15 dicembre 2024

Energie pulite, l’Italia non rinnova

Rinnovabili In Italia mancano all’appello 60 GW sugli 80 previsti  entro il 2030. Caos normativo creato dal decreto «aree idonee» e decreto Agricoltura

 di Livio De Santoli *

Per confermare l’obiettivo della transizione energetica definito dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima Pniec, è necessario un quadro normativo stabile. Visto che oggi mancano ancora all’appello 60 GW di rinnovabili sugli 80 previsti da realizzare entro il 2030, bisogna accelerare il trend di questi ultimi due anni, tra i 6 e gli 8 GW all’anno, ancora troppo basso.

IN MOLTI SPERAVANO CHE IL DECRETO sulla definizione delle aree idonee per gli impianti da fonti rinnovabili, aspettato da oltre due anni, potesse aggiustare il tiro, ma l’effetto è stato quello di peggiorare le cose. Infatti, il DM 21 giugno 2024 sulle aree idonee è uscito ma, con una sentenza importante, il Consiglio di Stato ha parzialmente sospeso la disciplina perché non in linea con l’articolo 20 del Dlgs 199/2021, legge che vuole favorire una rapida espansione delle fonti rinnovabili a cui il DM doveva dare attuazione. Un errore da linea blu: si prevedeva un sistema di individuazione delle superfici idonee e non idonee che, secondo il giudice, è risultato non conforme alla normativa nazionale. In realtà tale giudizio era stato da tempo ampiamente espresso dalle associazioni e dagli operatori del settore: la disposizione sospesa (art. 7, comma 2, lettera c) conferiva alle Regioni la possibilità di escludere alcune aree già classificate come idonee dalla normativa nazionale, il Dlgs 199/2021 appunto, generando disparità territoriali e ritardi nei progetti, con penalizzazioni inaccettabili dello sviluppo delle fonti rinnovabili.

OCCORRE ASPETTARE IL PRONUNCIAMENTO nel merito dei prossimi mesi, ma appare chiara la necessità di definire procedure di individuazione delle aree idonee snelle, trasparenti e quanto più possibile omogenee tra le varie Regioni. Da tempo il mondo delle rinnovabili chiede alle istituzioni una maggiore coerenza fra i provvedimenti autorizzativi e la necessità di raggiungere gli obiettivi.

NEL FRATTEMPO LE REGIONI più solerti si sono organizzate per adempiere al loro compito (180 giorni di tempo dalla entrata in vigore del decreto) e, approfittando della ampia discrezionalità nella scelta delle aree idonee e di quelle non idonee, hanno reso palese quanto già noto ai più: un inevitabile proliferarsi di regimi diversi da Regione a Regione con conseguente pericolo di contenziosi amministrativi, tali da rendere di fatto impossibile raggiungere l’obiettivo indicato all’art. 2 del DM stesso, gli 80 GW di potenza installata, suddivisi per Regione.

SARDEGNA, LOMBARDIA, PIEMONTE, Calabria, Puglia al momento hanno elaborato norme, proposte o linee di indirizzo, quasi tutte con criteri non omogenei e con criticità importanti, frutto di questa grande confusione normativa. Confusione autoprodotta maldestramente dal MASE che ora è pure subissato da richieste da parte delle Regioni che supplicano di non attivare il meccanismo dei poteri sostitutivi e di aspettare il pronunciamento del Tar del prossimo 5 febbraio. Per complicare ulteriormente le cose, la norma accetta, nonostante le proteste del settore, quanto previsto dall’art. 5 del DL Agricoltura che vieta la realizzazione di impianti fotovoltaici nelle zone classificate come agricole dai vigenti piani urbanistici, considerando tali terreni destinati alla sola coltivazione anche se inattivi da decenni.

IL COMBINATO DISPOSTO DEI DUE documenti normativi rappresenta di fatto l’impossibilità di realizzare gli obiettivi in essi indicati, limitando eccessivamente le aree idonee. Il generico richiamo ai beni sottoposti a tutela, senza ulteriore specificazione della tipologia di beni tutelati cui ci si intende riferire, è elemento non irrilevante visto il loro numero e la loro natura. Inoltre, le Regioni hanno anche la possibilità di stabilire una fascia di rispetto dal perimetro dei beni sottoposti a tutela, anche qui non meglio specificati, fino a un massimo di 7 chilometri di ampiezza. In netto contrasto con il Dlgs. n. 199/2021 in cui la fascia di rispetto era stata prevista solo con riferimento ai beni vincolati ai sensi della parte seconda del Codice dei beni Culturali e del paesaggio (beni culturali) oppure a quelli classificati di notevole valore paesaggistico, ed era pari a tre km per gli impianti eolici e 500 metri per quelli fotovoltaici. Non ci vuole una sfera di cristallo per immaginare, di fronte a tale genericità, questa posizione del Consiglio di Stato, avendo oltretutto reso possibile un aumento delle aree non idonee in dispregio alle raccomandazioni della Commissione Europea 2022/822 del 18 maggio 2022 e n. 1343 del 13 maggio 2024 per le quali gli «Stati Membri dovrebbero limitare al minimo necessario le zone di esclusione in cui l’energia rinnovabile non può essere sviluppata». L’occasione ci è però utile per fornire al Legislatore alcuni consigli, per non reiterare indefinitamente lo stesso errore. Sono da ritenersi idonee tutte le aree a destinazione industriale, le aree compromesse come le cave e le discariche, le aree su cui occorrono interventi di bonifica. Ma anche le aree nelle immediate vicinanze di stabilimenti industriali o di zone industriali, anche se agricole, consentendo l’autorizzazione e la realizzazione di impianti fotovoltaici con moduli a terra.

DOVREBBERO RISULTARE IDONEI I TERRENI agricoli non produttivi o non utilizzati per l’agricoltura da lungo tempo, ma anche i terreni agricoli produttivi, almeno per gli impianti agrivoltaici, in tutte le loro configurazioni, se essi rientrano in progetti di supporto allo sviluppo delle attività agricole. Devono essere ovviamente idonee le aree in cui sono stati localizzati i progetti presentati dal 2021, data di emanazione della normativa di attuazione della direttiva europea (art. 20 comma 8, Dlgs. 199/2021), ma anche quelle dei progetti per i quali sia stata avviata almeno una delle procedure amministrative necessarie a ottenere l’autorizzazione a realizzare l’impianto.

DEVE ESSERE TENUTA IN CONSIDERAZIONE la Raccomandazione della Commissione UE n. 2024/1343, in cui occorre giustificare il motivo per il quale le zone sono ritenute non idonee, e se in queste siano possibili deroghe, ad esempio per impianti con capacità ridotta. Si ritiene importante ammettere sempre il revamping o repowering degli impianti eolici, incredibilmente proibiti, e per quelli off-shore fare riferimento al Piano di Gestione delle Aree Marittime.

DEVONO ESSERE CONSIDERATE IDONEE tutte le aree riguardanti le ferrovie, le autostrade e le strade di grande comunicazione, le coperture, poste anche in aree non idonee, di parcheggi, centri commerciali, capannoni agricoli o industriali. Non ci vuole poi tanto: solo un po’ di buon senso ed il convincimento di voler veramente realizzare gli obiettivi riportati in un piano energetico approvato da questo Governo.


* Prorettore per la sostenibilità, Sapienza Università di Roma

da il manifesto - 5 dicembre 2024

4 dicembre 2024

Consumo di suolo, sempre più ridotto “l’effetto spugna”: un costo da 400 milioni di euro all’anno


di salviamoilpaesaggio *

Presentato oggi a Roma il Rapporto SNPA “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici” 2024. Il consumo di suolo continua ad avanzare al ritmo di 20 ettari al giorno, ricoprendo nuovi 72,5 km2.  In calo costante la disponibilità di aree verdi. Si continua a costruire nelle aree a pericolosità idraulica e nelle zone a pericolosità da frana. Per la logistica ricoperti altri 504 ettari in un solo anno

Pubblichiamo il comunicato stampa del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente del 3.12.2024

Il fenomeno rallenta, ma rimane elevato: 20 ettari ogni 24 ore, sopra la media decennale.

Trieste, Bareggio (MI) e Massa Fermana (FM) i comuni “Risparmia suolo” del 2024

La perdita dei servizi ecosistemici legata al consumo di suolo non è solo un problema ambientale, ma anche economico: nel 2023 la riduzione dell’“effetto spugna”, ossia la capacità del terreno di assorbire e trattenere l’acqua e regolare il ciclo idrologico, secondo le stime, costa al Paese oltre 400 milioni di euro all’anno.  Un “caro suolo” che si affianca agli altri costi causati dalla perdita dei servizi ecosistemici dovuti alla diminuzione della qualità dell’habitat, alla perdita della produzione agricola, allo stoccaggio di carbonio o alla regolazione del clima.  

Complessivamente il consumo di suolo rimane ancora troppo elevato, anche se con una leggera diminuzione rispetto all’anno precedente e continua ad avanzare al ritmo di circa 20 ettari al giorno, ricoprendo nuovi 72,5 km2 (una superficie estesa come tutti gli edifici di Torino, Bologna e Firenze). Una crescita inferiore rispetto al dato dello scorso anno, ma che risulta sempre al di sopra della media decennale di 68,7 km2 (2012-2022) e solo in piccola parte compensata dal ripristino di aree naturali (poco più di 8 km2, dovuti in gran parte al recupero di aree di cantiere).

Cambia la classifica dei comuni “Risparmia suolo”, quelli in cui le trasformazioni della copertura del suolo sono limitate o assenti: sul podio del 2024 salgono Trieste, Bareggio (MI) e Massa Fermana (FM).

A descrivere l’andamento nazionale del fenomeno, il rapporto SNPA (Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente) “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici” che in questa edizione pubblica le stime per tutte le regioni, le province e i comuni italiani relative al 2023. Ad accompagnare il report, l’EcoAtlante il quale, oltre a rappresentare un vero e proprio viaggio nell’ambiente italiano, consente di consultare e scaricare le mappe dettagliate del consumo di suolo e di personalizzarle in base alle proprie esigenze.

Nel 2023 risultano cementificati più di 21.500 km2, dei quali l’88% su suolo utile. In aumento la cancellazione del suolo ormai irreversibile con nuove impermeabilizzazioni permanenti pari a 26 km2 in più rispetto all’anno precedente. Il 70% del nuovo consumo di suolo avviene nei comuni classificati come urbani secondo il recente regolamento europeo sul ripristino della natura (Nature Restoration Law). Nelle aree, dove il nuovo regolamento europeo prevede di azzerare la perdita netta di superfici naturali e di copertura arborea a partire dal 2024, si trovano nuovi cantieri (+663 ettari), edifici (+146 ettari) e piazzali asfaltati (+97ettari). In calo costante quindi la disponibilità di aree verdimeno di un terzo della popolazione urbana riesce a raggiungere un’area verde pubblica di almeno mezzo ettaro entro 300 metri a piedi.

Proseguono le trasformazioni nelle aree a pericolosità idraulica media, dove la superficie artificiale avanza di oltre 1.100 ettari, mentre si sfiorano i 530 ettari nelle zone a pericolosità da frana, dei quali quasi 38 si trovano in aree a pericolosità molto elevata.

La Valle d’Aosta e la Liguria sono le uniche regioni sotto i 50 ettari: la Valle d’Aosta, con +17 ettari, è la regione che consuma meno suolo, seguita dalla Liguria (+28) che si contiene al di sotto di 50 ettari. Gli incrementi maggiori per l’ultimo anno si sono verificati in Veneto (+891 ettari), Emilia-Romagna (+815), Lombardia (+780), Campania (+643), Piemonte (+553) e Sicilia (+521). Escludendo le aree ripristinate (operazione da cui si ricava il consumo di suolo netto) segnano gli aumenti maggiori Emilia-Romagna (+735 ettari), Lombardia (+728), Campania (+616), Veneto (+609), Piemonte (+533) e Sicilia (+483).

La capitale perde meno suolo: a livello comunale per la prima volta Roma (+71 ettari) registra una significativa riduzione dell’incremento rispetto ai dodici mesi precedenti (+124 ettari), ma si conferma tra i comuni con il consumo di suolo più alto (tenuto conto che si tratta del comune con la maggiore superficie in Italia), insieme a Uta (+106 ettari), comune della città metropolitana di Cagliari e Ravenna (secondo comune per superficie totale in Italia, +89 ettari).

Nel 2023 la logistica ricopre altri 504 ettari in un solo anno, una crescita attribuibile principalmente all’espansione dell’indotto produttivo e industriale (63%), mentre la grande distribuzione e le strutture legate all’e-commerce contribuiscono rispettivamente per il 20% e il 17%. Il fenomeno si concentra prevalentemente nelle regioni del Nord Italia, con un massimo di superfici consumate in Emilia-Romagna (101 ettari), Piemonte (91 ettari) e Veneto (80 ettari).

Altri impatti economici della perdita di servizi ecosistemici: se si considera la perdita del suolo avvenuta non solo nell’ultimo anno, ma nel periodo tra il 2006 e il 2023, l’impatto economico viene stimato tra 7 miliardi e 9 miliardi di euro annui. Il valore perso di stock (ossia la perdita assoluta di capitale naturale) dello stesso periodo varia tra 19 e 25 miliardi di euro.

Report Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici. SNPA Edizione 2024 

Qui puoi consultare e scaricare: Rapporto, Sintesi, Schede di dettaglio sui dati regionali, Dati principali a livello regionale, provinciale e comunale. E accedere al link dell’EcoAtlante.

* 3 Dicembre 2024 

 

3 dicembre 2024

Il sonno ipnotico della sinistra

 In che direzione – La nuova “agenda Draghi” prevede un debito comune per finanziare l’Europa della Difesa e prepararsi a conflitti ritenuti incombenti e ineluttabili (perché si è abolito il negoziato)

di Barbara Spinelli *

Invece di brancolare costantemente nella nebbia, e negare che nel Parlamento europeo si esprimono e votano assieme alle destre di Meloni su questioni cruciali come la nuova Commissione, e anche la pace e la guerra, il Partito democratico ed Elly Schlein potrebbero sospendere almeno per un po’ l’abitudine di proclamare una cosa per farne un’altra e provare a dire quel che pensano dell’Europa e se magari hanno qualche idea su come cambiarla.

Se sono d’accordo oppure no con i piani di pace o di tregua che prevedono la neutralità dell’Ucraina e la cessione di territori russofoni a Mosca. Se sono favorevoli o contrari a iniziative europee autonome nei rapporti con Mosca (gli abboccamenti tentati dall’ungherese Orbán e dal tedesco Scholz sono stati bocciati dagli eurodeputati Pd, non si sa perché).

Deve anche dire, il Pd, se ha capito oppure no che l’ambizione di entrare nell’Unione europea è drasticamente diminuita nei paesi che confinano con la Russia (Georgia e in buona parte Moldavia), e che l’esito di un’elezione non diventa automaticamente illegittimo se la maggioranza degli elettori non vota come vorrebbero l’Ue, la Nato e Washington. L’adesione all’Unione europea suscita ben più sospetti di vent’anni fa, e una parte consistente di elettori georgiani e anche moldavi guardano spaventati il cumulo di morti in Ucraina e sentono che chi entra oggi in Europa aderisce per forza alle strategie belliche della Nato e di Washington. Aderisce alla nuova guerra fredda e alla corsa al riarmo che Usa, Nato e Ue vogliono, incoraggiano e pagano. Non stupisce che nelle risoluzioni dell’Europarlamento compaiano sempre più spesso termini come Comunità euro-atlantica e Ordine internazionale basato sulle regole (le regole sono statunitensi).

Per la verità i Democratici hanno già fornito una risposta a questi interrogativi, anche se regolarmente la dissimulano. Da quando è iniziata l’aggressione di Putin – dopo otto anni di guerra civile nel Donbass russofono e in parte russofilo – i deputati europei hanno votato più di 30 risoluzioni intese a finanziare una guerra inasprita ed estesa alla Russia e sempre il Pd si è allineato, con Letta e Schlein. Si può dunque presumere che la scelta decisiva sia stata fatta: in favore di una guerra sempre meno fredda con Mosca e di un’Unione che finge di integrarsi più efficacemente divenendo avamposto armato della Nato.

Torna perfino in auge Draghi, incensato dagli europarlamentari Pd con lo stesso vuoto entusiasmo esibito da Enrico Letta nelle ultime elezioni politiche. Stavolta l’Agenda Draghi n. 2 prescrive un comune indebitamento europeo come quello ottenuto da Conte dopo il Covid: non per salvare lo Stato sociale, non per far fronte al collasso climatico del pianeta, ma per finanziare l’Europa della Difesa – nuovo gioiello – e prepararsi a guerre ritenute incombenti oltre che ineluttabili.

Sarebbe un passo avanti se il Pd ammettesse queste verità, invece di ingarbugliarsi e assicurare che non cederà mai alle destre meloniane che sono ormai parte della maggioranza europarlamentare. “Nessun cedimento”, assicura Nicola Zingaretti, eurodeputato che il 28 agosto aveva annunciato: “La destra in Europa non conta perché non esiste!”. E Schlein, non meno sconclusionata: “Non cediamo di un millimetro”.

Sembrano le frasi fatte che vengono inculcate durante il sonno nello Splendido Mondo Nuovo di Huxley, con tecniche ipnotiche che fin dall’embrione bloccano ogni sorta di risveglio mentale durante il giorno, e allenano al pensiero positivo in qualunque circostanza. Frasi che non dicono nulla di fattuale, ripetute più volte a pappagallo.

La frase fatta che ricorre con più frequenza è “Siamo Responsabili”, e sempre vuol dire: ci va bene il perenne status quo, e ci comprometteremo sull’essenziale (pace/guerra, economia dell’austerità, ecc.). C’è voluto Conte e la sua denuncia del “grave errore politico” commesso mercoledì scorso dai Democratici (“Votare la Commissione Von der Leyen non è stato un infortunio”) perché i dirigenti Pd si svegliassero un attimo dall’ecolalia e capissero che come minimo dovevano spiegare il voto in favore della Commissione allargata a destra, avendo inveito per settimane contro tale prospettiva.

L’ecolalia è la ripetizione inebetita di frasi pronunciate e imposte da altri, ed è questa l’abitudine contratta dalla sinistra in Italia e in gran parte d’Europa da circa trent’anni. Oggi Schlein ricomincia a parlare di diseguaglianze sociali, di Stato sociale, di battaglie sindacali, di transizione ecologica, ma da Bruxelles gli eurodeputati Pd l’impallinano (tranne gli indipendenti Tarquinio e Strada) e comunque la segretaria non può garantire alcunché visto che con il suo consenso le principali spese andranno a difesa e armi. Si parla di transizione verde, ma come salvare la Terra se le guerre in corso e quelle pronosticate impediscono ogni negoziato e accordo tra i primi paesi inquinatori (Usa, Russia, Cina, India, Ue). E difesa da chi? Dalla Russia? Dalla Cina? Perché? Per sempre?

La sinistra naufraga in realtà da quando crollò il comunismo, e prima ancora da quando, nel 1979 e 1981, fu travolta dalla possente onda neo-liberista e antistatalista di Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Si pensò che il socialismo non sarebbe precipitato assieme al comunismo, dopo l’89, invece è accaduto proprio questo, dato che tante loro idee erano comuni. La sinistra venuta dopo fu una finzione, per non dire una frode. Si presentò come molto “responsabile”, pronta a riarmare l’Europa e a trasformarla in “comunità euro-atlantica”, contro le volontà di gran parte dei cittadini e gli interessi del continente. La lista dei trasformatori è lunga: Blair, Hollande, Macron, Veltroni, Renzi, Gentiloni+Minniti, Letta, e Starmer dopo la decapitazione politica di Jeremy Corbyn, oggi deputato indipendente).

Molti sostengono, specie in Francia, che la sinistra dovrebbe diventare socialdemocratica per essere del tutto accettabile (accettabile da chi?). Ma la socialdemocrazia del dopoguerra è stata ben altro, almeno in Germania. Essere socialdemocratici voleva dire, negli anni 50 e durante la Distensione negli anni 60, costruire una sicurezza europea assieme all’Urss, come propose poi Gorbaciov nell’89. Queste le convinzioni di Willy Brandt ed Egon Bahr, contrari alla guerra fredda e ai riarmi Nato.

La socialdemocrazia di allora considerò “serie”, “da valutare”, le Note di Stalin del marzo 1952, che offrivano la riunificazione delle due Germanie in cambio della neutralità tedesca e della non adesione alla Nato. Oggi si potrebbero cercare soluzioni analoghe per l’Ucraina, tanto più che Putin non è Stalin e la Russia non è l’Urss. Ma a differenza di allora, la vera socialdemocrazia non c’è. Ci sono frammenti di partiti progressisti, che potrebbero aiutare il Pd a svegliarsi dalle sonnolente frasi fatte in cui sono immersi. Un po’ di pensiero woke non ci sta male, e per questo forse i neoconservatori hanno in odio tutto quel che dipingono come woke, e è solo “risveglio”.

* da ilfattoquotidiano - 3 dicembre 2024

 

30 novembre 2024

Cosa ha stabilito la COP29 sulla riduzione delle emissioni di gas serra?

di Lorenzo Marinone *

La conferenza sul clima di Baku non ha ribadito la necessità di avviare la transizione dalle fossili, il grande risultato ottenuto l'anno scorso alla COP28. Ha vinto l'ostruzionismo di petrostati come l'Arabia Saudita

Ostinazione, veti incrociati e rinvii hanno segnato il fallimento della COP29 sul tema della riduzione delle emissioni di gas serra. La 29° Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico è finita con un accordo vuoto e insignificante sulla mitigazione della crisi climatica (il Mitigation Work Program) e senza accordo su come attuare i risultati della COP28 di Dubai (la Global Stocktake), soprattutto la transizione dalle fossili.

COP29, fallimento totale sulla riduzione delle emissioni di gas serra

La COP29 è stata soprattutto la COP della finanza: gli aiuti climatici erano il punto più importante dell’agenda, perché a Baku bisognava stabilire il quadro della finanza climatica post 2025. Ma la conferenza in Azerbaijan doveva anche ribadire, consolidare e far progredire gli storici risultati della COP28 di Dubai.

L’anno scorso, per la 1° volta nella storia delle conferenze ONU sul cambiamento climatico, l’accordo finale del summit negli Emirati Arabi Uniti ha riconosciuto esplicitamente le fonti fossili come causa del riscaldamento globale. E ha stabilito la necessità di avviare la “transizione dalle fossili (transitioning away from fossil fuels).

A Baku, molte delegazioni guardavano proprio ai filoni negoziali sulla mitigazione, il Mitigation Work Program e il dialogo sulla Global Stocktake, come gli ambiti migliori dove riuscire a strappare un aumento dell’ambizione climatica.

Non è stato così. I testi finali approvati sono vuoti, da questo punto di vista. Altri, altrettanto deboli, non sono stati neppure approvati e saranno discussi ancora durante i negoziati intermedi di Bonn a giugno 2025.

L’Arabia Saudita non vuole parlare di fonti fossili. E blocca tutto

Perché un risultato così basso? Perché la COP29 non è riuscita nemmeno a mantenere il livello di ambizione raggiunto l’anno prima a Dubai? La risposta è una sola: alcune delegazioni hanno fatto carte false per far deragliare i negoziati COP29 sulla riduzione delle emissioni di gas serra. A partire dall’Arabia Saudita.

Riad non ha accettato l’esito della COP28. Già pochi giorni dopo la fine di quel vertice, nel 2023, i suoi rappresentanti provavano a far passare un’interpretazione dell’accordo che non li vincolasse ad abbandonare il petrolio. Da allora, ha lavorato alacremente per smantellarlo o, almeno, farlo arenare.

A nome del Gruppo negoziale dei paesi arabi, l’Arabia Saudita ha fatto ostruzionismo sia al tavolo del Mitigation Work Program (MWP), sia a quelli (sono 3) sull’attuazione della Global Stocktake (GST). Riad ha rifiutato che il MWP fosse la sede in cui parlare di riduzione delle emissioni di gas serra e di qualsiasi impegno concreto per la mitigazione, sostenendo che si dovesse concentrare solo sulla finanza climatica. Allo stesso modo, ha fatto naufragare qualsiasi passo avanti sul GST, il testo dove la COP28 ha sancito l’importanza della transizione dalle fossili.

Cosa dice e non dice l’accordo sul Mitigation Work Program (MWP)

Durante la plenaria finale è stato approvato l’accordo sul MWP, ma il testo definitivo paradossalmente non contiene quasi nulla di concreto riguardo la riduzione delle emissioni di gas serra.

Oltre all’Arabia Saudita, anche la Cina e alcuni altri paesi in via di sviluppo si opponevano all’inclusione nell’accordo di nuovi obblighi di riduzione e, più in generale, a quello che denunciavano come approccio “dall’alto al basso” da parte dei paesi più ricchi. Ma il no è arrivato anche per semplici riferimenti all’abbandono graduale del carbone e dei sussidi fossili e alla transizione verso le rinnovabili, che dovrebbero essere ormai dati acquisiti nel processo negoziale.

In sintesi, l’accordo finale della COP29 sulla mitigazione è caratterizzato da:

  • Sparizione degli obiettivi climatici dell’Accordo di Parigi – L’accordo finale del MWP ha rimosso ogni riferimento agli obiettivi fissati nell’Accordo di Parigi (pdf), compresi i limiti di riscaldamento globale di 1,5°C o 2°C. Questo segna una significativa riduzione delle ambizioni rispetto agli obiettivi fissati per contenere il cambiamento climatico.
  • Eliminazione della riduzione delle emissioni di gas serra – Il testo finale non fa menzione della riduzione delle emissioni di gas serra del 43% entro il 2030 e del 60% entro il 2035 rispetto ai livelli del 2019, un obiettivo cruciale per fermare il riscaldamento globale che era stato incluso nelle bozze di accordo preliminari.
  • Mancanza di riferimento alla neutralità di carbonio – Il termine “emissioni nette zero” (net zero emissions) è scomparso dal testo. Avrebbe dovuto riflettere il lungo percorso verso la neutralità climatica. L’assenza di questo riferimento significa che non ci sono obiettivi chiari per l’azzeramento delle emissioni a lungo termine.
  • Assenza di riferimento al lavoro dell’IPCC
    Non è stato incluso alcun riferimento alle linee guida e alle scoperte scientifiche dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), inclusi gli inventari dei gas serra e le conclusioni dell’ultimo Rapporto di Valutazione del 2022 sulla mitigazione (AR6 WGIII). Questo elimina un importante fondamento scientifico per le politiche climatiche. L’Arabia Saudita sta spingendo per considerare anche altre fonti, meno solide dal punto di vista scientifico, come base per le politiche climatiche.
  • Mancanza di azioni concrete per la riduzione delle emissioni – Il testo finale non specifica misure concrete per ridurre le emissioni di gas serra, come la transizione dai combustibili fossili o l’adozione di energie rinnovabili. Non c’è alcun riferimento alle soluzioni necessarie per ridurre le emissioni a livello globale.

Il testo finale dell’accordo sul Mitigation Work Program (pdf) – lungo appena 3 pagine – contiene quasi unicamente riferimenti al contenuto del dialogo annuale che si è concluso alla COP29, sul tema delle soluzioni delle città contro il riscaldamento globale.

COP29, nessuna intesa sull’UAE Dialogue sulla Global Stocktake

Va anche peggio per il filone negoziale del Global Stocktake. La presidenza azera ha deciso di smembrare le trattative in 3 tavoli diversi, nel tentativo di aggirare l’opposizione fortissima di alcune delegazioni e riuscire a strappare un accordo almeno su uno dei filoni.

Speranze mal riposte. L’unico filone che ha portato un testo di accordo finale in votazione alla plenaria conclusiva del summit, quello dell’UAE Dialogue on Global Stocktake, è stato rimandato al prossimo anno a Bonn, ai negoziati intermedi.

Per questo tavolo negoziale, l’obiettivo era decidere come tradurre in azioni concrete i risultati della prima Global Stocktake. La GST è Il bilancio quinquennale sugli impegni nazionali sul clima, previsto dall’Accordo di Parigi. Valuta i progressi globali verso il raggiungimento degli obiettivi dell’accordo e fornisce indicazioni su come correggere eventuali deviazioni.

Le informazioni del Global Stocktake fungono da guida per l’elaborazione dei piani climatici nazionali (NDC), che devono essere rivisitati ogni cinque anni. Sebbene i risultati del GST non abbiano carattere vincolante e non impongano modifiche agli NDC, costituiscono comunque un punto di riferimento per verificare se i paesi stanno contribuendo adeguatamente agli obiettivi globali.

L’ultima bozza di accordo disponibile (pdf) – rigettata dalla plenaria finale – contiene molti riferimenti sia alla scienza del clima, sia agli obiettivi dell’Accordo di Parigi sottolineando il ruolo primario degli 1,5 gradi. Inoltre, fa esplicito riferimento all’art.28 del Patto di Dubai, quello che cita la transizione dalle fossili.

Tuttavia, dal testo sono scomparsi due punti importanti. Manca l’obbligo di produrre un rapporto annuale per monitorare l’andamento dell’attuazione della transizione dalle fossili. E mancano anche dei riferimenti che avrebbero permesso di ancorare in modo più saldo l’addio alle fossili al processo dei negoziati sul clima, evitando ritrattazioni e passi indietro.

leggi anche:

  C’è l’accordo finale alla COP29 sul clima: tutti i risultati della conferenza di Baku

COP29, fallimento totale sulla riduzione delle emissioni di gas serra

L’Arabia Saudita non vuole parlare di fonti fossili. E blocca tutto

Cosa dice e non dice l’accordo sul Mitigation Work Program (MWP)

* da www.rinnovabili.it - 25 Novembre 2024

18 novembre 2024

Il progressismo è solo per l’élite occidentale

di Donatella Di Cesare *

 C’era una volta il Progresso. E c’era l’enorme entusiasmo che suscitava: il domani sarebbe stato migliore dell’oggi, la prosperità avrebbe trionfato per tutti, la razionalità avrebbe sconfitto le tenebre, la società sarebbe stata più avanzata. Di tutto ciò dopo pandemie, guerre, riscaldamento climatico, violenze e brutalità di ogni genere, resta ben poco. Solo una vulgata chiamata progressismo che ha i suoi adepti e nostalgici nelle élites occidentali ed è un insieme di buoni sentimenti, luoghi comuni, slogan fatti di stereotipi e termini vaghi con cui si celebrano “modernizzazione”, “sviluppo”, “innovazione”, “crescita”. Questo progressismo diffuso, di grande povertà concettuale, è diventato il codice a cui attingono i politici di professione del centrosinistra. È un codice che funziona a mo’ di slogan pubblicitario – anzi la pubblicità ne ha tratto vantaggio. “Sì al cambiamento. Votate Apple”, “Il Pd è il progresso”, eccetera.

Dopo la liquidazione di tutti i contenuti della sinistra europea, soprattutto della sinistra italiana, il progressismo è diventato l’etichetta più neutra possibile, il passe-partout che si adatta alle posizioni più elusive – anche Draghi a suo modo è un progressista – di quel conformismo ideologico che costituisce la retorica delle élites occidentali. Può essere usato senza pensarci troppo e senza crederci troppo. Basta imparare la lezioncina. Meglio poi se, a conferma che tutto va per il meglio, ci si concentra su quelli che vengono chiamati “diritti”, e spesso non sono che i privilegi ulteriori di chi gode già di una sfera privilegiata. La risata di Harris, grottesca e intempestiva, è il simbolo di tutto ciò. La sua cocente disfatta è la sconfitta delle élites progressiste occidentali. Se da un canto portano il peso di enormi errori compiuti a più riprese nel corso degli ultimi anni, dall’Afghanistan a Gaza e ritorno, passando per l’Ucraina, dall’altro non hanno più nulla, o quasi, da dire sui grandi temi politici che dovrebbero essere all’ordine del giorno: la guerra, la povertà, l’inflazione, il lavoro, la migrazione, le devastazioni climatiche. E in Italia se ne aggiungono molti altri: la sanità, l’istruzione, il Sud, un vero progetto politico per le donne.

Non basta il pessimismo dell’intelligenza di chi riconosce che non si sta andando verso il meglio. E non basta neppure richiamare, come alcuni fanno, l’opposizione tra diritti civili e diritti sociali, anche questa un po’ stantia. La nuova destra trumpiana, che trova in Europa i suoi più schietti esponenti in Viktor Orbán e Giorgia Meloni, vince – e continuerà a vincere – per almeno tre profonde ragioni. La prima è che sa presentarsi come novità (e forse in parte lo è), rispetto al progressismo elitistico che suonava già obsoleto vent’anni fa. Questo linguaggio della vecchia borghesia liberale, che ha preteso di farsi universale, parlando anche per i ceti subalterni, semplicemente non funziona più.

La seconda ragione è che la fine delle certezze progressiste ha provocato smarrimento, rassegnazione, rancore, fuga nella vita privata, chiusura nella famiglia, corsa al successo individuale in una competizione all’ultimo respiro con gli altri. La nuova destra, oltre a riconoscere tutto ciò, sa dare una risposta, per quanto banale e spietata.

La terza ragione sta nella ricetta: offrire un saldo riparo da quel che avviene lì fuori, nell’ingovernabile caos del mondo, tra conflitti e catastrofi. Il che suona come musica per le orecchie dei preoccupati e ansiosi cittadini delle democrazie occidentali. E il riparo è ovviamente per loro, sebbene si precisi come scudo per alcuni gruppi, per alcune tribù (non sarebbe destra!), che in Italia, ad esempio, sono tassisti, balneari, autonomi, piccoli e grandi evasori, eccetera. Funziona così e funziona bene, visti anche i risultati. Perché promette di difendere gli interessi di alcuni, e li difende. Ma poi sa fare l’occhiolino ai ceti subalterni che appartengono pur sempre alla nazione. Questo insegna Trump, l’affarista entrato in politica solo per curare il corpo malato dell’America, il guaritore, che depurerà quel corpo da ogni minaccia sovversiva interna e da ogni pericolo esterno. Autarchia, grandezza mistica, purezza dell’ultranazionalismo.

Dall’altra parte c’è il progressismo astratto, che ostenta valori universali, che millanta di promuovere gli interessi di tutti e che, a ben guardare, persegue solo quelli di pochi. A questa scialba versione di routine non credono più neppure le élites occidentali che ne detengono il monopolio. Finché questa vuota ideologia non imploderà, finché questo linguaggio fatto di grotteschi ritornelli, non mostrerà fino in fondo tutti i suoi non-sensi, sarà impossibile costruire una vera alternativa in grado di essere all’altezza dei tempi.

* da ilfattoquotidiano.it ( via infosannio) – 17 novembre 2024

26 ottobre 2024

I giganti del web pagano meno tasse delle Pmi italiane

Le imprese spendono 24,6 miliardi annui, le multinazionali versano 206 milioni

di Stefania Valbonesi *

Tasse, quanto pagano le nostre Pmi e quanto i giganti del web? Mentre il tema delle imposte scalda la politica e costringe la premier a stare sulla difensiva assicurando che nessuno aumenta le tasse agli italiani, il Centro Studi della Cgia di Mestre fa i conti in tasca ai giganti del web, li confronta con le tasse pagate dalle Pmi, e rilancia in qualche modo, necessariamente, il tema di “dove andare” a prendere i soldi che mancano disperatamente al tessuto produttivo italiano e alla manovra di bilancio.

In sintesi, ciò che emerge è che questi gruppi, a differenza delle nostre Pmi,” continuano a fare ricavi da capogiro, senza versare al fisco quanto dovuto”.

“Sino alla fine dell’anno scorso, infatti, hanno continuato a trasferire buona parte degli utili realizzati in Italia nei paesi a fiscalità di vantaggio – scrivono i ricercatori di Cgia Mestre – Risultato? Grazie a queste operazioni elusive, il nostro erario ha incassato da queste WebSoft solo le briciole”.

Sì, ma quante “briciole”? Dai numeri emersi dal confronto operato dall’Ufficio studi della CGIA.. le Pmi italiane pagano ogni anno 24,6 miliardi di tasse, mentre le 25 multinazionali del web presenti in Italia versano, secondo l’Area Studi di Mediobanca, 206 milioni di euro. I ricercatori di Cgia non si scompongono neanche all’ovvia obiezione che le dimensioni economiche di queste due realtà sono molto diverse, ma, ribattono, “dal punto di vista degli artigiani mestrini, il risultato che emerge è sconsolante. Se le aziende italiane prese in esame producono un fatturato annuo 90 volte superiore a quello riconducibile alle big tech, in termini di imposte, invece, le prime ne pagano ben 120 volte più delle seconde”, E sebbene la comparazione presenti “una serie di limiti metodologici e non ha alcun rigore scientifico”, tuttavia, prosegue la nota, .”il ricorso sistematico all’elusione praticato negli anni ha aumentato questa disparità di trattamento, mettendo in evidenza in misura inequivocabile che, in Italia, alle grandi multinazionali, in questo caso tecnologiche, continua a essere riservato un prelievo fiscale ingiustificatamente modesto

Cosa succederà con l’arrivo della Global minimum tax (Gmt)? Secondo il dossier curato dal Servizio Bilancio dello Stato della Camera e cui fa riferimento la nota di Cgia Mestre, “il gettito previsto dalla sola applicazione dell’aliquota del 15 per cento sulle multinazionali sarà molto contenuto. Si stima che nel 2025 il nostro erario incasserà 381,3 milioni di euro, nel 2026 427,9 e nel 2027 raggiungerà i 432,5. Nel 2033, ultimo anno in cui nel documento si stimano le entrate, le stesse dovrebbero sfiorare i 500 milioni di euro”. Per quanto riguarda l’area interessata dalla Gmt, nel 2024 interesserà 19 paesi UE: Spagna e Polonia nel 2025 si adegueranno, mentre Estonia, Lettonia, Lituania, e Malta hanno ottenuto una proroga sino al 2030. “Cipro e Portogallo, infine, sono chiamate a rispondere alla sollecitazione giunta da Bruxelles che ha recapitato loro una lettera di messa in mora. Appare evidente che per le grandi holding presenti nei paesi UE rimane ancora la possibilità, almeno per i prossimi 5/6 anni, di spostare parte degli utili in alcuni paesi membri dove la tassazione continua essere molto favorevole”.

Tirando le fila, i giganti del web a fronte di profitti elevati, versano poche tasse. Non è una gran notizia, ma ciò che lascia perplessi è il “ricorso a tecniche elusive che hanno consentito di spostare una parte degli utili ante imposte realizzati in Italia nei paesi a fiscalità di vantaggio”, scrivono gli studiosi della Cgia. .”Sappiamo che le regole della Gmt sono molto articolate ed è verosimile ritenere che ogni norma di carattere nazionale potrebbe non essere sufficiente a rendere il prelievo fiscale più equo. Nonostante ciò è indispensabile trovare un compromesso che non pregiudichi la fuga di queste aziende dal nostro Paese, ma allo stesso tempo le costringa a pagare il giusto, o quasi. L’elusione è una pratica che riguarda ormai tutti i grandi player”.


Infatti, alcuni grandi player italiani da qualche anno hanno trasferito la sede fiscale o quella legale “magari solo di una consociata“, in Paesi europei che prevedono un trattamento fiscale più favorevole. Fra questi, i Paesi Bassi, che adottano una legislazione societaria molto favorevole, che permette, spiegano dall’Ufficio Studi, “agli azionisti storici di avere il doppio dei voti in assemblea, modalità che consente di difendersi meglio da eventuali scalate provenienti da investitori stranieri”, ma anche, eventualmente, di godere di un trattamento tributario molto interessante, che il governo olandese riserva a ogni big company disposta ad aprire la sede fiscale ad Amsterdam. Operazioni che, vogliamo sottolinearlo, sono “formalmente ineccepibili da un punto di vista fiscale-societario”, ma riducono inevitabilmente la base imponibile di coloro che pagano le tasse in Italia. E a essere penalizzate, come ha ben spiegato la ricerca della Cgia mestrina, sono in particolare “le realtà imprenditoriali di piccola e piccolissima dimensione che, a differenza delle grandi aziende, non hanno la possibilità di lasciare armi e bagagli e trasferirsi altrove”.

E in Italia? Dallo studio emerge che in Molise e Valle d’Aosta le big tech pagano più delle imprese locali. Una particolarità che si ferma a queste due regioni , risultato della comparazione operata dai ricercatori sebbene “risenta di alcune fragilità presenti nella metodologia di calcolo adottata”.

Il quadro ipotizzato dall’Ufficio Studi della Cgia sarebbe il seguente: se in Molise il gettito delle principali imposte pagate dalle aziende residenti è “pari a 175 milioni di euro e in Valle d’Aosta a 1907, nel 2022 i giganti del WebSoft hanno prodotto 9,3 miliardi di fatturato e versato al fisco italiano complessivamente 206 milioni di euro. Nulla a che vedere con quanto “contribuiscono” le imprese lombarde che, invece, pagano all’erario 125 volte in più di quanto versano questi 25 colossi digitali, quelle laziali 56,7 in più, quelle emiliano-romagnole 38 e quelle venete 36,8”.

* da www.thedotcultura.it - 18 ottobre 2024

12 ottobre 2024

Berlino è cambiata e non lo ha fatto in meglio

Berlino è sempre cambiata. È la sua stessa natura. A inizio 1900 il critico d'arte Karl Scheffler non a caso pronunciò una frase poi diventata famosa: Berlin ist eine Stadt, verdammt dazu, immerfort zu werden, niemals zu sein e cioè Berlino è una città condannata per sempre a diventare, mai ad essere.

Insomma, è sempre stato così.

È la natura stessa della città, così come Roma è destinata, purtroppo o per fortuna, sempre ad essere così come è (lo dico da romano, oggi a scrivere la newsletter ci sono io, Andrea D'Addio).

Eppure affermare oggigiorno Berlino è cambiata ha un significato diverso, negativo. L'evoluzione a cui va incontro è senza se e senza ma, negativa. C'è meno libertà (lo dimostrano il modo in cui la polizia reprime i cortei), diventa sempre più cara (più di quanto ci si potrebbe aspettare), non ha alloggi dove chi è appena arrivato può andare ad abitare (anche per poco, anche come appoggio) e vi si respira un'aria così così: tutto intorno, infatti, ovvero nel Brandeburgo, con il recente risultato elettorale l'ultra destra di AfD ha dimostrato che intorno alla città, e probabilmente anche dentro, ribollano pensieri non liberali e non democratici.

Per quanto si possa intendere come voto di protesta, dare il proprio sostegno a persone che vanno al carnevale vestiti da nazisti o che parlano di rivedere il senso di colpa tedesco per la seconda guerra mondiale. criticano il Monumento delle vittime dell'Olocausto di Berlino e si fanno finanziare da Putin, significa dare loro una legittimità di esistenza che, se diventasse poi potere, non è chiaro sapere dove finirebbe. 

Non è finita. Dicendo Berlino è cambiata con questa accezione negativa, si intende, forse per la prima volta dalla riunificazione, che tutta la Germania è cambiata. E lo è. Berlino, in un momento se non buio, comunque in controluce, è diventata volente o nolente simbolo del Paese di cui è capitale e non la città meno tedesca di tutta la Germania. 

Vivo qui da marzo 2009 e questa è la mia sensazione. Sono curioso di conoscere la tua. Scrivimi, nel frattempo continuiamo con le altre notizie e consigli della settimana.

Andrea D’Addio dal blog Berlino Magazine info@berlinomagazine.com - 12 ottobre 2024

8 ottobre 2024

Germania: Piazza Wagenknecht per la pace

Militanti, delusi dalla sinistra, pro Pal e No war: a Berlino la manifestazione di Bsw contro l’escalation bellica. La star è Sahra, sul palco un po’ di Linke e Spd. Prova di campo largo?

di Sebastiano Canetta *

La Riunificazione di Sahra Wagenknecht. Piccolo report senza grandangolo del “campo-largo” di Berlino nel giorno della festa nazionale, provando a mettere a fuoco l’indefinito popolo della “pace, lavoro e welfare sociale” tornato a muoversi in movimento coordinato. Dal punto di vista politico rappresenta la massa critica della sinistra tedesca per la prima volta di nuovo insieme, perlomeno nel pezzo di percorso che appare possibile percorrere uniti.

Se l’Occidente passa altre linee rosse aumenta il rischio di guerra in Europa. Se si vuole una conferenza di pace seria, allora si deve invitare la Russia (Sahra Wagenknecht )

L’Ucraina ha diritto all’autodifesa. È necessario l’uso delle armi inviate dalla Germania proprio per raggiungere prima possibile la pace (Ralf Stegner Spd)


NELLA GERMANIA-INFELIX colata a picco dalla doppia guerra di Ucraina e Medio Oriente, con Volkswagen pronta a licenziare 30 mila operai, il governo Semaforo sfiduciato da due terzi dei cittadini e Afd diventato il secondo partito nazionale (a 11 mesi alle elezioni per il Bundestag), l’istantanea del manifestazione “Mai più la guerra” parte dal dialogo-battibecco tutt’altro che ideologico fra un impiegato di mezza età con la tessera della Spd contrario agli euromissili di Olaf Scholz, una maestra elementare entrata nel Bsw perché gli unici filo-Palestina e una pensionata della Linke rimasta senza se e ma dalla parte dei rifugiati.

Tre anime spontanee sparse sempre meno a caso fra le 25 mila persone che ieri hanno sfilato davanti alla Porta di Brandeburgo in direzione della Colonna della Vittoria esibendo i più disparati striscioni nonché i più diversi volti.
«Siamo qui per fermare l’escalation bellica»: parla veloce con l’accento della Pomerania a nome dell’intero trio l’impiegato che lavora alla municipalizzata pubblica con lo stipendio «ancora, per il momento, sicuro».

Geneticamente socialdemocratico – «una storia di famiglia da due generazioni» – non ne può più della deriva ultra-atlantista del leader del suo partito “indegno” non solo dell’eredità di Willy Brandt. «Fosse solo la sudditanza agli Usa. Bisogna fermare anche l’invio di armi tedesche a Kiev se vogliamo davvero la Pace», lo punzecchia l’insegnante tornata in piazza, dopo anni di astensionismo, con la nascita dell’Alleanza Sahra Wagenknecht. La stilettata al compagno di corteo tenuto ormai sottobraccio si riferisce al brevissimo discorso del deputato Spd Ralf Stegner salito sul palco del comizio finale poco prima della leader del Bsw e della rappresentante della Linke berlinese, Gesine Lötzsch, i tre volti politici ufficiali del piccolo-grande campo largo di Berlino.

CI VUOLE CORAGGIO per il “pacifista” della Spd, inevitabile incarnazione della maggioranza di governo e perciò costretto a ribadire non si capisce quanto di buon malgrado la «necessità dell’uso difensivo delle armi inviate dalla Germania proprio per raggiungere prima possibile la pace». Raccoglie un’autentica marea di fischi ma Stegner non demorde seppure debba alzare non poco il tono di voce per ricordare che «la Spd rimane comunque nel movimento della Pace».

QUANDO È IL TURNO di Wagenknecht scatta al contrario la standing-ovation. Lei tuona «Se l’Occidente passa altre linee rosse aumenta il rischio di guerra in Europa. Se si vuole una conferenza di pace seria, allora si deve invitare la Russia e il contesto del summit di Ramstein appare profondamente sbagliato. Meglio la Turchia della Germania come Stato neutrale» è la stoccata al governo Scholz, preso di mira anche sotto il profilo della ministra degli Esteri, Annalena Baerbock definita «un rischio per la sicurezza». Poi ringrazia Mikhail Gorbaciov (soltanto lui) per aver reso possibile la riunificazione (di cui si celebra la data trentaquattro anni dopo) mentre avverte che Israele va fermata però «è disumano esultare per i razzi lanciati dall’Iran».

In questo quadro l’unità della sinistra è un’impresa politica, anche se il “modello Berlino” rimane sostanzialmente la sola alternativa, come analizza la pensionata della Linke in corteo secondo cui «quando ci separiamo sulle questioni di base a vincere è solo Afd, che pure è contro il governo, la guerra e la bolletta raddoppiata grazie alla rivoluzione verde. Se non convinciamo i socialisti alla svolta pacifista non saremo in grado di incidere sullo stop alle armi e tanto meno sul negoziato per la pace».

L’argine all’ulteriore escalation – almeno in termini di voti alle urne – per adesso è solo la considerevole altezza boom di consenso per il Bsw. La festa nazionale per il “Giorno della Riunificazione” fra la Germania dell’Ovest e dell’Est, nell’anno prima delle elezioni per il rinnovo della cancelleria, dopo che Sahra Wagenknecht ha (quasi) conquistato il governo del Brandeburgo, corrisponde anche alla sua prima vera celebrazione pubblica come leader degli outsider della politica tedesca, prima ancora della primadonna di Afd, Alice Weidel.

L’EX CAPOGRUPPO della Linke ieri si è dimostrata capace di radunare il suo popolo al parco di Gleisderieck, simbolicamente l’area riqualificata da cima a fondo dalle vecchie e fatiscenti strutture cadute in disuso. A margine della manifestazione per la Pace la leader del Bsw ha provato ancora una volta la sua capacità di calamitare l’ago della bussola politica e mediatica del più importante Paese dell’Ue. Certamente puntandolo su di sé ma anche nella direzione diametralmente opposta al Nord indicato da Washington, Bruxelles e perfino Tel Aviv.

Ieri nella manifestazione snodatasi fra il Viale del 17 Giugno e la Yitzhak Rabin Strasse sventolavano le bandiere palestinesi vietate dalla Ragione di Stato e represse con massima forza dalla polizia. Questa volta, però, è risultato materialmente impossibile interrompere la demo autorizzata nonostante le vibranti proteste dell’ambasciatore israeliano a Berlino, già ampiamente scioccato dal voto di astensione della Germania all’Onu “contro” lo Stato Ebraico. Secondo il diplomatico di punta del governo Netanyahu nella Bundesrepublik «non bastano più le parole a favore della Ragione di Stato» elevata a totem indiscutibile dai tempi di Angela Merkel.

E MENTRE LA SPD è totalmente prigioniera della linea filo Tel Aviv, Wagenknecht ha preso fin da subito la difesa dei palestinesi distinguendosi non poco dalla Linke apparsa invece molto più timida nella condanna univoca e unanime al massacro sistematico di Gaza.

L’ala degli Anti-Deutsch – i sionisti di Sinistra – continua a rappresentare una corrente importante nella Linke specialmente a Berlino e Lipsia anche se numericamente sono in pochi. In buona sostanza, dal punto di vista della base della Sinistra, un conto sono le magliette del club sportivo del Maccabi orgogliosamente esibite nei social dalla sinistra pro-Israel, un altro paio di maniche sono gli emblemi della Israel Defence Force come minimo distonici alla richiesta di pace. Anche questo conta per il successo della colomba Sahra Wagenknecht.

nella foto: Berlino, la manifestazione a Gleisdreieck Park

* da il manifesto – 4 ottobre 2024

5 ottobre 2024

A proposto di migranti e campo largo - I silenzi della sinistra


di Luca Ricolfi *

Chi si augura che il centro-sinistra arrivi unito e preparato alle prossime elezioni politiche (previste per il 2027), forse dovrebbe nutrire qualche preoccupazione per i silenzi del Pd e dei Cinque Stelle in materia di politiche migratorie. Silenzi che sono divenuti assordanti nei giorni scorsi, quando Elly Schlein non ha speso nemmeno una parola sull’incontro fra Giorgia Meloni e Keir Starmer (premier laburista britannico), dal quale era emersa una notevole e imprevista convergenza di vedute in fatto di governo dei flussi migratori.

Quella sintonia ha spiazzato Elly Schlein e Conte, perché la sinistra che Starmer rappresenta, severa con gli immigrati e aperta alle ipotesi di “esternalizzazione” della questione migratoria (come il modello Albania di Meloni e Rama), è lontanissima dalla sinistra che Schlein sta cercando di mettere insieme con Cinque Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra.

Ma il caso di Starmer non è isolato. La realtà è che in Europa da qualche anno stanno prendendo forma nuovi tipi di sinistra, fondamentalmente differenti da quella che, per decenni, è stata egemone nel Vecchio Continente.

Questi tipi inediti di sinistra si sono palesati poco per volta, a partire dal 2021, quando la Danimarca (governata dai socialdemocratici) ha cominciato a prendere in seria considerazione l’idea di affiancare alle norme molto severe già vigenti nuove procedure di trasferimento dei richiedenti asilo (verso il Ruanda) e dei detenuti stranieri (verso il Kosovo). Da allora i passaggi più significativi sono stati: nel Regno Unito, lo spostamento del partito laburista su posizioni legalitarie per opera di Keir Starmer, successore del massimalista Jeremy Corbyn; in Germania, la fondazione del partito di sinistra anti-migranti di Sahra Wagenknecht (BSW), nato da una costola della Linke (formazione di estrema sinistra); sempre in Germania, la recentissima spettacolare inversione a U della politica dell’SPD del cancelliere Scholtz che – specie dopo il recente attentato di Solingen – ha assunto tratti molto severi (promesse di rimpatrio degli irregolari, ripristino dei controlli alle frontiere); in Spagna, la sinistra socialista di Pedro Sanchez, che dopo l’esplosione degli arrivi dalla rotta atlantica (via isole Canarie), appare sempre più impegnata a rallentare le partenze e rafforzare i rimpatri.

Oltre a questi sviluppi, è il caso di ricordare la lettera alla Commissione Europea inviata a maggio di quest’anno dai governi (alcuni progressisti) di ben 15 paesi europei su 27, in cui si prospetta non solo un rafforzamento della politica dei rimpatri, ma pure la cosiddetta esternalizzazione delle frontiere (in stile Italia-Albania), con la creazione di hub in cui rinchiudere parte dei richiedenti asilo.

Che cosa c’è, alla base di queste metamorfosi all’interno del campo della sinistra?

Probabilmente non una cosa sola, e comunque non la medesima nei diversi paesi. Un fattore è sicuramente il recente (2023) aumento degli arrivi irregolari su specifiche rotte, un aumento che seguiva altri aumenti nei 3 anni precedenti. Un altro fattore è il moltiplicarsi di episodi di violenza o terrorismo messi in atto da stranieri. Ma il fattore cruciale, verosimilmente, sono i crescenti successi elettorali delle destre anti-immigrati nella maggior parte dei paesi europei, un trend che non può non preoccupare le forze di sinistra.

In alcuni paesi, i dirigenti della sinistra si stanno rendendo conto che la questione migratoria non può più essere elusa con formule – accoglienza, integrazione, diritti umani – tanto generose quanto incapaci di andare al nocciolo dei problemi. Che sempre più sovente non sono solo economici, o di sicurezza, ma sono di identità delle comunità locali, messe a dura prova dalla concentrazione di immigrati (spesso senza lavoro e senza fissa dimora) in specifiche porzioni del territorio nazionale, siano esse le grandi stazioni ferroviarie, i parchi urbani, le periferie delle città, i piccoli centri rurali. Un processo che può far sì che i nativi, specie se appartengono ai ceti bassi, si sentano “stranieri in patria”.

E in Italia?

Qui da noi la sinistra non prova nemmeno ad avviare una riflessione. Ripropone le solite formule, che aggirano il problema anziché affrontarlo. Non perde occasione per demonizzare l’unico politico di sinistra – Marco Minniti – che aveva provato a fare qualcosa (giusta o sbagliata che fosse). Soprattutto, non si chiede come mai, a due anni dal voto, i partiti di destra sono più forti che mai.

Si potrebbe pensare che sia solo cecità, o estrema convinzione di essere nel giusto, o che basti essere nel (presunto) giusto per vincere le elezioni. La mia impressione è che ci sia anche dell’altro. Forse Schlein e Conte si rendono conto che, ove toccassero sul serio il tema migratorio, il progetto del campo largo incontrerebbe le prime difficoltà vere. Tradizionalmente, infatti, le posizioni di Grillo e dei Cinque Stelle sono state sempre ondivaghe, e meno indulgenti di quelle del Pd (dopotutto, è a Di Maio che dobbiamo la formula delle ONG come “taxi del mare”). E questo per una ragione molto semplice: i cinque Stelle, a differenza del Pd, sono radicati nei ceti popolari, e oggi i partiti a base popolare tendono a diventare populisti, e in quanto tali ostili all’immigrazione. Possono adottare ideologie di destra o di sinistra, ma in entrambi i casi tendono a vedere l’immigrazione come un problema.

Può darsi che non parlare mai delle preoccupazioni popolari in tema di immigrazione e sicurezza, o ignorare le idee delle nuove sinistre securitarie in Europa, aiuti a tenere unito il campo largo. Ma resta il dubbio che, a differenza di quel che potrà succedere su altri temi (salario minimo legale e sanità), sulla questione migranti gli elettori progressisti possano non accontentarsi dei soliti slogan e delle solite formule politiche astratte.

* articolo uscito sul Messaggero il 23 settembre 2024