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21 gennaio 2018
Turchia-Siria: "Operation Olive branch"
15 gennaio 2018
Leadership cinese sulla riforma ONU
di René Wadlow *
Ci sono stati vari periodi in cui si sono fatte e discusse proposte di
strutture nuove e diverse per l’ONU. Il primo fu nel 1944-’45 quando ne venne
abbozzato lo Statuto. Alcuni che avevano vissuto il declino e infine la morte
della Lega delle Nazioni volevano un’istituzione mondiale più forte, in grado
di muoversi in modo più veloce ed efficace in tempi di crisi o all’inizio di
conflitti armati.
In pratica, la Lega delle Nazioni fu reincarnata nello Statuto ONU nel 1945
pur cambiando i nomi di alcuni suoi enti ed aggiungendo nuove Agenzie
specializzate quali l’UNESCO. Ci fu una qualche insoddisfazione durante i
negoziati di San Francisco, e fu aggiunto un articolo per cui si sarebbe messa
in agenda una proposta di Conferenza di Revisione dello Statuto ONU 10 anni
dopo la sua entrata in vigore, dunque per il 1955.
Tale possibilità condusse negli anni 1953-‘54 a una serie di proposte di
cambiamento delle strutture ONU, per un maggior ruolo del diritto internazionale,
per una “forza di pace” ONU stabile. Quasi tutte tali proposte avrebbero
comportato modifiche allo Statuto ONU.
Quando arrivò il 1955, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, che non
volevano una Conferenza di Revisione dello Statuto che avrebbe potuto mettere
in questione le loro politiche, furono in grado di far slittare il punto
relativo d’agenda sotto il tappeto, da dove non è mai riemerso. Invece di una
Conferenza di Revisione dello Statuto, fu costituito un Comitato ONU di
“Rafforzamento dello Statuto ONU” che fece vari suggerimenti utili, nessuno dei
quali fu tuttavia attuato in quanto tale. Il Comitato di Rafforzamento dello
Statuto fu il primo di una serie di comitati d’esperti, “Comitati d’Alto
Livello” costituiti in seno all’ONU per rivederne il funzionamento e la
capacità di rispondere a nuove sfide. Ci sono stati pure vari comitati
istituiti al di fuori dell’ONU per considerare le sfide mondiali e le risposte
ONU, come la Commissione sulla Governance Globale.
Ci sono state sì modifiche alle modalità di funzionamento dell’ONU, ma
poche di esse hanno riconosciuto le raccomandazioni di un gruppo d’esperti
quali la fonte di tali cambiamenti. Alcune delle proposte fatte avrebbero
rafforzato qualche fazione del sistema ONU rispetto allo status quo allora in
essere – per lo più accentuando il ruolo di paesi in via di sviluppo (il Sud)
rispetto agli stati industrializzati (il Nord). Sebbene si usi sovente il
lessico di modifiche “win-win”, in pratica pochi stati vogliono correre rischi,
e così lo status quo continua.
Adesso, con un nuovo Segretario Generale che conosce bene come funziona
l’ONU per il decennio passato come Alto Commissario per i Rifugiati,
“nell’aria” c’è di nuovo una riforma dell’ONU. Ci sono sempre più proposte
presentate da governi e organizzazioni non governative membri ONU. Oggi
l’enfasi è su quanto si può fare senza una revisione dello Statuto. Gran parte
delle proposte trattano ciò che può fare il Segretario Generale di propria
autorità. Egli non può andare contro la volontà degli Stati – specialmente i
più potenti – ma ha pur sempre un certo otere d’iniziativa e può fare
cambiamenti sotto l’usbergo di una “miglior gestione”.
Una delle più complete proposte di riforma è appena stata emanata per la
trattazione all’ONU dal governo della Cina in un documento di 27 pagine. (1)
Molte delle proposte sono molto simili ai suggerimenti fatti dall’Associazione
dei Cittadini de Mondo. Il testo cinese non ha note a piè di pagina circa i
documenti letti prima della stesura del documento, sicché non insinuiamo che le
proposte siano state “prese a prestito” dai cittadini del mondo, potendo solo
dire che le grandi si muovono sulle stesse vie!
Le proposte cinesi si dividono in tre categorie principali:
- Rafforzare le funzioni di risoluzione dei conflitti e di peacekeeping dell’ONU.
- Rafforzare la capacità dell’organizzazione nel promuovere benessere economico e sociale proteggendo contemporaneamente l’ambiente.
- Rafforzare gli aspetti gestionali sia alla sede principale ONU sia in campo, rafforzare la cooperazione fra le Agenzie ONU, le organizzazioni governative regionali e nuove istituzioni quali la Banca Asiatica d’Investimento Infrastrutturale.
Il documento così inizia con le sue mire e il suo spirito:
“Il mondo sta subendo importanti evoluzioni, trasformazioni e
adattamenti, ma la pace e lo sviluppo restano l’appello per i nostri tempi. Le
tendenze della multi-polarità globale, della globalizzazione economica, del
ricorso all’informatica e la varietà culturale stanno avanzando come marea; e i
paesi stanno diventando sempre più interconnessi e interdipendenti. Tuttavia,
il mondo ha di fronte crescenti incertezze e fattori destabilizzanti come pure
minacce e sfide globali intrecciate ch continuano ad emergere. Contro questo
sfondo la Cina è pronta a lavorare con altri paesi per forgiare una nuova forma
di relazioni internazionali caratterizzati da rispetto reciproco, equità,
giustizia, e cooperazione win-win, per costruire una comunità con un
futuro condiviso per l’umanità e un mondo aperto, inclusivo, pulito e bello che
goda di pace durevole, sicurezza universale e prosperità comune”.
Le proposte cinesi meritano molta attenzione. Sono per la gran parte
radicalmente nuove. sono molto “stato-centriche”. Non viene mai menzionato il
ruolo né la capacità d’azione delle organizzazioni non-governative. Comunque,
non sono tanto le proposte stesse quanto la scelta temporale ad essere
importante. La riforma dell’ONU è diventata un tema primario di atteggiamento
politico. Nessun’altra grande potenza ha avanzato un corpus di proposte così
esteso e nessuna sembra incline a farlo. È probabile che, dato l’ampio spazio
attribuito a un maggior ruolo decisionale nella politica e nella prassi di
sviluppo per i paesi del Sud, quasi tutti i 134 stati considerati “Sud” sosterranno
le proposte cinesi e non presenteranno controproposte. La Cina non è
attualmente invischiata in conflitti armati regionali, e nella presentazione
c’è un intenso spirito “win-win”. Possiamo pertanto guardare a una guida cinese
nell’agenda di riforma dell’ONU.
* da serenoregis.org venerdì 12 gennaio 2018
René Wadlow è membro della Task Force
sul Medio Oriente della Fellowship of Reconciliation, presidente e
rappresentante all’ONU (Ginevra) dell’Associazione dei Cittadini del Mondo, e
caporedattore di Transnational
Perspectives. È membro della Rete TRANSCEND
per Pace Sviluppo Ambiente.
René Wadlow –
TMS, 06.01.18 - Titolo originale: Chinese Leadership on U.N. Reform
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Sereno Regis
5 gennaio 2018
La contestabile leadership green della Germania che brucia troppo carbone
Il 40%
dell’energia elettrica tedesca viene dal carbone. Nonostante l'impetuosa
crescita delle rinnovabili, il paese non raggiungerà il taglio previsto delle
emissioni al 2020 per almeno 10 punti di scarto. Il tema di un'uscita dal
carbone è ancora tabù per governo e sindacati.
La Germania
è vista ancora come un paese leader negli investimenti in fonti rinnovabili
e nella lotta al global warming con il suo ambizioso obiettivo di tagliare le
emissioni di CO2 del 40% al 2020 rispetto ai valori del 1990. Quasi un terzo
della sua elettricità è generato da eolico e fotovoltaico, una quota
doppia, ad esempio, rispetto a quella degli Stati Uniti. Tuttavia la Germania
non sembra meritare questo ruolo di leadership di paese green, ancora tutta da
conquistare. Nel grafico (elaborazione Clean Energy Wire su dati AG
Energiebilnzen) la quota delle diverse fonti sul mix elettrico: la forte
crescita delle rinnovabili, ma al contempo il peso ingombrante dei quasi 250
TWh da carbone.
Nei fatti
sappiamo quindi che il 40% dell’energia elettrica tedesca viene ancora dal
carbone, e parliamo di quello sporco, lignite e carbone pesante (hard
coal). Questa quota di carbone sull’elettrico è la seconda in Europa, subito dopo
la Polonia che ha una dipendenza da questa fonte fossile prossima
all'80%.
Per capire
la fatica del processo di transizione energetica in Europa, segnaliamo che in
quest’ultimo paese, che ospiterà persino la prossima Cop sul clima nel 2018, si
è appena inaugurata un’unità nella più grande centrale a carbone europea, a
Kozienice: brucerà circa 3 milioni di tonnellate di carbone ogni anno. E poi ci
chi chiediamo perché i governi europei tutelino
ancora economicamente queste centrali, che solo in Polonia hanno ricevuto 60
miliardi di euro sovvenzioni negli ultimi due decenni, e al contempo provino a
rallentare in tutti i modi sulle rinnovabili?
Tornando
alla Germania, va detto che anche per questo eccessivo peso del carbone l’obiettivo
di riduzione delle emissioni al 2020 verrà mancato: basti pensare che a
fine 2016 il taglio risultava appena del 27%. Quasi certamente il target
rimarrà lontano di almeno 10 punti percentuali. Eppure di chiusura di centrali
a carbone se ne parla poco nel paese, considerando anche l’irritazione dei sindacati
di settore che, tra centrali e settore minerario, curano gli interessi di
circa 130mila lavoratori.
I consumi
sull’energia primaria di hard coal e lignite sono comunque calati nel
2017, rispettivamente del 10,4% e dello 0,6% in confronto al 2016. Tuttavia,
nonostante l’incremento delle rinnovabili del 6,1% (passano dal 12,5 del 2016
al 13,1% sui consumi primari nel 2017), con l’aumento dei consumi energetici
dello 0,8%, le emissioni di CO2 legate al settore energetico
resteranno stabili anche per quest’anno. Alternative alla fuoriuscita graduale ma
rapida dal carbone non se vedono.
La
dipendenza dal carbone è un tema così delicato che in campagna elettorale la
Merkel si è guardata bene dall’affrontarlo di petto. Con l’ipotesi, ormai
fallita, di una possibile coalizione a tre insieme ai Verdi, sul tavolo
c’era l’opzione della chiusura dei 20 impianti a carbone più inquinanti del
paese. Non si sarebbe raggiunto il target 2020, ma almeno si sarebbe messo il
paese su un percorso virtuoso di riduzione delle emissioni. Non sembra il
momento giusto per questo passaggio, nonostante il tasso di disoccupazione
in Germania sia ai minimi storici e migliaia di lavoratori siano stati assunti
nei settori delle rinnovabili, dando persino l’idea che vi possano
essere trasferiti anche i lavoratori in uscita dal settore del carbone.
Inoltre la
chiusura di diverse centrali a carbone, in un quadro di sovracapacità,
non porterebbe nemmeno ad un aumento significativo dei prezzi dell’elettricità,
almeno nel breve periodo.
Forse
l’unica possibilità di vedere la chiusura di questi impianti inquinanti è
sperare nell’aumento del prezzo della CO2. La prossima riforma
dell’ETS entro il 2020 potrebbe portare a una riduzione dei permessi
di emissione distribuiti, facendo così innalzare il prezzo della CO2 anche
di tre volte rispetto ad oggi (intorno ai 24 €/tonnellata), abbastanza da
indurre ad una uscita dal carbone.
Nonostante
alcuni affermino che il peso del carbone nel paese sia in aumento a causa della
decisione governativa di uscire dal nucleare dopo Fukushima, più verosimilmente
si può dire che abbia inciso, oltre al basso prezzo della CO2, anche il fatto
che dal 2011 i costi della generazione elettrica da carbone sono calati del
30%, spinti dall'oversupply della materia prima. Fattore, questo, legato al
boom dello shale gas negli Usa che ha portato gli States ad esportare più
carbone, in concomitanza ad una crescita della produzione anche in Asia.
Uno studio pubblicato ad inizio 2017
commissionato dal WWF tedesco, dal titolo "Germany’s electric
future/Coal phase-out 2035, e condotto da Öko-Institut e Prognos, riteneva
anche in un’ottica di più lungo periodo (vedi obiettivi post accordo di Parigi)
di smantellare le centrali a carbone operative da più di 30 anni,
fissare al 2035 lo stop totale e definitivo di tutti gli impianti
fossili, escluso il gas, accelerare l’espansione delle rinnovabili
secondo il piano previsto dalla EEG 2014. Al momento tutte ipotesi difficili da
incastrare insieme. Il processo di transizione energetica tedesca (Energiewende)
resta pertanto in grossa difficoltà e il problema si chiama soprattutto
carbone.
Un problema
che non può nemmeno essere circoscritto alla sola Germania perché, come ha
spiegato uno studio pubblicato da Health and Environment Alliance, Climate
Action Network Europe, Wwf e Sandbag, dal titolo “La nuvola scura
sull’Europa: come i paesi a carbone fanno ammalare i loro vicini”,
l’inquinamento da carbone europeo, specialmente da PM 10 e PM 2,5, e i suoi
effetti sulla salute delle persone arrivano ben oltre i confini nazionali
(QualEnergia.it), Italia inclusa.
* 22 dicembre 2017
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