4 marzo 2026

Il Nepal torna alle urne dopo la rivoluzione: occhi puntati su Balen

 di Matteo Miavaldi *

A sei mesi dalle proteste che hanno infiammato Kathmandu, il rapper populista è il candidato della Gen Z

A sei mesi dalla sommossa popolare che in soli cinque giorni ha fatto tabula rasa del governo di Kathmandu, domani il Nepal affronta una prova elettorale su cui sono riposte le speranze di milioni di giovani elettori ed elettrici. Molti di loro tra l’8 e il 13 settembre 2025 erano scesi in strada per protestare pacificamente contro la corruzione dilagante della macchina amministrativa nazionale e l’assenza di concrete prospettive lavorative in un Paese con l’età media che sfiora i 26 anni.

Con 22 manifestanti morti a settembre e una campagna elettorale finora estremamente pacifica, 30 milioni di nepalesi sono chiamati alle urne per ricostruire la propria democrazia parlamentare su basi più solide e solidali di quelle precedenti, rappresentate da un’oligarchia nominalmente marxista leninista incarnata dall’ex primo ministro KP Sharma Oli: sei mesi dopo aver rimesso il mandato nelle mani di un governo ad interim, ha deciso di non dare ascolto agli appelli di ricambio generazionale arrivati dalla piazza e si è autoconfermato come candidato unico del Partito comunista del Nepal (marxista leninista), uno dei due partiti di massa della giovane democrazia nepalese. Oli è al centro della vita politica del Nepal dagli anni Novanta del secolo scorso, ha guidato tre governi di coalizione e rappresenta la classe politica di cui i giovani e le giovani nepalesi vogliono liberarsi: accentratore fino a rasentare il dispotismo, sotto la sua amministrazione i potentati vicini al Partito si sono arricchiti in modo sproporzionato rispetto alla redistribuzione della ricchezza nel resto della popolazione. Secondo i dati delle Nazioni unite per il 2024, cioè durante il governo Oli, il Pil pro capite nepalese superava di poco i 1.360 dollari (161 esima posizione su 193 nella classifica mondiale).

L’altro grande partito locale, il Nepali congress, ha optato per un rimescolamento quantomeno di facciata, spedendo nelle retrovie la vecchia guardia in favore della candidatura del «giovane» Gagan Thapa, 49 anni, forte di ben quattro legislature parlamentari. La stampa indipendente nepalese indica Thapa come un candidato riformista, con un dignitoso consenso popolare e una comprovata abilità nel tessere alleanze e sinergie all’interno dell’arco parlamentare.

Ma tutti gli occhi, soprattutto quelli della Gen Z, sono puntati sul vero candidato di rottura di questa tornata elettorale, protagonista di un’ascesa irresistibile iniziata nella scena hip hop nepalese.

Era il 2013 quando Balendra Shah, in arte Balen, a 23 anni partecipa a una «freestyle battle» all’interno di Raw Barz, serie pubblicata su Youtube dedicata alla scena hip hop underground locale: sbaraglia la competizione mettendo in rima la stessa rabbia giovanile che ha animato le proteste del 2025 contro la corruzione della classe dirigente. Da lì il fenomeno Balen esplode sui social network, una hit dopo l’altra, costruito attorno a una presenza pubblica «impegnata» fatta di proclami social, bordate a tutti i partiti tradizionali nepalesi e un look già iconico: total black e occhiali da sole rettangolari, a quanto pare ormai quasi introvabili sul mercato.

Forte di un seguito digitale considerevole e comparsate televisive ricorrenti, nel 2022 Balen si candida da indipendente alle elezioni comunali di Kathmandu e stravince.

Da sindaco la sua attitudine battagliera non si smorza, anzi: Balen è un amministratore più di lotta che di governo, allergico al confronto con la stampa, quando deve comunicare qualcosa lo fa sui suoi canali social (3,5 milioni di follower su Facebook, più di un milione su Instagram) lasciandosi andare a sparate provocatorie che fanno grande presa sull’elettorato più giovane. La Gen Z voleva fosse lui a guidare il governo ad interim post Oli, ma Balen aveva nicchiato, puntando alla posta in gioco più succosa.

E domani, compiuti 35 anni, il suo nome sarà in cima alla lista dei candidati del Rastriya swatantra party (Rsp), giovane formazione populista fondata da un ex conduttore televisivo indagato per appropriazione indebita. Le previsioni lo indicano come favorito, ma difficilmente Rsp otterrà la maggioranza assoluta dei 275 seggi. E in tal caso Balen dovrà scendere a patti con quel che rimane di una classe politica che ha insultato per due decenni.

nella foto: L'ex rapper e sindaco di Kathmandu Balendra Shah durante un comizio elettorale a Bhaktapur, Nepal

* da il manifesto 4 marzo 2026

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Esplode in Nepal la Rabbia della Gen Z

 di Matteo Miavaldi – il manifesto  - 9 settembre 2025

Scontri a kathmandu: 19 morti e decine di feriti nella protesta contro la corruzione rampante nel Paese e il blocco delle principali piattaforme social

Diciannove morti e decine di feriti è il bilancio pesantissimo degli scontri che ieri, a Kathmandu, hanno interessato migliaia di giovani manifestanti nepalesi e le forze di polizia dispiegate dal governo presieduto da KP Sharma Oli (Partito comunista del Nepal, marxista-leninista).
Alle nove di mattina i manifestanti avevano risposto alla chiamata della ong Hami Nepal per un corteo autorizzato, apartitico e pacifico organizzato per protestare contro la corruzione rampante nel paese e, soprattutto, per la chiusura di 26 piattaforme social – compresi Facebook, Instagram, Whatsapp, X e Youtube – imposta dal governo giovedì 4 settembre.

È l’effetto della nuova legislazione nepalese che, secondo il governo, dovrebbe aiutare a scovare fake news e profili anonimi rei di «diffondere falsità», e che obbliga qualsiasi piattaforma social a registrarsi «in territorio nepalese» per continuare a operare all’interno dei confini nazionali; richiesta soddisfatta nel giro di pochi giorni dalla cinese TikTok e dalla cipriota Viber (messaggistica simile a Whatsapp) ma disattesa da tutti i colossi social statunitensi che, dalla mezzanotte di giovedì scorso, sono stati oscurati dalla rete locale.

L’aspetto social della protesta ha fatto sì che sui principali media internazionali si sia già iniziato a parlare della «protesta della Gen Z nepalese», tracciando paralleli con mobilitazioni simili che negli ultimi anni hanno contribuito a rovesciare le amministrazioni di Bangladesh e Sri Lanka, limitandoci al perimetro dell’Asia meridionale. In realtà staccare la spina ad alcuni tra i social network più diffusi del pianeta non solo ha privato la Gen Z delle proprie piattaforme preferite, ma ha causato danni difficilmente quantificabili nel settore del turismo – vitale per l’economia nepalese – e nella comunicazioni tra familiari, in un paese dove quasi l’8 per cento delle cittadine e dei cittadini (su 30 milioni) è emigrato in cerca di condizioni di lavoro migliori.

Tema che si intreccia con l’ostentazione della ricchezza, anche attraverso i social, di una classe dirigente chiamata ad amministrare un’economia incapace di includere nel benessere ampi strati della popolazione locale: in Nepal il reddito pro capite non supera i 1.300 dollari all’anno; in Italia sfiora i 61mila dollari.

Secondo quanto riportato da alcuni manifestanti ad al-Jazeera, inizialmente le strade del centro di Kathmandu si sono riempite di migliaia di studenti e studentesse, spesso in divisa scolastica. Ma nel corso della mattinata sono apparsi dal nulla «gruppi di uomini muscolosi a bordo di motociclette» che hanno forzato le barricate erette dalla polizia, sfondando all’interno del palazzo del parlamento.

A quel punto la polizia ha risposto sparando lacrimogeni e proiettili di gomma contro la folla.
Gli scontri sono continuati fino alla tarda serata di ieri, nonostante il governo abbia formalmente imposto il coprifuoco e il ministro degli interni Ramesh Lekhak abbia rassegnato le dimissioni a fronte della repressione degli agenti finita nel sangue.

La portavoce dell’ufficio per i diritti umani delle Nazioni unite, Ravina Shamdasani, in un comunicato si è detta «sconvolta dalle uccisioni e dai ferimenti dei manifestanti in Nepal», sollecitando una «inchiesta celere e trasparente» sugli scontri di ieri.

12 febbraio 2026

La protesta e la violenza

 di Rino Malinconico *

Fu indubbiamente il bisogno di umanità a spingere i nuovi ribelli del Sessantotto alla lotta. La qual cosa rendeva obiettivamente difficile alle varie articolazioni del potere (ammesso che avessero voluto avviare un dialogo con gli studenti) trovare un qualche “ragionevole” punto di intesa col movimento. Le richieste che venivano dalle università, e poi dai quartieri e dalle stesse fabbriche, anche quando erano tecnicamente “ragionevoli”, non lo erano mai sul piano politico, perché rimandavano inevitabilmente a ulteriori e più radicali rivendicazioni. In realtà, facevano tutt’uno con la critica frontale al capitalismo, alla cultura borghese e allo Stato repressivo. Del resto, il carattere rivoluzionario dei contenuti si accompagnava a una estrema durezza delle forme di lotta. In Francia, come è noto, il Sessantotto inaugurò i sequestri dei capi nelle fabbriche – sequestri di massa, fatti a viso aperto dagli operai stessi nel corso dei cortei interni agli stabilimenti -, nonché le barricate nelle strade, a partire dal 3 maggio del 1968. Ma anche in Germania il movimento si caratterizzò per le azioni militanti di piazza e per una forte capacità di fronteggiare cariche e idranti.

Una data significativa era già stata quella del 2 giugno del 1967, con l’ampia mobilitazione dei giovani contro la visita dello Scià di Persia Reza Pahlawi, uno degli alleati più fedeli degli Usa, a capo di uno dei regimi più autoritari del tempo. Negli scontri che accompagnarono i cortei cadde a Berlino, colpito a morte dalla polizia, lo studente Benno Ohnesorg. In effetti, l’incidenza della SDS crebbe impetuosamente proprio dopo il giugno del ’67. Ai funerali di Ohnesorg dell’8 giugno parteciparono non meno di 15.000 persone, e circa 7000 lo accompagnarono, con una impressionante marcia silenziosa, il giorno dopo al cimitero di Hannover, dove risiedeva la famiglia. E subito dopo, sempre a Hannover, si tenne il Congresso su Università e democrazia. Condizioni e organizzazioni della resistenza, una fondamentale assemblea-fiume che durò un’intera giornata con la partecipazione di oltre 5.000 persone tra studenti, professori e cittadini. Il tema della discussione era costituito dal senso delle proteste studentesche e quel dibattito fu abbastanza presto riportato in Italia dalla meritoria rivista Quaderni Piacentini (n. 33, febbraio 1968).

In quella sede Jürgen Habermas, docente di sociologia e riconosciuto esponente della cosiddetta Scuola di Francoforte, sostenne sì la positività delle proteste studentesche, ma circoscrisse la loro funzione, sul piano storico, all’ambito dello “stimolo democratico” nei confronti dell’insieme della società e delle istituzioni tedesche: In sostanza, il compito dell’opposizione studentesca era ed è nella Germania occidentale di compensare la mancanza di prospettiva teorica, di sensibilità di fronte a manipolazioni e persecuzioni, la mancanza di radicalità nell’interpretare e praticare la nostra Costituzione democratica basata sullo stato sociale di diritto, la mancanza di preveggenza e fantasia politica – appunto la mancanza di una politica illuminata nelle sue intenzioni, leale nei suoi mezzi, progressiva nelle sue interpretazioni ed azioni.

Habermas spostò poi l’attenzione sui metodi di lotta del movimento studentesco, sull’uso delle azioni di forza e sul tema della violenza, chiamando direttamente in causa colui che già la stampa indicava come il leader del movimento, e cioè il berlinese Rudi Dutschke, accusandolo di proporre “un’ideologia volontaristica, che nel 1848 si sarebbe chiamato socialismo utopico, e che nelle condizioni attuali credo di aver ragioni a chiamare fascismo di sinistra”. Il tono del discorso era scopertamente provocatorio: “Vorrei che mi si chiarisse se [Dutschke] provoca intenzionalmente la violenza manifesta secondo il meccanismo calcolato che è inerente a tale violenza, e precisamente in modo da includere il rischio che degli uomini siano fisicamente colpiti…”. Il filosofo sapeva di toccare un punto delicato della storia del movimento operaio, ma riteneva assolutamente indispensabile che sul nodo della violenza il movimento facesse una chiara autocritica: Possiamo discutere sul ruolo progressivo della violenza … C’è un ruolo progressivo della violenza e la distinzione analitica tra violenza progressiva e reazionaria ha un suo senso appunto per l’analisi. Ma io ritengo che in una situazione né oggettivamente rivoluzionaria, né analoga a quella post-rivoluzionaria … la violenza spontanea deve essere sostituita dalla pianificazione politica. Le regole formali, contro le quali qui scendete in campo con tanto calore, dovrebbero essere piuttosto realizzate, e non già messe fuori gioco.

Il primo a rispondere a Habermas sull’uso studentesco della “violenza”, termine quanto mai ambiguo, poiché si trattava di semplici occupazioni di edifici, di cortei non autorizzati e di azioni dimostrative contro oggetti e luoghi simbolici del potere, fu Hans Jürgen Krahl, che da Francoforte proveniva: Sono davvero i pomodori a provocare la violenza oppure non è piuttosto l’apparato statale iperburocratizzantesi che costringe gli studenti alla provocazione in quanto la loro opposizione contro un potere esecutivo tecnologicamente molto equipaggiato, che devono affrontare con mani nude, li costringe oggettivamente al comportamento di popoli primitivi? Io direi quindi che l’assalto brutale e sanguinoso dell’apparato statale della violenza scatenata e mobilitabile ogni momento contro gli studenti è possibile solo perché gli studenti non sono organizzati e reagiscono caoticamente … Io direi allora, dato che non siamo armati materialmente, che dobbiamo trovare forme ritualizzate del conflitto, della provocazione, e per mezzo loro mostrare davanti al pubblico nelle strade, in modo dimostrativo, una non-violenza non solo idealistica, ma materialmente manifesta. Da parte sua, Rudi Dutschke richiamò l’attenzione sull’obiettiva modifica della relazione tradizionale tra teoria e prassi. Nell’epoca di Marx si poteva sostenere, con una certa legittimità, che se il pensiero rivoluzionario penetrava nella realtà, e la realtà faceva proprio quel pensiero, la rivoluzione diventava fatto reale. Ma nel tardo-capitalismo le cose stavano diversamente, in quanto i presupposti materiali per ciò che Marx indicava come passaggio dalla preistoria alla storia erano già tutti contenuti nella realtà: Gli sviluppi delle forze produttive hanno raggiunto il punto in cui l’eliminazione della fame, della guerra e del dominio è diventata materialmente possibile. Tutto dipende dalla volontà cosciente degli uomini, dal fatto che essi facciano finalmente con coscienza la storia che comunque hanno sempre prodotto. Cioè, professor Habermas, il suo oggettivismo senza concetto colpisce a morte il soggetto da emancipare.

In effetti, era proprio il concetto di essere umano quello che la visione di Habermas espungeva dalla scena; e questo gli impediva di vedere ciò che agli occhi degli studenti era divenuto evidente, ovvero la stessa, inedita duplicità dell’istituzione universitaria, che, da un lato, era strettamente funzionale alla scientificizzazione del processo produttivo tipica del tardo-capitalismo, e, dall’altro, funzionava come indispensabile punto di partenza della possibile politicizzazione antiautoritaria. Si trattava di una duplicità piuttosto generalizzata nell’epoca del capitalismo avanzato, “caratterizzata dal fatto che permette al padrone di portare a spasso il cane e allo stesso modo mette anche la strada a disposizione delle proteste contro il Vietnam e canalizza la protesta”. In altre parole, concludeva Dutschke, diveniva indispensabile “una nuova definizione dell’attività soggettiva, ed è per questo che si critica l’oggettivismo che continua ad aver fiducia in un processo emancipativo che si realizzi spontaneamente e naturalmente. Io non ho questa fiducia, io confido solo nelle attività concrete di uomini inseriti nella prassi e non in un processo anonimo”. Ed era proprio questo che il Movimento testimoniava con la sua stessa esistenza e la sua concreta pratica politica: Ci è diventato chiaro che le regole del gioco stabilite da questa democrazia non razionale non sono le nostre, e che punto di partenza della politicizzazione degli studenti doveva essere la cosciente violazione da parte nostra di tali regole … [poiché] il rischiaramento razionale senza azione diventa fin troppo facilmente consumo, così come l’azione senza elaborazione razionale della problematica si trasforma in irrazionalità. Il dominio razionale della situazione di conflitto nella società implica costitutivamente l’azione.

nella foto: Torino, 31 gennaio 2026

* da comune-info.net - 5 febbraio 2026

E se ci liberassimo della “virilità guerriera”?

 di Lea Melandri *

Rispondere alla violenza con la violenza ha lo stesso significato, e purtroppo gli stessi effetti, della massima latina, tornata purtroppo di attualità: “Si vis pacem, para bellum”. Ed è quello che sta accadendo dopo la manifestazione di Torino come protesta per la chiusura del centro sociale Askatasuna.

Se è vero che a trasformare una protesta pacifica in uno scontro con la polizia contano molto le misure repressive di un governo di estrema destra, con nostalgie di regime, chi ha un lungo percorso politico alle spalle, sa che scelte di questo genere si ripetono con la ritualità propria soltanto di stereotipi arcaici, tanto più duraturi quanto meno indagati. Tale è la “virilità guerriera”, a cui purtroppo cominciano a guardare con interesse anche le donne. Se anziché fermarsi a contrapposizioni note, come “guerra e pace”, “buoni e cattivi”, “caos e ordine”, “paura e sicurezza”, si cominciasse invece a riflettere sull' ”agire politico”, su quanto si porta dietro di una idea di società e di governo del mondo rimasta per millenni appannaggio di una comunità storica di uomini, forse non sarebbe più così difficile prospettarsi un reale cambiamento.

Le prime e più gravi conseguenze negative di quanto avvenuto a Torino sono quelle che scoraggiano la prospettiva, già apparsa come “reale e possibile” nelle manifestazioni per Gaza e oggi a Minneapolis contro l’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement), il braccio armato di Trump: una società civile capace di una “resistenza” non violenta, che occupa instancabilmente le strade e le piazze di tutto il mondo per giorni e mesi.

Le guerre tra popoli e le guerre civili, in un momento in cui si sta assistendo a grandi conquiste della coscienza storica, come il legame, che c’è sempre stato, tra tutte le forme di dominio – sessismo, classismo, razzismo, distruzione della natura, ecc.-, rischiano di innescare un cammino inverso di resa al già noto.

*  da comune-info.net: Nella foto Torino, 31 dicembre