15 marzo 2023

Bipolarismo, astensionismo, presidenzialismo. Il rischio di un Italia immobile da cui non si tornerebbe indietro.

di Massimo Marino

A quasi sei mesi dalle elezioni politiche del 25 settembre scorso è utile provare a farsi con serietà  una domanda del tutto banale: Dove stiamo andando?  C’è in vista un nuovo fascismo aggiornato al 21esimo secolo? C’è una sinistra o qualcun‘altro in marcia verso un cambiamento, bello o brutto che sia? Non credete che ci voglia qualcuno e qualcosa d’altro che non c’è ?

Nelle ore precedenti l’annuncio dei resultati del 25 settembre ho pubblicato il mio ultimo intervento (Elezioni, programmi, progetti. Ma una vera alternativa non c’è.) al solito non brevissimo perché’ non amo semplificare troppo a costo di perdere qualche lettore.  Vi dico come la vedo adesso dopo una pausa di sei mesi:

1) Non c’è stato nessun trionfo del centro-destra né di altri. O meglio il centro-destra è diventato destra-centro praticamente con  un risultato immutato rispetto a 5 anni fa: circa 12,9 mil di voti rispetto ai 12,5 del 2018 ma il corpo elettorale complessivo - interno + estero - è aumentato da 50,1 a quasi 50,9 milioni.

Dal 2018 al 2023 la somma di tutti gli altri votanti attivi ( quelli che hanno votato qualcuno fuori dal CDX ) è scesa da circa 22 a 17 milioni di voti (circa 5 milioni in meno) perché gli astenuti, comprese bianche e nulle, ovviamente sono saliti: da 16,1 a 21,6 milioni di elettori ( circa 5,5 mil in più). I voti effettivamente dati ai partiti sono passati da 34 a 29,2 mil. Di questi ultimi i voti dati a partiti che, come prevedibile,  non hanno eletto nessuno, sono stati rispettivamente  2 e 3,2 mil. all’incirca.

Quindi gli eletti del nuovo Parlamento sono stati votati esattamente da 31 mil. di  elettori su 50,1 (62%) nel 2018 e da 26,2 mil. su 50.9 (52%) nel 2023. Il totale degli eletti di settembre quindi non rappresenta la scelta di circa 48 elettori su 100 ( astensioni, bianche, nulle, persi).    

Se non c’è stato nessun trionfo del CDX c’è stato il previsto tonfo del M5S da 10,7 a 4,3 milioni di voti. Il CSX ( senza Calenda e Renzi) ha avuto una lieve flessione  ottenendo, comprese le liste che non hanno ottenuto seggi, circa 7,7 mil di voti (circa il 15% del corpo elettorale.) La vera novità quindi sono i 5,5 milioni in più di astenuti rispetto al 2018, tendenza peraltro accentuatasi con il voto in Lombardia e Lazio di febbraio.

Questi sono i numeri che ridimensionano sei mesi di balle, cioè buona parte delle “analisi” sull’Italia che va a destra, sul PD che ha tenuto, sui 5stelle che hanno perduto ma meno del previsto. Prima di ascoltare in tv commentatori di destra e di sinistra è utile usare una calcolatrice e ragionare sui numeri reali.

Il rosatellum, deformando e condizionando il voto vero specie con i collegi uninominali, ha fatto il suo mestiere: ha favorito l’astensionismo, ha premiato alla grande il primo polo regalandogli decine di eletti  ai quali nessuno ha dato il voto, ha moderatamente salvato il secondo polo, ha penalizzato duramente  il terzo polo di Conte. D’altronde è stato inventato dall’allora piddino Rosato e compagni per colpire i 5stelle e imporre forzatamente una logica bipolare in un paese che non lo è affatto. Se i partiti, a partire dal PD, non avessero boicottato la riforma elettorale proporzionale con quorum dei 5stelle, rispettosa della volontà espressa da chi vota, lo scenario sarebbe stato del tutto diverso. Non saremmo qui a strapparci i capelli perché ha vinto la Meloni (ha vinto la Meloni o il Rosatellum?). Resto convinto che la riforma elettorale sia la madre di tutte le battaglie per difendere davvero la democrazia. Abbiamo un modello da copiare, quello della Germania e di pochi altri, il migliore in un mondo di regole elettorali truffaldine. Le nostre regole elettorali per i Comuni eleggono dei potestà spesso squattrinati e senza idee e hanno enormi limiti con il proliferare di liste di sostegno inesistenti e inventate che spariscono dopo il voto. Quelle per le Regioni producono “governatori” eletti da minoranze e di mediocre capacità ma ottime capacità clientelari. L’ultima novità, che sembra una barzelletta, quella della Regione Sicilia che per decreto sta’ rimettendo per conto suo le vecchie Provincie. E’ una delle conseguenze di una distorta autonomia dove ogni vincente sgoverna come gli pare, fa e disfa leggi elettorali, stipendi, vitalizi e non rende conto  a nessuno. E sono impegnati ad aggravare la situazione con l’autonomia differenziata. Le regole per il Parlamento, nelle diverse versioni susseguitesi dalla metà degli anni ’90 deformano già in partenza la rappresentanza in senso maggioritario e bipolare. Neppure la Corte Costituzionale, che pure è intervenuta più volte, riesce a correggere la degenerazione della rappresentanza.

Guarda caso si salvano solo le Elezioni Europee, che di fatto hanno regole nate in ambito comunitario. Basterebbe mantenerne la proporzionalità, aumentare il quorum dal 4 al 5%, portare le circoscrizioni da 5 a 10 e avremmo il miglior sistema elettorale del mondo per eleggere i nostri rappresentanti. Si formerebbero 6-7 partiti veri e stabili, leader responsabili  meno egocentrati di quelli che specie a sinistra e nel mondo ambientalista riproducono partitini falliti in continuo da due decenni almeno. Sparirebbero in 1-2 anni decine di sigle perlopiù insignificanti o inventate. Serve il contrario esatto dell’attuale bipolarismo tendenziale da cui istintivamente tanti si allontanano abbandonando il voto. Sono convinto che gli italiani capirebbero la novità e tornerebbero in buona parte a votare.  Nel voto europeo ci sono  le preferenze, di cui non sento la mancanza  perché possono favorire mafie e clientele. Lascerei ai partiti la scelta dei primi due della lista e le preferenze per gli altri della lista per soddisfare chi è ansioso di poter scegliere.

In sintesi: gli italiani ( finora) non vanno a destra per niente. Però tendono ad andare al mare. L’esperienza decennale dei 5Stelle, affondati come in una battaglia navale dai molti nemici uniti, dalla  propria ingenuità e dal prevalere alla fine del trasformismo,  ha lasciato il segno in tantissimi che  l’avevano sostenuta. Ci sono almeno 7-8 milioni di elettori amareggiati e delusi  dalla politica che per il momento sono usciti dal campo di gioco. Almeno per metà di loro si tratta semplicemente di sopravvivenza ( voto per  chi sembra darmi ossigeno per sopravvivere, se non lo trovo non voto ). Per quelli più giovani si tratta di capire chi gli indica come sopravvivere nei prossimi decenni  alla precarietà sociale ed alla crisi ambientale. La marea di dibattiti, presunti scontri, promesse irrealizzabili, furbetti e contaballe di destra e di sinistra che mi sembrano inadeguati, quasi mai partoriscono idee socialmente condivisibili per  risolvere problemi ed emergenze  sociali  e ambientali.

2)  In quasi sei mesi il governo meloniano ha prima di tutto garantito una perfetta continuità con Draghi almeno in tre campi: a) non turbare nulla e nessuno nei rapporti europei e atlantici b) rallentare, svuotare, boicottare tutte le azioni che fossero timidamente rivolte ad avviare la necessaria transizione ecologica che presuppone una rivoluzione nelle scelte energetiche, in campo produttivo, nei trasporti, nelle abitazioni c) mantenere nella società italiana i tradizionali rapporti di forza e di potere fra la parte dominante e benestante e le aree precarie e gregarie del paese.  Rapporti gravemente turbati dall’avvento e dal successo negli ultimi dieci anni del singolare fenomeno del M5Stelle. Rapporti sociali che devono al più presto essere riequilibrati cancellando gli aspetti o le proposte di innovazione ( su giustizia, reddito, salario, corruzione, clientelismo,  privatizzazioni ..).

3) Quello che resta dopo la disgregazione del M5Stelle originario, oggi aggregato attorno  a Conte è stato  spinto a forza nell’angolo della sinistra, fra quella moderata e quella estrema, entrambe boccheggianti. Questo limbo evanescente che chiamano sinistra ha già perso  i contatti con parti rilevanti e disagiate della  società che, alle varie sinistre e a un ambientalismo mediocre, ha già dato fiducia in più occasioni e al momento non ne vuole più sapere.

L’intuizione dei grillini della prima ora li collocava giustamente né a destra né a sinistra senza però mai arrivare a definirsi con coraggio al centro della società e del sistema politico con un programma  riformatore radicale, unico presupposto dell’alternativa, che potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile dalla maggioranza del paese. Cosa diversa dal pendolare di qua e di là a seconda dei temi e dei momenti, rendendo così confuso il proprio ruolo. Dopo il successo grillino nelle elezioni politiche del 2013, più significativo di quello del 2018, quando la crisi interna era ormai avviata con le difficoltà evidenti a Roma e Torino e l’inefficienza di Rousseau, la mancanza di una esplicita collocazione ha aiutato l’azione di disgregazione. Forse tanti elettori avevano pensato che stavano solo scegliendo una sinistra o una destra un po’ più virtuosa di quelle esistenti magari gettonate fino al giorno prima. Non mi sembra che la attuale definizione di “ progressisti” ( suggerita non so da chi a Conte) sia un grande passo avanti nello sciogliere le ambiguità. Peraltro una definizione vecchia, consunta  dal 1994 quando l’Alleanza Progressista aprì la via a Berlusconi. La domanda non è retorica: Il M5Stelle 2.0 vuole essere un terzo polo autonomo ed elaborare un suo  progetto di riformismo radicale e di alternativa o essere una variante della sinistra di contorno al PD o di quello che arriverà dopo ? Io non lo so e forse neppure loro. Se non si fa chiarezza la necessità delle alleanze, che pure sono assolutamente necessarie ma non sono un olio di ricino che si deve prendere a forza, diventa un rebus micidiale.  

Le deformazioni portate dalla storia del novecento ai nostri lobi di occidentali (qualcuno  dice nell’emisfero sinistro ) impongono che fra la destra e la sinistra ci può solo stare  un centro moderato e tendenzialmente trasformista ( rivolto a destra o a sinistra a seconda della convenienza del momento). In altre aree del pianeta ritengono che si possa solo essere o sunniti  o sciiti. Oppure devoti all’islam o infedeli. Io ad esempio fra la destra che governa ormai stabilmente Israele e i gruppi di Hamas in Palestina, entrambi ostili a qualunque ipotesi di convivenza, non sceglierei nessuno.

A parte Alex Langer 30 anni fa e i verdi nei primi anni della loro comparsa, l’ipotesi che una alternativa sociale possa anche emergere al di là delle vecchie aggregazioni della destra e della sinistra nelle loro varie sfumature è del tutto incompresa, duramente osteggiata e credo faccia molta paura. Quando i verdi abbandonarono di fatto questa collocazione rientrando in posizione subalterna nella consueta nomenclatura e nelle logiche dei partiti tradizionali diventarono presto irrilevanti. Anche altri come La Rete di Orlando e il partito di Di Pietro in qualche modo seguirono un percorso simile di autoannientamento. Siamo tragicamente immersi nella crisi sociale e ambientale del nuovo secolo che avanza e la affrontiamo con i teoremi ideologici del secolo passato diluiti spesso da un interessato consociativismo.

Greta Thunberg, che ha appena compiuto 20 anni, ha fatto uscire The Climate Book, un volume eccezionale di 700 pagine con la collaborazione di cento esperti e scienziati di tutto il pianeta (nessuno italiano), che spiega in modo convincente, come mai è stato fatto fino ad oggi, la vera condizione del pianeta e quello che ci aspetta in tempi brevi. In Italia è stato praticamente ignorato dai media che hanno altro di più importante di cui riempirci la testa e le serate. E’ un libro davvero stupendo che andrebbe letto e discusso capitolo per capitolo, tema per tema. Non possiamo chiedere nulla di più a Greta e ai giovanissimi che in qualche modo ha risvegliato. Ma qualcuno deve scrivere il libro successivo dove si indichi esattamente quali sono le proposte concrete per oggi e per i prossimi decenni e su queste porre le basi dell’alternativa. Che oggi stentano ad emergere con chiarezza e diventare credibili.

Almeno in Italia non è vero che affrontiamo le crisi con due assetti ideologici contrapposti che danno soluzioni opposte ai problemi. Qui in particolare,  ma forse nell’intero Occidente, destre e sinistre con variegate sfumature, che forse sopravviveranno per anni, di fronte a temi strategici hanno in comune una preoccupante assenza di idee, di concreti progetti riformatori ( e una comune subalternità ai poteri forti che esistono eccome)  che permettano una più equilibrata convivenza sociale e il superamento delle  crisi. Queste esplodono e si aggravano mentre lo scontro avviene sulla scena mediatica su questioni di scarso peso e appunto nella totale subalternità agli interessi di pochi.

Qualche volta, travolti dai movimenti della società ci si adegua solo per non perire. Ricordo il caso del PD nel 1987 ( allora PCI ), che quando si arrivò al referendum sul nucleare, solo  qualche settimana prima del voto capovolse la propria posizione.

4) Fra i tanti esempi che si possono fare dove una posizione di alternativa non emerge ne dalle intenzioni della destra né della sinistra, per necessità di sintesi ne accenno quattro: la legge elettorale, le migrazioni, la crisi climatica e la mobilità, il reddito di sopravvivenza e il salario minimo.

a) E’ evidente che la necessaria riforma elettorale in senso proporzionale con quorum, la migliore soluzione rispettosa del voto e del nostro spirito costituzionale, è osteggiata da anni da destre e sinistre, tant’e che la troppo timida proposta grillina che ha ormai 6-7 anni ha trovato un muro di ostilità di entrambe. La conseguenza è la scarsa rappresentanza degli eletti sempre più espressione di sparute minoranze degli elettori e il forte astensionismo. Il caso ultimo di Lazio e Lombardia è impressionante: cito solo la rielezione di Fontana in Lombardia trionfatore apparente con un milione in meno di voti fra il 2018 e il 2023 ( da 2,7 a 1,7 mil.) Del recente astensionismo si è parlato per qualche giorno ma nessuno a destra e a sinistra mi risulta abbia fatto passi per intervenire sulla legge elettorale proposta né per facilitare il voto fuori sede, tranne qualche sparuta proposta atta a peggiora la situazione.

Anche la necessità di una forma ragionevole di Election Day, ad esempio concentrare solo in una volta all’anno e sempre nella stessa  data ( ad esempio nella prima settimana di novembre) qualunque tipo di votazione o referendum, non viene seriamente presa in considerazione né a destra né a sinistra. Così ad inizio aprile  si voterà in Friuli VG, a metà maggio  in centinaia di Comuni con i possibili ballottaggi, due settimane dopo in Sicilia, a  fine giugno in Molise, in autunno nella Provincia di Trento. Una vergogna: sembra quasi che si voglia apertamente invitare al voto solo i propri tifosi.

b) Di fronte all’ondata di migranti  irregolari (almeno  800mila in Italia dal 2015 ad oggi) ne destra né sinistra hanno la minima  idea di che fare tranne utilizzare a vicenda il tema per ragioni di bottega. Tant’è che nei sette  governi degli ultimi nove anni (Letta, Renzi,  Gentiloni, Conte1, Conte2, Draghi, Meloni) se si guardano anche solo i numeri ( degli ingressi, dei morti, dei rimpatri, delle forme di accoglienza, dei costi),  non è cambiato praticamente nulla tranne il volume raggiunto dalle chiacchiere. Dovremmo scegliere fra una destra cattiva e antimigranti ( ma per fortuna è solo una piccola minoranza che mostra davvero una irriducibile matrice xenofoba ) e una sinistra buona e umanitaria ma  senza proposte di cui le ONG, per il fatto che raccolgono alcune migliaia di naviganti, forse il 10% del totale, chissà perché sarebbero i migliori rappresentanti di riferimento. Proposte efficaci: zero.

Quasi tre anni fa segnalavo (Serve una terza via. Ne porti chiusi ne porte aperte ) che l’unico tentativo per affrontare un fenomeno epocale sarebbe quello di sostituire lo Stato a trafficanti e scafisti nella gestione dei viaggi aprendo corridoi umanitari, selezionando le aree più colpite da guerre, dittature e crisi ambientali. Costruendo un percorso di integrazione si potrebbe accogliere almeno 100mila persone all’anno utilizzando Ambasciate e Consolati insieme agli Enti e ONG che operano in particolare nelle aree più critiche di Africa e Medio Oriente. I decreti flussi che ci dicono utili  per il nostro apparato produttivo e le nostre strutture pubbliche, sono un'altra cosa e mi sembrano del tutto inadeguati. Una coraggiosa scelta italiana per i corridoi umanitari, con i quali andiamo noi a prendere i migranti dalle zone più critiche, costringerebbe alla fine l’intera Europa a percorrere la stessa strada. L’obiettivo non può che essere quello di eliminare con decisone le entrate irregolari, e garantire invece dignità e un sostegno minimo iniziale di sopravvivenza a tutti e solo ai migranti regolari. Indispensabile  l’istruzione scolastica, l’assistenza sanitaria e le condizioni di partenza per costruirsi una nuova vita o il ritorno volontario in patria, aprendo la possibilità di un lavoro per tutti. Cancellare trafficanti di uomini e scafisti e chi li organizza renderebbe tutti più liberi da ricatti e violenze. I corridoi umanitari sono peraltro organizzati già da alcuni anni su iniziativa di varie associazioni (Caritas, Sant’Egidio, Chiese Evangeliche e Valdesi con l’aggiunta di ARCI e altri più di recente) che hanno già accolto alcune migliaia di migranti. Per quanto ai margini di un dibattitto urlato quanto insignificante, l’idea dei corridoi comincia a farsi strada in piccole minoranze che restano però  al momento inascoltate.

c) Sembra incredibile ma a fronte di una crisi climatica che procede con evidenza e con una intensità e velocità diversa da quella aspettata, di fronte a 30 anni di appuntamenti nazionali e internazionali, di programmi e progetti tanto generici quanto costosi, si deve costatare che siamo quasi al nulla  di fatto. Dobbiamo dichiarare il fallimento delle COP (“ Conference of the parties”  dell’ONU) arrivate nel 2022 a Sharm el-Sheikh in Egitto al 27esimo appuntamento. A Sharm la delegazione più numerosa è stata quella delle lobby dei petrolieri e dell’ automotive con più di 500 membri. Sono loro che impediscono da anni qualunque decisione di rilievo nella sostituzione dei fossili e nella decarbonizzazione. A fine 2023 la COP28 si svolgerà a Dubai e la presidierà Sultan Al Jaber, ministro dell’Industria degli Emirati Arabi Uniti e amministratore delegato della compagnia petrolifera nazionale Abu Dhabi National Oil Company (Adnoc). Praticamente hanno occupato e affondato le COP.

L’ultimo rapporto di Legambiente sulla mobilità in Italia ( Pendolaria 2023) rileva che dal 2018 al 2022 le aperture di nuovi binari di linee metropolitane ( il più efficace e meno costoso modo di ridurre auto circolanti, consumi, inquinamento, emissioni, costi degli utenti) sono state 0,6 km nel 2018, zero nel 2019 e 2020, 1,7 km nel 2021, 5,3 km nel 2022 con la prima tratta della M4 da Milano verso Linate. Nel mentre dilagava un finto dibattito per la transizione ecologica con al centro lo scontro su chi si prenderà i miliardi che bene o male verranno resi disponibili. Dal 2010 al 2020 sono stati realizzati 310 km di autostrade, alcune  migliaia di chilometri di nuove strade nazionali, ma solo 91 chilometri di metropolitane e 63 km di tranvie. Si calcola che mediamente trascorriamo 70-80 ore all’anno stando pressoché fermi in coda  su un auto con il motore acceso ( circa 3 giorni su 365). Non conosco nessun partito né a destra né a sinistra ( e neppure nessun gruppo ambientalista purtroppo)  che metta esplicitamente  la costruzione di metropolitane in rete e la riduzione delle auto circolanti  come obiettivo prioritario urgente per la transizione ecologica nel settore determinante della mobilità. Appena il Parlamento europeo si è accinto a confermare il  modesto impegno allo stop della vendita di auto a motore endotermico nel 2035 ( che vuol dire che circoleranno in Europa molte decine di milioni di vecchie auto tradizionali almeno fino al 2050 ) è scattata la rivolta delle multinazionali (Shell in testa) per impedirlo o chiedere deroghe e spostamenti nel tempo delle scelte, sostenute anche da Italia e Germania. Per il  momento la decisione è stata così sospesa. Lo stesso sta avvenendo in ambito UE per la conversione energetica delle abitazioni, che però richiederebbe alcuni decenni e darebbe un enorme risparmio di energia, aumenterebbe il valore degli immobili e darebbe nel tempo un forte risparmio economico e un netto miglioramento dell’inquinamento.   

Il nuovo sindaco di Torino, una sciagura di sinistra che i torinesi proprio non meritavano dopo la deludente gestione della Appendino, sostiene che la Metro 2 non potrà avere l’atteso  percorso esteso fino ai due confini estremi della conurbazione urbana, ( dove entrano ed escono più di 400mila auto nelle 24 ore) perché mancherebbero alcuni milioni di euro. Torino è stata in più occasioni indicata come la città più inquinata d’Europa ed è la città italiana con il più alto rapporto auto/abitanti. Un disastro che si aggrava con gli anni. La inutile linea ridotta che forse si farà magari pure diradando  le fermate, aumenterà di certo solo il valore di qualche edificio toccato nelle aree semi centrali del capoluogo. Sembra essere l’unica ragione rimasta che giustifichi un progetto così assurdo.

d) nel paese che  sta al fondo della graduatoria europea sui livelli salariali negli ultimi 30 anni il tema della sopravvivenza degli ultimi ha ripreso uno spazio da  quando nel 2015  il M5S presentò la prima proposta per un reddito di cittadinanza  e correttamente nella parte finale aggiunse la proposta di un salario minimo orario per contrastare il lavoro nero e permettere un minimo riequilibrio sociale. Niente di rivoluzionario considerato che quasi in tutta Europa esistono già provvedimenti simili a questi anche da parecchi anni e comunque  i salari reali, diversamente da noi, seppure lentamente sono aumentati senza interruzioni. In questi giorni emergono dati e pochi commenti che ci dicono che  dopo gli anni del Covid e poi della crisi del gas e della guerra in Ucraina i sovraprofitti  di numerose  grandi aziende sono  esplosi. Mentre scrivo questo intervento leggo che a fine anno i manager di numerose aziende, specie energetiche, hanno avuto i loro stipendi aumentati anche più del 100%. Praticamente in coincidenza con lo smantellamento  del Reddito di cittadinanza. Ne dalla destra “sociale” né dalla sinistra “proletaria” mi risultano grandi dichiarazioni di guerra contro i Robin Hood al contrario. Neppure conosco contestazioni articolate  alla falsa narrazione che attribuisce i costi del gas alla guerra. Invece che spiegare che sei mesi prima della guerra veniva promosso un evidente accordo fra le multinazionali, seguito poi a cascata da altri, per recuperare i dividendi mancati per i due anni di minori consumi a causa del Covid e dei lockdown. Una speculazione  che in Europa ha fruttato molte decine di miliardi in un anno a un manipolo di aziende, e che  poi si è prolungata prendendo al volo le conseguenze della guerra in Ucraina. Oggi di gas in giro e in vendita ce n’è in abbondanza, tant’è che per fare dividendi l’ ENI ne ha pure rivenduto una parte in Europa, e non c’è alcuna motivazione se non la rapina che giustifichi gli aumenti. Aspettiamo ancora azioni serie atte a recuperare i recenti extraprofitti dell’ultimo anno, fra gli altri di ENI, che in Italia sarebbero almeno 10-15 mld. Invece si è sostenuta la scemenza del tetto massimo del gas ( a 185 euro a megawattora, mentre oggi è già sceso a 40-50 ! ) o l’altra dei 18 centesimi per mantenere o togliere le accise sulla benzina che in entrambi i casi tanto paghiamo noi per strade diverse. Sul salario minimo oggi in molti si dichiarano a favore nei talkshow e nelle interviste ma non in Parlamento, dove il testo 5stelle continua a restare nei cassetti delle Commissioni.    

5) La tentazione della spallata finale per impedire qualunque possibilità di alternativa riformatrice e di riequilibrio delle profonde disuguaglianze sociali e della necessità di una conversione ecologica e solidale della società, prende forma attraverso il progetto del Presidenzialismo, di fatto lo svuotamento dell’assetto democratico basato sulla nostra Costituzione. Come è noto la repubblica presidenziale, con diverse possibili varianti,  è una forma di governo in cui il potere esecutivo si concentra nella figura del Presidente che è sia il capo dello Stato sia il capo del Governo. La nostra repubblica parlamentare stabilisce invece una separazione di poteri dove il Governo detiene, tranne eccezioni specifiche e provvisorie, il potere esecutivo mentre il Parlamento, eletto dai cittadini, esercita il potere legislativo e insieme ad altri, rappresentanti delle Regioni, sceglie ogni sette anni il Presidente della Repubblica garante del rispetto delle norme Costituzionali.

I paesi che hanno una Repubblica presidenziale, in alcuni  casi con l’elezione diretta del Presidente e senza un  Primo Ministro come capo del Governo sono una quarantina. Fra questi ci sono gli Stati Uniti, molti paesi sudamericani ( come Argentina, Cile, Brasile, Messico, Venezuela, Uruguay ) altri in Asia (come  Indonesia e Filippine ), vari paesi africani ( come Sud Africa, Kenya, Nigeria), la Turchia. Altri, una ventina,  hanno anche un Primo Ministro ( che però non è capo del Governo) come Russia, Bielorussia, Corea del Sud, Repubblica del Congo, Sudan. La Francia è formalmente una Repubblica semipresidenziale dove di fatto Macron esercita un ruolo egemone pur essendo stato votato da una significativa minoranza.

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Presidenzialismo, bipolarismo, astensionismo e sistemi elettorali maggioritari di tipo diverso, sono l’insidiosa filiera che può presentarsi per la prima  volta in questo secolo anche nel nostro paese. Al momento il testo presentato da Fratelli d’Italia in Commissione si è arenato per l’assenza di alcuni esponenti di Lega e Forza Italia, malgrado ipotesi di sostegno da Renzi, senza il quale non ci sono i numeri sufficienti per procedere su un percorso che si presenta comunque lungo e complesso. Si dovrebbero modificare una decina di articoli importanti della Costituzione. Il rischio è, come insegnano i tanti casi sotto i nostri occhi anche in Occidente,  di avviarsi su una strada che dalla democrazia porta all’autoritarismo e dalla quale diventa molto difficile tornare indietro. Tutte le emergenze da affrontare attraverso la costruzione di una alternativa radicalmente riformatrice verrebbero congelate piombando per anni nel più totale immobilismo. La scena, come il campo in una partita di calcio, verrebbe occupato da minoranze di tifosi della curva nord e della curva sud rendendo la convivenza sociale impossibile, sepolta dai blablablà e dalle urla dei tifosi di questo o di quell’altro leader assoluto del momento. I movimenti esistenti o quelli possibili che vogliono e devono coalizzarsi ponendosi ben al centro dei problemi irrisolti della società reale dovrebbero uscire da questo tipo di campo di gioco e proporre  in modo puntuale il progetto, gli obiettivi ed il percorso necessari per il cambiamento.

 10 marzo 2023

8 marzo 2023

Donne decisive anche contro Bolsonaro. Oggi la riconoscenza di Lula in 25 misure

8 marzo da ricordare in Brasile. Grande cerimonia al Planalto per annunciare il pacchetto. Lotta alla violenza domestica, protezione, lavoro e parità salariale, dignità mestruale. Più una giornata per Marielle Franco. Un 8 marzo da ricordare in Brasile. E mentre tiene banco lo scandalo dei gioielli della signora Bolsonaro, le donne del Movimento dei Senza Terra danno vita a un mese di mobilitazioni

di Claudia Fanti *

Tornato alla presidenza soprattutto grazie al voto delle donne, Lula vuole che sia davvero un 8 marzo da ricordare.

Ed è per questo che oggi il presidente annuncerà, in una grande cerimonia al Palazzo del Planalto, più di 25 misure a favore della popolazione femminile, sotto la responsabilità della ministra della Donna Cida Gonçalves. La stessa alla quale, nel giorno del suo insediamento alla guida del nuovo ministero, Lula aveva affidato una missione per lui prioritaria: «Dovrai occuparti di ciò che mi è più caro: le donne che hanno creduto in me anche quando nessuno lo faceva».

Tra le azioni previste, la creazione di una giornata nazionale dedicata a Marielle Franco, la leader femminista e consigliera comunale di Rio de Janeiro uccisa da miliziani nel marzo del 2018 e la costruzione in tutto il paese di Case della donna brasiliana, centri di servizi specializzati per l’assistenza alle vittime di violenza domestica, nell’ambito del programma «Mulher, viver sem violência». E, ancora, una linea di credito a tasso agevolato per contadine e imprenditrici, il lancio del Programma Dignità mestruale, il finanziamento di progetti per la creazione di lavoro, reddito e partecipazione sociale per le donne in situazione di vulnerabilità.

ATTESISSIMA è anche la presentazione del già annunciato progetto di legge che stabilirà il principio della parità di retribuzione tra uomini e donne che svolgono lo stesso lavoro: un miraggio durante la presidenza di Bolsonaro, per il quale era impensabile dare alla donna lo stesso salario di un uomo.

E se le sue dichiarazioni misogine, come quella sulla sua unica figlia femmina concepita «in un momento di debolezza», sembrano ora solo un ricordo, l’ex presidente, che farà ritorno in Brasile il 15 marzo, non si sente in realtà affatto fuori dai giochi. Dalla Conservative Political Action Conference, la convention dei conservatori a Washington in cui è stato accolto come una star, l’ex presidente ha inviato un segnale forte, toccando tutti i temi cari alla destra americana, compreso quello della difesa della famiglia dall’«ideologia gender», nell’auspicio che le figlie crescano come le loro madri e i figli come i loro padri.

E mentre nelle reti sociali il bolsonarismo è più presente che mai – molto più della sinistra – lui ha ringraziato Dio per la «missione di essere stato presidente del Brasile per un mandato», ma aggiungendo di sentire «nel profondo che questa missione non è ancora finita».

AL SUO RIENTRO NEL PAESE, tuttavia, l’ex presidente dovrà rispondere di un nuovo scandalo: quello dei gioielli regalati a lui e a sua moglie Michelle dal governo saudita alla fine del 2021, per un valore di 3,2 milioni di euro, che Bolsonaro avrebbe tentato di introdurre illegalmente affidandoli a impiegati del ministero delle Miniere e dell’Energia e che sarebbero stati in parte sequestrati dai funzionari della dogana all’aeroporto internazionale di Guarulhos. Un regalo tanto più sospetto in quanto, all’epoca, la Petrobras aveva appena venduto una raffineria per 1,8 miliardi di dollari – ben al di sotto del prezzo di mercato – a un gruppo saudita.

E mentre lo scandalo dei gioielli della signora Bolsonaro tiene banco sulla scena politica, le donne del Movimento dei Senza Terra, che di ben altro che di diamanti devono preoccuparsi, si apprestano a dar vita non solo a un 8 marzo di lotta, ma a un intero mese di mobilitazione in oltre venti Stati. Il calendario di iniziative è partito il primo marzo, con l’occupazione di una fazenda abbandonata a Itaberaba, in Bahia, già teatro in passato di otto sgomberi di famiglie contadine, ed è proseguito domenica con altre due occupazioni di terra improduttiva nello stesso Stato, nei municipi di Rafael Jambeiro e di Jeremoabo.

UNA LOTTA, QUELLA DELLE DONNE del Movimento dei Senza Terra, condotta sulla base di due rivendicazioni, come spiega la leader nazionale del settore di genere del Mst Lucineia Freitas: quella per il diritto alla terra contro l’agribusiness, puntando alla riforma agraria e all’agroecologia come risposte alla violenza e alla fame, e quella per politiche pubbliche in appoggio alle donne e alle minoranze sessuali, con l’obiettivo di «costruire relazioni libere da violenza».

* da il manifesto 8 marzo 2023

 

5 marzo 2023

In Africa Macron esce sconfitto dal braccio di ferro con Putin: i suoi soldati vengono cacciati e sostituiti dal gruppo Wagner

di Tino Oldani *

La settimana prossima Emmanuel Macron si recherà in Africa nel tentativo di fermare l'espulsione dei soldati francesi dalle ex colonie, e con essa la sua crescente perdita di influenza. Tappe del viaggio, quattro paesi: Angola, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica del Congo e Gabon. Un tour che viene considerato una risposta al recente viaggio in Africa di Sergej Lavrov, ministro degli esteri russo, che in gennaio è stato in Mali, Mauritania e Sudan, paesi dove Vladimir Putin ha ingaggiato un vero e proprio braccio di ferro con Macron, per sostituire l'influenza politica e militare russa a quella francese. Un duello geostrategico iniziato circa un anno fa, quasi in contemporanea con l'invasione dell'Ucraina, che in pochi mesi ha provocato una serie di sconfitte di Macron in Africa.

La più recente risale a domenica scorsa, quando in Burkina Faso, nel campo militare di Bila Zagré, i soldati francesi hanno ammainato per l'ultima volta la bandiera francese. Il governo militare di Ouagadougou, in gennaio, aveva dato loro un mese di tempo per lasciare il paese. Una cacciata vera e propria, che ha posto fine a una presenza francese nell'ex colonia che durava da 13 anni, ovvero da quando nel 2010 Parigi aveva inviato 400 soldati in appoggio all'esercito locale per combattere i terroristici islamici. Risultato: nonostante i militari francesi, i terroristi sono aumentati di numero e, dopo due colpi di Stato nel 2022, il governo locale, per contrastarli, ha accettato l'aiuto del gruppo Wagner, i mercenari russi organizzati da Evgenij Prigozin, amico fidato dello zar del Cremlino, noto con il soprannome di «cuoco di Putin». E benché il governo di Ouagadougou smentisca l'alleanza con il gruppo Wagner, ora nelle vie della capitale è possibile vedere sia i mercenari russi che le bandiere della Federazione russa.

Quella in Burkina Faso è la terza cacciata dei francesi dall'Africa, dopo le precedenti subite nel 2022 in Mali e Repubblica Centroafricana, pure queste ex colonie francesi che avevano chiesto aiuto a Parigi contro il terrorismo islamico, ma poi si sono rivolte al gruppo Wagner.

Un rovesciamento di linea talmente rapido da indurre gli analisti a prevedere un effetto domino su altre ex colonie francesi, quali il Ciad e il Niger. Quest'ultimo paese, uno dei più poveri, è il quinto al mondo per giacimenti di uranio, grazie ai quali la Francia ha finora alimentato le proprie centrali nucleari e considera strategica la presenza militare in Niger. Ma, stando alle cronache, l'Unione sindacale del Niger, che rappresenta diversi sindacati di lavoratori, ha chiesto al governo di cacciare “in breve tempo tutte le basi militari straniere” a seguito di un attentato che ha colpito un convoglio dell'esercito nigerino, uccidendo 50 soldati.

Il riferimento a più basi militari straniere si spiega con il fatto che in Niger sono presenti, insieme ai francesi, anche alcuni contingenti europei, tra cui uno dell'Italia, per garantire la stabilità e la sicurezza, essenziali per le imprese che estraggono l'uranio e contrastare il commercio dei migranti. Il contingente più numeroso in Niger è quello francese, circa mille soldati, di poco superiore al contingente di 900 unità che Parigi ha dislocato in Costa d'Avorio, uno dei paesi africani più ricchi di materie prime e di risorse naturali, dove le maggiori multinazionali francesi hanno enormi interessi e sono perciò maggiormente tutelate sul piano politico e militare. Guarda caso, alla vigilia del viaggio di Macron in altri paesi africani, il ministro francese della Difesa, Sébastien Lecornu, si è recato in Costa d'Avorio per la seconda volta in meno di un anno proprio per discutere della presenza militare francese.

In totale, la Francia ha tuttora 6mila militari dislocati nei paesi africani. Mentre in quelli più ricchi la presenza militare tiene, in quelli più poveri e resi instabili dal terrorismo e dalle lotte tribali, specie nel Sahel, l'influenza francese sta cedendo il passo al gruppo Wagner, cioè a Putin. In questa partita geostrategica, di fatto, lo zar del Cremlino sta operando in parallelo con la Cina di Xi Jinping, che però gioca le sue carte non con le armi, ma con la cooperazione economica, basata su investimenti e prestiti ingenti, con i quali si è già garantita il controllo di decine di paesi senza sparare un colpo. Putin, invece, fa il lavoro sporco con i mercenari Wagner, ai quali sta affiancando un'intensa propaganda mediatica anti-francese, che grazie al web viene molto seguita dai giovani africani.

Due media sostenuti ufficialmente dal Cremlino, come Russia Today e Sputnik, banditi dall'Europa dopo l'invasione dell'Ucraina, hanno concentrato la loro azione in Africa, con forti campagne contro la Francia, basate su fake news, e hanno trovato ascolto proprio nei tre paesi (Mali, Repubblica Centroafricana e Burkina Faso) che hanno appena cacciato i militari di Macron. In parallelo, i media francesi che avevano tentato di opporsi alla campagna denigratoria russa, sono stati messi a tacere: Radio International France è stata vietata in Mali e Burkina Faso, mentre France 24 è stata sospesa in Mali.

«Il gruppo Wagner è presente solo in due-tre paesi africani, ma il sentimento anti-francese alimentato dalla propaganda di Putin è dovunque», ha detto a Politico un funzionario del governo francese. Il rischio è un effetto domino, che sarebbe devastante per l'influenza e gli interessi francesi. Macron continua a dire che non bisogna umiliare Putin in Ucraina, ma in Africa è lo zar che lo sta facendo a pezzi. Un filmato di propaganda russo mostra i soldati del Mali e del Burkina Faso che combattono contro gli zombie francesi insieme ai mercenari Wagner, ai quali anche la Costa d'Avorio, alla fine, chiede aiuto. «Macron sta perdendo tempo con Putin», ha detto Volodymyr Zelensky. In Africa, intanto, ha perso molto di più.

* da italiaoggi.it - 24 febbraio 2023

leggi anche:

Federazione Mali-Burkina Faso: Una cartina tornasole del nuovo corso politico seguito da Bamako e Ouagadougou (da www.reportdifesa.it – 6 febbraio 2023)

4 marzo 2023

Sciopero per il clima, in piazza la rabbia dei Fridays for future

 Clima - 3marzo: Da Torino a Napoli le proteste dei giovani in oltre 50 città: basta emissioni e grandi opere. Gli slogan: «Il tempo è scaduto, è ora di agire»; «Contro la guerra e il capitale c’è un pianeta da salvare». E a Firenze gridano: «Meno fascisti più ambientalisti»


di Mauro Ravarino *

Una mobilitazione collettiva per la giustizia climatica e per tante lotte specifiche sui territori, siano quelle sull’emergenza idrica o quelle contro i nuovi rigassificatori. In questa sollevazione, che è una corsa contro il tempo, i temi si intrecciano e si saldano, richiamando una prospettiva intersezionale. «Contro guerra e capitale c’è un pianeta da salvare», recita uno dei tanti cartelli nelle piazze italiane che hanno partecipato all’undicesimo Sciopero globale per il clima, il Global climate strike, svoltosi in tutto il mondo.

Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, Firenze, Bari, Genova, Verona e tante altre realtà (più di 50 città), ieri, hanno formato una marea verde di gioia e di rabbia. «La nostra rabbia è energia rinnovabile», riporta, infatti, lo striscione dei Fridays For Future. Nel mirino le grandi compagnie del fossile, Eni compresa. «Hanno innalzato alle stelle i loro ricavi a causa della guerra e del rincaro dei prezzi». Profitti che invece dovrebbero essere investiti «nei servizi delle città, nelle Cers (Comunità energetiche rinnovabili e solidali) e nei trasporti rinnovabili, sostenibili e capillari». La stessa radicalità che si legge in un post social di Greta Thunberg, da cui tutto partì: «Dal voto alla disobbedienza civile, chiediamo a tutti quanti di organizzarsi e di agire contro il capitalismo fossile, con gli strumenti adatti a ciascuno. Per la giustizia climatica abbiamo bisogno di spezzare oggi l’influenza delle società dei combustibili fossili, delle banche e delle assicurazioni, o domani sarà troppo tardi».

Nei cortei, tantissimi giovani e giovanissimi e, oltre ai Fridays, molti collettivi studenteschi, le femministe di Non una di meno, i lavoratori della fabbrica Gkn, pezzi di sinistra, gli attivisti di Extinction Rebellion e di Legambiente e molti altri. Sollecitano governi e istituzioni a ripensare lo «status quo» e a fare quel passo da troppo tempo disatteso: «È arrivata l’ora di agire».

A Torino, il serpentone è stato aperto dallo striscione dei Fridays «Crisi dopo crisi, un altro mondo è possibile», un riferimento implicito a quel movimento – i no global – che già più 20 anni fa aveva lanciato l’allarme sui rischi che la Terra stava correndo. I manifestanti hanno lasciato pesci morti davanti al Palazzo della Regione in piazza Castello, a dimostrazione di quel che resterà dei nostri fiumi, come protesta «contro l’inerzia delle istituzioni nell’affrontare la crisi idrica», che vede nel Piemonte la regione maggiormente colpita. Alcune attiviste di Extiction Rebellion hanno colorato di rosso l’acqua della fontana di Piazza Solferino con polvere di barbabietola «a denunciare le responsabilità politiche dello stato di grave siccità in cui ci troviamo». Greenpeace ha inscenato un funerale simbolico di To-Bike, il servizio pubblico di bike sharing chiuso lo scorso 12 febbraio dopo 13 anni. In via Pietro Micca, è stato esposto uno striscione contro il 41 bis in solidarietà ad Alfredo Cospito

Nella Milano «tempio del greenwashing» gli studenti, che hanno inaugurato il corteo con la scritta «Tomorrow is too late», hanno simbolicamente assaltato Palazzo Pirelli, sede del Consiglio regionale, esibendo, poi, lo striscione «Il trasporto pubblico è ad un binario morto», mentre le forze dell’ordine in tenuta antisommossa si schieravano davanti alla cancellata. A Bologna, tanti cartelli contro il progetto autostradale del Passante e contro il rigassificatore previsto al largo di Ravenna: «La giustizia climatica non è compatibile con le grandi opere». Molti giovani a Firenze, ma anche – e non è una novità – gli operai della Gkn. Tra i cartelli, sicuramente d’attualità dopo i fatti fuori dal liceo Michelangiolo: «Meno fascisti, più ambientalisti».

A Roma, il corteo è stato aperto da una riproduzione del cane a sei zampe dell’Eni su blocchetti di banconote di grosso taglio. Gli attivisti hanno reclamato misure urgenti per contrastare siccità e desertificazione e hanno chiesto di tassare gli extra-profitti delle multinazionali che si arricchiscono con il conflitto in Ucraina: «Devono essere investiti nelle rinnovabili». In piazza anche parlamentari dell’Alleanza Verdi-Sinistra (per Angelo Bonelli «l’inazione climatica del governo Meloni è irresponsabile»).

Migliaia di studenti e attivisti in strada anche a Napoli. Dopo un corteo, l’occupazione simbolica dell’Università Federico II, dove i manifestanti hanno riaperto l’ex caffetteria della sede centrale dell’ateneo: «Nasce oggi il laboratorio ecologista autogestito ClimaX, un nuovo spazio dove rimettere al centro noi stessi e la battaglia contro la crisi climatica». E hanno aggiunto: «Dopo l’ennesimo suicidio legato alla pressione figlia del mondo accademico, pretendiamo spazi di cura per noi stessi, per la nostra generazione vessata da un sistema che ci impone competitività e performatività».

nella foto: Fridays for Future a Milano

* da il manifesto - 4 marzo 2023

2 marzo 2023

Nel 2022 l’Italia supera i 25 GW di potenza fotovoltaica installata

 Lo scorso anno la potenza connessa è cresciuta di oltre il 160% rispetto al 2021.

Al termine del 2022 la potenza fotovoltaica connessa cumulata in Italia risultava pari a 25,05 GW, per un totale di oltre 1.220.000 impianti dei quali l’87% sono di taglia inferiore ai 12 kW, tipica degli impianti di tipo residenziale. La potenza connessa nell’arco del 2022 ammonta a 2,48 GW, un aumento del 164% rispetto al 2021, è quanto emerge dalle elaborazioni di ITALIA SOLARE dei dati Gaudì di Terna.



 

 

 

 

 

 

 

 

 

“La crescita rispetto al 2021 è evidente, ma siamo ancora molto al di sotto degli obiettivi al 2030. I dati dimostrano che l’installato reale è molto inferiore a quello sbandierato dallo scorso governo. I provvedimenti in essere non sono sufficienti e pertanto servono urgenti interventi che consentano vere semplificazioni, specie per gli impianti di grande taglia, aiuti finanziari alle imprese per un più agevole accesso al credito bancario, i decreti attuativi per le CER, per le aree idonee e le nuove regole del mercato, che dovranno anche agevolare la diffusione dei sistemi di accumulo per una più efficace penetrazione delle rinnovabili. Queste sono le condizioni per poter raggiungere nel 2023 un obiettivo minimo di almeno 6 GW di nuovo installato, che non sarà ancora quel che serve ma significherà un passo in avanti comunque importante.” – commenta Paolo Rocco Viscontini, Presidente di ITALIA SOLARE.

 Potenza istallata settore per settore nel 2022

Il residenziale, caratterizzato soprattutto dagli impianti di potenza inferiore ai 12 kW, ha coperto ben il 44% della potenza totale connessa nel 2022, per un valore pari a 1,1 GW, risultato evidente del Superbonus.

Il settore Commerciale e Industriale (20 kW ≤ P < 1 MW) pesa per il 28% sul totale con 678 MW, mentre agli impianti utility scale (P≥ 1 MW) è attribuibile una potenza connessa pari a 571 MW (23%), con un +467% rispetto al 2021. Tale incremento è avvenuto in buona parte grazie alla connessione di 6 impianti con taglia superiore ai 10 MW, dei quali uno in Basilicata, uno nel Lazio, uno in Piemonte, uno in Sardegna e due in Sicilia. Nel 2021 non era stato connesso neanche un impianto di potenza maggiore di 10 MW, bisogna andare indietro fino a settembre 2020 per trovare un impianto di grande taglia collegato alla rete.

Installato per regione

950 MW dei 2,48 GW di potenza fotovoltaica connessa durante lo scorso anno sono da attribuire a tre regioni: Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia. Quest’ultima con 438 MW connessi ha raggiunto i 3,15 GW di potenza cumulata e ha superato la Puglia, diventando la regione più solarizzata di Italia e si aggiudica la prima posizione della classifica regionale con 3.149 MW installati a livello cumulativo, seguita da Puglia (3.063 MW) ed Emilia-Romagna (2.512 MW). Se poi si guarda la differenza tra 2022 e 2021, abbiamo un incremento medio regionale del 238% rispetto all’anno precedente.

Andamento trimestrale

Infine, osservando i dati trimestrali del 2022, si nota che la potenza connessa nel quarto trimestre è decisamente superiore rispetto agli altri tre trimestri, dovuta alla usuale corsa di fine anno.

Nei primi tre trimestri la potenza relativa agli impianti di taglia < 12 kW è risultata essere il 39% del totale, ammontando a 640 MW; mentre nel solo quarto trimestre la potenza connessa relativa a tali impianti ha rappresentato il 55% del totale, sfiorando i 463 MW.  ( DOWNLOAD  )

Comunicato Stampa di Italia Solare.it  ( Vedi tutti i comunicati ) -3 Febbraio 2023


25 febbraio 2023

Nigeria, milioni di giovani votano Peter Obi

 Oggi le presidenziali. Il più popoloso paese africano è anche quello con l’età media più bassa. Un fattore forse decisivo per il candidato del Labour party che sfida i veterani dei due principali partiti, Tinubu e Abubakar. Istruzione, diritti digitali e lotta alla corruzione al centro della sua campagna

 di Laura Burocco *

In Nigeria si vota oggi per le elezioni presidenziali e legislative, mentre il prossimo 11 marzo si rinnoveranno i governatori dei 36 stati (più la capitale federale Abuja) che compongono la Repubblica federale nigeriana. Le elezioni coinvolgeranno circa 95 milioni di elettori registrati in 176.846 sezioni elettorali.

DURANTE LA CAMPAGNA i candidati che aspirano alla presidenza dopo i due mandati di Muhammadu Buhari, si sono mostrati nei loro abiti tradizionali sui poster colorati che adornano le strade del paese e hanno illustrato i loro piani su varie piattaforme. Mentre da una parte i media tradizionali hanno fatto molto per informare sui programmi, oltre a funzionare da garanti, i social media hanno consentito di raggiungere più persone, soprattutto nelle aree remote che di solito restano ai margini. Questo ha aperto nuove opportunità alle fasce povere della popolazione per essere più consapevoli. Ci sono stati dibattiti, riunioni comunali, comizi che hanno permesso ai cittadini di interagire maggiormente con i candidati.

Malgrado finora la gran parte della campagna si sia concentrata più su discorsi di odio e discorsi politicamente irrilevanti, una delle novità di questa tornata elettorale sono le persone in fila per ottenere le schede elettorali, e quelle impegnate nelle campagne in strada e online. Ma ci sono state anche manifestazioni e marce ed è visibile un maggiore interesse da parte dei cittadini, soprattutto i giovani.

UNO DEI TEMI INFATTI È L’ETÀ dei candidati dei due maggiori partiti in corsa per la presidenza: Bola Ahmed Tinubu, (anni 70, anche se si crede ne abbia 86), dell’All Progressives Congress (Apc) e Atiku Abubakar (anni 75) del Peoples Democratic Party (Pdp). Kólá Túbòsún, linguista e scrittore nigeriano, liquida così la faccenda: «Entrambe le scelte non prevedonbo la possibilità che il prossimo presidente del paese più popoloso dell’Africa potesse appartenere a una generazione emergente, piuttosto che morente». La Nigeria non è solo il paese più popoloso dell’Africa ma anche uno con l’età media più bassa al mondo: i giovani rappresentano il 28% della popolazione, 52,2 milioni di persone di età compresa tra 18 e 35 anni. Nel 2022, l’età media in Nigeria era di 18 anni.

E anche per questo il terzo “nuovo” candidato, Peter Obi del Labour Party (anni 60), sta generando entusiasmo tra i giovani disincantati dagli ultimi decenni di governo dei due principali partiti. Secondo la coordinatrice della sua campagna, Aishat Yesufu, il candidato Obi ha quella che si dice mancare agli altri due candidati: empatia con i problemi delle persone comuni. La campagna di Obi si è concentrata sui giovani, sulla corruzione e su come i vecchi governanti abbiano rubato il futuro alle nuove generazioni. Lo slogan che ne deriva è «una nuova Nigeria è possibile attraverso i giovani».

COSÌ È NATO IL MOVIMENTO “Obidient” in appoggio al nuovo candidato. «Alla gente piace il suo atteggiamento frugale e il suo messaggio sulla riduzione dei costi di governance», dice Idayat Hassan, direttore del think thank del Centre for Democracy and Development.

Molti analisti ritengono che il movimento “Obidient” sia un seguito del movimento nazionale #EndSars del 2020, quando migliaia di giovani sono scesi in piazza chiedendo la fine dell’unità di polizia della Sars, nota per gli arresti indiscriminati seguiti da estorsioni, torture o uccisioni, di persone innocenti. Le proteste hanno raggiunto l’apice dopo il massacro di Lekki Tollgate, quando almeno 46 manifestanti disarmati sono stati uccisi dalle forze di sicurezza. Proprio come #EndSars, il movimento “Obidient” è decentralizzato, finanziato dalla comunità, non ha un leader chiaro e vede una forte partecipazione femminile, in risposta al desiderio dei giovani che le donne siano rappresentate meglio nella governance.

UN ALTRO ELEMENTO importante è stato il blocco di Twitter da parte delle autorità nel giugno del 2021; blocco poi dichiarato illegale e in violazione della libertà di espressione dalla Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale (Ecowas) nel luglio 2022. L’intenzione era proprio quella di controllare e reprimere il dibattito politico fra i giovani, che si erano dimostrati troppo abili con i loro dispositivi nell’utilizzo dei social media. Ed è per questo che i giovani nigeriani vogliono che il governo garantisca il rispetto dei diritti digitali, la libertà di Internet e il diritto di ognuno mantenere la sovranità sui propri dati digitali.

Altro tema centrale è il deterioramento sistematico del sistema universitario. Nel 2022 le università del Paese hanno perso quasi un anno a causa di una disputa tra il governo federale e i vari sindacati su questioni relative a finanziamenti, governance e welfare dei lavoratori.

SE ALLA FINE DEL 2022 il governo federale ha ottenuto un’ingiunzione del tribunale che ha obbligato i docenti a tornare al lavoro, le richieste alla base degli scioperi sono state appena sfiorate. E mentre due università nigeriane (Ibadan e Lagos) compaiono tra i nove migliori atenei del continente africano, secondo l’Unicef in Nigeria ci sono 10,5 milioni di bambini che non vanno a scuola. Ma nel paese sono più sentiti i problemi legati alla violenza diffusa, l’emergenza jihadista che affligge in particolare le popolazioni degli stati settentrionali, la disoccupazione al 33%, la corruzione.

LA NIGERIA è uno dei paesi più ricchi del continente, ma anche uno dei più corrotti, al 150mo posto su 180 paesi nell’indice di percezione della corruzione.

A questo proposito Obi raccoglie le speranze di molti, ha fama di aver smantellato la politica clientelare nello stato di Anambra, dove è stato governatore per due mandati fino al 2014 e i suoi soistenitori sono convinti che «farà lo stesso quando vincerà!». Incorpora i valori di equità, uguaglianza e giustizia – dice la campagna – essendo tra i pochi politici a poter affermare di non avere beneficiato personalmente della propria posizione di potere.

Il Partito laburista, creato nel 2002, non ha avuto grossi riscontri elettorali fino a quando Obi, in corsa come vice di Abubakar nel 2019, ha deciso di lasciare il Pdp in maggio per entrare nelle sue file. L’assenza di una consolidata struttura partitica, come quella di cui godono i due avversari, è mitigata dal grandissimo sostegno nelle zone urbane e sui social media, dall’età, ma anche dalla sua etnia, un fattore costante nella politica nigeriana. Abubakar è Fulani del nord, Tinubu è Yoruba del sud-ovest e Obi è Igbo da sud-est. Gli Igbo non detengono la presidenza dal 1966.

PER QUANTO SI CERCHI DI SMINUIRE l’importanza dell’etnia nella politica nazionale, l’appartenenza etnica persiste ostinatamente e i tre principali candidati ora rispecchiano le tre maggiori “nazionalità etniche” del paese. La Nigeria più divisa e polarizzata di quanto non sia mai stata, mostra le sue divisioni nella controversia sui candidati alla presidenza e sulla fede religiosa, nelle agitazioni separatiste del neo-Biafra nel sud-est e nella retorica etnocentrica, tossica e bigotta diffusa nei media mainstream e nei social media.

Mentre il potere normalmente si alterna tra nord e sud e tra musulmani e cristiani, stavolta il Pdp ha scelto Atiku, un musulmano del nord, e l’Apc punta su Tinubu, un musulmano del sud, dando la percezione di vedere emarginati i cristiani.

«Obi – aggiunge Idayat Hassan – non è solo il candidato dei giovani, potrebbe eventualmente essere un candidato della comunità cristiana». E a questo proposito il pastore Anthony Abakporo, uno dei predicatori più seguiti nel paese, dichiara: «Siamo stanchi. Da quando siamo nati, non abbiamo mai visto niente funzionare. Quindi, riteniamo che sia sempre stato il loro turno, ma ora è il turno della Nigeria. Non è Igbo, non è Yoruba, non è Hausa… è oltre la tribù».

ANCHE WOLE SOYINKA, drammaturgo, poeta e saggista nigeriano, Nobel per la letteratura nel 1986, ha invitato i politici nigeriani a cogliere l’opportunità di non inasprire il dibattito vista la situazione in cui la società nigeriana si dibatte. Le cause del conflitti in Nigeria sono molteplici e includono la competizione per le risorse naturali, il cambiamento climatico, le crisi di identità, l’attività dei diversi gruppi armati attivi in molte parti del paese. Conflitti guidati dalla povertà, dalla proliferazione di armi, dai confini porosi e dagli spazi non governati dal potere centrale.

*  da il manifesto 25 febbraio 2023

24 febbraio 2023

Il piano della Cina per la pace tra Russia e Ucraina: nei 12 punti il Cessate il Fuoco e il no alle sanzioni

di Redazione *

Le proposte di Pechino a Mosca e Kiev. E i droni kamikaze che le aziende cinesi vogliono vendere a Putin

Cessate il fuoco, no all’uso di armi nucleari e agli attacchi alle centrali atomiche. Questi sono i punti principali del piano della Cina per la pace tra Russia e Ucraina. Il documento presentato da Pechino si chiama “Posizione della Cina sulla soluzione politica della crisi ucraina”. E si profila più come un modo per raggiungere la de-escalation che un piano di pace o di mediazione. Pechino pubblica il testo nell’anniversario dell’«Operazione speciale» di Vladimir Putin. E lo fa in attesa dell’incontro tra Xi Jingping e lo Zar. Che nelle intenzioni di Pechino dovrebbe costituire un passo avanti nei negoziati di pace tra le due nazioni. La Cina rivendica la sua posizione di neutralità nel conflitto. E punta il dito sull’Occidente, colpevole di aumentare il livello del conflitto fornendo armi a Kiev.

Il testo include 12 punti e la prima dichiarazione d’intenti sulla sicurezza dei civili, sul rispetto del diritto internazionale umanitario e sulla contrarietà agli attacchi contro le centrali nucleari. Diffuso dal ministero degli Esteri, prevede il rigetto dell’uso e anche solo della minaccia di usare armi atomiche, la fine delle ostilità, la ripresa dei colloqui di pace e l’eliminazione delle sanzioni.

Al primo punto c’è il rispetto di sovranità, indipendenza e integrità territoriale di tutti i paesi secondo le leggi internazionali riconosciute, compresi scopi e principi della Carta delle Nazioni Unite.

Al secondo l’abbandono della «mentalità da Guerra Fredda». Secondo Pechino la sicurezza di un paese non può andare a scapito di quella di altri. E «la sicurezza regionale non può essere garantita rafforzando o addirittura espandendo i blocchi militari». Pertanto, serve un concetto di sicurezza comune, globale, cooperativo e sostenibile per la stabilità a lungo termine del mondo.

Il terzo punto afferma il cessate il fuoco e lo stop ai combattimenti. Per Pechino è necessario stimolare Mosca e Kiev affinché si incontrino. E riprendano il dialogo per arrivare a un cessate il fuoco globale.

Al quarto punto ci sono i colloqui e i negoziati: sono «l’unica via d’uscita praticabile».

Al quinto si affaccia la protezione dei civili e la creazione di corridoi umanitari per l’evacuazione dalle zone di guerra.

Mentre, al sesto punto, c’è l’invito a «rispettare rigorosamente il diritto umanitario internazionale». Evitando di attaccare civili e strutture e favorendo lo scambio dei prigionieri.

La Cina vuole un impegno per la sicurezza delle centrali nucleari e lo scrive nel settimo punto. No agli attacchi armati e sì al ruolo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica.

All’ottavo c’è il rigetto delle armi nucleari. Sia sull’uso sia sulla semplice minaccia. «Ci opponiamo allo sviluppo e all’uso di armi biologiche e chimiche da parte di qualsiasi Paese e in qualsiasi circostanza».

Le garanzie per l’export di cereali sono al nono punto: «Tutte le parti dovrebbero attuare l’accordo firmato da Russia, Turchia, Ucraina e Onu in modo equilibrato, completo ed efficace». Infine la Cina chiede uno stop alle sanzioni unilaterali e alle pressioni che «non solo non risolveranno i problemi, ma ne creeranno di nuovi».

Mentre all’undicesimo punto trova spazio l’appello per “la stabilità delle filiere industriali e di approvvigionamento” a tutela dell’economia globale.

Infine, l’invito a promuovere la ricostruzione postbellica.

Intanto secondo il media tedesco Der Spiegel proprio la Cina starebbe negoziando con la Russia l’acquisto di 100 droni kamikaze. Che potrebbero essere consegnati già ad aprile. L’esercito russo, scrive il giornale tedesco, è impegnato in negoziati con il produttore cinese di droni Xian Bingo Intelligent Aviation Technology.

* da Open – 24 febbraio 2023