22 novembre 2016

Cop22, Legambiente presenta il dossier 'Stop sussidi alle fonti fossili': "Causa principale dei cambiamenti climatici"



L’Italia spende 14,8 miliardi di euro all’anno tra sussidi diretti o indiretti alla produzione e al consumo di petrolio, carbone e gas. Tra i paesi del G7 è quello con i maggiori sussidi alle fonti fossili in rapporto al PIL 


La causa principale dei cambiamenti climatici è la combustione delle fonti fossili. Per questo Legambiente, insieme ai principali network ambientalisti di tutto il mondo, chiede che questi sussidi siano aboliti e che si acceleri sulla decarbonizzazione delle economie. Uno stop che consentirebbe di ridurre le emissioni di CO2 di 750 milioni di tonnellate (5,8% delle emissioni globali al 2020) contribuendo al raggiungimento della metà dell’obiettivo climatico necessario a contenere l’aumento di temperatura globale di 2°C.

Oggi le fonti rinnovabili sono una alternativa concreta e sempre più conveniente; è quindi semplicemente assurdo che l’estrazione e il consumo di petrolio, carbone e gas ancora beneficino di sussidi. Su quali e quanti essi siano, fa il punto Legambiente nel suo dossier Stop sussidi alle fonti fossili, presentato oggi in occasione della Cop22, la conferenza delle nazioni unite sui cambiamenti climatici in corso a Marrakech.


Secondo il Fondo Monetario Internazionale, nel 2015 i sussidi alle fonti fossili sono stati pari a 5.300 miliardi di dollari (10 milioni di dollari al minuto), quanto il 6,5% del PIL mondiale e più della spesa sanitaria totale di tutti i governi del mondo. Hanno visto un aumento del 10,4% rispetto al 2013. Questa crescita in Europa è stata superiore alla media globale e si prevede un ulteriore incremento del sostegno alle fonti fossili dell’11,6% con 231 miliardi di dollari di investimento.

Tra i maggiori investitori, la Cina con 2.272 miliardi (+22%), seguita da Stati Uniti con 699 miliardi (+14%) e Russia con 335 miliardi (5.7%). In Europa, la maggior sostenitrice delle fonti fossili è la Germania con 55,6 miliardi di dollari (+10.5%), seguita da Regno Unito con 41,2 miliardi (+12.2%), Francia con 30,1 miliardi (+13.2%), Spagna (24,1 miliardi), Repubblica Ceca (17,5 miliardi) e Italia (13,2 miliardi).


Quest’anno Legambiente traccia un quadro mondiale dei sussidi alle fonti fossili, realizzato in collaborazione con InfluenceMap (organizzazione internazionale indipendente senza scopo di lucro nata con l’obiettivo di valutare e comunicare il peso che le imprese hanno nei settori chiave della politica e della società civile e quanto la influenzo), e presenta una analisi originale della situazione italiana. Compito non facile considerata la scarsa trasparenza relativa al tema. L’associazione ha individuato 14,8 miliardi di euro all’anno di sussidi diretti o indiretti alle fonti fossili, al consumo o alla produzione, da esoneri dall’accisa a sconti e finanziamenti per opere, distribuiti tra autotrasportatori, centrali per fonti fossili e imprese energivore e aziende petrolifere. Tutte attività che inquinano l'aria, danneggiano la salute e sono la principale causa dei cambiamenti climatici.

Nella nebbia del bilancio dello Stato vi sono altri sussidi indiretti che non sono stati inseriti nel computo perché ancora di incerta applicazione o perché difficilmente paragonabili con gli altri, come le risorse investite dallo Stato in strade e autostrade.

“Il nostro Paese - dice il vice presidente di Legambiente Edoardo Zanchini - continua a comportarsi come se il problema dei sussidi alle fonti fossili semplicemente non esistesse, quando tutte le istituzioni internazionali hanno messo in evidenza come siano una barriera per lo sviluppo di un economia decarbonizzata. Anche la legge di Stabilità 2017 ignora l’argomento e prevede ancora sussidi diretti e indiretti alle fossili. Eppure, oggi le energie pulite sono competitive da un punto di vista dei costi e cancellando questi sussidi potrebbero crescere anche senza incentivi. Né si comprende perché il nostro Paese debba continuare a dare miliardi di euro all’autotrasporto, come ai grandi consumatori, senza alcun vincolo di investimento in riduzione dei consumi di combustibili fossili".


In Italia, secondo l’analisi di Legambiente, continua a prevalere una sorta di negazionismo, per cui in nessun atto del ministero dello Sviluppo economico o dell'Autorità per l’energia il tema viene nominato, mentre troviamo sempre accuse sui costi in bolletta legati alle fonti rinnovabili.

“La ragione - prosegue Zanchini - è molto semplice da spiegare: in questo modo si tutelano direttamente alcuni interessi che beneficiano di questi sussidi, tra cui lo stesso Stato italiano attraverso l'Eni che paga royalties ridicole alle Regioni e che può dedurre dalle tasse. Ma in questo modo si bloccano innovazioni nel sistema energetico che oggi permetterebbero di creare nuovi e più numerosi posti di lavoro e di dare una risposta strutturale al tema del costo dell’energia, attraverso le fonti rinnovabili e l’efficienza”.


Secondo l'ultimo rapporto di InfluenceMap, tra i paesi del G7 l’Italia è quello con i maggiori sussidi alle fonti fossili in rapporto al PIL. Siamo allo 0,63% a fronte di una media europea dello 0,17% e molto oltre lo 0,20% degli Stati Uniti e lo 0,23% della Germania. E nelle raccomandazioni che la Commissione Europea ha inviato nel 2015 al governo italiano (Country Specific Reccomendations) si bacchetta il nostro Paese proprio per il ritardo nell’introdurre tasse modulate secondo il principio del “chi inquina paga”, come la carbon tax, e nel rimuovere aiuti dannosi per l’ambiente, come quelli alle fossili.

Eppure, pochi paesi al mondo avrebbero più interesse a ridurre i consumi energetici: l’Italia dipende dall’estero per l’approvvigionamento e nel 2015 ha speso 34,4 miliardi di euro, calcolando il saldo fra l’esborso per le importazioni e gli introiti derivanti dalle esportazioni.


Al governo Renzi Legambiente chiede coerenza rispetto agli annunci e alle promesse fatte alle Nazioni Unite e alla Conferenza sul Clima di Parigi, e avanza alcune proposte su come lanciare un grande programma di investimenti nella green economy con un intervento a “costo zero” per le casse dello Stato. Basterebbe infatti porre uno stop ai miliardi di sussidi alle fonti fossili, e spostare risorse e investimenti verso l’innovazione ambientale e l’efficienza energetica.

“Cancellare i sussidi alle fonti fossili - conclude Zanchini - è infatti la strada più semplice e lungimirante per aprire nel nostro paese uno scenario d’innovazione, con maggiori opportunità e lavoro perché si allarga lo sguardo dalla bolletta energetica a un uso più efficiente dell’energia in edilizia, nell’artigianato e nei servizi, nelle piccole e medie imprese e nei trasporti. Chiediamo a Renzi di vincere le pressioni delle lobby e di cancellare rendite e sussidi di cui beneficiano le fonti fossili. Dopo la vittoria negli Stati Uniti di Trump, il mondo ha bisogno di scelte chiare per fermare i cambiamenti climatici. Prendere questa decisione prima della chiusura del vertice di Marrakech, può essere una straordinaria occasione per far assumere all’Italia un ruolo da protagonista nell’impegno contro i cambiamenti climatici in Europa e nel mondo”.


Con il trend attuale delle emissioni globali già nei prossimi 5-9 anni si consumerà il carbon budget, la quota di emissioni complessive rimanenti che consentirebbero di stare entro 1.5°C. Per questo a Marrakech è fondamentale avviare un processo di revisione degli attuali impegni, in coerenza con l’obiettivo di lungo termine dell’Accordo di Parigi da sottoscrivere nel 2018 alla COP24. Anche l’Europa è chiamata a fare la sua parte: il processo legislativo avviato a livello comunitario sul “Pacchetto Clima-Energia 2030” deve essere l’occasione per adeguare gli obiettivi agli impegni europei assunti a Parigi, in tempo per la revisione del 2018.


 da   ecodallecitta.it 17 novembre 2016

20 novembre 2016

Le incoerenze del governo italiano sull’ambiente



di Marica Di Pierri   *

Cop22. L'Italia alla conferenza sul clima. Capo delegazione italiana a Marrakech, il Ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti è arrivato in Marocco mercoledì scorso. Nello Statement dell’Italia, pronunciato giovedì nell’ultima sessione dedicata alle dichiarazioni dei Ministri, Galletti ha pronunciato parole di ottimismo e soddisfazione per gli sforzi compiuti quest’anno: «Dopo Parigi l’impegno continua e si rafforza: ne è prova tangibile l’entrata in vigore dell’accordo dopo appena 11 mesi. L’Italia vuole affermare di fronte a tutte le nazioni del mondo che indietro non si torna, ce lo chiedono i cittadini del mondo e l’economia globale».

Durante gli eventi organizzati a latere delle negoziazioni, Galletti ha annunciato lo stanziamento di 5 milioni di dollari per un Fondo a sostegno dei paesi africani, parte di un pacchetto di 75 milioni destinati dai paesi industrializzati al sostegno dei paesi africani in materia climatica, e ha candidato l’Italia a ospitare la cruciale (si spera) 26° Conferenza Onu sul clima, quella del 2020.

Nel pomeriggio di giovedì il ministro ha incontrato la delegazione italiana di associazioni, sindacati e organizzazioni sociali presenti a Marrakech. Molte le questioni poste: dalla necessità di varare in tempi brevi la nuova S.e.n. (Strategia energetica nazionale) al disegno della road map di decarbonizzazione; dalla coerenza delle politiche energetiche nazionali con l’Accordo di Parigi, all’entità (e provenienza) dei fondi necessari per onorare gli impegni finanziari.

Galletti ha risposto affermando che l’Italia è leader mondiale nella decarbonizzazione, assieme al Canada e al Regno unito e che intende assieme a questi paesi costituire un club di «amici della decarbonizzazione». Dichiarazione lontana anni luce dalla realtà italiana, con petrolio e gas che continuano a solleticare le mire energetiche nostrane e il piano infrastrutturale del paese che privilegia ancora il trasporto su gomma. Del resto, non si può consentire che il trionfalismo su cui il governo basa i propri proclami sia esclusivamente fondata sulla percentuale (importante) di rinnovabili nel mix energetico nazionale. Ancor più perché trattasi dell’onda lunga degli incentivi 2004-2013, che il governo attuale ha eliminato, riducendo anche quelli già erogati in maniera retroattiva.

C’è bisogno di un cambio di rotta. Ma il cambio di rotta non è in programma: a chi gli chiede come le ambizioni espresse si conciliassero con le nuove concessioni per cercare petrolio e gas in terra e mare (30.000 km2 solo in adriatico), Galletti risponde minimizzando: «Si tratta solo di prospezioni, per lo sfruttamento ci vorranno molti, molti anni». Come a dire: non sarà più affar suo. La coerenza, Marrakech lo dimostra, non è certo il punto forte di questo governo.

·         * da ilmanifesto.it    19 novembre 2016

18 novembre 2016

La politica energetica ai tempi di Trump, i possibili impatti su clima e rinnovabili



Dalle prime mosse e dal programma su cui Trump ha basato la propria campagna elettorale, sembra che il ribaltamento delle priorità sul clima avrà conseguenze negative sia interne che a livello internazionale. Ma questo dietrofront arriva troppo tardi per fermare il cambiamento.

di Gianni Silvestrini   *  

Le posizioni del tycoon sono note. Ritiene che il riscaldamento del pianeta sia una bufala e intende quindi sfilarsi dall’Accordo di Parigi. Vuole tagliare gli investimenti climatici sia negli Usa che a livello internazionale. Ha dichiarato che il Paese deve raggiungere durante il suo mandato la piena indipendenza ed intende quindi rilanciare l’estrazione dei combustibili fossili, ad iniziare dal carbone. Ha attaccato le fonti rinnovabili considerate costose e impattanti. E i primi segnali del cambio di guardia sono decisamente preoccupanti. Alla testa dell’EPA è stato proposto Myron Ebell, indicato dagli ambientalisti a Parigi come uno dei sette "criminali del clima". Il prossimo responsabile dell’ambiente Usa, che proviene dal Competitive Enterprise Institute, una associazione finanziata tra gli altri dal gruppo carbonifero Murray Energy, intende smantellare il Clean Power Plan, predisposto proprio per eliminare gli impianti a carbone più inquinanti.

Ma andiamo con ordine per valutare quali potranno essere gli impatti di questa presidenza considerando che potranno esserci significative differenze tra le roboanti declamazioni elettorali e le scelte che verranno adottate, come dimostra il cambio di marcia di Trump sull’Obamacare o sull’inchiesta da aprire sulla Clinton. La prima impressione è che il ribaltamento delle priorità sul clima avrà conseguenze negative sia interne che a livello internazionale, ma che esso arriva troppo tardi per fermare il treno del cambiamento.
Nel merito dell’Accordo di Parigi, la sua fulminea entrata in vigore propiziata dalla tempestiva adesione congiunta di Usa e Cina, prevede tempi lunghi, quattro anni, per i paesi che volessero uscirne. Trump dunque potrebbe ignorare gli impegni previsti, ma non abbandonare platealmente l’Agreement sul Clima. C’è però un’altra possibilità, ancora più radicale, che prevede l’uscita degli Usa dalla Convenzione quadro sui cambiamenti climatici firmata a Rio de Janeiro nel 1992 da George Bush padre, nel cui ambito sono maturati sia il Protocollo di Kyoto che l’Accordo di Parigi. Sarà interessante quindi osservare i primi passi che verranno adottati sul fronte diplomatico. Il voltafaccia statunitense potrebbe infatti incidere sulle scelte di alcuni paesi non particolarmente sensibili ai rischi climatici come la Russia, dove forti interessi come quello dell’acciaio e del carbone ostacolano le politiche di contenimento delle emissioni. Ma non è detto che questo avvenga, come dimostra il segnale positivo della ratifica della carbonifera Australia guidata dai conservatori, giunto proprio all’indomani dei risultati della corsa alla Casa Bianca. Certamente il nuovo corso comporterà un taglio dei finanziamenti che dovevano andare ai paesi in via di sviluppo. Sono in particolare in pericolo i contributi Usa al fondo di 100 miliardi $ annui da trasferire a partire dal 2020 (sempre che Trump fra quattro anni venga rieletto).

Un altro impegno assunto da Obama a forte rischio è il raddoppio, nell’arco di cinque anni, dei finanziamenti alla ricerca sulle fonti rinnovabili e sulle tecnologie pulite. Si tratta di una decisione prevista dal programma Mission Innovation, lanciato proprio a Parigi da una coalizione di 20 paesi: dagli Usa alla Cina, dalla Germania all’Italia, dal Giappone all’Australia, dall’Arabia Saudita al Brasile. Un eventuale rallentamento della presenza attiva degli Usa sulla scena dell’energia green rappresenterebbe però un boomerang. Visto infatti il ruolo crescente delle "clean technologies" sulla scena mondiale, le imprese statunitensi rischiano infatti di indebolirsi di fronte alla concorrenza. Va comunque detto che, pur essendo prevedibile una minore attenzione per il settore delle rinnovabili, le conseguenze non dovrebbero essere drammatiche. Gli incentivi al solare e all’eolico, approvati dal Congresso dopo la COP21 con votazioni bipartisan, sono infatti validi fino alla fine del decennio ed è improbabile che vengano smantellati, visto il consenso di cui godono. È, invece, certo il taglio delle risorse destinate alla ricerca in questi ambiti, a fronte di una maggiore attenzione ai combustibili fossili. Tra il 2008 e il 2013 il governo Usa ha speso 77 miliardi $ per il clima, per tre quarti rivolti alla ricerca e allo sviluppo delle nuove tecnologie. La riallocazione dei fondi rappresenterà però una scelta assolutamente controproducente e farà perdere risorse in percorsi incerti o senza futuro. Uno dei comparti che dovrebbe essere valorizzato è infatti quello del "carbone pulito". Parliamo del sequestro della CO2 (CCS), eventualmente abbinato a processi di gassificazione.
La fattibilità tecnico-economica dell’iniezione di anidride carbonica prodotta dalle centrali a carbone nel sottosuolo, al momento non è provata. Inoltre, è molto dubbia la sostenibilità di questa opzione, come dimostra la sperimentazione in atto nel Mississippi da parte della Southern Company’s Kemper che include anche la gassificazione, per eliminare i vari inquinanti e produrre Syngas, una miscela di idrogeno e monossido di carbonio. Un esempio non proprio rassicurante, visto che i costi sono aumentati di oltre 4 miliardi $ rispetto alle previsioni.
La gassific
azione potrebbe essere utilizzata anche solo per "pulire" il carbone senza poi sequestrare la CO2, vista la posizione della futura amministrazione sul clima, ma i suoi elevatissimi costi rendono questa soluzione quanto mai problematica. Ricordiamo che già negli anni Ottanta, sotto la presidenza Carter, venne lanciato un programma da 88 miliardi $ sulla gassificazione del carbone che venne poi abbandonato proprio per la non economicità di queste tecnologie. A maggior ragione questa scelta pare poco sensata oggi in uno scenario di bassi prezzi dell’energia. È invece molto probabile che vengano allentati i controlli ambientali sulla produzione di gas e petrolio, in particolare per il fracking e le estrazioni in acque profonde a partire dall’Artico.
E qui veniamo ad una delle principali contraddizioni del programma di Trump. L’aumento della produzione del metano a basso costo confliggerà infatti direttamente con l’uso del carbone, il cui declino potrà essere rallentato ma non arrestato. Nel solo 2015 l’estrazione di carbone è calata del 10% e molti operatori del settore, ad iniziare dal più importante, Peabody Energy, sono falliti. Dunque, il primo smacco per Trump verrà proprio dall’impossibilità di risollevare le sorti del carbone. Il numero di occupati nelle rinnovabili supera già oggi quelli dell’ex "King Coal" (e, peraltro, anche quelli legati all’estrazione di petrolio e gas). La distanza tra green and black è destinata ad aumentare, malgrado gli sforzi della prossima Amministrazione. Lo scorso anno, solare ed eolico hanno rappresentato ben due terzi della nuova potenza installata negli Usa e il ruolo delle rinnovabili continuerà ad essere rilevante, così come crescerà il ruolo del metano.

Ma torniamo agli impatti più generali delle politiche climatiche, che indubbiamente ci saranno. Secondo una valutazione effettuata da Lux Research prima delle elezioni, gli otto anni di gestione Trump rischierebbero di comportare un aumento del 16% delle emissioni di CO2 rispetto alle scelte di una presidenza Clinton. Un impatto forte, che però non è detto che si materializzi su questi valori. Gli Usa sono infatti una realtà molto articolata. Innanzitutto è probabile che i gruppi di base, le università, le grandi associazioni ambientaliste scendano sul piede di guerra creando un forte movimento di pressione per riorientare le scelte climatiche. Le manifestazioni di questi giorni rappresentano in questo senso un segnale da non sottovalutare. Ci sono poi le città e gli Stati che hanno già definito propri ambiziosi obiettivi e non hanno nessuna intenzione di abbassare la guardia. Lo Stato di New York intende produrre con le rinnovabili il 50% della propria elettricità per la fine del prossimo decennio. La California ha deciso, come l’Europa, di ridurre del 40% le emissioni climalteranti al 2030 rispetto al 1990. E un numero crescente di città, da San Francisco a San Diego, da Aspen a Salt Lake City, ha avviato un percorso per soddisfare con le rinnovabili il 100% del proprio fabbisogno elettrico. Non va poi sottovalutato il ruolo dei grandi gruppi che hanno aderito ad una visione coerente con la sfida climatica. Non parliamo solo delle aziende direttamente coinvolte, da Tesla a General Electric, ma delle piccole imprese come delle multinazionali che hanno definito propri scenari di decarbonizzazione, dei fondi di investimento, dei fondi pensione, di realtà economiche e finanziarie importanti che continueranno a svolgere un ruolo di stimolo e di indirizzo. Insomma, la partita del clima è tutt’altro che persa e il ruolo degli Usa, malgré Trump, per quanto indebolito continuerà ad essere significativo. 

(L'articolo è stato originariamente pubblicato su Nextville.it, ripubblicato su qualenergia  con il consenso della testata)

* da qualenergia.it ,  14 novembre 2016