19 agosto 2024

Qualche proposta per costruire l’alternativa e vivere felici

 di Massimo Marino

1  Quattro miliardi di elettori dovrebbero votare durante l’ anno in corso per rinnovare i propri governanti. E potrebbero essere di più vista l’instabilità diffusa in varie aree del pianeta. Un appuntamento affollato mai sfiorato  nella storia dell’umanità che ci costringe a osservare gli avvenimenti di questi dodici mesi con attenzione, distogliere un po' di energie  dalle nostre cose del quotidiano e riflettere con maggiore impegno per capire dove stiamo andando. Perché, che ci piaccia o no, che ci interessi o no, alla fine di questo appuntamento della storia non saremo probabilmente più nel pianeta di questi ultimi decenni del dopoguerra.  Non è epoca di stabilità, anzi la tendenza al cambiamento, dal clima, alla politica, alla spinta alla guerra, alle migrazioni, alle disuguaglianze, sembra farsi più forte. Basti pensare all’appuntamento singolare e preoccupante delle prossime elezioni di novembre in USA. Per chi si sente a disagio in questo scenario precario ma vorrebbe dei cambiamenti radicali  si fa più forte la domanda: ma dove stiamo andando e quale strade abbiamo per percorrere una alternativa ?  

2 Parecchi appuntamenti li abbiamo già superati: fra i più rilevanti le elezioni in Russia,  in India e in Iran, le elezioni europee in 28 nazioni, quelle recenti in Gran Bretagna e Francia, in Bangladesh, Indonesia  e Pakistan, in Messico e Brasile, le ultime in Venezuela. In vari paesi, dalla Russia all’Iran fino al Venezuela la validità stessa del voto e dei risultati è già stata fortemente contestata. Il dato prevalente e sconfortante degli ultimi anni è che molte figure istituzionali o presidenziali assumono crescenti caratteristiche autoritarie abbandonando a volte apertamente qualunque parvenza democratica.

Anche in molti  paesi considerati “democratici” il proliferare negli ultimi decenni di sistemi  e regole di tipo maggioritario fortemente distorsive, in genere debolmente giustificate da obiettivi di stabilità, impediscono una lineare e libera espressione delle scelte degli elettori che solo vagamente percepiscono di essere privati del diritto di veder rappresentata la scelta dei propri rappresentanti in modo proporzionale e regolato con trasparenza. E’ un fatto che la tendenza all’astensione sia ormai diffusa.  Forme di presidenzialismo autoritarie, collegi di voto uninominali, premi di maggioranza, coalizioni prevoto forzate con quorum differenziato per chi sta fuori o dentro le coalizioni che a volte non sono attuate dopo il voto, regole di voto diverse in regioni diverse o collegi speciali, doppi turni e ballottaggi a due o multipli, possibilità di voto disgiunto su due diverse aggregazioni, limiti di mandato multipli dichiarati e non rispettati. Solo apparentemente si tratta di uno strampalato elenco di “ regolette “ che, ho ben chiaro, non sollevano l’interesse di molti che a volte neppure ne conoscono gli effetti. In realtà tutte convergono verso un unico obiettivo: distorcere e forzare l’espressione libera del voto e far saltare la proporzionalità fra i voti espressi e i seggi ottenuti. In definitiva è considerato accettabile invalidare una parte più o meno rilevante dei voti espressi ( spesso si tratta di molti milioni di voti)  e  riassegnarli a qualcun altro, spesso  il diretto avversario. In molte realtà vige un tacito accordo fra due poli che occupano spazi apparentemente contrapposti che per garantire la propria eterna sopravvivenza soffocano ogni nuovo protagonista e qualunque reale alternativa ( lo chiamano bipolarismo e democrazia dell’alternanza).  Spesso ignoriamo o dimentichiamo le conseguenze di questo imbroglio, diffuso in parecchi paesi “democratici”,  che spesso viene giustificato, da destre e sinistre varie, dal falso obiettivo di garantire la stabilità. Vuole invece impedire o ridimensionare una vera democrazia partecipata e qualunque cambiamento democratico. A rischio di annoiare faccio solo qualche esempio:

- gli elettori degli Usa da 240 anni non hanno la concreta possibilità di votare altro che i democratici o i repubblicani. In un paese di 350 milioni di abitanti, dominato dal potere assoluto di una decina di soggetti economici e finanziari,  forse  il più potente del mondo, multireligioso, multirazziale, baluardo dell’occidente,  sarebbe naturale la presenza di 5 o anche 10 partiti. Invece è praticamente resa impossibile anche solo la esistenza stabile di un terzo partito. Con le elezioni uninominali, dove ognuno dei 50 stati è un collegio con un unico soggetto vincitore,  a novembre si potrebbe tranquillamente circoscrivere il voto a 6-7 stati perché in almeno una quarantina già oggi è chiaro chi verrà eletto. Il “ voto popolare “, come viene chiamata la somma dei votanti, non ha alcun rilievo ed è già successo che il Presidente eletto non sia quello più votato ma dipenda da qualche migliaio di voti conquistati, rubati o comprati in una o due  contee sperdute del paese.

- nelle recenti elezioni politiche in Gran Bretagna basate su 650 collegi uninominali i laburisti, pur con un aumento irrilevante dei consensi hanno “ stravinto” con un esorbitante aumento dei seggi rispetto a quelli che avrebbero dovuto ottenere in proporzione ai voti. Con questo sistema aberrante basato su un bipolarismo inventato e tutelato da conservatori e laburisti  può succedere di tutto. Ad esempio i verdi, che in questa occasione hanno triplicato i propri voti, hanno ottenuto 4 eletti invece di 44.

- nelle recenti legislative in Francia, anticipate da Macron per contenere la dissoluzione del proprio centrino confindustriale antilepenista e antisinistra, i collegi uninominali con doppio turno imposti dagli anni ’60 con la nascita della “quinta repubblica” di De Gaulle, costringono all’invenzione di coalizioni dell’ultima ora.  Semipresidenzialismo e maggioritario deformano il sistema politico con l’aumento della instabilità, la crescita del polo della destra estrema, ogni volta alla sfida di prendere un voto in più nel collegio, ed una caotica presenza di aggregazioni instabili che non hanno basi solide di unione. Si impedisce da anni il ritorno ad un sistema più serio di tipo proporzionale ( “la sesta repubblica” ) che socialisti e macroniani alla fine boicottano, con il tacito assenso della destra. Il risultato di questo ormai insopportabile pasticcio è palese ed al di là di facili trionfalismi da fronte popolare è arduo valutare chi un mese fa abbia vinto o perso le ultime elezioni francesi, mentre Macron, noto come il politico più odiato di Francia, è sempre lì. 

- è bene ricordare che l’attuale centrodestra che governa l’Italia è il prodotto dei collegi uninominali del rosatellum,  inventati da PD e CDX prima delle politiche del  2018 immaginando di contenere così il successo travolgente del M5Stelle e che invece regalano oggi  l’Italia ad un minoritario destracentro dal settembre 2022. Se si fosse rispettato il  voto in modo proporzionale, con un opportuno quorum o con le semplici regole delle elezioni europee, il governo Meloni non sarebbe mai nato perché non ha alcuna maggioranza nel paese ( 12 milioni di elettori su 50).  

Nessuna alternativa è possibile, nessun processo costituente sta in piedi, nessuna democrazia partecipata, nessuna tutela dei principi costituzionali è praticabile nel momento in cui contro le vocazioni maggioritarie, autoritarie e presidenzialiste non si apre un fronte comune che difenda il sistema proporzionale ( senza premi, coalizioni prevoto, collegi uninominali, doppi turni) ragionevolmente limitato solo da un quorum sufficientemente elevato,  che non ha nulla a che fare con il “proporzionale puro“ senza quorum. Si favorirebbero nuove aggregazioni stabili e mature, e sarebbe anche più facile esercitare proposte di alternativa che sono praticamente assenti dalla scena oggi dominata da frammentazione, subalternità e trasformismo. In Italia come in Francia o Gran Bretagna questo è l’unico “fronte popolare” davvero necessario per difendere le democrazie occidentali che appassiscono nel rischio della guerra, della crisi climatica, dell’autoritarismo, senza protagonisti alternativi che riescano a cambiare strada.

3   negli ultimi dieci anni ho seguito con una particolare attenzione l’evoluzione di tre esperienze politiche, tutte nell’occidente europeo, che in forme diverse fra loro hanno avuto un ruolo di rilievo nel tentativo di costruire una alternativa culturale, sociale e istituzionale che superasse le vecchie sovrastrutture politiche organizzate nate alla conclusione della seconda guerra mondiale: Il M5Stelle in Italia, i Verdi in Germania, Podemos in Spagna. Tre realtà che, viste dall’alto,  hanno avuto tantissimo in comune: l’attenzione alla crisi sociale e ambientale, la dichiarata volontà di lotta alla corruzione, il ripudio della violenza e della guerra nella dialettica sociale e internazionale, la scelta della convivenza e della tolleranza  interreligiosa e interetnica, ma soprattutto la dichiarata volontà di costruire una alternativa all’intero sistema politico del dopoguerra.

Certo  su tutt’altri piani  il movimento per il clima dietro Greta  Thunberg, l’esperienza di convivenza curda-interetnica del Rojava  e delle donne dell’YPA, la fase iniziale dei gilets jaunes in Francia sono stati fenomeni, come vari altri, di un rilievo importante. Non dimenticando le pluriennali esternazioni per la giustizia sociale di Papa Francesco. Ma non hanno sconfitto le aggregazioni che impediscono qualunque cambiamento. A mio parere queste tre esperienze politico-istituzionali nell’intero pianeta hanno avuto invece un ruolo di rilievo  particolarmente  significativo.

Questi tre attori politici dell’alternativa ci hanno illusi.  

In momenti diversi hanno sfiorato  l’egemonia sul piano elettorale come protagonisti di governo nel loro paese con la promulgazione di atti di legislazione  di riformismo radicale nel campo della tutela ambientale, della giustizia sociale, della denuncia della crisi del sistema politico. Tutti e tre hanno subito un pesante attacco, che non ha precedenti nel dopoguerra, da diverse e anche opposte parti politiche con il chiaro obiettivo di ridimensionarne o azzerarne il ruolo e rendere inefficaci le loro proposte di maggior rilievo. Tutti e tre vivono oggi una fase di   grande crisi che rischia di cancellarli dalla scena politica o renderli ininfluenti. E’ necessario capire perché e cosa si può fare.

Il M5Stelle, quello che ne resta dopo molteplici defezioni e sconfitte, dichiara l’impegnativa intenzione di promuovere in autunno una fase costituente con il rilevante obiettivo di attuare nuove forme di democrazia partecipata ( una maturazione della democrazia diretta nella quale  i sostenitori dovrebbero decidere cosa e come rifondare forme  e contenuti della propria azione). Sostengo da tempo che il dramma dei 5stelle non è nel non comprendere le ragioni della sconfitta ma nel non avere mai compreso le ragioni reali del loro travolgente successo. Il progressivo ridimensionamento elettorale ( dagli 11 milioni nel 2018 ai 2,3 delle recenti europee), la disgregazione nel territorio dove oggi i gruppi locali ufficiali risultano 300 su 8000 comuni, gli abbandoni che continuano, mi sembrano la conseguenza della  difficoltà a mantenere la loro connotazione genetica che si è espressa con successo fuori dagli schemi destra-sinistra tradizionali.  Diventa incerto il proprio riformismo radicale che non può che stare al centro della società, avere caratteristiche di aggregazione maggioritaria e costruire le indispensabili alleanze e mediazioni  solo su chiari impegni di programma. Un progetto meno difficile di quanto sembri che però non può essere ridotto ad una indefinita vocazione progressista o di qualunque altro tipo, se diventa incerta nei contenuti rischiando di  adeguarsi agli schemi della vecchia politica che portano solo alla irrilevanza. Ne consegue anche l’inaccettabile fenomeno dei cambiacasacca ( che io chiamo cambiapelle ) che trovano nel movimento ancora oggi solo un approdo di passaggio da cui migrare in tutte le direzioni con l’illusione, in realtà sempre smentita, di garantirsi un futuro personale in qualche anfratto della politica tradizionale.

Podemos in Spagna, dopo il successo travolgente fra il 2014 e il 2016, che sembrava avviarlo a diventare il primo partito spagnolo sulle macerie di Popolari e Socialisti, ha progressivamente mancato tutti gli appuntamenti della storia. Ha concentrato troppo su una figura (Iglesias) la propria immagine ( lo stesso errore dei 5stelle sulla figura di Conte), ha sfumato la propria origine di novità nata dai movimenti di contestazione dei 15-M e degli Indignados, collocandosi troppo nelle logiche di alleanze e disalleanze della sinistra moderata ed estrema ( stesso problema dei postgrillini). Non ha retto garantendo la tenuta del primo governo minoritario di Sanchez nel 2018 (difficoltà somigliante a quella dei verdi tedeschi nel governo a tre con l’SPD di Scholz e i Liberali ed a quella dei 5Stelle nel Conte 2 con il PD e nell’appoggio al successivo governo Draghi.) Disastrosa per Podemos  nel gennaio 2023 la partecipazione all’alleanza multiforme di Sumar di Yolanda Diaz che comunque non è andata al di sopra del 12% alle ultime elezioni politiche del luglio 2023 ed è già in disfacimento. Una nuova e difficile rifondazione di Podemos con Irene Montero e  Ione Belarra si è avviata con le elezioni europee ( usciti di scena Iglesias ed anche le componenti che con Íñigo Errejón si erano scisse nel 2019).  Nelle storiche elezioni politiche ripetute del giugno 2016 Unidad Podemos aveva sfiorato i 6 milioni di voti e più di 70 eletti (su 350). Nelle recenti elezioni europee, dopo la separazione dall’aggregato di Sumar,  Podemos ha ottenuto 578mila voti e due eletti, mentre l’aggregato di Sumar ha raggiunto solo 818mila voti e 3 eletti. Circa 5 milioni di voti si sono dissolti. Per otto anni Podemos e Iglesias in particolare, hanno subito una permanente aggressione mediatica con diversi mandanti politici ed economici, ma prima di tutto promossa dall’area dei Popolari di Rajoy che governava fra il 2015 e il 2016, sempre nella totale indifferenza dei Socialisti. In queste ultime  settimane di fine  luglio dei giudici hanno aperto un indagine su quei fatti (scandalo che alcuni chiamano il Watergate spagnolo) che videro, in un paese democratico, una azione prolungata di spionaggio e di discredito contro tutti i deputati di Podemos che coinvolse  2700 agenti del ministero degli interni, 57 commissariati di polizia e decine di giornalisti che avevano l’obiettivo di impedire il successo di Podemos e minarne la credibilità con quotidiane accuse inventate e campagne giornalistiche diffamatorie.

I Verdi tedeschi hanno un età e una storia diversa da 5stelle e da Podemos. Già dal 1998 al 2005 hanno avuto un esperienza di governo con i socialdemocratici (SPD) con l’importante ruolo di Joschka Fischer come Ministro degli Esteri e Jürgen Trittin all’Energia con il quale si decise fra l’altro  l’abbandono totale del nucleare in 20 anni. Il risultato è stato ottenuto, però sono ancora aperte alcune grandi centrali a carbone a causa della troppo lenta conversione verso le rinnovabili e della guerra in Ucraina. I Verdi sono al governo in numerosi Lander con diversificati tipi di alleanza, dai Democristiani della CDU alla Linke, con la sola eccezione della estrema destra (AFD). In vari momenti degli ultimi due decenni i Verdi si sono avvicinati ripetutamente, almeno nei sondaggi, a diventare il primo partito della Germania e nel gennaio 2021 è nato un nuovo governo per la prima volta a tre (coalizione semaforo) con SPD e Liberali (FDP). Nel governo di Scholz i Verdi hanno 5 ministri su 12, fra i quali il Ministero degli esteri con Annalena Baerbock ed il superministero dell’Energia con Robert Habeck. Malgrado la forte conflittualità interna (in particolare fra Verdi e Liberali) e la deludente immagine  di Scholz che ha portato ad una crisi crescente dell’SPD, il governo ha portato alcune novità in tre anni: ha deciso l’aumento del salario minimo a 12 euro l’ora, ha avviato la graduale sostituzione del gas per il riscaldamento con l’obbligo delle pompe di calore nelle nuove abitazioni. Si è abbassato il voto ai sedicenni e liberalizzata la cannabis in modiche quantità. Forse troppo poco. La posizione apertamente  a favore dell’Ucraina e l’intenzione di aumentare la spesa militare ( nel 2022 era all’1,4% del PIL contro l’1,7 dell’Italia, l’ 1,9 della Francia e il 2,2 della GB) ha procurato forti critiche dei pacifisti specie a Scholz e alla Habeck. In aggiunta il governo è finito sotto attacco da più parti per i costi degli affitti, per l’aggravarsi dell’inefficienza dei servizi e dei lavori pubblici, per l’aumento della criminalità in alcune grandi città e nelle zone a forte concentrazione di recente immigrazione. I Verdi al governo si sono trovati in alcune occasioni a scontrarsi anche con una parte del loro elettorato. Il caso più rilevante a inizio 2023 nel lungo scontro popolare per l’apertura e l’allargamento della vecchia miniera di carbone e lignite di Luetzerath in Nordreno-Vestfalia dove i Verdi sono anche nel  governo del lander con la CDU. Nelle grandi manifestazioni ambientaliste per impedire la riapertura dell’ impianto ( con la presenza anche di Greta Thumberg e dei principali esponenti di FFF alcuni anche dirigenti dei Giovani Verdi ) la presenza dei Verdi al governo nazionale e locale  è stata pesantemente messa sotto accusa,  vissuta come un tradimento, rifiutando la tesi che accettare  il compromesso di Luetzerath avrebbe portato ad una successiva anticipazione della fuoriuscita totale dagli impianti a carbone nei prossimi anni.

Le evidenti difficoltà dell’intero governo semaforo hanno avuto una pesante conferma nelle elezioni europee: L’SPD è arrivata al suo minimo storico del 13,9%, i verdi all’11,9% perdendo il 40 % dei propri voti del 2019 e in particolare i due terzi del voto giovanile dai 16 ai 24 anni, i Liberali sono scesi al limite del 5% che nelle politiche li metterebbe fuori dal Bundestag. Dopo uno scontro interno al Governo durato mesi sul Bilancio 2025 a inizio luglio sembrava imminente lo scioglimento della coalizione: SPD a difesa di varie spese sociali, Verdi contrari a rinunciare agli impegni di transizione ecologica, Liberali contrari a nuovo debito e ostinati nel sostegno ad un taglio generalizzato delle spese sociali e ambientali. Si è trovato un compromesso che vede un impegno di investimenti per 100 miliardi nel 2025, solo ritocchi sul reddito minimo ma anche il ridimensionamento dell’aumento  delle spese militari da 6 a 1 mld.

A settembre arriva la grande verifica su dove andrà la Germania con le importanti elezioni nei tre principali Lander dell’Est ( Sassonia, Turingia, Brandeburgo). In tutti e tre i sondaggi indicherebbero un grande risultato della estrema destra di AFD forse come primo partito vicino al 30%, con la tenuta della CDU, il forte ridimensionamento dei tre partiti di governo e la tendenza all’aumento di alcuni partiti minori. Fra questi Bündnis di Sahra Wagenknecht che ha abbandonato la Linke, scomparsa dal Bundestag dopo la contestata candidatura di Carola Rackete e il suo deludente risultato alle europee. La Linke è  scesa sotto il 3% e  ha ottenuto tre eletti, la metà dei voti di Bündnis con sei eletti.

4 La crisi dei tre più significativi movimenti politici di alternativa dell’Occidente ha elementi comuni impressionanti, alcuni ovvi ed evidenti ed altri molto meno  su cui vale la pena ragionare. Nati in aperta critica al sistema politico nel suo insieme, spinti dal successo anche rilevante, hanno assunto ruoli di governo in alleanza con partiti tradizionali per lo più di sinistra moderata (socialisti e socialdemocratici) ma non hanno mai messo in discussione concretamente né i sistemi elettorali ereditati dai decenni scorsi ne la cultura politica imperante che tende forzosamente al bipolarismo lasciandosi progressivamente inserire nella logica delle coalizioni e della personalizzazione sui leader che rendono meno visibile il progetto di riforma sociale, le alternative e le nuove priorità. Venire collocati dentro l’alveo tradizionale della destra e della sinistra rende arduo mantenere e far prevalere la propria alterità e con il tempo porta alla marginalità. Sulle questioni sociali emergenti ( fra tutte la necessità della transizione ecologica ed energetica, la gestione delle migrazioni non regolate incrociata con la sicurezza sociale e la xenofobia, l’accentuarsi delle disuguaglianze e la corruzione) si vede il palese fallimento di tutte le destre e le sinistre degli ultimi decenni e in generale una crisi di egemonia delle élite politiche dell’intero Occidente.

- La transizione ecologica richiede di mettere in discussione con coraggio le forme di mobilità basate sull’auto a favore dei vettori collettivi metropolitani a rete, privilegiare l’autonomia energetica delle abitazioni con la autoproduzione da rinnovabili, sostenere la tutela e l’aumento delle alberate e del verde diffuso  nelle città con sistemi di irrigazione minimi nei mesi estivi, l’uso di pavimentazioni che non assorbano calore e la messa al bando di catrame, bitume e asfalto tradizionali, promuovere l’estensione delle zone pedonalizzate per contenere così le isole di calore urbano, riorganizzare il sistema idrico come bene comune per combattere siccità e desertificazione crescente, ridurre la produzione di plastica che va considerata un inquinante in continuo aumento.     

- L’immigrazione richiede la istituzione  di corridoi umanitari permanenti attraverso i quali il paese gestisce direttamente tutta l’entrata dei flussi annuali. Su migranti  irregolari e clandestini e sulla logica emergenziale si misura ormai la incapacità e il fallimento di tutte le destre e le sinistre. Anche il ruolo delle ONG risulta irrilevante e mette in ombra il vero obiettivo che è quello di togliere ai gruppi criminali e dare allo Stato il controllo dell’immigrazione. Va promossa la costruzione di un percorso stabile e diffuso di integrazione in alternativa alla immigrazione irregolare. Servono quindi percorsi di sostegno e controllo permanenti  che garantiscano la sicurezza sociale e contrastino la xenofobia.

- La precarietà del lavoro e la tutela dei più deboli richiede forme di reddito di sopravvivenza, il contrasto del lavoro irregolare e la diffusione di un salario minimo orario universale in tutti i settori, una rivoluzione fiscale che azzeri l’evasione e sia in grado di contrastare le manovre che portano a forme irragionevoli di extraprofitti e ad una fiscalità irrisoria dei grandi attori finanziari.

Si tratta di azioni e scelte di governo ormai note a tanti, possibili, che sono realizzabili anche se trovano ovvi ostacoli e nemici, ma che la gran parte della popolazione può comprendere e condividere. 

Sono convinto che i movimenti di alternativa hanno caratteristiche di riformismo radicale che non coincidono con nessuna destra e nessuna sinistra dell’occidente ma possono attrarre da diverse direzioni una grande maggioranza che oggi percepisce, magari anche nell’astensionismo e nell’inerzia, la necessità del cambiamento e la crisi a cui l’umanità sembra andare rapidamente incontro.

Si tratta della vita e della felicità della nostra e delle future generazioni.

 

bibliografia

Stati per spesa militare - Wikipedia 2022

Europa, perché è crollato l’argine contro le destre - maggio 2024

Il kurdistan che non esiste - febbraio 2018

Sciopero globale del clima, i Fridays for Future nelle piazze di tutta Italia: "Riprendiamoci il futuro" - aprile 2024

Virginia Raggi: “Il Movimento 5 Stelle torni alle origini. Allearci è un errore, ci snatura” - giugno 2024

Il M5S avvia il processo “costituente” - luglio 2024

Assemblea costituente M5S, comunicato del Consiglio nazionale - agosto 2024

Spagna, l’ultradestra (compresa Vox) da giorni in piazza a Madrid: tentati assalti alla sede del Psoe - novembre 2023

Podemos ha cambiato la Spagna - gennaio 2024

Spagna, «guerra ibrida» contro Podemos: i poteri dello Stato al servizio di Rajoy - luglio 2024

Spagna: Il fallimento di Sumar - luglio 2024

Per la Francia un mese lungo un anno - luglio 2024

La vera contesa, non solo in Francia, è tra populisti e liberali: il momento più pericoloso - luglio 2024

Fronte anti-Le Pen La sinistra vince a sorpresa le elezioni in Francia, ma nessuno ha la maggioranza - luglio 2024

Leggere e comprendere il voto in Germania - giugno 2024

Il pil tedesco arranca e il governo litiga sul bilancio 2025: ballano fino a 9 miliardi - agosto 2024

Germania: Cosa ci dice il Congresso di AfD - luglio 2024

Germania: l’estrema sinistra si scioglie - dicembre 2023

14 agosto 2024

Coprire i tetti di pannelli fotovoltaici non è un’impresa impossibile

Servono 240 Kmq di superficie per produrre l’energia necessaria al consumo domestico non ancora garantita dalle alternative. Lo spazio sulle abitazioni private c’è

di Roberto D’Agostino *

Esistono alternative tra il riempire la Sardegna e le altre regioni del sud di pale eoliche e coprire vaste porzioni di territorio di pannelli fotovoltaici allo scopo di garantire la transizione verde o mantenere sostanzialmente l’impostazione fossile attuale. Così come esistono alternative all’affidare la soluzione del problema alle grandi agenzie energetiche che il problema hanno generato o alle logiche speculative e di profitto delle multinazionali.

Una alternativa (non la sola) è mettere nelle mani dei cittadini la gestione di un bene comune così prezioso come l’energia, realizzando una produzione democratica e diffusa e impedendo che a deciderne la gestione siano grandi gruppi privati. Propongo un esempio e una simulazione.

IL CONSUMO DOMESTICO di energia in Italia non coperto dall’attuale produzione di energia alternativa è calcolabile in circa 50 TeraWh: per farvi fronte occorrerebbe una superficie di pannelli fotovoltaici di circa 240 kmq.
Nel 2021 Ispra calcolava la superficie di tetti in Italia in 5.400 kmq di cui il 50% circa di residenziale; vale a dire 2.700 kmq. Se sottraiamo a questa cifra il 50% di inusabile o di già usato e un ulteriore 50% per cause varie come cattiva esposizione, centri storici o altro, resta la disponibilità di 660 kmq di tetti utilizzabili. Un valore ben superiore ai 240 kmq necessari per coprire il fabbisogno di energia nazionale per usi domestici.

L’intera operazione a livello nazionale avrebbe un costo di circa 115 miliardi e coinvolgerebbe circa 15 milioni di famiglie. Come si potrebbe procedere? Incentivando le famiglie che installano, ad esempio, 3 KW attraverso pannelli solari con l’abolizione per un anno delle bollette di luce e gas. Istituendo una linea di credito esigibile in tutti gli sportelli bancari e postali e garantita dallo Stato o dalla Regione a disposizione delle famiglie che aderiscono all’iniziativa, che finanzi al 100% la realizzazione degli impianti da restituire in 15 anni. Chi aderisce all’iniziativa risparmia somme considerevoli calcolabili sulla base dei consumi medi familiari in ottocento euro all’anno per il primo anno, di trecento per i successivi quattordici anni e ottocento per i dieci successivi.

FACENDO L’IPOTESI che un milione di famiglie aderissero all’iniziativa, verrebbero attivati 7 miliardi circa di lavori con un costo per lo stato di 800 milioni (pagamento di un anno di bollette a un milione di famiglie). Questa cifra verrebbe più che compensata dai 700 milioni di recupero Iva sui 7 miliardi di lavori e 200 milioni di recupero Irpef dovuto dalle imprese e le aziende che vendono e fanno i lavori.

Va inoltre considerato che (secondo i dati del ministero della transizione ecologica) nel 2021 un miliardo di euro investito in fotovoltaico ha generato oltre seimila Ula (unità di lavoro) temporanee ed altrettante a tempo pieno. In altre parole, 7 miliardi di lavori genererebbero 84mil posti di lavoro. Con ulteriore recupero da parte dello Stato, espresso in minore assistenza e maggiore contribuzione. Dunque l’intera operazione si risolverebbe in un utile netto per lo Stato e per le famiglie, oltre che nel risparmio di 450mila tonnellate di CO2 all’anno e 250 milioni di metri cubi di metano.
Fantasie? Fate pure i calcoli.

Se alle coperture residenziali si aggiungessero le superfici utilizzabili sulle coperture industriali le conseguenze sarebbero spettacolari. Un esempio. A Porto Marghera è stata calcolata la disponibilità di 130 ettari di coperture utilizzabili per il fotovoltaico. Il più esteso campo fotovoltaico italiano con una produzione che coprirebbe l’8% del fabbisogno di rete della città e produrrebbe un risparmio di circa 35mila tonnellate annue di CO2, l’equivalente di un milione e mezzo di alberi.

Si tratta di un approccio diverso al problema energetico, che punta alla valorizzazione dei pro-sumer, ovvero a trasformare il consumatore anche in un produttore, limitando una frammentazione del mercato che inevitabilmente ha portato a forti distorsioni.
Non si tratta solo di puntare ad una virtuosa autosufficienza, ma anche a un diverso approccio al consumo (più consapevole), rivisto con un atteggiamento diffuso che da una parte riduce la distruzione del territorio (con meno infrastrutture costosissime e impattanti) e dall’altra evita pericolose concentrazioni economico finanziarie, che inevitabilmente fanno dello scambio ineguale una ragione di (ingiusto) profitto.

APPARE IMPORTANTE in tale approccio la governance del sistema: un’azione virtuosa deve tenere conto di tutti gli aspetti dell’intervento, non solo quello energetico, che ne è il motore. Va dunque promossa la formazione nel settore, incentivando le aziende nazionali di ricerca e produzione (non in una visione autarchica, ma per ridurre impatti ambientali e dipendenze), così come quelle gestionali e di riciclo (seguendo il prodotto «dalla culla alla tomba»), chiudendo il ciclo economico e creando esternalità positive.

Dai dati sinteticamente enunciati appare assolutamente realistico un approccio olistico, dove si possa puntare ad una completa autosufficienza elettrica con uno sforzo importante, ma non impossibile, anche tenendo conto della partecipazione statale alle grandi imprese energetiche e finanziarie, da governarsi in funzione di una produzione diffusa, certamente meno speculativa, ma altrettanto certamente più consona ad una approccio economico sano.

Risultati? La decarbonizzazione integrale del fabbisogno domestico di energia elettrica; il risparmio per le famiglie sui costi dell’energia e un corrispondente aumento delle capacità di spesa; l’attivazione di investimenti per decine di miliardi di euro; l’aumento di centinaia di migliaia di posti di lavoro; l’attivazione di nuove filiere industriali e anche significativi utili per lo Stato in termini di recupero fiscale.

* da il manifesto - 14 agosto 2024

11 agosto 2024

Isole di calore urbane: gestire il caldo estremo per mantenere fresche le città

 Dal Joint Research Centre della Commissione Europea le misure che gli enti locali possono adottare per gestire tali rischi

Le ondate di calore sono tra gli effetti più gravi dei cambiamenti climatici e le temperature da record stanno diventando sempre più frequenti e intense. Le aree urbane edificate e le città sono particolarmente vulnerabili al caldo estremo: questo fenomeno colpisce oltre 1,7 miliardi di persone in tutto il mondo. Quasi la metà delle circa 10.000 città del mondo ha dovuto affrontare una maggiore esposizione al calore negli ultimi 4 decenni.


 Un nuovo documento programmatico del Joint Research Centre (JRC) della Commissione Europea fornisce una panoramica delle strategie, delle migliori pratiche e degli strumenti politici per aiutare gli enti locali delle città dell’UE a gestire il caldo estremo.

Calore estremo e isole di calore urbano

Le ondate di calore sono periodi prolungati di temperature estremamente elevate che possono portare al surriscaldamento urbano e alle isole di calore urbane (Urban Heat Islands - UHI). Questo effetto altera la superficie delle città, rendendole significativamente più calde rispetto alle aree suburbane e rurali circostanti, in media 4-6 gradi più calde e con picchi fino a 10 gradi sopra le aree limitrofe.
 
Le aree urbane hanno molte caratteristiche che aumentano il calore. Ad esempio, nelle città ci sono superfici impermeabili come strade ed edifici che assorbono il calore durante il giorno e lo rilasciano di notte. Anche la maggiore densità di persone e infrastrutture nei sistemi di trasporto pubblico emette calore. Ciò è aggravato dalla bassa ventilazione e da un minor numero di spazi verdi e corsi d’acqua, che possono invece contribuire a ridurre le temperature.

Le conseguenze del caldo estremo non solo provocano disagi ma sono anche pericolose. Oltre a temperature insopportabili che possono causare disidratazione, colpi di calore e altri effetti fisici a breve termine, le UHI trattengono l’inquinamento, che riduce la qualità dell’aria e comporta rischi a lungo termine per la salute, colpendo in modo particolare i gruppi vulnerabili ed emarginati: le persone a basso reddito, i disoccupati e i senzatetto, i bambini, gli anziani e le persone affette da patologie croniche. Esse comportano inoltre un aumento della domanda di energia, aumentando l’impronta ecologica delle città.


Come combattere il caldo estremo in città?

Il Joint Research Centre della Commissione Europea ha pubblicato un documento strategico che incoraggia i responsabili politici a metter in campo azioni di mitigazione e adattamento, riducendo le emissioni di gas a effetto serra e aumentando nel contempo la resilienza agli estremi termici. Molte di queste azioni sono state intraprese dalle città nell’ambito del Patto globale dei sindaci per il clima e l’energia. 
 
La città spagnola di Murcia, ad esempio, ha vinto il premio del Patto dei sindaci per le sue azioni volte a contrastare il surriscaldamento urbano. Questi includevano il rifacimento di strade asfaltate scure con materiali di colore più chiaro per riflettere piuttosto che assorbire la luce solare, riducendo significativamente le temperature superficiali.

 
Questa semplice azione con un grande impatto è stata solo una delle 61 misure che la città ha adottato per adattarsi al caldo estremo.


Con questo documento programmatico, il JRC individua il modo migliore per contribuire a informare le autorità locali delle misure che possono adottare per affrontare il riscaldamento urbano.

 Ad esempio:

- Integrare e migliorare le infrastrutture verdi, promuovendo pareti e tetti verdi e incrementando il numero di alberi e le superfici vegetate. Gli alberi e gli spazi verdi hanno un’eccezionale capacità di raffreddare l’aria nelle città: secondo uno studio condotto su oltre 600 città europee, gli alberi urbani riducono la temperatura dell’aria in media di 0,8 gradi.

- Introdurre caratteristiche idriche e acqua corrente nelle aree pubbliche e fornire acqua potabile alla popolazione, oltre a rendere l’uso dell’acqua più efficiente.
 
- Ammodernare e ristrutturare gli edifici con isolamento e persiane, e utilizzare materiali riflettenti, come la vernice bianca, su strade ed edifici.
 
- Promuovere l’agricoltura urbana.
 
- Fornire misure sanitarie tempestive, ad esempio sistemi di allerta per guidare la popolazione durante gli eventi di calore estremo o indicare l’ubicazione dei rifugi e dei punti di approvvigionamento di acqua potabile.
 
- Esempi ispiratori di migliori pratiche comprendono una rete di scuole pilota a Barcellona trasformate in rifugi di raffreddamento, aperti al pubblico durante le ondate di calore; e l’adozione di soluzioni basate sulla natura a Torino.
 
Una panoramica completa dei principali risultati sul caldo estremo nelle città dell’UE, delle raccomandazioni strategiche e degli strumenti di monitoraggio è disponibile nel documento programmatico ‘Le città dell’UE e gli estremi termici’. 
 
Politiche e azioni efficaci basate sul territorio richiedono una comprensione più approfondita delle variazioni di temperatura e della loro distribuzione urbana. Ogni città è unica e i piani di adattamento urbano devono considerare il proprio spazio e la propria geografia per indirizzare efficacemente le aree ad alta esposizione e i quartieri vulnerabili.
 
Questa ricerca aiuta le autorità locali, regionali e nazionali a sviluppare politiche pratiche ed economiche per gestire meglio il caldo estremo con l’aumento delle temperature medie globali. Lavorando con partner come il Patto dei sindaci per attuare queste politiche, il JRC sta contribuendo a migliorare la qualità della vita a beneficio della società nel suo complesso.
 
  
da  www.edilportale.com  7 agosto 2024

7 agosto 2024

Il M5S avvia il processo “costituente”

Pubblichiamo lo scambio intercorso tra il Garante Beppe Grillo e il Presidente Giuseppe Conte in vista dell’Assemblea Costituente (In MoVimento-27 Luglio 2024)

- Lettera di Beppe Grillo a Giuseppe Conte –

Caro Giuseppe,

L’ultima volta che ci siamo incontrati ci eravamo ripromessi di programmare alcuni incontri con un gruppo ristretto dei nostri, per discutere dei temi su cui rilanciare il Movimento, che é afflitto da un’evidente crisi di consenso. Personalmente ritengo che la nostra crisi di consenso derivi anche e soprattutto da una crisi d’identità.

Infatti, il Movimento ha raggiunto il suo maggior successo grazie a un’identità di pochi punti distintivi, rappresentati dalle prime (e pure dalle seconde) cinque stelle. Oggi le stelle sono diventate un firmamento, che sarà anche bello, ma le cui stelle appaiono indistinguibili l’una dall’altra. Per renderle tali occorre, a mio avviso, tornare alla semplicità e alla chiarezza di un tempo. Ciò non significa rivangare nostalgicamente temi che appartengono al passato, ma tornare alla forma fisica che ci ha consentito di vincere nel 2018.

A prescindere da temi come la pace e la tutela dei più deboli, che sono ovviamente condivisibili, sia cristianamente sia Altrove, ma anche connotati da una vaghezza di cui sfugge la declinazione pratica, occorre a mio avviso trovarne altri che non siano così ecumenici, come furono quelli del 2018. Fra questi credo che ce ne siano almeno due da rivendicare ancora convintamente, vale a dire una transizione ecologica e digitale che ci consenta di vivere in un ambiente migliore e con parità di accesso ai dati, oltre a un diverso modo d’intendere la politica, che parta innanzitutto dai cittadini e non dai sepolcri imbiancati che dominano il nostro sistema.

Si potrebbe obiettare che anche questi due temi possano sembrare vaghi, anche se forse un po’ meno dei primi due. Per questo sarebbe utile delinearne alcune caratteristiche distintive, come per esempio una transizione ecologica che si realizzi anche attraverso politiche sul consumo, e non solo sulla produzione, una transizione digitale che si incentri sull’accesso dei cittadini ai propri dati e su una maggiore fruibilità dei loro diritti, e regole che, al tempo stesso, estendano gli spazi di democrazia diretta e favoriscano il ricambio della classe politica. Quanto a quest’ultimo punto, le regole che il Movimento ha deciso di darsi fin dall’inizio operano già in questo senso, ma incontrano resistenza da parte di chi è stato già eletto. Non possiamo però dimenticare che proprio queste stesse regole hanno reso possibile la mobilitazione di molti di noi che hanno creduto nel sogno di una politica diversa e non più ostaggio degli zombie di una foresta pietrificata.

Apprendo che vorresti indire un’assemblea costituente per discutere di questi e altri temi. Non ne abbiamo mai parlato, ma come sai, in quanto Garante, sono il custode dei valori del Movimento e dovremmo quantomeno discuterne prima nel corso degli incontri che ti avevo chiesto di fare, anche perché ogni decisione non potrà non essere presa nel rispetto dei valori del Movimento. So che li condividi anche tu e non ho dunque alcun dubbio che saremo allineati su tutto, nonostante ci sia chi faccia intendere il contrario, strumentalizzando mie dichiarazioni decontestualizzate e facendo finta di dimenticare chi sono, pur avendo applaudito a molte altre mie battute e iperboli.

Nessuno è più ridicolo di chi prende una battuta sul serio, dunque devo solo ringraziarlo per aver reso alcune mie battute ancora più comiche. Tuttavia, penso che a questo punto sia ormai diventato necessario sfatare le nostre presunte divergenze, e tal fine ti invito a divulgare questa mia lettera nelle forme che tu riterrai più opportune. Nel frattempo confido che lavoreremo assieme per il bene del Movimento e del nostro paese.

Con amicizia e affetto,

Beppe


- Risposta di Giuseppe Conte a Beppe Grillo -  (Roma, 27 luglio 2024)

         Caro Beppe,

come già ti anticipai nel corso dell’ultimo incontro, con il Consiglio Nazionale stiamo lavorando per affrontare una bellissima sfida: un’Assemblea Costituente quale occasione di vero confronto e partecipazione per rinnovare l’azione politica del Movimento.

Viviamo questa vigilia con grande impegno, consapevoli che stiamo progettando il più grande esperimento di democrazia “partecipativa” mai realizzato, in Europa, da una forza politica, in linea con i criteri contenuti nella Raccomandazione della Commissione europea del 12 dicembre 2023, sul “coinvolgimento e la partecipazione effettiva” dei cittadini e delle organizzazioni della società civile alle politiche pubbliche.

E’ un progetto pienamente in linea con i principi e i valori del Movimento e, in particolare, con il principio della “democrazia partecipativa”, che va anche oltre il principio originario della “democrazia diretta”. I partecipanti, infatti, non si limiteranno soltanto a esprimere il loro voto su quesiti decisi e posti dall’alto, ma saranno essi stessi a indicare temi e progetti da discutere, originando un moto “dal basso” che poi condurrà, attraverso approfondite istruttorie, alle deliberazioni finali rimesse agli iscritti, in modo da definire i nuovi obiettivi strategici del Movimento.

Assicureremo ampia partecipazione ai giovani, anche minorenni, perché sarebbe un controsenso progettare il loro futuro senza coinvolgerli direttamente.

Questo progetto è il modo migliore per affrontare la “crisi di consenso” di cui pure ragioni nella tua lettera. Una delle ragioni di questa crisi – sono d’accordo con te – riguarda proprio l’“identità” stessa del Movimento.

Nonostante ci siamo dotati di una “Carta dei principi e dei valori” e nonostante l’impegno della intera Comunità in tante battaglie qualificanti che a tali principi e valori si ispirano, siamo chiamati a fare di più per mobilitare quei tanti, troppi cittadini che ormai si astengono da qualsiasi forma di partecipazione e impegno politico.

Il contesto è fortemente mutato. Nel 2018 il Movimento riuscì a guadagnarsi una fortissima investitura elettorale presentandosi ai cittadini come il più credibile interprete di un diffuso disagio sociale e il più qualificato “eversore” rispetto a un sistema politico anchilosato e cristallizzato in consolidati apparati di potere.

Pur non essendo auto-sufficienti e – per questo – costretti a confluire in due distinti governi di coalizione, nei governi Conte I e Conte II abbiamo realizzato un vasto progetto riformatore, attuando all’incirca l’80% degli impegni presi con i cittadini.

Purtroppo la genuinità e coerenza del nostro impegno politico è stato offuscato dall’appoggio al Governo Draghi, che ci ha costretti nella scomoda posizione di dover votare molti provvedimenti che non erano affatto in linea con la richiesta di cambiamento dei nostri elettori. In quella fase, ogni nostro tentativo di difendere le nostre più qualificanti riforme è stato inquinato dalla costante accusa di voler fare cadere il Governo di unità nazionale. L’indicazione di Cingolani al Ministero della transizione ecologica non si è rivelata felice, e la mitologica “agenda Draghi” ci ha fatto molto male: all’atto della formazione del governo abbiamo perso molti parlamentari e iscritti e, nella fase finale, sono venuti al pettine nodi irrisolti, con la scissione guidata da Di Maio. E proprio il Governo Draghi ha poi spianato un’autostrada alla vittoria di Meloni.

Dobbiamo affrontare l’attuale parabola politica del Movimento con coraggio e determinazione, senza indugiare in un passato che non ritorna. E’ per questo che abbiamo dato vita a oltre 300 gruppi territoriali, con attivisti che finalmente hanno ritrovato un contesto in cui discutere e realizzare progetti a beneficio delle comunità locali. Abbiamo attivato la Scuola di formazione che offre a tutti i nostri iscritti approfondimenti gratuiti, su temi di vitale importanza, tenuti da docenti altamente qualificati.

L’unica vera costante rispetto al passato è la forte opposizione nei nostri confronti dell’establishment politico-finanziario. Ma è un segno positivo. Conferma la fedeltà ai nostri ideali e la nostra irriducibile incompatibilità con tutte le opache consorterie che nel nostro Paese inquinano i processi decisionali democratici e alimentano rendite di potere al di fuori di qualsiasi criterio meritocratico e concorrenziale.

Il Paese, oggi più che mai, ha “bisogno” del Movimento. Ora che sono coinvolto nell’agone politico, mi rendo ancor più conto dell’assoluta necessità di una forza politica che tenga alta l’asticella della cultura delle regole e dell’etica pubblica, che continui a battersi contro la corruzione, le diffuse ingiustizie, le profonde diseguaglianze.

Siamo e dovremo sempre essere radicali nel difendere i nostri principi e valori. Il Movimento è nato e dovrà sempre operare per il bene dei cittadini, contrastando la degenerazione che spinge la classe politica a ritagliarsi forme di privilegio e spazi di impunità.

Ma non saremmo coerenti se, al nostro interno, non lasciassimo che l’Assemblea degli iscritti, che è l’organo sovrano della nostra associazione, decida liberamente progetti e nuovi obiettivi strategici. Lasciamo che la nostra Comunità si interroghi sul proprio futuro. Non dobbiamo avere paura di metterci tutti in discussione. Io per primo. Ti anticipo che la gestione delle varie fasi del processo costituente sarà affidato a un gruppo di esperti indipendenti, specializzati nella gestione di processi deliberativi complessi. Questo proprio al fine di evitare qualsiasi forma di interpositio – mia o dell’attuale gruppo dirigente – che possa alterare l’autenticità delle partecipazioni con elementi di etero-decisione.

Nella tua lettera mi scrivi che ti farebbe piacere organizzare alcuni incontri per discutere su temi utili a rilanciare il Movimento. Il tuo apporto è più che benvenuto e ti confermo la piena apertura a discutere con te, come e quando vorrai.

Indichi anche alcuni temi, dalla pace alla tutela dei più deboli, dalla transizione ecologica a quella digitale. Ti assicuro che l’intera nostra Comunità è da tempo impegnata a ogni livello – europeo, nazionale, locale – nel perseguire molteplici iniziative, ben concrete, in questa direzione. E anche quando gli obiettivi non risultano immediatamente declinabili sul piano pratico, non sono da trascurare le iniziative di denuncia e di stimolo nei confronti di chi, in questo momento, ha responsabilità di governo, a livello nazionale e internazionale.

Questo processo costituente servirà a “riossigenare” il Movimento, rilanciandone la vis propulsiva e innovativa. Con i nuovi temi proveremo a costruire un progetto di cambiamento della società, secondo la logica olistica one-health, integrando in una medesima prospettiva il benessere degli esseri umani, la tutela degli animali e la protezione degli eco-sistemi e della biodiversità.

Avrai sempre la massima disponibilità, mia e di tutti i referenti dei Comitati tematici, a raccogliere i tuoi suggerimenti. Nessuno mette in discussione il tuo ruolo storico di fondatore e la tua funzione attuale di Garante. Io non l’ho fatto. Ma con grande schiettezza – anche alla luce delle responsabilità politiche che mi sono assunto – devo informarti che non posso accogliere la tua proposta di discutere “preventivamente” i temi da sottoporre all’Assemblea Costituente. E’ una richiesta diametralmente opposta al progetto che stiamo avviando e allo spirito che mi ha spinto a indire l’Assemblea.

Immaginare che io e te, da soli o – come pure scrivi – insieme a “un gruppo ristretto dei nostri”, si proceda a individuare e discutere temi da sottoporre all’Assemblea, significherebbe arrogarsi la scelta di indicare i temi su cui l’Assemblea è legittimata a pronunciarsi, assumendo che rispetto a tutti gli altri essa sia priva di legittimazione.

Questa conclusione non è in linea con il principio – anche statutario – secondo cui l’intera comunità degli iscritti è l’organo sovrano, il supremo organo di decisione, secondo i principi e le regole di un organismo “associativo” di diritto privato che caratterizzano il Movimento.

Agli inizi della settimana prossima si terrà la terza riunione del Consiglio Nazionale dedicata alla definizione di tutti i passaggi e dettagli di questo processo costituente. E’ il nostro Organo più rappresentativo, dove siedono anche i rappresentanti diretti degli iscritti. Non appena avremo la “guida” finale ti informerò prontamente.

Liberiamo le energie e affidiamoci all’entusiasmo di una comunità di donne e uomini e di tanti giovani che condividono i nostri principi e valori. Lasciamo che la discussione si sviluppi libera e non predeterminata. E’ questo il modo migliore per rilanciare lo spirito del Movimento, l’ispirazione che spinge tanti cittadini a impegnarsi nelle istituzioni senza pensare al tornaconto personale, genuinamente animati dalla voglia di cambiare questo nostro Paese contro tutto e tutti. Io conservo intatto questo spirito: è questa la motivazione che – anche a fronte di insulti e attacchi di ogni tipo – mi rende ogni giorno più determinato, è questa la motivazione che mi rincuora quando i risultati elettorali sono buoni, ma ancor più mi fortifica quando risultano deludenti.

Guardiamo al futuro con rinnovato impegno comune.

Con pari amicizia e affetto,

Giuseppe Conte

P.S. Mi chiedi di divulgare la tua lettera: raccolgo il tuo invito immaginando che questo nostro scambio possa motivare i nostri iscritti e simpatizzanti a partecipare attivamente al nostro progetto “costituente”.

 *

Assemblea costituente M5S, comunicato stampa del Consiglio nazionale

( In MoVimento - 1 Agosto 2024 )

 Movimento 5 Stelle, il Consiglio nazionale approva procedure e tappe per l’Assemblea costituente. Un grande percorso di democrazia partecipativa per rilanciare soluzioni e proposte politiche

Il Consiglio Nazionale del M5S ha oggi approvato le fasi, i meccanismi e il funzionamento del processo di democrazia “partecipativa” per l’Assemblea costituente del Movimento 5 Stelle. L’obiettivo principale è coinvolgere i cittadini per elaborare proposte e soluzioni sui temi più importanti di cui il Movimento dovrà occuparsi nei prossimi anni.

L’innovazione più radicale di questo processo partecipativo risiede soprattutto nel metodo: il Movimento 5 Stelle si metterà in discussione come mai ha fatto prima d’ora dalla sua fondazione e, partendo dall’ascolto, condividerà e discuterà le posizioni da adottare, le scelte da assumere e gli obiettivi da perseguire.

Le regole chiave del metodo deliberativo saranno: inclusività, trasparenza, accessibilità e accountability. Questo percorso avrà l’obiettivo di aprirsi alla partecipazione di tutti, iscritti e simpatizzanti, fornendo le informazioni essenziali per una discussione informata e strutturata che possa stimolare soluzioni condivise ed efficaci. Per questo motivo il processo non verrà governato dall’attuale vertice politico del Movimento 5 Stelle, ma sarà coordinato da un gruppo di esperti che agiranno come facilitator con l’obiettivo di rendere il processo pienamente trasparente.

Il percorso di partecipazione, diviso in tre fasi, sarà guidato dalla Carta dei Principi e dei Valori e prevede la discussione di tutte le proposte che rientrano nel quadro valoriale e ideale del documento fondante del Movimento. Sarà possibile, tuttavia, anche discutere e votare proposte di integrazione e aggiornamento della Carta stessa.

La prima fase di ascolto darà il via al processo partecipativo, con il coinvolgimento di tutta la comunità politica del Movimento, composta non solo dagli iscritti ma anche da tutti i cittadini che condividono la Carta dei Principi e dei Valori del Movimento. Le istanze e le proposte emerse in questa fase verranno aggregate in “filoni di bisogni”, sottoposti a una sottoscrizione aperta a tutti i partecipanti tramite un portale web e finalizzata a selezionare le tematiche ritenuti più rilevanti.

La seconda fase costituirà il vero e proprio confronto deliberativo, con la possibilità di discutere in profondità i temi. Sarà organizzata su più giornate e affidata a un campione stratificato di 300 partecipanti rappresentativi dell’intera base, per garantire un dialogo proficuo e approfondito. I partecipanti saranno identificati secondo tre criteri di stratificazione: il genere, la classe di età e la residenza per macro-area geografica. Nella stratificazione sarà dato particolare rilievo ai giovani e alle donne, per garantire che ci sia una giusta valorizzazione delle loro sensibilità.

La terza fase, l’Assemblea Costituente. Al termine del processo deliberativo sarà redatto un “documento di indirizzo”, contenente le soluzioni più condivise, che sarà discusso e votato durante la terza fase, l’Assemblea Costituente, composta dagli iscritti che potranno partecipare alle tavole rotonde tematiche guidate dagli eletti (parlamentari nazionali ed europei e consiglieri territoriali). Alla grande Assemblea finale, programmata in autunno, gli iscritti potranno partecipare in presenza e da remoto e il tutto si chiuderà con il voto degli iscritti sulle proposte emerse dal processo partecipativo, con una votazione in diretta che avrà effetti immediati sulle eventuali modifiche allo Statuto del Movimento e sul programma politico.

Il Movimento sarà affiancato e coadiuvato nel corso dell’iter da Avventura Urbana, società leader in Italia nella gestione di processi complessi e innovativi nelle politiche pubbliche. In trent’anni di esperienza, Avventura Urbana ha realizzato oltre 370 progetti per 180 amministrazioni pubbliche e aziende private implementando processi partecipativi che tengono conto delle diverse posizioni delle parti interessate e consentono di raggiungere soluzioni sostenibili e condivise.


Bangladesh: Vogliamo un Nobel come presidente: i ribelli dicono Yunus

 Gli studenti che hanno messo in fuga l’autocrate Hasina dicono no a un governo militare. E scelgono il banchiere del microcredito

di Giuliano Battiston *

«Non accetteremo nessun governo diverso da quello indicato da noi studenti. No ai militari al governo, no a un governo sostenuto dai militari. Nessun governo di fascisti sará accettato».

Nahid Islam, uno dei volti più noti del movimento studentesco che ha rivoluzionato la storia del Bangladesh, ha le idee chiare. Ieri, il giorno successivo alle dimissioni e alla fuga in India della prima ministra Sheikh Hasina, ha annunciato al pubblico le decisioni degli studenti. Così politicamente scaltri da aver individuato proprio nel simbolo della repressione da parte del defunto regime dell’Awami League il volto del Bangladesh che verrà. Si tratta dell’economista e premio Nobel Muhammad Yunus, 84 anni, di cui sulle pagine di questo giornale abbiamo raccontato nei mesi scorsi le traversie giudiziarie, volute da Hasina che nei suoi 15 anni al potere era riuscita a piegare il ramo giudiziario ai propri interessi di parte.

Alta credibilità interna e fortissime credenziali internazionali, figura di garanzia, Yunus ha accettato di amministrare il governo a interim che dovrebbe essere annunciato nelle prossime ore. Mentre scriviamo, alcuni portavoce degli studenti sono riuniti nella ex residenza ufficiale di Sheikh Hasina a Dacca, presa d’assalto lunedì dai manifestanti. Con loro, il presidente del parlamento Mohammad Shahabuddin, che ieri ha sciolto la sola Camera del Bangladesh.

GLI STUDENTI rimarranno mobilitati fino all’annuncio del nuovo governo, ma scalpitano. Ieri è stata una giornata di festeggiamenti, una “seconda liberazione” dopo quella dal Pakistan nel 1971, l’hanno definita molti, ma anche una giornata di incendi, ritorsioni e morti. Il terremoto creato dalla fuga di Hasina fa ancora tremare il Paese. Serve stabilità, serve rimettere ordine, ripetono gli studenti. Che hanno formato un Comitato per proteggere i beni pubblici e l’armonia tra le comunità. I volontari hanno ripulito il parlamento, anch’esso in precedenza occupato dai manifestanti, presidiano i luoghi di culto, proteggono le minoranze religiose. E assicurano che rispetteranno «l’impegno per un nuovo Bangladesh, fondato sul nostro sangue e sui nostri martiri».

Ma il vecchio Bangladesh non scomparirà da un giorno all’altro. Rimangono da affrontare anni di ingiustizie e violenza istituzionalizzata. Mahbub Uddin, a capo dell’associazione degli avvocati della Corte suprema, ha chiesto al governo indiano di arrestare Sheikh Hasina e rispedirla in patria, insieme a sua sorella e al suo consigliere per la difesa e la sicurezza, il generale Tarique Ahmed Siddique. L’ex ministro degli esteri Hasan Mahmud è stato arrestato all’aeroporto di Dacca. Il sindacato di polizia del Bangladesh chiede perdono per l’uso della violenza contro i civili, causato – cosi si difendono – dagli ordini del governo. E nell’esercito arrivano i primi siluramenti significativi, come quello del generale Ziaul Ahsan, giá a capo del famigerato Rapid Action Battalion, il battaglione prima addestrato poi sanzionato per abusi dal governo Usa.

L’Onu, le cancellerie straniere e le organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International, raccomandano: si dia priorità ai diritti umani, si evitino gli errori passati. Ma la violenza sedimentata in questi anni ha messo radici profonde. Tra le immagini più toccanti e significative di queste ore convulse che hanno visto anche la fine degli arresti domiciliari per l’antagonista storica di Sheikh Hasina e leader del partito d’opposizione Khaleda Zia, quelle che riguardano i famigliari delle vittime di sparizioni forzate, una pratica diffusa durante il regime di Sheikh Hasina, insieme alle detenzioni arbitrarie e alle esecuzioni extragiudiziali. Spesso uomini e ragazzi, a volte donne, spariti per mesi e anni nel buco nero costruito da apparati di sicurezza trasformati in forze illegali di repressione. Alcuni di loro hanno finalmente potuto riabbracciare le famiglie. Altri non ancora.

IERI I MEMBRI dell’associazione Mayer Daak, che riunisce molti familiari di persone sparite e che in questi anni ha subito l’ostracismo del governo, si sono riuniti di fronte alla sede dell’intelligence a Dacca. Con loro, quei coraggiosi attivisti, come il fotografo Shahidul Alam, che non hanno mai piegato la testa. «Domani daremo informazioni precise», hanno fatto sapere i membri dell’intelligence. Nei prossimi giorni, qualcuno di loro riabbraccerà i propri cari. Altri ne piangeranno la morte e continueranno a chiedere giustizia.

IL NUOVO Bangladesh dovrà fare i conti con le vittime del vecchio Bangladesh. La transizione verso la democrazia sarà difficile e passerà inevitabilmente per il nodo della giustizia. Muhammud Yunus si è detto pronto ad accogliere l’invito degli studenti, a proseguire la transizione verso la democrazia. Ma la strada è molto lunga.

nella foto: I manifestanti festeggiano davanti al parlamento bangladese a Dacca - foto Ap/Abid Hasan

* da il manifesto - 7 agosto 2024

leggi anche: Saydia Gulrukh: «In Bangladesh rivoluzione contro un regime fascista lungo 15 anni»

Intervista all’attivista e giornalista: «Dell’esercito non ci fidiamo: ha consentito la violenza garantendo un passaggio sicuro fuori dal paese alla prima ministra. E il capo dell’esercito ha legami diretti con l’Awami League»

 

6 agosto 2024

Ecuador, prove generali di nuovo fronte popolare

Un patto delle sinistre.  L’ultimo esperimento di unità tra le sinistre si tenne durante le elezioni politiche del 2002. In quell’occasione a riunirsi furono 6 precandidati alla presidenza

di Davide Matrone *

Un evento a suo modo storico, quello tenuto presso la Casa della Cultura Benjamín Carrión a Quito: il primo incontro delle organizzazioni e dei partiti della sinistra del paese, in vista delle elezioni presidenziali del 2025. Storico perché l’Ecuador storicamente non è mai stata terra fertile per le alleanze politiche-elettorali tra le forze di centrosinistra e della sinistra. L’ultimo esperimento di unità tra le sinistre si tenne durante le elezioni politiche del 2002. In quell’occasione a riunirsi furono 6 precandidati alla presidenza. Non si giunse a nessun accordo.

L’incontro è avvenuto il 31 luglio. Come hanno sottolineato molti esponenti politici presenti, si è dato grazie al manifesto promosso da 53 organizzazioni della società civile ecuadoriana, con l’obiettivo di riunire intorno a un tavolo tutti i partiti del centrosinistra, dei settori progressisti, dei movimenti e dei partiti politici della sinistra e battere il neoliberismo imposto dai governi di destra negli ultimi 7 anni, quelli di Lenin Moreno, Guillermo Lasso e ora di Gustavo Noboa.

Tra i promotori spicca la Federazione ecuadoriana di organizzazioni Lgbtiq+, i collettivi degli artisti ecuadoriani, la Federazione delle cooperative di trasporto pubblico (Fenacotip), le organizzazioni delle donne ed esponenti di alcune accademie del paese. I primi leader e partiti politici a rispondere in modo favorevole sono stati Leonidas Iza, presidente della grande confederazione indigenista Conaie, Luisa González, ex candidata presidenziale della Revolución Ciudadana e presidente dello stesso partito e l’ex governatore del Guayas, Jimmy Jairala del Centro democratico.

Si sono aggiunti poi Natasha Rojas come rappresentante dell’Unità Popolare, Marcelino Churuchumbi del partito Packakutik, i rappresentanti del Partito socialista ecuadoriano e quelli del Movimento Reto. Con un’assenza di peso, quella della Sinistra democratica che oggi vede tra le sue file Carlos Rabascall, ex candidato vicepresidente della Repubblica con il movimento dell’ex presidente Rafael Correa per le elezioni presidenziali del 2021.

Durante la convention, i leader dei partiti hanno mostrato buoni auspici e la disponibilità a lavorare in modo congiunto verso un accordo programmatico per battere le destre il prossimo anno. «Siamo decisi nella costruzione dell’unità della sinistre per combattere l’odio e il fascismo che hanno costruito immaginari collettivi che legittimano le disuguaglianze sociali ed economiche. Siamo però giunti a quest’incontro senza dimenticare il passato da cui provengono i gravi problemi che ancora viviamo oggi», ha dichiarato Leonidas Iza nel suo primo intervento.

Il leder della Conaie, pre-candidato presidente della Repubblica con il partito Pachakutik, ha ricordato come il razzismo in Ecuador venga dalle tappe della costruzione della Repubblica Ecuadoriana quando sin dalla Costituzione del 1830 nell’articolo 27 si sanciva l’affidamento degli indigeni – come classe innocente, abietta e miserabile – ai padri della Chiesa Cattolica. Affermazione che ha generato forti applausi nella gremitissima sala della Casa della Cultura.

«Malgrado le differenze, possiamo e dobbiamo incontrare dei punti in comune attraverso il dialogo evitando di accusarci mutuamente perché in questo mondo non andremo molto lontano. Chiedo che ogni organizzazione e partito faccia al suo proprio interno un autoesame analizzando i fattori che non hanno facilitato l’unità fin ora. Dobbiamo porre a un lato i personalismi e pensare per il futuro dei 18 milioni degli ecuadoriani che hanno perso tantissimo in questi 7 anni», ha dichiarato Luisa González di Revolución Ciudadana, il movimento di Rafael Correa.

González ha partecipato all’incontro, nonostante i dubbi mossi dall’ex presidente Correa sulle reti social, sulla sincerità di alcune formazioni presenti. L’ex presidente si riferiva in particolare ai dirigenti di Unione Popolare che da un lato si dichiarano di sinistra e dall’altro lato hanno appoggiato Moreno nel referendum del 2018 e Lasso nel ballottaggio delle elezioni del 2021.

Alla fine dell’incontro, un primo accordo: formare due Commissioni, una per lavorare all’elaborazione di un piano comune di governo, l’altra per scegliere le candidature per la possibile alleanza.

* Docente e ricercatore universitario in Ecuador. Latinoamericanista  -  da il manifesto 4 agosto 2024