15 agosto 2026

Israele, guida alle elezioni di ottobre: le più importanti della sua storia

 Il 27 ottobre 2026 non si decide soltanto chi governa lo Stato ebraico, ma anche quale significato dare al trauma del 7 ottobre e alla guerra che ne è seguita


  ( di  Alessio Aringoli - Huffingtonpost.it - ansa ) 24 Luglio 2026

Il 27 ottobre 2026 gli israeliani non decideranno soltanto chi governerà. Dovranno scegliere quale significato dare al trauma del 7 ottobre e alla guerra che ne è seguita: ricostruire lo Stato e la sua democrazia, oppure trasformare l’emergenza in una condizione permanente di governo. Sarà una delle elezioni più importanti della storia d’Israele. Da una parte il rilancio delle istituzioni, dei contrappesi e del primato della politica sulla forza; dall’altra il progetto autoritario e di guerra permanente della coalizione di estrema destra di Benjamin Netanyahu. Il sistema elettorale israeliano, di suo, resiste sempre alle semplificazioni. Si votano liste in un unico collegio nazionale. I 120 seggi della Knesset sono distribuiti tra quelle che superano il 3,25 per cento dei voti.  Ne esce ordinariamente la fotografia caleidoscopica di una società di laici e religiosi, ebrei e arabi, metropoli, kibbutz e periferie.

 La fotografia da sola non governa. Dopo il voto serve sempre (e servirà anche stavolta) la paziente composizione politica della differenze, e l'aggregazione di almeno 61 seggi intorno a un programma e a un’idea di Paese. La maggiore novità della campagna elettorale finora è Gadi Eisenkot. Con il nuovo partito Yashar, l’ex capo di Stato maggiore contende al Likud il primato nei sondaggi. Porta autorevolezza militare, lutti familiari e un linguaggio di responsabilità istituzionale: commissione di inchiesta sul 7 ottobre, uguaglianza nel servizio, sicurezza liberata dall’idea della guerra come fine in sé.  Esisenkot rappresenta un centrismo del buon senso, fermamente orientato contro una destra radicalizzata. Non è il solo (la lista Bennett-Lapid compete per lo stesso spazio politico), ma sarà, probabilmente, il più votato. Resta da capire se questa normalità diventerà un progetto solido, o il rifugio temporaneo di chi vuole congedare per sempre Netanyahu.

Più profondo è forse l’esperimento dei Democratici di Yair Golan. L’unione fra Avodà (ovvero, i Laburisti) e Meretz ha ricomposto una frattura storica della sinistra sionista, e ha aperto il partito ai protagonisti delle mobilitazioni popolari, il grande movimento contro l’assalto alla giustizia e alla democrazia prima, per la liberazione degli ostaggi e per la fine della guerra a Gaza poi. Le primarie del 20 luglio hanno dato sostanza a questa ambizione: oltre 97.000 votanti su 112.376 iscritti. Numeri importanti per un partito, in paese delle dimensioni di Israele. Dietro Golan si sono imposti Naama Lazimi, Gilad Kariv ed Efrat Rayten. Fra i primi dieci candidati figurano protagonisti del movimento di protesta democratica, come Omri Ronen e Moshe Radman, e l’attivista araba israeliana Somaya Bashir. Non è ancora un risultato elettorale, ma è già un risultato politico. La sinistra torna a produrre partecipazione e mobilitazione di massa, e a costituire il punto di riferimento politico delle lotte sociali. 

 Anche Yair Golan viene dai vertici militari. Dall’esercito popolare, nato dalla Haganà, espressione del sionismo socialista, sono venuti spesso leader progressisti. Non perché l’uniforme renda automaticamente di sinistra. Ma forse anche perché chi conosce davvero la forza ne comprende spesso il limite. Una vittoria militare senza un obiettivo politico prepara solo la guerra successiva. Golan dovrà superare la diffidenza  generata verso la sinistra dai fallimenti del processo di pace con i palestinesi e quella ulteriore causata dallo shock del 7 ottobre. Dovrà convincere gli israeliani che un orizzonte politico per la questione palestinese non è la negazione della sicurezza, ma il suo compimento. Il programma dei Demokratim israeliani affronta anche carovita, welfare, scuola, servizi, periferie, rilanciando con forza le radici socialdemocratiche di Israele. 

 A destra, intanto, Netanyahu affronta le conseguenze anche elettorali delle proprie scelte. Per sopravvivere, il premier in carica ha infatti legittimato e "sdoganato" gli eredi politici del kahanismo, un tempo esclusi compattamente dall’ “arco costituzionale” del sionismo, perché i loro principi suprematisti e integralisti erano considerati incompatibili con quelli del sionismo, in ogni sua declinazione. Oggi invece, in particolare Otzma Yehudit, il partito di Itamar Ben-Gvir, sfida il Likud sul suo stesso elettorato. Mentre molti si domandano già che cosa ne sarà del Likud stesso, dopo Netanyahu. Il partito nato dalla corrente di minoranza di destra del sionismo, il cosidetto sionismo "revisionista" di Jabotinsky e poi di Begin, trasformato da Netanyahu in un partito quasi personale-famigliare, con la fuoriuscita di quasi tutti i suoi leader storici, avrà un futuro, e quale, dopo "Bibi"? Un interrogativo aperto, cui oggi è ancora impossibile rispondere. 

 Nel frattempo, i partiti degli ultraortodossi, i cosiddetti "haredim" (che sono due, sefardita e aschenazita), appaiono invece più isolati che mai. La guerra permanente voluta dalla coalizione di Netanyahu, di cui facevano parte, ha reso sempre più intollerabile l’esenzione degli studenti ultraortodossi dal servizio di leva. Gli ultraortodossi cercheranno certamente la maggior mobilitazione possibile del loro elettorato, ma i frutti dell'alleanza con Netanyahu appaiono avvelenati, e il rischio è l'irrilevanza. 

 Infine, il voto arabo. Ra’am e Hadash-Ta’al valgono oggi, secondo i sondaggi, almeno 10 seggi. Balad rischia invece ancora di restare sotto la soglia, mentre una ricomposizione unitaria potrebbe aumentare partecipazione e rappresentanza. I voti dei partiti arabi israeliani, numeri alla mano, possono decidere la prossima maggioranza di governo di Israele.  La questione, ovviamente, è politica oltre che aritmetica. Ra’am ha già partecipato alla coalizione Bennett-Lapid. 

 In conclusione, una considerazione, per chi osserverà il voto in Israele mosso in buona fede dalla speranza di un futuro di pace e di giustizia per la regione. Identificare Israele con il suo governo è sempre stato un errore di analisi, frutto di ignoranza in molti casi; in altri di pregiudizio; e, a volte, di vero e proprio odio verso il popolo israeliano in quanto tale. Regalare a Netanyahu il monopolio dell’identità nazionale israeliana, cancellare dall'orizzonte la società, la cultura, la politica che non hanno mai smesso di resistergli è però uno sbaglio cui in parte si può ancora rimediare.  Sostenere i progressisti israeliani oggi non è un gesto consolatorio: la loro battaglia, infatti, deciderà se Israele potrà tornare a unire sicurezza, democrazia, giustizia sociale e pace. E dal risultato di queste elezioni dipenderà una parte decisiva del futuro di tutto il Medio Oriente e del Mediterraneo.

nella foto: una donna palestinese con cittadinanza israeliana vota alle elezioni del 2022

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Jafar Farah: «Il voto palestinese è nel mirino: minacce ai seggi e ai candidati»

 ( Michele Giorgio su il manifesto - 15 agosto 2026)

Intervista Parla Jafar Farah, vicesegretario di Hadash

Storico attivista per i diritti degli arabo-israeliani, i palestinesi con cittadinanza israeliana, che rappresentano circa il 21% della popolazione di Israele, Jafar Farah è da anni direttore della ong di Haifa «Mosawa» (Uguaglianza). Nei mesi scorsi è stato nominato vicesegretario di Hadash (comunisti e progressisti), la principale forza politica degli arabo-israeliani.

Sarà il numero due, subito dopo il segretario Yusef Jabarin, sulla lista elettorale di Hadash per le legislative del 27 ottobre. Lo abbiamo intervistato nei giorni scorsi ad Haifa sul voto, sulle insidie per la minoranza palestinese e sulla mancata unità elettorale tra le forze politiche arabe in Israele. Farah avverte che, il giorno delle elezioni, la destra estrema e i coloni proveranno in vari modi a limitare l’affluenza alle urne degli elettori arabi.

Cosa si aspetta durante le elezioni, nei seggi?
Minacce da parte degli attivisti della destra più radicale, anche di coloni israeliani, contro la comunità palestinese e contro i rappresentanti del nostro e di altri partiti arabi. Prima del voto, inoltre, ci aspettiamo tentativi di impedire agli arabi di candidarsi. Perciò siamo cauti anche nelle nostre dichiarazioni su vari temi, perché useranno di tutto contro di noi. Sappiamo che ciascuno di noi ha un dossier preparato dalla destra, da usare al momento opportuno per impedirci di partecipare alle elezioni. Dobbiamo essere molto prudenti per non facilitare il gioco di chi vuole negare i nostri diritti politici.

Quali zone pensa siano più a rischio?
Credo nel Naqab (Negev, nel sud di Israele, ndr). Lì la popolazione araba è sempre più con le spalle al muro. Anche le città miste, dove vivono insieme ebrei e palestinesi, sono a rischio. Un’idea di cosa potrebbe accadere l’abbiamo avuta già nel maggio del 2021, con coloni (giunti dalla Cisgiordania, ndr) che prendevano di mira le comunità arabe nelle città miste. In più ci sono le bande criminali, armate fino ai denti, che condizionano da anni la vita nei nostri centri abitati e che potrebbero essere impiegate da qualcuno in modo massiccio in città come Haifa, Lod, Ramle e Giaffa.

Veniamo ai partiti arabi. Mesi di trattative non sono bastati a portarvi a un fronte elettorale comune, ritenuto da molti palestinesi d’Israele fondamentale per limitare le possibilità di vittoria della destra religiosa che fa capo a Netanyahu. Il suo partito andrà al voto con i progressisti di Tajammo (Balad), mentre i nazionalisti centristi che fanno capo ad Ahmad Tibi non hanno ancora deciso e il partito islamista Raam di Mansour Abbas correrà da solo e si dice pronto a unirsi a un governo formato da un esponente dell’attuale opposizione sionista anti-Netanyahu.

C’è un punto che, a mio avviso, si tende a considerare poco. I partiti arabi hanno ideologie e posizioni politiche diverse, spesso inconciliabili. A imporci l’unità sono due cose: la soglia di sbarramento e la pressione della nostra comunità. Gli elettori palestinesi ci vogliono uniti, ci chiedono un voto utile, pensano che in questo modo sia più facile contrastare le politiche più pericolose della maggioranza. In parte è vero, però le nostre differenze sono molto ampie, dal rapporto con i partiti sionisti ai temi dei diritti e della giustizia. Il partito islamista Raam è pronto a governare con i partiti sionisti, pensa che questo sia il modo per aiutare la minoranza araba in Israele. Noi, invece, non siamo affatto disposti a far parte di una maggioranza, anche dall’esterno, se non saranno realizzate le nostre condizioni, come la fine, ovunque (in Israele e nei Territori occupati, ndr), delle politiche di occupazione e di oppressione del popolo palestinese, la fine di ogni discriminazione (dentro Israele) e l’avvio di soluzioni fondate sul diritto e sull’uguaglianza.

Al momento appare assai improbabile, però cosa farete se il leader dell’opposizione Gadi Eisenkot vi chiederà l’appoggio, anche esterno, per la formazione di una nuova maggioranza, senza Netanyahu e l’estrema destra?

Il nostro sostegno a una maggioranza di governo non sarà mai scontato o automatico. Non cederemo sulle nostre condizioni.

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Il sogno dell’islamista Abbas, dalla pancia della balena al potere

( Michele Giorgio su il manifesto - 15 agosto 2026 )

Verso il voto:  Il leader di Raam lascia i partiti arabi d’Israele per rendersi appetibile alle formazioni politiche sioniste dopo le elezioni

Non pochi si domandano se Mansour Abbas, islamista e leader del partito arabo Raam, arriverà a riconoscere Israele come Stato sionista del popolo ebraico, rinunciando alla storica richiesta dei cittadini arabi di uno Stato di tutti, ebrei e non ebrei. L’interrogativo è fondato perché Abbas, per anni esponente di primo piano del movimento islamico in Israele, ha avviato una profonda trasformazione politica e ideologica che, nella sua visione, dovrà portarlo il 28 ottobre, il giorno successivo alle elezioni legislative, a diventare l’arbitro della politica israeliana, colui che, con in mano 4-5 seggi, determinerà le sorti di una possibile maggioranza alternativa a quella di Benyamin Netanyahu.

Abbas, 52 anni, di Maghar, in Galilea, figlio di genitori contadini, sa che dovrà aggirare con ancora più abilità, in una società sempre più radicalizzata a destra, il veto non scritto che esclude la partecipazione al governo di forze politiche non sioniste, ossia i partiti che rappresentano gli arabo-israeliani, i palestinesi con cittadinanza israeliana. Perciò manovra senza sosta. Dopo aver silurato la Lista unita con gli altri partiti arabo-israeliani per tenersi le mani libere, Abbas ha avviato trattative clamorose per l’ingresso in Raam di un ex capo della polizia israeliana, Yoav Segalovitz, già parlamentare del partito ebraico Yesh Atid. La scelta di Segalovitz non è stata casuale. Quando era viceministro della Sicurezza aveva promosso un piano contro la criminalità organizzata nelle comunità arabe, ottenendo risultati che Abbas considera «eccezionali». «È esattamente il modello», ha detto il leader di Raam quando gli è stato chiesto se Segalovitz corrispondesse al profilo del candidato ebreo che cercava. Un sondaggio della tv Canale 13 ha rivelato che l’ingresso dell’ex capo della polizia porterebbe Raam da cinque a sette seggi alla Knesset.

La posta in gioco, però, non sono i seggi. L’alleanza con un politico ebreo con un passato nella sicurezza serve a dare un volto profondamente nuovo al partito islamista. «Abbas è pronto ad accettare anche il servizio civile nazionale (una sorta di servizio militare senza armi, ndr) per gli arabi richiesto da Segalovitz. Se ciò accadrà, finirà in frantumi la storica opposizione araba a questa possibilità senza ottenere nulla di certo dai leader sionisti», ci dice Fares, un attivista del fronte Hadash a guida comunista.Eppure, se tra i nazionalisti palestinesi solo pronunciare il nome di Abbas è considerato blasfemo, nelle aree rurali della Galilea a maggioranza araba, tradizionaliste e conservatrici, il serbatoio di voti di Raam e del movimento islamico, la trasformazione del leader islamista guadagna consensi perché lascia intravedere una possibilità di «entrare nella stanza dei bottoni». Molti hanno già dimenticato il fallimento di Abbas di cinque anni fa. Raam, infatti, fu decisivo per la maggioranza di Naftali Bennett e Yair Lapid nel 2021, però non riuscì ad andare oltre l’appoggio esterno, mentre le promesse di sviluppo delle aree a maggioranza araba non trovarono realizzazione sul terreno.

Le prossime settimane saranno decisive. In ogni caso, la traiettoria seguita da Raam è davvero clamorosa. Un percorso che si deve alla parabola politica di Abdullah Nimr Darwish, lo sceicco di Kufr Qassem che fino alla morte, nel 2017, ha guidato tutti i passi del suo discepolo Abbas. Darwish, alla fine degli anni Settanta, fu tra i fondatori di Usrat al-Jihad, organizzazione clandestina che combinava nazionalismo palestinese e islamismo e sosteneva la lotta armata. Fu arrestato. Dopo la liberazione, Darwish abbandonò l’idea della rivoluzione islamica e della lotta armata, affermando che i musulmani non avrebbero potuto conquistare il potere in Israele e che, pertanto, dovevano imparare a vivere e agire all’interno della realtà sionista, senza rinunciare alla propria identità. «Vivere nella pancia della balena» era il suo slogan. La balena era lo Stato israeliano. La frattura arrivò nel 1996. Il movimento islamico si divise sulla partecipazione alle elezioni israeliane e sul rapporto con gli accordi di Oslo firmati da Israele e Olp. La corrente guidata da Darwish, poi conosciuta come ramo meridionale, scelse la partecipazione. Il ramo settentrionale, guidato da Raed Salah, rifiutò e sviluppò una linea più radicale, centrata sulla mobilitazione palestinese e sulla questione di Gerusalemme e della moschea di al-Aqsa. Da quella scissione sarebbe emerso Raam, fondato sull’idea di usare il voto per ottenere risorse e influenza politica. È questa la lezione che Mansour Abbas afferma di aver ricevuto dal suo maestro. A suo dire, non ha deviato dalle idee di Darwish. Piuttosto, ha portato alle estreme conseguenze il suo pragmatismo per migliorare la condizione dei cittadini arabi. Aggiunge di aver fatto della sua «jihad civile» una strategia parlamentare. La sua «wasatiyya», la «via di mezzo», sarebbe la conciliazione di principi islamici, pragmatismo politico e partecipazione democratica. Molti palestinesi d’Israele scuotono la testa e parlano di «acrobazie politiche» in nome del potere. Lo storico israeliano Ilan Pappé taglia corto. «Mansour Abbas può cambiare tutto ciò che vuole per rendersi appetibile al potere», ha detto al manifesto, «se invece cerca parità e pieno riconoscimento, allora quelli che devono cambiare sono i leader sionisti, non lui. Non faranno mai gli interessi degli arabi, piuttosto li manipoleranno».

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Sondaggi elezioni Israele: il Likud di Netanyahu al livello più basso da un anno, mentre cresce il partito di Eisenkot

(di Redazione jPost -  24 Luglio 2026 )

Secondo un sondaggio del Maariv Yashar di Eisenkot ha raggiunto il record di 23 seggi, in vantaggio di tre seggi sul Likud. Beyahad di Bennett e Lapid è a quota 17, mentre Yisrael Beytenu a quota 10. I Democratici di Yair Golan hanno mantenuto invariati 11 seggi, mentre il partito di Ben Gvir è a 8, e quello di Smotrich a 5.  Secondo un sondaggio pubblicato dal quotidiano israeliano Maariv, il Likud del Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha registrato il suo peggior risultato da giugno 2025, raggiungendo appena 20 seggi. Lo riporta tra gli altri il Jerusalem Post.

Al contrario, Yashar, guidato dall’ex capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane Gadi Eisenkot, ha guadagnato un seggio, raggiungendo il record di 23 seggi e portandosi in vantaggio di tre seggi sul Likud. Il sondaggio ha inoltre rilevato che il partito Beyahad dell’ex primo ministro Naftali Bennett ha guadagnato un seggio, arrivando a quota 17, mentre Yisrael Beytenu è salito di un seggio, raggiungendo quota 10. Dopo le primarie del partito, i Democratici di Yair Golan hanno mantenuto invariati 11 seggi.

All’interno della coalizione, Otzma Yehudit di Itamar Ben-Gvir ha guadagnato un seggio, arrivando a otto, eguagliando i partiti ultraortodossi Shas e Giudaismo Unito della Torah, entrambi rimasti invariati. Anche il Partito Sionista Religioso di Bezalel Smotrich ha guadagnato un seggio, raggiungendo quota cinque. A seguito di questi cambiamenti, il blocco di opposizione ha perso un seggio, ma ha mantenuto la maggioranza con 61 seggi. Complessivamente, la coalizione di Netanyahu si è rafforzata, raggiungendo 49 seggi, mentre i partiti arabi sono rimasti stabili con 10 seggi.

Yesodot Israel, il partito guidato da Chili Tropper e Yoaz Hendel , non è riuscito a superare la soglia elettorale questa settimana, ottenendo solo il 2,9% dei voti. Anche Balad è rimasto al di sotto della soglia con l’1,7%, così come Blu e Bianco di Benny Gantz con l’1,6%.

La decisione di Bennett e Lapid di fondersi ha influenzato le intenzioni di voto?

Il sondaggio ha anche esaminato le intenzioni di voto degli attuali elettori di Beyahad prima della formazione dell’alleanza Bennett-Yair Lapid. Dei 17 seggi previsti per il partito, 10 provengono da persone che intendevano già votare per Naftali Bennett alle elezioni del 2026, cinque da elettori di Yesh Atid e due da elettori che avevano pianificato di sostenere altri partiti prima della formazione dell’alleanza. L’indagine ha inoltre rilevato che quasi la metà degli elettori dei partiti di opposizione sionisti, il 46%, ritiene che Bennett e Lapid dovrebbero continuare a candidarsi insieme nonostante il calo di consensi dell’alleanza nei sondaggi. Il 31% ha affermato che dovrebbero separarsi, mentre il 23% ha dichiarato di non saperlo. La maggioranza degli elettori dell’opposizione sionista, il 57%, ritiene inoltre che Tropper e Hendel dovrebbero aderire a uno dei partiti esistenti. Il 19% ha affermato che dovrebbero continuare a candidarsi come indipendenti, mentre il 24% si è dichiarato indeciso.

Secondo il sondaggio, se Tropper e Hendel si unissero a Yashar, il partito raggiungerebbe 27 seggi, pari alla forza combinata dei partiti che si presentano separatamente, ampliando ulteriormente il suo vantaggio sul Likud. Una simile mossa andrebbe a scapito di Insieme, che scenderebbe a 14 seggi, ma non altererebbe gli equilibri tra i blocchi: l’opposizione sionista manterrebbe 61 seggi, la coalizione di Netanyahu ne conserverebbe 49 e i partiti arabi resterebbero a 10.

Bennett candidato più idoneo a diventare primo ministro

Il sondaggio di Maariv ha inoltre rilevato che Bennett è in vantaggio su Netanyahu in termini di idoneità al ruolo di primo ministro, con il 45% dei consensi rispetto al 42% di Netanyahu.  Il divario è rimasto pressoché invariato rispetto al sondaggio precedente, condotto all’inizio di luglio. Eisenkot è in vantaggio su Netanyahu di sei punti percentuali, 46% contro 40%, un distacco di due punti rispetto al sondaggio precedente. Anche nel confronto diretto tra Eisenkot e Bennett il divario è rimasto sostanzialmente invariato, con Eisenkot che ha ottenuto il 38% dei consensi e Bennett il 23%.

Il sondaggio è stato condotto da Lazar Research, diretto dal Dr. Menachem Lazar, in collaborazione con il panel online Panele4ALL. Il sondaggio è stato effettuato il 22 e 23 luglio su un campione di 500 intervistati, rappresentativo della popolazione adulta israeliana di età pari o superiore a 18 anni, inclusi intervistati sia ebrei che arabi. Il margine di errore massimo del campione è stato del 4,4%.

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