12 marzo 2022

Germania: Lang e Nouripour, i Verdi tedeschi di lotta e di governo

 Lei è giovane, esperta di politica delle donne, dichiaratamente bisex, radicale; lui è cittadino tedesco e iraniano e iscritto alla corrente realista: sono i due nuovi co-segretari del partito che sostituiranno Habeck e Baerbock 

di Sebastiano Canetta *

La giovane esperta di politica delle donne dichiaratamente bisex e il deputato islamico di origine iraniana con doppio passaporto. Ricarda Lang e Omid Nouripour sono i due nuovi co-segretari dei Verdi eletti sabato dal congresso del partito. Sostituiranno Robert Habeck e Annalena Baerbock promossi agli incarichi di governo e dovranno reggere il timone dei Grünen nell’era già sospesa fra transizione ecologica e guerra in Ucraina.

«Sono onorata della nomina. Il mio compito ora è allargare la base elettorale alle zone rurali» riassume Lang, classe 1994, esponente della sinistra interna, la più giovane leader dei Verdi dalla loro fondazione. Al suo fianco il “moderato” Nouripour è invece concentrato sull’unità della coalizione Semaforo per la de-escalation della crisi tra Usa e Russia: «Dobbiamo restare uniti in politica estera» sottolinea l’ex portavoce dei Verdi su immigrazione e Asilo. Insieme dovranno far collimare le istanze degli iscritti con il patto di governo, tenendo conto che – come riassume Lang – «stare nell’esecutivo non è una punizione» ma l’opportunità di trasformare i Grünen nella Volkspartei: il partito di massa alternativo a Spd e Cdu.

Nata vicino a Stoccarda, figlia di un’assistente sociale e dello scultore Eckhart Dietz, Lang è stata portavoce dei Giovani Verdi dopo avere abbandonato gli studi in legge all’Università Humboldt di Berlino. Ha mancato l’elezione all’Europarlamento nel 2019 ed è stata eletta al Bundestag lo scorso settembre. Attualmente è l’unica deputata tedesca apertamente bisessuale.

Divide la carica con Nouripour, nato a Teheran nel 1975, figlio di due ingegneri aeronautici riparati in Germania durante la guerra Iran-Irak. Cresciuto a Francoforte, fa parte della corrente dei “realisti”, i riformisti vicini ad Habeck e Baerbock inclini al compromesso con gli alleati, a partire dallo scambio nessuna tassa sulla CO2 in cambio dell’uscita anticipata dal carbone.

Deputato dal 2006, già membro del comitato esecutivo dei Verdi, Nouripour ha studiato filologia tedesca, scienze politiche, economia, sociologia e filosofia all’Università di Magonza senza mai laurearsi.

Musulmano, cittadino tedesco e iraniano, il neo-segretario da sempre è in prima linea contro l’Isis, e fino al 2020 faceva parte dell’organizzazione tedesco-palestinese che sostiene la campagna “Bds” contro l’occupazione israeliana.

Con la “radicale” Lang dovrà tenere insieme le due anime dei Verdi. Il suo compito è coprire le spalle ad Habeck e Baerbock evitando che alla prima crisi vengano impallinati dagli oppositori interni, mentre alla co-segretaria sono affidate le istanze su femminismo, diritti delle minoranze e bullismo (compreso quello che la prende in giro per il suo peso).

Un equilibrio studiato a tavolino per non spaccare il partito che resta di lotta e di governo. «Non vedo contraddizioni fra tutela dell’ambiente e giustizia sociale» riassume Lang, consapevole però che «il programma dei Verdi si rivolge a chiunque, ma non deve piacere a tutti».

* da il manifesto – 31 gennaio 2022

nella foto: i nuovi  co-segretari dei Verdi tedeschi Ricarda Lang e Omid Nouripour

7 marzo 2022

Le quattro lezioni dell’Ucraina: i doppi standard occidentali

 Crisi ucraina. La visione di media e classi dirigenti in Occidente è segnata da etnocentrismo e razzismo: dai rifugiati «simili a noi» alle «legittime» invasioni Usa in Medio Oriente fino alla tollerabilità dei gruppi neonazisti. E infine alle politiche di oppressione di Israele nei confronti dei palestinesi.

di Ilan Pappé *

Secondo Usa Today, la foto diventata virale di un grattacielo ucraino colpito dai bombardamenti russi ritraeva, in realtà, un grattacielo nella Striscia di Gaza, demolito dall’aviazione israeliana nel maggio del 2021.

Qualche giorno prima, il ministro degli Esteri ucraino si era lamentato con l’ambasciatore israeliano a Kiev: «Ci state trattando come Gaza», aveva detto, furioso, sostenendo che Israele non aveva condannato l’invasione russa ed era interessato solo a far uscire dal Paese i cittadini israeliani (Haaretz, 17 febbraio 2022). Faceva riferimento all’evacuazione forzata dalla Striscia di Gaza delle donne ucraine sposate con uomini palestinesi, nel maggio 2021, ma intendeva anche ricordare a Israele il pieno sostegno dimostrato dal presidente ucraino in occasione dell’aggressione israeliana ai danni della Striscia, sostegno su cui tornerò in seguito. In effetti, le aggressioni contro Gaza dovrebbero essere tenute in debita considerazione nel valutare l’attuale crisi in Ucraina. Il fatto che le immagini vengano confuse non è una pura casualità: in Ucraina non sono stati colpiti molti grattacieli, mentre a Gaza è accaduto di frequente. Tuttavia, quando si analizza la crisi ucraina in un contesto più ampio, a emergere non è solo l’ipocrisia occidentale sulla Palestina; l’intero sistema di double standards in uso in Occidente andrebbe messo sotto accusa, senza restare indifferenti, neanche per un istante, alle notizie e alle immagini che ci arrivano dalle zone del conflitto in Ucraina: bambini traumatizzati, lunghe file di profughi, edifici danneggiati dai bombardamenti, e la minaccia concreta che questo sia solo l’inizio di una catastrofe umanitaria nel cuore dell’Europa.

Al contempo, però, chi come noi vive, analizza e denuncia le tragedie che si verificano in Palestina non può fare a meno di notare l’ipocrisia dell’Occidente, né smettere di denunciarla, pur mantenendo salde la solidarietà umana e l’empatia con le vittime di ogni guerra. C’è bisogno di farlo, o la disonestà morale insita nelle scelte della classe dirigente e dei media occidentali consentirà loro, ancora una volta, di mascherare il proprio razzismo e di godere di totale impunità, mentre continua ad assicurare immunità a Israele e alle sue politiche di oppressione nei confronti dei palestinesi. Ho individuato quattro falsi postulati che sono alla base del coinvolgimento dell’establishment occidentale nella crisi ucraina e ho pensato di dedurne quattro lezioni.

Lezione numero uno: i profughi bianchi sono i benvenuti, gli altri meno. La decisione collettiva e senza precedenti da parte dell’Unione europea di aprire le porte ai profughi ucraini, seguita da una più cauta politica da parte della Gran Bretagna, non passa inosservata, se si considera la chiusura dei confini attuata dalla maggior parte dei Paesi europei nei confronti dei rifugiati provenienti dal mondo arabo o dall’Africa, a partire dal 2015. La chiara selezione su base razziale, che distingue i profughi in base al colore della pelle, alla religione e all’etnia è abominevole, ma destinata a durare nel tempo. Alcuni leader europei non si vergognano neanche di esternare pubblicamente il loro razzismo, come nel caso del primo ministro bulgaro, Kiril Petkov: «Questi (i profughi ucraini) non sono i profughi a cui siamo abituati, sono europei. Queste persone sono intelligenti e istruite. Non sono i profughi a cui siamo abituati, persone di cui non conosciamo l’identità, con un passato poco chiaro, che potrebbero anche essere terroristi». Petkov non è il solo a pensarla così. I media occidentali parlano continuamente di «rifugiati simili a noi» e questo razzismo è del tutto evidente ai confini tra l’Ucraina e i Paesi europei limitrofi. Questo atteggiamento razzista, con forti connotazioni islamofobe, non è un fenomeno momentaneo, visto il rifiuto da parte dell’establishment europeo di accettare il tessuto multiculturale e multietnico presente nelle loro società. Una realtà variegata, prodotta da anni di colonialismo e imperialismo europeo, che gli attuali governi d’Europa si ostinano a negare e ignorare mentre perseguono politiche migratorie fondate sugli stessi principi razziali che hanno permeato il loro colonialismo e imperialismo in passato.

Lezione numero due: si può invadere l’Iraq, ma non l’Ucraina. È alquanto sconcertante la assoluta indisponibilità, da parte dei media occidentali, a contestualizzare la decisione russa di invadere l’Ucraina all’interno di un’analisi più ampia – e ovvia – su come siano cambiate le regole del gioco politico internazionale a partire dal 2003. È difficile trovare un’analisi che sottolinei il fatto che Stati uniti e Gran Bretagna hanno violato il diritto internazionale e la sovranità di uno Stato quando, con una coalizione di Paesi occidentali, hanno invaso l’Afghanistan e l’Iraq. L’occupazione di un Paese al fine di raggiungere le proprie finalità politiche, non è un concetto inventato da Vladimir Putin in questo secolo: è stato introdotto e giustificato come strumento politico dall’Occidente.

Lezione numero tre: in alcuni casi i neonazisti possono essere tollerati. Le analisi tralasciano anche alcune considerazioni valide di Putin sull’Ucraina, che di certo non giustificano l’invasione ma che devono essere tenute in conto anche durante l’invasione. Prima che scoppiasse questa crisi, i media occidentali progressisti, come The NationGuardianWashington Post, ci mettevano in guardia contro il crescente potere dei gruppi neonazisti in Ucraina e su come avrebbero potuto influenzare il futuro dell’Europa e del mondo. Gli stessi giornali, oggi, sminuiscono la portata del Neo-nazismo in Ucraina.

Il 22 febbraio 2019 The Nation scriveva: «Notizie sempre più frequenti di episodi di violenza da parte dell’estrema destra e di erosione delle libertà fondamentali smentiscono l’iniziale euforia dell’Occidente. Si verificano pogrom contro i Rom, aggressioni sempre più frequenti contro femministe e gruppi Lgbt, censure di libri e glorificazione di collaborazionisti nazisti promossa dallo Stato».

Due anni prima, il 15 giugno 2017, il Washington Post sosteneva, con grande perspicacia, che un eventuale scontro tra Ucraina e Russia non avrebbe dovuto farci dimenticare il potere dei gruppi neonazisti in Ucraina: «Mentre continua lo scontro in Ucraina con i gruppi separatisti sostenuti dai russi, Kiev deve fronteggiare un’altra minaccia alla sua sovranità: i potenti gruppi ultranazionalisti di estrema destra. Questi gruppi non si fanno scrupoli a usare la violenza per raggiungere i propri obiettivi, e questo si scontra con quell’immagine di democrazia tollerante e vicina all’Occidente che Kiev cerca di diventare».

Ma oggi il Wp adotta un atteggiamento del tutto diverso e definisce l’etichetta di neonazismo una «falsa accusa»: «In Ucraina operano diversi gruppi paramilitari nazionalisti, come il battaglione Azov e il Pravyi Sector (Settore destro), che sposano l’ideologia neonazista. Nonostante la continua esposizione, non sembrano avere un forte appoggio popolare. Solo un partito di estrema destra, Svoboda, è rappresentato nel parlamento ucraino, con un solo seggio».

I precedenti avvertimenti da parte di The Hill (9 novembre 2017), il maggiore sito di notizie indipendente degli Stati uniti, sembrano ormai dimenticati: «Ci sono, innegabilmente, dei gruppi neonazisti in Ucraina e questo è stato confermato da quasi tutti i principali media occidentali. Il fatto che gli analisti possano sminuirlo come propaganda diffusa da Mosca è molto inquietante. Soprattutto vista la crescita esponenziale di gruppi neonazisti e suprematisti a livello mondiale».

Lezione numero quattro: abbattere un grattacielo è un crimine di guerra solo se accade in Europa. Oltre ad avere connivenze con queste formazioni neonaziste e i con i loro gruppi paramilitari, il governo ucraino è anche incredibilmente filo-israeliano. Uno dei primi atti del presidente Volodymyr Zelensky è stato il ritiro dell’Ucraina dal Comitato sull’Esercizio dei diritti inalienabili del popolo palestinese delle Nazioni unite – l’unico tribunale internazionale che fa in modo che la Nakba non venga negata o dimenticata.

Questa decisione è stata adottata dal presidente ucraino, che non ha mostrato alcuna empatia nei confronti della tragedia dei profughi palestinesi, che lui non considera vittime di alcun crimine. Nelle interviste rilasciate durante i selvaggi bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza nel maggio 2021, ha affermato che l’unica tragedia a Gaza era quella vissuta dagli israeliani. Sarebbe come dire che i russi sono gli unici a soffrire in Ucraina. Ma Zelensky non è il solo a pensarla così. Nel caso della Palestina, l’ipocrisia raggiunge livelli inimmaginabili. Un grattacielo vuoto colpito in Ucraina è finito in prima pagina ovunque, scatenando dibattiti e profonde analisi sulla brutalità umana, Putin e la disumanità.

I bombardamenti vanno condannati, chiaramente, ma i leader che oggi si dicono sdegnati sono rimasti in silenzio mentre Israele radeva al suolo la città di Jenin nel 2000, il quartiere di Al-Dahaya a Beirut nel 2006 e Gaza City in una operazione dopo l’altra, nel corso degli ultimi quindici anni. Nessuna sanzione nei confronti di Israele è stata mai nemmeno discussa, figuriamoci applicata, per tutti i crimini di guerra commessi dal 1948 a oggi. Anzi, in molti Paesi occidentali che oggi sono tra i promotori delle sanzioni contro la Russia anche solo nominare la possibilità di sanzionare Israele viene ritenuto illegale e tacciato di antisemitismo. Anche quando si assiste a espressioni di solidarietà con l’Ucraina in Occidente, non si può fare a meno di notare il contesto razzista ed etnocentrico. L’imponente solidarietà collettiva è riservata a chi sceglie di unirsi a quel blocco e sottostare a quella sfera di influenza. Non scatta la stessa empatia quando una violenza simile, o persino peggiore, è attuata verso popolazioni non europee in generale, e quella palestinese in particolare.

In quanto soggetti con una propria coscienza, noi abbiamo il diritto di interrogarci sulle risposte alle calamità e abbiamo la responsabilità di evidenziare l’ipocrisia che, per certi versi, ha spianato la strada a simili catastrofi. Legittimare a livello internazionale l’invasione di Paesi sovrani e tacere sui processi di colonizzazione e oppressione ai danni di altri, come la Palestina e il suo popolo, porterà a ulteriori tragedie in futuro, in Ucraina come in ogni altra parte del mondo.

* Ilan Pappé è uno storico e accademico israeliano. Intellettuale e studioso socialista, ebreo e anti-sionista, di formazione comunista, è uno dei rappresentanti della cosiddetta Nuova storiografia israeliana, che ha come fine scientifico ed etico quello di sottoporre a un accurato riesame la documentazione orale, che è prevalsa per decenni, nel tracciare le linee ricostruttive storiche relative alla nascita dello Stato d'Israele e del sionismo in Israele; nella "nuova storiografia" Pappé rappresenta la voce più critica nei confronti della leadership israeliana (da Ben-Gurion in poi) e in favore dei palestinesi. Attualmente è professore cattedratico nel Dipartimento di Storia dell'Università di Exeter (Regno Unito). Sostiene uno stato binazionale laico e secolare comprendente sia ebrei che arabi, in posizione di parità.

*  da il manifesto - 6 marzo 2022  (traduzione Romana Rubeo)

la pubblicazione dell’intervento non comporta la totale condivisione dei contenuti


Cittadinanza, alla Camera si riparte dallo ius scholae

 In commissione affari costituzionali. Presentato il testo unificato. Ma la Lega già attacca: «È uno ius soli mascherato»

di Carlo Lania *

Il presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera Giuseppe Brescia (M5S) mette subito le mani avanti nella speranza di evitare strumentalizzazioni: «Lo dico con chiarezza: nel testo proposto non c’è lo ius soli. La presente proposta punta a introdurre una nuova fattispecie orientata al principio dello ius scholae, con una scelta di fiducia non solo negli stranieri che vogliono integrare i loro figli, ma nel lavoro della comunità didattica, nella dedizione dei dirigenti scolastici e degli insegnanti». Trent’anni dopo la prima legge del 1992 e dopo due anni di stop in Commissione, la discussione sulla riforma della cittadinanza è ripartita ufficialmente ieri con la presentazione da parte di Brescia di un testo unico che farà da base ai lavori parlamentari. Due soli articoli di legge che sintetizzano tre ddl in materia presentati in passato da LeU, Pd e Forza Italia e che, se approvati, riconoscerebbero a più di un milione di ragazzi nati in Italia da genitori immigrati un diritto che reclamano inutilmente da tempo, quello di essere finalmente considerati a tutti gli effetti cittadini italiani.

Il principio della legge, che potrebbe essere approvata in commissione già la prossima settimana per poi passare all’esame degli emendamenti, si basa sul compimento di un percorso culturale che non potrebbe non avere la scuola al centro. Il testo prevede infatti che possa diventare cittadino italiano «il minore straniero nato in Italia o che vi abbai fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età», che vi abbia risieduto legalmente e che abbia frequentato «senza interruzione per almeno cinque anni uno o più cicli scolastici presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione». La cittadinanza si acquisisce a seguito di una dichiarazione di volontà espressa da entrambi i genitori legalmente residenti in Italia o da chi esercita la responsabilità genitoriale nel comune di residenza del minore. Se questo non avviene, l’interessato potrà fare richiesta di cittadinanza entro due anni dal compimento della maggiore età.

La speranza è che adesso la discussione sulla riforma non si trasformi ancora una volta in uno scontro identitario tra schieramenti contrapposti, come avvenuto in passato: «Ogni tentativo di riforma – ha ricordato non a caso Brescia – è stato fin qui fortemente influenzato da strumentalizzazioni politiche e distorsioni mediatiche che hanno solo alzato il volume della propaganda senza portare alcun cambiamento. Per raggiungere l’obiettivo bisogna dunque rovesciare il paradigma, evitando inganni ideologici e puntando su un testo semplice, capace di non prestare il fianco a manipolazioni».

Rispetto a quanto avvenuto fino a oggi, qualche passo in avanti che fa ben sperare oggi è stato fatto. Dal M5S, che in passato non ha nascosto dubbi a proposito della riforma, ieri è arrivato un via libera alla legge che fa ben sperare: «Lo ius scholae è fondamentale per le politiche di integrazione del nostro paese e coinvolge circa un milione di giovani», ha detto la capogruppo in Commissione Affari costituzionali Vittoria Baldino. Sì convinto anche dal Pd, con l’ex viceministro dell’Interno Mauro Mauri che apprezza il lavoro svolto da Brescia: «Questa è l’ultima occasione – ha detto Mauri – per approvare la legge entro questa legislatura». Contraria la Lega, che parla del nuovo testo in discussione come di «uno ius soli mascherato».

* da il manifesto – 4 marzo 2022

5 marzo 2022

Dal ricatto del gas si esce con rinnovabili, efficienza e autoproduzione

 Il piano alternativo di Legambiente: "assurdo pensare di riaprire le centrali a carbone".  

di Redazione QualEnergia.it

La guerra scoppiata tra Russia e Ucraina ha portato ancor di più in primo piano anche il grande tema energetico: l’Europa e l’Italia dipendono dalle fonti fossili, eppure esiste già una strada da percorrere, totalmente green e sostenibile.

Eolico offshore e a terra, fotovoltaico sui tetti, agrivoltaico, biometano, accumuli, pompaggi, reti, efficienza in edilizia e per le industrie, pompe di calore e poi la creazione di un fondo di garanzia per le famiglie per incentivare l’efficientamento energetico e la diffusione delle comunità energetiche rinnovabili.

Sono questi per Legambiente i pilastri da mettere al centro di un piano e un pacchetto energia serio e concreto, green e sostenibile, se davvero si vuole frenare la dipendenza dal gas, ridurre i costi in bolletta di famiglie e imprese e soprattutto accelerare la transizione energetica senza dare il via ad una nuova e insensata corsa al carbone e approvvigionamenti di gas da altri paesi, come sta emergendo in queste ultime ore.

Si apre così una nota stampa diffusa dall’associazione ambientalista che ha lanciato ieri – 28 febbraio – un appello al Presidente del Consiglio Mario Draghi, ma anche alla Commissione Ue che in queste ore sta affrontando la possibile “crisi energetica”.

“È evidente – per Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – che questo conflitto Russia-Ucraina sia legato alla dipendenza dalle fonti fossili, che non solo continua ad alimentare guerre ma non ci permette di esercitare in maniera indipendente il ruolo di mediazione e dialogo che l’Europa e l’Italia avrebbero dovuto esercitare per la pace. Di fronte a quanto sta dunque accadendo, torniamo a ribadire che è ora di dire basta a questa insensata e inutile corsa al gas”.

“Il Governo – prosegue Ciafani – abbia il coraggio di prendere la decisione giusta che serve al Paese, ossia quella di puntare davvero su rinnovabiliefficienza e autoproduzione, varando le necessarie semplificazioni e definendo una strategia energetica che vada nella direzione di quanto proposto da Elettricità Futura di Confindustria sull’autorizzazione entro l’estate di nuovi 60 GW di rinnovabili da realizzare nei prossimi 3 anni. È assurdo pensare di riaprire le centrali a carbone, e su nuove forniture di gas provenienti dall’estero”.

Come anticipato, alla base della strategia energetica proposta da Legambiente ci sono:

Rinnovabili

Oggi, gli oltre 1,1 milioni di impianti da fonti rinnovabili presenti in Italia sono in grado di soddisfare il 37,6% dei consumi elettrici totali del Paese e il 19% dei consumi energetici complessivi, attraverso un mix di tecnologie finalizzate alla produzione di energia elettrica e/o termica presente in tutti i Comuni italiani. Si tratta di 7.832 Comuni in cui è presente almeno un impianto fotovoltaico, 7.549 Comuni con impianti solari termici, 1.874 Comuni in cui è presente almeno un impianto mini idroelettrico, concentrati soprattutto nel centro-nord e 1.056 Comuni in cui è presente almeno un impianto eolico (soprattutto al centro-sud).

A questi si aggiungono i 7.662 Comuni delle bioenergie (con una forte incidenza dei piccoli impianti a biomassa solida finalizzati alla sola produzione di energia termica) e i 601 della geotermia (tra alta e bassa entalpia). Sono inoltre 3.493 Comuni 100% elettrici e 40 Comuni 100% rinnovabili. 

Numeri importanti, anche se non mancano le difficoltà. Ad oggi infatti le rinnovabili faticano a decollare, ostacolate il più delle volte da una burocrazia farraginosa, ma anche da blocchi da parte di amministrazioni locali e regionali, da comitati Nimby (non nel mio giardino) e Nimto (non nel mio mandato) senza dimenticare il ruolo del Ministero della Cultura e delle Sovrintendenze.

Semplificazioni

Per l’associazione ambientalista se anche solo il 50% delle rinnovabili oggi sulla carta venisse realizzato, l’Italia avrebbe anche già raggiunto gli obiettivi climatici europei.

Per questo è urgente snellire le procedure per i nuovi progetti di eolico a terra e a mare, per l’ammodernamento degli impianti esistenti, per la realizzazione dell’agrivoltaico che produce elettricità come integrazione e non sostituzione della coltivazione agricola, in ambito urbano e per le comunità energetiche che usano localmente energia prodotta da fonte rinnovabile. Il ministro della Cultura Franceschini deve fissare regole chiare sulla semplificazione delle autorizzazioni del fotovoltaico integrato sui tetti nei centri storici, perché altrimenti le Soprintendenze continueranno a dire sempre no, a beneficio di chi vuole fare fotovoltaico a terra e nuove centrali a gas. Infine è importante spingere in sistemi di accumulo, valorizzando quelli esistenti, e sui pompaggi (associati alle fonti rinnovabili) per rispondere alle necessità di flessibilità e sicurezza della rete.

Biometano

La produzione del biometano è una grande opportunità per l’economia circolare e per la lotta alla crisi climatica nel nostro Paese. Lo sviluppo degli impianti a biometano è fondamentale e comporta notevoli vantaggi ambientali su diversi fronti: chiusura del ciclo dei rifiuti organici, degli scarti agricoli, dei sottoprodotti dell’agroalimentare e dei fanghi di depurazione; restituzione al suolo del carbonio per fermare i processi di desertificazione; produzione di energia da fonte rinnovabile; decarbonizzazione del settore della mobilità e dei trasporti; lotta all’inquinamento atmosferico.

L’Italia con i suoi 2mila impianti (l’80% dei quali è in ambito agricolo) è il secondo produttore di biogas in Europa e il quarto al mondo ma il potenziale produttivo di biometano potrebbe essere ancora più elevato. Infatti si stima che al 2030 il contributo del biometano potrebbe essere di 10 miliardi di metri cubi all’anno (di cui almeno 8 da matrici agricole), pari a circa il 15% dell’attuale fabbisogno annuo di gas naturale e ai due terzi della potenzialità di stoccaggio della rete nazionale.

Eolico offshore

L’eolico offshore, soprattutto per effetto delle nuove tecnologie flottanti, può dare un importante contributo per la decarbonizzazione del Paese, con una ricaduta occupazionale non indifferente nelle attività portuali di assemblaggio, manutenzione ordinaria e straordinaria. Le nuove piattaforme galleggianti ampliano notevolmente le potenzialità di utilizzo dell’energia eolica in Italia.

Efficienza in edilizia e per le industrie

Efficienza energetica per le imprese e le famiglie. Il modo più semplice per tagliare le importazioni di gas sta nel ridurre i consumi a partire dai due principali settori di consumo: le imprese e il riscaldamento degli edifici. Il problema è che le politiche in vigore sono del tutto inefficaci, troppo complicate e slegate da qualsiasi obiettivo di riduzione dei consumi di gas.

Il Governo deve presentare quanto prima una nuova e ambiziosa strategia per l’efficienza energetica che metta mano ai certificati bianchi per l’industria, ai bonus per l’edilizia, al conto termico per l’edilizia pubblica per premiare e semplificare tutti gli interventi che riducono i consumi di gas attraverso interventi di efficienza energetica e di autoconsumo con le fonti rinnovabili.

Creare un fondo di garanzia per le comunità energetiche

Istituire un fondo di garanzia per consentire ad un numero maggiore di soggetti di accedere a finanziamenti per la realizzazione di Comunità energetiche. Secondo uno studio condotto da Elemens per Legambiente già entro il 2030 si stima che il contributo delle Energy Community possa arrivare a 17,2 GW di nuova capacità rinnovabile permettendo di incrementare, sempre al 2030, la produzione elettrica di rinnovabili di circa 22,8TWh, coprendo il 30% circa dell’incremento di energia verde prevista dal PNIEC per centrare i nuovi target di decarbonizzazione individuati a livello europeo.  

                                                                                                        1 marzo 2022

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4 marzo 2022

Ancora sull’urgenza del salario minimo

di Giuseppe Conte *

La proposta di introdurre anche in Italia il “salario minimo” stenta a decollare. Il dibattito politico langue e le forze politiche che – è il caso del Movimento 5 Stelle – stanno portando avanti, con convinta determinazione, questo progetto di riforma, sono chiamate a superare vari ostacoli, che rischiano di tenere distante questa giusta meta. Proviamo ad approfondire questo tema, sgombrando il terreno di discussione da false mitologie.

In primo luogo, nessuno può dubitare che questa riforma sia pienamente attuativa di un principio costituzionale, tra i più incisivi e lungimiranti della nostra Carta, secondo cui il lavoratore ha diritto a una retribuzione che sia non solo proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro, ma in ogni caso “sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Oggi in Italia ci sono all’incirca 4,5 milioni di lavoratrici e lavoratori che ricevono retribuzioni, in busta paga, ben al di sotto di quella soglia minima che vale a rendere libera e dignitosa la propria esistenza e quella dei propri familiari a carico. Questa penalizzante condizione affligge soprattutto giovani e donne. Se infatti assumiamo quale misura di riferimento, la soglia di 9 euro lordi l’ora, nell’area della “sotto-retribuzione” ritroviamo – sulla base dei dati forniti dall’Inps – il 38% di giovani e il 16% di over 35 anni; mentre il 21% sono uomini e il 26% sono donne. I settori di attività più esposti sono il turismo, la ristorazione, la logistica, i beni e le attività culturali, le attività di cura e assistenza delle persone. In Italia questo fenomeno sta assumendo una dimensione così importante anche perché è ormai dagli inizi dell’ultimo decennio del secolo trascorso che non registriamo aumenti salariali. Al contrario, hanno subito una riduzione media di oltre il 2%.

Le cause di questo fenomeno sono varie. A questo risultato ha contribuito, senz’altro, la progressiva frammentazione del mercato del lavoro, che proponendo numerose varietà di forme, finisce per utilizzare – quantomeno in alcuni settori – il salario e la flessibilità come una leva di competizione alternativa alle innovazioni. Un’altra causa, ormai da noi endemica, è la scarsa propensione alla crescita della produttività, cosa questa che non permette in molti casi una distribuzione della ricchezza realmente efficace. Il mercato del lavoro, però, in questo modo finisce per avvilupparsi in un circolo vizioso. Molti economisti, infatti, hanno dimostrato che l’introduzione di un salario minimo non produce effetti negativi. Il Nobel per l’economia David Card, con i suoi studi, ha dimostrato, anzi, gli effetti positivi prodotti sulla occupazione negli Stati Uniti. Altri studi dimostrano che sovente gli stessi aumenti di salario conducono ad aumenti di produttività, poiché spingono le produzioni verso attività che si caratterizzano per maggiore innovazione, a forte contenuto tecnologico, e finiscono per indirizzare l’attività economica verso investimenti a più alta intensità di innovazione, con il risultato complessivo di maggiori incrementi di produttività, di maggiore soddisfazione e benessere per i medesimi lavoratori e di una più efficiente allocazione.

Vi è poi un’altra causa endogena al nostro sistema della contrattazione collettiva da tenere presente. Se nel passato i contratti collettivi sono stati sinonimo di aumenti salariali e più efficace distribuzione, va considerato che negli ultimi decenni hanno progressivamente smesso di svolgere questo ruolo in molteplici settori di attività. In particolare, la parcellizzazione dei contratti e la scarsa rappresentatività sindacali in alcuni settori hanno portato all’aumento continuo dei cosiddetti “contratti pirata” e al fenomeno dei ribassi salariali. Basti considerare che presso l’Inps e il Cnel risultano oggi registrati quasi mille contratti collettivi: più esattamente 985. La stragrande maggioranza di essi risultano sottoscritti da associazioni di modesta o pressoché nulla rappresentatività. Tutto questo è pienamente legittimo stante l’inattuazione della previsione contenuta nell’art. 39 Cost. A tutt’oggi i sindacati sono associazioni non riconosciute di diritto privato: possono costituirsi liberamente e svolgere liberamente le loro funzioni, senza requisiti minimi e senza vincoli di iscrizione a pubblici registri.

Ecco che il problema del salario minimo finisce per intrecciarsi con quello della rappresentanza sindacale. Sono problemi che vanno affrontati con un approccio complementare, ma con forte determinazione, in modo da impedire ulteriore sofferenza ai 4,5 milioni di lavoratrici e lavoratori attualmente penalizzati. Da un lato, una buona legge sulla rappresentanza sindacale torna utile a evitare la proliferazione di contratti pirata, attraverso la individuazione di contratti di riferimento per settori di attività. Dall’altro lato, una legge che indichi un salario minimo legale può giovare a indicare la soglia minima per un’esistenza libera e dignitosa, lasciando che i reciproci poteri contrattuali delle parti si esplichino su molti altri aspetti regolatorii del rapporto di lavoro.

Quel che è avvenuto altrove può offrirci utili insegnamenti. In Germania, dove pure esiste una forte tradizione sindacale, questo approccio regolativo combinato, che contempla una contrattazione collettiva collegata al salario minimo legale, sta offrendo buona prova di sé. Occorre una svolta: possiamo porre ordine all’attuale ginepraio della contrattazione collettiva operando una ripartizione per comparti, riconducendoli a differenti settori di attività. All’interno dei primi possiamo poi individuare i contratti collettivi che, sulla base della maggiore rappresentatività sul piano nazionale, svolgeranno funzioni di “guida” e che costituiranno, ai fini retributivi minimi, il quadro di riferimento. Sia la sentenza della Corte Cost. n. 51/2015 sia la legge n. 338/1989 sia la direttiva dell’UE del 2020 (n. 682/2020) sui minimi salariali suggeriscono, peraltro, la strada del riferimento retributivo esterno.

* dal blog beppegrillo.it - 18 febbraio 2022

28 febbraio 2022

L’araba fenice del salario minimo


di Roberto Ciccarelli

Nello stagno della politica italiana ieri ha fatto discutere un rapporto dell’Inapp secondo il quale il 46% dei percettori del cosiddetto «reddito di cittadinanza» sarebbero «lavoratori poveri». Secondo il presidente Inapp Sebastiano Fadda «si potrebbe dire che basterebbe migliorare le condizioni retributive e lavorative di questi lavoratori per quasi dimezzare immediatamente l’attuale numero dei percettori del reddito di cittadinanza», cioè oltre 3,7 milioni di persone. Fadda inoltre ha parlato di «qualità del lavoro, delle retribuzioni, della produttività e della riduzione della precarietà».

All’angolo per la sospensione della loro dirigenza disposta da un tribunale di Napoli ieri i Cinque Stelle hanno colto solo una parte di questa riflessione contenuta nell’indagine Plus su un campione di oltre 45 mila individui dai 18 ai 74 anni. Hanno isolato la questione urgente del «salario minimo» dalla necessità di cambiare radicalmente la legislazione che ha precarizzato la società, da quella di aumentare i salari anche tramite la contrattazione. Politiche assenti dall’orizzonte confuso e a termine del governo Draghi.
Ieri è giunta la notizia che il governo Scholz farà partire l’aumento a 12 euro del salario minimo in Germania dal primo ottobre, mentre il governo Sanchez ha preso un analoga iniziativa in Spagna. Tutto questo avveniva mentre c’era qualcun altro che ha ricordato che la Commissione Europea ha annunciato una direttiva sul salario minimo dalla quale però non si può attendere risultati miracolosi in mancanza di una progettualità politica a livello nazionale.

Ascoltato il gran rumore fatto dai loro alleati un altro partner della maggioranza Frankenstein si è svegliato dal torpore draghiano: il Pd. Così è stato rilanciato un tavolo con le «parti sociali» su contrattazione, rappresentanze imprenditoriali e sindacali e salario minimo. Ma il problema è che nessuno lo fa, davvero. Dopo tanti anni, nessuno ha pensato a calendarizzare un’iniziativa nelle commissioni lavoro. Ieri qualcuno se ne è ricordato. Si tratterebbe però di verificare se il Pd è d’accordo con la proposta dell’ex ministra M5S del lavoro Catalfo. Non sembra proprio così. E ieri Sinistra Italiana si è detta disponibile al confronto. Ma l’attuale ministro del lavoro Orlando ha ricordato che «questo è un governo complicato. Fino a che ce la si fa con gli accordi, bene, ma se non ce la facciano non escludo che prenderemo in considerazione l’ipotesi di intervenire per legge».

Grazie all’Inapp ieri si è scoperto che quasi la metà dei percettori del «reddito di cittadinanza» sono «lavoratori poveri», non «fannulloni». Da questa misura condizionata, ristretta dal governo, è stata esclusa la maggioranza dei lavoratori poveri. Ci si chiede se non sia necessaria una sua estensione. Una misura pre-distributiva gioverebbe a una politica salari. Se esistesse.

* da il manifesto 24 febbraio 2022

Le banche continuano ad investire nel carbone

 

Nel 2021 le istituzioni finanziarie hanno investito oltre 1.200 miliardi di dollari nell’industria del carbone. Lo rivela l’analisi finanziaria della Global Coal Exit List, redatta dalla Ong tedesca Urgewald, dalla francese Reclaim Finance e da 350.org Giappone insieme ad altre 25 realtà internazionali, tra cui l’italiana ReCommon.

La Global Coal Exit List ha preso in esame 1.032 società del settore carbonifero e i rispettivi sostenitori finanziari: banche, fondi di investimento, asset manager. In base ai dati raccolti nella ricerca, risulta che nel 2021 le istituzioni finanziarie abbiano investito oltre 1.200 miliardi di dollari nell’industria del carbone. Un aumento molto preoccupante rispetto al 2020, quando i soldi investiti superavano di poco 1000 miliardi di dollari.

Le banche di soli 6 paesi – Cina, Stati Uniti, Giappone, India, Regno Unito e Canada – sono state responsabili dell’86% dei finanziamenti complessivi per l’industria del carbone.

Un totale di 376 banche commerciali hanno fornito 363 miliardi di dollari sotto forma di prestiti all’industria del carbone. Solo 12 banche contano però per il 48% del totale dei prestiti alle società presenti nel Global Coal Exit List. Guidano questa poco onorevole classifica le tre banche giapponesi Mizuho Financial, Mitsubishi UFJ Financial e SMBC Group, seguite da Barclays (Regno Unito) e Citigroup (Stati Uniti).

Ironicamente, dieci di queste fanno parte della Net-Zero Banking Alliance, in cui rientrano anche le italiane Intesa Sanpaolo e UniCredit, che fra il 2020 e il 2021 hanno aumentato sensibilmente il loro sostegno all’industria del carbone. In particolare, l’istituto torinese ha quadruplicato i suoi finanziamenti tra il 2020 e il 2021, passando da 449 milioni a 2,1 miliardi di euro, mentre UniCredit cresce da 1,36 a 1,71 miliardi di euro. Stesso trend per gli investimenti, soprattutto quelli della prima banca italiana: da 778 milioni a 1,35 miliardi di euro tra il 2020 e il 2021.

«Le organizzazioni della società civile, i regolatori finanziari e gli stessi investitori devono smascherare le pratiche di greenwashing e mettere alle strette gli istituti di credito più importanti del Pianeta, affinché smettano di finanziarie il carbone. L’ipocrisia nascosta dietro vaghi impegni di net-zero e sostenibilità è inaccettabile», ha affermato Daniela Finamore di ReCommon.

* da beppegrillo.it – 22 febbraio 2022      

Sviluppare il gas nazionale non avrebbe alcun impatto sulle bollette


di Redazione QualEnergia.it *

Le riserve italiane sono limate e servirebbero alcuni anni per mettere in produzione nuovi giacimenti.  

Espandere la produzione nazionale di gas “non avrebbe alcun impatto rilevante nel prezzo di mercato del gas e quindi per le bollette di imprese e consumatori” e, al contrario, “minerebbe la credibilità internazionale dell’Italia sul clima”, soprattutto alla luce degli impegni presi alla Cop26 di Glasgow.

Non poteva essere più netta l’analisi di Ecco, think tank italiano fondato nel 2021 e specializzato in energia e clima.

L’idea di rilanciare l’estrazione di combustibili fossili nel nostro Paese è dichiaratamente nell’arsenale delle misure contro il caro-energia proposte, oltre che da forze politiche come Lega e da Forza Italia, dallo stesso ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani .

Tuttavia, come già sottolineato da diverse associazioni (Italia Solare, Elettricità Futura), la volatilità dei prezzi energetici è superabile solo con una riduzione della nostra dipendenza dal gas e una crescita delle rinnovabili, che hanno i costi di generazione più bassi.

Una prima considerazione di Ecco è che il gas nazionale non costa meno di quello importato, perché il gas è immesso nella stessa rete e scambiato in mercati organizzati come prodotto indistinto, a prescindere che sia stato importato o prodotto localmente, a un prezzo che è influenzato solo dal rapporto tra offerta complessiva e domanda a livello europeo.

In sostanza, se anche l’Italia potenziasse la sua offerta di gas, questa maggiore disponibilità sarebbe irrilevante in confronto alle dinamiche complessive del mercato su scala europea.

Difatti, le intere riserve di gas naturale in Italia ammontano a meno di un anno di consumi (oggi pari a 70 mld mc/anno), pertanto la produzione nazionale non potrebbe aumentare in modo rilevante rispetto ai 5 miliardi di metri cubi/anno attuali.

Il gas nazionale ha minori costi di trasporto, ma i suoi costi di estrazione sono generalmente molto più alti, perché viene estratto da giacimenti più piccoli e marginali rispetto a quelli dei grandi esportatori internazionali.

Tra l’altro, un’eventuale crescita della produzione dei giacimenti italiani non arriverebbe in tempo per mitigare la crisi energetica odierna.

Identificare nuovi giacimenti, svilupparli e mettere in produzione i pozzi richiede anni, evidenzia Ecco, e solo in caso di giacimenti già coltivati possono bastare mesi. Inoltre, i prezzi a termine del gas europeo dovrebbero calare, secondo le previsioni, alla fine dell’inverno 2021-2022, senza però raggiungere i livelli di prima della pandemia (febbraio 2020).

L’analisi poi ricorda le valutazioni della Iea (International energy agency) nel suo scenario net-zero 2050, quando sostiene che per azzerare le emissioni nette di CO2 entro metà secolo bisogna sospendere ogni nuovo investimento in estrazione di petrolio e gas.

Nemmeno dobbiamo aspettarci un aumento dei consumi italiani di gas.

Questi ultimi, spiegano gli esperti di Ecco, sono in calo strutturale dal picco del 2005 (-14% tra 2005 e 2019) e la domanda di gas in Italia e in Europa è attesa in forte diminuzione se gli obiettivi di decarbonizzazione al 2030 e al 2050 saranno raggiunti.

La generazione elettrica italiana, che oggi si basa sul gas per circa metà della produzione interna, prevede in prospettiva un abbandono del gas e un suo utilizzo limitato alle ore in cui la somma di rinnovabili, accumuli e demand response non è sufficiente alla copertura della domanda.

 * 25 gennaio 2022                                     link alle analisi di Ecco

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