21 marzo 2022

Fonti rinnovabili, l’Italia ha perso otto anni per ridurre la dipendenza dal gas. La speculazione dopo il Conto energia di Berlusconi e il flop delle aste

 Il consulente energetico Sorokin: "In Italia nel 2011 c'è stato un balzo annuale unico al mondo, poi si è fermato tutto. Colpa della mancata pianificazione e di una norma che prevedeva incentivi costanti nel tempo invece che indicizzati alla riduzione dei costi, come in Germania". Oggi fotovoltaico ed eolico onshore sono più convenienti delle fonti fossili, ma "gli impianti non incentivati scontano l'incertezza dei ricavi", cosa che rende difficile ottenere finanziamenti, spiega Andrea Di Lieto dell'Energy & Strategy group del Politecnico di Milano. E ai nuovi bandi gli impianti eolici possono concorrere solo se già autorizzati

di Chiara Brusini  *

L’alternativa all’attuale forte dipendenza dal gas (russo e non) era a portata di mano. L’Italia ha avuto l’occasione di coglierla, ma tra assenza di pianificazione, leggi mal scritte e soldi mal spesi l’ha persa. Esattamente dieci anni fa la Penisola aveva conquistato un record mondiale: nel 2011, l’anno orribile della crisi del debito e dello spread oltre i 500 punti, si era piazzata al primo posto per nuova potenza fotovoltaica installata, oltre 9mila Mw. Venti volte più della Spagna, sei volte più della Francia, tre volte e mezzo la Cina. Sommando anche l’eolico, aveva aggiunto in dodici mesi 10.600 Mw di potenza da fonti verdi. Dietro c’era la manna del secondo Conto energia: una tariffa incentivante ventennale pari a circa sei volte quello che all’epoca era il prezzo di mercato dell’elettricità e valida anche per i grandi impianti a terra. Di lì l’istantanea impennata di richieste e, in breve, la necessità di correre ai ripari con limiti all’accesso e riduzione delle cifre, fino allo stop arrivato nel 2013. Da allora, complici iter autorizzativi ancora lentissimi, la media annua di installato si ferma a 800 Mw. per un totale di 57 Mw dai 50,5 del 2014. Intanto i consumatori continuano a pagare quei vecchi incentivi – tra 5,5 e 6,5 miliardi l’anno – attraverso le bollette.

È evidente che la “stampella” degli impianti a gas sarebbe servita comunque, considerato anche che la tecnologia di stoccaggio dell’energia prodotta da rinnovabili è ancora molto costosa e la soluzione del pompaggio idroelettrico non abbastanza utilizzata. Ma il consulente energetico Alex Sorokin ha calcolato che se negli ultimi otto anni lo sviluppo delle fonti rinnovabili fosse continuato alla stessa velocità del triennio 2010-2013 oggi il fabbisogno nazionale di gas sarebbe inferiore di almeno 20 miliardi di metri cubi annui, il 70% dell’attuale import dalla Russia. Come ricordato anche dal ministro Roberto Cingolani in audizione, infatti, ogni 8mila Mw di rinnovabili in più equivalgono a un risparmio di 3 miliardi di metri cubi di gas. “E la mia è una stima conservativa, perché solitamente la crescita dell’installato non è costante nel tempo ma progressiva”, spiega Sorokin, ingegnere nucleare per formazione. “In Italia invece c’è stato un balzo annuale unico al mondo e subito dopo si è fermato tutto. Colpa della mancata pianificazione e di una norma che prevedeva incentivi costanti nel tempo invece che indicizzati alla rapida riduzione dei costi legata ai progressi della tecnologia. La Germania ha adottato un meccanismo del genere e ora ha più solare di noi pur avendo molto meno sole”.

Porte aperte alla speculazione – Il peccato originale risale all’estate 2010, quando il quarto governo di Silvio Berlusconi (che ricopriva anche l’interim allo Sviluppo economico) scatenò la corsa al pannello con il decreto salva Alcoa che consentiva a chi terminasse l’installazione entro la fine di quell’anno con entrata in esercizio entro metà 2011 di accedere al secondo Conto energia invece che al terzo, meno generoso. “All’epoca i costi erano alti perché la tecnologia non era matura, ma quell’incentivo andava decisamente oltre il valore di mercato: da 360 fino a 440 euro a Megawattora per i grandi impianti, contro i 60-70 euro delle quotazioni di mercato”, ricorda Andrea Di Lieto, analista dell’Energy & Strategy group del Politecnico di Milano. “E la tariffa era fissa, a differenza di quella tedesca dove un algoritmo la aggiornava in base al numero di richieste, un buon indicatore per valutare se fosse troppo alta”. Porte aperte alla speculazione, insomma.

Impianti poco efficienti e nessuno sviluppo della filiera – Gli impianti fotovoltaici sono così più che raddoppiati, da 155mila a 330mila in dodici mesi. Con un effetto collaterale: “La corsa che si è innescata ha fatto sì che una parte non irrilevante dei pannelli installati si rivelasse poi di scarsa qualità, inefficiente, e venisse abbandonata a se stessa senza nemmeno fare manutenzione“. Si tratta in gran parte di prodotti provenienti dall’Asia, che ha una leadership naturale nelle prime fasi della filiera grazie all’abbondanza delle materie prime e “terre rare” come il litio, indispensabili per produrre i moduli. Aspetto che inevitabilmente, en passant, apre la strada a un’altra forma di dipendenza. Negli step successivi c’è più spazio per la competizione, come dimostra ancora una volta il caso della Germania che ha diversi grandi produttori di pannelli, ma l’Italia nonostante la partecipazione pubblica in StMicroelectronics è rimasta indietro. “C’è un impianto di produzione di Enel a Catania, ma con volumi di nicchia”.

Rinnovabili ora più convenienti del fossile. Ma pesa l’incertezza – Finita non senza scossoni la sbornia (nel marzo 2011 il decreto ribattezzato “ammazza rinnovabili” sancì la fine anticipata del terzo Conto energia e i successivi due introdussero tariffe decrescenti nel tempo), visti i progressi tecnologici del settore si sarebbe potuto individuare un sistema che si limitasse a “stabilizzare i ricavi“, riflette Di Lieto. Invece “si sono persi anni”. Oggi, con il fotovoltaico e l‘eolico onshore addirittura più convenienti delle fonti fossili, il problema non sono più i costi. “Gli impianti non incentivati scontano l’incertezza dei ricavi: il prezzo di vendita è il prezzo marginale che si forma ogni giorno sul mercato elettrico e dipende dal costo di produzione delle centrali a gas. In questo momento come sappiamo è altissimo, ma con l’aumento delle nuove installazioni c’è il rischio di cannibalizzazione: se tutti gli impianti solari immettono energia nelle ore centrali della giornata si può andare in surplus con il risultato che il prezzo crolla“. Servirebbe maggiore capacità di stoccaggio, ma i costi dei container-batteria sono ancora elevatissimi. Nella situazione attuale, l’incertezza frena l’investimento perché rende i progetti difficilmente finanziabili.

Perché le aste fanno flop – L’alternativa è partecipare al nuovo sistema di incentivazione, le aste Fer, “che abbattono il rischio perché assicurano una tariffa fissa, anche se non molto più alta di quella di mercato”. Perché allora finiscono costantemente con un flop, riuscendo ad allocare solo una piccola parte della potenza incentivabile? “Per il fotovoltaico c’è il divieto di partecipare con progetti su suolo agricolo, anche se non utilizzato”, risponde Di Lieto. “Quanto all’eolico, per prendere parte ai bandi bisogna avere già ottenuto l’autorizzazione. A differenza di quel che accade in Spagna, dove di conseguenza c’è molta più concorrenza e i prezzi si sono molto abbassati”. Il tasto dolente resta dunque quello delle procedure autorizzative che nonostante i vari interventi di semplificazione continuano a bloccarsi a livello di enti locali e Sovrintendenze. Tanto che ultimamente per accelerare il governo ha finito per procedere d’imperio, esercitando i poteri sostitutivi per sbloccare iter fermi da anni.

I limiti allo sviluppo – Insomma, gli obiettivi al 2030 – circa 70 Gw aggiuntivi – dovremo correre. A questo ritmo rischiano di essere irraggiungibili? Di Lieto ricorda che la sostituzione dei vecchi impianti, a partire da quelli eolici, con tecnologia più recente ed efficiente può aiutare (oltre a essere vantaggiosa per quanto riguarda l’impatto paesaggistico), ma non basta. “Al ritmo attuale di installazioni non arriveremo neanche a metà del target”. Secondo Sorokin “basta da un lato eliminare le barriere burocratiche e autorizzative, dall’altro aprire il mercato della vendita di energia da parte dei privati. Oggi un singolo con un impianto sul tetto è obbligato a cedere l’elettricità al Gestore dei servizi energetici: un sistema anacronistico e poco conveniente per il cittadino”.

*  da il fattoquotidiano.it - 21 marzo 2022

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18 marzo 2022

Spesa militare Ue, mai tanti soldi. Il report che denuncia conflitti d’interesse e opacità: “Prima tra le aziende finanziate è l’italiana Leonardo”

Il nuovo rapporto dello European Network Against Arms Trade (ENAAT) e del Transnational Institute racconta quella che definisce la "terza corsa agli armamenti", alla quale l'Unione europea starebbe contribuendo con un budget che nel nuovo bilancio 2021-2027 è aumentato di 13 volte rispetto al precedente. E a farla da padrone sarebbero lobbisti e aziende, che siedono negli organi di consiglio della Commissione Ue e influenzano le procedure di controllo

di Franz Baraggino *

Non ci vuole un genio a capire che più armi ci sono in giro e più aumentano le probabilità che qualcuno si faccia male. Ed è nello spirito di questa certezza che nasce il nuovo rapporto dello European Network Against Arms Trade (ENAAT) e del Transnational Institute, che punta il dito contro quella che definisce “la corsa agli armamenti dell’Unione europea“. A chi è rimasto colpito dalla tempistica con la quale alcuni Paesi europei, Germania in testa, hanno annunciato ingenti investimenti nella spesa militare, appena poche ore dopo l’inizio dell’attacco russo in Ucraina, interesserà sapere che il budget del Fondo Europeo per la Difesa (EDF) ha raggiunto un valore “senza precedenti di 8 miliardi di euro per la ricerca e lo sviluppo di sistemi militari”. Ma non solo di questo si tratta. Secondo il report, infatti, gli attuali programmi di difesa Ue da 600 milioni di euro sarebbero inficiati da conflitti d’interesse e accuse di corruzione. Con la fetta più grossa che, ovviamente, va ai principali produttori ed esportatori di armi: Francia, Germania, Italia e Spagna. Con il primato tutto italiano di Leonardo, maggiore destinatario singolo con 28,7 milioni di euro.

Il lavoro del Transnational Institute e di ENAAT, di cui fa parte anche la Rete Italiana Pace e Disarmo che ne pubblica il rapporto, viene ultimato mentre il mondo assiste allo scoppio dell’ennesima guerra. Il report ricorda che “verso la fine del 2021 i disordini nei Balcani hanno raggiunto il punto di ebollizione. Le tensioni nel Mar Cinese Meridionale continuano a ribollire e minacciano la stabilità regionale e globale. Le guerre e la violenza continuano in Afghanistan, Iraq, Sahel, Siria e Yemen“. E che nonostante il suo principio fondatore di promozione della pace, l’Unione europea “ha intrapreso un percorso per affermarsi come potenza militare globale“. E non deve stupire, dunque, che per la prima volta “l’Ue ha annunciato che avrebbe, per la prima volta, finanziato e fornito armi letali a un Paese sotto attacco nell’ambito della European Peace Facility (il cosiddetto fondo strutturale per le Pace)”. A dieci anni dal trattato di Lisbona nel 2009, che fornisce la base giuridica per creare una politica di sicurezza e difesa comune, “l’Ue ha creato linee di bilancio che avrebbero specificamente assegnato finanziamenti a progetti militari”. Una nuova fase che sembra procedere a tappe forzate. A partire dal nuovo budget dell’EDF per gli anni 2021-2027, dove il report segnala un aumento dei fondi del 1250% rispetto al bilancio precedente, per un “totale che è 13,6 volte quello dei programmi precursori“.

Per capire come l’Europa spenderà questa montagna di soldi, però, il report analizza i precedenti programmi finanziati. “L’Azione preparatoria per la ricerca sulla difesa (PADR 2017-2019), con un budget di 90 milioni di euro per finanziare la ricerca sulla difesa, e il Programma europeo di sviluppo industriale della difesa (EDIDP 2019-2020) con un budget di 500 milioni di euro per finanziare lo sviluppo di attrezzature e tecnologie di difesa”. E ancora: “L’obiettivo di queste linee di bilancio è la ricerca e lo sviluppo su nuovi armamenti, così come il miglioramento di quelli esistenti integrando tecnologie all’avanguardia come l’intelligenza artificiale, i sistemi senza pilota o autonomi“. Secondo gli analisti militari citati nel rapporto, si tratta di armi che corrispondono “a una terza evoluzione nella corsa agli armamenti in cui sistemi d’arma automatizzati vengono provati e testati e possono alla fine diventare di utilizzo normale, nonostante le serie questioni legali ed etiche irrisolte”. Il pensiero corre ai droni protagonisti di molti conflitti, ma l’immaginazione è spinta ben oltre. Ed è lecito domandarsi come potrà mai rispondere il nemico di turno se gli invii contro un esercito di robot intelligenti che non sente dolore, non deve riposare, mangiare, medicarsi.

Ma le armi sono innanzitutto una questione di affari. E il rapporto denuncia l’opacità di quelli targati Ue, dove “i rappresentanti dell’industria delle armi sono stati inseriti nel comitato consultivo dei programmi PADR e EDIDP, ma i nomi dei membri del comitato non sono stati resi noti”. E non solo: “Nove dei sedici rappresentanti nel Gruppo di Personalità per la ricerca sulla difesa istituito dalla Commissione europea nel 2015 erano affiliati a società di armi, istituti di ricerca sulle armi e un’organizzazione di lobby dell’industria delle armi. In particolare le sei aziende militari erano Airbus, BAE Systems, Indra, Leonardo, MBDA e Saab“. Basta? Nemmeno per sogno. “La proposta della Commissione europea che ha portato all’istituzione del Fondo Europeo per la Difesa era basata su un rapporto presentato dal Gruppo di Personalità, con intere sezioni letteralmente copiate dal rapporto del GdP e incollate nella proposta della Commissione”, si legge nel rapporto. I risultati? “I sette maggiori beneficiari di questa linea di finanziamento dell’Ue sono coinvolti in esportazioni di armi altamente controverse verso Paesi che stanno vivendo conflitti armati o dove sono al potere regimi autoritari che violano sistematicamente i diritti umani”.

Inoltre, gli autori hanno scoperto che cinque degli otto maggiori beneficiari “sono stati oggetto di accuse di corruzione negli ultimi anni”. Tra questi anche l’italiana Leonardo, la più grade azienda a produzione militare dell’Ue, primo beneficiario singolo della grande torta militare europea. Seguono la spagnola Indra (22,78 milioni di euro), le società francesi Safran (22,33 milioni di euro) e Thales (18,64 milioni di euro) e la società transeuropea Airbus (10,17 milioni di euro). Tra i paesi, la fetta più grossa spetta alla Francia, che da sola porta a casa un quarto dei finanziamenti erogati finora. Francesi, tedeschi, spagnoli e italiani portano a casa il 68,4% dei fondi a sostegno dell’industria militare e coordinano quasi il 70 percento di tutti i progetti finanziati. “Dall’altra parte dello spettro, quasi la metà dei paesi dell’UE ottiene ciascuno meno dell’1% dei finanziamenti”. Attenzione, però: “Queste linee di finanziamento richiedono esplicitamente che i Paesi Ue acquistino poi le armi e le relative tecnologie, le aggiungano al proprio arsenale di difesa o promuovano la loro esportazione verso paesi extraeuropei”. Come non bastasse, denunciano gli autori, “le procedure di controllo applicate per approvare il finanziamento di nuove armi letali sono molto al di sotto anche dei più basilari standard legali ed etici“. Un esempio? “La procedura di valutazione del rischio legale ed etico dell’Ue per questi fondi si basa principalmente su autovalutazioni da parte dei richiedenti (principalmente società private) che sperano di beneficiare dei finanziamenti dell’Ue”. Se tutto questo continuerà anche con il nuovo Fondo Europeo per la Difesa da 8 miliardi di euro, dice il rapporto, l’Unione contribuirà “ad aumentare le esportazioni di armi europee e alimenterà la corsa globale agli armamenti, che a sua volta porterà a più guerre, maggiore distruzione, una significativa perdita di vite umane e un aumento degli spostamenti forzati”.

* da ilfattoquotidiano.it - 18 marzo 2022


12 marzo 2022

Germania: Lang e Nouripour, i Verdi tedeschi di lotta e di governo

 Lei è giovane, esperta di politica delle donne, dichiaratamente bisex, radicale; lui è cittadino tedesco e iraniano e iscritto alla corrente realista: sono i due nuovi co-segretari del partito che sostituiranno Habeck e Baerbock 

di Sebastiano Canetta *

La giovane esperta di politica delle donne dichiaratamente bisex e il deputato islamico di origine iraniana con doppio passaporto. Ricarda Lang e Omid Nouripour sono i due nuovi co-segretari dei Verdi eletti sabato dal congresso del partito. Sostituiranno Robert Habeck e Annalena Baerbock promossi agli incarichi di governo e dovranno reggere il timone dei Grünen nell’era già sospesa fra transizione ecologica e guerra in Ucraina.

«Sono onorata della nomina. Il mio compito ora è allargare la base elettorale alle zone rurali» riassume Lang, classe 1994, esponente della sinistra interna, la più giovane leader dei Verdi dalla loro fondazione. Al suo fianco il “moderato” Nouripour è invece concentrato sull’unità della coalizione Semaforo per la de-escalation della crisi tra Usa e Russia: «Dobbiamo restare uniti in politica estera» sottolinea l’ex portavoce dei Verdi su immigrazione e Asilo. Insieme dovranno far collimare le istanze degli iscritti con il patto di governo, tenendo conto che – come riassume Lang – «stare nell’esecutivo non è una punizione» ma l’opportunità di trasformare i Grünen nella Volkspartei: il partito di massa alternativo a Spd e Cdu.

Nata vicino a Stoccarda, figlia di un’assistente sociale e dello scultore Eckhart Dietz, Lang è stata portavoce dei Giovani Verdi dopo avere abbandonato gli studi in legge all’Università Humboldt di Berlino. Ha mancato l’elezione all’Europarlamento nel 2019 ed è stata eletta al Bundestag lo scorso settembre. Attualmente è l’unica deputata tedesca apertamente bisessuale.

Divide la carica con Nouripour, nato a Teheran nel 1975, figlio di due ingegneri aeronautici riparati in Germania durante la guerra Iran-Irak. Cresciuto a Francoforte, fa parte della corrente dei “realisti”, i riformisti vicini ad Habeck e Baerbock inclini al compromesso con gli alleati, a partire dallo scambio nessuna tassa sulla CO2 in cambio dell’uscita anticipata dal carbone.

Deputato dal 2006, già membro del comitato esecutivo dei Verdi, Nouripour ha studiato filologia tedesca, scienze politiche, economia, sociologia e filosofia all’Università di Magonza senza mai laurearsi.

Musulmano, cittadino tedesco e iraniano, il neo-segretario da sempre è in prima linea contro l’Isis, e fino al 2020 faceva parte dell’organizzazione tedesco-palestinese che sostiene la campagna “Bds” contro l’occupazione israeliana.

Con la “radicale” Lang dovrà tenere insieme le due anime dei Verdi. Il suo compito è coprire le spalle ad Habeck e Baerbock evitando che alla prima crisi vengano impallinati dagli oppositori interni, mentre alla co-segretaria sono affidate le istanze su femminismo, diritti delle minoranze e bullismo (compreso quello che la prende in giro per il suo peso).

Un equilibrio studiato a tavolino per non spaccare il partito che resta di lotta e di governo. «Non vedo contraddizioni fra tutela dell’ambiente e giustizia sociale» riassume Lang, consapevole però che «il programma dei Verdi si rivolge a chiunque, ma non deve piacere a tutti».

* da il manifesto – 31 gennaio 2022

nella foto: i nuovi  co-segretari dei Verdi tedeschi Ricarda Lang e Omid Nouripour

7 marzo 2022

Le quattro lezioni dell’Ucraina: i doppi standard occidentali

 Crisi ucraina. La visione di media e classi dirigenti in Occidente è segnata da etnocentrismo e razzismo: dai rifugiati «simili a noi» alle «legittime» invasioni Usa in Medio Oriente fino alla tollerabilità dei gruppi neonazisti. E infine alle politiche di oppressione di Israele nei confronti dei palestinesi.

di Ilan Pappé *

Secondo Usa Today, la foto diventata virale di un grattacielo ucraino colpito dai bombardamenti russi ritraeva, in realtà, un grattacielo nella Striscia di Gaza, demolito dall’aviazione israeliana nel maggio del 2021.

Qualche giorno prima, il ministro degli Esteri ucraino si era lamentato con l’ambasciatore israeliano a Kiev: «Ci state trattando come Gaza», aveva detto, furioso, sostenendo che Israele non aveva condannato l’invasione russa ed era interessato solo a far uscire dal Paese i cittadini israeliani (Haaretz, 17 febbraio 2022). Faceva riferimento all’evacuazione forzata dalla Striscia di Gaza delle donne ucraine sposate con uomini palestinesi, nel maggio 2021, ma intendeva anche ricordare a Israele il pieno sostegno dimostrato dal presidente ucraino in occasione dell’aggressione israeliana ai danni della Striscia, sostegno su cui tornerò in seguito. In effetti, le aggressioni contro Gaza dovrebbero essere tenute in debita considerazione nel valutare l’attuale crisi in Ucraina. Il fatto che le immagini vengano confuse non è una pura casualità: in Ucraina non sono stati colpiti molti grattacieli, mentre a Gaza è accaduto di frequente. Tuttavia, quando si analizza la crisi ucraina in un contesto più ampio, a emergere non è solo l’ipocrisia occidentale sulla Palestina; l’intero sistema di double standards in uso in Occidente andrebbe messo sotto accusa, senza restare indifferenti, neanche per un istante, alle notizie e alle immagini che ci arrivano dalle zone del conflitto in Ucraina: bambini traumatizzati, lunghe file di profughi, edifici danneggiati dai bombardamenti, e la minaccia concreta che questo sia solo l’inizio di una catastrofe umanitaria nel cuore dell’Europa.

Al contempo, però, chi come noi vive, analizza e denuncia le tragedie che si verificano in Palestina non può fare a meno di notare l’ipocrisia dell’Occidente, né smettere di denunciarla, pur mantenendo salde la solidarietà umana e l’empatia con le vittime di ogni guerra. C’è bisogno di farlo, o la disonestà morale insita nelle scelte della classe dirigente e dei media occidentali consentirà loro, ancora una volta, di mascherare il proprio razzismo e di godere di totale impunità, mentre continua ad assicurare immunità a Israele e alle sue politiche di oppressione nei confronti dei palestinesi. Ho individuato quattro falsi postulati che sono alla base del coinvolgimento dell’establishment occidentale nella crisi ucraina e ho pensato di dedurne quattro lezioni.

Lezione numero uno: i profughi bianchi sono i benvenuti, gli altri meno. La decisione collettiva e senza precedenti da parte dell’Unione europea di aprire le porte ai profughi ucraini, seguita da una più cauta politica da parte della Gran Bretagna, non passa inosservata, se si considera la chiusura dei confini attuata dalla maggior parte dei Paesi europei nei confronti dei rifugiati provenienti dal mondo arabo o dall’Africa, a partire dal 2015. La chiara selezione su base razziale, che distingue i profughi in base al colore della pelle, alla religione e all’etnia è abominevole, ma destinata a durare nel tempo. Alcuni leader europei non si vergognano neanche di esternare pubblicamente il loro razzismo, come nel caso del primo ministro bulgaro, Kiril Petkov: «Questi (i profughi ucraini) non sono i profughi a cui siamo abituati, sono europei. Queste persone sono intelligenti e istruite. Non sono i profughi a cui siamo abituati, persone di cui non conosciamo l’identità, con un passato poco chiaro, che potrebbero anche essere terroristi». Petkov non è il solo a pensarla così. I media occidentali parlano continuamente di «rifugiati simili a noi» e questo razzismo è del tutto evidente ai confini tra l’Ucraina e i Paesi europei limitrofi. Questo atteggiamento razzista, con forti connotazioni islamofobe, non è un fenomeno momentaneo, visto il rifiuto da parte dell’establishment europeo di accettare il tessuto multiculturale e multietnico presente nelle loro società. Una realtà variegata, prodotta da anni di colonialismo e imperialismo europeo, che gli attuali governi d’Europa si ostinano a negare e ignorare mentre perseguono politiche migratorie fondate sugli stessi principi razziali che hanno permeato il loro colonialismo e imperialismo in passato.

Lezione numero due: si può invadere l’Iraq, ma non l’Ucraina. È alquanto sconcertante la assoluta indisponibilità, da parte dei media occidentali, a contestualizzare la decisione russa di invadere l’Ucraina all’interno di un’analisi più ampia – e ovvia – su come siano cambiate le regole del gioco politico internazionale a partire dal 2003. È difficile trovare un’analisi che sottolinei il fatto che Stati uniti e Gran Bretagna hanno violato il diritto internazionale e la sovranità di uno Stato quando, con una coalizione di Paesi occidentali, hanno invaso l’Afghanistan e l’Iraq. L’occupazione di un Paese al fine di raggiungere le proprie finalità politiche, non è un concetto inventato da Vladimir Putin in questo secolo: è stato introdotto e giustificato come strumento politico dall’Occidente.

Lezione numero tre: in alcuni casi i neonazisti possono essere tollerati. Le analisi tralasciano anche alcune considerazioni valide di Putin sull’Ucraina, che di certo non giustificano l’invasione ma che devono essere tenute in conto anche durante l’invasione. Prima che scoppiasse questa crisi, i media occidentali progressisti, come The Nation, Guardian, Washington Post, ci mettevano in guardia contro il crescente potere dei gruppi neonazisti in Ucraina e su come avrebbero potuto influenzare il futuro dell’Europa e del mondo. Gli stessi giornali, oggi, sminuiscono la portata del Neo-nazismo in Ucraina.

Il 22 febbraio 2019 The Nation scriveva: «Notizie sempre più frequenti di episodi di violenza da parte dell’estrema destra e di erosione delle libertà fondamentali smentiscono l’iniziale euforia dell’Occidente. Si verificano pogrom contro i Rom, aggressioni sempre più frequenti contro femministe e gruppi Lgbt, censure di libri e glorificazione di collaborazionisti nazisti promossa dallo Stato».

Due anni prima, il 15 giugno 2017, il Washington Post sosteneva, con grande perspicacia, che un eventuale scontro tra Ucraina e Russia non avrebbe dovuto farci dimenticare il potere dei gruppi neonazisti in Ucraina: «Mentre continua lo scontro in Ucraina con i gruppi separatisti sostenuti dai russi, Kiev deve fronteggiare un’altra minaccia alla sua sovranità: i potenti gruppi ultranazionalisti di estrema destra. Questi gruppi non si fanno scrupoli a usare la violenza per raggiungere i propri obiettivi, e questo si scontra con quell’immagine di democrazia tollerante e vicina all’Occidente che Kiev cerca di diventare».

Ma oggi il Wp adotta un atteggiamento del tutto diverso e definisce l’etichetta di neonazismo una «falsa accusa»: «In Ucraina operano diversi gruppi paramilitari nazionalisti, come il battaglione Azov e il Pravyi Sector (Settore destro), che sposano l’ideologia neonazista. Nonostante la continua esposizione, non sembrano avere un forte appoggio popolare. Solo un partito di estrema destra, Svoboda, è rappresentato nel parlamento ucraino, con un solo seggio».

I precedenti avvertimenti da parte di The Hill (9 novembre 2017), il maggiore sito di notizie indipendente degli Stati uniti, sembrano ormai dimenticati: «Ci sono, innegabilmente, dei gruppi neonazisti in Ucraina e questo è stato confermato da quasi tutti i principali media occidentali. Il fatto che gli analisti possano sminuirlo come propaganda diffusa da Mosca è molto inquietante. Soprattutto vista la crescita esponenziale di gruppi neonazisti e suprematisti a livello mondiale».

Lezione numero quattro: abbattere un grattacielo è un crimine di guerra solo se accade in Europa. Oltre ad avere connivenze con queste formazioni neonaziste e i con i loro gruppi paramilitari, il governo ucraino è anche incredibilmente filo-israeliano. Uno dei primi atti del presidente Volodymyr Zelensky è stato il ritiro dell’Ucraina dal Comitato sull’Esercizio dei diritti inalienabili del popolo palestinese delle Nazioni unite – l’unico tribunale internazionale che fa in modo che la Nakba non venga negata o dimenticata.

Questa decisione è stata adottata dal presidente ucraino, che non ha mostrato alcuna empatia nei confronti della tragedia dei profughi palestinesi, che lui non considera vittime di alcun crimine. Nelle interviste rilasciate durante i selvaggi bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza nel maggio 2021, ha affermato che l’unica tragedia a Gaza era quella vissuta dagli israeliani. Sarebbe come dire che i russi sono gli unici a soffrire in Ucraina. Ma Zelensky non è il solo a pensarla così. Nel caso della Palestina, l’ipocrisia raggiunge livelli inimmaginabili. Un grattacielo vuoto colpito in Ucraina è finito in prima pagina ovunque, scatenando dibattiti e profonde analisi sulla brutalità umana, Putin e la disumanità.

I bombardamenti vanno condannati, chiaramente, ma i leader che oggi si dicono sdegnati sono rimasti in silenzio mentre Israele radeva al suolo la città di Jenin nel 2000, il quartiere di Al-Dahaya a Beirut nel 2006 e Gaza City in una operazione dopo l’altra, nel corso degli ultimi quindici anni. Nessuna sanzione nei confronti di Israele è stata mai nemmeno discussa, figuriamoci applicata, per tutti i crimini di guerra commessi dal 1948 a oggi. Anzi, in molti Paesi occidentali che oggi sono tra i promotori delle sanzioni contro la Russia anche solo nominare la possibilità di sanzionare Israele viene ritenuto illegale e tacciato di antisemitismo. Anche quando si assiste a espressioni di solidarietà con l’Ucraina in Occidente, non si può fare a meno di notare il contesto razzista ed etnocentrico. L’imponente solidarietà collettiva è riservata a chi sceglie di unirsi a quel blocco e sottostare a quella sfera di influenza. Non scatta la stessa empatia quando una violenza simile, o persino peggiore, è attuata verso popolazioni non europee in generale, e quella palestinese in particolare.

In quanto soggetti con una propria coscienza, noi abbiamo il diritto di interrogarci sulle risposte alle calamità e abbiamo la responsabilità di evidenziare l’ipocrisia che, per certi versi, ha spianato la strada a simili catastrofi. Legittimare a livello internazionale l’invasione di Paesi sovrani e tacere sui processi di colonizzazione e oppressione ai danni di altri, come la Palestina e il suo popolo, porterà a ulteriori tragedie in futuro, in Ucraina come in ogni altra parte del mondo.

* Ilan Pappé è uno storico e accademico israeliano. Intellettuale e studioso socialista, ebreo e anti-sionista, di formazione comunista, è uno dei rappresentanti della cosiddetta Nuova storiografia israeliana, che ha come fine scientifico ed etico quello di sottoporre a un accurato riesame la documentazione orale, che è prevalsa per decenni, nel tracciare le linee ricostruttive storiche relative alla nascita dello Stato d'Israele e del sionismo in Israele; nella "nuova storiografia" Pappé rappresenta la voce più critica nei confronti della leadership israeliana (da Ben-Gurion in poi) e in favore dei palestinesi. Attualmente è professore cattedratico nel Dipartimento di Storia dell'Università di Exeter (Regno Unito). Sostiene uno stato binazionale laico e secolare comprendente sia ebrei che arabi, in posizione di parità.

*  da il manifesto - 6 marzo 2022  (traduzione Romana Rubeo)

la pubblicazione dell’intervento non comporta la totale condivisione dei contenuti


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 In commissione affari costituzionali. Presentato il testo unificato. Ma la Lega già attacca: «È uno ius soli mascherato»

di Carlo Lania *

Il presidente della Commissione Affari costituzionali della Camera Giuseppe Brescia (M5S) mette subito le mani avanti nella speranza di evitare strumentalizzazioni: «Lo dico con chiarezza: nel testo proposto non c’è lo ius soli. La presente proposta punta a introdurre una nuova fattispecie orientata al principio dello ius scholae, con una scelta di fiducia non solo negli stranieri che vogliono integrare i loro figli, ma nel lavoro della comunità didattica, nella dedizione dei dirigenti scolastici e degli insegnanti». Trent’anni dopo la prima legge del 1992 e dopo due anni di stop in Commissione, la discussione sulla riforma della cittadinanza è ripartita ufficialmente ieri con la presentazione da parte di Brescia di un testo unico che farà da base ai lavori parlamentari. Due soli articoli di legge che sintetizzano tre ddl in materia presentati in passato da LeU, Pd e Forza Italia e che, se approvati, riconoscerebbero a più di un milione di ragazzi nati in Italia da genitori immigrati un diritto che reclamano inutilmente da tempo, quello di essere finalmente considerati a tutti gli effetti cittadini italiani.

Il principio della legge, che potrebbe essere approvata in commissione già la prossima settimana per poi passare all’esame degli emendamenti, si basa sul compimento di un percorso culturale che non potrebbe non avere la scuola al centro. Il testo prevede infatti che possa diventare cittadino italiano «il minore straniero nato in Italia o che vi abbai fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età», che vi abbia risieduto legalmente e che abbia frequentato «senza interruzione per almeno cinque anni uno o più cicli scolastici presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione». La cittadinanza si acquisisce a seguito di una dichiarazione di volontà espressa da entrambi i genitori legalmente residenti in Italia o da chi esercita la responsabilità genitoriale nel comune di residenza del minore. Se questo non avviene, l’interessato potrà fare richiesta di cittadinanza entro due anni dal compimento della maggiore età.

La speranza è che adesso la discussione sulla riforma non si trasformi ancora una volta in uno scontro identitario tra schieramenti contrapposti, come avvenuto in passato: «Ogni tentativo di riforma – ha ricordato non a caso Brescia – è stato fin qui fortemente influenzato da strumentalizzazioni politiche e distorsioni mediatiche che hanno solo alzato il volume della propaganda senza portare alcun cambiamento. Per raggiungere l’obiettivo bisogna dunque rovesciare il paradigma, evitando inganni ideologici e puntando su un testo semplice, capace di non prestare il fianco a manipolazioni».

Rispetto a quanto avvenuto fino a oggi, qualche passo in avanti che fa ben sperare oggi è stato fatto. Dal M5S, che in passato non ha nascosto dubbi a proposito della riforma, ieri è arrivato un via libera alla legge che fa ben sperare: «Lo ius scholae è fondamentale per le politiche di integrazione del nostro paese e coinvolge circa un milione di giovani», ha detto la capogruppo in Commissione Affari costituzionali Vittoria Baldino. Sì convinto anche dal Pd, con l’ex viceministro dell’Interno Mauro Mauri che apprezza il lavoro svolto da Brescia: «Questa è l’ultima occasione – ha detto Mauri – per approvare la legge entro questa legislatura». Contraria la Lega, che parla del nuovo testo in discussione come di «uno ius soli mascherato».

* da il manifesto – 4 marzo 2022

5 marzo 2022

Dal ricatto del gas si esce con rinnovabili, efficienza e autoproduzione

 Il piano alternativo di Legambiente: "assurdo pensare di riaprire le centrali a carbone".  

di Redazione QualEnergia.it

La guerra scoppiata tra Russia e Ucraina ha portato ancor di più in primo piano anche il grande tema energetico: l’Europa e l’Italia dipendono dalle fonti fossili, eppure esiste già una strada da percorrere, totalmente green e sostenibile.

Eolico offshore e a terra, fotovoltaico sui tetti, agrivoltaico, biometano, accumuli, pompaggi, reti, efficienza in edilizia e per le industrie, pompe di calore e poi la creazione di un fondo di garanzia per le famiglie per incentivare l’efficientamento energetico e la diffusione delle comunità energetiche rinnovabili.

Sono questi per Legambiente i pilastri da mettere al centro di un piano e un pacchetto energia serio e concreto, green e sostenibile, se davvero si vuole frenare la dipendenza dal gas, ridurre i costi in bolletta di famiglie e imprese e soprattutto accelerare la transizione energetica senza dare il via ad una nuova e insensata corsa al carbone e approvvigionamenti di gas da altri paesi, come sta emergendo in queste ultime ore.

Si apre così una nota stampa diffusa dall’associazione ambientalista che ha lanciato ieri – 28 febbraio – un appello al Presidente del Consiglio Mario Draghi, ma anche alla Commissione Ue che in queste ore sta affrontando la possibile “crisi energetica”.

“È evidente – per Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – che questo conflitto Russia-Ucraina sia legato alla dipendenza dalle fonti fossili, che non solo continua ad alimentare guerre ma non ci permette di esercitare in maniera indipendente il ruolo di mediazione e dialogo che l’Europa e l’Italia avrebbero dovuto esercitare per la pace. Di fronte a quanto sta dunque accadendo, torniamo a ribadire che è ora di dire basta a questa insensata e inutile corsa al gas”.

“Il Governo – prosegue Ciafani – abbia il coraggio di prendere la decisione giusta che serve al Paese, ossia quella di puntare davvero su rinnovabili, efficienza e autoproduzione, varando le necessarie semplificazioni e definendo una strategia energetica che vada nella direzione di quanto proposto da Elettricità Futura di Confindustria sull’autorizzazione entro l’estate di nuovi 60 GW di rinnovabili da realizzare nei prossimi 3 anni. È assurdo pensare di riaprire le centrali a carbone, e su nuove forniture di gas provenienti dall’estero”.

Come anticipato, alla base della strategia energetica proposta da Legambiente ci sono:

Rinnovabili

Oggi, gli oltre 1,1 milioni di impianti da fonti rinnovabili presenti in Italia sono in grado di soddisfare il 37,6% dei consumi elettrici totali del Paese e il 19% dei consumi energetici complessivi, attraverso un mix di tecnologie finalizzate alla produzione di energia elettrica e/o termica presente in tutti i Comuni italiani. Si tratta di 7.832 Comuni in cui è presente almeno un impianto fotovoltaico, 7.549 Comuni con impianti solari termici, 1.874 Comuni in cui è presente almeno un impianto mini idroelettrico, concentrati soprattutto nel centro-nord e 1.056 Comuni in cui è presente almeno un impianto eolico (soprattutto al centro-sud).

A questi si aggiungono i 7.662 Comuni delle bioenergie (con una forte incidenza dei piccoli impianti a biomassa solida finalizzati alla sola produzione di energia termica) e i 601 della geotermia (tra alta e bassa entalpia). Sono inoltre 3.493 Comuni 100% elettrici e 40 Comuni 100% rinnovabili. 

Numeri importanti, anche se non mancano le difficoltà. Ad oggi infatti le rinnovabili faticano a decollare, ostacolate il più delle volte da una burocrazia farraginosa, ma anche da blocchi da parte di amministrazioni locali e regionali, da comitati Nimby (non nel mio giardino) e Nimto (non nel mio mandato) senza dimenticare il ruolo del Ministero della Cultura e delle Sovrintendenze.

Semplificazioni

Per l’associazione ambientalista se anche solo il 50% delle rinnovabili oggi sulla carta venisse realizzato, l’Italia avrebbe anche già raggiunto gli obiettivi climatici europei.

Per questo è urgente snellire le procedure per i nuovi progetti di eolico a terra e a mare, per l’ammodernamento degli impianti esistenti, per la realizzazione dell’agrivoltaico che produce elettricità come integrazione e non sostituzione della coltivazione agricola, in ambito urbano e per le comunità energetiche che usano localmente energia prodotta da fonte rinnovabile. Il ministro della Cultura Franceschini deve fissare regole chiare sulla semplificazione delle autorizzazioni del fotovoltaico integrato sui tetti nei centri storici, perché altrimenti le Soprintendenze continueranno a dire sempre no, a beneficio di chi vuole fare fotovoltaico a terra e nuove centrali a gas. Infine è importante spingere in sistemi di accumulo, valorizzando quelli esistenti, e sui pompaggi (associati alle fonti rinnovabili) per rispondere alle necessità di flessibilità e sicurezza della rete.

Biometano

La produzione del biometano è una grande opportunità per l’economia circolare e per la lotta alla crisi climatica nel nostro Paese. Lo sviluppo degli impianti a biometano è fondamentale e comporta notevoli vantaggi ambientali su diversi fronti: chiusura del ciclo dei rifiuti organici, degli scarti agricoli, dei sottoprodotti dell’agroalimentare e dei fanghi di depurazione; restituzione al suolo del carbonio per fermare i processi di desertificazione; produzione di energia da fonte rinnovabile; decarbonizzazione del settore della mobilità e dei trasporti; lotta all’inquinamento atmosferico.

L’Italia con i suoi 2mila impianti (l’80% dei quali è in ambito agricolo) è il secondo produttore di biogas in Europa e il quarto al mondo ma il potenziale produttivo di biometano potrebbe essere ancora più elevato. Infatti si stima che al 2030 il contributo del biometano potrebbe essere di 10 miliardi di metri cubi all’anno (di cui almeno 8 da matrici agricole), pari a circa il 15% dell’attuale fabbisogno annuo di gas naturale e ai due terzi della potenzialità di stoccaggio della rete nazionale.

Eolico offshore

L’eolico offshore, soprattutto per effetto delle nuove tecnologie flottanti, può dare un importante contributo per la decarbonizzazione del Paese, con una ricaduta occupazionale non indifferente nelle attività portuali di assemblaggio, manutenzione ordinaria e straordinaria. Le nuove piattaforme galleggianti ampliano notevolmente le potenzialità di utilizzo dell’energia eolica in Italia.

Efficienza in edilizia e per le industrie

Efficienza energetica per le imprese e le famiglie. Il modo più semplice per tagliare le importazioni di gas sta nel ridurre i consumi a partire dai due principali settori di consumo: le imprese e il riscaldamento degli edifici. Il problema è che le politiche in vigore sono del tutto inefficaci, troppo complicate e slegate da qualsiasi obiettivo di riduzione dei consumi di gas.

Il Governo deve presentare quanto prima una nuova e ambiziosa strategia per l’efficienza energetica che metta mano ai certificati bianchi per l’industria, ai bonus per l’edilizia, al conto termico per l’edilizia pubblica per premiare e semplificare tutti gli interventi che riducono i consumi di gas attraverso interventi di efficienza energetica e di autoconsumo con le fonti rinnovabili.

Creare un fondo di garanzia per le comunità energetiche

Istituire un fondo di garanzia per consentire ad un numero maggiore di soggetti di accedere a finanziamenti per la realizzazione di Comunità energetiche. Secondo uno studio condotto da Elemens per Legambiente già entro il 2030 si stima che il contributo delle Energy Community possa arrivare a 17,2 GW di nuova capacità rinnovabile permettendo di incrementare, sempre al 2030, la produzione elettrica di rinnovabili di circa 22,8TWh, coprendo il 30% circa dell’incremento di energia verde prevista dal PNIEC per centrare i nuovi target di decarbonizzazione individuati a livello europeo.  

                                                                                                        1 marzo 2022

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4 marzo 2022

Ancora sull’urgenza del salario minimo

di Giuseppe Conte *

La proposta di introdurre anche in Italia il “salario minimo” stenta a decollare. Il dibattito politico langue e le forze politiche che – è il caso del Movimento 5 Stelle – stanno portando avanti, con convinta determinazione, questo progetto di riforma, sono chiamate a superare vari ostacoli, che rischiano di tenere distante questa giusta meta. Proviamo ad approfondire questo tema, sgombrando il terreno di discussione da false mitologie.

In primo luogo, nessuno può dubitare che questa riforma sia pienamente attuativa di un principio costituzionale, tra i più incisivi e lungimiranti della nostra Carta, secondo cui il lavoratore ha diritto a una retribuzione che sia non solo proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro, ma in ogni caso “sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Oggi in Italia ci sono all’incirca 4,5 milioni di lavoratrici e lavoratori che ricevono retribuzioni, in busta paga, ben al di sotto di quella soglia minima che vale a rendere libera e dignitosa la propria esistenza e quella dei propri familiari a carico. Questa penalizzante condizione affligge soprattutto giovani e donne. Se infatti assumiamo quale misura di riferimento, la soglia di 9 euro lordi l’ora, nell’area della “sotto-retribuzione” ritroviamo – sulla base dei dati forniti dall’Inps – il 38% di giovani e il 16% di over 35 anni; mentre il 21% sono uomini e il 26% sono donne. I settori di attività più esposti sono il turismo, la ristorazione, la logistica, i beni e le attività culturali, le attività di cura e assistenza delle persone. In Italia questo fenomeno sta assumendo una dimensione così importante anche perché è ormai dagli inizi dell’ultimo decennio del secolo trascorso che non registriamo aumenti salariali. Al contrario, hanno subito una riduzione media di oltre il 2%.

Le cause di questo fenomeno sono varie. A questo risultato ha contribuito, senz’altro, la progressiva frammentazione del mercato del lavoro, che proponendo numerose varietà di forme, finisce per utilizzare – quantomeno in alcuni settori – il salario e la flessibilità come una leva di competizione alternativa alle innovazioni. Un’altra causa, ormai da noi endemica, è la scarsa propensione alla crescita della produttività, cosa questa che non permette in molti casi una distribuzione della ricchezza realmente efficace. Il mercato del lavoro, però, in questo modo finisce per avvilupparsi in un circolo vizioso. Molti economisti, infatti, hanno dimostrato che l’introduzione di un salario minimo non produce effetti negativi. Il Nobel per l’economia David Card, con i suoi studi, ha dimostrato, anzi, gli effetti positivi prodotti sulla occupazione negli Stati Uniti. Altri studi dimostrano che sovente gli stessi aumenti di salario conducono ad aumenti di produttività, poiché spingono le produzioni verso attività che si caratterizzano per maggiore innovazione, a forte contenuto tecnologico, e finiscono per indirizzare l’attività economica verso investimenti a più alta intensità di innovazione, con il risultato complessivo di maggiori incrementi di produttività, di maggiore soddisfazione e benessere per i medesimi lavoratori e di una più efficiente allocazione.

Vi è poi un’altra causa endogena al nostro sistema della contrattazione collettiva da tenere presente. Se nel passato i contratti collettivi sono stati sinonimo di aumenti salariali e più efficace distribuzione, va considerato che negli ultimi decenni hanno progressivamente smesso di svolgere questo ruolo in molteplici settori di attività. In particolare, la parcellizzazione dei contratti e la scarsa rappresentatività sindacali in alcuni settori hanno portato all’aumento continuo dei cosiddetti “contratti pirata” e al fenomeno dei ribassi salariali. Basti considerare che presso l’Inps e il Cnel risultano oggi registrati quasi mille contratti collettivi: più esattamente 985. La stragrande maggioranza di essi risultano sottoscritti da associazioni di modesta o pressoché nulla rappresentatività. Tutto questo è pienamente legittimo stante l’inattuazione della previsione contenuta nell’art. 39 Cost. A tutt’oggi i sindacati sono associazioni non riconosciute di diritto privato: possono costituirsi liberamente e svolgere liberamente le loro funzioni, senza requisiti minimi e senza vincoli di iscrizione a pubblici registri.

Ecco che il problema del salario minimo finisce per intrecciarsi con quello della rappresentanza sindacale. Sono problemi che vanno affrontati con un approccio complementare, ma con forte determinazione, in modo da impedire ulteriore sofferenza ai 4,5 milioni di lavoratrici e lavoratori attualmente penalizzati. Da un lato, una buona legge sulla rappresentanza sindacale torna utile a evitare la proliferazione di contratti pirata, attraverso la individuazione di contratti di riferimento per settori di attività. Dall’altro lato, una legge che indichi un salario minimo legale può giovare a indicare la soglia minima per un’esistenza libera e dignitosa, lasciando che i reciproci poteri contrattuali delle parti si esplichino su molti altri aspetti regolatorii del rapporto di lavoro.

Quel che è avvenuto altrove può offrirci utili insegnamenti. In Germania, dove pure esiste una forte tradizione sindacale, questo approccio regolativo combinato, che contempla una contrattazione collettiva collegata al salario minimo legale, sta offrendo buona prova di sé. Occorre una svolta: possiamo porre ordine all’attuale ginepraio della contrattazione collettiva operando una ripartizione per comparti, riconducendoli a differenti settori di attività. All’interno dei primi possiamo poi individuare i contratti collettivi che, sulla base della maggiore rappresentatività sul piano nazionale, svolgeranno funzioni di “guida” e che costituiranno, ai fini retributivi minimi, il quadro di riferimento. Sia la sentenza della Corte Cost. n. 51/2015 sia la legge n. 338/1989 sia la direttiva dell’UE del 2020 (n. 682/2020) sui minimi salariali suggeriscono, peraltro, la strada del riferimento retributivo esterno.

* dal blog beppegrillo.it - 18 febbraio 2022