16 giugno 2017

L’inesorabile agonia dell’energia nucleare



di Angelo Baracca *

Dopo la vittoria del NO al referendum del 2011 sulla ripresa dei programmi di energia nucleare per la produzione di energia elettrica, l’attenzione verso questo problema in Italia è crollata. Sarebbe necessario mantenere l’attenzione sul progetto del deposito nazionale per i residui nucleari a media e bassa attività che fu lanciato con molto risalto nel 2015, e del quale poi si è perduta ogni traccia un anno fa quando era stata preannunciata la pubblicazione dell’individuazione dei siti idonei: il che indica l’oggettiva difficoltà che le autorità incontrano per la reazione che solleverebbe nelle popolazioni interessate, ma finirà per aggravare la situazione confermando la sfiducia popolare verso le autorità responsabili, di fronte a un’emergenza nucleare (ma chi se la ricorda?) dichiarata nel 2003 dall’allora governo Berlusconi! Intanto lo stato della ventina di depositi “provvisori” esistenti in Italia continua, comprensibilmente, a deteriorarsi e ad aggravare il rischio di incidenti. E i cittadini continuano a pagare (in larga parte inconsapevolmente) nella bolletta elettrica gli “oneri nucleari” (componente A2) per la dismissione del programmi nucleari decisa 30 anni fa!

Non consola, del resto, il fatto che in tutto il mondo questo problema sia ben lungi dall’essere risolto, poiché l’industria nucleare e i governi sono sempre stati impegnati a fare profitti nella costruzione di nuove centrali trascurando invece la gestione della “coda” del ciclo nucleare, che invece presenta costi e rischi tutt’altro che indifferenti. Ma la fine dei programmi nucleari civili sembra profilarsi in modo sempre più minaccioso, malgrado il potente lavoro delle lobbies nucleari. I segnali dell’agonia dei programmi nucleari civili si accumulano.
La bancarotta dell’industria nucleare
Soprattutto dopo gli spaventosi incidenti nucleari di Fukushima del 2011 (a proposito, la situazione e l’emergenza rimangono drammatiche) lo stato finanziario dei colossi dell’energia nucleare diventa sempre più disastroso. Il 29 marzo scorso la Westinghouse ha presentato istanza di fallimento, per ristrutturarsi a causa dei costi dei quattro reattori AP-1000 che sta costruendo in Georgia e Carolina del Sud, i primi reattori ordinati negli USA dopo l’incidente di Harrisburg del 1979: i costi per ciascuno di questi reattori stanno eccedendo, anche per i ritardi che si accumulano, di 1-1,3 miliardi di $ quelli preventivati. La sua controparte giapponese Toshiba ha dichiarato di avere già perduto nel settore nucleare 6 miliardi di $, che potrebbero aumentare a 10. Il gigante nucleare francese Areva ha registrato 665 milioni di Euro di perdita nel 2016, dopo avere perduto 2 miliardi nel 2015, e 4,8 miliardi nel 2014: lo scorso anno EDF è subentrata per metà ad Areva. L’ultimo progetto di EDF, il reattore noto col nome EPR, in costruzione a Flamanville è in ritardo di 6 anni, e il suo costo è triplicato, a più di 10 miliardi. Areva è detenuta per l’87% dallo Stato, e l’industria nucleare costituisce un asse portante dell’economia della Francia. Nel 2015 Areva incorse in un gravissimo scandalo per la falsificazione di documenti relativi ad anomalie nella composizione dell’acciaio dei vessel dei reattori che costruisce nell’acciaieria di Le Creusot.

Negli USA il nucleare non regge la competizione con le rinnovabili
Negli Stati Uniti il costo delle fonti rinnovabili sta diminuendo a vista d’occhio, e sta rendendo non redditizi un numero crescente di reattori nucleari (si tenga presente che negli USA le compagnie elettriche sono private). Dopo il disastro di Fukushma esse hanno dovuto spendere milioni di dollari in più in sistemi di sicurezza per mantenere in funzione le centrali nucleari. Entergy ha già spento un reattore nucleare nel Vermont, e progetta di spegnerne altri quattro in perdita. Da tempo il governo ha fatto retromarcia sui prestiti all’industria nucleare.

La Germania dopo Fukushima ha deciso di chiudere i suoi 17 reattori nucleari entro il 2022: oggi la sua produzione elettrica è coperta per il 26% da eolico, solare e altre rinnovabili (sebbene il 44% continui ad essere prodotto con il carbone), e prevede di arrivare al 2025 con una produzione elettrica da rinnovabili del 40-45% sul totale della domanda. In Svizzera nel referendum del 21 maggio scorso il 58,2% della popolazione ha votato per sostituire le 5 centrali nucleari del paese con fonti rinnovabili.
L’esperto francese di problemi nucleari Mycle Schneider ha dichiarato che l’energia nucleare “costituisce una bomba finanziaria ad orologeria, con gravi problemi di sicurezza”. Dal 1979, con l’incidente di Harrisburg, vi sono stati 6 incidenti nucleari gravissimi (contando a Fukushima tre reattori con fusione del nocciolo, più l’incidente, assolutamente nuovo e non meno grave, alla piscina di disattivazione del combustibile esaurito) in 48 anni, con una frequenza di un incidente grave ogni 8 anni.

È ora di uscire definitivamente dal nucleare prima che possa accadere il prossimo incidente! Ben sapendo che l’eredità della follia dei programmi nucleari dal 1946 lascerà comunque una pesantissima eredità per secoli, con costi colossali e rischi enormi.

*  da pressenza.com ,     3 giugno 2017

11 giugno 2017

Armamenti: Renzi è nella storia



 di Giorgio Beretta  *

Lo sa, ma non lo dice in pubblico. E la notizia non compare né sul suo sito personale, né sul portale Passo dopo passo e nemmeno tra I risultati che contano messi in bella mostra con tanto di infografiche da Italia in cammino. Eppure è stata la miglior performance del suo governo. Nei 1024 giorni di permanenza a Palazzo Chigi, Matteo Renzi ha raggiunto un primato storico di cui però, stranamente, non parla: ha sestuplicato le autorizzazioni per esportazioni di armamenti. Dal giorno del giuramento (22 febbraio 2014) alla consegna del campanellino al successore (12 dicembre 2016), l’esecutivo Renzi ha infatti portato le licenze per esportazioni di sistemi militari da poco più di 2,1 miliardi ad oltre 14,6 miliardi di euro: l’incremento è del 581 per cento che significa, in parole semplici, che l’ammontare è più che sestuplicato. Una vera manna per l’industria militare nazionale, capeggiata dai colossi a controllo statale Finmeccanica-Leonardo e Fincantieri. È tutto da verificare, invece, se le autorizzazioni rilasciate siano conformi ai dettami della legge n. 185 del 1990 e, soprattutto, se davvero servano alla sicurezza internazionale e del nostro paese.


Renzi e il motto di BP
Un fatto è certo: è un record storico dai tempi della nascita della Repubblica. Ma, visto il totale silenzio, il primato sembra imbarazzare non poco il capo scout di Rignano sull’Arno che ama presentarsi ricordando il motto di Baden Powell (BP è il fondatore degli scout): “Lasciare il mondo un po’ migliore di come lo abbiamo trovato”. L’imbarazzo è comprensibile: la stragrande maggioranza degli armamenti non è stata destinata ai paesi amici e alleati dell’Ue e della Nato (nel 2016 a questi paesi ne sono stati inviati solo per 5,4 miliardi di euro pari al 36,9 per cento), bensì ai paesi nelle aree di maggior tensione del mondo, il Nord Africa e il Medio Oriente. È in questa zona – che pullula di dittatori, regimi autoritari, monarchi assoluti sostenitori diretti o indiretti del jihadismo oltre che di tiranni di ogni specie e risma – che nel 2016 il governo Renzi ha autorizzato forniture militari per oltre 8,6 miliardi di euro, pari al 58,8% del totale. Anche questo è un altro record, ma pochi se ne sono accorti.

Il basso profilo della sottosegretaria Boschi
Eppure non sono cifre segrete. Sono tutte scritte, nero su bianco e con tanto di grafici a colori, nella “Relazione sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento per l’anno 2016” inviata alle Camere il 18 aprile. L’ha trasmessa l’ex ministra delle Riforme e attuale Sottosegretaria di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, Maria Elena Boschi. Nella relazione di sua competenza l’ex catechista e Papa girl si è premurata di segnalare che “sul valore delle esportazioni e sulla posizione del Kuwait come primo partner, incide una licenza di 7,3 miliardi di euro per la fornitura di 28 aerei da difesa multiruolo di nuova generazione Eurofighter Typhoon realizzati in Italia”.  Al resto – cioè ai sistemi militari invitati in 82 paesi del mondo tra cui soprattutto quelli spediti in Medio Oriente – la Sottosegretaria ha riservato solo un laconico commento: “Si è pertanto ulteriormente consolidata la ripresa del settore della Difesa a livello internazionale, già iniziata nel 2014, dopo la fase di contrazione del triennio 2011-2013”. La legge n. 185 del 1990, che regolamenta la materia, stabilisce che l’esportazione e i trasferimenti di materiale di armamento “devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia”: autorizzare l’esportazione di sistemi militari a paesi al di fuori delle principali alleanze politiche e militari dell’Italia meriterebbe pertanto qualche spiegazione in più da parte di chi, durante il governo Renzi e oggi col governo Gentiloni, ha avuto la delega al programma di governo.

I meriti della ministra Pinotti
Non c’è dubbio, però, che gran parte del merito per il boom di esportazioni sia della ministra della Difesa, Roberta Pinotti. È alla “sorella scout”, titolare di Palazzo Baracchini, che va attribuito il pregio di aver consolidato i rapporti con i ministeri della Difesa, soprattutto dei paesi mediorientali. La relazione del governo non glielo riconosce apertamente, ma la principale azienda del settore, Finmeccanica-Leonardo, non ha mancato di sottolinearne il ruolo decisivo. Soprattutto nella commessa dei già citati 28 caccia multiruolo Eurofighter Typhoon: “Si tratta del più grande traguardo commerciale mai raggiunto da Finmeccanica” – commentava l’allora Amministratore Delegato e Direttore Generale di Finmeccanica, Mauro Moretti. “Il contratto con il Kuwait si inserisce in un’ampia e consolidata partnership tra i Ministeri della Difesa italiano e del Paese del Golfo” – aggiungeva il comunicato ufficiale di Finmeccanica-Leonardo. Alla firma non poteva quindi mancare la ministra, nonostante i slittamenti della data dovuti – secondo fonti ben informate – alle richieste di chiarimenti circa i costi relativi “a supporto tecnico, addestramento, pezzi di ricambio e la realizzazione di infrastrutture”.

Anche il Ministero della Difesa ha posto grande enfasi sui “rapporti consolidati tra Italia e Kuwait: “rapporti – spiegava il comunicato della Difesa – che potranno essere ulteriormente rafforzati, anche alla luce dell’impegno comune a tutela della stabilità e della sicurezza nell’area mediorientale, dove il Kuwait occupa un ruolo centrale”. Nessuna parola, invece, sul ruolo del Kuwait nel conflitto in Yemen, in cui è attivamente impegnato con 15 caccia, insieme alla coalizione a guida saudita che nel marzo del 2015 è intervenuta militarmente in Yemen senza alcun mandato internazionale. I meriti della ministra Pinotti nel sostegno all’export di sistemi militari non si limitano ai caccia al Kuwait: va ricordato anche l’accordo di cooperazione militare con Qatar per la fornitura da parte di Fincantieri di sette unità navali dotate di missili MBDA per un valore totale di 5 miliardi di euro, che però non compare nella Relazione governativa. Ma, soprattutto, non va dimenticata la visita della ministra Pinotti in Arabia Saudita per promuovere “affari navali” (ne ho parlato qualche mese fa e rimando in proposito ai miei precedenti articoli).

Le dichiarazioni dell’ex ministro Gentiloni
Una menzione particolare spetta all’ex ministro degli Esteri e attuale presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni. È lui, ex catechista ed ex sostenitore della sinistra extraparlamentare, che più di tutti si è speso in difesa delle esportazioni di sistemi militari. Lo ha fatto nella sede istituzionale preposta: alla Camera in riposta a due Question Time. Il primo risale al 26 novembre 2015, in riposta a un’interrogazione del M5S, durante la quale il titolare della Farnesina, dopo aver ricordato che “… abbiamo delle Forze armate, abbiamo un’industria della Difesa moderna che ha rapporti di scambio e esportazioni con molti paesi del mondo…” ha voluto evidenziare che “è importante ribadire che l’Italia comunque rispetta, ovviamente, le leggi del nostro paese, le regole dell’Unione europea e quelle internazionali (pausa) sia per quanto riguarda gli embargo che i sistemi d’arma vietati”. Già, ma la legge 185/1990 e le “regole Ue e internazionali” non si limitano agli embarghi, anzi pongono una serie di specifici divieti sui quali Gentiloni ha bellamente sorvolato.
Nel secondo, del 26 ottobre 2016, in risposta ad un’interrogazione del M5S che riguardava nello specifico le esportazioni di bombe e materiali bellici all’Arabia Saudita e il loro impiego nel conflitto in Yemen, Gentiloni ha sostenuto che “l’Arabia Saudita non è oggetto di alcuna forma di embargo, sanzione o restrizione internazionale nel settore delle vendite di armamenti”. Tacendo però sulla Risoluzione del Parlamento europeo, votata ad ampia maggioranza già nel febbraio del 2016, che ha invitato l’Alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e Vicepresidente della Commissione, Federica Mogherini, ad “avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita”, in considerazione delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale perpetrate dall’Arabia Saudita nello Yemen. Questa risoluzione, finora, è rimasta inattuata anche per la mancanza di sostegno da parte del Governo italiano.

Ventimila bombe da sganciare in Yemen
Rispondendo alla suddetta interrogazione, Gentiloni ha però dovuto riconoscere le “la ditta RWM Italia, facente parte di un gruppo tedesco, ha esportato in Arabia Saudita in forza di licenze rilasciate in base alla normativa vigente”. Un’assunzione, seppur indiretta, di responsabilità da parte del ministro. Il quale, nonostante i vari organismi delle Nazioni Unite e lo stesso Ban Ki-moon abbiano a più riprese condannato i bombardamenti della coalizione saudita sulle aree abitate da civili in Yemen (sono più di 10mila i morti tra i civili), ha continuato ad autorizzare le forniture belliche a Riad. E non vi è notizia che le abbia sospese, nemmeno dopo che uno specifico rapporto trasmesso al Consiglio di Sicurezza dell’Onu non solo ha dimostrato l’utilizzo anche delle bombe della RWM Italia sulle aree civili in Yemen, ma ha affermato che questi bombardamenti “may amount to war crimes” (“possono costituire crimini di guerra”).
Nella Relazione inviata al Parlamento spiccano le autorizzazioni all’Arabia Saudita per un valore complessivo di oltre 427 milioni di euro. Tra queste figurano “bombe, razzi, esplosivi e apparecchi per la direzione del tiro” e altro materiale bellico. La relazione non indica, invece, il paese destinatario delle autorizzazioni rilasciate alle aziende, ma l’incrocio dei dati forniti nelle varie tabelle ministeriali, permette di affermare che una licenza da 411 milioni di euro alla RWM Italia è destinata proprio all’Arabia Saudita: si tratta, nello specifico, dell’autorizzazione all’esportazione di 19.675 bombe Mk 82, Mk 83 e Mk 84. Una conferma in questo senso è contenuta nella Relazione Finanziaria della Rheinmetall (l’azienda tedesca di cui fa parte RWM Italia) che per l’anno 2016 segnala un ordine “molto significativo” di “munizioni” per 411 milioni di euro da un “cliente della regione MENA” (Medio-Oriente e Nord Africa).
La legge n. 185/1990 vieta espressamente l’esportazione di sistemi militari “verso Paesi in conflitto armato e la cui politica contrasti con i princìpi dell’articolo 11 della Costituzione”, ma – su questo punto – nessun commento nella Relazione. E nemmeno da Renzi. Men che meno da Gentiloni. Che l’attuale capo del governo si sia dato come obiettivo quello di migliorare la performance di Renzi nell’esportazione di sistemi militari?

* da www.comune-info.net  e unimondo.org ,  6 giugno 2017