato nella notte tra il 23 e il 24 luglio dal primo ministro in persona: senza fronzoli, faccione in primo piano, Modi ha ribadito urbi et orbi la volontà del suo governo di perseguire penalmente i responsabili della debacle del sistema di valutazione degli esami d’ingresso alle facoltà di medicina che hanno portato, tra le altre, almeno a 21 suicidi di studenti e studentesse.

È il terrore che anche in India possa ripetersi lo scenario che negli ultimi anni si è verificato in Nepal e Bangladesh, quando partendo da temi tutto sommato «minori» (l’uso dei social network in Nepal, le quote nell’impiego pubblico in Bangladesh) le rispettive Gen Z hanno spazzato via due governi nel giro di qualche settimana.

Per scongiurare il peggio, dopo aver bistrattato e sottovalutato il coefficiente valanga di queste mobilitazioni apartitiche (e quindi oceaniche), il governo indiano ha cambiato approccio.

Da un lato sta cercando di rompere il fronte del dissenso, ad esempio convincendo l’ingegnere e attivista dell’ambiente Sonam Wangchuk a interrompere lo sciopero della fame iniziato 26 giorni fa a sostegno della lotta degli studenti e delle studentesse: lo ha fatto ieri notte a favore di telecamera, letteralmente imboccato dal ministro della salute J. P. Nadda.

Dall’altro lato, per conto di Modi, Nadda sta cercando di trovare un accordo coi vertici degli «scarafaggi», incontrati ieri al Constitution club of India, nel centro di New Delhi, per colloqui al momento ancora non risolutivi.
Saurav Das, portavoce degli «scarafaggi», ieri ha chiarito che il movimento non arretra di un millimetro e continuerà la mobilitazione finché non otterrà le dimissioni del ministro dell’istruzione: le proteste si fermeranno 24 ore, per dare tempo al governo di far fuori il proprio ministro; in caso contrario, la mobilitazione continuerà.

Nel frattempo il governo ha annunciato di tutto: 47 funzionari della National Testing Agency licenziati in tronco, aperte indagini per individuare e punire i poliziotti violenti, trasferito il viceministro dell’istruzione, garantito risarcimento di dieci milioni di rupie a ogni famiglia di studenti e studentesse morti suicidi a causa dei «paper leak». Ma l’ultimatum degli «scarafaggi» rimane.

A questo punto, però, la «testa» di Pradhan potrebbe non essere più sufficiente. O meglio, lo sarebbe per gli «scarafaggi», ma non è detto lo sia per le centinaia di migliaia di giovani che sono in piazza da giorni e urlano slogan che vanno ben oltre le recriminazioni da «buon governo». Vogliono un’altra testa. Quella di Narendra Modi.

nella foto: manifestazione del Cockroach janta party (Cjp) a Mumbai

* da il manifesto- 25 luglio 2026

leggi anche: La meglio gioventù indiana alla prova del manganello

18 luglio 2026

Tre interventi sul clima


 Mercato del carbonio. L’inchino Ue agli   affari non basta alle aziende

 ( di Andrea Valdambrini - da il manifesto 18       luglio  2026 )

Un brutto clima Per Bruxelles i produttori di energia potranno continuare a rilasciare emissioni fino agli anni 2040, ma la riforma scontenta molti

L’Ue arriva alla riforma dell’Ets -il sistema europeo di scambio di quote di emissione, principale strumento dell’Unione per ridurre le emissioni di CO2- alle soglie della pausa estiva dell’attività istituzionale e dopo mesi di pressioni, polemiche e fronti contrapposti. Il risultato non piace a nessuno. Se è indubbio che la riforma vada incontro alle richieste dell’industria e per questo attiri severe critiche da parte di ambientalisti e sostenitori della neutralità climatica, sono proprio le lobby industriali a storcere la bocca, già pronte alla battaglia nel lungo iter legislativo dei prossimi mesi.

PRINCIPALE NOVITÀ della riforma è la riduzione della quota fissa base per la diminuzione delle emissioni. In prospettiva si passerà dall’attuale 4,3% annuo al 3,7% dopo il 2030, fino all’1,7% tra dieci anni. Ma l’alleggerimento non si ferma qui. Nel 2034 si sarebbero dovute azzerare le quote gratuite per i settori inquinanti interessati dal mercato europeo del carbonio, ma non sarà più così. L’immissione di nuove quote gratuite viene però limitata da una condizione: gli Stati dovranno usare il 50% dei proventi del mercato delle quote di CO2 per investimenti nella decarbonizzazione. Un passaggio chiave, dato che segue il principio secondo cui «ciò che viene tolto all’industria deve tornare all’industria». Lo fa notare il vicepresidente della Commissione, il macroniano Séjourné, sottolineando come gli obiettivi climatici debbano andare a braccetto con il processo di reindustrializzazione, considerato un pilastro della sovranità europea, nel lessico sempre più vicino a quello dell’Eliseo. Gli fa eco il responsabile del dossier, l’olandese Wopke Hoekstra, esponente del Ppe, che parla di conciliare obiettivi climatici ambiziosi e maggiore competitività.

PROPRIO L’IDEA della competitività e dell’attenzione alle imprese è stata il vettore che popolari e destra hanno usato per smontare i pilastri del Green Deal. Ora «la Commissione concede alle industrie una licenza per inquinare ancora più a lungo e a un costo inferiore», attaccano i Verdi europei, per i quali l’aumento del numero di quote gratuite di CO2 va in contrasto con l’incentivo agli investimenti nelle energie rinnovabili. «Chiunque mini la protezione del clima durante questa estate torrida non ha colto i segni dei tempi – ha sottolineato Michael Bloss, relatore ombra dei Verdi/Ale nella commissione Ambiente – I nostri figli ne pagheranno il prezzo, con compromessi sulla loro qualità di vita, salute e libertà». Le organizzazioni ambientaliste come il Wwf hanno sottolineato come il sistema Ets funzioni perché i suoi principali elementi si rafforzano reciprocamente. Il calo del tetto delle emissioni e un prezzo significativo della CO2 spingono insieme verso una maggiore convenienza delle rinnovabili.

L’ALLEGGERIMENTO dei vincoli ambientali in chiave business friendly è la faccia principale della medaglia, che però ha anche il suo rovescio: l’Europa, annuncia von der Leyen, sarà «il primo continente al mondo alimentato dall’elettricità». Per arrivarci, la decarbonizzazione deve affrontare lo scoglio dei prezzi dell’elettricità, che Bruxelles conta di rendere più accessibili anche rendendo più efficiente il sistema Ets. Si tratta per ora di un piano d’azione, non di una proposta legislativa vera e propria, ma la presidente della Commissione ha tenuto ad associarlo alla riforma. Il commissario all’Energia Jorgensen, danese ed esponente di uno degli ultimi governi socialisti dell’Ue, prime sull’acceleratore, quando afferma che «entro la fine dell’anno proporremo misure per eliminare gradualmente i sussidi ai combustibili fossili» a favore dell’energia da fonti rinnovabili.

LA PROPOSTA DI REVISIONE da parte dell’esecutivo europeo arriva dopo settimane di pressione politica. Pochi giorni fa Confindustria, la tedesca Bdi e la francese Medef avevano presentato un piano che chiedeva di rallentare la riduzione delle quote e rafforzare il sostegno all’industria, indicazioni in parte riprese dalla Commissione. Ma neppure questo compromesso sembra bastare, dato che Business Europe parla già di aspetti «preoccupanti» della riforma. Alla vigilia della revisione si era consumata anche una spaccatura tra i governi: i paesi nordici, con Spagna e Paesi Bassi, chiedevano di non indebolire il mercato del carbonio, mentre Italia, Polonia e diversi stati dell’Est spingevano per una modifica più profonda in nome della competitività.

nella foto: Nord Reno-Westfalia, centrale a carbone

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Aria irrespirabile a New York, clima infernale negli Stati uniti

Emergenza a Manhattan e in tante città americane per la quantità enorme e pericolosa di particolato provocato dagli incendi a nord. Catastrofe piogge in Texas, la tragedia di Camp Mystic non ha insegnato nulla

(  di Marina Catucci - da il manifesto 18 luglio 2026 )

Da mercoledì a New York si respira a fatica a causa del fumo denso arrivato dagli incendi canadesi, che ha trasformato il cielo di Manhattan in una cappa grigia e messo la città sotto allerta per la qualità dell’aria. La governatrice Kathy Hochul ha chiesto ai newyorkesi di restare in casa e, se costretti a uscire, di indossare la mascherina N95 (l’analogo della nostra FFP2, ndr), mentre la città ha iniziato a distribuirne gratuitamente. L’indice di qualità dell’aria ha toccato quota 200, il livello peggiore dal giugno 2023, quando il cielo si era tinto d’arancio e l’indice era arrivato a 480. Gli oltre 800 incendi attivi in Canada, concentrati soprattutto nell’Ontario nordoccidentale, stanno spingendo il fumo verso sud da giorni, e l’ondata di calore che ha investito la città in questi stessi giorni ha peggiorato ulteriormente la situazione, intrappolando il particolato più vicino al suolo. Le autorità avvertono che potrebbero passare settimane, forse mesi, prima che la situazione si stabilizzi davvero. Per strada sono tornate a vedersi mascherine che non si vedevano dal periodo del lockdown, ma con la logica invertita: si indossano quando si va all’aperto e si tolgono quando si entra in luoghi chiusi dove l’aria è respirabile. Se a New York le cose vanno male, altrove vanno anche peggio. A Minneapolis l’agenzia statale per il controllo dell’inquinamento ha dichiarato la categoria “maroon”, la più alta della scala per la respirabilità dell’aria, pericolosa per chiunque a prescindere dalle condizioni di salute: gli incendi che bruciano nella regione dell’Arrowhead e nella Boundary Waters Canoe Area hanno spinto il Minnesota a dichiarare lo stato di emergenza, e il governatore Tim Walz ha disposto la chiusura temporanea dell’area.

Secondo la classifica di IQAir, la piattaforma svizzera che monitora in tempo reale la qualità dell’aria nelle principali città del mondo, giovedì Detroit, Minneapolis e Chicago sono state per ore, nell’ordine, le tre città più inquinate al mondo. Il Michigan è finito sotto allerta massima, mentre in Pennsylvania l’allerta è passata da codice rosso, poco salubre per tutti, a codice viola, molto poco salubre per chiunque, un gradino sotto l’allerta massima raggiunta invece in Minnesota. Non è “soltanto” l’odore acre e pungente di bruciato, che pizzica la gola e dà fastidio agli occhi: uno studio pubblicato quest’anno stima che l’esposizione prolungata al particolato fine da fumo di incendi contribuisca a circa 24.100 morti l’anno nei 48 stati continentali. In Texas, invece, il problema non è il fumo ma l’acqua, e questa settimana è arrivata di nuovo in quantità distruttiva. Dal 13 luglio, piogge tropicali hanno scaricato oltre 500 millimetri di pioggia, provocando inondazioni improvvise lungo diversi fiumi. Il fiume Guadalupe si è alzato di oltre nove metri in poche ore, arrivando a undici metri, appena sotto il record di 12,9 metri stabilito esattamente un anno prima. Il governatore Greg Abbott ha dichiarato lo stato di emergenza, parlando di “minaccia di disastro imminente”, e ha riferito di oltre 75 interventi di soccorso in acqua e un morto accertato. La scena si ripete quasi identica a quella del luglio 2025, quando le stesse zone della Texas Hill Country sono state investite da un’alluvione che ha ucciso più di 139 persone, tra cui una ventina di bambini e animatori del campo estivo Camp Mystic, sulle rive dello stesso Guadalupe. Dopo quella tragedia, funzionari della National Oceanic and Atmospheric Administration e del National Weather Service avevano ammesso che le previsioni erano state accurate quanto possibile, ma che i tagli al personale federale avevano lasciato scoperto un problema diverso: la perdita di persone esperte che nelle ore successive agli allarmi avrebbero dovuto coordinarsi con le autorità locali.

Tre episodi diversi, ma la stessa configurazione meteorologica di fondo: un’alta pressione bloccata sul nord del paese che intrappola il fumo degli incendi vicino al suolo, e una corrente a getto anomala che al sud convoglia umidità tropicale sulle stesse zone del Texas colpite un anno fa.

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Europa: L’insostenibile ignoranza del caldo

Caldo torrido L’ondata di caldo da record che ha colpito gran parte dell’Europa occidentale a partire dal 21 giugno è stata determinata principalmente da condizioni meteorologiche intensificate dal cambiamento climatico causato dagli esseri umani. 327 milioni di persone sottoposte a condizioni che gli esperti definiscono "estreme"

( di Stella Levantesi - da il manifesto 18 luglio 2026 )

“Nessuno mi aveva mai detto che il dolore somiglia tanto alla paura”. Inizia così “Diario di un dolore” di C.S. Lewis. Il dolore arriva quatto quatto, che a volte nemmeno te ne accorgi, oppure irrompe violentemente, come uno strappo che costringe all’attenzione. A volte ci coglie impreparati, persino quando sappiamo che verrà. Eppure, il dolore può essere la fine dell’ignoranza e un ritorno alla realtà. Passiamo molto tempo nell’ignoranza, come società. C’è chi dice che il collasso climatico non esiste, chi pensa che non sia così grave oppure chi si convince che è lì, da qualche parte, in una dimensione astratta dove non ci può toccare davvero. Poi arriva il caldo. Quello estremo, infernale, opprimente. Arriva e la coltre di ignoranza si assottiglia, si vedono le cose con temporanea chiarezza. La società che ha costruito la propria esistenza sull’omissione, per un momento, si ricorda che fa caldo. C.S. Lewis non avrà avuto in mente il caldo quando parlava di paura. Nel 1961 scriveva di lutto e, probabilmente, nemmeno lui sapeva che chi dava i primi allarmi su quanto caldo avrebbe fatto nei decenni a venire, aveva già parlato.

Il fisico Edward Teller, padre della bomba all’idrogeno, per esempio, avverte i dirigenti dell’industria petrolifera che l’accumulo di anidride carbonica nell’atmosfera, causato dall’attività dell’industria stessa, porterà un grave riscaldamento entro la fine del secolo. Era il 1959. C.S. Lewis non aveva ancora perso la moglie. Gli esseri umani non erano ancora andati sulla luna. Il lavoro di Rosalind Franklin, James Watson e Francis Crick aveva portato, da pochi anni, alla scoperta della struttura a doppia elica del DNA. La prima email della storia non sarebbe stata inviata per dodici anni ancora. Il World Wide Web non sarebbe stato pubblico per i trentaquattro anni successivi. Gli esseri umani non avevano il Wi-Fi, le carte di credito, il codice a barre, Chat gpt, i social media, la teoria della tettonica delle placche, le immagini di un buco nero, conoscenza del virus HIV o dell’epatite C, il vaccino per la varicella, Lucy, gli smartphone, i cavi USB, la risonanza magnetica, le parole “influencer”, “scrollare”, “cringe”, la commercializzazione della pillola anticoncezionale…gli esseri umani non avevano molte delle cose che oggi determinano la nostra società, persino la nostra quotidianità, ma alcuni scienziati sapevano già che produrre gas e petrolio avrebbe causato un’alterazione del clima globale. Non erano solo gli scienziati, erano le compagnie di combustibili fossili. Dentro le aziende, molti già sapevano che avrebbe fatto caldo. Nel 1979, uno studio interno condotto dalla compagnia di combustibili fossili ExxonMobil e contrassegnato come “confidenziale”, rivelava che un uso incontrollato dei combustibili fossili avrebbe portato a “drammatici cambiamenti climatici” entro i settantacinque anni successivi e che, per evitarlo, sarebbero stati necessari “cambiamenti radicali nei modelli di consumo energetico”. Il rapporto, redatto da Steve Knisely della Divisione di Ingegneria e Pianificazione dell’azienda, avvertiva che, a meno che non fossero stati imposti limiti alle emissioni, “si sarebbero verificati cambiamenti di temperatura evidenti intorno al 2010, quando la concentrazione avrebbe raggiunto le 400 ppm” e che “cambiamenti climatici significativi” si sarebbero verificati intorno al 2035, “quando la concentrazione si sarebbe avvicinata alle 500 ppm”. Ppm significa “parti per milione” e, in questo contesto, è un valore che indica la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera. Basta sapere che più alta è la cifra di ppm, meno è buona la notizia per noi. Oggi, il valore misurato è di circa 430ppm. Entro il 1980 esistevano previsioni scientifiche piuttosto accurate su quello che sarebbe successo mantenendo o aumentando i ritmi di produzione di carbone, gas e petrolio. La letteratura scientifica dimostrava già che ogni anno di ritardo nella decarbonizzazione da fonti fossili avrebbe comportato danni sempre più gravi. Non è necessario essere scienziati per sapere che posticipare la gestione di un problema non lo fa automaticamente scomparire. Non serve saper comprendere la scienza del clima nemmeno per sentire cosa significa vivere in un mondo in pieno collasso climatico. Il caldo si percepisce sulla propria pelle. Il sudore. La fatica. L’affanno. La stanchezza. La disidratazione. La morte. Solo in Francia, Belgio e Paesi Bassi sono stati registrati almeno 3700 decessi in eccesso a seguito dell’ondata di caldo di giugno, che ha portato le temperature oltre i 40 °C.

Ma se il caldo porta la fine dell’ignoranza, abbiamo anche alcune certezze. Negli ultimi anni ha fatto caldo come non mai. Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato. Gli ultimi tre anni (2023-2025) hanno registrato in media temperature superiori a oltre 1,5 °C rispetto ai livelli pre-industriali (1850–1900). Gli ultimi undici anni sono stati gli anni più caldi mai registrati. Da giugno a settembre 2024 si sono contati oltre 62 mila decessi legati al caldo in tutta Europa, e l’Italia è stato il Paese con il maggior numero di vittime per il caldo - 19 mila. Farà ancora più caldo. Il clima della Terra è più sbilanciato che mai, poiché le concentrazioni di gas serra causano un continuo riscaldamento dell’atmosfera e degli oceani.

Lo dice Homer a Bart nel meme dei Simpson: “Questa è l’estate più calda della tua vita…finora!”. Nel dramma, esiste sempre una forma d’ironia. Un evento che avrebbe dovuto tenersi nel centro di Londra durante la London Climate Action Week su come il mondo può adattarsi al caldo estremo è stato annullato a causa delle alte temperature. Fa così caldo soprattutto a causa del cambiamento climatico. L’ondata di caldo da record che ha colpito gran parte dell’Europa occidentale a partire dal 21 giugno è stata determinata principalmente da condizioni meteorologiche intensificate dal cambiamento climatico causato dagli esseri umani. Circa 327 milioni di persone sono state esposte a condizioni di calore aggravate dal cambiamento climatico, per un costo di oltre 15,6 trilioni di dollari: più dell’ ottanta per cento di quelle persone sono state esposte a condizioni “estreme”.

Il cambiamento climatico è causato soprattutto dall’attività dell’industria di gas e petrolio. Se A è uguale B e B è uguale C… Il fatto più importante riguardo al riscaldamento globale, ovvero che per prevenirlo sarebbe necessaria una rapida transizione dal carbone, petrolio e gas, ha sempre rappresentato la minaccia esistenziale per l’industria di combustibili fossili, sottolinea il ricercatore Benjamin Franta in un libro sullo studio dell’ignoranza, “L’ignoranza smascherata: saggi sulla nuova scienza dell’agnotologia”. Le industrie non negavano solo il problema ma si misero a promuovere l’idea che la crisi climatica potesse essere risolta senza cambiare il sistema energetico fondato sul fossile. Ancora una volta, non serve una conoscenza approfondita della scienza del clima per sapere che se vuoi mentire, la via più semplice è nascondere, ma quella più efficace è manipolare. Chi ha interesse ad ostacolare l’azione per il clima e per la salute agisce con successo da oltre cinquant’anni. L’industria fossile, i politici, le lobby e le associazioni di categoria che fanno gli interessi del gas e del petrolio hanno orchestrato una campagna di disinformazione sul clima durata decenni al fine di manipolare i fatti della scienza ed evitare l’azione. Se il problema della crisi climatica non esiste oppure può essere risolto senza cambiare nulla del sistema energetico ed economico in cui siamo, allora la sua gravità e la sua urgenza possono essere ignorate. Eppure, l’ignoranza non viene dalla mancanza di informazioni o da un vuoto di conoscenza, ma dalla convenienza. L’ignoranza è legittimata, incoraggiata, garantita e permette alle compagnie di petrolio e gas e ai politici di continuare a guadagnare da un sistema improntato al profitto e alla crescita, a scapito della salute e delle vite delle persone e del pianeta. Se vivi nell’ignoranza, forse, avrai anche una possibilità di scappare dal dolore, ma non dal clima estremo. Il problema del caldo non è solo che uccide: quando, solo temporaneamente, recede nei mesi dopo l’estate, viene dimenticato. Come società archiviamo nuovamente il fatto che stiamo vivendo la crisi climatica. Liquidiamo il problema fino all’arrivo di altri eventi meteorologici estremi intensificati dal riscaldamento globale: le alluvioni, le tempeste tropicali, la siccità. I raccolti agricoli lapidati, il suolo eroso, i ghiacciai in recesso, l’oceano acido, le malattie infettive…

Il titolo originale di “Diario di un dolore” è “A grief observed”, “Un lutto osservato”. Osservare significa custodire. Un’altra ironia? Il dibattito pubblico è colmo di osservazioni ma le uniche cose che chi ha potere ha davvero interesse a custodire sono il profitto e l’ignoranza.

 leggi anche: Caldo estremo, le città ribollono


 


16 luglio 2026

Preferenze: Anche Travaglio, ahimè, si iscrive al club degli allocchi

(Un intervento di Travaglio e un mio commento)

Guardoni in festa   (di Marco Travaglio)

 - Non vorremmo guastare la festa alle opposizioni, giustamente esultanti per il Bottarellum sul Melonellum rimediato da Giorgia e i suoi fratelli. Ma un conto è compiacersi per lo smacco all’immagine vincente della Meloni (già sfregiata dal referendum) e per l’ennesimo sfarinamento della maggioranza. Un altro è spacciare una faida tutta a destra per un successo del centrosinistra, che non vi ha toccato palla. Come se un calciatore della Nazionale italiana eliminata ai Mondiali esultasse perché la Spagna ha eliminato la Francia in semifinale: e lui che c’entra? Quello di vantarsi ed esultare per conto terzi è un vecchio malvezzo: da quando è nato 21 anni fa, il Pd non ha mai vinto un’elezione, però s’è intestato da mosca cocchiera tutti i successi dei progressisti all’estero (Obama, Biden, Sànchez, Lula, Starmer ecc.). La consolazione dei guardoni. Fra l’altro la bocciatura del famoso emendamento sulle finte preferenze ha peggiorato ulteriormente la schiforma: se fosse passato, almeno qualche eletto dei due o tre partiti maggiori sarebbe stato scelto dagli elettori, in un mare di capilista bloccati: così invece il Melonellum è passato nel modello-base. Col premio di maggioranza monstre a chi prende il 42% dei voti e i nominati dai capipartito. E, salvo sorprese al Senato, sarà la legge con cui voteremo nel 2027, prima che la Consulta possa farla a pezzi. Una legge terrificante, che molti a sinistra paragonano alla legge Acerbo di Mussolini o alla “legge truffa” di De Gasperi per nascondere che le preferenze non le vuole neppure il Pd ed evitare confronti imbarazzanti con l’Italicum e il Rosatellum, imposti dal Pd renziano nel 2014 e nel 2017 (addirittura col voto di fiducia ai governi Renzi e Gentiloni) per togliere agli elettori il diritto di scelta e all’avversario (allora erano i 5Stelle) il diritto di vincere le elezioni e governare.

Nella classifica della porcata più porca, non vince il Melonellum, ma l’Italicum, seguito a pari merito dal Porcellum e dal Rosatellum. Ma tutt’e quattro hanno in comune l’esproprio agli elettori, perpetrato ora con le liste bloccate ora con i capilista bloccati. Le liste bloccate le inventò nel 1993 il Mattarellum per il 25% di quota proporzionale, ma almeno nel 75% di maggioritario i cittadini potevano scegliersi il candidato preferito nel proprio collegio (per quanto deciso dai partiti). Quindi la preferenza è abolita dal 1994: infatti i cittadini, sapendo di contare pochissimo, disertano vieppiù le urne. Chi volesse riportarli a votare dovrebbe battersi per la legge del 1992: proporzionale con preferenza unica, la stessa poi sancita dalla Consulta nel 2013 con la sentenza che bocciava il Porcellum. Quindi sicuramente costituzionale. Quanti dei leader che l’altra sera festeggiavano in piazza sono pronti a firmarla?

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Il mio commento :

Anche Travaglio, ahimè, si iscrive al club degli allocchi che vanno in confusione e credono davvero che le preferenze, questione di scarso rilievo, siano davvero uno dei temi dirompenti su cui dividersi di fronte ad una legge super maggioritaria, che ormai sembra possa essere fermata solo dalla Corte Costituzionale. Dalle opposizioni nessuna proposta seria alternativa è emersa. Cioè la porcata versione rosatellum potrebbe andare, nella speranza che stavolta i seggi uninominali, dove i voti di tutti si cancellano tranne quelli per uno, cambino fronte. Quindi più il campo è largo più aumentano i voti ( Ma sarà vero?  In molti pensiamo di no ).

Su preferenze si e preferenze no ci sono motivazioni a favore e contro, del tutto secondarie tranne una: le preferenze sono la speranza di tutte le mafie, le lobby locali e nazionali, i gruppi clientelari che si costituiscono ad hoc per lanciare i propri rappresentanti in Parlamento come nelle Istituzioni locali.  Da dove credete che arrivino le infiltrazioni criminali negli Enti Locali che hanno portato negli ultimi 35 anni allo scioglimento di 402 Comuni ?  

Le liste bloccate sui primi due nomi ( di diverso genere ) con la possibilità  di due preferenze sul resto della lista sarebbe un compromesso che almeno limita i danni perché nessun partito può mettere due infiltrati a capolista. Da questo punto di vista due bloccati non sono solo un diritto ma anche un dovere dei partiti e la composizione finale  degli eletti ( tranne che per gli allocchi) sarebbe di sicuro più decente. 

Ma il problema vero è che nessuna opposizione ha finora centrato il vero spirito golpista della nuova eventuale legge: Quanti milioni di voti espressi dagli elettori  ( 2 o 3 o 4 … ?  )  vengono annullati e  girati in più, con il premio, alla coalizione  più votata ? Altro che le palle sulle preferenze …….

Il paese più stabile elettoralmente dell’ Europa e dell’intero Occidente da anni è la Germania. Ha un sistema elettorale nella sostanza interamente  proporzionale. Ha un quorum del 5 %  che a differenza del 3% rende difficile inventare partiti o listarelle dell’ultima ora ma produce partiti stabili. Ha un voto libero senza ricatti perché le coalizioni si formano dopo il voto con un vero confronto sul programma di legislatura fra i contraenti. Non esiste il problema ( inventato)  del pareggio. Ne quello di indicare forzatamente il premier. E, guarda caso, la Germania ha  la partecipazione al voto più alta dell’intera Europa.

- Si dice "sei un allocco" per indicare una persona ingenua e facilmente raggirabile. L'espressione deriva dall'aspetto degli allocchi, un rapace notturno i cui grandi occhi scuri e fissi gli conferiscono un'espressione perennemente stupita e spaesata, specialmente quando viene sorpreso dalla luce del giorno (AI). Personalmente li trovo adorabili.

Massimo Marino