1 aprile 2026

Dopo l’astensionismo e il referendum c’è solo la democrazia partecipata

di Massimo Marino

Un sospiro di sollievo sì, ma mi guardo bene dal pensare che siano decisivi per il paese  i risultati del referendum che non migliorava nulla della Giustizia. Ho votato NO  senza entusiasmi riconoscendo una priorità:  la Costituzione e l’autonomia della magistratura non si toccano.

L’eccitazione dilaga e testardamente è bene concentrarsi sugli obiettivi che  vale la pena sostenere. Perché di un progetto o un programma comune per l’alternativa, al momento non c’è traccia.

Trovo malsana l’idea che un ristretto gruppo di leader chiusi in una stanza per qualche settimana si mettano a discutere di come fare le primarie. Cacciari e la Bindi  primi fra tanti, hanno indicato l’ovvio: che oggi senza progetto comune lasciarli soli a parlare di primarie e di leader  si farebbero solo male.

Non ci sono proposte per l’astensionismo, neppure una proposta per la legge elettorale, non si capisce su quali obiettivi si dovrebbe costruire una coalizione. E’ un film già visto e non finisce bene. Si dovrebbe parlare invece di alcune priorità:

- politica salariale e precarietà - cioè reddito di sopravvivenza, salario minimo, salario medio, legge sulla rappresentanza sindacale.

- migranti - uscendo dal binomio fallimentare fra razzismo e ong andrebbero  gestiti dallo Stato corridoi di entrata, percorsi di integrazione e garanzie di sicurezza dei cittadini.

-  sviluppo delle rinnovabili e transizione energetica - rimuoviamo il sabotaggio alle rinnovabili  in discesa nel 2025 mentre salgono in tutta Europa, invece di  straparlare di cento piccoli reattori nucleari che non faremo mai mentre continuiamo a garantire superprofitti per gas, petrolio e carbone. Non sono temi da accantonare visto che si sta anche per rinnovare gli Amministratori di vertice delle Società energetiche (Eni, Enel, Terna ). Figure che per le scelte energetiche e l’economia contano quanto un Ministro.

- mobilità - dopo il secolo passato dell’automotive  come mezzo di trasporto privato ed individuale dovremmo cominciare a considerare l’auto residuale. Ci servono con urgenza reti di metropolitane in tutte le grandi e medie città. E’ ora di  immaginare una mobilità su quattro vettori autonomi e indipendenti fra loro : a piedi, in bici, sulle metro connesse con le ferrovie, e solo quando è indispensabile utilizzare su strade e autostrade  le auto prevalentemente elettriche con  batterie caricate da rinnovabili. E’ una conversione fattibile in uno o due decenni e i vantaggi economici e ambientali sarebbero enormi.

Sono quattro questioni decisive, quelle su cui si costruiscono le fondamenta di un progetto. Ho chiaro cosa ne pensano quelli che  stanno  governando ma non conosco le opinioni delle opposizioni.

L’esperienza tormentata degli ultimi cinque  governi ( Renzi, Gentiloni, Conte I° e II°, Draghi ) ci ha portato a regalare per la prima volta  l’Italia ad un penoso aggregato di destra-centro unico in Europa.

Servirebbe  che un folto gruppo di persone a titolo diverso, di diverse parti della società (associazioni, comitati studenteschi, sindacati, ordini e consulte, esponenti di cultura, scienza, salute, scuola e università, magistratura, esponenti di forze armate e ordine pubblico ) insieme ai rappresentanti dei tre principali partiti antagonisti al cdx provassero a trovare il compromesso giusto. E’ un impegno lungo e tortuoso il cui esito positivo non va dato per scontato. Intendo giusto per la gran parte della società, non per questo o quel partito o gruppo di interesse potenziale vincitore del momento. Mi sembra diffusa l’opinione che dopo la valanga astensionista e un referendum salvavita,  incombendo una minoranza pericolosa che ci governa solo grazie ad una legge elettorale truffaldina, solo una grande svolta di democrazia partecipata sia in grado di garantire il cambiamento.

La tentazione di trovare scorciatoie affrettate ragionando di primarie la ritengo un errore fatale anche se la coalizione al governo arrivasse ad una improbabile imminente autodistruzione. Costruita la sintesi di un programma comune che chiederebbe alcuni mesi di lavoro tutti coloro che formalmente la sottoscrivono avrebbero titolo, se necessario, a scegliere nelle primarie, o in altre forme meno divisive, un ristretto gruppo di garanti del programma  comune e fra questi, se necessario, un leader responsabile dell’alleanza.

Andrebbe valutata la possibilità sul piano delle regole elettorali che il programma e la coalizione possano liberamente formarsi anche dopo e non solo prima del voto. Si tratta di proporre a decine di milioni di persone una svolta storica, indicativa forse anche per altri paesi dell’occidente messi male come noi.   

Fra i tanti, con qualche presunzione indico alcuni  temi e alcuni punti di vista che mi sembrano le fondamenta decisive per avviare il percorso.

1)             Astensionismo: chiarire le cause e i rimedi  - Dell’ astensionismo se ne parla giusto per qualche giorno dopo il voto ma neanche si fanno i conti giusti. Ho preso l’abitudine di misurarlo facendo i conti al contrario: quanti sono i votanti reali di quelli che sono stati eletti ? Sottraggo quindi dal totale gli astenuti rimasti a casa, i superastenuti che sono andati al seggio mettendo scheda bianca o nulla ( singolare che vengano considerati votanti). Infine quelli che hanno votato liste che, in gran parte prevedibilmente dato il sistema vigente, non hanno eletto nessuno. Questi ultimi, voti a perdere, sono sorprendentemente tanti: sono stati 3,3 milioni alle politiche del 2022, 2,6 mil.  alle europee del 2024,  nelle ultime sette Regioni rinnovate 515mila.

Ricordo che  tutti i risultati sono sempre influenzati dai sistemi elettorali con cui si ha a che fare. Le politiche del 2022 non le ha vinte il destra-centro che rappresenta  meno del 24% degli elettori ma il rosatellum, l’ennesima truffa maggioritaria in particolare per la parte di collegi uninominali (in assenza di proposte parte della opposizione è in tale stato di pericolosa confusione che li vorrebbe mantenere). Se si fosse votato con le regole del proporzionale solo corrette con la soglia di sbarramento del 5% probabilmente governerebbe oggi l’attuale opposizione. Sono almeno una decina le varianti maggioritarie in uso nel nostro paese anche se incomprensibili ai più. Tutte orientate a correttivi antiproporzionali e a stimolare un forzato bipolarismo in un paese che per fortuna non lo è per niente. Di fatto si annullano e si capovolgono di segno  alcuni milioni di voti (in genere 2-3 ). Fa eccezione il voto per le Europee le cui regole di base (proporzionale con soglia al 4% in 5 grandi collegi), guarda caso, non sono nostre.

Come esempio per farmi capire  indico i risultati che ho calcolato sull’insieme delle sette Regioni che sono andate al voto nell’arco di 4 mesi a fine 2025, incredibilmente in tre diversi appuntamenti. Sono poco  conosciuti e  sorprendenti. L’elettorato coinvolto era pari a 19,2 milioni di votanti, più di un terzo dei 51 mil totali del paese: di questi  10,3 mil. si sono astenuti, 229 mila hanno votato bianca o nulla, 515 mila hanno votato un candidato presidente le cui liste (una o più ) non hanno eletto nessuno. I voti dati a candidati Presidenti che hanno ottenuto qualche seggio sono stati 8,1 mil. cioè il 42,2%. Quindi quasi 58 elettori su 100 non hanno votato nessun candidato Presidente significativo ( praticamente l’unica figura messa davvero in risalto durante la campagna elettorale).  Delle 101 liste presentate nelle 7 Regioni 37 non hanno eletto nessuno. Le 64 liste che hanno avuto eletti sono  state votate da 5,1 mil di elettori pari al 26,8 %. Quindi  più di 73 elettori su 100 non hanno votato nessuna delle  liste che hanno avuto eletti ( ho rifatto i conti due volte perché non ci credevo). I circa 320 consiglieri regionali eletti quindi tutti insieme hanno avuto il voto di meno di 27 elettori su 100.

Sono dati che peggiorano  quelli delle elezioni politiche del 2022 con  24,6 mil di voti efficaci su 51 (48%)  e ben 3.3 mil che hanno votato liste a perdere oltre a 1,4 mil di bianche e nulle e 22,6 mil di astenuti ufficiali. Peggio alle europee del 2024 con 20,7 mil di voti ottenuti dalle  sei liste che hanno avuto eletti ( 40,3 %) e la dispersione di 2,6 mil di voti ( Azione, +Europa, Rifondazione e altri, Sud chiama Nord e altri minori.. ) .  

Il referendum, con 28,3 mil di votanti, circa 3,5 in più delle politiche del 2022 e circa 5,5 in più delle europee del 2024 ha visto ancora una consistente astensione di 23,1 mil. di elettori ( 45 elettori  su 100). E’ evidente che i votanti del referendum comunque non coincidono affatto con quelli che fino ad oggi sostengono il CDX e il CSX, specie per la consistente  presenza di giovani ( intendendo quelli sotto i 30 anni ) e di una parte degli astenuti abituali. Ricordo che in contemporanea al referendum si sono svolte in Veneto due elezioni supplettive per sostituire due Parlamentari. Il CDX ha stravinto come al solito in Veneto, con un astensionismo più alto rispetto al contemporaneo voto referendario.

Per contenere davvero l’astensionismo gli unici strumenti “procedurali” di un qualche peso sono due:

1) promuovere almeno l’apertura di un Seggio polivalente in ogni provincia dove chiunque possa votare a distanza dalla propria residenza. Meglio con l’anticipo di un giorno e la confluenza online ad un seggio ministeriale specie per le elezioni politiche ed europee, ma soprattutto:

2) definire un vero Election Day, una unica data fissa all’anno ( ad esempio fra il 25 aprile e l’1 maggio)  per qualunque tipo di scadenza elettorale locale, nazionale o referendaria. Inizialmente con cadenza annuale e successivamente con cadenza biennale compatibile con le elezioni europee.  Anche se del tutto comprensibili hanno scarso peso le proteste di qualche fuorisede che chiede di poter votare nella città in cui risiede come ha fatto la studentessa  Veronica a Roma davanti al Ministero. Alle ultime europee con un decreto, in parte svuotato dal governo, hanno votato fuori sede meno di 70mila studenti. In realtà oltre ai circa 5,5 mil di residenti stabili all’estero ( di cui vota oggi 1 su 4) i fuori sede provvisori (studenti e lavoratori) sono quasi 5 milioni.

L’ astensionismo totale è ormai stabilmente sopra ai 25 dei 50 milioni di elettori. Guarda caso tende a diminuire solo in presenza di appuntamenti aggregati come avvenuto nel settembre 2020 con il referendum sulla riduzione dei parlamentari promosso insieme a varie scadenze amministrative. L’istituzione di un vero Election Day ( si vota quindi solo ogni due anni raggruppando insieme qualunque tipo di voto e sempre nello stesso giorno dell’anno ) è quindi una battaglia di rilievo primario per la democrazia e la partecipazione che cambierebbe totalmente l’Italia. Resta il rilevante astensionismo “militante” di elettori che al momento per protesta hanno abbandonato delusi  i partiti di riferimento che non avrebbero mantenuto gli impegni presi. Valuto che siano almeno 5 milioni (specie nell’area di sinistra ma soprattutto nell’area più radicale e delusa del vecchio  M5Stelle).

2)             Riconquistare la democrazia partecipata del  proporzionale e smontare la truffa maggioritaria - E’ singolare che a destra ( ma anche a sinistra ) sia circolata l’idea di copiare il disastroso  sistema di voto delle Regionali anche per le Politiche. Alcuni hanno aggiunto il  francesismo, chissà perché, del doppio turno. Idee farlocche a cui si è ispirata però  la proposta golpista del CDX, immagino con il contributo del solito guastatore Calderoli : indicazione prevoto del Presidente del Consiglio di coalizione  seppure fuori scheda (un modo surrettizio per abituare gli elettori quasi inconsapevoli al presidenzialismo, visto che il progetto del Premierato sembra ormai sfumato entro il 2027 ), premio del 55% dei seggi alla lista  più alta sopra il 40% o altrimenti un secondo  turno a due come per le Comunali. La proposta viene definita “ proporzionale con premio” che ovviamente non esiste, un invenzione per gli allocchi perché se c’è un premio non c’è proporzionale ma la solita truffa maggioritaria con cui si annullano parte dei voti.

In nome di una finta stabilità si ripescano nefaste regole presenti in mezza Europa dal cui fallimento emerge invece l’instabilità ( vedi Francia e Gran Bretagna come esempi) e la mancanza di credibilità di molti  leader e partiti.   Fallimento che per il momento contribuisce al lievitare di movimenti di destra estrema. Insomma: si fa un inconfessabile lavoro di cesello per contenere la partecipazione al voto e torcerne la proporzionalità. Il gioco è che in pratica con il 20-25% di votanti effettivi si può prendere tutto, compresa l’elezione del Presidente della Repubblica. Di fatto è in corso da tempo in vari paesi dell’Occidente la fuoriuscita dai regimi democratici e costituzionali degli ultimi 80 anni.

La  costrizione a logiche bipolari, sempre accarezzata anche a sinistra, degenera nell’abbandono dei sistemi proporzionali, restringe la partecipazione, porta all’autoritarismo con il prevalere di sistemi personalistici e dittatoriali.

Mi sono convinto da tempo che l’unica utile e accettabile correzione ai sistemi elettorali che devono essere  totalmente ed esclusivamente  proporzionali sia il limite necessario di una soglia di sbarramento consistente (non meno del 5% ). E’ un limite, praticato da tempo in Germania, che impedisce una inaccettabile frammentazione, spinge, questo sì, alla formazione di aggregazioni stabili e rappresentative e quindi alla stabilità del sistema ed al rispetto della rappresentatività dei seggi ottenuti. Anche qui si fa grande confusione parlando impropriamente di “proporzionale puro” ( che è invece quello senza quorum o con quorum minimo ). Solo una soglia ad almeno il 5%  cambia lo scenario e garantisce stabilità. Rende ininfluenti le dilaganti liste finte, inventate  o improvvisate, usate come gregari acchiappa voti da partiti consunti e  spinge ad aggregazioni stabili. Che le  regole del sistema proporzionale tedesco o delle elezioni europee favoriscano vera stabilità ne  è l’ennesima conferma l’ordinata evoluzione del voto recente  in vari Lander tedeschi e negli stessi giorni  il contrasto con il pasticcio e la confusione che uno strampalato sistema maggioritario a due turni  sta  producendo nelle amministrative a Parigi e in Francia.

In Italia il quorum prevalente nelle Regioni e Comuni, è del 3%. Anche alla Camera se  una coalizione raggiunge il 10% le liste sotto il 3% non hanno eletti ma dall’1% il voto viene conteggiato nella coalizione. L’ambiguità della  soglia bassa  è difficilmente percepita dai comuni elettori. Piace ai grandi partiti che reclutano gregari ma anche ai piccolissimi che vivacchiano aspirando al “ proporzionale puro “ o ad una poltroncina in seconda fila dai vincenti. Il quorum basso scoraggia il formarsi di nuove forze stabili. Accompagnato dalla possibilità delle preferenze apre il varco nelle coalizioni  a gruppi clientelari organizzati e facilita le infiltrazioni mafiose nelle liste a tutti i livelli, dalle amministrative alle politiche. Per questo ritengo che gli aspetti negativi della introduzione delle preferenze siano prevalenti su quelli positivi e che un buon compromesso possa essere di bloccare i primi due candidati come diritto-dovere del partito a indicare i propri leader locali e lasciare due preferenze libere per gli altri eventuali eletti della lista.

3)             Le alleanze si fanno su un programma comune, ascoltando i movimenti sociali e poi rispettando gli impegni.

La costruzione  di una alleanza politica  non può essere prodotta dalle contorsioni a cui costringe una regola elettorale malsana ne dalla presunta convenienza personale di gruppi ristretti di eletti o di aspiranti all’elezione. Le coalizioni prima del voto, tanto più quando sono spinte dall’aspirazione a vincere il premio dei posti più che dall’ impegno ad attuare un programma comune senza conoscere il mandato che gli elettori daranno ad ognuno dei protagonisti, sono un degenerazione che viene da lontano ( la metà degli anni ’90 ). Sembra ormai “ una scelta naturale”, ma non lo è affatto.

Il paese più grande e rilevante dell’Europa, la Germania, insieme al proporzionale limitato da  una soglia di sbarramento ragionevole, vede la costruzione della coalizione e del programma di governo dopo il voto ( a tutti i livelli, dalle Legislative ai Lander, ai Comuni ) attraverso accordi ben definiti, a volte dopo varie settimane di confronto fra i protagonisti e poi approvati dai sostenitori. Ed è il paese del mondo con la minore frammentazione e la maggiore stabilità.

Insomma quello che da 30 anni ci raccontano sulla stabilità ( a destra e spesso a sinistra ) sono solo balle.

Va chiarito che neppure un movimento politico che ambisce a costruire una alternativa ha il ruolo di rappresentare le ragioni di un gruppo sociale ristretto, ad esempio quello dei più precari o diseredati,  o quello a difesa  dei migranti che a tutti i costi cercano un approdo migliore, oppure  una causa nobile come quella della tutela ambientale minacciata dalla  crisi climatica. Tanto meno di rappresentare solo una élite economica o qualche ristretto centro di potere dietro le quinte della scena.   Dal mio punto di vista la costruzione di una alleanza politica ha l’obiettivo di conquistare una larga convergenza e un largo consenso nell’intera società nella quale però si tutelino le ragioni dei più precari, la convivenza e l’integrazione dei migranti avvenga tutelando sicurezza e reciproca tolleranza, la necessaria conversione ambientale ed energetica abbia un peso adeguato nelle scelte generali dei protagonisti costruttori della alleanza perché riguarda i destini delle generazioni future. Il compito dell’alleanza è quello di riunire e rappresentare diversi gruppi sociali, generazioni e culture diverse, in una comune convivenza garantendo libertà, tolleranza etnica e religiosa, tutela ambientale e giustizia sociale. Se questo impegno nei suoi aspetti concreti di programma comune  si conferma e produce  un largo consenso l’alleanza vale la pena di essere tentata, anche prima del voto, altrimenti no.

Un comitato od una associazione di scopo può promuovere l’obiettivo della decarbonizzazione, tutelare la sopravvivenza dei palestinesi, garantire la vocazione alla pace come bene supremo. Non necessariamente i protagonisti devono o possono farsi carico del percorso, degli strumenti, dei tempi, delle risorse e dei costi per attuare questi obiettivi e farlo garantendosi il consenso e il sostegno di larga parte della società.

Sono i partiti e i movimenti politici, specie quelli che aspirano al cambiamento, che dovrebbero servire a questo. I cittadini devono aver chiaro quali sono gli obiettivi, comprendere come funzionano i sistemi elettorali, possibilmente uguali ad ogni livello  perché oggi il 99% degli italiani almeno non è in grado di capire la conseguenza di ogni variante. E pretendere che gli impegni presi vengano, per quanto possibile, mantenuti.    

20 marzo 2026

Che cosa dice la nuova legge sulle etnie in Cina voluta da Xi Jinping

Milano (AsiaNews/Agenzie) - Approvata oggi dall'Assemblea Nazionale del Popolo eleva al rango di norma il pensiero del presidente sulla "sinicizzazione" dei 56 gruppi ufficialmente riconosciuti. L'identità Han definita come il "tronco", le altre culture paragonate a "rami o foglie". Lezioni in putonghua, il cinese standard, fin dall'età prescolare. I timori di tibetani, uiguri e mongoli che temodo di vedere ulteriormente repressa la propria identità.

– Nella giornata conclusiva delle “Due sessioni” a Pechino l’Assemblea Nazionale del Popolo - l’organismo legislativo del sistema politico cinese – ha approvato la “Legge per la promozione dell’unità e del progresso etnico”, un provvedimento fortissimamente voluto dal presidente Xi Jinping che mira a trasformare in norma giuridica l’idea della “sinicizzazione” delle minoranze etniche cinesi.

Sulla carta, questa legge afferma di mirare a favorire l’integrazione tra i 56 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti, dominati dall’etnia Han, attraverso politiche legate all’istruzione e all’edilizia abitativa. Secondo molti critici, tuttavia, la normativa rischia di allontanare le persone dalla propria lingua e cultura. Ad esempio il provvedimento stabilisce che tutti i bambini debbano essere istruiti in mandarino prima dell’asilo e fino alla fine delle scuole superiori. In precedenza, gli studenti potevano seguire gran parte del programma scolastico nella propria lingua madre, come il tibetano, l’uiguro o il mongolo.

Gli Han rappresentano oltre il 90% dei circa 1,4 miliardi di abitanti della Cina. Pechino è da tempo accusata di limitare i diritti delle minoranze etniche in regioni come Tibet, Xinjiang e Mongolia Interna, imponendo l’assimilazione con la forza.

La visione di Xi sull’argomento si articola in dodici principi fondamentali, noti come i “Dodici doveri”. Tra questi spiccano la necessità di costruire un forte senso di comunità nazionale, definita con l’espressione chiave Zhonghua minzu (华民族), la promozione di una “casa spirituale condivisa” e l’incoraggiamento di maggiori interazioni e integrazione tra i diversi gruppi etnici. La dottrina interpreta le questioni etniche ponendo un forte accento sulla sicurezza nazionale, sottolineando il dovere di tutti i gruppi di proteggere l’unità dello Stato e la stabilità sociale.

Un altro elemento centrale è il concetto delle “quattro relazioni”, che descrivono il rapporto tra la cultura dominante han e le culture delle minoranze. Secondo questa visione, la cultura cinese centrale rappresenta il “tronco” dell’albero, mentre le culture etniche sono paragonate a “rami e foglie”. Solo con radici profonde e un tronco forte - ha dichiarato Xi in un importante discorso del 2021 su questo tema - i rami possono prosperare.

La nuova legge è concepita come una normativa fondamentale nel campo delle politiche etniche. Come spesso accade con leggi di questo tipo in Cina, il testo non stabilisce regole dettagliate o sanzioni precise, ma contiene soprattutto dichiarazioni di principio e linee guida politiche rivolte a un’ampia gamma di attori statali e sociali. Tuttavia il suo significato non è solo simbolico: inserendo la dottrina di Xi nel sistema giuridico, la legge le conferirà una base legale più solida e potrà giustificare future politiche governative in materia.

Il testo include un lungo preambolo narrativo di oltre 800 caratteri, una struttura presente solo in pochissime leggi cinesi, come quelle relative all’autonomia etnica regionale e agli statuti speciali di Hong Kong e Macao. Questo preambolo propone una narrazione storica secondo cui i diversi gruppi etnici della Cina, attraverso oltre cinquemila anni di storia condivisa, hanno costruito uno Stato multietnico unificato. Secondo questa visione, nonostante le aggressioni straniere a partire dal XIX secolo, queste comunità sarebbero riuscite a preservare una civiltà comune. Il testo attribuisce dunque al Partito Comunista il merito di aver guidato tutti i gruppi etnici verso l’indipendenza e l’uguaglianza, sviluppando un modello “con caratteristiche cinesi” per affrontare le questioni etniche.

Uno dei concetti più ricorrenti nella legge è quello di “coscienza della comunità della nazione cinese”, che compare decine di volte nel testo e viene definito come il fondamento dell’unità etnica. Il documento invita tutte le istituzioni pubbliche e private, nonché i cittadini, a contribuire alla costruzione di questa identità nazionale condivisa.

Diversi capitoli delineano le modalità con cui il governo intende raggiungere questi obiettivi. Un primo ambito riguarda l’educazione e la cultura. La legge promuove l’identificazione dei cittadini con la patria, la nazione cinese, la cultura tradizionale e il Partito Comunista attraverso programmi di educazione patriottica, la diffusione della cultura nazionale e la promozione dei simboli culturali cinesi.

Grande attenzione è dedicata anche alla lingua. Il testo rafforza l’uso del putonghua, il cinese standard, stabilendo ad esempio che i bambini in età prescolare debbano acquisirne la padronanza e che, negli spazi pubblici, i caratteri cinesi debbano avere maggiore visibilità rispetto alle scritture delle minoranze quando entrambe sono presenti.

Un altro obiettivo della legge è favorire una maggiore integrazione sociale e territoriale tra gruppi etnici. I governi locali vengono incoraggiati a creare comunità “interconnesse”, dove persone di diverse etnie possano vivere, studiare e lavorare insieme. Sono previste inoltre politiche per facilitare la mobilità della popolazione, gli scambi educativi e la cooperazione tra regioni.

La legge affronta anche lo sviluppo economico delle regioni etniche e di confine, collegandolo a obiettivi strategici nazionali come la sicurezza delle frontiere, delle risorse energetiche e dell’approvvigionamento alimentare. Allo stesso tempo - in un’altra sezione molto esposta ad essere utilizzata per abusi di potere nei confronti delle minoranze - promuove la trasformazione di alcune tradizioni considerate “obsolete”, con l’intento di favorire una “cultura civica più moderna”.

Quanto ai meccanismi di applicazione, i cittadini stessi vengono invitati a segnalare comportamenti che minacciano l’unità etnica e le autorità potranno intervenire per fermare la diffusione di contenuti online ritenuti discriminatori o divisivi. Tuttavia la legge non introduce nuove pene specifiche: eventuali sanzioni verranno applicate secondo altre norme già esistenti.

Infine - in un altro passaggio estremamente delicato - la legge afferma la giurisdizione di Pechino anche su organizzazioni o individui stranieri che “compiano atti diretti contro la Repubblica Popolare Cinese che minano l’unità e il progresso etnico o provocano divisioni etniche”.

 * da Lanterne Rosse ( newsletter di asianews.it sulla Cina -asia dell’est ) 12 marzo 2026

AsiaNews è un'agenzia di informazione promossa dai missionari del Pime, il Pontificio Istituto Missioni Estere.

17 marzo 2026

Francia: Voto frammentato, il secondo turno sarà un test per l’Eliseo

 di Anna Maria Merlo

Elezioni comunali Astensione record, oltre il 40%. Tengono i partiti tradizionali: la destra ex neo-gollista (Lr) e il Ps, verso la vittoria a Parigi

Una forte astensione, inabituale alle comunali, oltre il 40%. Un panorama politico che conferma la frammentazione delle legislative. E l’attesa di qualche sorpresa per il secondo turno, domenica prossima, che riguarda esclusivamente comuni di una certa entità.

Il secondo turno è un laboratorio per le presidenziali tra poco più di un anno. Il primo turno delle elezioni municipali nei circa 35mila comuni francesi rivela la quasi scomparsa del centro, che aveva rincorso la posizione «né destra né sinistra» e la conferma della preminenza, a livello locale, dei partiti tradizionali, la destra ex neo-gollista Les Républicains (Lr) e il Ps. Ma oggi queste due formazioni sono messe sotto pressione dalle ali più radicali, il Rassemblement all’estrema destra ( RN) e La France insoumise (Lfi ) a sinistra.

DOMENICA CI SARANNO 66 “triangolari” (cioè con tre liste), 81 “quadrangolari” e persino 17 casi con cinque concorrenti. Nelle grandi città il risultato finale resta aperto: a Parigi, è probabile una vittoria di Emmanuel Grégoire, erede di 25 anni di governo Ps con gli alleati verdi e Pcf, ma dovrà combattere probabilmente una battaglia tra 5 candidati, a Marsiglia c’è un testa-a-testa tra il sindaco uscente, Benoït Payan, del Printemps marseillais (unione delle sinistre, esclusa Lfi) e Franck Allisio del Ressemblement National, con 4 candidati in corsa, a Lione i verdi dovrebbero tenere, con una “fusione tecnica” con Lfi per il sindaco écolo uscente Grégory Doucet, inseguito dalla destra in affanno. Intesa a sinistra, tra Ps e alleati con Lfi, anche a Tolosa e Limoges, città che possono essere conquistate a sinistra.

IL GIOCO DELLE ALLEANZE per il secondo turno per la presentazione delle liste entro oggi alle 18 è forte soprattutto a sinistra: oltre alla vittoria al primo turno a Saint-Denis nella banlieue parigina (dove ha strappato il comune al Ps) e il primo posto a Roubaix, Lfi ha superato il 10% e può mantenersi in una sessantina di città. La linea scelta è di rifiutare la desistenza nei casi sia favorito il Ps e proporre al posto una “fusione tecnica” delle liste. Sulla carta, in 35 comuni è possibile un’intesa tra Ps e Lfi, ma il segretario socialista, Olivier Faure, ha rifiutato «un accordo nazionale» pur non escludendo intese locali.

I Verdi giocano la carta della mediazione, sperando di costruire degli accordi tra le forze di sinistra, anche per limitare le perdite nelle città che avevano conquistato nel 2020: la situazione è favorevole a Lione e Besançon, già più complicata a Bordeaux, in difficoltà a Strasburgo, con il Ps in testa. Anche a destra c’è in ballo l’unione.

IL RN NON PUÒ VANTARE grandi vittorie, ma l’estrema destra si radica, in 24 comuni ha rivinto o vinto al primo turno, in 14 città con più di 30mila abitanti ha superato il 30% e in 74 si è qualificato per il secondo turno. Gli elettori di estrema destra non sono disturbati dalle procedure giudiziarie: Louis Alliot a Perpignan e David Rachline a Fréjus sono stati rieletti malgrado siano in attesa di sentenze d’appello che gli farebbero perdere la poltrona di sindaco. A Nizza va in scena la linea dell’unione delle destre contro la destra classica, Eric Ciotti (chiamato “Benito” da una giornalista tv, che è stata sospesa per una settimana) e il sindaco uscente Estrosi. Il leader RN, Jordan Bardella, ha teso la mano alle «liste della destra sincera», una prova generale per il 2027.

A Mentone c’è una battaglia tutta a destra, tra 3 candidati Lr, tra cui Louis Sarkozy, figlio dell’ex presidente, superati dall’esponente RN. A Marsiglia, la candidata Lr, Martine Vassal, che si è distinta per il riferimento al motto di Vichy «famiglia, lavoro patria», arrivata terza molto indietro rispetto a Payan e Allisio, ha l’intenzione di mantenersi al secondo turno, come Lfi. Qui, una vittoria del RN sarebbe un terremoto per la Francia e permetterebbe una lettura delle municipali come un trionfo per l’estrema destra, in vista delle presidenziali.

ANCHE NELLA DESTRA “classica”, una vittoria a Parigi, con Rachida Dati, che è a 12 punti da Grégoire, farebbe «scomparire tutto il resto» – cioè un’oggettiva perdita di importanza nei grossi centri – ha commentato il segretario Lr, Bruno Retailleau. Sempre a destra, l’ex primo ministro, Edouard Philippe, è arrivato in testa a Le Havre e spera di confermare la vittoria per utilizzarla come trampolino per le presidenziali 2027.

A PARIGI, LA BATTAGLIA per la prima volta sarà tra quattro candidati: la sinistra unita senza Lfi dietro Emmanuel Grégoire (Ps), arrivato in testa con il 37,9%, la sfidante è Rachida Dati (Lr), su cui pende una minaccia di condanna giudiziaria, poi Sophia Chikirou di Lfi e Sarah Knafo dell’estrema destra di Reconquête, con Jean-Yves Bournazel di Horizon che si è alleato con Dati. Solo 3 sindaci di arrondissement sono stati eletti al primo turno, tra cui Dati, nel VII arrondissement (un altro di destra nel XVI e un socialista nel XIII). A Parigi il RN è molto basso ma nei quartieri della borghesia cattolica prende piede Reconquête di Zemmour e Knafo, che propugna l’unione delle destre in nome dell’ultraliberismo.

nella foto: I risultati delle votazioni durante la serata elettorale del partito di estrema destra Reconquete, al termine del primo turno delle elezioni comunali francesi a Parigi

leggi anche: Renaud Camus, l’inventore della «sostituzione etnica»

* da ilmanifesto - 17 marzo 2026

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Francia: Accordi con gli insoumis: intese a Limoges e Lione, a Marsiglia rischio patatrac

Elezioni comunali: Oggi scade il termine per presentare le liste al ballottaggio, i paletti dei socialisti

di Filippo Ortona ( da il manifesto 17 marzo 2026)

Con le urne del primo turno delle elezioni municipali ormai chiuse, ieri la sinistra francese ha dovuto prendere le difficili decisioni imposte da dei ballottaggi mai così combattuti. Oggi, infatti, scade il termine per presentare le liste per il secondo turno che si svolgerà il 22 marzo e già ieri sera i candidati del Partito socialista, degli Ecologisti, de La France Insoumise e del Partito comunista hanno dovuto decidere se allearsi tra di loro o se andare divisi ai ballottaggi.

Globalmente la sinistra – in tutte le sue sfumature – ha ottenuto dei buoni risultati mantenendo quelli conquistati nel 2020. Lfi in particolare ha ottenuto un risultato al di sopra di ogni aspettativa. Al suo primo test di amministrative (gli insoumis non si erano mai presentati prima), il movimento di Jean-Luc Mélenchon ha superato la soglia di sbarramento del 10% in tutte le grandi città. I candidati di Lfi sono arrivati in testa in tradizionali bastioni socialisti come Tolosa e Limoges. In altri comuni come Lille, Nantes e Rennes, le liste di Lfi saranno essenziali per garantire la vittoria dei candidati socialisti o ecologisti arrivati in testa.

Nelle settimane precedenti al voto, il Ps aveva chiuso la porta a ogni accordo nazionale con Lfi, aprendo la porta tuttavia ad alleanze locali e caso per caso. Gli insoumis avevano proposto la “fusione tecnica” laddove non fosse possibile quella “programmatica”, quantomeno per far “diga” alle destre. Ma l’alleanza non fosse altro che tecnica con Lfi è rifiutata da figure più conservatrici del Ps come François Hollande e Raphaël Glucksmann, che militano per la separazione totale con Lfi.

Il caso di Limoges, bastione socialista ma governato dalla destra dal 2014, illustra queste contraddizioni. Alla vigilia del primo turno, Glucksmann si era recato in città per prestar manforte al candidato del Ps, rivendicando di «rompere definitivamente con Mélenchon», promettendo che la lista socialista sarebbe arrivata «in testa». Tuttavia, il candidato socialista sostenuto da Glucksmann si è fermato al 17%, quasi dieci punti dietro al candidato di Lfi arrivato secondo e, ieri, le liste socialiste e insoumise hanno annunciato la fusione dietro Lfi.

A Tolosa, dove il candidato Lfi è arrivato primo, la quadratura è stata trovata nel giro di poche ore. Alle 9 del mattino ieri François Piquemal (Lfi) ha annunciato la fusione con la lista di François Briançon (Ps, Ecologisti, Pcf): Piquemal sarà il solo candidato sindaco della sinistra, sostenuto da tutti i partiti della gauche… tranne quello di Glicksmann, che ha annunciato di aver sospeso l’unico suo candidato presente sulla lista Ps.

Nelle tre grandi città il problema si pone con maggiore urgenza. A Lione, Marsiglia e Parigi, un gran numero di candidati è riuscito ad accedere al secondo turno e la dispersione dei voti a sinistra rischia di favorire i candidati di destra o, come nel caso di Marsiglia, addirittura dell’estrema destra.

A Lione, il sindaco ecologista uscente Grégory Doucet è arrivato in testa con il 37% dei suffragi, ma avrà bisogno del 10% della candidata di Lfi se spera di battere le destre. Motivo per il quale le due liste hanno concluso un accordo ieri sera, con Lfi che si è unita alla lista del sindaco uscente.

La distanza tra il centrosinistra a trazione socialista di Benoît Payan a Marsiglia e quella di Lfi guidata da Sébastien Delogu sembra invece incolmabile, malgrado il fatto che il candidato del Rassemblement National sia arrivato secondo e rischia di approfittare della divisione della gauche al secondo turno. Ieri Payan ha rifiutato la fusione “tecnica” offerta da Delogu. Quest’ultimo «ha passato il tempo a insultarmi», ha detto Payan, invitandolo a ritirarsi per impedire la dispersione dei voti. Anche nella capitale il vincitore del primo turno, il socialista Emmanuel Grégoire, ha annunciato che non «ci sarà alcuna alleanza con Lfi» al ballottaggio.

Grégoire ha un vantaggio di 12 punti rispetto alla candidata della destra, Rachida Dati, la quale ha però siglato un’alleanza col candidato macronista che potrebbe portarla a mettere a rischio la vittoria socialista. Sophia Chikirou, la candidata insoumise a Parigi, ha ottenuto l’11% dei suffragi e ha annunciato che manterrà la propria candidatura al secondo turno.

nella foto: Benoit Payan, il candidato e sindaco uscente di centro-sinistra, al voto a Marsiglia

5 marzo 2026

Iran curdo: Rohjelat colpito da raid e repressione. I curdi negano il dialogo con gli Usa

 di Maysoon Majidi *

La guerra grande:  Nata una nuova coalizione nel Kurdistan iraniano

Mentre gli attacchi militari degli Stati uniti e di Israele contro obiettivi in Iran sono entrati nel loro quinto giorno e l’organizzazione di monitoraggio della rete NetBlocks ha annunciato il prosieguo del blocco totale di internet, sono state diffuse notizie di violente esplosioni in due basi militari nelle regioni del Kurdistan iraniano (Rojhelat). Secondo questi rapporti, la caserma dell’esercito della Repubblica islamica nella città di Baneh e la base dei pasdaran denominata Jundollah a Sardasht, sarebbero state completamente distrutte. Fonti locali affermano che la base Jundollah era utilizzata esclusivamente per reprimere le proteste in Kurdistan e per contrastare i partiti politici curdi.

ORGANIZZAZIONI per i diritti umani riferiscono che almeno 120 membri delle forze governative e 15 civili sono stati uccisi in 18 città della regione del Rojhelat. A causa del blocco di internet non è possibile verificare in modo indipendente questi dati, ma fonti locali stimano che il numero dei feriti superi le duemila persone. Secondo altre segnalazioni, numerosi membri dei pasdaran sono stati dispiegati nelle città di confine e alloggiati in scuole e moschee.

È in questo contesto che la stampa statunitense, a partire dalla Cnn, pubblica le voci di fonti governative Usa secondo cui la Cia starebbe lavorando all’«arruolamento» di gruppi curdi in Iran per fomentare una sollevazione popolare. Le forze curde hanno subito smentito le indiscrezioni, seguite ieri dalla Casa bianca: le voci di armi ai curdi per accendere una rivolta «sono completamente false e non dovrebbero essere scritte».

Di certo c’è la telefonata di Donald Trump, due giorni fa, ai due principali partiti del Kurdistan in Iraq, Kdp e Puk: se i dettagli della conversazione non sono noti, il contatto sembra indicare un possibile sostegno all’intervento in aree curde. E di certo c’è anche il nuovo sviluppo politico in Rojhelat che rientra pienamente nella fase di mobilitazione precedente alla guerra: i cinque principali partiti politici curdi hanno annunciato a fine febbraio, la formazione della «Coalizione delle forze politiche del Kurdistan iraniano». L’alleanza è nata dopo una fase di dialogo e attività sul campo svolte nell’ambito del «Centro di dialogo per la cooperazione».

NE FANNO PARTE realtà molto diverse tra loro, per storia e per ispirazione politica: il Partito della Libertà del Kurdistan (Pak), Komala dei Lavoratori del Kurdistan, il Partito per la Vita Libera del Kurdistan (Pjak), il Partito Democratico del Kurdistan Iraniano e l’Organizzazione Khabat del Kurdistan iraniano. Ieri ha aderito anche lo storico movimento Komala. Insieme, dichiarano che l’obiettivo della coalizione è l’«unità e la lotta comune» per espandere il movimento politico curdo in Iran, rafforzare il ruolo del Kurdistan nelle dinamiche politiche del paese, garantire i diritti e le libertà della popolazione del Kurdistan e partecipare attivamente alla ridefinizione del futuro dell’Iran.

La coalizione ha anche espresso il proprio sostegno alle proteste nazionali contro la Repubblica islamica, sottolineando la necessità di coordinamento e cooperazione politica e sul campo tra i partiti e le organizzazioni civili del Kurdistan iraniano e le altre forze politiche e civili del paese. Una collaborazione ambiziosa a parole, che agli occhi dei firmatari deve basarsi su tre principi fondamentali: il riconoscimento dei diritti dei popoli, l’accettazione della democrazia e il rifiuto di qualsiasi forma di dittatura. Infine, si ribadisce l’impegno alla tutela dell’ambiente, la realizzazione della giustizia sociale, la garanzia dell’uguaglianza tra donne e uomini, il consolidamento di elezioni libere e trasparenti, la tutela dei diritti fondamentali di tutte le diversità nazionali e religiose in Kurdistan e l’istituzionalizzazione di un sistema di gestione democratica nel Kurdistan iraniano.

Ma soprattutto l’instaurazione di un sistema democratico e laico in Iran, capace di garantire i diritti dei popoli e dei seguaci delle diverse religioni e confessioni, costituisce una responsabilità fondamentale della coalizione. Di fatto è una dichiarazione politica forte in un momento di conflitto come quello attuale: tra gli obiettivi comuni dichiarati c’è il superamento della Repubblica islamica, la realizzazione del diritto all’autodeterminazione del popolo curdo e la creazione di un’istituzione nazionale e democratica fondata sulla volontà politica del popolo curdo nel Kurdistan iraniano.

Dopo la formazione dell’alleanza, alcuni gruppi vicini al figlio dell’ultimo scià, Reza Pahlavi, hanno accusato i sei partiti di «separatismo». In risposta, la Coalizione ha definito tali accuse «deboli e infondate», aggiungendo che non impediranno la prosecuzione delle rivendicazioni politiche del popolo curdo e, al contrario, rafforzeranno la determinazione delle forze democratiche nella lotta contro ogni forma di dittatura.

UNA RISPOSTA INDIRETTA è arrivata anche dalla Repubblica islamica: negli ultimi tre giorni sono state segnalate anche operazioni missilistiche della Repubblica islamica contro alcune basi di questi partiti nel Kurdistan iracheno. Non solo: ieri, forze militari iraniane sarebbero entrate nel territorio vicino per neutralizzare l’eventuale minaccia.

nella foto: Combattenti del Pjak a Qandil

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* da  il manifesto - 5 marzo 2026